venerdì 7 febbraio 2014

Giro di vite di YouTube contro le false visualizzazioni

La Stampa

carlo lavalle


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YouTube si è stufato di chi cerca di falsificare il numero di visualizzazioni. La piattaforma di condivisione video ha annunciato un giro di vite contro gli utenti che giocano sporco. Ogni mese miliardi di ore di filmati vengono guardati dai visitatori ma non sempre sono il risultato di una corretta attività. Questa è la ragione per cui l’azienda procederà ad una revisione periodica dei contenuti inseriti rimuovendo dai conteggi delle visualizzazioni la quota parte prodotta artificialmente. Si tratta di una questione cruciale - spiega in un post del blog di Google Philipp Pfeiffenberger , ingegnere del software - perché riguarda il mantenimento della credibilità del servizio e dell’autenticità delle interazioni (views, like o commenti) che si stabiliscono al suo interno.

Anche se le irregolarità rappresentano una piccola parte rispetto al totale delle attività registrate il loro impatto non va sottovalutato. “Quando alcuni soggetti cercano di ingannare il sistema, gonfiando artatamente il numero di visualizzazioni, non solo provocano effetti fuorvianti sulla popolarità di un video, ma minano anche una importante ed unica qualità di YouTube”. Diversamente dal passato, in cui il controllo veniva eseguito immediatamente dopo che si era riscontrato lo spam, la nuova scansione prevista avrà luogo in maniera sistematica per convalidare i contatti effettivi o invalidare il conteggio in caso di operazioni truffaldine.

Questa decisione comunque non costituisce un’improvvisata ma era stata ampiamente anticipata in precedenti dichiarazioni. Qualche mese fa sul blog ufficiale di Youtube c’era stato un monito chiaro rivolto agli autori dei video pubblicati. Il team del social network metteva in guardia i creatori di contenuti dall’affidarsi a società, non di rado responsabili dell’opera di falsificazione, che promettono un aumento delle visualizzazioni in cambio di denaro. E’ un rischio, si ammoniva, che può portare a spese inutili e conseguenze indesiderate. Le visualizzazioni generate da aziende e servizi di terze parti, infatti, non vengono prese in considerazione su YouTube e quando la norma è violata scatta l’azione disciplinare con possibile rimozione del video o sospensione dell’account. Altre pratiche vietate sono layout ingannevoli o manipolazioni dovute a finestre che appaiono sotto le pagine correnti.

Le uniche opzioni a pagamento per promuovere i filmati sono quelle permesse attraverso TrueView . Tentare di aggirare queste modalità in maniera illecita, è la minaccia reiterata, può diventare controproducente per chiunque ne avesse intenzione. Più conveniente è invece rispettare le regole del gioco. E’ di qualche giorno fa la notizia che i pagamenti di YouTube alle case discografiche hanno superato, negli ultimi anni, la cifra di un miliardo di dollari, come ha rivelato il vice presidente Tom Pickett durante un dibattito tenuto in occasione del Midem di Cannes, dimostrando quanto sia remunerativo seguire senza barare i canoni del suo modello di business online, basato sulla pubblicità.

La possibilità di monetizzare un video musicale caricato sulla piattaforma online si rafforza sempre più, divenendo una fonte di reddito non puramente simbolica per diversi artisti. Tuttavia, alcuni manager dell’industria musicale, come Geoff Taylor, amministratore di BPI, associazione che rappresenta le case discografiche del Regno Unito, incalzano YouTube con la richiesta di percentuali maggiori di guadagno e finalmente l’introduzione di un servizio di sottoscrizione a pagamento. I presupposti ci sono e le licenze sono già state acquisite per il lancio di questa iniziativa che si prevede avvenga entro l’anno.

Centrale illegale a Napoli, scoperto il software per riusare gli iPhone rubati

Il Mattino

di Giuseppe Crimaldi


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Resettare smartphone e Iphone rubati? Decrittare le password e i codici d'acesso? Un gioco da ragazzi: a Napoli lo fanno i marocchini. In barba a ogni schermo di protezione che ognuno di noi crede di poter agganciare ai propri cellulari, ieri si è avuta la conferma che a gestire il fiorente traffico della ricettazione di palmari e telefoni di ultima generazione c'è una cellula di extracomunitari - nordaricani del Marocco, in questo caso - che riescono a rendere «vergini» anche gli apparecchi già usati. I due stranieri sono stati notati da una pattuglia della polizia mentre con fare sospetto scambiavano denaro in cambio di uno smartphone, quasi sicuramente l'ennesimo oggetto frutto di uno scippo o rapina. Il fatto è avvenuto in piazza Mancini (una delle centrali di ricettazione ormai delegata dalla camorra ai maghrebini qui a Napoli) verso le 14 di ieri pomeriggio.

venerdì 7 febbraio 2014 - 09:07   Ultimo aggiornamento: 09:11

Acquisti online, il diritto di recesso da 10 fino a 14 giorni

La Stampa

roberto giovannini

E la riforma Rc Auto riparte con un disegno di legge



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Riforma Rc Auto, si ricomincia. Dopo lo stralcio della norma che cambiava le regole delle assicurazioni automobilistiche, il governo ieri ha approvato in Consiglio dei ministri un disegno di legge ad hoc che - a dire di Palazzo Chigi - dovrebbe assicurare ribassi del 23% delle tariffe. Quel che è certo è che nella versione precedente (affossata dal Parlamento) la riforma sarebbe entrata subito in vigore, visto che era inserita nel decreto legge «Destinazione Italia»; nella versione attuale, l’iter sarà infinitamente più lungo (sempre che arrivi in porto) anche se permetterà un esame più scrupoloso delle nuove regole. Il ddl prevede una serie di sconti per gli assicurati che accetteranno determinati vincoli, e sanzioni, in caso di violazioni, per le assicurazioni. Il primo «bonus» è uno sconto del 7% sulla media dei prezzi regionali per chi si farà montare la «scatola nera» che certifica gli incidenti ed evita trucchi.

Un ulteriore sconto del 5% e del 10% potrà essere ottenuto se l’assicurato su farà risarcire in forma specifica presso carrozzerie convenzionate, così come si otterrà una riduzione del 7% per prestazioni di servizi medico-sanitari resi da professionisti convenzionati con le imprese assicurative. Sconto infine del 4% per il divieto di cessione del diritto al risarcimento, che usualmente si fa con carrozzieri o avvocati provocando un inevitabile rigonfiamento dei costi. In generale, le compagnie assicuratrici verranno punite con multe da 5 a 40.000 euro se non daranno pubblicità e informazioni adeguate sulle varie offerte. Anche in questo caso, per mancanza di pubblicità e comunicazione è stabilita una sanzione da 5.000 a 40.000 euro.

Un altro provvedimento, approvato dal Consiglio dei ministri ieri, riguarda i consumatori e i loro diritti. Si tratta di uno schema di decreto legislativo che (recependo una direttiva europea su cui l’Italia era in ritardo e a rischio multa) assicura maggiori garanzie ai consumatori che fanno acquisti «al di fuori delle attività commerciali», ovvero on line o a distanza. Le nuove regole prevedono ad esempio tempi più lunghi per il cosiddetto ripensamento e la richiesta di rimborso (da 10 a 14 giorni) e il divieto di sovrapprezzo nel caso di pagamento con carte di credito.

In dettaglio, a partire dal 14 giugno 2014 chi vende online dovrà fornire più precise informazioni precontrattuali per i potenziali clienti. Poi, si allunga da 10 a 14 giorni il diritto di recesso (diritto di ripensamento) riconosciuto al consumatore; se il venditore «nasconde» questa informazione, si ha un anno per ripensarci. Chi «recede» potrà restituire il bene anche se in parte deteriorato, pagando solo la «diminuzione del valore del bene custodito»; Infine, chi compra non dovrà più pagare sovrapprezzi (come fanno oggi ad esempio le compagnie aeree low cost) se decide di pagare con carte di credito o bancomat. 

Così il Pci scatenò il terrore per impadronirsi del Paese

Giampaolo Pansa - Ven, 07/02/2014 - 08:34

In "Bella ciao" Giampaolo Pansa racconta la strategia delle Brigate Garibaldi per sterminare i fascisti. E non solo


Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, un estratto da Bella Ciao. Controstoria della Resistenza (Rizzoli, pagg. 430, euro 19,90; in libreria dal 12 febbraio) di Giampaolo Pansa. Nel saggio Pansa ricostruisce con dovizia di particolari il ruolo del PCI all'interno della guerra civile che ha insanguinato l'Italia dall'8 settembre del '43 sino al 25 aprile del '45 (anche se in molti casi le violenze si sono trascinate ben oltre). Il giornalista documenta come i comunisti si battessero per obiettivi ben diversi da quelli di chi lottava per la democrazia. La guerra contro tedeschi e fascisti era soltanto il primo tempo di una rivoluzione destinata a fondare una dittatura filosovietica. Pansa racconta come i capi delle brigate Garibaldi abbiano tentato di realizzare questo disegno autoritario. Ricostruisce il cammino delle bande guidate da Luigi Longo e da Pietro Secchia sino dall'agosto 1943. Poi le prime azioni terroristiche dei Gap, l'omicidio di capi partigiani ostili al Pci, il cinismo nel provocare le rappresaglie nemiche, ritenute il passaggio obbligato per allargare l'incendio della guerra civile.


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A distanza di tanti decenni colpisce sempre la strategia messa in atto dai militanti del Pci. In molti luoghi dell'Italia del Nord e del Centro, senza strutture apposite, comandi riconosciuti, progetti elaborati, basi predisposte. All'inizio tutto avvenne per iniziativa di singoli militanti, a volte sconosciuti anche ai dirigenti comunisti periferici. Fu così che si mise in moto un'offensiva fondata su uno schema semplice e terribile. Lo schema può essere riassunto nel modo seguente. Un attentato, una rappresaglia nemica. Un nuovo attentato, una nuova rappresaglia più dura. Un terzo attentato, una terza rappresaglia ancora più aspra. E così via, con una catena senza fine che aveva un solo risultato: allargare l'incendio della guerra civile e spingere alla lotta pure chi ne voleva restare lontano. Scriverà Giorgio Bocca: «Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell'occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Cerca la punizione per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell'odio».

Ecco qual era la strategia dei Gruppi di azione patriottica, i Gap. Fondati verso la fine del 1943 per iniziativa del Comando generale della Brigate Garibaldi, ossia di Longo e di Secchia. Uno degli spagnoli, Francesco Scotti, poi raccontò: «Qualche compagno sosteneva che non era giusto scatenare il terrore individuale, perché questo era contrario ai principi marxisti leninisti. Anche in Francia avevo ascoltato critiche di questo genere». Aderire alla strategia dei Gap, anche soltanto sul terreno del consenso politico, era difficile per molti iscritti al Pci clandestino. Gente semplice e coraggiosa che rischiava l'arresto perché aveva in tasca una tessera o partecipava a una raccolta di denaro per i primi nuclei ribelli. Ma trovare dei compagni disposti a sparare alla schiena di un avversario, e a sangue freddo, risultava un'impresa davvero ardua. Il vertice delle Garibaldi non perdeva tempo a strologare su queste esitazioni. Voleva vedere subito dei morti nelle strade. Secchia incitava ad agire «contro le cose e le persone» dei fascisti. Le azioni non venivano quasi mai rivendicate.

E questo accentuava la paura seminata dalle molte uccisioni. Pochi si rendevano conto che i Gap erano piccoli nuclei armati, composti soltanto da militanti comunisti, clandestini nella clandestinità, capaci di vivere nell'isolamento più totale. Una solitudine in grado di mettere a dura prova la resistenza nervosa anche del più freddo terrorista. In realtà i gappisti veri e propri, quelli professionali e in servizio permanente, erano una frazione davvero minuscola rispetto ai tanti comunisti che iniziarono a sparare quasi subito contro i fascisti. Gli omicidi di dirigenti del nuovo Partito fascista repubblicano, di solito segretari federali, vennero preparati e compiuti da terroristi dei Gap. Ma gli altri delitti, ben più numerosi, furono il risultato di iniziative decise da singoli militanti, decine e decine di volontari, senza nessun rapporto con il vertice delle Garibaldi. Erano pronti a sparare e a uccidere, sulla base di una tacita parola d'ordine diffusa da nessuno.

Ecco qualche esempio di queste azioni, di solito destinate a non entrare nella storia della guerra civile. Il 5 novembre 1943, a Imola, venne ucciso il seniore della Milizia Fernando Barani. Il 6 novembre, a Medicina, sempre in provincia di Bologna, furono accoppati quattro fascisti. Il 7 novembre, a San Godenzo (Firenze) altri quattro fascisti caddero sotto le rivoltellate di sconosciuti.In seguito Giorgio Pisanò scrisse che questo attentato era stato compiuto da un gruppo guidato dal meccanico Alessandro Sinigaglia, poi capo dei Gap fiorentini. Anche lui uno spagnolo reduce da Ventotene, perse la vita nel febbraio 1944 in una sparatoria. Nel Reggiano, dopo la fine del Tirelli, si cercò di accoppare il commissario della nuova federazione fascista, l'avvocato Giuseppe Scolari. Era l'imbrunire del 13 novembre e l'attentato fallì. Andò a segno il terzo colpo, messo in atto il 17 dicembre.

L'obiettivo era Giovanni Fagiani, cinquantenne, seniore della Milizia e già comandante della 79ª Legione. Abitava nel comune di Cavriago e stava ritornando a casa in bicicletta. Era in compagnia della figlia Vera, 19 anni, che pedalava accanto a lui. In località Prati Vecchi, il seniore venne affrontato da due ciclisti, in apparenza contadini avvolti nel tabarro per difendersi dall'umidità invernale. Gli spararono e lo uccisero. Mentre Vera si gettava sul padre, tirarono anche su di lei e la colpirono al volto. La ragazza sopravvisse, ma rimase cieca. A Genova il gruppo di Buranello, ormai divenuto il Gap della capitale ligure, il 27 novembre 1943 cercò di intervenire in appoggio agli operai meccanici e ai tranvieri scesi in sciopero.

L'agitazione era stata indetta dal Pci per adeguare il salario al carovita e ottenere l'aumento della quantità di alcuni generi alimentari tesserati. Ma l'aiuto si limitò a un paio di attentati contro i tralicci dell'alta tensione. Più pesante fu l'intervento in occasione del nuovo sciopero deciso tra il 16 e il 20 dicembre. Due fascisti vennero uccisi, forse dai Gap o da altri. Per reazione, le autorità repubblicane fucilarono due operai già in carcere perché trovati in possesso di armi mentre tentavano di sabotare dei tram. La rappresaglia, resa pubblica il 20 dicembre, fece terminare subito l'agitazione.

Il «boss dei boss» che fa il gommista Il sindaco si ribella e scrive a Roma

Corriere della sera

Rocco Barbaro è affidato ai Servizi sociali. Il primo cittadino: «La sua presenza inopportuna e indesiderata»


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«Non Le nascondo, signor ministro, la mia e la preoccupazione dell’amministrazione comunale e dei cittadini che rappresentiamo. Consideriamo inopportuna e indesiderata questa presenza e reclamiamo da parte sua un’azione di ristabilimento e di riconsiderazione di una scelta, a nostro avviso, del tutto sottovalutata anche al fine di recuperare quel clima di fiducia nelle istituzioni e nella loro capacità di presenza». Così il sindaco di Giambattista Maiorano «sfida» il boss della ‘ndrangheta e ritenuto l’attuale reggente della «Lombardia», l’organo di controllo della ‘ndrangheta al Nord, Rocco Barbaro. L’uomo, 48 anni, nato a Platì in Aspromonte, si trova attualmente affidato ai Servizi sociali e lavora come gommista a Buccinasco, la cittadina alle porte di Milano tra i più oppressi dalla presenza dei clan della ‘ndrangheta. Barbaro, figlio di Cicco ‘u castanu, boss della famiglia di Platì, è, secondo le parole intercettate in un’ambientale di Agostino Catanzariti (arrestato dai carabinieri per associazione mafiosa) il «capo dei capi» delle cosche a Milano.

LA LETTERA - Per questo il sindaco di centrosinistra Maiorano, a nome di tutta la giunta, ha chiesto al ministro Anna Maria Cancellieri manifestando il «disagio e la preoccupazione» dell’amministrazione comunale riguardo alla presenza di un personaggio di così alto profilo criminale a Buccinasco: «Caro Ministro, non ci lasci soli. Buccinasco e la sua Amministrazione – scrive Maiorano – sono memori della storia che ha investito la città. L’hanno compresa e con caparbietà intendono uscirne a testa alta con efficaci azioni di contrasto e di vigilanza coerentemente con quanto la nostra gente si aspetta. Non bastano però buone prassi amministrative, iniziative tese a diffondere la cultura della legalità, manifestazioni contro i fenomeni criminogeni della varie mafie, se poi, oltretutto completamente ignorati, qualcuno provvede a rimandarci persone così poco raccomandabili».

RIVEDERE LA DECISIONE - Per il Comune «Le più recenti analisi investigative hanno svelato quale ancora sia il legame pervasivo di queste famiglie e come il soggetto, nonostante le buone intenzioni dell’Amministrazione penitenziaria, sia in grado di governare rapporti e ricostruire ambiti operativi». Proprio per questo, a nome della città, il sindaco Maiorano ha deciso di rivolgersi direttamente al ministro Cancellieri nella speranza che sia rivista la decisione dell’Amministrazione penitenziaria: rieducazione e reinserimento sociale dei detenuti sono obiettivi di civiltà giuridica da condividere pienamente, mai dimenticando l’insegnamento di Beccaria. Risulta tuttavia illogico e inopportuno collocare proprio a Buccinasco un personaggio che potrebbe essere ancora legato alla criminalità organizzata (se non addirittura trovarsi al vertice della ‘ndrangheta in Lombardia).

06 febbraio 2014

Aggressione con una mannaia, paura in Stazione Centrale

Corriere della sera

Arrestato dalla Polfer un algerino di 31 anni, che ha aggredito un tunisino di 39 nel sottopassaggio


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Un algerino di 31 anni è stato arrestato dalla Polfer, a Milano, per il tentato omicidio di un tunisino 39enne, colpito al braccio e al volto con una mannaia da macellaio lunga di 30 centimetri. L’episodio è avvenuto la sera del 4 febbraio, all’interno di uno dei sottopassaggi della Stazione Centrale. L’algerino, grazie alle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza, è stato identificato, catturato e arrestato pochi minuti dopo, con l’accusa di tentato omicidio.

FERITE PROFONDE - L’aggressione è avvenuta in una galleria tra l’ingresso e il piano binari della stazione Fs, ed è stata immortalata da alcune delle 240 telecamere di sorveglianza presenti nello scalo milanese. Abdel Kader Farth, algerino di 31 anni irregolare e con precedenti, senza fissa dimora, ha litigato con il 39enne tunisino e a un certo punto ha iniziato a colpirlo: il ferito è stato medicato all’ospedale Niguarda con oltre 50 punti di sutura soltanto sul viso. I motivi della lite sono ignoti e comunque definiti futili; forse ha giocato un ruolo importante lo stato di alterazione alcolica del ferito e dell’aggressore, entrambi senzatetto e frequentatoriabituali della stazione.



LA SCENA - Le telecamere installate nel sottopassaggio hanno ripreso le fasi dell’accoltellamento: si vede Farth estrarre una grossa mannaia, con la quale si è avventato sul tunisino. Gli agenti hanno assistito alla scena sullo schermo e sono arrivati sul posto in tempo per vedere la via di fuga dell’algerino, fermato poco dopo in via Sammartini dopo una colluttazione in cui è stato disarmato. Il ferito è stato soccorso dal 118 e, una volta medicato, denunciato perché clandestino.

06 febbraio 2014 (modifica il 07 febbraio 2014)

Fuggono in Africa con i soldi dell’Inps Tre indagati per truffa aggravata

Corriere della sera

L’inchiesta della Procura di Padova sul fenomeno delle partite Iva per attività fantasma

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Richard Antwi l’ha pensata così: apro una partita Iva, chiedo i soldi allo Stato e scappo. Gli è andata bene. Ora è in Ghana, nel villaggio ashanti di Jamasi che aveva lasciato nel 1991, e con quei 29 mila euro punta forse a fare il principe. Stessa scelta ha per un suo connazionale, Oscar Owusu, anche lui ghanese, anche lui protagonista di un mordi e fuggi con le casse pubbliche che gli ha fruttato 28 mila euro, incassati e portati in fretta fra le colline della foresta pluviale dell’Africa nera, dicono gli inquirenti.

FINTO KEBAB - Mentre Youssef Mohamed avrebbe scelto il ritorno al suo deserto marocchino per ripartire da zero, o meglio, da quei 18 mila euro versati sul suo conto dall’Inps per finanziare un kebab che nessuno ha mai visto. Tre storie analoghe di altrettanti stranieri, forse solo i primi tre di una lunga lista nella quale potrebbero figurare anche vari italiani, come sospetta la procura di Padova dopo aver aperto in rapida successione diversi, distinti fascicoli. L’ipotesi è quella di una truffa colossale ai danni dello Stato italiano, sulla quale stanno indagando gli uomini della Guardia di Finanza coordinati dal pm Sergio Dini che ha deciso di passare al setaccio i registri delle partite Iva aperte negli ultimi anni per capire quanti sedicenti artigiani e imprenditori hanno ricevuto somme per ditte esistenti solo sulla carta ma di fatto fantasma. Negli uffici delle Fiamme Gialle stanno così affluendo i dati dell’Agenzia delle Entrate e delle Camere di Commercio che gli inquirenti dovranno incrociare.

LA LEGGE - In sintesi: Antwi, Owusu e Mohamed avrebbero ottenuto le somme dall’Inps in modo fraudolento, sfruttando un articolo una legge, la 223 del 1991, che consente l’erogazione di finanziamenti pubblici a chi rimane senza lavoro se avvia una nuova attività. La forma è quella dell’anticipo in blocco dell’indennità di mobilità che altrimenti sarebbe diluita nel tempo. Nel caso specifico stiamo parlando di tre extracomunitari regolari, che hanno lasciato i loro paesi perché lì non vedevano un futuro; tre uomini che hanno lavorato molto e pagato le tasse in Italia, che si sono fatti ben volere a Tombolo, Cittadella e Campo San Martino, nel Padovano, dove hanno vissuto a lungo e dove si sono integrati e dove Antwi ha pure ottenuto la cittadinanza italiana. Tre operai di tre diverse imprese che hanno poi vissuto un dramma comune: il licenziamento. Detto questo, bisogna anche dire che hanno deciso di chiudere la loro esperienza italiana interpretando in un modo decisamente riveduto e scorretto la legge: con una truffa e una fuga.

OSCAR IN GHANA - Partiamo da Owusu. Arrivato dal Ghana nel 1991, operaio della Gs engineering di Galliera Veneta fino al novembre del 2012, una volta ricevuta la lettera di licenziamento non ci ha pensato due volte: ha aperto la sua partita Iva per «commercio al dettaglio di abbigliamento ed accessori», ha quindi chiesto il finanziamento e ha atteso l’incasso. Tre mesi dopo i 28 mila euro erano sul suo conto. «E tre giorni dopo ha chiuso la partita Iva - scrive il magistrato nell’atto di conclusione delle indagini preliminari - percependo così una somma giustificata con l’avvio di un’attività autonoma in realtà insussistente». L’hanno cercato a casa ma Oscar Owusu era sparito. La signora Stragliotto, che abita nel suo stesso condominio di Tombolo, ne è certa: «Oscar lo conoscevo bene, sarà tornato in Africa un anno fa, dopo che l’hanno licenziato. Erano una persona seria, un grande lavoratore». La signora ignora naturalmente la storia del tesoretto. Ma le Fiamme Gialle hanno passato al setaccio i suoi conti e della nuova ditta non ha trovato traccia. «A quell’impresa individuale risultano intestato solo un bloccasterzo da 60 euro, alcuni detersivi e un bagnoschiuma».

ANTWUI E IL BAGNOSCHIUMA - Quasi fotocopia la storia di Richard Antwi, che sembra non conoscesse il suo connazionale. Anche lui operaio, anche lui licenziato a fine 2012, sposato, un figlio. Antwui ha aperto un’attività con questo oggetto: «Vendita di prodotti di pelletteria». Poi ha chiesto i suoi 29 mila euro che l’Inps gli ha accreditato il 18 marzo del 2013 per l’acquisto dei materiali e dei mezzi necessari alla start-up. Ma il 21 marzo Antwui chiude l’attività e scompare. «Saranno sette otto mesi che non lo vedo più - ricorda Renzo Baretta, vicino di casa - So che la moglie e il figlio se n’erano andati prima di lui, in Inghilterra. Li avrà raggiunti lì (per gli investigatori è invece più probabile in ritorno al villaggio ghanese, ndr)». Alla sua impresa di pelletteria risulta intestato un solo acquisto: «Per flaconi di bagnoschiuma». Dieci euro. Che è più o meno la stessa cifra scovata nei conti del kebab di Youssef. In definitiva, sarebbe andata così: il terzetto si è ritrovato improvvisamente per strada, con moglie e figli da mantenere, ha visto l’opportunità offerta dalla leggina, che un po’ suggerisce l’inganno, e ha proceduto.

IL RE DI JAMASI - «Una norma stravangante - l’ha definita lo stesso pm - che consente anticipi medi di 20 mila euro aprendo una semplice partita Iva. Lo spirito sarebbe anche giusto se la cultura fosse quella della legalità. Ma siccome così non è, bisognerebbe almeno rafforzare i controlli preventivi. E così deve intervenire repressivamente la magistratura». Gli inquirenti sorridono immaginando Antwi in una reggia fra le palme e i mango del Ghana. Sarà lui, l’italiano Richard Antwui, il nuovo re di Jamasi.

06 febbraio 2014

Stadio e teatro Scala: tutti i biglietti gratuiti di assessori e consiglieri

Corriere della sera

Il calcio trionfa sulla lirica: a San Siro quasi 11 mila i ticket assegnati, al Piermarini usato solo un ingresso su quattro


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C’è chi preferisce il biglietto gratis per San Siro e chi il posto nel palco della Scala. Il segretario generale del Comune, Ileana Musicò - insieme a molti altri rappresentati di Palazzo Marino - ama sia la Scala del calcio sia la Scala del Piermarini. Ha collezionato 152 biglietti gratuiti per le partite di Milan e Inter (stagione 2012-2013, 2013-2014) e 12 per il Piermarini. Come il consigliere di Ndc, Matteo Forte: 30 biglietti per il tempio della lirica e 168 per la Scala del calcio (ricordiamo che la presenza a San Siro riguarda la grandissima maggioranza dei consiglieri comunali). A rovinare la statistica è l’assessore al Commercio, Franco D’Alfonso. Lui ha optato per la gara agonistica: 153 biglietti per il Meazza e solo 6 per assistere alle rappresentazioni scaligere.

Niente male anche Maurizio Baruffi, capo di gabinetto del sindaco e Gianni Confalonieri, direttore di settore e delegato per Expo: rispettivamente 14 e 37 biglietti per la Scala. Ma la cosa è facilmente comprensibile con l’esigenza di invitare rappresentanti istituzionali ed esteri. In compenso il sindaco Giuliano Pisapia, interista doc, si è limitato a 4 biglietti, poi ha rinunciato al ticket gratis. Forse, ha visto lungo, e ha preferito evitare una lunga agonia sportiva. Inoltre, come presidente della Fondazione Scala, non rientra tra chi deve chiedere un biglietto per assistere a una rappresentazione scaligera e quindi non esiste statistica. Infine, ci sono le eccezioni, quasi delle mosche bianche. Come il rappresentante dei pentastellati, Mattia Calise che ha rinunciato da subito al biglietto per le poltrone rosse del Meazza. O il capogruppo del Pd,Lamberto Bertolè, seguito da David Gentili e Marco Monguzzi. Alternativo il radicale Marco Cappato: non ha rinunciato ai biglietti ma li ha messi online per una riffa popolare.

Ed è proprio a Cappato che si devono i dati di questo articolo. Una battaglia che dura da anni con la pubblicazione su internet di tutte le agevolazioni del Comune: dai pass per le corsie preferenziali, ai pass per la sosta, a quelli per Area C, per arrivare ai biglietti gratuiti per lo stadio e la Scala. Ed ecco venire fuori la rappresentazione plastica di chi siede o bazzica nelle vicinanze di Palazzo Marino. Un popolo di tifosi e di melomani. Per carità, tutto regolare. Anzi, rispetto agli anni precedenti, il ricorso al biglietto gratuito è calato in maniera consistente. Per la Scala, su 3.056 ingressi gratuiti, ne sono stati utilizzati solo 762, gli altri sono stati restituiti al teatro. Per San Siro, la revisione operata dall’assessore Chiara Bisconti, ha destinato due terzi della dotazioni dei biglietti ad associazioni di base, scuole e centri anziani.

07 febbraio 2014

Giochi di Sochi, Letta conferma la sua presenza. Merkel, Cameron, Hollande e Obama disertano

Corriere della sera



Vladimir Putin e Enrico Letta durante il vertice intergovernativo di Trieste, lo scorso novembre. Secondo il portavoce del presidente russo, Dmitri Peskov, il presidente del Consiglio italiano sarà presente alla cerimonia inaugurale di Sochi, il 7 febbraio prossimo. Invitato alla cerimonia inaugurale dei Giochi personalmente da Putin durante l’incontro di Trieste, Letta aveva promesso che avrebbe fatto il possibile per esserci. «A Sochi ribadirò la contrarietà dell'Italia a qualunque normativa discriminatoria nei confronti dei gay, nello sport e fuori dallo sport», ha detto il premier, confermando la sua partecipazione ai Giochi 

 (LaPresse)

 

Gallery a cura di Federica Seneghini @fedesene

Sparita la pietra di don Pietro Pappagallo il prete del film «Roma città aperta»

Corriere della sera

Era stata posizionata in via Urbana 2, di fronte all’abitazione dove era stato prelevato dalle SS e portato alle Fosse Ardeatine


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ROMA - Non c’è più la pietra d’inciampo per don Pietro Pappagallo, il sacerdote ucciso alle Fosse Ardeatine. Nel gennaio del 2012 era stata posizionata con una cerimonia molto affollata in via Urbana 2, di fronte all’abitazione da cui era stato prelevato il sacerdote denunciato da una spia nel gennaio del ‘44. È scomparsa di nuovo, per la seconda volta.

NON TROVATA DALLA SCOLARESCA - Posizionata nel gennaio 2012 era infatti stata tolta durante dei lavori stradali da una ditta che operava per conto dell’Italgas. Quando ne era stata denunciata la scomparsa, nel marzo di due anni fa, una rapida indagine del presidente del I Municipio Orlando Corsetti aveva scoperto che la pietra era finita in un magazzino. Poi quindici giorni dopo era stata ricollocata di fronte alla porta del civico 2 di via Urbana. E ora ci risiamo: la pietra per il sacerdote che ha ispirato Rossellini in «Roma città aperta» e commissionato da don Francesco Pesce, parroco della chiesa Santa Maria ai Monti, è di nuovo scomparsa. A scoprirlo è stata la scuola Mazzini che durante un «giro della memoria» non ha trovato la pietra al suo posto.

REALIZZATA IN GERMANIA - Il delegato alla memoria della scuola l’ha segnalato ad Adachiara Zevi, curatrice dell’operazione «Pietre d’inciampo» con l’artista tedesco Gunter Denmig, e la Zevi ne ha chiesto conto alla presidenza del I Municipio retto oggi da Sabrina Alfonsi. Non è ancora chiaro se siano stati effettuati nuovi lavori nella strada e da chi, in ogni caso la presidenza del Municipio ha promesso di farsi carico della realizzazione di una nuova pietra che come tutte le altre viene realizzata da Denmig attualmente in Germania. Tutto ciò alla vigilia dell’imminente appuntamento del 25 marzo per la commemorazione della strage delle Fosse Ardeatine.

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«DUE VOLTE, CHE SCIATTERIA» - Molto dispiaciuto appare don Francesco Pesce che aveva commissionato e finanziato, con 120 euro, la realizzazione della prima pietra d’inciampo. Santa Maria dei Monti di cui è parroco fu durante l’occupazione nazista sede della Confraternita dei Catecumeni e Neofiti. In quella struttura religiosi e religiose di vari ordini si distinsero per l’asilo e la protezione offerti ai perseguitati. «La pietra era stata ricollocata, certo – spiega don Francesco Pesce -, poi non saprei bene quando è scomparsa di nuovo. Penso per dei lavori di cui ora non c’è più traccia in via Urbana. Francamente mi sembra una vicenda talmente assurda. Una volta, passi...ma due volte, che sciatteria...». Intanto la presidenza del I Municipio ha deciso di accollarsi il costo del ripristino, sempre che da qualche magazzino non esca fuori la pietra prelevata. «Non ci risultano lavori per conto del municipio in via Urbana – dicono dalla Presidenza -. Forse qualche azienda di servizi...». Il prete impersonato al cinema da Fabrizi potrà essere ricordato in via Urbana 2 nel giorno anniversario della sua morte?

06 febbraio 2014

Su Facebook a mia insaputa. Non ci sto

Corriere della sera

Claudio Magris e il «diritto alla disabilità digitale» per non entrare nel partito invisibile

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L’articolo 20, comma 2, della nostra Costituzione sancisce il diritto di non partecipare, di far parte ma anche di non far parte di alcuna associazione. Certamente esso nasce, all’indomani della caduta della dittatura, dalla preoccupazione di tutelare il cittadino dai regimi totalitari che lo obbligano ad iscriversi a tutte le organizzazioni possibili del Partito-Stato, a cominciare naturalmente da quest’ultimo; Figli della Lupa, Balilla, Komsomol sovietico, Hitlerjugend e via dicendo. Oggi quel tipo di coercizione non sussiste più, tranne che in pochissimi Paesi; non è obbligatorio iscriversi ai circoli di partito né si paga una penale se non ci si iscrive, penale che comunque, ove fosse prevista, varrebbe la pena di pagare.

Ma quell’articolo della Costituzione è oggi più che mai valido, per tutt’altre ragioni; è uno scudo che protegge da pericoli e aggressioni diverse. Viviamo in una eclatante contraddizione. Da un lato si rivendica, in ogni campo, il valore della diversità, si riconoscono diritti e pari dignità a categorie e a culture prima ignote o conculcate. Dall’altro si impongono, esplicitamente o subliminalmente, comportamenti, gusti, abitudini eguali per tutti e obbligatori per tutti.

Siamo incalzati da un bombardamento incessante che chiede di aderire a tutte le sigle e sette possibili: Acat, Lapet, Aiesec, Fipe, Arci, Fib, Uisp, iscriviti all’Anepla, associati all’Acosma, aderisci alla Fidapa, per ogni sigla c’è un numero di telefono, un email, una richiesta imperiosa R.S.V.P. e se non vi piace rispondete lo stesso, non siamo più nel paradiso terrestre e la vita non è un divertimento bensì un tetro dovere. In tal modo la società contemporanea - che ha creato grandi libertà politiche, economiche e sociali, impensabili in passato - elabora sofisticatissime tagliole che le ledono.

Tutti devono leggere gli stessi libri, discutere gli stessi problemi, partecipare agli stessi eventi. Chi non lo fa, è un asociale che va ricondotto alla norma anche contro la sua volontà, un clochard che viene obbligato a indossare lo smoking. Ne ho avuta esperienza diretta scoprendo di essermi iscritto a Facebook, cosa che non ho fatto né mai avuto intenzione di fare, anche perché non so usare gli strumenti dell’universo digitale, le mie dita sono in tal senso atrofizzate come quelle di un esploratore polare assiderato. Pure quella notizia, cui da solo non avrei potuto accedere, mi è stata comunicata da qualcuno che invece fa parte di quel mondo.

Non ho nulla di cui lamentarmi; non c’è stato alcun uso scorretto di quella falsificazione, nessun cattivo scherzo. Forse chi l’ha fatto pensava di farmi un regalo, come si regala un abbonamento alla stagione lirica. Anche in questo caso, tuttavia, sarebbe bene informarsi se il beneficiario è un amante dell’opera o del rap. Ma credo si sia trattato di un richiamo all’ordine, di un’iscrizione d’ufficio di qualcuno colpevolmente riluttante al dovere di prendere la tessera. Rivendico il diritto alla mia disabilità digitale; i problemi che essa può crearmi nel mio lavoro sono fatti miei, e non ho bisogno di generosi soccorritori simili a quei boyscout della barzelletta che aiutano una vecchietta ad attraversare la strada, anche se la vecchietta non aveva alcuna intenzione di attraversarla.

Bisognerebbe distribuire copie di quell’articolo della Costituzione a tutti, proclamarlo alla tv; ricordare il diritto di non partecipare a convegni, cortei, mozioni, assemblee, iniziative, comitati, gruppi di lavoro, associazioni. Alcune di queste iniziative sono generose e chi vi sacrifica il tempo della sua vita - andare a spasso, chiacchierare, fare l’amore, andare al mare, passeggiare - va ammirato, ma nessuno può essere obbligato a seguire il suo esempio, così come chi ammira la castità di San Luigi Gonzaga non è perciò obbligato a imitarlo.

Rispetto i filatelici, ma rivendico il diritto di infischiarmi dei francobolli; è lodevole lo studente che partecipa alle assemblee, ma chi ne approfitta per andare invece a zonzo non può essere criticato né tantomeno costretto a prendervi parte. C’è un Partito Invisibile che vorrebbe far indossare a tutti la stessa camicia, come un tempo la camicia nera, e lo fa in modo subdolo e insidioso. Forse il meccanismo del mondo è essenzialmente un congegno escogitato per impedire alla gente di andare a spasso, così, senza meta, come i cani per le strade di Parigi nel vecchio film di Tati, Mon oncle - un cammino più dignitoso e più libero di ogni marcia.

06 febbraio 2014

Sofri ama l’auto blu del governatore amico

Fabrizio Boschi - Gio, 06/02/2014 - 09:02

Da gennaio 2012, Adriano Sofri e il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi sono inseparabili

Due giorni dopo aver finito di scontare la pena il 16 gennaio 2012, Adriano Sofri è partito per l'Isola del Giglio, dove, insieme al presidente della Regione Toscana Enrico Rossi (insieme nella foto), per assistere ai soccorsi dopo il naufragio della Concordia, che poi ha raccontato in un articolo per Repubblica.

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Da allora non si è più fermato. I due «amiconi» si sono sempre visti arrivare insieme sui teatri delle più brutte sciagure toscane. Erano insieme anche il giorno della morte di sette cinesi, cinque uomini e due donne, a causa di un incendio nella zona industriale del Macrolotto di Prato. Erano insieme l'altro ieri, a Volterra, per visionare le mura medievali crollate a causa del maltempo. Sofri è addirittura sceso dall'auto blu del governatore. Quando si dice unione di vedute...

Buemi: abolire la Camera, non il Senato I veri privilegiati sono i dipendenti

La Stampa

marco bresolin

Il senatore del Psi ha presentato un disegno di legge che cancella Montecitorio “Tagliare gli stipendi? Per stare a Roma spendo 80 euro a notte in un B&B...”


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Renzi e Berlusconi voglio abolire il Senato. Enrico Buemi, senatore del Partito Socialista, non è d’accordo e ha depositato un disegno di legge: «Anziché il Senato, aboliamo la Camera».

Senatore, che fa: provoca?
«La discussione sulle riforme costituzionali è incentrata solo sui risparmi e non sulla funzionalità degli organi. Renzi dice: bisogna risparmiare, tagliamo il Senato. E allora io dico: perché non aboliamo la Camera che costa molto di più?».

Dove vuole arrivare?
«Voglio che si rifletta e che si faccia molta attenzione alle decisioni che saranno prese, senza fare tagli indiscriminati. Anche perché, con una sola Camera, bisognerà introdurre dei meccanismi di salvaguardia. Per esempio sarebbe il caso di fare una seconda votazione a 15-20 giorni dalla prima approvazione».

Che senso avrebbe far rivotare una legge alla stessa Camera?
«La discussione che si scatena dopo l’approvazione di un provvedimento consente una valutazione più complessiva per noi parlamentari».

Sta dicendo che voi votate una legge e poi ve ne pentite?
«Diciamo che spesso sarebbe necessaria una nuova valutazione».

A lei è capitato, nella sua vita parlamentare, di votare e poi di rendersi conto di aver sbagliato?
«Sì, dal punto di vista tecnico sì. Può capitare».

E quindi i cittadini dovrebbero fidarsi di voi, che sbagliate a votare?
«Ma i cittadini non sbagliano mai nella loro attività professionale? Sbagliano anche loro, eccome. E allora possiamo sbagliare anche noi».

Ma voi non dovreste essere migliori dei cittadini?
«Smettiamola con questa storia. Noi siamo uguali ai cittadini. Con le nostre competenze e incompetenze, con i nostri ritardi e le nostre puntualità. Siamo l’espressione della società con tutti i suoi pregi e i suoi difetti: tra di noi c’è il meglio della società e il peggio della società».

E i senatori sono meglio dei deputati?
«Non è quello il fatto. Però, oltre alla questione del risparmio, ce n’è una di merito: il Senato ha regolamenti interni più snelli, alla Camera sulla questione di fiducia si va avanti anche per 24 ore… Comunque io nella mia proposta di legge intervengo anche su altre questioni. Come quella delle spese del Parlamento: il vero spreco è per le forniture e per i dipendenti».

I dipendenti del Parlamento guadagnano troppo?
«Sfuggono a tutte le regole a cui sono sottoposti gli altri dipendenti pubblici. Non sono nemmeno sottoposti alle normali regoli del diritto del lavoro».

Sta dicendo che sono dei privilegiati?
«I dipendenti di questi organi costituzionali sono privilegiati rispetto alla normativa vigente per gli altri dipendenti pubblici».

Voi senatori non lo siete?
«Ma il nostro stipendio è fissato per legge, non in modo arbitrario dall’organo di appartenenza. E poi negli anni passati è già stato ridotto di 1.500 euro netti al mese. Netti, ripeto: netti».

Perché allora, anziché ridurre i parlamentari, non vi dimezzate lo stipendio?
«Io dal punto di vista teorico sarei d’accordo con la riduzione degli stipendi. Ridurre il numero dei parlamentari , invece, è sbagliato, perché riduce la rappresentanza e il rapporto cittadino-elettore».

Perché non restituisce parte dello stipendio come fanno i suoi colleghi del Movimento Cinque Stelle?
«Ma la nostra indennità è di cinquemila euro al mese...».

Più i rimborsi spese...
«Ma dovremo pur pagare i nostri collaboratori o no? Quei soldi vanno a loro, sono documentati».

Poi c’è la diaria…
«Io sono di Torino. E a Roma, cinque giorni a settimana, non ci stai gratis... Solo di pernottamento spendo 80 euro al giorno. E sto in un bed & breakfast, mica in un albergo di lusso…».

Certo non è economico…
«Ma quelli sono i prezzi di Roma. Meno di 30-35 euro per pasto non riesco a spenderli. Alla buvette pago lo stesso prezzo che nei bar di Roma, così come dal barbiere. Sono tutte balle quelle di chi dice che abbiamo un trattamento agevolato».

Ma non è che lei fa tutto questo perché, da senatore, non vuole rinunciare al suo ramo del Parlamento?
«Guardi, ho 67 anni e ho già fatto tre legislature. Non sto lavorando per il mio tornaconto personale: il mio obiettivo è che il mio Paese abbia degli organismi democratici funzionali».

Twitter @marcobreso

Usa, il peggior deputato della storia si arrende: “Non mi ricandido”

La Stampa

paolo mastrolilli

Robert Andrews durante i 23 anni passati alla Camera, ha presentato ben 646 proposte di legge. Significa circa trenta all’anno, quasi tre al mese. Eppure, non è riuscito a coagulare il consenso della maggioranza dei suoi colleghi neppure su una di esse: “Basta, mi dedicherò alla mia famiglia”


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Il peggior deputato nella storia degli Stati Uniti si arrende: Robert Andrews, che durante gli ultimi 23 anni ha rappresentato il New Jersey nelle file del Partito democratico, non si candiderà alle elezioni Midterm di novembre. La ragione, però, non sta nel fatto che durante tutta la sua carriera non è riuscito a far approvare neppure una legge. E nemmeno nell’inchiesta che pende sulla sua testa, per violazione delle regole etiche del Congresso. Il problema è solo che vuole passare più tempo con la sua famiglia, e assicurare il futuro economico dei suoi figli, per cui ha accettato di guidare lo studio legale Dilworth Paxson.

Non è che Andrews non ci abbia provato. Durante i 23 anni passati alla Camera, ha presentato ben 646 proposte di legge. Significa circa trenta all’anno, quasi tre al mese. Eppure, non è riuscito a coagulare il consenso della maggioranza dei suoi colleghi neppure su una di esse. Qualche volta ci è andato proprio vicino, quando aveva presentato testi praticamente identici a quelli avanzati al Senato da parlamentari noti, forti e popolari. In queste occasioni, però, le leggi approvate avevano finito per portare i nomi dei senatori noti, forti e popolari che le avevano proposte, dimenticando il povero Andrews.

Lui ci ha provato in tutti i modi, spaziando dalle relazioni fra gli Stati Uniti e Taiwan, fino ai dazi per il commercio internazionale della liquirizia. Ha fatto leva sui sentimenti paterni e materni dei colleghi, cercando di cambiare le regole per la cucitura dei pigiami dei bambini, ma neppure su questo terreno ha avuto successo.

Andrews però è un ottimista per natura, e quindi non si è lasciato abbattere. Secondo lui sarebbe sbagliato giudicarlo in base al numero delle leggi che ha fatto approvare in favore dei suoi elettori, perché il suo impatto politico è stato assai più vasto di un semplice testo. Ha capito come funziona la macchina di Washington e l’ha sfruttata a suo vantaggio, portando l’attenzione dei colleghi su idee che poi sono fiorite in provvedimenti più ampi, presentati da altri parlamentari. Lui è contento così, felice di aver almeno indirizzato il dibattito. E chi si accontenta gode, anche in politica.

Consegnate le firme contro il processo all’ufficiale che aveva assistito una gatta in Kosovo

La Stampa

Il militare medico aveva portato aiuto a una micia partoriente. La donna è stata accusata di insubordinazione “per non aver rispettato il divieto firmato dal comandante della base di avvicinare animali randagi ”.


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Sono state consegnate, «presso il Ministero della Difesa alla Segreteria del Sottosegretario di Stato a Roma, le firme raccolte sulla piattaforma Firmiamo.it di sostegno all’ufficiale medico Barbara Balanzoni, accusata di insubordinazione per aver assistito una gatta partoriente in pericolo di vita durante la missione militare italiana in Kosovo».

La gattina, aveva raccontato il militare bolognese, era in difficoltà durante il parto e rischiava la vita. Grazie al suo intervento la micia e uno dei suoi piccoli erano sopravvissuti. Purtroppo, però, il gesto dell’ufficiale medico italiano era stato punito con cinque giorni di consegna per “disobbedienza aggravata continuata per non aver rispettato il divieto firmato dal comandante della base di avvicinare animali randagi ”. Fatto emerso perché la gatta aveva graffiato la dottoressa e si era poi resa necessaria un’iniezione di vaccino antirabico. Il capo d’accusa di non aver obbedito all’ordine rientra anche tra altri dai quali la dottoressa è chiamata a difendersi nel processo militare che la vedrà imputata in un procedimento la cui prima udienza è prevista per il 7 febbraio.

Ma l’accusa è stata accompagnata dall’indignazione delle 177.869 persone che hanno sottoscritto, su tre diverse piattaforme, le petizioni a sostegno della Balanzoni.

«Un incontro cordiale e ricco di partecipazione che ci fa ben sperare in una sensibile attenzione a favore di un ufficiale che si è distinto per una scelta di civiltà e di dovere professionale verso un essere sofferente», ha commentato Carla Rocchi, presidente nazionale dell’Enpa. «Speriamo di veder trionfare il buon senso -ha aggiunto Marco Bravi, responsabile comunicazione dell’Enpa- con la caduta delle accuse da parte di chi ha promosso il procedimento. L’eventuale proseguimento dello stesso non potrà certamente giovare all’immagine dell’Esercito Italiano, che invece in altre occasioni ha affiancato Enpa in operazioni in cui si è distinto per un’elevata sensibilità anche nei confronti degli esseri senzienti non umani».

L’iniziativa ha visto anche «il sostegno della sen. Silvana Amati, che a suo tempo aveva già presentato sul caso un’interrogazione parlamentare al Ministro della Difesa, chiedendo che l’operato della Dott.ssa Balanzoni venga sostenuto. L’interrogazione è stata svolta ieri durante la seduta della Commissione Difesa al Senato, durante la quale il Sottosegretario Pinotti ha riferito sul caso». La sen. Silvana Amati ha dichiarato: «Mi auguro che il significativo sostegno mostrato dall’opinione pubblica possa portare, nell’immediato, a un favorevole epilogo della vicenda con l’auspicato ritiro delle accuse e, in futuro, ad adeguare la normativa alla diffusa sensibilità nei confronti degli animali ed allo spirito dell’art. 13 del Trattato di Lisbona, che riconosce gli stessi come esseri senzienti». 

Ecco la presa perfetta per l’hamburger

La Stampa

lorenza castagneri

Un team di ricercatori giapponesi ha scoperto come tenere le dita per evitare la fuoriuscita di salse e insalata




il segreto consiste ne tenerle pollice e mignolo nella parte inferiore

Addentare un hamburger può essere pericoloso. Non per la dieta. Grassi e calorie non c’entrano. Ne va della vostra camicia. Se non volete ritrovarvi con una bella macchia di ketchup che nemmeno la giacca riesce a coprire, forse fareste meglio a leggere qui. Squillino le trombe, rullino i tamburi: c’è il metodo perfetto per gustare il mitico panino senza sporcarsi o incappare in altri piccoli ma spiacevoli incidenti.

Lo ha messo a punto un gruppo di ricercatori giapponesi arruolati dagli autori dello show televisivo «Honma Dekka». Ingegneri, odontoiatri ed esperti in meccanica dei fluidi. In quattro mesi hanno scoperto che il segreto sta tutto in come si afferra l’hamburger.

Quasi tutti mettono il pollice sotto il panino e le altre dita sopra. Sbagliato. Così si favorisce la fuoriuscita di salse e insalata. Il team di scienziati ha sperimentato altri modi. Il migliore è risultato quello dove pollice e mignolo sono sulla parte inferiore mentre le altre dita su quella superiore: uno al centro e indice e anulare sui bordi. In questo modo l’hamburger si afferra in modo uniforme e nulla potrà sfuggirvi. Fate attenzione a non stringere troppo, se no il contenuto può fuoriuscire dal retro.

E poi, prima di cominciare ad addentare, riscaldate i muscoli aprendo e chiudendo la bocca un paio di volte. Roba da allenarsi un mese prima di riuscirci. «E così si perde anche metà del gusto di mangiare. Del resto, il bello dell’hamburger sta anche nel leccarsi le dita piene di maionese quando la carne è finita», commenta Graziano Scaglia, cofondatore a Torino di M**Bun, la catena di agri-hamburgherie che utilizza solo prodotti Made in Piemonte.

Che ci gioca su: «Sono pronto a mettere a disposizione i miei panini per la scienza. Se si può fare qualcosa per risolvere queste seccature, io ci sto». Del resto Scaglia Co. avevano già escogitato un sistema per salvare camicie e pantaloni. Loro, l’hamburger, lo consegnano in un sacchetto. Non solo: hanno dotato i bagni di uno smacchiatore. «Ma i clienti non lo utilizzavano. Il sacchetto evidentemente era stato utile». Ora dal Giappone potrebbe essere arrivata la soluzione definitiva. 

La Turchia mette il bavaglio a internet

Corriere della sera

di Marta Serafini


Una brutta notizia per la libertà di informazione e della rete. La Turchia approva una delle leggi più restrittive e oscurantista che sia mai stata scritta.
Il parlamento turco ha votato in nottata un controverso pacchetto di norme sostenute dal governo di Recep Taiyyp Erdogan che rafforza il controllo dello Stato su internet. Il via libera era scontato poiché il partito islamico di Erdogan dispone della maggioranza assoluta.

Le nuove norme sono state bollate come liberticide da diverse ong, associazioni di giornalisti e dall’opposizione turca, che accusa il premier di voler nascondere gli scandali di presunta corruzione che stanno investendo figure vicine al potere.
Il testo appena approvato consentirà in particolare all’autorità governativa per le telecomunicazioni (Tib) di bloccare – anche senza un provvedimento della magistratura – siti web che diffondano contenuti ritenuti tali da violare «la vita privata» delle persone e informazioni giudicate «discriminatorie o calunniose». Il Tib potrà inoltre richiedere ai gestori di fornire l’accesso a dati per risalire ai siti visitati da ciascun internauta. Dati che le autorità potranno poi tenere archiviati fino a due anni, anche in assenza di procedimenti giudiziarie.

Questi elementi hanno fatto gridare allo scandalo gli oppositori, secondo i quali si tratta di misure volute dal governo Erdogan – alla vigilia di una delicata tornata elettorale amministrativa – sia per intimidire le voci ostili presenti nella rete, sia per frenare la circolazione delle notizie e dei sospetti sulla cosiddetta Tangentopoli turca: notizie e sospetti che proprio sul web hanno trovato finora spazi di diffusione piuttosto liberi. Il partito di Erdogan (Akp) ha invece difeso l’iniziativa giustificandola come una forma di tutela nei confronti della privacy dei cittadini e delle persone più esposte, a cominciare dai bambini.

La Turchia già prima di questa riforma aveva una normativa considerata da aziende come Google fra le più restrittive al mondo per internet, quasi al pari della Cina.E c’è da sperare che questo esempio non venga seguito anche da altri paesi. In realtà questo Paese è uno dei mercati europei più grandi per quanto riguarda il pubblico online. Come mostrato in questo grafico è il settimo mercato a livello mondiale per Facebook e l’undicesimo per Twitter.



Il tutto però a fronte di una libertà di stampa davvero bassa, che vede Ankara al 154esimo posto su 179 (l’Italia è al 57esimo posto)


Twitter @martaserafini

Spreco alimentare: gli italiani hanno imparato a non buttare

Corriere della sera

di Nicoletta Pennati - 03 febbraio 2014

Gli italiani sono diventati più bravi: fanno più controlli sulle scadenze e mettono meno cibo in tavola. Ma si può fare di più. In occasione del 5 febbraio, "Giornata di prevenzione dello spreco alimentare", ecco il decalogo da adottare


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Quanto cibo avete buttato oggi? Provate a pensarci. Una mela ammaccata? Uno yogurt scaduto? Capita a tutti. In media, in Italia, ogni settimana finivano nella spazzatura circa 200 grammi di cibo a famiglia. Nel 2013. In questo inizio 2014 invece, complice la crisi, le abitudini stanno cambiando: il 52 per cento degli italiani spreca meno alimenti. I dati arrivano dal primo sondaggio 2014 di Waste Watcher, l'Osservatorio di Last Minute Market, lo spin off dell'Università di Bologna che sviluppa progetti per il recupero di beni invenduti.
L'obiettivo delle famiglie è “contingentare” il costo dello spreco domestico. Per questo, probabilmente, hanno smesso di irrigidirci davanti alla data di scadenza dei prodotti: oggi il 63 per cento degli intervistati dichiara che, quando il cibo è scaduto, controlla se effettivamente è andato a male oppure è ancora buono, e cerca comunque di riutilizzarlo. Un'attenzione che si riverbera nelle abitudini di acquisto: mai o raramente gli italiani acquistano prodotti che non piacciono e sono quindi a rischio spreco (70 per cento), comperano confezioni troppo grandi (64 per cento), comprano cibo che va a male (63 per cento) o fa la muffa (62 per cento), esagerano nel fare la spesa (59 per cento) o cucinano troppo cibo (58 per cento).

Un trend che è un buon auspicio per la prima Giornata di prevenzione dello spreco alimentare in Italia, in programma mercoledì 5 febbraio, istituita dal neonato PINPAS, Piano Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti Italiano, adottato dal Ministero dell'Ambiente con decreto direttoriale del 7 ottobre 2013 e fortemente voluto dal ministro Andrea Orlando. Primo atto concreto sarà la convocazione, a Roma, gli Stati Generali di prevenzione dello Spreco Alimentare, una vera e propria Consulta composta da enti, associazioni, organizzazioni e imprese. Tutti saranno chiamati a esprimere indicazioni e buone pratiche per ridurre gli sprechi di cibo e la produzione di rifiuti. A capo dei lavori ci sarà il professor Andrea Segré (nella foto) direttore del Dipartimento di Scienze e tecnologie Agro-Alimentari dell'Università di Bologna, presidente di Last Minute Market, promotore della campagna europea Un anno contro lo spreco e coordinatore del PINPAS.

Ecco i Dieci Consigli Intelligenti per non sprecare che Andrea Segré ha incluso nel suo libro Spreco, collana Gemme, Rosenberg & Sellier che uscirà il prossimo aprile:
 
1.La spesa "pensata". La lotta allo spreco di cibo inizia con la scelta e la programmazione degli acquisti e dei pasti. Una delle cause più frequenti di spreco di cibo sono gli acquisti sbagliati, frettolosi e eccessivi, guidati dalle offerte 3x2 dei supermercati, dalle confezioni “maxi-risparmio” o dagli sconti su prodotti deperibili come frutta e verdura. Prima di fare la spesa, bisogna controllare bene cosa serve e cosa si ha già (curarsi dalla “sindrome della dispensa vuota”). Fare una lista delle cose da acquistare, in base alle reali esigenze, può aiutare ad evitare acquisti inutili che potrebbero trasformarsi presto in rifiuti. Bisogna inoltre evitare di andare al fare la spesa a digiuno, le tentazioni potrebbero aumentare. Infine sarebbe utile pianificare i pasti che si prepareranno durante la settimana.

2.Occhio alla stagionalità. Negli acquisti, soprattutto di frutta e verdura, bisogna seguire la loro stagionalità e l'origine del prodotto. Non essendo soggetta a lunghi tempi di trasporto, e a diversi passaggi lungo la filiera della logistica, l'ortofrutta offre maggiori garanzie di freschezza e di durata, ed è più difficile che finisca tra i rifiuti. La piccola distribuzione, pur imponendo in linea di principio acquisti più frequenti, naturalmente se questo è possibile nell'economia familiare, aiuta indirettamente a mettere in relazione quantità e qualità: diminuendo la prima può aumentare la seconda.

3. Frigorifero: usa il ripiano giusto. Il passo successivo, dopo la spesa, è scartare le confezioni - altri scarti, gli imballaggi - e riporre la spesa nel frigorifero: elettrodomestico che serve, o dovrebbe servire, alla preservazione degli alimenti mediante la bassa temperatura. Bisogna fare attenzione al ripiano giusto dato che la temperatura non è omogenea. Così, dal basso all'alto mettiamo: frutta e verdura cruda (6°C); pesce e crostacei, carne cruda (0/2°C); pesce e carne cotta, insalata prelavata, piatti cucinati, pasticceria fresca, panna (2/3°C); affettati, carni, formaggi (3/4°C); uova, conserve aperte (4/%°C). Inoltre è utile far ruotare i prodotti, mettendo davanti quelli più deperibili e a breve scadenza. Molto spesso i prodotti lasciati “indietro” tendono a marcire o a scadere in frigo andando ad aggiungersi ai rifiuti.

4.Freezer: porziona prima di congelare Molti prodotti alimentari possono essere congelati senza particolari problemi per prolungarne la durata nel tempo e mantenerne la freschezza. Possiamo congelare i prodotti freschi, il pane e gli avanzi già porzionati - soprattutto quando le porzioni sono eccessive - se non abbiamo la possibilità di mangiarli prima che vadano “a male”. In questo modo potranno essere consumati nei giorni successivi. Vale la pena annotare sul sacchetto o sul contenitore il contenuto e il giorno.

5. In dispensa: conserva in sicurezza. A parte la scelta dei prodotti in base alla confezione che dovrebbe essere la più sicura e leggera possibile, capita spesso di dover buttare prodotti come farina, pasta, legumi, cereali, in alcuni casi con la confezione ancora chiusa nel momento in cui ci accorgiamo che il prodotto è stato contaminato da quegli animaletti che comunemente chiamiamo farfalline o tignole della farina. Prevenire è possibile, mantenendo pulita la dispensa e conservando questi prodotti in contenitori rigidi (ad esempio in vetro o in plastica). Le farfalline infatti, sono in grado di forare le normali confezioni in plastica utilizzate per l'imballaggio dei prodotti alimentari.

6. Controlla bene le etichette. Vanno sempre lette perché rappresentano la carta di identità degli alimenti. Particolare attenzione bisogna prestare alle scadenze e al loro significato reale. “Da consumare entro il ....” significa che l'alimento è idoneo al consumo solo fino al giorno indicato (come per il latte, lo yogurt) sapendo che c'è per tutti i prodotti un minimo di tolleranza. Mentre “da consumarsi preferibilmente entro il …” indica la data fino alla quale il prodotto conserva le sue qualità specifiche. In questo caso, gli alimenti risultano idonei al consumo anche successivamente al giorno o mese indicato. Non vanno gettati via. In tutti i casi bisogna sempre verificare il contenuto usando /il nostro primo laboratorio sensoriale: vista, olfatto, gusto…e naturalmente il buon senso.

7. Cucina solo il giusto. Cucinare in eccesso, porta spesso a dover gestire avanzi che non siamo in grado o che non abbiamo voglia di consumare nei giorni successivi e che finiscono poi direttamente nel bidone della spazzatura. Quando cuciniamo bisogna fare sempre attenzione alle quantità.

8. Manutenzione corretta. Frigo e fornelli vanno non solo collocati nella posizione giusta in cucina ma anche puliti e mantenuti con regolarità. La manutenzione è un arte che fa aumentare la durata nel tempo dei nostri beni, anche gli elettrodomestici.

9. Scopri le ricette della cucina degli scarti. Per riutilizzare gli alimenti avanzati e gli scarti alimentari esiste ormai una “letteratura” sterminata: in questo campo non c'è nulla inventare ma soltanto da provare. Si può dividere la cucina degli scarti (bucce di patata, gambi di spinaci, insalata appassita, latte cagliato, teste di pesce) da quella propriamente degli avanzi (riso, pane, carne).

10. Condividi il cibo avanzato. Se è troppo e non si può congelare o riciclare, il cibo può essere condiviso immediatamente con amici e vicini di casa. È anche un modo per creare occasioni di scambio, convivialità e socialità. Non a caso si stanno sviluppando molte app che facilitano soprattutto nei grandi centri urbani la condivisione del cibo (foodsharing).



"Contro lo spreco facciamo così"

Corriere della sera


Susanna Tamaro, Giobbe Covatta, Maite Bulgari e Vincenzo Balzani fanno parte della task force del Ministero dell'ambiente per studiare "buone pratiche". Ecco cosa fanno in concreto nel loro privato. 

di Nicoletta Pennati - 04 febbraio 2014


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La scrittrice Susanna Tamaro, il chimico Vincenzo Balzani, la regista Maite Carpio Bulgari, attiva nella solidarietà e fondatrice dell'onlus Agenda Sant'Egidio, l'attore e scrittore Giobbe Covatta, da sempre impegnato in iniziative di solidarietà. Sono la "task force" convocata da Andrea Segré, presidente di Last Minute Market per mettere a punto strategie operative anti spreco per il Ministero dell'ambiente grazie al PINPAS, Piano nazionale di prevenzione dello spreco alimentare. Ecco cosa fa ognuno di loro, in prima persona, per evitare sprechi e sensibilizzare sul tema.

SUSANNA TAMARO, 56 anni, triestina, vent'anni dopo Il grande successo editoriale di Va' dove ti porta il cuore, ha appena pubblicato Illmitz (Bompiani). «Personalmente, sono stata educata a considerare il cibo una realtà da rispettare. Vivendo poi da venticinque anni in campagna, ho cercato di non sprecare mai niente. Coltivo l'orto e il frutteto, oltre ad avere le api e le galline. La maggior parte del cibo che consumo, lo produco in casa, dedicando parecchio tempo alla sua conservazione, surgelando, trasformando, e essiccando. Il freezer, in questo, ha un ruolo fondamentale.

Quello che non va ai cani, ai cavalli e alle galline viene destinato al compost, trasformandosi così, dopo qualche mese, in un ottimo fertilizzante per le mie coltivazioni. Alcuni consigli, però, posso darli a chi non ha la fortuna di vivere in campagna come me. Innanzi tutto, controllare sempre quello che c'è in dispensa e fare una lista ragionata di quello che veramente manca e di quello che, di lì a poco, mancherà. Poi, tenere in ordine il frigo, non sovraccaricandolo e mettendo in evidenza le cose più prossime a scadere. Preferire sempre i prodotti semplici, rispetto a quelli elaborati. Pasta integrale, riso, farina di mais, tutti i tipi di legumi - che sono alla base della nostra alimentazione - oltre a frutta e verdura, preferibilmente di stagione. La parola d'ordine, al di là della crisi che ci costringe comunque a modificare i nostri consumi, deve essere sempre: sobrietà. Sobrietà nella quantità, nella qualità e nel gusto.

La sobrietà fa bene alla salute, fa bene al portafoglio e fa bene all'ambiente. Stare poi attenti - a meno che non si abbia una famiglia davvero numerosa - a resistere alle offerte multiple nei supermercati, che spesso si rivelano essere dei boomerang. E poi da ultimo, moderare i desideri dei bambini davanti ai banchi del supermercato. Spesso i nostri figli sono vittime inconsapevoli della pubblicità televisiva che li spinge a desiderare cibi inutili e dannosi per la loro salute. Se poi si hanno degli animali in casa, dei cani, ad esempio, il problema degli sprechi è davvero risolto, perché loro, ad eccezione delle bucce di banane e di arancio, sono felici di mangiare quasi tutto quello che noi potremmo buttare».



"Contro lo spreco facciamo così"

Corriere della sera

di Nicoletta Pennati - 04 febbraio 2014

Susanna Tamaro, Giobbe Covatta, Maite Bulgari e Vincenzo Balzani fanno parte della task force del Ministero dell'ambiente per studiare "buone pratiche". Ecco cosa fanno in concreto nel loro privato.


GIOBBE COVATTA, 57 anni, comico e scrittore, di origini pugliesi, ma cresciuto a Napoli, abita a Roma da tanti anni ed è testimonial della Campagna contro gli sprechi alimentari. Dal '94 collabora con Amref, African Medical and Research Foundation ed con altre associazioni come Save the Children, Amnesty International, Green Peace. «Nella mia famiglia di origine non è mai stato sprecato nulla a tavola. Se cadeva a terra un pezzo di pane lo si raccoglieva e “baciava”. Mia madre è marchigiana e i suoi genitori possedevano della terra per cui hanno trasmesso a lei e anche a noi ragazzi (Covatta ha due sorelle: Lucia e Manuela ndr) il senso della fatica e del sudore necessario per ricGiobbe--Cobatta-329avarne cibo.

Mio padre era di Ischia e aveva vissuto la guerra: non mancava occasione per rimarcare quanto fosse importante dare il giusto valore a ciò che avevamo. Oggi, con mia moglie Paola e i miei figli, Nicolò, 24 anni e Olivia, 17, buttiamo in pentola i quantitativi di pasta che intendiamo mangiare. E così facciamo con il resto. Basta del normale buon senso per non sprecare. Certo, i ragazzi sono nati e sono vissuti fino ad oggi in una società orientata al consumismo dove il cibo abbonda e dove tutto si usa e getta anche se potrebbe essere ancora utilizzato.

Ma io credo che più delle prediche contino i fatti ed entrambi vedono i documentari che ho girato in Africa dove la gente muore di fame. Spero che facciano le loro riflessioni in proposito e la speranza è che queste cose gli si siano incrostate addosso come le cozze. Nell'ultimo viaggio, fatto con Amref prima di Natale per documentare due progetti di formazione di ostetriche (obiettivo combattere la mortalità neonatale e delle madri ndr), ho portato anche mia figlia Olivia. Credo che l'esperienza l'abbia toccata nel profondo. I ragazzi non sono insensibili come sembrano. Mi è capitato di osservarne un centinaio delle scuole superiori di Roma, qualche anno fa, nei campi profughi mozambicani nel Malawi dove erano stati portati dal Comune di Roma a seguito di un progetto specifico sull'Africa. Erano attoniti. Come se si confrontasse con un mondo alieno. Poi però hanno reagito, si sono dati da fare e, una volta tornati a casa, la loro vita è cambiata. Non l'hanno stravolta certo, ma sono diventati più consapevoli».



"Contro lo spreco facciamo così"

Corriere della sera

di Nicoletta Pennati - 04 febbraio 2014

Susanna Tamaro, Giobbe Covatta, Maite Bulgari e Vincenzo Balzani fanno parte della task force del Ministero dell'ambiente per studiare "buone pratiche". Ecco cosa fanno in concreto nel loro privato.


Maite-Bulgari-329
MAITE CARPIO BULGARI, madrilena, regista, laureata in scienze della comunicazione e filosofia, ha lavorato come giornalista. Nel 2009 ha fondato la onlus Agenda Sant'Egidio per sostenere le attività della Comunità di Sant'Egidio. «Nella vita di tutti i giorni adotto semplici pratiche: chiudo il rubinetto dell'acqua quando mi lavo mani e denti per non farla scorrere via inutilmente; faccio la doccia invece del bagno; meto in tavola le porzioni di cibo che ognuno mangia, niente di più. In casa siamo abituati a non lasciare nulla nel piatto. Anche le mie figlie, Carlotta, 17 anni e Marina, 14, seguono queste semplici regole e sono consapevoli dell'importanza anche dei piccoli gesti. Vengono con me a servire alla mensa della Comunità di Sant'Egidio e sanno bene quello che accade nei Paesi più poveri. Nel mondo ci sono circa 800 milioni di persone che soffrono la fame e questo è dovuto anche e soprattutto al grande spreco di cibo nella catena alimentare.

Mi sono resa conto in prima persona di quanto siamo privilegiati e di quanto poco ce ne rendiamo conto quattro anni fa quando mi trovavo in Salvador per girare il documentario Romero, Voce senza Voce, sulla storia di monsignor Oscar Romero, arcivescovo di El Salvador, assassinato nel 1980 mentre celebrava la Messa (trasmesso su Rai 3 in La grande storia di luigi Bizzarri ndr). Con la troupe stavamo camminando alla periferia della capitale in un'area dove molte famiglie con bambini piccoli vivevano in baracche dal tetto di plastica in mezzo al fango. Ad un certo punto siamo stati avvicinati da un folto gruppo di loro e una donna, con tre figli, ci ha fatto una domanda: "Ma è vero che nei vostri Paesi buttate il cibo?" L'ho guardata negli occhi e non ho potuto fare a meno di risponderle in modo affermativo. E' stato terribile per me, per noi. E nel momento in cui le rispondevo mi sono resa conto di quest'assurdità: mentre noi gettiamo ciò che è superfluo c'è chi muore di fame e potrebbe avere una chance di vivere con quegli scarti. Dal quel momento cerco di combattere ogni tipo di spreco dando l'esempio. E di sensibilizzare chi mi sta accanto o riesco a raggiungere con i miei documentari».



"Contro lo spreco facciamo così"

Corriere della sera

di Nicoletta Pennati - 04 febbraio 2014


Balzani 1Susanna Tamaro, Giobbe Covatta, Maite Bulgari e Vincenzo Balzani fanno parte della task force del Ministero dell'ambiente per studiare "buone pratiche". Ecco cosa fanno in concreto nel loro privato.VINCENZO BALZANI, 77 anni, professore emerito di chimica all'Università di Bologna. «Al fine di raggiungere l'obiettivo sostenibilità, per prima cosa bisogna sapere come è fatto e come funziona il mondo. Sembra quasi che molti non l'abbiano ancora capito, anche se si tratta di un ragionamento semplice, che si può condensare in quattro punti:


1. Il pianeta su cui viviamo è una specie di astronave che viaggia nell'universo con 7 miliardi di passeggeri; nessuno se ne può andare, dobbiamo vivere tutti assieme sui 150 milioni di km2 di terre emerse.


2. Fatta eccezione per l'energia che arriva con continuità dal Sole, non possiamo sperare di ricevere altri aiuti dall'esterno.


3. Le risorse che abbiamo nella stiva dell'astronave, nelle miniere, sono limitate.


4. Le risorse, usandole, si consumano e vengono trasformate in rifiuti. Basta meditare pochi minuti su questi quattro punti per capire che non possiamo permetterci il lusso dello spreco.


Proviamo a fare un altro po' di conti, e capiremo che lo spreco alimentare non è legato soltanto al cibo che non viene utilizzato, ma ancor più alla dieta che ciascuno sceglie. Un kg di grano, che ha un contenuto energetico di 3500 kcal, fornite per 3/4 dall'energia del sole e per 1/4, 800 kcal, da combustibili fossili. Per ottenere 1 kg di carne bovina servono circa 40.000 kcal di combustibili fossili, cioè circa 50 volte quella necessaria per ottenere 1 kg di grano. Ma la differenza fra grano e carne non sta solo nell'energia consumata per produrli. Ci sono anche terreno ed acqua. Si può poi valutare che per aumentare di 1 kg il peso di una mucca bisogna nutrirla con 7 kg di cereali.

Ciò significa che la produzione di 1 kg di carne bovina richiede l'uso di una estensione di terreno 7 volte più grande di quella necessaria per produrre 1 kg di grano. Oggi, infatti, si stima che circa 1/3 del terreno arabile mondiale sia utilizzato per nutrire gli animali. Infine, l'impronta idrica di un kg di carne è 10 volte maggiore a quella di un kg di grano. Da questi conti e dal fatto che 1 kg di carne fornisce soltanto la metà delle calorie che fornisce 1 kg di grano, si deduce che 1 kcal ottenuta dalla carne richiede, rispetto al grano, 100 volte più energia, 15 volte più terreno e 20 volte più acqua.


E allora? Nel mio piccolo ho ridotto notevolmente il consumo di carne; utilizzo i mezzi pubblici o mi sposto in bicicletta. E vado nelle scuole a parlare ai giovani a cercare di far capire loro quanto sia importante sostituire le parole "di più" con "mi basta"».