sabato 8 febbraio 2014

Cfp, nel facsimile Mario Rossi è Mussolini

Corriere della sera

Il nome del Duce e della sorella «Benita» sul modello per l’iscrizione al prossimo anno scolastico


Benito Mussolini è nato il primo gennaio del 1990 e quest’anno sosterrà l’esame della terza media. Ha una sorella gemella, Benita (che fantasia i genitori...), nata ovviamente lo stesso giorno, e sia per lei, sia per il fratello, è arrivato il fatidico momento di decidere dove continuare gli studi. I due hanno scelto di iscriversi a un centro di formazione professionale della Regione Lombardia, esattamente quello gestito dall’ente «Sacra famiglia» di Seriate. Non stiamo parlando di un romanzo inedito di Philip Kindred Dick - uno dei grandi maestri dell’ucronia e più in generale della fantascienza -, ma delle «istruzioni» ad uso e consumo dei cfp regionali per compilare online le iscrizioni al prossimo anno, il cui termine è fissato per il 28 febbraio prossimo. Il manuale è in formato pdf e consultabile in internet da tutti i professori, impiegati e dirigenti dei centri di formazione accreditati dal Pirellone che sono 859 (numero aggiornato al dicembre 2013). In provincia di Bergamo sono 79, di cui 36 solo nel capoluogo.





Ogni scuola accede al portale anagrafestudenti.servizirl.it dove nella parte superiore campeggia in bella evidenza la rosa camuna su sfondo verde e un banner con sei ragazzi con lo zaino in spalla. La schermata «facsimile» fornita dal sito della Regione riporta una scheda d’iscrizione nella quale appaiono - a mo’ di esempio - i nomi degli «alunni» Benito e Benita Mussolini che chiedono l’iscrizione ai corsi organizzati dalla «Sacra Famiglia» di Seriate. È bene sapere che le famiglie possono optare su tre modalità per poter iscrivere i propri figli ai centri di formazione professionale della Regione. Continuiamo con l’esempio fornito dal sito della Regione. La prima opzione è quella on line. Ma i «signori Mussolini» potrebbero non avere un pc o una connessione internet disponibile. Oppure essere allergici alle nuove tecnologie o, ancora, non aver semplicemente voglia di mettersi davanti al monitor. A questo punto si aprono altre due strade: andare nella scuola media frequentata attualmente dai figli e chiedere in segreteria di completare l’iscrizione oppure recarsi di persona nel centro di formazione professionale scelto per proseguire gli studi. In ogni caso l’ente scolastico che provvede alle iscrizioni ha necessità di capire il funzionamento della procedura online. Per questo è stato creato il modello facsimile. Ed è naturalmente buona norma che le scuole sfoglino il manuale pdf che guida in modo minuzioso l’operatore nel processo burocratico delle nuove iscrizioni.

Scorrendo le pagine si arriva all’inserimento dei dati dello studente: nome e cognome, codice fiscale, classe e sezione, luogo di nascita, numero di telefono ed emali per contattare la famiglia e la tipologia di percorso formativo. Gli addetti delle segreterie delle scuole medie e dei centri di formazione professionale leggendo questa sezione (nel caso non siano nostalgici del Ventennio), avranno fatto un balzo sulla sedia: negli esempi riportati compaiono appunto i nomi di Benito (codice fiscale: MSSBNT90A01L400B) e Benita Mussolini (codice fiscale: MSSBNT90A01L400F), nati in Italia il primo gennaio 1990, numero di telefono 02334455. La scuola? Quella contrassegnata dal codice BG1M015004, la «Sacra Famiglia» di via Corti a Comonte di Seriate che dal 2010 nell’offerta formativa ha un corso professionale di «addetto alle vendite» della durata di tre anni. Nessun Mario Rossi (forse troppo banale), ma il nome del duce. Uno scelta di cattivo gusto anche in considerazione del fatto che l’apertura delle iscrizioni per le famiglie era il 27 gennaio. Il Giorno della Memoria. Memoria che qualcuno in Regione deve aver perso nell’ideare il «facsimile».

08 febbraio 2014

San Valentino | Il messaggio del nonnino alla moglie che non c'è più: «Lo sai che mi manchi?»

Il Mattino


Sul nostro sito da due giorni leggete i messaggi d'amore che si scambiano i ragazzi. E' una iniziativa che abbiamo deciso di lanciare per stare vicini ai giovani (e non solo) innamorati. Di messaggi ce ne sono arrivati tantissimi e certamente ne arriveranno molti altri fino al "fatidico" 14 febbraio. Tra tante segnalazioni dolci, simpatiche, brillanti, oggi ne è arrivata una che ha commosso l'intera redazione. L'ha mandata un uomo anziano, vedovo, che ha chiesto al nipotino di scrivere al computer un messaggio alla moglie morta.

E' un piccolo segnale, un semplice "lo sai che mi manchi?" che racconta l'a bellezza, e l'eternità, del vero amore.




sabato 8 febbraio 2014 - 14:49

Muratore stucca buco sulla parete del museo Ma era elemento di un’opera d’arte

Corriere della sera

Il foro (molto realistico) era stato dipinto sulla parete e faceva parte di un allestimento dell’artista riminese Eron

opera_eron_stucc
Un foro disegnato nel muro talmente realistico da ingannare non solo il pubblico, ma anche un operaio addetto a lavori di muratura, che lo ha stuccato (guarda). È accaduto al Mar, il Museo dell’arte di Ravenna, dove il riminese Eron, al secolo Davide Salvadei, aveva realizzato un’opera per una mostra del progetto «Critica in arte». Su una delle pareti espositive - racconta l’artista al Resto del Carlino - aveva disegnato l’ombra lasciata da un grande specchio, posizionato sul pavimento come se fosse caduto. Per rendere ancor più realistica la scena aveva realizzato persino il buco del chiodo che avrebbe dovuto sostenere la cornice dello specchio. Un’esecuzione così realistica che i visitatori della mostra più volte si sono chiesti se quel foro fosse vero o invece fosse soltanto dipinto.


OPERA «COMPLETATA» - La mostra si è chiusa poco meno di un mese fa e lo specchio è stato rimesso al suo posto. Restava da ridipingere la parete con il buco. Eron e il museo avevano già concordato che a quel punto non c’era più bisogno di mantenere il disegno del buco, che era propedeutico all’installazione. Ma quando l’operaio incaricato di sistemare le sale del Mar, in vista della nuova esposizione, ha cominciato a riverniciare, di fronte al buco non ha avuto dubbi: ha preso lo stucco bianco e lo ha coperto. «Ci sarei rimasto peggio - ha commentato Eron - se l’operaio si fosse accorto che era un buco finto. Stuccandolo, invece, in un certo senso mi ha aiutato a “completare” l’opera».

08 febbraio 2014

I giornalisti scambiano Sochi con Soci E la zingarata toscana fa il giro del web

Corriere della sera

Un falso dispaccio di agenzia rimbalza dai social network ai giornali, fino alla direzione del Pd


Cattura2
BIBBIENA (Arezzo) – Una bufala al quadrato che per quasi due giorni ha fatto il giro del web. Una notizia inventata (volendo anche facile da svelare) ripresa da quotidiani nazionali e raccontata addirittura alla direzione nazionale del Pd da Matteo Renzi, con quell’aria del non ci credo ma ne parlano tutti, con quell’idea (oramai superata dai sacri testi 2.0) che in Rete si debba arrivare primi a discapito, spesso, della qualità e, soprattutto, del fact checking, verifica della notizia.

IL LANCIO DELLA PRESS GRILL - Nove giornalisti canadesi, secondo il falso lancio d’agenzia (PRESS GRLL), avrebbero scambiato Sochi con Soci, arrivando in Casentino, in Toscana, invece che in Russia per l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali. Una divertente, e divertita, zingarata ordita da sei ragazzi: Alessandro Grechi, Giuseppe Mondì, Andrea Novi, Martin Rance, Christian Surchi e il collega Andrea Trapani: «Il nostro obiettivo – racconta Alessandro, l’unico casentinese docg del gruppo, ingegnere delle telecomunicazioni nato a Bibbiena – era proprio quello di smascherare il sistema dell’informazione che troppo spesso non controlla le fonti. Abbiamo creato un dispaccio non verosimile, l’abbiamo postato all’interno del forum di casentinesi.it (sito gestito da Grechi, ndr), rilanciato sui social e inviato per mail ad alcune testate locali da un account falso con il nome di Frank Casentino. Non ci aspettavamo che in meno di ventiquattro ore potesse arrivare sulla bocca di Renzi, anche se ci ha colpito di più l’articolo di Europa».

Cattura
E LA BUFALA FA IL GIRO DEL MONDO - Tra il serio e il faceto è accaduto ciò che quotidianamente accade in Rete. Tra ammiccamenti, sorrisi, incredulità, la bufala ha fatto il giro del mondo, tanto da arrivare anche in Spagna: «Il web è una grande opportunità, ma una cosa non è vera solo perché si è letta su Internet», ribadisce Alessandro. Già, questa volta ci ridiamo tutti sopra, ma quante baggianate scientifiche leggiamo ogni giorno, quante notizie false rimbalzano sulle lucidi menti di chi sta in Rete come al bar, senza calcolare le conseguenze di quello che posta e commenta, come se la libertà fosse senza regole, tanto poi se Schumacher è morto per finta cosa importa, un’altra bufala nel frattempo avrà già preso il sopravvento. Su Facebook c’è un gruppo, tra quelli che impazzano in questi giorni, che si chiama «Sei di Soci se…», dove la falsa notizia ha spopolato titillando l’orgoglio paesano contro il capoluogo, Bibbiena, considerato protervo e supponente. Una pubblicità incredibile per il paese e il Casentino che non ospiterà mai le Olimpiadi, estive o invernali che siano, ma che sicuramente una visita la merita. Senza dimenticare, però, che il web 2.0 è un mezzo (fantastico) ma non la fonte delle notizie che leggiamo e sulle quali troppo spesso ci accapigliamo, restando poi lì come dei “grulli”.

08 febbraio 2014

Una rock band chiede 666mila dollari al governo Usa: «Nostra musica usata a Guantanamo»

Il Mattino


20140208_guabnta
NEW YORK - Un gruppo canadese di musica industrial-rock, gli Skinny Puppy, ha presentato una fattura da 666 mila dollari al governo degli Stati Uniti, dopo aver scoperto che i militari americani hanno usato alcuni loro brani per torturare prigionieri nel supercarcere della base militare Usa di Guantanamo, a Cuba.

«Abbiamo inviato la fattura per i nostri servizi musicali considerando che hanno usato la nostra musica senza che lo sapessimo e l'hanno usata come un'arma contro qualcuno», ha detto il tastierista del gruppo, Cevin Key, alla Ctv News. I componenti del gruppo si sono sentiti «offesi» nell' apprendere che la loro musica è stata suonata nella prigione di Guantanamo per «infliggere danno» ai detenuti, e stanno ora considerando la possibilità di tentare una causa legale, ha aggiunto.

sabato 8 febbraio 2014 - 09:36   Ultimo aggiornamento: 09:37

Moschee, il posto in prima fila si paga

La Stampa

maurizio molinari

A La Mecca, in Arabia Saudita, aumenta la tendenza a pagare delle collaboratrici domestiche per presidiare in permanenza i posti in prima fila della Grande Moschea. Critiche dall’Ente saudita che custodisce le moschee di Mecca e Medina: “Un comportamento molto negativo, in ogni moschea si siede prima chi arriva per primo”.



7353343-kibE-U
Posti riservati alla Grande Moschea come se fosse un teatro. Accade, dove un crescente numero di donne ha preso l’abitudine di pagare delle collaboratrici domestiche per presidiare in permanenza dei posti in prima fila, tanto nella sezione superiore riservata alle donne che nei pressi delle entrate dedicate a Hunayn, Bilal e re Abdulaziz. Il motivo è che la Grande Moschea è molto affollata durante i giorni particolarmente importanti ai fedeli musulmani - i venerdì, lunedì e giovedì, oltre alle feste religiose - e le signore saudite non gradiscono la ressa né tantomeno le sgomitate per poter arrivare a pregare nelle prime file.

Per Ahmad Al-Mansouri, portavoce dell’Ente saudita che custodisce le moschee di Mecca e Medina, si tratta di un “comportamento molto negativo” perché “in ogni moschea si siede prima chi arriva per primo”. Ma ammette che “per il personale femminile custode di queste aree della moschea” non è facile contrastare “questo tipo di comportamenti” per il semplice fatto che “si tratta di donne pagate da altre donne per presidiare in continuazione dei luoghi” ricevendo compensi che possono arrivare a circa 200 dollari al giorno. 2in alcuni casi le donne inviate a presidiare i posti si riconoscono perché sono accompagnate da bambini, che giocano in permanenza nell’area di preghiera” aggiunge Al-Mansouri. Il gran mufti de La Mecca, Sheick Abdulaziz Al-Alsheik, ha emesso un’apposita fatwa per condannare “i posti riservati nelle moschee in quanto contrari agli insegnamenti del Corano” per via del fatto che “la ricompensa è destinata a chi arriva per primo in moschea, non certo a chi riesce a sedersi nelle prime file”.

Camera, buoni pasto da 21 euro al giorno

Libero

Il menù rincara, ma la Casta trova subito un rimedio (e la Bolrdini ci sguazza...)


resizer.jsp
Quando è iniziata la legislatura il presidente della Camera, Laura Boldrini, si è fatta fare la foto opportunità al self service interno che fungeva da mensa dei dipendenti.  Un foto messaggio alla grillina, per fare capire che lei, deputata del popolo (è stata eletta in Sel), pranzava con il popolo, rifiutando il privilegio del tavolo riservato al ristorante dei deputati, con tovaglia di broccato e bicchieri di cristallo e un menù di prima classe. Ma il pranzo al sacco della Boldrini non è durato a lungo: quando non le viene servito negli appartamenti di rappresentanza, il presidente al self service non è più tornato.

Non solo, ma ha accreditato con una deroga al regolamento al ristorante dei deputati anche il suo staff immagine: pasto garantito con tovaglia di broccato anche per il portavoce Roberto Natale, e le addette stampa e immagine del presidente sui social network, Valentina Loiero e Giovanna Pirrotta. Al ristorante poteva già pranzare un altro membro dello staff della Boldrini, Carlo Leoni, essendo ex deputato. Al ristorante infatti possono accedere tutti i deputati in carica, qualche dirigente ai massimi livelli e i giornalisti parlamentari (cui sono riservati però pochi posti, e quindi non molti degli oltre 400 ufficialmente accreditati ne beneficiano).

Ora c’è la deroga per lo staff Boldrini. Che non è gratuita. Perché il menù del ristorante ha un tariffario, ritoccato verso l’alto nel 2011 dopo che era stato reso pubblico l’esistente (primi e secondi a pochi euro). Ma i prezzi lì scritti e regolarmente pagati dagli astanti non dicono tutta la verità: secondo il contratto stabilito dalla Camera con l’azienda che fornisce il servizio di ristorazione, l’amministrazione di Montecitorio paga un sontuoso buono pasto per chiunque si sieda a quella tavola e perfino per chi si reca al self service.

Per pranzi e cene al ristorante il buono pasto valeva 19,36 euro a coperto nel 2012, quando furono serviti 52 mila pasti fra pranzo e cena al ristorante e 48.500 al self service a cui possono accedere anche i dipendenti. Nel 2013 quella somma che si voleva ridurre è invece aumentata: il costo medio del buono pasto per i deputati, i giornalisti parlamentari e gli eventuali ospiti lì invitati è stato di 21,44 euro. Grazie alla deroga per lo staff della Boldrini dunque si è aggiunta una spesa superiore ai 64 euro al giorno (che può raddoppiare nel caso qualcuno si fermi anche a cena).

Su base annua il costo per la Camera è stato nel 2012 di 939.346,90 euro per il ristorante dei deputati e di 558.062,99 euro per il self service dei dipendenti (cui possono accedere anche giornalisti accreditati e deputati), dove il buono pasto pagato dalla amministrazione è circa la metà: poco superiore agli 11 euro. La previsione per il 2013 è quindi di un costo per le casse della Camera intorno al milione e 800 mila euro. Secondo gli ultimi dati consuntivi a disposizione (quelli del 2012), al ristorante sono stati serviti a pranzo 32.615 pasti ai deputati, 5.172 pasti ai giornalisti parlamentari, 4.208 pasti ai dirigenti che hanno la possibilità di accedere al ristorante e 494 pasti ad «altri».

In questa voce non era ancora compreso lo staff immagine della Boldrini a cui è stato offerto questo ticket restaurant pagato dai contribuenti italiani, ma si trattava quasi sempre dei familiari o altri ospiti invitati a pranzo dai deputati. Meno utilizzato invece il ristorante a cena, dove ci si ferma solo nel caso di sedute di aula e commissione serali o notturne. I pasti serviti sono stati nel 2012 poco meno di 6 mila (per la precisione 5.970) e di questi 5.806 per i deputati, raramente accompagnati da ospiti esterni.

Chiaro che con un buono pasto di queste proporzioni (almeno tre volte superiore a quello offerto nelle grandi imprese pubbliche e private per dipendenti e dirigenti), ha poco senso discettare sulla piccola quota che deve essere sborsata dai parlamentari che fan finta di pagare un vero conto di ristorante: quasi sempre spendono meno di quei 21,44 euro.

di Franco Bechis

Cara figlia mia, non vergognarti di un papà fascista

Marcello Veneziani - Ven, 07/02/2014 - 13:33

Ritrovo una lettera che scrissi a mia figlia tredicenne, la dedico a Daria Bignardi che ha chiesto al grillino Di Battista se si vergogna di suo padre "fascista"

Ritrovo una lettera che scrissi a mia figlia tredicenne, la dedico a Daria Bignardi che ha chiesto al grillino Di Battista se si vergogna di suo padre «fascista».


1391495822-ipad-100-0
«Cara Federica, sei tornata da scuola sconcertata perché la professoressa d'italiano ti ha chiamato in disparte e ti ha detto: hanno scoperto che sei la figlia di..., ne hanno parlato in consiglio d'istituto. Te la faranno pagare. Qui sono tutti dell'altra parrocchia. E l'anno prossimo che vai al liceo, mi raccomando, se ti chiedono se sei figlia di... nega, dì che è un caso di omonimia. Ti possono fare del male. Non dire ai professori né ai compagni di scuola chi è tuo padre... Cara Federica, non so se la tua professoressa abbia esagerato, soffra di mania di persecuzione oppure no. A me sembra impossibile che succedano oggi queste cose. Mi sembra impossibile che in una società liberale e indifferente, cinica e buonista, aperta a ogni diversità, che non crede praticamente in niente, ci sia qualcuno che crede ancora all'esistenza del diavolo di destra. Un male per giunta genetico, razziale, ereditario, se ricade su di te, ignara tredicenne, solo perché sei mia figlia.

Mi hai raccontato che un gruppo di tuoi compagni di scuola ti ha accolto una volta con canti e slogan antifascisti. E mi hai raccontato di un amico che è venuto a trovarti a casa e si è meravigliato di trovare così tanti libri in casa di un “fascista”, e per giunta molti libri su Che Guevara. Non conosceva gli altri autori, ma ce ne sono tanti di tanti diversi orientamenti. Ma a loro avevano raccontato che i fascisti leggono solo le massime di Hitler e in casa non hanno libri, solo manganelli. Per fortuna non hanno scoperto che tuo fratello è nato lo stesso giorno di Mussolini, un segno evidente di neo-fascismo ereditario.

No, Federica, non credere alla tua professoressa e nemmeno ai tuoi compagni. Non devi nascondere di essere mia figlia. Non devi vergognarti di tuo padre. Non solo perché non ci si vergogna mai dei propri padri, dei loro limiti, dei loro errori e della loro povertà. Ma anche perché non hai nulla di cui vergognarti. Devi sapere, Federica, che sarebbe stato assai tanto più facile per tuo padre professare altre idee. Avrebbe avuto la vita più facile se avesse scelto la via opposta. All'università, nei giornali, sui libri, nella vita.

Oggi a te chiedono di buttarla sull'omonimia; ieri a lui, e non solo a lui, chiedevano di firmare gli articoli con lo pseudonimo. Eppure tuo padre non ha mai ucciso, picchiato e minacciato nessuno. Non ha mai impedito a nessuno di esprimere le sue idee. Non ha mai derubato, corrotto e truffato nessuno, semmai ne è stato vittima. Non ha mai discriminato e rifiutato il dialogo con nessuno. Non ha nemmeno solo teorizzato di eliminare gli avversari né ha mai sottoscritto manifesti di cui debba vergognarsi. Non ha cambiato casacca, e nutre le stesse idee che aveva da ragazzo. Non è rimasto imbalsamato ma non è pentito di nulla, non ha dovuto rimangiarsi nulla e si professa “di destra”, per quel che può valere, oggi come allora.

Tuo padre ha creduto in idee che tu potrai liberamente accogliere o rifiutare, ma che hai il dovere di rispettare: perché sono idee e non mazzate, sono pensieri scontati sulla propria pelle e non su quella altrui. Un giorno capirai che l'amore aspro per la libertà, anche trasgressiva, era più dalla parte di tuo padre, “il fascista”, che dei suoi censori. Che gli negavano la libertà d'opinione nel nome della stessa. Alcuni lo fanno ancora adesso. No, Federica, non dire che è un caso di omonimia. Non ti chiedo di essere orgogliosa di tuo padre, ma di non nascondere le tue origini. Oltretutto un po' mi somigli, anche se la cosa ti fa inorridire. Non ci si deve vergognare dei propri padri».

P.s. Smettetela di tirare in ballo per ogni fesseria e per ogni torto subìto fascismi, dittature, colpi di stato. Non confondete miserabili farse con tragiche grandezze e meschine intolleranze con l'avvento di regimi dispotici. Abbiate rispetto per la storia, per chi la fece e per chi la patì. E la Bignardi si ricordi, essere figli di fascisti non è una scelta, mentre diventare nuore di Sofri sì. E poi, al di là di quel che dite, essere fascisti non è un crimine, uccidere un commissario di polizia invece sì.

Compie 30 anni il volo libero di McCandless nello spazio

Corriere della sera

Lo stesso zaino impiegato nel film «Gravity» da George Clooney

var1609
Per la prima volta un astronauta volava libero nello spazio, come in una pellicola di fantascienza il 7 febbraio 1984, esattamente trent’anni fa. Le immagini che arrivavano dallo spazio erano entusiasmanti conquistando le prime pagine dei giornali.

MCCANDLESS - Il protagonista dell’impresa era l’astronauta Bruce McCandless II, un pilota dell’aviazione navale entrato alla Nasa nel 1966 e che nella sua carriera (aveva allora 47 anni) vantava notevoli esperienze. Era stato, tra l’altro, l’astronauta di collegamento al centro di Houston durante il primo sbarco sulla Luna nel luglio 1969 ed era lui che parlava con Neil Amstrong e Edwin Aldrin durante la storica passeggiata. Ma soprattutto aveva partecipato allo sviluppo dello zaino a razzo il cui primo prototipo veniva collaudato all’interno del laboratorio Skylab della Nasa agli inizi degli anni Settanta.

SVILUPPO - Lo sviluppo vero durò a lungo e finalmente era pronto e imbarcato sulla missione dello shuttle Challenger decollato da Cape Canaveral il 3 febbraio 1984. Quattro giorni dopo McCandless II, forte della sua esperienza passata, diventata il primo astronauta a indossare la versione definitiva dello zaino a razzo battezzato Manned Maneuvering Unit. Sistemato sopra la tuta spaziale, l’astronauta lo reggeva sulla schiena comandandolo dai due braccioli che sporgevano in avanti. Su quello di destra il joystick consentiva movimenti rotatori e verso il basso e verso l’alto; su quello di sinistra invece si pilotava l’avanzamento, l’arretramento, la salita e la discesa. Il tutto azionando 24 microrazzi ad azoto distribuiti intorno allo zaino.


IMPIEGO - Il suo impiego riguardò tre missioni dello shuttle. Dopo la prima seguì, due mesi più tardi, STS-41-C per cercare di agguantare il satellite Solar Max, ma l’impresa non riuscì perché il satellite era allo sbando e imprendibile. Per agguantarlo si cambiò strategia. Infine, durante la missione STS-51-A (novembre 1984) aiutò il recupero di due satelliti di telecomunicazioni in avaria riportandoli a terra. Poi la Nasa decise di abbandonare lo strumento (che inizialmente si immaginava necessario anche per assemblare la Stazione spaziale) sviluppando un piccolo sistema a razzo di cui dotava le tute spaziali per sicurezza, ma affidandosi per le operazioni di lavoro più al braccio robotizzato e agli astronauti legati da un cavo.


Trent'anni fa il primo volo libero nello spazio (07/02/2014)
Gravity di Cuaròn inaugura Venezia lanciandola nello spazio (28/08/2013)

GRAVITY - Tuttavia, resterà sempre nella memoria la prima immagine di McCandless che fluttuava libero nel buio del cosmo, lontano dallo shuttle Challenger, come in un film facendo correre un brivido. Un brivido percepito nel vero film Gravity quando il comandante Kowalsky (interpretato da George Clooney) col suo zaino a razzo riesce a trascinare con sé la dottoressa Stone (Sandra Bullock) agganciandola con un cavo. Per fortuna il vero zaino a razzo della Nasa non venne mai impiegato in missioni di soccorso, ma rimase sempre come un’icona della tecnologia spaziale rubata alla fantascienza.

07 febbraio 2014

Fatture false mentre era in cella: l’assurdo caso di un evasore totale

Corriere della sera


ALTRI02F100_2848
Lui, imprenditore edile, era in carcere per evasione fiscale. Nonostante fosse blindato dietro le sbarre, però, alcuni suoi clienti continuavano ad annotare le sue prestazioni in realtà inesistenti e con esse le fatture false. Non c’è di mezzo nessuna evasione (se non fiscale) nè tanto meno il dono dell’ubiquità. Secondo quanto ricostruito dalla Guardia di finanza, questi clienti hanno perseverato in un meccanismo diventato automatico senza forse essersi nemmeno accorti che l’imprenditore era sparito dalla circolazione. Ci sono ditte individuali così come società con dipendenti.

L’indagine è ancora in corso ed è lievitata fino a ricostruire un giro di società cartiere per milioni di euro. L’imprenditore in questione è uno dei 121 evasori totali (117 lo scorso anno) denunciati dalle Fiamme Gialle. Totali significa che sono completamente sconosciuti al Fisco, che cioè non hanno mai presentato la dichiarazione dei redditi. Sono dei fantasmi. Da chiarire: non hanno dichiarato zero reddito, ma proprio nemmeno hanno compilato la dichiarazione. Se ne aggiungono altri 9 definiti paratotali. Questi hanno dichiarato di aver incassato dei soldi sui quali pagare le tasse.

Solo che hanno detto mezza verità, cioè materia imponibile inferiore al 50% di quella effettivamente prodotta. Il danno per il il Fisco, cioè tasse non pagate, è di 172 milioni di euro con un’Iva pari a oltre 33,8 milioni di euro. Aziende che escavano ghiaia, carpenterie, falegnamerie: il settore in cui più si annida l’evasione totale, secondo quanto emerso dagli accertamenti della Finanza, è quello legato all’edilizia. Ma non è il solo. Nelle carte spulciate dai finanzieri ne sono emersi anche altri. Come un’azienda della Bassa Bergamasca che vendeva prodotti di lusso.

L’amministratore aveva dichiarato la residenza a Montecarlo, ma secondo i finanzieri era un trucco per non pagare le tasse in Italia: 700.000 euro. Altro caso è quello di un odontotecnico che nemmeno risultava a livello fiscale. Invece lavorava. Di più. La Finanza ha anche verificato che esercitava abusivamente la professione di dentista. «Scoprendolo, è stato possibile da un lato tutelare l’erario e dall’altro i cittadini - commenta il comandante provinciale, Vincenzo Tomei -. In questo senso sono molto importanti i contatti con le associazioni di categoria, che si sono dimostrare molto sensibili al rispetto del principio di legalità e alla lotta della concorrenza sleale». Dalle verifiche sui professionisti è spuntato anche un architetto, denunciato per aver evaso le tasse su 130.000 euro. Soldi che non risultavano al Fisco: un altro evasore totale.

07 febbraio 2014

Stile Revista Cuba

La Stampa

yoani sanchez


cuba-kzmE-U
Reinaldo parla poco di quando faceva il giornalista ufficiale. Quando capita, è un ricordo che mostra un mix di frustrazione e sollievo. Frustrazione per la sua parte di responsabilità nella costruzione di tanti stereotipi, sollievo perché da quando è stato espulso da Juventud Rebelde è diventato un uomo libero. Un posto privilegiato nei suoi ricordi lo conserva la Revista Cuba Internacional, dove ha lavorato per quasi quindici anni.In casa nostra identifichiamo tutta una categoria di notizie con il nome di quella pubblicazione. 
Quando un corrispondente di provincia parla in televisione delle meraviglie di una fabbrica di accumulatori senza citare il numero di quanti se ne stiano realmente producendo... ci guardiamo, ridiamo e confermiamo: “Questa notizia ricorda il peggior stile della Revista Cuba”. Se appare sulla stampa un articolo che racconta con toni rosa la vita di un paesino di provincia, è un’altra notizia che mettiamo in rapporto con quella linea editoriale che ha prodotto così tanti danni.

Mayerín, a differenza di Reinaldo, si è appena laureata nella Facoltà di Comunicazione Sociale. A volte chiama da un telefono pubblico per raccontarmi del suo ultimo articolo uscito in un sito digitale con il quale collabora. Hai visto - mi chiede - cosa sono riuscito a mettere nella terza riga del secondo paragrafo? Leggo il pezzo per verificare il coraggio della mia amica reporter e mi rendo conto che, invece di scrivere “il nostro caro e invincibile Comandante in Capo” ha messo semplicemente “Fidel Castro”. Che grande audacia! 

Diverse generazioni di professionisti dell’informazione hanno dovuto percorrere una strada fatta di censura, propaganda ideologica e ovazione al potere. Edulcorare la realtà, utilizzare i media nazionali come vetrina di falsi risultati e riempire i periodici di una Cuba ritoccata e falsificata, sono alcuni mali della nostra stampa ufficiale. Se nei lettori e negli spettatori televisivi queste deformazioni lasciano un sapore amaro, nei giornalisti l’effetto è ancora peggiore. 

I giornalisti finiscono per prostituirsi con le loro parole per non avere problemi o per ottenere determinati privilegi. Il prestigio sociale del reporter cade in picchiata e la stampa si trasforma in uno strumento di dominazione politica. Il reporter che da bambino ha sognato di scoprire qualche scandalo e di approfondire un fatto fino alle sue estreme conseguenze, potrà scegliere tra sottomettersi o sbattere la porta, continuare a truccare la realtà o essere dichiarato un “non giornalista” dal governo. 

Traduzione di Gordiano Lupi

L’eli-aereo di 007 esiste Vola e si immerge

Corriere della sera

Il prototipo dell’aereo di James Bond per il terzo millenio è stato presentato a Comptec, la fiera dedicata all’industria dei materiali compositi in corso a Carrara. Si tratta di un aereo/elicottero realizzato da Agusta Westland. Avrà propulsione elettrica ed è in grado di volare e immergersi. A presentarlo il graphic designer Michael Robinson. Il velivolo che costituisce una rivoluzione nel mondo aereonautico ha un telaio in alluminio e la scocca in materiale composito. È lungo 8 metri e largo 14 ed è stato realizzato in tempi strettissimi: in 12 mesi si è passati dalla presentazione del progetto alle prove vere e proprie. Il prototipo è stato sviluppato in centri di ricerca in Italia, Regno Unito, Usa e Giappone. L’aereo (Project zero) è un convertiplano completamente elettrico, con due rotori basculanti in grado di ruotare di 90 gradi e integrati nella fusoliera, che permettono di combinare la flessibilità dell’elicottero e le prestazioni dell’aereo

(Ansa)


f3322c512c2594a324f754741f2ce917e454f3



Il futuro dell'aviazione parla italiano con l'aereo elettrico a decollo verticale

Corriere della sera
Progetto Zero è un velivolo interamente elettrico capace di sollevarsi in verticale come un elicottero

LE BOURGET (Parigi) - È stato tenuto segreto per quasi due anni, è stato fatto volare nella brughiera milanese più volte e in molti modi e una volta conclusa la prima fase di prove è stato presentato alla ribalta internazionale del salone aerospaziale parigino di Le Bourget. È il Progetto Zero, un aereo dalle strane forme bianche e rosse attorno alle quali si concentrano gli occhi curiosi degli specialisti di ogni continente: sicuramente la macchina volante più attrattiva di questo salone.

L'aereo elettrico a decollo verticale (19/06/2013)
BANCO PROVA - L’avveniristico velivolo è stato costruito da Agusta Westland e i suoi primi test celesti (primo volo nel maggio 2011) sono stati effettuati nella sede di Cascina Costa accanto ai più tradizionali elicotteri che conosciamo. E proprio per guardare a un loro futuro diverso, più sofisticato e perfezionato, è nato Progetto Zero. «È un dimostratore tecnologico, un banco prova volante», spiega Luigi Umberto Ricci Moretti, direttore del programma, «con il quale abbiamo affrontato sfide in campi diversi del volo verticale i cui risultati saranno trasferiti sui futuri programmi».

ELETTRICO - Si tratta di un velivolo interamente elettrico capace di sollevarsi in verticale come un elicottero grazie a due grandi eliche intubate che, una volta nell’aria, ruotano di 90 gradi permettendo di procedere in orizzontale come un aeroplano. Questa tecnologia è un’evoluzione di una conoscenza maturata con la costruzione del convertiplano AW 619 che Agusta Westland sta collaudando per il trasporto civile. Ma con il Progetto Zero si va, appunto, oltre facendo funzionare tutto con l’elettricità e non con motori tradizionali.

MATERIALI COMPOSITI - Gli altri aspetti innovativi riguardano la capacità di autogestirsi da solo in volo (ha radar altimetro, Gps e sistemi di autogoverno) ed è costruito con criteri di grande semplicità oltre ad avere strutture leggerissime in materiali compositi. Altre soluzioni applicate riguardano poi l’eco-compatibilità: la sua silenziosità è da record. Di questo velivolo dalle vaghe forme quasi da fantascienza curate da Stile Bertone, si è conclusa ora la prima fase di test dimostrando l’efficacia delle scelte compiute.


PROGETTO - Il progetto è frutto di un investimento della società che ha coinvolto quindici società fornitrici di varie parti e conoscenze, quattro delle quali sono straniere (Giappone, Usa, Gran Bretagna). Le altre sono tutte italiane, la maggior parte del gruppo Finmeccanica come Selex Es che ha costruito il cervello di guida. Altre provengono da campi diversi (automobili e motociclette) e che ora hanno portato anche metodi diversi nel sofisticato mondo aeronautico soprattutto nell’ottica di tagliare i costi. Progetto Zero è un efficace piano di ricerca tecnologica che potrà essere prezioso per sostenere una capacità italiana nel settore e mantenerla a quel livello di competitività internazionale che oggi detiene. Adesso si attende l’avvio della seconda fase (nella quale si collauderà anche una versione ibrida con propulsore diesel) destinata a continuare il lavoro finora condotto con successo.

La tassa sugli smartphone? Non esiste”

La Stampa

bruno ruffilli


Filippo Sugar, vicepresidente Siae: «L’equo compenso serve a tutelare chi vive del lavoro creativo»


sugar-k3
“Disinformazione incredibile”, “numeri terroristici”. Filippo Sugar, vicepresidente della Società Italiana Autori ed Editori, commenta così le notizie circolate nei giorni scorsi sulla revisione delle tariffe dell’equo compenso. “I media – osserva - hanno trattato l’argomento in maniera molto aggressiva nei confronti di una categoria debole, quella dei creatori, che spesso sono schiacciati da interessi forti”.

Così per alcuni l’equo compenso è una specie di multa preventiva, da pagare nella consapevolezza che prima o poi si copieranno davvero opere soggette al diritto d’autore; per altri una ulteriore tassa sui contenuti digitali; per altri ancora un pretesto per alzare i prezzi degli apparecchi elettronici. “Ecco gli interessi forti cui mi riferisco”, chiarisce Sugar. “Le grandi multinazionali di hardware, dai telefoni ai tablet, dai computer alle chiavette usb, tutti prodotti con una memoria interna che permette di duplicare i contenuti, ma che dei contenuti hanno bisogno”. 

Nei fatti, l’equo compenso è un contributo dovuto per legge alla Società Italiana Autori ed Editori su ogni strumento capace di riprodurre o registrare opere coperte da copyright. “Non una tassa, ma una licenza”, puntualizza Sugar. “E’ un vantaggio per i consumatori, che sono sempre garantiti nel loro diritto alla copia privata, per i creativi, che sono retribuiti per il loro lavoro, perfino per i produttori di hardware, che potrebbero pubblicizzare i loro apparecchi come quelli dove è più sicuro realizzare, copiare e registrare musica e video”.

E ancora: “E se aumentasse sarebbe un bene per il Paese, che vedrebbe rientrare una piccola parte dei profitti dell’hi tech, mentre oggi chi vende milioni di gadget in Italia spesso paga le tasse altrove”. D’altra parte, l’equo compenso esiste anche in Germania, Francia, Belgio e molti altri Paesi, disciplinato nell’ambito del diritto d’autore, come un indennizzo volto a compensare il mancato guadagno derivante dalla diffusione della copia privata. “Ci sono due visioni, quella anglosassone, per cui la copia è sempre illegale, e quella dominante nel resto dell’Europa, secondo cui è legittima per uso personale, ma i creatori devono essere remunerati, sia pure in misura minima”. 


Da una parte i colossi dell’hi tech, dall’altra chi i contenuti li crea; in mezzo i consumatori. Ma non dovrebbero essere loro a pagare per l’adeguamento del Decreto del 30 dicembre 2009: la legge stabilisce che l’equo compenso è a carico del produttore o dell’importatore. In Italia il contributo è fisso per alcuni apparecchi, in percentuale alla memoria per altri. “Oggi nel caso di un iPhone corrisponde oggi a 90 centesimi, per un iPod a circa 7 euro (a noi risultano 16 euro per il modello Classic da 160 GB, ndr.). I lettori Mp3 sono in calo, tutti usano il telefono per ascoltare musica, e per questo rivedremo le tariffe”, osserva Sugar.

Era già successo col decreto Bondi nel 2010: allora l’equo compenso fu introdotto su memory stick, hard disk e chiavette di memoria e abbassato su cd e dvd vergini, che già perdevano mercato. “Con le nuove tariffe ci aspettiamo che per uno smartphone da 16 GB possa ammontare a meno di 6 euro. Quanto inciderà sul prezzo finale è da vedere: al momento, prendendo ad esempio un iPhone 5S da 16 GB, vediamo che in Germania costa 699 euro, contro i 729 dell’Italia, pur essendo gravato da un contributo per copia privata di 36 euro”.

A chi vanno questi soldi? “Vengono distribuiti a tutta la catena, la Siae trattiene una minima percentuale per i costi di gestione e, fatto 100 l’incasso, 50 è destinato a chi crea contenuti video, l’altro 50 a quelli dell’audio”. Questo anche se sul telefonino sono conservati solo filmati dei bambini al mare e foto di primi piatti cucinati dalla zia. Se invece ci sono canzoni, la situazione si complica: su ogni brano legalmente scaricato da uno store online si paga alla Siae un contributo al momento dell’acquisto, un altro – diverso - per conservarlo sul computer, che si ripete se vogliamo trasferirlo sullo smartphone. Viene da pensare che sia una battaglia di retroguardia, destinata a finire con l’avvento del cloud e dello streaming, e invece no:

 “Lo streaming è solo all’inizio, in Italia è economicamente insignificante. Dal punto di vista tecnico, poi, per poter funzionare necessita una cache, quindi viene comunque impiegata la memoria di un apparecchio”. La buona notizia, arrivata dopo la nostra conversazione, è che secondo gli ultimi dati FIMI, nel 2013 in Italia il fatturato della musica è per la prima volta in crescita, dopo undici anni di calo: 117,7 milioni di euro, contro i 115,9 del 2012. La musica in streaming aumenta del 182 per cento superando i 7 milioni di euro (lo scorso anno erano 2,5). “Non vogliamo ostacolare il digitale”, prosegue Sugar. “Anzi, vogliamo che esploda. La legittimità della copia privata agevola il mercato, un sistema che la sanziona finisce col rallentarlo”. 

Ma perché imporre un contributo sulle chiavette usb e non anche su internet allora, visto che un file Mp3 si può trasferire in entrambi i modi? Perché non pensare a una specie di licenza globale, che risolva una volta per sempre la questione della copia privata? “Se ne parla nei dibattiti, ma sono contrario per diversi motivi, anche perché sarebbe impossibile stabilire come suddividere gli incassi senza violare gravemente la privacy dei consumatori”. Rimane però la necessità di trovare nuovi modi per remunerare artisti e creatori di contenuti, e Sugar lo riconosce:

“Abbiamo bisogno di accompagnare i cambiamenti del digitale con intelligenza e senza demagogia. In questi anni l’industria musicale è crollata, ma la pirateria è esplosa e i proventi dell’hi tech sono diventati giganteschi. Quello che serve è un’alleanza per difendere il lavoro creativo. Ha presente il video “Giovane sì #coglioneno” che si è visto di recente in rete? Ecco, in quell’antennista che non viene pagato vedo anche tanti artisti e autori che non riescono a vivere del loro lavoro”. 

Saviano ti meriti la camorra»: la frase choc sui muri in centro a Catania

Il Mattino


20140207_c4_savia
CATANIA - Una frase choc è apparsa su un muro a Catania: "Saviano ti meriti la camorra".
La scritta indirizzata al noto scrittore, autore di Gomorra, ben visibile con spray nero, è stata scritta su un muro di una traversa della centralissima Via Umberto.

 


venerdì 7 febbraio 2014 - 16:15   Ultimo aggiornamento: 16:17

Il morso di un gatto può costare un ricovero in ospedale: «Iniettano i batteri in profondità»

Il Mattino


20140207_c4_gatto-morso
ROMA - Il morso di un gatto è più pericoloso di quello di un cane e può mandare in ospedale. A rivelarlo è uno studio pubblicato sul Journal of Hand Surgery che ha mostrato come un gran numero di persone morse dal loro gattino domestico siano state ricoverate in ospedale a causa di gravi infezioni. Quante volte sarà capitato che il gattino di casa mordesse qualcuno, e quante volte nemmeno si è disinfettata la ferita. In questi casi il rischio è altissimo, i denti dei gatti sono come lame e piene di batteri, anche nel caso in cui il micio sia stato vaccinato.I batteri si formano sui denti dell'animale come forma di protezione ma nel momento in cui mordono riescono a penetrare nel tessuto muscolare, sono difficili da combattere con antibiotici e in caso di infezioni spesso si deve ricorrere ad un'operazione chirurgica. Il mordo del gatto è più pericoloso di quello di un cane, perchè il secondo non riece a penetrare così tanto in profondità. Il pericolo aumenta nelle donne, in particolar modo quelle che hanno superato i 40 anni d'età.

 venerdì 7 febbraio 2014 - 10:50   Ultimo aggiornamento: 10:51

Digital Radio, che cos’è e come funziona? 10 domande, 10 risposte

Corriere della sera


radio-500x120
Che cosa resta di analogico nell’era digitale? A parte qualche vinile, roba da collezionisti, l’unico media vecchio stile rimane la radio, quella che Finardi amava perché “arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente”. La radio continua a entrare nelle case in modulazione di frequenza, l’Fm. Come ai tempi di quel Finardi (1976). Negli ultimi tempi però a qualcuno sarà capitato di ascoltare alcuni spot che parlano di “Digital Radio”.

Che cos’è questa radio digitale e come si fa a sentirla? Digital Radio è il nome scelto dal marketing per lanciare la diffusione delle trasmissioni realizzate con lo standard Eureka 147, più noto come Dab+. Il Dab (Digital Audio Broadcasting) in verità è roba piuttosto stagionata: è un progetto europeo che risale agli anni Ottanta. Quasi 20 anni fa, nel 1995, Norvegia e Regno Unito attivarono i primi canali radio digitali Dab. Nel 2007 è nata l’evoluzione, il Dab+. Ed è con questo standard che oggi le emittenti trasmettono anche in Italia. Per ricevere un programma digitale bisogna dotarsi di un apposito ricevitore, domestico o da auto.

Pure_EvokeMioDG
Che cosa ci porta in dote la radio digitale?
Miglior qualità audio, più semplicità d’uso, contenuti aggiuntivi (testo, immagini) che affiancano l’audio e potenzialmente anche nuovi canali, come avvenuto per la tv. Di Dab si parla da molti anche nel nostro Paese ma l’accelerazione sulla radio digitale è recente. L’arrivo del digitale terrestre televisivo ha (finalmente) liberato alcune frequenze che sono e saranno utilizzate proprio dalla Digitale Radio. In Trentino Alto Adige è partito un progetto pilota, il primo in Italia, con regole precise imposte agli editori radiofonici, nazionali e locali, dall’AgCom. Un progetto che si punterebbe a replicare nel resto d’Italia, dove pure i canali Dab+ già arrivano, sia pure con concessioni a trasmettere provvisorie.

Quali sono le aree dove è possibile ricevere la Digital Radio? Buona parte del Nord Italia, con la pianura Padana che è coperta ormai da ovest a est, almeno nelle città e lungo le autostrade. Di fatto è possibile mettersi in macchina uscendo dalla Val d’Aosta e arrivare fino al Friuli senza perdere il segnale. Scendendo verso sud, è ben coperta Roma e molti tratti autostradali. Più in ritardo il Sud.

map-availability-totale-500x330
Una mappa della copertura italiana della Digital Radio (da http://www.digitalradio.it). Il colore più scuro significa un maggior numero di emittente.

Si sente meglio all’aperto o in casa?
In Italia si è puntato soprattutto al cosiddetto outdoor. Cioè all’esterno, quindi alle auto, che le radio valgono circa il 60% del tempo di ascolto. Questo non significa che all’interno delle case la Digital Radio non si senta, ma perché questo avvenga la copertura dell’area dev’essere particolarmente buona.

Che cosa si può sentire oggi?
Le emittenti sono organizzate in consorzi. Il primo è quello della Rai, che ha 8 canali (Radio Rai 1, 2 e 3, Isoradio, due canali di filodiffusione, Gr Parlamento). Poi ci sono i privati nazionali: Club Dab Italia (Radio 24, Deejay, Capital, Rds, 101, Radicale, M Due O, Radio Maria), Euro Dab (Rtl, Radio Vaticana, Radio Italia, Radio Padania), Cer (105, Montecarlo, Virgin, Kiss Kiss; ma non ha ancora trasmissioni Dab+). Infine consorzi di radio locali.

Quali sono alla fin fine i vantaggi di questa Digital Radio?
Il principale è di tipo qualitativo. La resa sonora si può avvicinare a quella dei cd (dipende però dalla compressione utilizzata dall’emittente). Il segnale, se c’è, si riceve in modo perfetto: addio alle interferenze. Attenzione però: come per il digitale terrestre, se il segnale è troppo debole non si riceve nulla.

Altri punti di forza?
Non c’è bisogno di ricordare o memorizzare le frequenze: la ricerca dei canali si fa direttamente col nome. Ai programmi possono essere associati testi (notizie, titoli dei brani, risultati sportivi, etc) o immagini che ruotano come in una presentazione Powerpoint o fotografica. In più, ma qui dipenderà da questioni regolamentari, c’è lo spazio nell’etere per creare nuovi canali, magari “verticali”.

Perché finora non è decollata?
Chiaramente non si tratta di differenze eclatanti rispetto all’Fm. Tant’è che finora, come in un circolo vizioso, l’assenza di un mercato di apparecchi in grado di ricevere il Dab ha frenato le emittenti. E la scarsa copertura del territorio non ha certo invogliato la gente a correre a comprare una radio Dab. Ma ora, come spiega Giorgio Guana, country manager di Pure (il produttore di apparecchi audio che più di tutti spinge verso la Digital Radio), “in Italia ci sono già circa 100 mila radio compatibili con il Dab+, senza contare le auto”. E quasi tutte le automobili nuove hanno un’autoradio Dab+, per lo meno tra gli optional (poche però quelle di serie): se dovete cambiare macchina magari fateci attenzione.

Io sento già la radio via Internet. Che differenza c’è con la Digital Radio?
Il web è un mezzo potente per le radio. Perché scegliere di puntare sulla Digital Radio se l’era delle “connected car” è all’orizzonte, con milioni di canali a portata di mano? Perché, più realisticamente, di auto connesse da noi se ne riparlerà a fine decennio. E un conto è un trasmissione web, che richiede per forza di cosa una connessione Internet (con costi e problemi connessi). Un altro è il broadcasting, in cui ricade il Dab.

Come per la tv, l’analogico verrà spento anche per la radiofonia? Spariranno le radio Fm (e Am)?
Una cosa è certa: la Digital Radio è un’opportunità per chi ama la radio ma nessuno sarà obbligato ad acquistare un apparecchio Dab+. All’orizzonte non c’è nessuno “spegnimento” (switch off) dell’analogico, come avvenuto per la tv. In Europa solo la Norvegia ha programmato la fine delle radio Fm, per il 2017.

La polizia di New York con i Google Glass

Corriere della sera

Gli occhiali di Big G sono in pattuglia sul naso di alcuni agenti della Grande Mela

Google-Gla
MILANO – Per le strade di New York si aggirano in queste settimane alcuni agenti, che sotto al casco, al posto degli occhiali da sole del nostro immaginario un po’ attempato, stanno provando i Google Glass, le lenti di Big G che permettono di svolgere le cosiddette funzioni della realtà aumentata, e usare diverse applicazioni battendo le ciglia, dando comandi vocali, accarezzando una stanghetta. L’indiscrezione, arrivata nelle ultime ore dalla testata tech online Venture Beat, è stata confermata dal comando stesso del Police Department più famoso al mondo, anche se ancora sembra un po’ presto per dire se davvero tale strumento potrà essere utile ai suoi agenti.

OCCHIALI DA PATTUGLIA – L’idea del dipartimento di polizia newyorchese è una: provare a capire quali servizi e app possano in qualche modo aiutare il lavoro quotidiano degli agenti in strada. Per filmare aggressioni e interventi forse, localizzare un evento che richiede il loro apporto, identificare rapidamente una persona o reperire informazioni a essa collegate. O ancora, salvaguardare la propria incolumità in servizio, oppure evitare i lunghi momenti di raccolta dati e scrittura di verbali alleggerendo la parte burocratica. Il tutto, ovviamente, a stretto contatto con il quartier generale e i database della polizia. E visto che nel futuro prossimo dei Glass vi è forte impegno allo sviluppo del filone del riconoscimento facciale, i responsabili del NYPD (New York Police Department) non ne escludono l’uso anche per fini antiterroristici, e per la scansione di materiali sospetti. Con tutti i problemi legati alla privacy di cui ancora, però, non sono stati chiariti i dettagli.

DALLA SICUREZZA ALLA MEDICINA – Quella delle forze di sicurezza della Grande Mela non è un’attività svolta in accordo con Google: da Mountain View infatti negano di aver proposto ai poliziotti di provare i loro occhiali, e confermano che la procedura è avvenuta, come accade a chiunque voglia calzarne un paio, attraverso la richiesta passata per il Glass Explorer Program. È necessario compilare un modulo online e attendere di ricevere il benestare del centro Google Glass, per poi pagare circa 1500 dollari (1100 euro circa) per averne un paio. Se la polizia di New York troverà le sue funzioni interessanti per il lavoro degli agenti in pattuglia, anche la sicurezza si aggiungerà ai settori in cui i Glass hanno già dato le prime risposte positive.

In Europa peraltro, in Spagna, i responsabili del progetto “Policia 3.0” hanno pensato di usare i Glass per funzioni molto simili, mentre altrove sono stati testati dai vigili del fuoco, e gli agenti di San Francisco stanno aspettando il proprio turno. Vi sono poi settori dove l’uso degli occhiali per la realtà aumentata non è più una novità, come l’educazione – sono stati fatti svariati test a scuola e alcuni professori vi hanno fatto lezione con successo – o la medicina, ambito in cui continuano i tentativi, dopo i primi esperimenti), nel filmare e condividere operazioni chirurgiche ed esami che necessitano consulti scientifici in differita.

PRIMA DI GOOGLE FU MICROSOFT - Nel caso del NYPD, l’attenzione per le applicazioni della tecnologia non sono un tema nuovo, e anzi le forze dell’ordine di New York già in passato avevano provato un software in perfetto stile Grande Fratello. Nel 2012 infatti, grazie a un accordo con Microsoft e l’allora sindaco Bloomberg, era stato lanciato il Domain Awareness System, un sistema che permetteva in tempo reale di analizzare dati video, confrontare informazioni e riconoscere potenziali azioni di terrorismo. Le stesse azioni che forse oggi i responsabili del NYPD pensano di spostare sul naso dei quasi 35mila agenti che operano sul territorio della città.

07 febbraio 2014