domenica 9 febbraio 2014

Svizzera, referendum sull’immigrazione le prime proiezioni : Paese spaccato a metà

Corriere della sera

Per l’istituto Gfs.bern, il 50% ha votato a favore della proposta e l’altro 50% contro, ma il margine di errore è del 3%

image-U430
Svizzera spaccata a metà sull’immigrazione. Il Paese elvetico è andato alle urne per il referendum sull’iniziativa denominata «Contro l’immigrazione di massa», proposta dal partito nazionalista «Unione democratica di centro »(Udc), che prevede di fissare un tetto massimo di stranieri che possano entrare ogni anno sul suo territorio.

PROIEZIONI - Secondo le prime proiezioni diffuse dall’istituto Gfs.bern, il 50% ha votato a favore della proposta e l’altro 50% contro. Le stime hanno un margine di errore del 3%. Se la misura venisse approvata, Berna dovrebbe rinegoziare i trattati con l’Unione europea per la libertà di movimento dei lavoratori. La Svizzera non è membro dell’Unione europea, ma ha firmato diversi accordi di cooperazione bilaterale con Bruxelles, compreso uno che garantisce ai cittadini dell’Ue di vivere e lavorare in Svizzera, e ai cittadini svizzeri di fare lo stesso nei Paesi europei. Inoltre il Paese elvetico, che va orgoglioso di una lunga tradizione di aiuti umanitari, potrebbe trovarsi in conflitto con gli accordi internazionali sull’asilo. Nel referendum di oggi gli elettori sono stati anche chiamati a decidere se rimuovere l’aborto dalla lista delle prestazioni sanitarie coperte dalle assicurazioni standard.

09 febbraio 2014






Svizzera, sì al tetto per gli immigrati. Ma il Paese si spacca sul referendum
Corriere della sera
Approvato con un ristrettissimo margine: il 50,3% dei voti

71c661e5536df
Contro le previsioni della vigilia, la Svizzera ha detto sì a una norma che ponga un tetto all’immigrazione degli stranieri. Il referendum che chiede l’introduzione di un tetto per nuovi residenti, lavoratori frontalieri e richiedenti asilo politico è stato approvato con un ristrettissimo margine, il 50,3% dei voti. Tradotto in termini assoluti si tratterebbe di un vantaggio di appena 19mila voti. Decisivo per il successo dell’iniziativa è stato il consenso raccolto nei cantoni di lingua tedesca e italiana; anzi, il Canton Ticino segna il record assoluto, qui i sì all’introduzione del limite hanno toccato addirittura il 68%. Di diverso segno è stato invece il voto nelle ragioni di lingua francese, dove ovunque ha prevalso il no.

Le conseguenze della votazione odierna sono molto pesanti ma non immediate: il referendum impegna adesso il governo svizzero a rinegoziare entro tre anni tutti i trattati internazionali sulla circolazione degli stranieri nel paese. Il voto colpisce in maniera particolare i cittadini italiani – sono circa 60mila- che lavorano come pendolari in Canton Ticino. Anche per loro, che oggi hanno libero acceso nella Confederazione, potrebbe scattare il numero chiuso; l’obiettivo dei promotori dell’iniziativa è infatti che nelle assunzioni nei luoghi di lavoro venga data la precedenza ai cittadini elvetici e che solo in mancanza di disponibilità da parte di questi ultimi possano essere accettati stranieri.

e6e9f5a9010b5ee8
A partire dal 2008 invece migliaia di italiani avevano trovato impiego al di là della frontiera in virtù del fatto che accettano salari più bassi rispetto a quelli richiesti dagli svizzeri. Col passare del tempo ciò ha creato tensioni (specialmente in Ticino, ed ecco spiegata la valanga di sì raccolta dall’iniziativa) nonostante il tasso di disoccupazione sia attualmente attorno al 4%.



09 febbraio 2014

Ciclismo, dieci anni fa la scomparsa di Pantani

Libero

Dieci anni fa la scomparsa del campione. L'intervista alla mamma: "Attorno a lui solo invidia, farò riaprire le indagini". Poi su Armstrong...


resizer.jsp
Dieci anni fa, venerdì 14 febbraio 2004, Marco Pantani perse la vita per un cocktail di droga e farmaci. È uno dei campioni maledetti, resta fra gli sportivi più amati al mondo, come dimostrano i sacchi di lettere recapitati alla madre Tonina. Che ha scritto In nome di Marco, con Francesco Ceniti (Rizzoli, 360 pagine, 18 euro).

Signora, perchè ripete che Marco è stato ucciso?
"Intanto moralmente. L’hanno braccato sino alla morte, dalla tappa di Madonna di Campiglio al Giro d’Italia del 1999. Aveva appena un punto di ematocrito in più del consentito, non è mai stato trovato positivo, mentre il suocero del rivale Ivan Gotti venne fermato con un furgone pieno di Epo. Sei mesi dopo la squalifica, è stata levata la regola dello stop cautelativo quando la concentrazione sale oltre il 50%, perchè l’ematocrito è ballerino, mentre la sua emoglobina era normale. Tantissimi dettagli alimentano i dubbi, l’hanno fregato".

Chi?
"Su di lui indagavano 7 procure, neanche un delinquente è tartassato in quel modo. Nel 1995 venne investito da una macchina alla Milano-Torino, era vittima, si trasformò in indagato. Gliene hanno fatte troppe. Ricordo il primo incidente, il 1 maggio del '95: 'Mi vado ad allenare', una vettura gli andò addosso, facendogli saltare quel Giro".

Marco sospettava di doping l’americano Lance Armstrong, con un decennio d’anticipo rispetto alla confessione...
"Allestendo il museo Pantani, qui a Cesenatico, trovai una t-shirt rosa con scritte a biro di mio figlio: 'La vera ferita è Armstrong, parlatene perchè i campioni devono essere di esempio per i bambini'. Lo chiamava Robocop, gli ha sempre riservato frecciatine".

Da mesi sostiene che farà riaprire l’indagine sulla morte.
"Ci siamo vicini, ne sono certa. Attorno al suo nome c’era solo invidia, quando è morto erano tutti contenti, per come si mostrarono al funerale".

Su quali basi ritiene che sia stato ucciso?
"Gli avevano portato 50 grammi di cocaina, Marco non è mai uscito dalla camera del residence Le Rose, a Rimini. Nello stomaco aveva tanta droga da ammazzare sei persone, insomma gliene hanno portata in eccesso. Inoltre aveva una pallotta di pane, ingoiata senza bere. Non era solo, l’hanno imboccato per togliergli la vita".

Ha sospetti particolari?
"Ne avessi idea, l’avrei già denunciata. Mi affido all’avvocato De Renzis, dell’allenatore juventino Conte, e al professor Avati, della clinica di Ferrara: a 24 anni dal presunto suicidio del calciatore Denis Bergamini, a Cosenza, ha scoperto una coltellata all’inguine prima che fosse gettato sotto un camion".

Morì a 34 anni, avrebbe corso ancora?
"Era in attività. Al Giro del 2003 chiuse con un bel 14° posto, perdendo 7 minuti per la caduta di Garzelli".

Il professor Conconi pedalò con lui: "Era fragilissimo".
"Ero al trentennale del record dell’ora di Francesco Moser, l’ha ricordato come un tipo serio, sempre in disparte. Marco era tutt’altro: un burlone, da baracca, ma in corsa staccava da tutti, per guidare la squadra. Non scherziamo sulla sua memoria".

Esistono affinità con le tragedie di Simoncelli e Romboni, Senna e Bovolenta?
"Ciascuno ha il suo destino, quelli furono incidenti, ma io ripetevo sempre: 'A Marco faranno fare la fine di Fausto Coppi'. Da prima di Madonna di Campiglio".

Papà Simoncelli gestisce un team di motociclismo per under 15, lei?
"Alimento la passione di mio figlio per il ciclismo tramite quattro squadre: sono a Cesenatico e Forlì, in Croazia e a Lisbona".

Del mondo delle due ruote chi è rimasto amico della famiglia?
"Pochi. Venerdì e sabato lo ricorderemo a Cesenatico, verranno i vecchi rivali Ullrich e Tonkov. L’ex ds Giuseppe Martinelli segue Nibali, anche per questo consegneremo al campione la maglia di Marco. Ho invitato amici e nemici, mi rimetto alla loro coscienza, quella non perdona. Proseguo nella battaglia, nessuno mi fa paura: fendo la folla come faceva mio figlio in salita".

E le donne della sua vita?
"Dopo infinite  ricerche, tramite Facebook ho ritrovato la danese Christine Johnson: vive in Svizzera, a Losanna, e per 8 anni era stata sua fidanzata, dall’incidente del 1995".

Lei si rimprovera qualcosa?
"Per i figli si fa sempre fin troppo. È cattiva la gente, attorno al campione".

di Vanni Zagnoli

Ritrovato il terzo bronzo di Riace: la nuova bufala corre sul web

Il Mattino

di Oscar De Simone


20140209_image
Bufale sul web, ci risiamo, questa volta l’inganno mediatico riguarda il fantasioso rinvenimento della “terza statua dei bronzi di Riace”. Il ritrovamento sarebbe avvenuto a largo di "Portu Fartucchiu", ed avrebbe suscitato grande interesse tra gli studiosi di antichità greche.

A dare l’annuncio di questa scoperta sarebbe stata la “Soprintendenza Speciale per i Beni della Magna Grecia di Epizefiri (RC)” che l’avrebbe portata in luce grazie all’aiuto di alcuni ragazzi intenti ad una battuta di pesca – che per primi l’avrebbero notata – ed alle violente mareggiate dei giorni scorsi. La falsa “notizia choc” – con una foto relativa al famoso bronzo dell’Atleta della Croazia rinvenuto nel 1999 – si è immediatamente diffusa sui social network, finendo per essere diffusa dagli internetnauti più disattenti.

domenica 9 febbraio 2014 - 10:58   Ultimo aggiornamento: 11:16

Il contatore è evoluto, la bolletta no

La Stampa

luigi grassia

L’Authority: c’è la telelettura ma troppe compagnie usano ancora il vecchio metodo. Che ai clienti non conviene



AB0MKALS4192-
Che gran presa in giro. I contatori elettronici della luce e del gas sono stati imposti in tutte le case italiane al suono della grancassa: arriva la tele-lettura dei consumi, il cliente potrà sapere in tempo reale quanto spende. Addio ai consumi stimati, addio agli addetti delle compagnie che passano ogni tanto da casa per controllare a posteriori i numeri reali, addio agli anticipi e ai conguagli.

E invece, secondo quanto denunciano adesso l’Autorità dell’energia e le associazioni di consumatori, dopo anni di promesse il bilancio non è sempre lusinghiero: in troppi casi le compagnie continuano a non compilare le bollette con la lettura in tempo reale dei consumi, in troppi casi si continua a usare il vecchio metodo della stima e del conguaglio, e quando questo vien fatto è a danno del cliente. 

Ci sono migliaia di segnalazioni di disservizi. La geografia disegnata dall’Authority è molto diversificata: la diffusione dei contatori elettronici è quasi universale per la luce (vedi la tabella in pagina) ma in alcune zone le ex municipalizzate sono delle pecore nere quanto al mancato uso della telelettura, mentre il problema si può considerare sporadico (ma persiste) sull’insieme del territorio nazionale; invece nel gas i contatori elettronici sono ancora relativamente poco diffusi fra gli utenti famiglie, e crea gravi problemi il fatto, denunciato dal vicepresidente di Federconsumatori Mauro Zanini, che «4 milioni di contatori non ricevano neanche una lettura all’anno», col rischio di cumulare nel tempo ogni genere di stortura.

Secondo Zanini i ritardi nelle letture, che riguardino i contatori tradizionali o elettronici, «mettono addirittura in discussione la credibilità del mercato libero dell’energia», perché molti dei nuovi contratti proposti ai clienti in alternativa a quelli del vecchio mercato vincolato hanno senso solo se l’utente può verificare volta per volta in bolletta i consumi reali, le spese reali e la loro adeguatezza allo schema di consumo che ha sottoscritto - ad esempio: un prezzo tot fino a un certo consumo e un prezzo molto maggiore se si sfora. Questo non funziona se, nel caso limite segnalato, una cliente ha avuto la richiesta di conguaglio dopo 6 anni.

Ora alcuni parlamentari del Movimento 5 Stelle propongono di imporre per legge alle compagnie «la lettura effettiva dei valori di consumo ogni volta che siano installati sistemi di telelettura», e in alternativa di fissare «un intervallo di tempo massimo per il conguaglio nei casi di lettura stimata». Ma quali sono, più in concreto, i disservizi? Mauro Zanini segnala che delle segnalazioni al programma «Energia: diritti a viva voce» di Federconsumatori il 46% riguarda letture erronee dei contatori: proteste per consumi presunti, conguagli, rettifiche e simili. Un esempio molto grave è quando un cliente cambia fornitore ma la vecchia compagnia non gira i dati necessari alla nuova (a volte accampando la scusa dei rispettivi sistemi informatici che non comunicano) e manco a dirlo questo viene fatto sempre a danno dell’utente.

Aggiunge Zanini che «questo succede nel 20% dei cambi di contratto», e non è certo una bella maniera per incoraggiare il libero mercato dell’energia. L’Autorità di settore si è mossa per imporre alle 230 aziende venditrici di elettricità in Italia e alle 300 del gas di aderire a un Sistema Informativo Integrato che dovrà omologare i flussi di informazione fra tutti i soggetti; il sistema sarà gestito dall’Acquirente Unico secondo regole stabilite dall’Authority. La mancata comunicazione dei dati quando il cliente vuol cambiare fornitore crea problemi solo all’inizio del nuovo rapporto; ma la mancata telelettura può fare danno mese dopo mese, o addirittura anno dopo anno, se i consumi stimati eccedono di molto quelli reali, e quindi al cliente vengono imposti anticipi eccessivi; oppure quando l’utente scopre, al contrario, che il fisso mensile da lui pagato per lungo tempo era inadeguato al tipo di contratto scelto, e tutto in una volta gli arriva un enorme conguaglio da saldare.

Fra l’altro, il portale online dei consumatori «Il salvagente» denuncia che «il governo italiano non ha mai stabilito come debbano avvenire i controlli di legge sui contatori elettronici»; l’obbligo è stato imposto da una direttiva europea, che però non è stata recepita, e così il cliente che contesta l’eventuale malfunzionamento «non può ottenere una verifica legale», mancando un criterio oggettivo di omologazione. Che terreno minato.


Porta a porta con il trucco. Il contratto è a tua insaputa
La Stampa

fabrizio assandri

Il nostro cronista tra i piazzisti di gas e luce: ecco come funzionano i raggiri



3O1YWQKE560
Ti piacciono i soldi? Ti piace l’odore che hanno? Ti vengono i brividi soltanto a pensarci? Allora sei nel posto giusto. Qui ne facciamo a palate, quattromila euro al mese. Per mille non ci alziamo neanche dal letto…». Marco ha 25 anni ed è il mio formatore. Lavora alla J.A.R., un’agenzia al servizio dell’Iren, la compagnia fornitrice di gas ed energia. Il suo lavoro è passare di casa in casa a offrire nuovi contratti ai cittadini. Per un giorno è stato anche il mio lavoro: ho risposto a un annuncio e ora eccomi qui, in prova, a suonare campanelli a persone che non ci aspettano. L’obiettivo è uno solo: strappare una firma.

Le istruzioni di Marco sono semplicissime: «Guarda me e stai sempre zitto. Memorizza ogni mossa: impara il metodo e andrà tutto bene». Cominciamo alle 9 e mezzo, siamo in sette compreso il selezionatore. Il traguardo minimo da raggiungere è dieci «pezzi» a testa. Gli altri hanno la giacca rossa con il logo del fornitore di energia. Io dovrò guadagnarmela. I compagni mi parlano del «mitico Ivan», che una volta ha fatto firmare anche un foglio in bianco, e di qualche cliente con cui sono venuti alle mani. Il corso non ha teoria, solo pratica. Marco suona ai campanelli, io lo seguo. «Dobbiamo aggiornare il contatore» dice. Aggiornare? Mi spiega che è una frase che non vuol dire nulla, detta perché le persone ci scambino per personale autorizzato a leggere i contatori.

Si parte dall’ultimo piano a scendere. Suoniamo alla prima porta. Finora Marco è stato gentile e scherzoso. Ora diventa una macchina, il volto serio, la voce sicura. I primi ad aprire sono due anziani. Bugia numero 1: «C’era l’avviso, non l’avete letto?». Mi spiega che va detto a chi si mostra sorpreso di vederci. Gli anziani ci fanno entrare, e lui gli fa cambiare compagnia telefonica, con la bugia numero 2. «È un premio-fedeltà dell’Iren», dice. In realtà Iren non c’entra nulla con i telefoni, il contratto è con Teletu, un’altra compagnia. Marco mi dà il primo insegnamento sottovoce: «Prima regola: divagare». E lui divaga alla grande: racconta alla coppia di lavorare per pagarsi gli studi in Legge. E intanto si muove in fretta: una foto con lo smartphone ai documenti, una firma per «presa visione» e il contratto è fatto. Ci sarà tempo, in ufficio alla sera, per compilarlo. Guardo l’orologio: siamo stati in casa quattro minuti.

La pesca continua. Maria, l’anziana del piano di sotto, non è «liscia per niente». Dopo una firma le vengono i dubbi: «Sarà una truffa? Mi avete stordita di parole». «Finisca di firmare», intima Marco, e usa la carta della gelosia: «I suoi vicini l’hanno fatto, e ora hanno lo sconto». Poi applica la regola del divagare. Al muro c’è una foto della Sardegna: «Che bella, ha la seconda casa? L’aggiornamento va fatto anche lì». E i contratti diventano due. Una volta dentro casa, tanti anziani ci confidano che «di solito non fanno entrare nessuno». Eppure c’è chi ci offre il caffè, chi un dolce, chi il rum. A un campanello nessuno risponde. Ad alta voce, in modo che si senta dall’interno dell’appartamento, Marco legge il cognome sul campanello e finge di appuntarlo su un foglio. «È una strategia – mi spiega dopo –. Se sono in casa e non vogliono aprire, si allarmano e magari ci cascano». Funziona: «Aspetti», dice una signora. E ci apre.

Seconda regola: distrarre la vittima. Fanno domande? Cambi argomento, fai complimenti, se trovi uno con Facebook aperto fatti aggiungere agli amici. Cerca di convincermi che non si tratta di una truffa: «Siamo sul filo del rasoio», sorride. Alle persone che non vogliono farci entrare dice che dovranno andare «in sede, entro giovedì». Un giovane ci ringrazia: è convinto di essersi evitato la coda. Le frottole vengono una dopo l’altra. «Il tg ha detto che saremmo passati». «Lavoriamo alla sede di Iren». «Stanno per scattare gli aumenti». A un pensionato che vuole restare cliente dell’Enel dice: «Deve firmare, perché Iren è il fornitore base». E quello firma.

Il copione ha poche varianti. Mi dice che in questo lavoro «non si vendono contratti, ma se stessi». E che non si guarda in faccia a nessuno. La giornata finisce quando si è soddisfatti del numero di contratti. Noi chiudiamo alle 16. Avremo suonato a sessanta porte, una ventina ci hanno aperto, Marco ha fatto dieci contratti per luce e gas e uno per il telefono. Ha guadagnato 300 euro.

La Camera mette sotto scorta pure il fidanzato della Boldrini

Libero


resizer.jsp
La proposta è stata avanzata ieri dall’ispettorato di pubblica sicurezza della Camera dei deputati, e la decisione non è ancora definitiva: raddoppiare la scorta a Laura Boldrini, estendendola anche agli «stretti familiari». Una formula che dovrebbe circoscrivere gli aventi diritto al compagno della Boldrini, il giornalista Vittorio Longhi  e alla figlia e alla figlia Anastasia, avuta dall’unione dell’attuale presidente della Camera con un altro giornalista, Luca Nicosia. La scorta naturalmente scatterebbe solo sul territorio italiano, e quindi dovrebbe essere limitata nell’utilizzo: la figlia della Boldrini vive infatti a Londra dove studia scienze politiche, e il suo compagno spesso è in viaggio all’estero (talvolta con lei), essendo specializzato in reportage internazionali.

I familiari della Boldrini godono per altro già oggi indirettamente del robusto sistema di tutela che la protegge in modo perfino superiore ai suoi predecessori. Sono impegnati nella sua tutela 12 uomini ogni giorno per 24 ore. Per i suoi spostamenti vengono utilizzate sempre due auto blindate (Bmw serie 5), e una terza va in avanscoperta per effettuare i sopralluoghi di sicurezza nei luoghi dove è attesa. Una quarta auto tutela l’abitazione privata della Boldrini, per cui comunque è a disposizione anche un alloggio interno a Montecitorio (il cui utilizzo invece di essere uno spreco, farebbe risparmiare non poco in sicurezza).

L’abitazione privata è protetta da telecamere di sicurezza e da impianti di allarme in parte installati in parte rafforzati da quando ha assunto la carica istituzionale. Ora l’allargamento della tutela e della protezione è stato proposto dopo un esame dei rischi che sarebbero arrivati dall’arroventarsi del clima politico a Montecitorio e per l’ormai celebre caso dei post violenti e sessisti nei suoi confronti sul blog di Beppe Grillo. Sarebbero lui, i militanti a Cinque stelle e i vari simpatizzanti il nuovo rischio da cui deriva la necessità di proteggere anche i familiari stretti del presidente della Camera.

Inoltre l’ispettorato di polizia di Montecitorio avrebbe dato peso (a differenza degli inquirenti locali) a una lettera di minacce rivolte sia alla Boldrini che al compagno e alla figlia, con allegato un proiettile calibro 3,80”. È stata trovata qualche giorno fa nel centro meccanizzato delle Poste a Roserio, periferia Nord di Milano, e subito intercettata. Nella lettera in effetti in un italiano assai sgrammaticato c’erano molte minacce e un «sappiamo dove sei». Solo che l’indirizzo della Boldrini era sbagliato, visto che la lettera era inviata a lei in una via del Nazareno che al massimo ricorda la zona dove ha sede il Pd (non in quella via però).

A Milano nessuno l’ha presa sul serio, a Roma sì. Ed è un fatto che nonostante l’imponente apparato di sicurezza, la Boldrini fin dal primo giorno non si è sentita sicura né a palazzo, né fuori dalle mura della politica. Tanto che come Medusa nella mitologia divorava gli uomini che le si avvicinavano, la Boldrini si mangia come caramelle i dirigenti capi dell’ispettorato di polizia di Montecitorio. In meno di un anno ne ha fatti sostituire ben due, e il terzo è quello che ora deve edificarle le mura intorno.
Poche settimane dopo avere assunto la carica il presidente della Camera ha chiesto al ministro Angelino Alfano di toglierle di torno il capo che garantiva la sicurezza a Gianfranco Fini, Gaudenzio Truzzi (è restato a bagnomaria fino allo scorso Natale).

Al suo posto è arrivato Leonardo La Vigna. Ma neanche questo andava a genio alla volubile presidente. Già questa estate la Boldrini era andata in pressing su Alfano per una nuova sostituzione. Il ministro dell’Interno ha resistito fino a dicembre, poi con l’aiuto di Enrico Letta ha ceduto alla Boldrini: il 17 dicembre scorso il consiglio dei ministri ha trasferito La Vigna alla guida della sicurezza di palazzo Chigi, e alla Camera è arrivato un nuovo dirigente dell’ispettorato: Massimo Bontempi, fino a quel momento questore di Cagliari. Con la proposta di raddoppio della scorta si è scortato anche lui. Magari durerà qualche settimana più dei predecessori...

di Franco Bechis

Ventuno leggi in 7 anni e niente controlli I soldi del volontariato anche ai politici

Corriere della sera

La giungla del 5 per mille nella relazione della Corte dei conti. Fondi a notai e sindacati

MILANO_2007051
L e strade della politica sono infinite. Grazie a ciò il finanziamento pubblico ora tanto apparentemente deprecato da quasi tutti i partiti ha assunto negli anni forme sorprendenti e capaci di sopravvivere a ogni avversità. Ce lo spiega una illuminante relazione della Corte dei conti sul meccanismo del 5 per mille. Dove si racconta come i soldi destinati dai contribuenti a finanziare le Onlus benefiche e filantropiche possano finire anche alle fondazioni politiche. Tale è, per citarne una, la Magna Carta presieduta dall’attuale ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello, traslocato al Nuovo centrodestra dopo la scissione del Pdl, ammessa al beneficio del 5 per mille nel 2009. Stesso anno del debutto, negli elenchi degli enti che possono accedere a quei finanziamenti, della fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema, cenacolo di idee il cui comitato di indirizzo ospita personalità quali l’ex presidente del Partito democratico Gianni Cuperlo, Anna Finocchiaro, il sindaco di Roma Ignazio Marino, il governatore del Lazio Nicola Zingaretti, Franco Marini, Luciano Violante...


Da sinistra a destra, dove troviamo la fondazione presieduta dall’ex sindaco di Roma ed ex ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno, e della quale è segretario generale quel Franco Panzironi che lo stesso Alemanno aveva collocato al vertice della municipalizzata romana dei rifiuti. La Nuova Italia (si chiama così) è negli elenchi dei beneficiari del 5 per mille fin dal primo anno di applicazione della legge: 2006. Idem la fondazione Liberal di Ferdinando Adornato, ex giornalista e deputato alla sua quinta legislatura che ha solcato tutti i mari della politica, da Alleanza democratica a Forza Italia, all’Udc, a Scelta civica. Per approdare qualche settimana fa al gruppo parlamentare costituito dagli onorevoli scissionisti dai montiani. E non si può non ricordare come Cronache di Liberal , già organo ufficiale dell’Udc, abbia avuto accesso in passato anche ai finanziamenti per la stampa di partito: un paio di milioni l’anno, prima di abbassare la saracinesca per crisi manifesta, una decina di mesi fa.

Ma è un caso, quello della fondazione di Adornato, che spiega molte cose. A cominciare dalla porta d’ingresso al mondo del 5 per mille. La relazione della Corte dei conti cita una nota dell’Agenzia delle Entrate nella quale si precisa che «la fondazione Liberal ha presentato domanda di iscrizione nella categoria degli enti per la ricerca scientifica». Ed è stata ammessa dopo i controlli eseguiti dal ministero dell’Istruzione.  Il fatto è che le regole sono frutto di una giungla intricatissima: 21 leggi in sette anni. Per non parlare dei controlli spesso inesistenti.Basta dire che nonostante spetti al ministero del Lavoro fare i riscontri sulle migliaia di potenziali destinatari dei finanziamenti, «segnalando eventuali posizioni da sospendere, tale attività», sottolinea il rapporto, «risulta esercitata una sola volta». Tutta questa confusione burocratica finisce per penalizzare soprattutto, com’è ovvio, chi di quei soldi ne ha un bisogno disperato.

Per averli ci vogliono due anni. Almeno.  Non che non ci siano paletti. Per legge il 5 per mille può essere dato alle organizzazioni del volontariato e della promozione sociale, alla ricerca scientifica, universitaria e sanitaria, alle attività sociali svolte dal Comuni, allo sport dilettantistico, alla tutela dei beni culturali e del paesaggio. Ma nelle pieghe delle norme ognuno ha trovato il proprio spazio. Ragion per cui negli sterminati elenchi si trova di tutto. Dalla Fondazione San Raffaele di Don Luigi Verzé (5,7 milioni nel 2011) al San Raffaele romano degli Angelucci, all’istituto neurologico Neuromed che fa capo alla famiglia dell’europarlamentare pdl Aldo Patriciello (1,8 milioni); dalla fondazione dei notai, che con appena 1.081 contribuenti, evidentemente assai facoltosi, ha portato a casa quasi 800 mila euro, all’associazione Radio Maria, che ha registrato nel 2010 introiti per 2,1 milioni sotto la voce «volontariato».

Fino alle sigle di emanazione sindacale o padronali vicine a quei mondi: come l’Istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo (Cisl) o l’Associazione nazionale comunità sociali e sportive (Confartigianato). Con il rischio di un clamoroso conflitto d’interessi degli enti legati a soggetti che gestiscono i centri di assistenza fiscale e contemporaneamente sono beneficiari del 5 per mille. L’Agenzia delle Entrate ha ammesso di essere intervenuta in passato «per rimuovere una specifica situazione che poteva influenzare la libera scelta del contribuente...». «Esemplare per l’incertezza delle disposizioni», scrivono i giudici contabili, «la vicenda relativa alle fondazioni. All’origine, furono previste nella categoria del volontariato; nel 2007, furono escluse quelle non qualificate come Onlus, a meno che non rientrassero nella tipologia della ricerca scientifica.

Per gli anni 2007-2009, fu inserita una categoria specifica: le fondazioni nazionali di carattere culturale, peraltro, di difficile individuazione, essendo il requisito culturale di incerta qualificazione». Senza dire che «la mancanza di una rigorosa selezione ha fatto crescere a dismisura il numero dei beneficiari». Ecco allora comparire fra gli ammessi «le fondazioni di tendenza politica», ma anche i fondi di assistenza e previdenza e «le fondazioni di supporto alle squadre di calcio». Il rapporto segnala come nella lunga lista figuri anche, fra le Onlus, la Fondazione Milan, emanazione del club di Silvio Berlusconi, che a novembre del 2013 ha celebrato il decennale con un memorabile galà che ha favorito la tregua armata fra Barbara Berlusconi e Adriano Galliani.

La conseguenza è che di quei circa 400 milioni l’anno il 40 per cento circa finisce nelle casse di 200 organizzazioni: le più potenti e attrezzate. Ma c’è anche il rovescio della medaglia. Ovvero la polverizzazione di contributi a favore di «una pletora» di soggetti. Il che, secondo il rapporto, fa salire i costi e rallenta le procedure di erogazione «rischiando di indebolire l’istituto del 5 per mille rendendolo un inutile contributo a pioggia privo di ogni ricaduta positiva».

09 febbraio 2014

Quiver, il gatto fortunato che viene trapassato da una freccia ma riesce a sopravvivere

Il Mattino


20140208_c4_gatto
WASHINGTON - Trapassato da una freccia ma ancora in vita. Quiver è il fortunato gatto che dopo essere stato infilzato da una freccia è riuscito a sopravvivere. Il dardo non ha, infatti, leso alcun organo vitale. Il micio è stato trovato lungo un sentiero di Nisson Park, nello Utah meridionale, da un volontario dell’associazione no-profit “One More Chance C.A.T.S.”

L'animale è stato portato in una clinica dove inizialmente si pensava a un'eutanasia, ma dopo la radiografia, scoprendo che non erano stati interessati organi vitali è stato operato, la lancia etratta e il gatto salvato. Il piccolo felino necessiterà sempre di particolari attenzioni a causa delle lesioni riportate nell’apparato digerente. Si trova ancora in clinica ma è in fase di ripresa. Il piccolo Quiver ora attende qualcuno che lo adotti e sappia prendersi cura delle 8 vite che gli sono rimaste, perchè una l'ha sicuramente persa.

domenica 9 febbraio 2014 - 00:10   Ultimo aggiornamento: 00:11

Grazie a un trucco i deputati pagano solo il 18% di tasse

Cristiano Gatti - Sab, 08/02/2014 - 16:28

Grazie a un incredibile escamotage versano la metà delle imposte di un manager

Ma se usassero sempre l'inarrivabile creatività riservata ai loro listini paga, che grande Paese sarebbe questa Italia? Se davvero gli onorevoli, una volta arrivati nelle aule parlamentari di Stato e Regioni, sfoderassero la metà della metà di questa magistrale abilità contabile, in quale magnifico Eden vivremmo noi e i nostri figli? Perché si fa presto a dire casta e privilegi e stipendi e vitalizi d'oro: quelli sono evidenti, di quelli sappiamo quasi tutto, su quelli ormai applicano manovre prudenziali persino loro, consapevoli che non si possa tirare la corda oltre certi limiti.


1391873357-camera-deputati
È proprio oltre questi limiti che bisogna per forza entrare nel magico mondo dei trucchi sopraffini, sommersi e sottotraccia, che nessuno nota, alla portata di pochissimi. Ma per fortuna questi pochissimi esistono e fanno benissimo il loro mestiere. Di sentinelle e di fustigatori. Uno dei più affidabili è sicuramente Stefano Livadiotti, che nei suoi articoli sull'Espresso e nei suoi libri-inchiesta esercita senza tregua il ruolo del mastino. L'ultima segnalazione è una vera gemma: con perseveranza e acume investigativo ci rivela quanto possa essere sofisticato e geniale l'acume fiscale degli onorevoli italiani. Rapida sintesi in anteprima: riescono a pagare la metà delle tasse di un umano normale. Aliquota del 18,7 per cento. Wow. Tu chiamale se vuoi, detrazioni.

Non basta più lavorare sulle entrate, si sono detti i parlamentari di tutti gli orientamenti (su questi temi, le intese non sono larghe: sono larghissime). Se sulle entrate non si può più incidere per non diventare spudorati, tutti al lavoro sulle uscite. Meglio: sulla materia fiscale. Cioè su quelle voci che alla fine possono fare la fortuna o la miseria di qualsiasi stipendio. Livadiotti ci mette mano e alla fine li stana. Alta acrobazia: non ci sono altri vocaboli per definire gli espedienti escogitati dalla casta per le sue stesse buste paga. Un capolavoro. Né più, né meno.

Per apprezzare fino in fondo la qualità dell'opera d'arte, basta mettere a confronto le cifre di un parlamentare e di un pari grado - facciamo un manager - che operi in un'azienda privata. L'incasso annuale lordo è di 235.615 euro (ma riconosciamolo, una volta buona: può un parlamentare tirare avanti con la miseria di 235.615 euro l'anno, con tutti i bottoni che deve schiacciare?). Partendo da una cifra già così limata, è chiaro che non si può pretendere poi di falcidiarla pure con una tassazione impietosa. Ed è qui che interviene una provvidenziale normativa, diciamo così d'emergenza, per limitare i danni. Mentre il manager privato dovrà pagare sui 189.431 euro di base imponibile (dopo le ritenute pensionistiche e sanitarie) il 39,4 per cento di Irpef, cioè 74.625 euro, portandosi a casa 114.806 euro netti, il suo equivalente parlamentare pagherà il 18,7, cioè 35.512 euro, meno della metà, mettendosi in tasca 153.919 euro netti.

Mistero? Magia? Non c'è niente di paranormale. Con la sola imposizione delle mani, la casta è riuscita semplicemente a inventarsi il colpo di tacco che mette a sedere tutti gli ideali di equità. Come spiega Livadiotti, «è un'interpretazione alquanto generosa dell'articolo 52, comma 1, lettera b, del Tuir» (non a caso sembra un algoritmo: l'algoritmo della furbizia)», grazie alla quale non fanno reddito le somme incassate a titolo di rimborsi spese, che per il parlamentare hanno varie forme, come diaria, trasporti, telefono. Basta travestire le entrate da rimborsi, e che ci vuole per vivere felici? Magari è fatica seguirli su cifre, percentuali e cavilli. Gli italiani difatti malvolentieri si avventurano nella nebulosa della finanza politica. È complessa, è vaga, è ostica. Ma in fondo anche questo è un altro capolavoro della casta: diventare incomprensibile, cioè inviolabile.

L'impresa senza sindacati fa utili record

Tony Damascelli - Dom, 09/02/2014 - 08:20

L'azienda di Massimo Cobol fattura 21 milioni di euro: 10mila juke box di cibo e bevande distribuite tra Puglia, Campania, Calabria. Il manager: "Punto sulla qualità della relazione coi lavoratori"

A Bruxelles fu il migliore con la pistola. Nel senso dei Giochi militari. Primo nel tiro. Massimo Cobol oggi tira ma di conto, la sua azienda fattura 21 milioni di euro, macchine distributrici di bevande e affini, snack e frutta fresca.


1391930513-sindacato
Ospedali, caserme, uffici, scuole, municipi, aziende pubbliche e private, 10mila juke box di cibo e bevande distribuite tra Puglia, Campania, Calabria, un mercato in crescita, denaro contante, fresco, immediato, senza binari morti, ricatti, supporti bancari. Cobol non è cognome barese, nemmeno pugliese, semmai lo è quello della frizzante consorte, Carofiglio, Alessandra il nome, figlia dell'imprenditore Arnaldo, titolare della ditta che imbottigliava e distribuiva la Coca Cola nel Sud e decise, un giorno di passare il 50 per cento dell'azienda alla figlia e al genero tiratore. I Cobol, dicevo, con l'accento sulla seconda «O» e non sulla prima, come si usa a Bari sempre (corso Càvour è un classico), vengono da Trieste. Qui nonno Giuseppe e suo figlio con lo stesso nome di battesimo, già direttore dell'Agip, vivevano prima di trasferirsi nella città di San Nicola: «A mio nonno fu assegnato l'ufficio di segretario generale della Fiera del Levante». 
Erano gli anni belli della manifestazione, unica per i commerci del Sud con il resto del mondo. L'altro ramo dei Cobol, sotto il fascismo, decise di italianizzarsi chiamandosi Cobolli e poi prendendo il titolo di Gigli. Il cugino di nonno Giuseppe, anch'egli di nome Giuseppe, fu ministro dei Lavori Pubblici di Mussolini, il Cobolli Gigli ex presidente della Juventus ha una sola affinità, anche Massimo Cobol è stato presidente di una squadra di calcio, il Victoria portata dalla Terza categoria all'Eccellenza ma con soldi propri, a fondo perduto. Massimo Cobol non ha mai avuto il pensiero di cambiare l'araldica di famiglia che per lui è sacra. Per rendere l'idea, il Cobol imprenditore, si trasforma in Babbo Natale, sul serio vestito, per i tre nipotini, li porta all'asilo e a scuola «ogni mattina della mia vita», ha coinvolto in azienda, il figlio Giuseppe, ci risiamo, la figlia Gaia e il genero Pier Sergio Bazzoni, ha regalato il 4 per cento delle azioni, di cui detiene il restante 96, a Dino Coppi «un ragazzo che ha creato con me la prima ditta». Erano i favolosi, si fa per dire, anni Settanta.
Massimo Cobol, riposta la pistola, venne assunto dal suocero alla Coca Cola: «Duecentocinquantamila lire il primo stipendio» roba piccola per chi aveva già l'acqua che gli andava per l'orto. Direttore commerciale stava scritto sul biglietto da visita. In verità aveva voglia di mettersi in proprio. Provò con un piccolo deposito e sei dipendenti, distribuzione di bevande calde e fredde e qualche snack per Bari e Taranto. Quando il suocero decise di liberarsi della Coca Cola, la vita di Massimo e Alessandra, prese la svolta. Nuova sede a Bari, quindi depositi a Francavilla Fontana, Citrignano di Aversa, in partecipazione (al 60%) a Cerignola, i dipendenti da 6 diventano 150, i metri quadrati da 300 a 2.000 coperti e 10.000 scoperti, il fatturato da 3 milioni di euro, anno 2001, ai 21 milioni di oggi (prima azienda di settore del Sud).

Ogni volta che un cliente digita (chiamasi «battuta») la richiesta di un prodotto alla macchinetta la So.me.d incassa dai 35 ai 40 centesimi, i distributori sono 10mila, il cash è registrato direttamente in azienda da un sistema informatico, fate voi il conto. E i sindacati? Domanda inutile: «Mai avuto un problema, non ci sono rappresentanze sindacali, tutti guadagnano un salario notevole, nessuno calpesta i diritti dei lavoratori, mai un licenziamento, mai una manifestazione di protesta. Ho fatto costruire, in azienda, un campo di calcio in erba sintetica, il primo della Puglia, dotato anche di illuminazione, il rapporto con i nostri dipendenti è eccellente. La mia filosofia è rivolta alla qualità delle relazioni e dei nostri prodotti. Il nostro caffè viene torrefatto esclusivamente per noi, provvediamo a tostare il pane per gli snack, la frutta è di assoluto livello. Eppure».

Eppure ogni anno Cobol paga gli atti vandalici alle macchine, soprattutto nelle scuole: «Usano il piede di porco, devastano gli impianti per rubare 30, 40 euro. Una macchina distributrice costa 3mila e 500 euro e l'assicurazione non copre più. Ma non ho mai fatto ricorso al debito, alle banche, ho sempre provveduto a intervenire con il mio patrimonio personale». Cobol viaggia con il 740 appresso, lo esibisce ai finanzieri, ogni volta che viene fermato a bordo della sua automobile o della sua imbarcazione: «Lo faccio per dimostrare che non ho nulla da nascondere e che me lo posso permettere. Sa che cosa rispondono gli uomini delle fiamme gialle? Se facessero tutti come lei...». Il mercato non flette: «I costi di esercizio dei bar sono sempre più pesanti. Pensate che in Giappone l'80 per cento della distribuzione della Coca Cola avviene con le macchinette, proprio a causa dei costi di gestione e di lavoro.

Lo stesso da noi, dove si va verso un cambiamento di abitudini. Potremo introdurre altri prodotti, come i parafarmaceutici, c'è spazio per crescere. Ma devi fare i conti con il sistema Paese. La soluzione? Innanzitutto abolire i privilegi acquisiti. Ho letto che qui a Bari, soltanto per i vitalizi a ex dipendenti di comune e provincia, partono 11 milioni di euro all'anno. Dobbiamo far lavorare chi ha un posto di lavoro». Non è un errore di stampa: «Ci sono due aziende a Bari che quotidianamente devono fare i conti con questa realtà: una ha 2mila dipendenti ma ogni giorno 500 risultano assenti; un'altra ne ha 900 ma 300 risultano “non presenti”. Come si fa a essere produttivi? Se lo Stato mi consentisse di assumere a tempo determinato, con alcune agevolazioni fiscali e dopo tre anni poter premiare chi è bravo con un contratto a vita, lo farei oggi. Chi ha la possibilità di punire gli incapaci?».

Massimo Cobol non ha questo problema, le sue macchinette distribuiscono e lui tira diritto. Come gli capitava con la divisa di ufficiale, a Bruxelles. Ma oggi senza pistola. Basta introdurre una moneta e la vita è bella.

Ecco i custodi del segreto di Ratzinger I testimoni di un grande addio

Corriere della sera

Dal manoscritto allo stupore dei cardinali. Le 24 ore che hanno cambiato la Chiesa

8d94e82faded8036
Cominciano ad addensarsi le nubi, una luce cinerea piove dalle vetrate che danno sul cortile di San Damaso e rischiara appena le logge di Raffaello. Palazzo Apostolico, lunedì, 11 febbraio 2013. Al terzo piano Benedetto XVI si è svegliato poco dopo le sei, alle 6.50 è uscito dalla sua stanza verso la cappella privata per celebrare la messa quotidiana, prima di colazione, assieme alla piccola «famiglia» pontificia: i segretari Georg Gänswein e Alfred Xuereb e le quattro «Memores Domini» che lo aiutano nell’appartamento, Loredana, Carmela, Cristina e Rossella.
Alle 9 il Papa è nel suo studio. Tutto procede come ogni giorno, solo che non è un giorno come gli altri. Si prepara un temporale, a Roma, poche ore più tardi farà il giro del mondo la foto di un fulmine che cade sulla sommità della Cupola di San Pietro.

Di un «fulmine a ciel sereno», la voce arrochita, parlerà anche Angelo Sodano, Decano del Collegio cardinalizio, il primo a prendere la parola dopo che Benedetto XVI ha annunciato, alle 11.41, la propria «rinuncia» al ministero petrino. «Fratres carissimi, non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem...». Il Papa ha convocato i cardinali per la canonizzazione degli 813 martiri di Otranto uccisi dagli ottomani il 14 agosto 1480 e di altre due beate, e va avanti imperturbabile secondo programma. Ma alla fine prende ancora la parola, dispiega due fogli e comincia a leggere a fior di labbra, poco più di un sussurro nel silenzio assoluto.


«Carissimi fratelli, vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa...». Mentre Joseph Ratzinger pronunciava la sua Declaratio, nella Sala del Concistoro al secondo piano del Palazzo, tra i cardinali allineati lungo gli arazzi raffaelleschi del Penni ce n’erano alcuni che si guardavano sgomenti e altri che non avevano capito, «declaro me ministerio renuntiare», il biblista Gianfranco Ravasi lo racconterà a dimostrazione di quanto la conoscenza del latino stia scemando anche nella Chiesa, o magari è solo incredulità, «ma che ha detto?». Sodano parla a nome di tutti e interpreta il sentimento comune, lo stupore che di lì a pochi minuti diverrà planetario. Eppure il cardinale, fin dalla vigilia, è uno dei pochissimi ad essere consapevole di ciò che si prepara.


Domenica, pomeriggio. La Declaratio non ha la data di lunedì ma del 10 febbraio, domenica. Joseph Ratzinger l’ha scritta di persona, come d’abitudine a matita, al pomeriggio. Dopo l’Angelus ha avvertito il Decano e il segretario di Stato Tarcisio Bertone, che lunedì mattina portano con sé una copia del testo e ne seguono la lettura parola per parola. E ancora lo sanno il Sostituto della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu e monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del Papa. L’indomani toccherà a padre Federico Lombardi, portavoce vaticano, il compito arduo di spiegare e affrontare i media di tutto il mondo.

Le ultime «dimissioni» di un Papa risalgono al 4 luglio 1415, Gregorio XII, e tutti grazie a Dante hanno presente il gesto di Celestino V, il 13 dicembre 1294. C’è la suggestione del 28 aprile 2009, quando Benedetto XVI andò all’Aquila devastata dal terremoto e seminò il panico nel seguito varcando la porta santa della basilica pericolante di Collemaggio, era previsto un omaggio sulla soglia ma lui volle posare il suo pallio sulla teca con le spoglie del Papa del «gran rifiuto». Ma qui non entrano in gioco potenze esterne, impossibile fare paralleli con la Declaratio «in piena libertà» di Ratzinger.

Lunedì, alba . Il giorno è arrivato, nel Palazzo l’attività si fa convulsa fin dall’alba, solo allora esce dall’appartamento privato del Papa quel foglio che non ha reali precedenti nella vicenda bimillenaria della Chiesa. Lo scandalo di Vatileaks insegna, non si può rischiare una fuga di notizie. Il testo scritto della Declaratio diffuso dal Vaticano intorno a mezzogiorno contiene tre errori come altrettanti indizi. Benedetto XVI ha affidato il manoscritto alla segretaria Birgit Wansing, l’unica persona in grado di decifrarne la calligrafia minuta e nervosa.

Solo dall’alba di lunedì comincia in Segreteria di Stato il lavoro di trascrizione del testo latino e delle traduzioni in italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, polacco e arabo. Quando Ratzinger lo legge, nella Sala del Concistoro, dice correttamente «vita», all’ablativo, ma all’inizio del testo distribuito c’è il genitivo «vitae» e più oltre un’altra concordanza sbagliata, l’accusativo «commissum» (ma questo lo legge anche il Papa) anziché il dativo «commisso». E poi, sintomatica, l’indicazione dell’inizio della sede vacante, la sera del 28 febbraio: l’inesistente «hora 29» invece delle 20 annunciate da Benedetto XVI. La fretta: in ogni tastiera il numero 9 è giusto accanto allo zero.

Lunedì, ore 10.46 . Il Pontefice, alle 10.55, lascia l’appartamento, scende in ascensore alla seconda loggia ed entra nel salone, il passo breve e un po’ malcerto, l’aria patita ma lo sguardo determinato. Alle 11.41 i cardinali impallidiscono. Cinque minuti più tardi, alle 11.46, il lancio Ansa della vaticanista Giovanna Chirri informa il mondo delle dimissioni. «Iterum atque iterum», sillaba Benedetto XVI. Ratzinger spiega di aver preso la sua decisione dopo avere esaminato ripetutamente la propria coscienza, «ancora e ancora», davanti a Dio.

Nella scelta del Pontefice bisogna distinguere la lunga maturazione della decisione, la scelta della data e il momento in cui la comunica alle persone più vicine. Quando l’ufficio delle celebrazioni liturgiche, il 4 febbraio, avvisa i «signori cardinali» che ci sarà il concistoro di lì a una settimana, Benedetto XVI ha già deliberato in cuor suo che quella, nella solennità della cerimonia e davanti ai cardinali, sarà l’occasione adatta. In quei giorni viene bloccata anche la stampa dell’Annuario Pontificio 2013 in vista di «modifiche» importanti.

Del resto Ratzinger ci pensava da tempo. Il 27 ottobre 2011, ad Assisi, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I gli diede appuntamento a Gerusalemme nel 2014, per celebrare i cinquant’anni dell’incontro tra Paolo VI e Atenagora, e si racconta che il Papa gli abbia risposto: «Verrà il mio successore». Forse se lo sente, di certo Benedetto XVI aspettava il momento giusto da quando, dopo l’incontro all’Avana con Fidel Castro, il 29 marzo 2012 tornò sfinito dal viaggio di sette giorni in Messico e a Cuba. «Sì, sono anziano ma posso ancora fare il mio dovere», aveva sorriso al Líder máximo.

Oltretevere però raccontano che ci mise un mese a recuperare un po’ di forze. Da tempo ne è al corrente il fratello maggiore, monsignor Georg Ratzinger, con il quale si è confidato durante le vacanze estive a Castel Gandolfo. Si dice che in agosto ne abbia parlato anche a Bertone e a Gänswein, il quale cerca invano di dissuaderlo nelle settimane successive. Ma Benedetto XVI è determinato. Quello di domenica è solo l’ultimo passaggio. Il Papa avverte chi di dovere. Per diciassette giorni bisognerà gestire una situazione inedita e prepararsi al conclave. Ma Ratzinger, con acribia da studioso, ha da tempo calcolato e programmato ogni mossa.

bebbf135291a016
«Un atto di governo» . La «rinuncia», in teoria, è prevista dal Codice di diritto canonico, canone 332, paragrafo 2. Nel libro «Luce del mondo», del 2010, aveva prospettato l’ipotesi: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi». Ma allora si era nel pieno dello scandalo pedofilia nel clero, che Benedetto XVI ha combattuto come nessuno prima di lui, e così aveva aggiunto: «Proprio in un tempo come questo si deve tenere duro e sopportare». È ciò fa anche nella primavera del 2012. Scoppia lo scandalo Vatileaks, viene arrestato e processato il maggiordomo «corvo» Paolo Gabriele che gli rubava documenti riservati dallo studio.

Non è il momento, sono mesi difficili di veleni e lotte di potere in Curia, Ratzinger ha già deciso ma non intende dare la sensazione di fuggire. Lo disse il 24 aprile 2005, nella messa di inizio del pontificato: «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi». Così aspetta che il processo si concluda, aspetta che la commissione cardinalizia che ha nominato per indagare sugli scontri nella Curia consegni a lui e solo a lui la relazione segreta che indica manovre e responsabilità. A dicembre ha tutti gli elementi per agire e fare pulizia, sa che è urgente ma sente di non averne più la forza. Affiderà il dossier al successore.

«Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». La «ingravescente aetate» e la consapevolezza che nella Chiesa è necessaria una scossa non sono spiegazioni alternative ma gli elementi che fondano assieme la decisione di dimettersi. Non a caso padre Federico Lombardi parla di «un grande atto di governo della Chiesa».

Le Ceneri, verso Pasqua . Benedetto XVI non lascia nulla al caso. Alla fine del 2012 compie le celebrazioni di Natale e calcola i tempi in modo che nell’ultima settimana di marzo, a Pasqua, il momento più importante per i fedeli, la Chiesa abbia un nuovo Pontefice. Il 24 novembre ha convocato un concistoro per la creazione di sei nuovi cardinali e per la prima volta nella storia - salvo uno «mini» del 1924, quando Pio XI creòdue cardinali americani - non c’è neanche un europeo: per «riequilibrare» la composizione del Collegio, troppo sbilanciato sul Vecchio Continente, e questo è un segnale.

Come è un segnale il fatto che la Declaratio avvenga alla vigilia delle Ceneri, l’inizio del periodo penitenziale di Quaresima. Le tentazioni diaboliche che si riassumono nella pretesa di «strumentalizzare Dio», di «mettersi al Suo posto» o «usarlo per i propri interessi», per la «gloria e il successo». Come un epilogo alla Declaratio, nel pomeriggio di mercoledì torna a incontrare i cardinali e parla dell’«ipocrisia religiosa» denunciata da Gesu, «laceratevi il cuore e non le vesti!», prima di posare la cenere sul capo dei porporati chini e in fila davanti al Papa: allora diventa chiaro che la denuncia delle «divisioni ecclesiali» che «deturpano» il volto della Chiesa, come l’esortazione a «superare individualismi e rivalità», è un’indicazione precisa al conclave che si avvicina.

09 febbraio 2014