lunedì 10 febbraio 2014

Crisi: l'uovo di Colombo.

Buongiorno, so di chiedervi un grosso favore ma, vista l'asoluta originalità della proposta, penso sia nell'interesse di tutti divulgarla


Cattura
Talvolta, per avere un'idea è necessario che il problema da risolvere si presenti nel suo aspetto più drammatico. Proprio come sta accadendo oggi. Mentre disoccupazione e miseria crescono rapidamente senza che se ne veda la fine, esistono, in Italia, categorie tutelate ed altre super-tutelate. Mi riferisco a quanti operano in istituzioni ed enti, pubblici o para-pubblici, compresi, tra questi ultimi, anche quelli di diritto privato ma nei quali siano presenti quote pubbliche. La caratteristica di questi organismi è quella di svolgere funzioni che, almeno per chi li ha creati, vengono considerate di interesse (più o meno) pubblico e, quindi, da mantenere. In pratica, queste strutture costituiscono la forma organizzativa ritenuta necessaria per garantire equità, giustizia e sicurezza tra i cittadini, oltre a favorire il loro sviluppo e quello dell'intera nazione attraverso adeguate iniziative. Oggi, la profonda crisi che sta soffocando l'Italia ha mostrato, con evidenza, che essi, pur con diversi livelli di responsabilità, hanno fallito tutti gli obiettivi per i quali era stati creati. Nel settore privato , quando gli obiettivi non vengono raggiunti, si assiste ad un declino più o meno rapido che si conclude con la cessazione definitiva delle attività (cessazione o fallimento) con conseguenze anche drammatiche (disoccupazione, suicidio).

Questo, invece, non accade nel settore pubblico, se non in situazioni assolutamente rare ed estreme, perché, come si è detto, le loro funzioni sono ritenute necessarie. Tuttavia, appare certamente strano che il settore pubblico non “risenta”, come il privato, delle conseguenze di una situazione negativa che proprio le strutture pubbliche avrebbero dovuto evitare. Quindi, per equità e giustizia nei confronti del settore privato, è giusto che anche quello pubblico subisca una qualche forma di “danno” per non aver svolto adeguatamente il proprio dovere. Si tratta, insomma, di individuare un metodo che, automaticamente, “danneggi” i dipendenti pubblici in proporzione al decrescere del livello di benessere della popolazione da essi amministrata o servita. Pertanto, agendo sui budget di ogni organizzazione, dovranno poi essere elargite retribuzioni (comprensive anche delle voci accessorie ed occasionali) non superabili, organizzate su un numero limitato di livelli che valgano per tutti, senza alcuna eccezione, che siano garantire solo per una piccola quota e con la parte restante legata al benessere crescente o calante del territorio su cui operano.

Una tale soluzione, oltre a essere democratica, consente anche di rimediare ad alcune “brutte” abitudini del settore pubblico, dal gradino più basso fino a quello più alto in assoluto. Basta fare alcuni esempi per comprendere meglio: parlamentari e dipendenti del parlamento strapagati anche se tutto va male, assunzioni fatte su base clientelare ed organici gonfiati anche in assenza di una vera necessità, ecc. Una tale soluzione avrebbe, invece, il merito di impedire, automaticamente, il ripetersi di quegli sbagli che hanno portato il settore pubblico e para-pubblico ad essere visto, nella maggioranza dei casi, non come un servizio ma come un parassita che, addirittura, può portare alla distruzione dell'Italia. Infatti, se la parte (molto) variabile delle retribuzioni fosse strettamente collegata al totale dei redditi dichiarati nello stesso territorio ecco che le oscillazioni delle retribuzioni sarebbero coerenti con il livello della ricchezza della popolazione.

Quindi, i servizi di livello comunale collegati al totale dei redditi del territorio comunale, i servizi di livello provinciale collegati al totale dei redditi del territorio provinciale, e così via fino al livello nazionale. In tal modo, dal Presidente della Repubblica e fino al più semplice dei dipendenti, tutti avrebbero l'interesse a fare le cose al meglio e ad impedire il proliferare di “poltrone” od incarichi inutili perché ciò porterebbe ad aumentare il numero dei soggetti tra i quali dividere la torta che, ripeto, sarebbe collegata al livello totale dei redditi dichiarati dai cittadini nell'anno precedente. Inoltre, per evitare che i vari commensali pubblici decidano, a loro piacere, le dimensioni della torta da spsrtirsi, basterebbe fissare, con referendum popolare, la percentuale massima del prelievo fiscale (forse il 33%) che possa essere operato sui redditi dichiarati.

Questa sarebbe vera democrazia, perché sarebbero i cittadini a decidere quanto sono disposti a spendere per l'insieme dei servizi pubblici e para-pubblici e starebbe poi ai singoli decidere se servire veramente il proprio paese condividendone gli alti e bassi oppure impegnarsi nel settore privato. Infine, per raggiungere la perfezione, in occasione del referendum popolare sarebbe cosa buona fissare anche il numero massimo dei livelli retributivi e collegare ciascuno di essi a quello più basso. Ciò eviterebbe, come sta succedendo anche ora, che i dirigenti ed i mega dirigenti facciano la parte del leone rispetto alle retribuzioni dei livelli più bassi. Un tale sistema, evidenzierebbe anche l'assoluta inutilità dei sindacati del settore pubblico e para-pubblico consentendo un enorme risparmio per le casse pubbliche visto che scomparirebbe il refugium peccatorum del distacco sindacale.

G.Ceruso – ex dipendente pubblico (quindi, conosco bene il settore)

Ringrazio anticipatamente per l'eventuale pubblicazione.

Napolitano, lettera al Corriere sull’estate 2011 «Complotto? Fumo, solo fumo. Ecco i fatti»

Corriere della sera


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Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non nega di aver incontrato Mario Monti diverse volte nel suo studio durante l’estate del 2011, ma , in una lettera inviata al direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, fornisce la sua versione dei fatti che precedettero la formazione del governo guidato dal Professore, definendo come «fumo, solo fumo» le confidenze personali fatte da Carlo De Benedetti e Romano Prodi ad Alan Friedman e «l’interpretazione che si pretende di darne in termini di complotto».

Monti al Tg1 "Confermo contatti con Napolitano nell'estate 2011" (10/02/2014)
 
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LE TENSIONI, LA BCE, POI L’INCARICO - Nella lettera il capo dello Stato ricorda in particolare le difficoltà vissute dal Paese durante il 2011. E cita a riguardo il «sempre più evidente logoramento della maggioranza di governo» culminato nella missiva inviata dal presidente della Bce Trichet e dal governatore di Bankitalia Draghi all’allora premier Silvio Berlusconi. Nella sua ricostruzione dei fatti il presidente della Repubblica si sofferma sulla data dell’8 novembre, giorno in cui la Camera respinse il rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato. Quella stessa sera, ricorda ancora Napolitano, Berlusconi salì al Colle e decise di rassegnare il mandato una volta approvata la legge di stabilità. Solo nelle consultazioni successive alle dimissioni del Cavaliere, sottolinea il capo dello Stato, il Quirinale riscontrò «una larga convergenza» sul conferimento dell’incarico a Mario Monti.


IL TESTO INTEGRALE

Gentile Direttore,
posso comprendere che l’idea di «riscrivere», o di contribuire a riscrivere, «la storia recente del nostro Paese» possa sedurre grandemente un brillante pubblicista come Alan Friedman. Ma mi sembra sia davvero troppo poco per potervi riuscire l’aver raccolto le confidenze di alcune personalità (Carlo De Benedetti, Romano Prodi) sui colloqui avuti dall’uno e dall’altro - nell’estate 2011 - con Mario Monti, ed egualmente l’avere intervistato, chiedendo conferma, lo stesso Monti.

Naturalmente non poteva abbandonarsi ad analoghe confidenze (anche se sollecitate dal signor Friedman), il Presidente della Repubblica, che «deve poter contare sulla riservatezza assoluta» delle sue attività formali ed egualmente di quelle informali, «contatti», «colloqui con le forze politiche» e «con altri soggetti, esponenti della società civile e delle istituzioni» (vedi la sentenza n.1 del 2013 della Corte Costituzionale).

Nessuna difficoltà, certo, a ricordare di aver ricevuto nel mio studio il professor Monti più volte nel corso del 2011, e non solo in estate: conoscendo da molti anni (già prima che nell’autunno 1994 egli fosse nominato Commissario europeo su designazione del governo Berlusconi), e apprezzando in particolare il suo impegno europeistico che seguii da vicino quando fui deputato al Parlamento di Strasburgo. Nel corso del così difficile - per l’Italia e per l’Europa - anno 2011, Monti era inoltre un prezioso punto di riferimento per le sue analisi e i suoi commenti di politica economico-finanziaria sulle colonne del Corriere della Sera. Egli appariva allora - e di certo non solo a me - una risorsa da tener presente e, se necessario, da acquisire al governo del paese.

Ma i veri fatti, i soli della storia reale del paese nel 2011, sono noti e incontrovertibili. Ed essi si riassumono in un sempre più evidente logoramento della maggiornaza di governo uscita vincente dalle elezioni del 2008. Basti ricordare innanzitutto la rottura intervenuta tra il Pdl e il suo cofondatore, già leader di Alleanza Nazionale, il successivo distacco dal partito di maggioranza di numerosi parlamentari, il manifestarsi di dissensi e tensioni nel governo (tra il Presidente del Consiglio, il ministro dell’economia ed altri ministri), le dure sollecitazioni critiche delle autorità europee verso il governo Berlusconi che culminarono nell’agosto 2011 nella lettra inviata al governo dal Presidente della Banca Centrale Europea Trichet e dal governatore di Bankitalia Draghi.

L’8 novembre la Camera respinse il rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato, e la sera stessa il Presidente del Consiglio da me ricevuto al Quirinale convenne sulla necessità di rassegnare il suo mandato una volta approvata in Parlamento la legge di stabilità. Fu nelle consultazioni successive a quelle dimissioni annunciate che potei riscontrare una larga convergenza sul conferimento a Mario Monti - da me già nominato, senza alcuna obiezione, senatore a vita - dell’incarico di formare il nuovo governo. Mi scuso per aver assorbito spazio prezioso sul giornale da lei diretto per richiamare quel che tutti dovrebbero ricordare circa i fatti reali che costituiscono la sostanza della sotria di un anno tormentato, mentre le confidenze personali e l’interpretazione che si pretende di darne in termini di «complotto» sono fumo, soltanto fumo.

Con un cordiale saluto.


10 febbraio 2014

Flappy Bird, l'app di successo ritirata dal mercato Il programmatore: «Mi ha rovinato la vita»

Corriere della sera

Il gioco di successo è stato tolto dagli store per volontà del suo creatore

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Non sempre il successo logora chi non ce l’ha. Talvolta anche i vincenti cadono vittima delle proprie vittorie. È il caso di Dong Nguyen, l’autore di Flappy Bird, una delle app più scaricate di sempre. Semplice nella meccanica e nella grafica, l’uccellino svolazzante ha primeggiato negli app store di mezzo mondo raccogliendo commenti entusiastici. Noi lo avevamo segnalato tra i giochi più divertenti per smartphone e finora ha portato nelle tasche del giovane vietnamita circa 50 mila euro al giorno. Un fiume di denaro a cui il ragazzo ha voluto però rinunciare di colpo e, ironia della sorte, l’ha fatto con un tweet, un cinguettio.

NON IN VENDITA - «Flappy Bird è un mio successo personale ma mi ha rovinato la mia vita e ora lo odio» ha scritto Nguyen su Twitter l’8 febbraio , poi, qualche ora dopo ha annunciato che entro 22 ore avrebbe cancellato il gioco sia dall’App Store di Apple che dal Play Store di Android, dove effettivamente non si trovano più. L’autore nei tweet successivi ha tenuto a ribadire che il suo gioco non è in vendita e che comunque continuerà a realizzare videogame, alimentando la curiosità su questo caso che ai suoi colleghi sembra assurdo: perché realizzare un capolavoro commerciale e poi affondarlo? Perché gli avrebbe rovinato la vita?

OPERA DI UN HACKER - Le ipotesi sono tante e non c’è che da sbizzarrirsi con le interpretazioni. Una delle più quotate afferma che Nguyen semplicemente non esiste ma sia un genio dell’hacking che ha voluto provare al mondo le falle insite nei vari app store. Secondo questa teoria le recensioni a 5 stelle che hanno trasformato il gioco in un successo sarebbero opera di botnet, computer zombie che rispondono al volere di un hacker e postano senza sosta recensioni positive.


SISTEMA FALLACE - Un’altra teoria interessante vede in Nguyen un genio dei videogiochi che voleva dimostrare come il sistema dell’in app purchase non funzionasse. In quel sistema il giocatore scarica il gioco gratuitamente ma è poi costretto a comprare oggetti e avanzamenti con soldi veri se non vuole annoiarsi a morte. Un esempio è «Clash of Clans» o il più recente «Dungeon Keeper» , giochi che secondo molti stanno distruggendo l’industria videoludica. Flappy Birds invece è gratuito ma sostenuto dalla pubblicità il che vuol dire che il gioco non è concepito come una macchina da soldi ma come un’opera creativa fatta e finita a cui poi si aggiunge un classico sistema per avere delle rendite.

GENIO DEL MARKETING - Si passa al marketing con una terza ipotesi. Lo sviluppatore avrebbe ucciso la sua gallina dalle uova d’oro nel momento di massimo splendore per attirare attenzioni su di sé e sulle sue prossime fatiche. Ora che l’uccellino volante è morto gli occhi sono tutti puntati sull’account Twitter di Nguyen con ben 123 mila follower che non aspettano altro di conoscere le sue prossime mosse. Lui sarebbe quindi abile nel giocare questo suo ruolo tanto da essere scomparso: l’ultimo tweet lanciato risale allle 20.26 dell’8 febbraio.

AZIONI LEGALI - C’è poi la via legale. Basta uno sguardo per rendersi conto che «Flappy Bird» riprende scenari, oggetti e personaggi da «Super Mario Bros» e la Nintendo è agguerritissima contro chi utilizza i suoi diritti senza autorizzazione. Sempre in un tweet l’asiatico smentisce azioni legali contro di lui ma il dubbio rimane sempre valido: l’uccellino volante è una copia spudorata dell’universo della casa giapponese.

CIAO NGUYEN - L’ultima e la più bucolica crede in Nguyen e nelle sue parole, crede che il successo, le molte attenzioni che ha ricevuto e le continue richieste di vendita del gioco o di collaborazioni abbiano interrotto la sua vita semplice e genuina. E chissà che non sia proprio così.

10 febbraio 2014

Tassa» sul telefonino, cosa succede negli altri paesi. E se l’Italia seguisse la via spagnola?

Corriere della sera

L’analisi dopo che settimana scorsa sono uscite le tabelle provvisorie per la rideterminazione dei compensi per copia privata

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    Dopo l’uscita la scorsa settimana delle tabelle provvisorie per la «rideterminazione dei compensi per copia privata», due sono le notizie di rilievo sulla “tassa del telefonino” e dispositivi di memoria. La prima riguarda il Ministro Massimo Bray. Sta lavorando con le parti interessate per una soluzione condivisa «nell’interesse degli autori, dei produttori di smartphone e tablet e soprattutto, dei cittadini fruitori degli stessi». Dal Ministero dei Beni Culturali fanno sapere che per fine febbraio saranno rese note le decisioni. Nuove tabelle incluse, con cifre riviste. Si spera al ribasso. La seconda riguarda la Siae. Per voce del presidente Gino Paoli ha espresso il parere che: «a pagare il compenso siano i produttori». Una via difficile da praticare. Con tutta probabilità i produttori la scaricherebbero sull’utente finale. Facciamo due conti per capire.

    IL PRODUTTORE NON PAGHERÀ AL NOSTRO POSTO - Le stime di vendita 2014 in Italia sono circa 16 milioni di smartphone 8 milioni di tablet. Prendiamo a titolo di esempio Samsung che detiene nel Belpaese il 49% di mercato dei primi e il 29% dei secondi (dati 2013). Numeri che corrispondono a 10,1 milioni di dispositivi venduti dall’azienda coreana. Con i compensi provvisori di 5,20 euro a prodotto, fanno un totale di 52,8 milioni di euro. Difficile credere che Samsung paghi in nostra vece. A sua volta, (s)caricherebbe il balzello sul prezzo finale del prodotto. Dunque sul consumatore. Il ragionamento, con le dovute proporzioni, vale per Apple, Lg, Sony, Panasonic, Nokia etc. Come orientarsi allora? Il commissario Ue, il portoghese Antonio Vitorino, venne incaricato nel 2012 dall’Unione Europea di stendere un rapporto sull’argomento. Obiettivo: «dare indicazioni agli Stati membri su come il web stava cambiando la fruizione di contenuti digitali», visto l’estinguersi di copie da Dvd e Vhs. Adesso al loro posto usiamo la musica in streaming di Spotify, Deezer e Beats. I filmati di YouTube e quelli condivisi sul cloud. Dunque cambiano le regole del gioco.

    LA UE SUGGERISCE LA LICENZA COME ITUNES - Così il 31 gennaio 2013 Vitorino ha redatto un documento con una serie di “raccomandazioni”. Due di particolare interesse. Primo. Il consumatore deve conoscere in modo trasparente quanto paga come “compenso della copia privata” e quanto per il dispositivo. Ed è giusto. Infatti, chi di noi sapeva che già adesso sborsiamo 90 centesimi di tassa quando acquistiamo un telefonino? Secondo. La Ue consiglia agli Stati Membri, visto lo spostamento verso contenuti web, di considerare il sistema “licenze”. Sul modello Amazon e iTunes. In pratica chi acquista da uno Store una canzone diventa legittimo titolare della licenza, e gli è consentito fare copie personali. Una soluzione favorevole anche ai piccoli autori, che ricevono alla fonte quanto gli spetta, come avviene per le App. Allora, come si comportano gli altri Paesi? Si scopre che non tutti conteggiano il compenso allo stesso modo.

    SITUAZIONE DISOMOGENEA IN EUROPA. LA VIA SPAGNOLA Anzi a: «Cipro, Irlanda, Lussemburgo e Malta» il “compneso per copia privata” non è proprio applicato. Fine. In Inghilterra il problema è stato risolto in modo radicale. Niente tassa, perché le copie personali sono considerate illegali e chi le fa è punibile dalla Legge. In altri sette Paesi invece il compenso non è calcolato con una cifra fissa, bensì in percentuale sul prezzo di vendita. Si va dallo 0,5% al 6%. Lo fanno in: «Bulgaria, Grecia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia». E chi applica il compenso fisso? In Belgio si pagano 3 euro per smartphone e tablet. In Francia la Sacem (l’equivaente Siae) prevede 6,4 euro. Meno in Olanda: 5 euro per smartphone e 2,5 tablet. Diversa la situazione in Germania, posizionata su cifre decisamente superiori, a partire da 16 euro. Ma va precisato che i produttori tedeschi, visto il compenso iperbolico hanno aperto un contenzioso. Interessante la situazione in Spagna. Fino al 2012 era nella nostra situazione, poi ha deciso di abolire il contributo, legalizzando la copia privata. Dunque niente balzelli aggiuntivi. I soldi per l’equo compenso agli autori arrivano (in parte) dalla nuova Legge sulla pirateria varata dal governo Rajoy. Con l’applicazione di sanzioni più severe per i trasgressori.

    ALTROCONSUMO: «PERCHÈ PAGARE DUE VOLTE»? In questo contesto non uniforme, il conteggio provvisorio proposto dalla Siae, appare distorto. La Società di viale della Letteratura esegue una “strana” media europea. Non tenendo conto degli Stati che non la applicano e quelli che lo fanno in percentuale. Così in attesa delle decisioni finali in approvazione al Ministero, vale la pena valutare sia le indicazioni di Mr. Vitorino, sia la soluzione spagnola con l’emissione di un nuovo Decreto. E visto come si è scatenato il popolo della Rete sui Social Network la scorsa settimana, si capisce che le tabelle provvisorie vanno comunque riviste. In modo trasparente. Del resto: «inutile giocare sulle parole, di tassa si tratta e pure iniqua – dice Marco Pierani di Altroconsumo – perché nascosta nel prezzo finale e non indicata sullo scontrino. L’utente paga senza saperlo». Così l’associazione ha lanciato una raccolta firme da presentare al Ministero per bloccare gli aumenti. Anche perché: «se ho comprato su iTunes una canzone e sono autorizzato a fare copie legittime - conclude - perché devo pagare due volte per ascoltare la stessa musica su smartphone e tablet?». Misteri della Siae. Al Ministro Bray il non facile compito di dipanare la matassa.

    10 febbraio 2014

    Il san Valentino del Milanese Imbruttito (a sbattimento zero, o quasi)

    Corriere della sera

    di Luca Mastrantonio




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    1_Non paccarla mai all’ultimo – Lo sappiamo, le seratine con gli amici sono una sempre in pole, hai un modello di fattura tatuata nel cervello, gli sbattimenti/impegni sono tantissimi… è difficile dire di no, ma non paccarla a San Valentino (per lei è importante).

    2_ Se non sai cucinare lascia perdere la cena a casa! Con i tutorial in internet rischi di preparare una mezza merda e di certo non ti salverai con le candele o il prosecco dell’enoteca! La cena è fondamentale per il post, non dimenticarlo!

    3_ Valla a prendere tu e soprattutto in macchina! Niente scuse inutili: ”Cavolo, proprio stasera sono senza macchina…”. Non ci pensare minimamente a presentarti in bici, a piedi o uscirtene con frasi del tipo: ”Dai, parcheggiamo la macchina qui e prendiamo la metro! Lì è sempre un casino parcheggiare…” Inutile aggiungere spiegazioni. Ah, e mi raccomando: Parcheggiare davanti all’ingesso del ristorante è ca-te-go-ri-co!

    4_ Se hai scelto giustamente l’opzione ristorante, non ti lamentare subito del servizio – Ok, lo sappiamo, sono già tre minuti che sei seduto e il cameriere non ti ha ancora servito, il tavolo non è delle dimensioni che ti aspettavi e hai una tavolata di giargiana che hanno un tono di voce più alto del dovuto… però è san Valentino, dai, rilassati!

    5_ Non portarla sempre nel solito posto ma non azzardare nemmeno ristoranti del tutto sconosciuti. Cerca un locale carino (occhio su Tripadvisor alle recensioni dei non milanesi!). Mi raccomando, non farle capire che stai brancolando nel buio, è importante muoversi con disinvoltura! Se te la senti, saluta il proprietario come se lo conoscessi da una vita. Potrebbe aiutarti!

    6_Appena entri al ristorante non cercare sguardi di approvazione/carissimi amici in sala da salutare. Ok, metti caso di trovare più persone che conosci proprio nel ristorante dove hai prenotato. Lo sappiamo che è più forte di te, che è normale che tu conosca tutti…ma fai già PR gli altri 364 giorni dell’anno, per una sera dedicati solo alla tua donna.

    7_Non leggere le mail a tavola, non rispondere agli amici su whatsapp o, peggio ancora, parlare di business quando lei, davanti a una candela, sta per dirti “ti amo”. Se proprio non riesci a non leggerle per una sera… per lo meno vai a farlo in bagno.

    8_ Evita di parlare del fatto che San Valentino è un concetto mainstream e superato, una festa del tutto commerciale, inventata da una nota marca di cioccolatini  per vendere più del solito e che aMilano, festeggiare San Valentino è una giargianata etc. etc. Anche se sai di aver ragione, tieni la bocca chiusa!

    9_ Non presentarti a mani vuote! È vero che a volte basta il pensiero ma niente banalità. Zero rose, niente cioccolatini o peluche (macelafai?!) Ricordati che sei aMilano, e la tua donna probabilmente, le ha già viste tutte!

    10_ Non mangiare troppo. Piuttosto beviti due bicchieri in più! Non commettere il madornale errore di ordinare antipasto, primo, secondo e dolce. Questo è un consiglio fondamentale se vuoi esser produttivo nel dopocena!

    Per il resto divertiti, non parlare troppo dei tuoi viaggi, niente whatsapp o facebook a tavola, niente calcio, ordina una boccia di Chamapgnino e soprattutto non ti dimenticare che San Valentino è tra pochi giorni!

    Apple, l’iPhone 6 avrà lo schermo di zaffiro?

    La Stampa

    bruno ruffilli



    Apre in questi giorni una nuova fabbrica in Arizona: potrebbe produrre fino a 200 milioni di schermi per il nuovo smartphone di Cupertino

    Il nuovo iPhone sarà un gioiello, e non in senso metaforico. Potrebbe infatti avere uno schermo in zaffiro: non quello blu dei solitari di regine e principesse, ma lo stesso materiale che oggi copre il sensore digitale e la fotocamera dell’iPhone 5S. Perfettamente trasparente, resistente agli urti, quasi impossibile da scalfire. Lo scorso anno era trapelata la notizia di un accordo tra l’azienda di Tim Cook e GT Advanced Technology per l’apertura di un nuovo stabilimento in Arizona, che è pronto e dovrebbe entrare in funzione tra qualche giorno. 

    Impiegherà 700 persone e produrrà “sub componenti di importanza critica per i prossimi prodotti Apple”, secondo siti specializzati come 9To5Mac. GT Advanced Technology ha acquistato macchinari per realizzare in grande quantità lastre di zaffiro sintetico più grandi di quelle che produce attualmente. Sarebbero perfette per lo schermo dell’iPhone 6, che con ogni probabilità misurerà intorno ai 5 pollici, contro i 4 pollici dell’iPhone 5s e5c. E chissà che la possibilità di realizzare bordi curvi non sia utilizzata per il design del chiacchieratissimo iWatch, pure atteso entro l’anno.

    Ma perché lo zaffiro? La risposta è nella chimica: la struttura molecolare del materiale lo pone subito dietro al diamante per durezza (9 Mohs contro 10), e più in alto del vetro (tra i 5 e i 7 Mohs). Oggi la maggior parte di display per smartphone sono in vetro rinforzato, che viene prodotto perlopiù da due aziende: l’americana Corning realizza il Gorilla Glass (adottato sui primi iPhone e, nelle versioni successive, su molti altri apparecchi, compreso il Samsung Galaxy S4), la giapponese Asahi Glass Co ha lanciato un materiale simile, chiamato Dragontail. Hanno alcuni vantaggi rispetto allo zaffiro: sono più sottili, più leggeri e costano fino a dieci volte meno.

    Apple però punta sulla produzione in grande quantità e su nuove tecnologie per abbassare i costi: la fabbrica di Mesa potrebbe arrivare a produrre, secondo 9ToMac, oltre 200 milioni di schermi l’anno.

    Spedì le teste di maiale al Ghetto: ora lancia un nuovo sito antisemita

    Il Messaggero

    di Marco Pasqua

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    Appena dieci giorni fa, la Digos lo aveva denunciato per istigazione all'odio razziale per aver inviato tre teste di maiale, accompagnate da un volantino antisemita e negazionista, alla comunità ebraica. Ma Ernesto Moroni, 29 anni, legato a Forza Nuova – per la quale risulta essere stato anche un candidato alle regionali – non si è dato per vinto. E ha rilanciato in questi giorni sul web i suoi folli proclami, attraverso il rinnovato sito della formazione a lui riconducibile, ovvero Azione Frontale. Una sigla neofascista già presente sul web dal 2012, con un blog, ma che in queste ore Moroni – dipendente in un centro estetico – ha sottoposto ad un restyling grafico e di contenuti.

    PROCLAMI
    «Azione Frontale è un associazione che nasce dall'idea di un gruppo di ragazzi, stufi di vivere passivamente il fenomeno di una società ormai priva di valori e sani ideali. Si propongono, tra gli obiettivi principali, la controinformazione a dispetto dei metodi tradizionali di comunicazione, la lotta ai poteri forti, nello specifico satanismo e massoneria, signoraggio bancario e lotta al sionismo», si legge nel nuovo sito. E il tema della cosiddetta “lobby ebraica” torna anche in queste pagine virtuali, che hanno un'appendice su Facebook (duecento gli amici, a oggi). Per Moroni e gli estensori dei documenti contenuti nella sezione «discussioni», dietro al «signoraggio» e allo sperpero di denaro pubblico porti a «convogliare enormi somme di denaro dai vertici di lobby ebraiche. Denaro che – si sostiene - va a confluire segretamente nelle tasche di pochissimi eletti».

    LA MINACCIA
    Azione Frontale – che dovrebbe costituire il ponte verso una seconda associazione neofascista, ancora da costituire – chiama a raccolta i militanti della destra estrema, invitandoli ad una non meglio precisata “riconquista” del Paese: «Noi usciremo fuori da questo decadimento solo attraverso un'immensa rettificazione morale, insegnando di nuovo agli uomini ad amare, a sacrificarsi, a vivere, a lottare e a morire per un ideale superiore. Giunge l'ora in cui, per salvare il mondo, vi sarà bisogno del pugno di eroi e di santi che faranno la Riconquista». L'associazione, che da tempo è nota a Digos e Ros, è vicina ai movimenti pro-Assad e ha tra i suoi simpatizzanti anche iscritti a partiti di estrema destra. Sulla sua pagina Facebook, tra l'altro, è presente un'immagine offensiva di Anna Frank (la sua drammatica storia viene definita romanzo Fantasy), oltre a foto del Duce e della Repubblica sociale italiana.


    Lunedì 10 Febbraio 2014 - 08:13


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    L'esodo dimenticato. Ecco i volti (e le storie) dei sopravvissuti

    Fausto Biloslavo - Lun, 10/02/2014 - 09:11

    Il fotografo Francesco Dal Sacco ha immortalato sui luoghi della loro gioventù gli esuli superstiti, 70 anni dopo. Per non scordare la tragedia

    da Trieste - I sopravissuti che tornano nelle loro terre, in Istria e Dalmazia o ricordano il padre sull'orlo della foiba dove è stato scaraventato. L'esule fuggito in barca, la bimba con la valigia di cartone, i giovani diventati adulti nei campi profughi sono stati fotografati oggi, nei luoghi dei loro ricordi, frammenti di una tragedia taciuta per tanto tempo.

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    Volti e storie fissati con un clic quasi 70 anni dopo la fine della guerra, per non far scomparire la memoria dell'esodo. Un progetto che ricorda quello del regista Steven Spielberg con le testimonianze filmate dei sopravissuti all'Olocausto. Esodo dimenticato è una raccolta di immagini che comprende anche i luoghi di questa tragedia, come sono oggi. E diventerà mostra itinerante oltre a libro fotografico grazie agli scatti degli ultimi due anni di Francesco Dal Sacco. Il fotografo di Treviso, a proprie spese, con l'aiuto della Lega nazionale, antica associazione patriottica, ha rintracciato gli esuli riportandoli sui luoghi della memoria. «Mio nonno mi raccontava sempre la loro storia drammatica, che sembrava un tabù. Per il decennale del giorno nazionale del ricordo dell'esodo ho voluto documentare i luoghi e le persone protagonisti dell'esodo, a lungo dimenticati per opportunismo politico», spiega il fotografo. È un progetto che ricorderà per sempre il dramma di oltre 300mila italiani fuggiti dalle loro case a causa delle violenze dei partigiani di Tito.

    Alessandra Luxardo, erede della dinastia del famoso liquore, è immortalata di fronte al palazzo di famiglia a Zara dove c'è ancora la grande scritta «Maraska». «Nel '44 gran parte della famiglia è scappata in barca a remi.

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    Ci sono voluti 20 giorni per raggiungere Trieste. Si navigava di notte stando nascosti nelle isolette durante il giorno per sfuggire ai bombardamenti aerei» ricorda Andina, come la chiamano tutti, esule a 18 anni. Durante la fuga suo zio con la moglie furono annegati dai titini, che gettavano le vittime italiane in mare con delle pietre al collo. Il padre di Andina era rimasto in città per pagare gli operai ed è sparito per sempre. «Dopo la morte di Tito, nel 1980, sono tornata a Zara - racconta - e ho pianto». I ritratti degli esuli oggi sui luoghi di allora saranno 30, in gran parte già pronti, ma il lavoro continuerà tutto l'anno.

    A ogni scatto corrisponde una testimonianza registrata, che da oggi si può sentire sul Giornale.it. Antonio Toffetti si è fatto fotografare vicino alla foiba Plutone, sul Carso triestino. «Avevo 5 o 6 anni, quando con i miei coetanei lanciavamo le pietre in una foiba per gioco ascoltando il rumore dei sassi che cadono», racconta l'esule da Dignano d'Istria. «Nel giugno 1947 - ricorda Toffetti - ero davanti a una bara di legno bianca assieme a tante altre. Dentro avevano riposto i resti di mio padre ritrovati nella foiba Plutone, a dieci minuti di macchina da dove abito oggi. In quel momento, da bambino di 11 anni, sono diventato brutalmente adulto».

    Argeo Benco, capelli argento e completo blu, ex sindaco del libero comune di Pola in esilio, è stato immortalato sulla scogliera istriana di Verudella dove da piccolo andava a fare il bagno. Egea Haffner è la famosa bambina con la valigia di cartone e la scritta «Esule giuliana» ritratta nella sua casa di Rovereto. Lino Vivoda si è fatto fotografare con una bandiera speciale: blu con al centro la capra, simbolo dell'Istria, e le stelle europee attorno. Sulla sua pelle ha provato l'infamia del treno di profughi bloccato a Bologna dai ferrovieri comunisti, che sputavano sugli esuli bollandoli come fascisti.

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    I luoghi oggi dell'esodo e delle foibe
    I luoghi dell'esodo e della tragedia ieri
    Gli esuli sul luogo del ricordo

    A Fertilia, provincia di Alghero, Leandro Barison, è ai remi dell'ultima battana, la storica barca delle coste giuliano-dalmate. Nel '48 faceva parte di una flotta di pescherecci che salpò dall'Istria per raggiungere la Sardegna. Un'immagine toccante ritrae Fiore Filipaz vicino ai pochi ricordi della sorella neonata morta di freddo nel campo profughi di Padriciano vicino a Trieste. Tito Delton è fotografato su un campo di calcio dove giocava come capitano della Fiumana, squadra del campionato nazionale dilettante degli anni '60, ma nata a Fiume nel '26. Tiene a precisare che il nome Tito «lo avevano voluto i miei genitori in onore dell'imperatore romano». Nel 1945 lasciò Pola con la famosa motonave «Toscana» e a Torino è diventato un calciatore. «A ogni partita gli spalti erano gremiti di esuli che facevano il tifo per la Fiumana, motivo di orgoglio, ma anche fonte di tristezza per il ricordo della terra natia». Delton non ha mai fatto ritorno in Istria.

    Svizzera, tetto per gli immigrati Che cosa cambia per i frontalieri?

    La Stampa

    a cura di marco zatterin

    Tre anni di tempo al governo per trasformare l’indicazione in legge. Domane e risposte per capire le conseguenze del referendum elvetico


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    Cosa cambia col voto?
    L’iniziativa, promossa dal partito di destra ed antieuropeista dell’Unione democratica di centro (Udc/Svp) chiede la reintroduzione di tetti massimi e contingenti per l’immigrazione di stranieri. Essa nasce dal fatto che l’Udc ritiene gli stranieri responsabili dell’impoverimento della popolazione, ma anche del traffico e della criminalità. Ora il governo ha tre anni di tempo per trasformare l’indicazione in un provvedimento legislativo.
    Vuol dire che le quote saranno in vigore dal 2017? La volontà del popolo è sovrana. Ma l’intera classe dirigente e politica della confederazione elvetica ritiene che il principio della libera circolazione dei cittadini e dei lavoratori sia sacro. Dunque è probabile che governo e parlamento cercheranno una via per aggirare l’obbligo.

    L’immigrazione è un problema davvero per la Svizzera?
    La maggior parte dei cittadini l’ha percepita in questo senso, come reazione alla crisi economica e alla perdita di sicurezza economica, significativa anche in un sistema ricco come quello elvetico. Le cifre della Commissione Ue rivelano che il flusso migratorio non danneggia i sistemi sani, anzi. Nell’Unione europea, fra il 2004 e il 2009, si stima che il Pil delle quindici principali economiche continentali abbia beneficiato di un punto percentuale come risultato della migrazione.

    Dunque la mano d’opera può essere più una soluzione che un porblema?
    Non più tardi di un mese fa le camere di commercio tedesche hanno chiesto alla Cancelliera Merkel di non limitare gli accesso di manodopera specializzata, giudicandola necessaria per garantire lo sviluppo e il benessere del paese.

    Quali conseguenze sul fronte europeo?
    La svizzera sta attualmente discutendo un nuovo pacchetto di intese bilaterali con l’Ue. Sono accordi importanti, come la partecipazione alle reti energetiche e ai programmi di ricerca, ma anche quella degli studenti ai Erasmus. Questo voto non faciliterà la trattativa. Allo stesso modo, l’introduzione di quote ai lavoratori farebbe cadere la prima intesa sulla libera circolazione siglata con Bruxelles. La quale, essendo legata con una clausola ghigliottina a tutti gli latri protocolli, porterebbe alla fine l’intero sistema di relazioni bilaterali con un evidente rischio di isolamento.

    Menù bluff: non indicati gli alimenti congelati utilizzati in cucina. Ristoratori condannati per frode

    La Stampa


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    Fatale l’ispezione compiuta, in orario di chiusura, in un’osteria. Decisivo il rinvenimento di alimenti congelati nel frigorifero della cucina, alimenti che, però, non sono affatto indicati come tali nel menù destinato al cliente. Basta ciò per contestare il reato di frode in commercio, a prescindere dalla concreta contrattazione con il singolo avventore. Saracinesca abbassata, osteria ‘ferma’, e proprio le ore di chiusura vengono sfruttate per un’ispezione all’interno della struttura. Esito negativo per i due titolari, condannati per frode. Fatale è il ritrovamento, nella cella frigorifera, di alimenti congelati, che, però, nel menù non erano affatto indicati come tali (Cassazione, sentenza 44643/13). A dir la verità, però, il primo step della vicenda giudiziaria si è rivelato positivo per i due ristoratori: in Tribunale, difatti, viene escluso che «la mera detenzione, all’interno di un frigorifero, di merce congelata, e la mancata indicazione, nella lista delle vivande, di detta qualità» possa condurre automaticamente alla contestazione della «vendita fraudolenta». 

    Ma questa visione viene fatta a pezzi dai giudici della Corte d’Appello, i quali, difatti, sanzionano i due ristoratori con «due mesi di reclusione ciascuno», ritenendo assolutamente lapalissiano il «tentativo di frode in commercio». Decisiva, secondo i giudici, la semplice considerazione che «l’inserimento degli alimenti congelati nel menù, senza la menzione della indicata qualità, costituisce un’offerta al pubblico, non revocabile». Ad avviso dei ristoratori, però, è eccessivamente rigida l’ottica adottata dai giudici. Innanzitutto perché «l’ispezione è stata effettuata in orario di chiusura del locale e non è neppure certo che il menù si riferisse alle pietanze disponibili al momento dell’accertamento». Eppoi, viene aggiunto, «la indicazione nel menù di determinati alimenti» non costituisce «un’offerta non revocabile», per la semplice ragione che il ristoratore può anche non servire una pietanza che seppure «indicata nel menù, non sia di fatto disponibile».

    Per chiudere, i due titolari dell’osteria sostengono anche che, alla luce del rinvenimento di alimenti congelati, non si può certo ipotizzare «un inizio di contrattazione» e quindi non si può parlare di «tentativo di frode in commercio». Ma queste obiezioni vengono respinte in maniera netta dai giudici della Cassazione, i quali ribadiscono il peso, ovviamente negativo, della presenza di un menù, destinato ai clienti, in cui gli alimenti congelati non sono affatto indicati come tali. Obiettivo, evidentemente, è tenere all’oscuro il consumatore. Quindi, «anche la mera disponibilità di alimenti surgelati, non indicati come tali nel menù, nella cucina di un ristorante» rende legittima, secondo i giudici, la contestazione del «tentativo di frode in commercio, indipendentemente dall’inizio di una concreta contrattazione con il singolo avventore».

    Fonte: www.dirittoegiustizia.it

    Libération, la redazione contro il progetto di rilancio: «Siamo un giornale»

    Il Messaggero


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    «Siamo un giornale». Sembrerebbe un'ovvietà, ma il titolo di prima pagina di ieri di Libèration è l'urlo di dolore della redazione e dei dipendenti dello storico giornale della gauche francese contro il piano degli azionisti che vogliono trasformarlo in una piattaforma di «contenuti monetizzabili» su supporti video, forum, reti sociali.

    «Siamo un giornale. Non un ristorante, non un social network, non uno spazio culturale, non un set televisivo, non un bar, non un'incubatrice di start-up», si legge a tutta pagina in prima del quotidiano, tornato stamani in edicola dopo lo sciopero di giovedì. I lavoratori vogliono così difendere l'identità del giornale, fondato da Jean-Paul Sartre 40 anni fa e che oggi ha 290 dipendenti, contro il piano presentato ieri dagli imprenditori Bruno Ledoux, Edouard de Rothschild e dal gruppo italiano Ersel, come ultimo tentativo di far sopravvivere il quotidiano in profonda crisi, con vendite in caduta libera (-15% nel 2013), precipitate a novembre sotto quota 100 mila copie, il peggior dato da 15 anni. Ledoux, che detiene il 26% del giornale, ha dichiarato all'Afp che, se i dipendenti respingeranno il piano, «la posta in gioco è la morte».

    Il progetto prevede il trasloco della sede dal cuore di Parigi e la richiesta al celebre designer Philippe Starck di trasformare i locali in uno spazio «interamente dedicato a Libèration e al suo universo», aperto a giornalisti, artisti, scrittori, filosofi, politici e architetti. Secondo il progetto, la sede accoglierà anche un set tv, uno studio radiofonico, una newsroom digitale, un ristorante e un bar. Nel piano però non c'è alcun cenno alla sorte della redazione.

    In un articolo intitolato «I giorni neri di un quotidiano», i giornalisti denunciano quindi la volontà di «costruire una Libèland, un Libèmarket, un Libèwork. Un rombo rosso (il logo del giornale, ndr) senza nulla dietro: dieci lettere che non significano più granchè». «Un vero e proprio putsch degli azionisti contro Libèration, la sua storia, la sua squadra, i suoi valori», scrivono i redattori, sostenendo che l'intento degli editori è chiaro: «Libèration senza Libèration. Traslocare il giornale ma tenere il grazioso logo. Cacciare i giornalisti ma 'monetizzarè il marchio».


    Domenica 09 Febbraio 2014 - 17:11
    Ultimo aggiornamento: Lunedì 10 Febbraio - 07:40

    L’uccellino raro che è migrato al contrario: doveva essere in Cina, trovato in Abruzzo

    Corriere della sera

    Un raro Luì di Pallas deve aver volato 6.000 km in direzione sbagliata. È il 15esimo avvistamento assoluto in Italia

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    L’AQUILA – Ha invertito la rotta e dalla Siberia centrale è arrivato in Abruzzo, dalle parti del laghetto artificiale di Vetoio (L’Aquila), invece che in Cina o magari in Indocina dove l’istinto avrebbe dovuto condurlo. Sta richiamando l’attenzione dei birdwatcher di mezza Italia un piccolo ma tenace esemplare di Luì di Pallas, un uccelletto migratore che per errore ha fatto la migrazione al contrario. Un evento raro. In Europa, d’inverno, capita di vederlo qualche volta in Gran Bretagna. Ma in Italia si tratta del quindicesimo avvistamento in assoluto (il primo a Ventotene nel 1992 e l’ultimo a Marano Lagunare, in provincia di Udine, lo scorso aprile).

    6.000 KM «CONTROMANO» - Sono in tanti a chiedersi come è possibile che questo scricciolo di uccello canoro - il nome iniziale Luì deriva dal suo caratteristico verso mentre la seconda parte (Pallas) ricorda il naturalista tedesco Peter Simon Pallas che lo scoprì in Siberia nell’Ottocento – abbia potuto percorrere, sfidando le intemperie, più di seimila chilometri nella direzione opposta a quella delle migliaia di compagni che ogni anno si mettono in viaggio alla volta del Pacifico.

    BRILLA ED È IPERCINETICO - «Probabilmente si è sbagliato – spiega Vincenzo Dundee, l’ornitologo aquilano che lo ha avvistato casualmente un paio di settimane fa tra i salici del laghetto abruzzese imbiancati di neve – Ha effettuato la migrazione al contrario e invece che ad est, verso il caldo, si è diretto ad ovest. È molto piccolo, pesa tra i cinque e gli otto grammi ed è ipercinetico. Quando c’è il sole, è uno spettacolo osservarlo perché brilla e non sta mai fermo. Io l’ho riconosciuto dal caratteristico sopracciglio. In tanti sono venuti a vederlo, persino da Bolzano e Siracusa. Altri sono arrivati da Roma e da Firenze. Ma a primavera ci lascerà perché deve tornare in Siberia».


    IL CALEIDOSCOPIO - Nonostante sia lungo appena dieci centimetri, il Luì di Pallas (nome scientifico, Phylloscopus proregulus) è un caleidoscopio di colori: ha parti superiori verdastre e parti inferiori bianche e groppa giallo limone. Ma nel mondo del birdwatching italiano è la rarità delle sue apparizioni Il Luì di Pallas a renderlo così speciale. Due anni fa, a Treviso, attirò l’attenzione di ornitologi dall’intero Paese e diventò una specie di attrazione turistica.

    CAMBIAMENTI CLIMATICI O GENI? - Molti ancora gli interrogativi sul perché di queste migrazioni inverse. Secondo alcuni zoologi, la causa potrebbe risiedere anche nei cambiamenti climatici: questo spiegherebbe perché gli avvistamenti in Italia, negli anni, siano sensibilmente cresciuti (quattro in tre anni secondo il sito www.ebnitalia.it) pur restando rari. C’è invece chi sostiene, nel caso dell’esemplare avvistato a L’Aquila, che la direzione sia scritta nelle informazioni genetiche ricevute da qualche antenato che aveva già sperimentato rotte alternative nell’Europa occidentale. «O forse è stata semplicemente una bufera ad avergli fatto perdere la strada, chissà – dice Lorenzo Petrizzelli, l’ornitologo che insieme a Dundee osserva e fotografa da giorni il piccolo uccello -. Sono migliaia gli esemplari che scendono dalla Siberia e può accadere che qualcuno si perda».

    10 febbraio 2014

    Ecco le prove: il Colle tramava contro Berlusconi

    Raffaello Binelli - Lun, 10/02/2014 - 12:03

    Nel giugno 2011 Monti andò a chiedere consiglio a Prodi. In agosto fece la stessa cosa con De Benedetti. Di cosa parlarono? Del futuro ingresso di Monti a Palazzo Chigi. A muovere i fili del cambio di governo, con Berlusconi ancora perfettamente in sella, era il Quirinale

    Con un'intervista a Mario Monti il Corriere della sera svela un dettaglio molto importante sul ruolo politico svolto dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nelle delicate fasi che portarono alla fine del governo Berlusconi.


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    Avvenuta a causa della fortissima pressione dei mercati e dell'Europa, si disse allora. Ma era una balla. Dietro ci fu una sapiente regia politica. E oggi arriva la conferma. La prova del nove. Conversando con Alan Friedman l'ex premier Monti ricostruisce i drammatici giorni dell'estate 2011, con lo spauracchio dello spread e i palazzi della politica in fortissima apprensione. Accenna anche al documento segreto sul rilancio dell'economia che l'allora banchiere Corrado Passera preparò per il Quirinale tra l'estate e l'autunno 2011.

    Poi, quasi alla fine della chiacchierata, il senatore a vita rivela un altro particolare inquietante: nell'estate del 2011 andò a trovare De Benedetti, che si trovava in vacanza vicino a casa suaa a St. Moritz, per chiedergli un consiglio: devo accettare o meno la proposta di Napolitano di entrare a Palazzo Chigi? Ovviamente nel caso in cui questa proposta fosse arrivata (ma evidentemente era già nell'aria). E anche Romano Prodi ricorda una lunga chiacchierata con Monti sullo stesso tema, avvenuta nell'ufficio di Monti alla Bocconi, ben due mesi prima (fine giugno 2011), quando il governo del Cavaliere era ancora ben saldo. "Il succo della mia posizione è stato molto semplice - ricorda Prodi -. Mario, non puoi fare nulla per diventare presidente del Consiglio, ma se te lo offrono non puoi dire di no. Quindi non ci può essere al mondo una persona più felice di te". 

     (Guarda il video).
     
    Quando Friedman lo incalza ("lei non smentisce che, nel giugno-luglio 2011, il presidente della Repubblica le ha fatto capire o le ha chiesto esplicitamente di essere disponibile se fosse stato necessario?"), Monti dà una risposta solenne: "Sì, mi ha, mi ha dato segnali in quel senso". Insomma, nessuna smentita ma una conferma bella e buona. Il piano era già pronto con mesi di anticipo rispetto alla crisi che sarebbe scoppiata in autunno.

    Com'era inevitabile subito sono riesplose le polemiche. Le testimonianze di Monti e De Benedetti, contenute nel libro di Alan Friedman "Ammazziamo il gattopardo", fanno andare su tutte le furie Forza Italia: "Apprendiamo con sgomento che il Capo dello Stato, già nel giugno del 2011, si attivò per far cadere il governo Berlusconi e sostituirlo con Monti. Lo conferma lo stesso Monti. Le testimonianze fornite da Friedman non lasciano margine a interpretazioni diverse o minimaliste", dichiarano in una nota i capigruppo di Forza Italia di Camera e Senato, Renato Brunetta e Paolo Romani

    "Tutto questo - proseguono - non può non destare in noi e in ogni sincero democratico forti dubbi sul modo di intendere l'altissima funzione di Presidente della Repubblica da parte di Giorgio Napolitano. Ci domandiamo se sia rispettoso della Costituzione e del voto degli italiani preordinare un governo che stravolgeva il responso delle urne, quando la bufera dello spread doveva ancora abbattersi sul nostro Paese. Chiediamo al Capo dello Stato di condurre innanzitutto verso i propri comportamenti un'operazione verità. Non nascondiamo amarezza e sconcerto, mentre attendiamo urgenti chiarimenti e convincenti spiegazioni".

    Per il vicecapogruppo vicario di Forza Italia alla Camera dei deputati, Maria Stella Gelmini, "le anticipazioni sul Corriere della Sera mettono il sigillo dei fatti su quelle che fino a ieri venivano liquidate come congetture o supposizioni. La dimissioni di Berlusconi, nel novembre 2011, furono invece il risultato di una trama politica, secondo le cronache di Friedman, che ebbe una lunga gestazione sotto la regia del presidente della Repubblica. Se già nel giugno di tre anni fa Mario Monti, non ancora senatore a vita, aveva ricevuto segnali dal presidente Napolitano ed era stato interpellato sulla sua eventuale disponibilità a formare un nuovo governo, è di tutta evidenza che l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi era finito nel mirino di chi aveva interesse a spodestarlo".
    Infuriato anche Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato: "Il libro di Alain Friedman anticipato dal Corriere della Sera apre squarci inquietanti sull’estate del 2011. Il Quirinale preparò anticipatamente il governo Monti? Chi ha detto la verità? Chi ha mentito? Che contro Berlusconi ci sia stato un complotto è un fatto. Cominciò Fini sottraendo alla coalizione di centrodestra parlamentari eletti con Berlusconi presidente. Hanno certamente continuato altri. Il governo Monti non spuntò come un fungo. Ci furono chiare manovre interne e internazionali. Mi pare scontato. Non si potrà archiviare questa vicenda con una scrollata di spalle. Bisogna dire la verità sulla storia italiana recente". 





    Le prove del golpe

    Redazione

    Le rivelazioni di Romano Prodi e Carlo De Benedetti e l'ammissione di Mario Monti



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    (Video)




    Altro golpe bianco del Colle. Italia ostaggio dei suoi veti

    Napolitano farà di tutto per salvare il governo perché non vuole le elezioni

    Stefano Zurlo - Lun, 10/02/2014 - 08:08


    Ormai è solo a Palazzo Chigi. Ma Enrico Letta non se ne andrà neanche questa volta. Il Colle, che impone il suo metronomo agli italiani, lo puntellerà.


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    Contro il volere dei cittadini che, a questo punto, chiedono un cambiamento. Tutto rimandato a data da destinarsi. Le urne sono commissariate da Giorgio Napolitano che le riaprirà quando vorrà. Così il premier, sempre più imballato, comunica che salirà al Quirinale ed esporrà il suo nuovo programma. Fitto di impegni, di scommesse, di riforme. Insomma, il solito copione che abbiamo già sentito in questi mesi. Letta lo realizzerà? Speriamo di sì. Ma tutti lascia prevedere che invece si procederà a singhiozzo.

    Fra tasse che cambiano nome e diventano sempre più pesanti, annunci di privatizzazioni che privatizzano solo un po', tagli alla spesa che alla fine non diminuisce mai. Renzi, dipendesse da lui, taglierebbe corto per andare subito alle elezioni. Ma sta accarezzando anche l'idea della staffetta, che fuori dalle convenzioni del Palazzo vuol dire portare via il testimone a Letta. Persino la minoranza del partito, sempre inquieta, sta progressivamente mollando il premier e non vedrebbe male un Renzi di governo. Berlusconi, lo sappiamo, ha rotto le larghe intese e vorrebbe mandare a casa il governo.

    Grillo, neanche a parlarne. Insomma, sono tutti all'opposizione. Compresa la Cgil e la Confindustria che ormai lancia ultimatum a Letta con cadenza quasi quotidiana. In un paese normale si tornerebbe di corsa al voto. Ma in Italia non si può. Napolitano non lo permette. Qualcosa s'inventerà: sarà un rimpasto o sarà un Letta bis, ma qualcosa sarà. Napolitano ha nominato a suo tempo Monti senatore a vita e poi lo ha catapultato a Palazzo Chigi. Il governo Monti non è stato all'altezza delle aspettative ed è toccato a Letta provare a fare meglio. In breve si è capito che non sarebbe stato così, ancora una volta l'inquilino del Quirinale lo ha blindato. Ha detto chiaro e tondo, anzi l'ha ripetuto, che le urne restano nel freezer.

    Non si andrà ai seggi in questa situazione. Certo, la legge elettorale è un grosso problema e non è nemmeno l'unico. C'è la crisi, anche se sul lato finanziario i dati sono meno allarmanti, e ci sono mille emergenze. Ma alla fine il volere della maggioranza è chiaro: ai seggi. E invece no: ecco che dalla cabina di regia Napolitano continua a telecomandare l'eterna transizione italiana. Dopo aver pilotato l'estromissione del Cavaliere (già a luglio 2011, come rivela Alan Friedman nel suo ultimo libro Ammazziamo il Gattopardo, Napolitano avrebbe telefonato preallertando Monti, come rivela Dagospia) - ritenuto impresentabile e colpito dal giudizio durissimo delle agenzie di rating, le stesse sotto processo e a cui la Corte dei conti chiede un risarcimento astronomico - e dopo aver costruito in laboratorio la leadership di Mario Monti, Napolitano continua a gestire col guinzaglio corto la democrazia.

    Nomina quattro senatori a vita, pescandoli nel bacino á la page della sinistra, e così sposta i numeri della maggioranza e la consolida. Ad ogni colpo risponde offrendo protezione e copertura al presidente del Consiglio. Letta è bersagliato da critiche, lui gli apre un corridoio. Per carità, si può pure pensare che Napolitano sia preoccupato di come vanno le cose e voglia portare a casa qualche risultato prima di ridare la parola agli italiani. Non vuole salti nel buio e ha fatto balenare persino il suo addio nel caso il parlamento non voglia seguirlo. Ma forse Napolitano dovrebbe prendere atto della situazione. No, non se ne esce. Ci sarà una crisi pilotata, per quanto sia possibile, con il passaggio al Letta bis? Napolitano escogiterà qualche soluzione.

    L'unica variante è rappresentata da Renzi. Renzi, dopo le diffidenze iniziali, sarebbe entrato nelle grazie presidenziali. E Renzi sta meditando l'idea di dare il colpo del ko all'esecutivo: questa inerzia non fa bene al governo, fa male al Pd, accentua il declino del Paese. Renzi lo sa e ci sta pensando. Ma in realtà anche lui, in prima battuta, vorrebbe andare al voto: «La staffetta? - ha spiegato ad Agorà - ma chi ce lo fa fare?». Napolitano respinge queste obiezioni: per lui conta anzitutto la continuità. E dunque farà da parafulmine a Letta. O, in subordine, accompagnerà Renzi sulla pista di lancio. Le urne possono attendere.

    I confini del realismo

    Corriere della sera


    Molti referendum svizzeri sono strettamente locali e, al di là delle frontiere della Confederazione, pressoché incomprensibili. Ma quello di ieri è un referendum «europeo», vale a dire destinato a provocare discussioni e ripercussioni in tutti i Paesi dell’Unione. Quando decidono, sia pure con un piccolo margine, che l’immigrazione deve essere soggetta a limiti quantitativi, gli svizzeri affrontano un problema comune ai loro vicini. Non sarebbe giusto sostenere che il loro «sì» abbia necessariamente una nota razzista e xenofoba. L’opinione pubblica xenofoba esiste e si riconosce nell’Unione Democratica di Centro, oggi maggioranza relativa. Ma parecchi elettori della Confederazione, nei cantoni di lingua tedesca e in Ticino (una scelta, questa, che potrebbe nuocere ingiustamente ai frontalieri italiani) hanno espresso preoccupazioni diffuse anche altrove.

    È forse opportuno che il principio della libera circolazione (a cui la Svizzera ha aderito con un referendum del 2000) continui a essere adottato in un momento in cui alcuni Paesi soffrono di una forte disoccupazione e altri, più fortunati, temono tuttavia che il loro mercato del lavoro venga sconvolto da arrivi eccezionali di persone provenienti dai Paesi in crisi? È opportuno assorbire ora nuovi disoccupati a cui non potremo dare un lavoro, ma a cui sarà necessario garantire alcuni benefici del nostro Stato assistenziale? Sappiamo ciò che ogni Paese vorrebbe fare, anche se non osa sempre confessarlo: aprire le sue porte a personale specializzato quale che sia la sua provenienza e chiuderle di fronte a lavoratori non qualificati, anche se cittadini di membri dell’Unione. Ma di tutte le soluzioni possibili, questa è la più inaccettabile.

    Abbiamo il diritto di essere realisti, ma non sino al punto di calpestare il principio di solidarietà. Se vuole essere qualcosa di più di una semplice aggregazione utilitaria, l’Europa non può voltare le spalle alle persone maggiormente colpite dalla crisi. Anche questo è realismo. Non si fa nulla di serio e duraturo se la costruzione non è fondata su diritti e doveri comuni. La Svizzera è legata all’Ue da un accordo e non potrà applicare il referendum senza un negoziato con Bruxelles. Ma se il problema è europeo tanto vale cogliere questa occasione per affrontare la questione della libera circolazione delle persone in tempi di crisi. Sarà più facile farlo, tuttavia, se il problema della solidarietà verrà affrontato in un contesto più largo.

    Qualche giorno fa, al Parlamento di Strasburgo, Giorgio Napolitano ha ricordato che la politica del rigore deve essere accompagnata e completata da nuovi investimenti privati e pubblici al servizio di progetti europei e nazionali. Vi è forse in quelle parole il disegno di un New Deal per l’Europa, nello spirito di quello voluto da Franklin D. Roosevelt per gli Stati Uniti quattro anni dopo la grande crisi del 1929. La politica del rigore, applicata sinora dall’Ue, era indispensabile. Oggi quella della crescita non è meno necessaria. Se il problema dell’immigrazione e del lavoro verrà affrontato in questa prospettiva, qualche temporaneo aggiustamento al principio della libera circolazione sarà forse opportuno e comprensibile .


    10 febbraio 2014

    Usa: si sperimenta la salamoia di formaggio come antigelo green

    Corriere della sera

    Con lo scirippo di melassa e il succo di barbabietola è stato un fisco e troppo sale fa male all’asfalto delle strade

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    La salamoia di formaggio può essere un antigelo green per le strade. A Milwaukee è partito lo scorso dicembre un progetto pilota che prevede un mix dello scarto delle numerose industrie casearie della zona insieme al classico sale. Una misura che ricicla il rifiuto e al contempo minimizza i danni per l’ambiente dovuti al massiccio impiego del salgemma. Con il bonus di un notevole risparmio per le casse comunali del capoluogo del Wisconsin.

    RICICLO A KM ZERO - Lo Stato è il maggior produttore di formaggio degli Usa e sta sfruttando questa risorsa che, altrimenti, finirebbe negli impianti di smaltimento. La città ha dapprima individuato fabbriche di formaggio nei dintorni dell’area urbana. Poi sono stati destinati 6.500 dollari per l’avvio della sperimentazione.

    TROPPO SALE FA MALE – Nell’inverno del 2008, circa 100 mila tonnellate di salgemma sono state gettate sulle strade della città. Nel 2012, circa 44.500. A lungo termine, l’azione corrosiva del sale può danneggiare il manto stradale. Inoltre, il salgemma può addirittura uccidere la vegetazione che cresce ai bordi delle strade e l’azione della pioggia può disperderlo nelle falde acquifere contaminandole.

    CON LA MELASSA È STATO UN FIASCO - Milwaukee ha già sperimentato alternative al salgemma. Dal 1999 al 2001 la città ha provato un prodotto a base di sciroppo di melassa. Non funzionò bene, i cittadini si lamentavano della puzza. Peggio ancora, portavano a casa la sporcizia che rimaneva appiccicata sotto le suole. Nel dicembre 2009 si è tentato di usare succo di barbabietola e spruzzarlo sul salgemma, ma il mix faceva somigliare le strade a farina d’avena.

    PRECEDENTE POSITIVO - Questo test, però, vanta già un caso analogo di successo nella contea di Polk, nella parte nord-occidentale del Wisconsin. Lì, si usa la salamoia di formaggio dal 2009 e la città ha risparmiato circa 40 mila dollari solo nel primo anno usandola insieme al sale.

    10 febbraio 2014

    In bici contromano? Un'idea malsana. Finirà per ritorcersi contro chi guida

    Pierluigi Bonora - Lun, 10/02/2014 - 09:29

    Aumenterà il rischio di incidenti. E scommettiamo che verrà data sempre la colpa agli automobilisti?

    Il sottosegretario ai Trasporti Erasmo De Angelis giura che la riforma del codice della strada si farà entro l'estate (come sempre). 




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    La nuova norma dovrebbe inserire importanti novità riguardo alla circolazione delle due ruote, che in Italia è in continua crescita, anche se lo «European cycling barometer» ci vede solo 15esimi nella classifica europea della ciclabilità. Tra le novità in arrivo anche la possibilità per le bici di andare contromano nelle strade urbane larghe almeno 4 metri, con parcheggio su un solo lato e in cui la velocità massima è di 30 all'ora. Una novità che spaccherà l'Italia. Inclusi i giornalisti del «Giornale». Qui trovate un parere pro e uno contro.

    È un'autentica follia inserire nel Codice della strada la possibilità per i ciclisti di andare contromano. A parte il fatto che, visto che la norma deve essere ancora varata, è chiaro che allo stato dell'arte chi pedala imperterrito contromano (a Milano è un'abitudine) vuol dire che commette una irregolarità ed è sanzionabile (mai visto, però, un vigile fare una multa).

    Ma è anche pura demagogia (vero assessore al Traffico di Milano, nonche responsabile Mobilitá dell'Anci, Pierfrancesco Maran?) continuare a insistere nel voler trasformare le realtà italiane in piccole Londra, Parigi, Amsterdam, Copenaghen, eccetera. In quei Paesi c'è un'altra mentalità, esistono altre abitudini consolidate, c'è più educazione stradale e mezzi di trasporto. E poi, nel caso di queste capitali, esiste un approccio ai problemi della mobilità diverso e non «politico» come accade in Italia, dove la lobby del velocipede è a senso unico, in pratica ama svoltare a «sinistra». E le amministrazioni comunali si piegano per non perdere voti.

    A questo proposito anche il sottosegretario ai Trasporti, Erasmo D'Angelis, mi sembra sia stato colpito da una sorta di colpo di sole quando si mette a spiegare le ragioni che lo hanno spinto a sostenere il via libera a questo provvedimento. Contromano è pericoloso per tutti, e basta. Al primo incidente la colpa sarà dell'automobilista, c'è da scommetterci, anche se il pedalatore viaggiava «sparato», con le cuffiette o al telefonino, magari anche senza le luci accese di sera, senza le mani appoggiate al manubrio, e reduce dall'attraversamente di un incrocio con il rosso.

    Non sto delirando e nemmeno odio i ciclisti (appena riesco anch'io faccio una pedalata e se vivessi a Milano con tutta probabilità il velocipede sarebbe il mezzo alternativo al tram o al metro per gli spostamenti in città). Quella che non riesco proprio a sopportare è l'arroganza di tanti ciclisti i quali, forti dell'appoggio (obbligato) da parte delle autorità, in strada si sentono i padroni assoluti.



    In bici contromano? Un'idea efficace. Ci avvicina a Ginevra anziché a Calcutta

    No ai "ciclotalebani". Ma le nostre città devono scegliere se somigliare a quelle che funzionano o a chi vive nel caos

    Angelo Allegri - Lun, 10/02/2014 - 09:23

    Biciclette contromano o no? O più in generale: in città deve comandare l'auto o bisogna privilegiare pedoni e ciclisti? Personalmente non ho alcun dubbio: via libera alle due ruote, limiti per le vetture sempre più severi mano a mano che gli altri mezzi di trasporto, quelli pubblici in primis, diventano più capillari.

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    Non credo di essere un ciclotalebano (non mi piacciono proprio) ma parto da un'osservazione. Le città italiane devono scegliere il proprio futuro. Vogliono diventare come Il Cairo e Calcutta o preferiscono ispirarsi a Ginevra, Copenhagen e Amsterdam? A Calcutta e al Cairo di limiti per le auto non ce ne sono. A nord di Chiasso i limiti sono la regola e non l'eccezione. Solo un esempio: Copenhagen ha lanciato qualche tempo fa un piano per migliorare gli spostamenti in città. Si chiama Plusnet e parte da un presupposto dichiarato: le esigenze dei pedoni e dei ciclisti sono centrali, quelle degli automobilisti secondarie.

    Volendo guardare più lontano basta fare un salto negli Usa, la terra di tutte le libertà. In molte città americane le auto fanno quello che vogliono e c'è una spiegazione: gran parte delle maggiori metropoli sono nate e si sono sviluppate per e con le automobili, sono abiti tagliati su misura per una civiltà motorizzata. Ma dove spazio e aria sono risorse scarse come in Europa, scatta la tagliola. Provate a guidare la vostra auto a Manhattan: pedaggi per raggiungerla, un patrimonio per parcheggiare, qui la selezione all'ingresso non la fa la legge ma il censo. A San Francisco è anche peggio: una giungla di divieti, parcometri che quasi ovunque consentono una sosta massima di mezz'ora, strisce di parcheggio di quattro colori differenti con differenti regole.

    L'obiezione tradizionale è che i limiti alle auto si possono imporre solo quando il trasporto pubblico funziona. Perfettamente d'accordo. Allora diamoci da fare per potenziare il trasporto pubblico. Perche voi, in tutta sincerità, preferireste abitare a Calcutta o a Copenhagen?

    Hamas sequestra statua di Apollo ritrovata a Gaza: “Alto valore politico”

    La Stampa

    maurizio molinari

    Un pescatore aveva provato a venderla su eBay. Per le autorità che controllano. la Striscia è la prova “che vi sono state diverse generazioni di palestinesi”



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    Un pescatore di Gaza trova in mare una statua bronzea di Apollo, risalente all’Antica Grecia, tentato invano di venderla su eBay e ora ad impossessarsene è Hamas, che l’ha fatta sparire dalla circolazione ritenendola un artefatto di “alto valore politico”.  La singolare vicenda, disseminata di molti interrogativi, inizia in agosto quando Joudat Ghrab, pescatore 26enne e padre di due figli, afferma di trovare “a breve distanza dalla riva nei pressi del confine con l’Egitto” la statua di Apollo “mentre affiorava dalla sabbia”. La statua pesa 500 kg e Ghrab assicura di averla fatta trasportare dal proprio asino. La porta a casa “per l’orrore di mia madre che pretende subito di coprirne le parti intime” e quindi fa passare lunghe settimane prima di renderne pubblica la scoperta. 

    A rompere il silenzio, oltre due mesi dopo, è la decisione di metterla in vendita su eBay chiedendo in cambio 500 mila dollari, con l’avvertenza che “chiunque la comprerà dovrà venirla a prendere a Gaza”. Nessuno si presenta ma le autorità di Hamas, che governano la Striscia dal 2007, vengono allertate dall’annuncio eBay e mandano la polizia a casa del pescatore, sequestrando l’Apollo. “Si tratta della prova che vi sono state diverse generazioni di palestinesi” afferma un portavoce di Hamas, dando una lettura politica del ritrovamento. 

    Da quel momento la statua scompare nel nulla e per gli archeologhi si tratta quasi di un giallo: c’è chi ritiene che il pescatore stia mentendo sul luogo del ritrovamento, magari per mascherare un traffico illecito, e chi invece crede nella possibilità che Gaza abbia finalmente iniziato a svelare alcuni dei suoi tesori perduti, frutto di circa 5000 anni di Storia che l’hanno vista occupata più volte da antichi egizi, filistei, romani, bizantini e crociati attraverso più epoche e conquiste che videro anche la città più importante subire l’assedio di Alessandro il Grande.

    Tetti di rame, lapidi, croci e fiori La vergogna dei ladri nei cimiteri

    La Stampa

    flavia amabile

    Fenomeno in crescita in tutta Italia. A Roma falliscono anche le telecamere


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    Una sera mi arriva via Facebook un messaggio di Andrea Ferraretto. Nella vita è un economista ambientale, mentre mi parla è un figlio che si è visto violare la tomba del padre. La tomba si trova nel più grande cimitero d’Europa, si estende per 140 ettari, è attraversato da 37 chilometri di strade interne e sette linee di autobus. È una città. Ci sono i quartieri residenziali con le tombe dei vip da Enrico Berlinguer a Amintore Fanfani, da Corrado a Renato Carosone e Sylva Koscina. 

    E ci sono quartieri popolari dove sono sepolti una discreta quantità dei romani morti negli ultimi settant’anni. E poi ci sono gli ibridi: cappelle e tombe costruite persino sui crocevia e gli spartitraffico nell’ansia di recuperare spazio e rendere produttivo ogni centimetro di terra. I ladri sono democratici, arraffano di tutto ovunque riescano a farlo, senza distinzione di censo. E la livella dei cimiteri in versione criminale: grondaie, vasi di fiori, croci, lettere dalle lapidi scompaiono ai grandi colonnelli un tempo potenti, agli impiegati e agli operai. 

    È un fenomeno diffuso in tutt’Italia, da Narni a Torino, da Livorno a Pinerolo e Varese. Ed è in forte aumento. A Osio di Sotto, in provincia di Bergamo, nella notte della Befana, hanno rubato un intero tetto di rame,la copertura del magazzino del custode. In genere la tecnica prevede che i ladri entrino nel cimitero poco prima della chiusura, in particolare nei mesi invernali quando fa buio presto ed è più facile passare inosservati. 


    Staccano tutto quello che è di bronzo, di rame, o di ottone. Ma anche busti di marmo, lapidi o sculture nel caso di furti su commissione. Raccolgono il materiale in un punto preciso e il giorno dopo tornano con un’auto o un furgone a prendere il bottino. In genere si pensa che i ladri siano stranieri ma l’ultimo finito in manette due settimane fa era un romano di 48 anni, l’hanno trovato con 150 chili di oggetti rubati sotto la metropolitana. «Il fenomeno è in aumento - ammette Vittorio Borghini, direttore della Divisione Cimiteri Capitolini dell’Ama - però bisogna dire una cosa: la custodia e la vigilanza dei cimiteri è compito del sindaco che ha le forze di polizia locale e di sicuro può muovere altre leve attraverso il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica e la prefettura». 

    Parole che suonano molto diverse da quelle pronunciate due anni fa dall’allora amministratore delegato dell’Ama Piergiorgio Benvenuti che prometteva enormi risultati dal sistema di circa 30 telecamere collegate alla sala operativa della videosorveglianza dell’Ama e dal servizio di guardie giurate.  «E’ già stato un buon risultato - assicura Borghini - da parte nostra riuscire a distrarre mezzo milione per la sicurezza e la vigilanza. Temo però che più di tanto non si riesca a fare. Il sistema delle telecamere tanto invocato da tutti come la panacea è un sistema parziale. Se non c’è un meccanismo a garantire il pronto intervento ogni volta che la telecamera registra qualcosa di anomalo resta solo un esercizio di mera registrazione dei dati. Che possono servire, e sono serviti tante volte, anche a fornire prove in sede d’indagine.

    Però non forniscono al cittadino quello che lui chiede, la sensazione che ci sia qualcuno che interviene immediatamente nel momento in cui c’è bisogno». Nel cimitero Flaminio, invece, la sensazione è che sia possibile fare qualsiasi cosa. Non solo rubare. Anche portare il proprio sacco della spazzatura se si è perso il turno della differenziata e buttarlo lì, in mezzo alla strada. O lasciare batterie usate e copertoni di auto dietro la camera mortuaria. D’altra parte, ormai è una città come tante.