martedì 11 febbraio 2014

Il sindaco Pisapia non ha il tempo per ricordare i morti delle foibe

Giannino della Frattina - Mar, 11/02/2014 - 08:51

Almeno è stato coerente. Perché quando era deputato di Rifondazione comunista Pisapia votò contro la legge per istituire il Giorno del ricordo che celebra i martiri delle foibe

Almeno è stato coerente. Perché l'allora deputato di Rifondazione comunista Giuliano Pisapia fu uno di quelli che votarono contro la legge per istituire il Giorno del ricordo che celebra i martiri delle foibe e di cui quest'anno ricorre il decennale.

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E ora che è diventato sindaco, non si è fatto vedere ieri alla cerimonia organizzata in largo Martiri delle foibe per non dimenticare le 23mila vittime dei massacri e delle deportazioni messe in atto dal 1943 al 1947 in Istria e in Dalmazia dal regime comunista del maresciallo Tito. Un'assenza «clamorosa» per Fratelli d'Italia presente alla cerimonia con Carlo Fidanza, Riccardo De Corato e Paola Frassinetti. Di un impegno preso «per un incontro sulla mobilità in Assolombarda insieme a molti rappresentanti istituzionali ed esperti di un settore decisivo per Milano come quello dei trasporti» parla il portavoce di Pisapia Marco Dragone.

Spiegazione che non convince Fdi che anzi consideravano l'occasione il momento giusto per sentire il parere del sindaco sul vergognoso convegno promosso dal consiglio di Zona 3 e a cui è stata invitata una storica revisionista che nega lo sterminio titino. Per l'assessore Pierfrancesco Majorino (Pd) iniziativa «sbagliata e grave». Con il consigliere della Lega Luca Lepore pronto a condannare l'assenza di Pisapia e a suggerirgli che «sarebbe buona cosa che le zone di circoscrizione oltre a organizzare pellegrinaggi per visitare monumenti dedicati ai partigiani, si dessero da fare anche per programmare eventi a supporto della Giornata del ricordo».

Tupperware e 60 anni di utili all’antica «Internet? No, le vendite a casa»

Corriere della sera

Niente social, Facebook o Twitter: nel mondo una presentazione ogni 1,4 secondi

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MILANO - Il suo successo mondiale fu in gran parte merito di una casalinga della Florida che nell’arco di pochi anni si trasformò in una venditrice eccezionale, prima donna a finire sulla copertina di Business Week . È nell’America dei primi anni 50 che Brownie Wise incontra il suo destino. Lei aveva già avuto qualche esperienza di lavoro come rappresentante della Stanley Home Products. Earl Silas Tupper invece, aveva fondato l’azienda che aveva messo sul mercato per la prima volta una ciotola in polietilene. Plastica, più semplicemente. Materiale introvabile all’epoca sugli scaffali dei supermercati a stelle e strisce e che, a dirla tutta, non piacque molto agli americani. I primi contenitori Tupperware vennero subito ritirati dal mercato. Ma quando i due, Wise e Tupper, cominciarono a lavorare insieme, fu tutta un’altra storia. Nacquero così gli “home parties”, le dimostrazioni Tupperware diventate metafore del consumismo postbellico e simbolo dell’evoluzione del ruolo della donna negli Stati Uniti di Eisenhower.

LA MULTINAZIONALE - Sono passati più di 60 anni da allora, Wise è morta nel 1992 ma l’azienda di Tupper, oggi una multinazionale americana con un fatturato da 2,6 miliardi di dollari e una capitalizzazione da 4,8 è presente in oltre 100 paesi nel mondo. E nonostante Internet e social media, Facebook e Twitter, manda avanti il suo business con la stessa strategia: le venditrici e le dimostrazioni casa per casa. «Ovviamente in questo lasso di tempo siamo cambiati - puntualizza Rick Goings, Ceo di Tupperware -. Prima facevamo solo contenitori, ora le ciotole rappresentano appena un terzo della nostra attività. Quel che è certo è che ogni 1,4 secondi c’è una dimostrazione Tupperware in qualche parte del mondo». Utensili e prodotti per rendere la vita più facile e veloce in cucina sono il futuro di Tupperware e Goings cerca di dimostrarlo alzandosi dalla poltrona rinascimentale della sua suite dell’Hotel Fours Season nel pieno centro di Milano: prende un po’ di prezzemolo, un marchingegno che si chiama “Turbo chef” e rispolvera l’anima da rappresentante di quando, da ragazzo, aveva cominciato a lavorare facendo il porta porta.

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I PRODOTTI - «Basta tirare questa corda e trita tutto» spiega. «Quando è nata Apple l’unico business di Steve Jobs era il Mac, ora c’è l’Ipad, l’apple tv, itunes, l’iphone. Stiamo cercando di fare la stessa cosa, modernizzando l’immagine di Tupperware e aggiornando la nostra linea di prodotti». Anche in Italia, mercato strategico per la multinazionale che quest’anno festeggia 50 anni di presenza sul territorio. Non è un caso che Goings abbia programmato in questi giorni un roadshow per incontrare tutti i venditori da Milano a Catania. L’ultimo trimestre 2013 Tupperware ha chiuso il fatturato italiano a +12% e a 89,7 milioni di dollari a livello globale (dai 74,5 dello stesso periodo del 2012). «Per questo stiamo aumentando la forza vendita - aggiunge Goings - abbiamo incrementato la forza lavoro del 30% e nel 2013, nonostante la crisi, siamo cresciuti a doppia cifra».

I NEGOZI - Nessuna intenzione di aprire negozi. «Le nostre donne e il loro passaparola sono molto meglio di qualsiasi punto vendita - precisa l’amministratore delegato - riescono a vendere 250 dollari di prodotti in un’ora e mezza. Se c’è qualcosa da incrementare - aggiunge - è la presenza». In Italia la multinazionale conta 57 concessioni autorizzate e 25 mila venditrici. «Eppure non abbiamo ancora sfruttato appieno le potenzialità di questo Paese, nei prossimi anni cercheremo di penetrare ulteriormente nel mercato del centro e sud Italia per poi continuare a crescere a doppie cifre».

11 febbraio 2014

Per far cadere Prodi contattammo i comunisti» Al via al processo per corruzione contro Berlusconi

Corriere della sera

Deposizione di Sandro Bondi ai pm per la presunta compravendita di senatori. Tra i testimoni anche Di Pietro

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NAPOLI - Per far cadere il governo guidato da Romano Prodi, Silvio Berlusconi era disponibile ad allearsi anche con gli odiati «comunisti». E per questo i suoi uomini presero contatti con i responsabili del Pdci, il Partito dei comunisti italiani. A raccontarlo ai magistrati napoletani è stato l’ex coordinatore di Forza Italia Sandro Bondi. L’interrogatorio è avvenuto venti giorni fa, il 21 gennaio scorso, e il verbale è stato allegato agli atti del processo contro il Cavaliere che comincia questa mattina di fronte al tribunale di Napoli.

Corruzione, è l’accusa gravissima contestata a Berlusconi e al faccendiere Valter Lavitola per gli oltre 3 milioni di euro versati tra il 2006 e il 2008 all’ex senatore Sergio De Gregorio. Il politico, eletto con l’Italia dei valori e poi transitato in Forza Italia, ha ammesso di essersi «venduto» quando era presidente della commissione Difesa di Palazzo Madama e di aver poi accettato altri soldi per passare con gli azzurri.

Nella lista dei testimoni stilata dai pubblici ministeri Henry John Woodcock e Vincenzo Piscitelli ci sono tra gli altri, oltre allo stesso Prodi, il fondatore dell’Idv Antonio Di Pietro, la senatrice Anna Finocchiaro, e numerosi politici. Uno è Ferdinando Rossi, all’epoca senatore del Pdci. Proprio di lui è stato chiesto conto a Bondi che inizialmente ha negato contatti del partito con formazioni di centrosinistra, ma poi ha dovuto ammettere la ricerca di questo tipo di alleanze, negando però che fossero stati offerti soldi.

Dopo aver ribadito che con De Gregorio i rapporti erano assolutamente leciti «perché ci fu accordo politico formalizzato, con annesso contratto di finanziamento stipulato da me per conto di Forza Italia nel 2007 preparato dallo studio dell’avvocato Abrignani», l’ex coordinatore afferma: «Non ho memoria di contatti finalizzati al cambio di schieramento politico di altri senatori dell’allora maggioranza che sorreggeva il governo Prodi, tra cui il senatore Rossi». Nelle carte dei magistrati c’è invece traccia di questi approcci e a questo punto lui afferma:

«Ora che lei mi cita questo nome, mi sovviene che nel corso delle mie attività di coordinatore, sto parlando dei mesi di poco precedenti la definitiva caduta del governo Prodi, potrei avere incontrato questo senatore Rossi che ricordo essere un esponente dell’estrema sinistra e credo si chiamasse Fernando, vale a dire l’esponente del Pdci. Il contatto con il senatore Rossi era finalizzato a verificare la volontà, che espresse comunque nel nostro incontro, di far mancare la fiducia politica al governo Prodi».

I magistrati evidenziano le differenti ideologie e Bondi risponde: «Come mi viene fatto notare questo senatore sosteneva un partito opposto al nostro e dunque il contatto mio e dei colleghi di Forza Italia era prettamente finalizzato a far maturare il dissenso rispetto alle scelte della maggioranza, piuttosto che a una adesione al nostro partito-coalizione. Gli approcci con il senatore Rossi non ebbero alcun risultato e non ci fu alcun momento in cui gli proponemmo un accordo economico, così come non ho memoria di proposte economiche rivolte ad altri esponenti della maggioranza, tra cui il senatore dell’Idv Giuseppe Caforio. Ritenemmo di finanziare il movimento del De Gregorio, poiché era radicato sul territorio, inoltre perché De Gregorio era molto attivo anche a livello internazionale e aveva già militato in Forza Italia».

Agli atti è stato allegato anche il verbale dell’ex tesoriere di Forza Italia Rocco Crimi che ammette di aver partecipato a una riunione con De Gregorio per siglare il patto e di aver poi «ricevuto presso il mio ufficio il testo sottoscritto da Bondi e De Gregorio senza indicazione di somme, unitamente ad una richiesta scritta del De Gregorio dove veniva indicata la somma di euro 300mila con l’indicazione delle coordinate bancarie del conto su cui accreditare l’importo». De Gregorio ha già patteggiato una pena a un anno e otto mesi ammettendo di aver ricevuto un milione di euro in maniera ufficiale e altri due milioni di euro «in nero».

Da oggi sarà Berlusconi a doversi difendere dall’accusa di averlo «comprato» attraverso la mediazione di Lavitola. Il giudice Loredana Acierno che doveva guidare il dibattimento ha già chiesto e ottenuto di astenersi. È infatti la moglie dell’ex procuratore di Bari Antonio Laudati - finito sotto inchiesta per un presunto favoreggiamento dell’imprenditore Gianpaolo Tarantini che avrebbe aiutato a eludere le indagini sulle escort messe a disposizione di Berlusconi - e ha ritenuto di evitare «qualsiasi tipo di strumentalizzazione». Dopo le formalità preliminari il processo sarà dunque assegnato al collegio presieduto dal giudice Nicola Russo.

Fulvio Bufi
Fiorenza Sarzanini

11 febbraio 2014

Copia e incolla dei messaggi di Medjugorje»: web contro la veggente napoletana

Il Mattino

Parole quasi identiche, anche a distanza di 20-25 anni, nelle "apparizioni" ad Angelica Scognamiglio nel parco di una villa



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VICENZA - Messaggi quasi identici, anche a distanza di 20-25 anni: c'è una strana analogia fra le frasi della madonna di Medjugorje e quelle che una veggente napoletana stabilitasi da tempo a Vicenza, Angelica Scognamiglio, dice di sentire ogni domenica, sempre dalla madonna, in un prato di villa Guiccioli a Vicenza. A volte la veggente vicentina, fra l'anno scorso e quest'anno, ha riportato frasi che erano state pronunciate pari pari anche decenni fa, durante le apparizioni della madonna in Bosnia: il risultato sono messaggi che a volte sembrano non avere un senso immediato.

VEGGENTETanto da far nascere il sospetto - fra coloro che sulle apparizioni vicentine sono scettici - che Angelica Scognamiglio faccia dei semplici "copia e incolla" da siti internet, sui quali le frasi di Medjugorje sono facilmente rintracciabili.


martedì 11 febbraio 2014 - 12:56   Ultimo aggiornamento: 13:12






I messaggi della "veggente di Monte Berico" copiati da quelli di Medjugorje diffusi sul web

Il Giornale di Vicenza

Un lettore scopre che intere frasi delle due “visioni” sono uguali. «Quei testi si trovano facilmente basta cercarli sui siti internet»

11/02/2014


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Medjugorie, 30 gennaio 1986, messaggio della Madonna a una delle presunte veggenti: «Cari figli, oggi vi invito tutti a pregare, affinché si realizzino i progetti del Signore su di voi e tutto ciò che Dio desidera compiere per mezzo di voi». Vicenza, Monte Berico, 7 febbraio 2014 ore 15, messaggio della Madonna alla presunta veggente Angelica Scognamiglio: «Cari figli, oggi vi invito a pregare affinchè si realizzino i progetti del Signore su di voi, e tutto ciò che Dio desidera compiere per mezzo di voi». Identico? Identico. A parte, celeste distrazione, un “tutti” e due virgole. E non è l'unico dei messaggi della “beata” (come la chiamano i suoi seguaci) Angelica che sembra preso pari pari da quelli di Medjugorje.

IL DUBBIO. Dubbio inevitabile: è la Madonna che vuole usare esattamente le stesse parole (versione mistica) o qualcuno per non fare troppi sforzi è andato a copiarsi i “messaggi celesti” (versione profana) che dall'81 hanno reso famosa la cittadina della Bosnia-Erzegovina? Se fosse così, è un lavoro facile. Perché su Internet ci sono tutti, i messaggi dei veggenti dell'Est. (...)

Alessandro Mognon

Strade della morte, la mappa della Campania: lapidi e croci, la strage arriva dall'asfalto

Il Mattino

di Antonio Manzo


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L’indicazione delle strade della morte in Campania non la trovi su Google maps, ma la puoi vivere, metro dopo metro, percorrendo le strade della morte in Campania. L’ultimo incidente - 4 morti sulla Cilentana - aggiunge vittime alla carta geografica del dolore e del ricordo.





Eccole le strade-killer: dalla Cilentana alla Statale 268 del Vesuvio; dall’Ofantina bis che taglia il verde dell’Irpinia e conduce da Lioni ad Avellino, con quel tratto tra Volturara Irpina e Montella dove le croci si contano a decine, fino alla bretella di collegamento tra Benevento e Campobasso.

martedì 11 febbraio 2014 - 08:10   Ultimo aggiornamento: 11:25

Addio a Shirley Temple, icona del cinema americano: aveva 85 anni

Il Mattino


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È morta all'età di 85 anni l'attrice Shirley Temple, indimenticabile enfant prodige del cinema statunitense. L'attrice si è spenta nella sua casa di Woodside, in California, per cause naturali, circondata dai suoi cari. La notizia è stata diffusa dalla famiglia che in un comunicato parla di una vita «di notevoli successi come attrice, come diplomatico, e ... come nostra amata madre, nonna e bisnonna». Nata a Santa Monica nel 1928 e soprannominata "riccioli d'oro" per la bionda capigliatura mossa, negli anni '30 aveva portato sullo schermo una varietà di personaggi di bambine dolci e leziose, ma dotate di un acume e di una saggezza impressionanti per la loro età. Da adulta si è dedicata alla carriera di ambasciatrice, usando il nome da sposata Shirley Temple Black.

martedì 11 febbraio 2014 - 11:58   Ultimo aggiornamento: 11:59

Nokia, a Barcellona uno smartphone Android?

La Stampa

bruno ruffilli

Il nuovo apparecchio, destinato ai mercati emergenti, sarebbe un progetto avviato prima dell’acquisizione da parte di Microsoft


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Processore dual core a 1 GHz, schermo da 4 pollici 800x480 pixel, 4 GB di memoria interna con slot per scheda microSD, fotocamera da 5 MP. Non ci sarebbe molto da dire sul nuovo smartphone Nokia atteso per il Mobile World Congress di Barcellona, che si apre fra meno di due settimane. Eccetto che adotterà il sistema operativo Android, almeno secondo le rivelazioni del Wall Street Journal

La mossa appare bizzarra, considerato che Nokia è stata acquisita da Microsoft lo scorso settembre, ma il progetto (nome in codice Normandy) pare sia stato avviato prima dell’accordo con Redmond. I finlandesi hanno bisogno di recuperare terreno nel settore dei feature phones, apparecchi sì evoluti, ma che non sono considerati veri e propri smartphone. Come gli apparecchi della linea Asha, lanciata nel 2011 per i mercai emergenti e ora in difficoltà per la crescita di Android anche nella fascia di prezzo più bassa (in India, ad esempio, copre il 93 per cento del mercato). 

Nokia adotterebbe una strategia simile a quella adottata da Amazon per i tablet: il sistema operativo sarebbe pesantemente modificato nell’interfaccia e nelle funzionalità, tanto da renderlo irriconoscibile, proprio come accade per i tablet Kindle, che di Android non riportano nemmeno il nome. Il nuovo Normandy (che potrebbe chiamarsi Nokia X una volta in commercio)non avrebbe accesso al Play Store, ma potrebbe installare app vendute direttamente da Nokia e verosimilmente non troppo diverse da quelle per Android in versione standard, userebbe le mappe Here, adotterebbe un’interfaccia simile a quella attuale. 

Android, ma senza il robottino verde, per la fascia bassa, Windows Phone per tutto il resto: quella di Nokia parrebbe una situazione temporanea, in attesa che a Redmond sviluppino una versione del sistema operativo adatta anche a processori meno potenti. Così almeno racconta il Wall Street Journal: eppure esiste già il Lumia 520, con caratteristiche assai simili al Normandy, che adotta una versione leggermente semplificata di Windows Phone 8 e funziona bene, specie considerato il prezzo.

Allora le ragioni dietro questo ennesimo cambio di passo dei finlandesi potrebbero essere altre: concentrarsi sulla fascia medio-alta del mercato, con la linea Lumia, che finora ha avuto risultati di vendita più che apprezzabili, per affrontare Apple e Samsung. E nel frattempo approfittare di Android, nella versione Open Source, che è gratuita e non richiede grandi investimenti per funzionare sui telefoni Asha. Perché ad approfittare della versione standard ci pensa già Microsoft, che, grazie alle licenze per i brevetti, pare incassi tra i 5 e i 15 dollari su ogni terminale Android venduto. 

Ecco le nuove regole per il web del Pd Gli esperti: “Conflitto giustizia-Privacy”

La Stampa

marco bresolin

I penalisti: “Norme inutili e confuse. Si rischia di portare sul tavolo del Garante una serie di questioni che invece dovrebbero essere affrontati dai giudici”


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Una premessa è doverosa. Il progetto di legge presentato dai deputati del Pd Alessandra Moretti e Francesco Sanna (e sottoscritto da altri colleghi) è ancora una bozza. Ma a oggi esiste un testo intitolato «Norme per la tutela della dignità in Internet» che sarà presentato nei prossimi giorni dai firmatari. Quattro articoli che intervengono sulla «tutela dell’identità personale in Internet» (art. 1), in particolare per i minori, su «diritto all’oblio, aggiornamento e rettificazione dei dati personali» (art. 2) e infine altre «disposizioni in materia di diffamazione e ingiuria» (art. 3 e 4), con in particolare una revisione della disciplina relativa alla diffamazione a mezzo stampa. Di seguito un’analisi del testo (che potete scaricare in allegato) affidata agli esperti del settore, per capire quali potrebbero essere le novità, ricordando però che l’iter parlamentare non è ancora iniziato e che quindi l’eventuale approvazione è ancora molto lontana.

«ORRORI GIURIDICI» - Secondo Francesco Micozzi, avvocato esperto di diritto penale applicato alla Rete, nel testo ci sono alcune imprecisioni. «Li chiamerei errori - spiega - anzi, orrori giuridici». Già nell’introduzione, secondo Micozzi, la legge presenta «molti dubbi». A partire dal riferimento alla sentenza «Google-Vividown», citata nel testo, «che però è stata annullata dalla Cassazione. Io credo che così si rischia di creare una legge demagogica che, nella pratica, servirà a poco, se non a creare ulteriori problemi». Più positivo, invece, il giudizio complessivo di Bruno Saetta, avvocato e blogger, «anche se in realtà questa legge è molto diversa da come era stata presentata. Di fatto non c’è nulla di dirompente, poco o niente sull’hate speech, come invece si dice nella sua presentazione». Per Saetta, questo è un bene: «È meglio che di questo tema non si occupi il Parlamento, ma l’Unione Europea».

TUTELA DEI MINORI - Secondo l’articolo 1, «i genitori di un minore, il quale abbia registrato mediante falsa dichiarazione di maggiore età i propri dati personali su un sito web, possono inoltrare (...) una richiesta per l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore, diffuso dai fornitori di servizi di comunicazione elettronica». Per Saetta si tratta di una norma «che va a regolamentare alcuni aspetti già previsti dal Codice della Privacy» e quindi parrebbe superflua. Micozzi si spinge oltre ed evidenzia alcuni punti critici: «Qui si parla di minori, ma spesso il problema di protezione sorge in siti come Facebook, dove non è necessario essere maggiorenne per iscriversi. E poi in qualsiasi sito c’è già la possibilità di chiedere l’annullamento della propria iscrizione (o di quella del proprio figlio minore) grazie alle norme del codice civile o di quello sulla Privacy. Mi sembra una norma di propaganda che non introduce nulla di nuovo e che non troverà mai applicazione».

DIRITTO ALL’OBLIO - L’articolo 2 modifica il decreto legislativo n. 196 del 30 giugno 2003, introducendo gli articoli 137-bis e 137-ter. «Nel primo e secondo comma - spiega Micozzi - in sostanza si ripetono cose già previste dal codice della Privacy, come la possibilità di chiedere la modifica dei propri dati personali pubblicati in emeroteche telematiche, così come la deindicizzazione degli articoli in questione dai motori di ricerca». Al terzo comma, però, Micozzi rileva un aspetto «poco chiaro che si presta a un’interpretazione troppo estensiva». «Fermo restando il dovere del giornalista di correggere senza ritardo errori e inesattezze - recita il testo -, con evidenza grafica ove possibile analoga a quella della notizia corretta, l’interessato ha diritto alla rettificazione della notizie contenenti dati personali inesatti». «Qui si pongono diversi problemi - fa notare il penalista -, prima di tutto perché si va a colpire solo il giornalista? Semmai il responsabile della mancata correzione è il giornale, anche perché il giornalista potrebbe non lavorare più per quella testata. E poi cosa si intende per “giornalista”? Un “professionista” o anche solo un “pubblicista”? E quindi un blogger non ha la stessa responsabilità?».

IL GARANTE COME I GIUDICI - «Inoltre - prosegue Micozzi - si parla non solo di dati personali errati, ma anche di “notizie” da rettificare. Eppure la proposta di legge dice che spetta al Garante della Pivacy intervenire, ma siamo sicuri che sia un tema di sua competenza? A mio avviso, con questo testo di legge si chiede al Garante di verificare se un articolo è diffamatorio o meno. Ed è molto pericoloso: di fatto si chiede a un’autorità amministrativa di svolgere un compito di autorità giudiziaria». Senza contare il rischio «intasamento»: «In Italia i giudici sono tanti, il Garante solo uno. Come potrà intervenire per far rimuovere tutti quegli articoli che un soggetto ritiene “lesivi della propria dignità”? Come potrà giudicare se effettivamente lo sono?». 

DIFFAMAZIONE A MEZZO STAMPA - L’articolo 3 modifica invece la legge n. 47 dell’8 febbraio 1948, estendendo la disciplina sulla stampa anche alle «testate online». Non ai blog, ma alle testate giornalistiche registrate «limitatamente ai contenuti prodotti, pubblicati, trasmessi o messi in rete dalle stesse redazioni». Questo passaggio ha un significato ben preciso e l’avvocato Saetta la spiega così: «Sono esclusi da tale disciplina i commenti dei lettori e gli eventuali post dei blogger esterni alla redazione, anche se pubblicati su una testata online giornalistica. In questo caso, dunque, in caso di diffamazione, il direttore non sarà responsabile per omesso controllo e non si potrà parlare di “diffamazione a mezzo stampa”». 

LA RETTIFICA - Ma per Micozzi, anche in questo articolo, ci sono alcuni punti poco convincenti: «Nel testo si dice che spetterà al Garante per la Privacy il compito di ordinare la pubblicazione della rettifica in caso di notizie errate. Così si rischia di intasare il lavoro del Garante». Nel testo è previsto che la pubblicazione della rettifica dovrà avvenire «gratuitamente e senza commento» e viene introdotta una novità significativa: «Il giudice - recita il comma 5 dell’articolo 3 - acquisita la notizia dell’avvenuta pubblicazione delle dichiarazioni o, ai sensi dell’articolo 8, delle rettifiche, pronuncia sentenza di non luogo a procedere». «Questo vuol dire che la rettifica estingue il reato? Scritto così, non è chiaro» insiste Micozzi, il quale contesta anche la novità secondo cui «per il delitto di diffamazione commesso mediante comunicazione telematica - recita la proposta di legge - è competente il giudice del luogo di residenza della persona offesa». E se più persone si ritengono diffamate dallo stesso articolo e sporgono querela contro un giornale? Ci sarà un processo in ogni tribunale di residenza dei diretti interessati? «Questo non è possibile - aggiunge Micozzi - non si può essere giudicati per lo stesso reato da tribunali diversi».

INGIURIA E DIFFAMAZIONE - L’articolo 4, infine, introduce alcune novità sul reato di ingiuria (inserendo anche il caso di «comunicazione telematica») e su quello di diffamazione semplice: tra le pene sparisce la reclusione, sostituita da una multa. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato e se è «arrecata con un qualsiasi mezzo di pubblicità o in via telematica», la sanzione può arrivare fino a 18 mila euro in caso di diffamazione semplice o 50 mila euro per diffamazione a mezzo stampa. «E questo - conclude l’avvocato Micozzi - crea una grande disparità, colpendo in modo spropositato i giornalisti, che invece andrebbero maggiormente protetti proprio perché, esercitando questa professione, per loro è più alto il rischio di commettere questo reato».

Twitter @marcobreso

Alterate le foto di Fidel Castro: e l’Ap le ritira

Corriere della sera

Aperta un’inchiesta su 150 scatti del lider maximo. In una, in particolare, cancellato un apparecchio acustico

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Non solo star e attrici. La mania dei «ritocchi » fotografici ha colpito stavolta niente di meno che Fidel Castro. A scoprirlo è stata l’agenzia di stampa Usa Associated Press che ha deciso di eliminare dal suo archivio sette foto diffuse dal governo cubano. Negli scatti incriminati il lider maximo è stato «rimaneggiato» in vari modi. In particolare in una delle foto sembra che si stato cancellato l’apparecchio acusti che Fidel porta nell’orecchio sinistro.

CANCELLATE -  Le immagini in questione, spiega l’Ap, sono state rilasciate a varie agenzie di stampa internazionali dalla Estudios Revolucion , un ente che distribuisce le le foto dei vertici dei capi di Stato latino americani che si svolgono a Cuba.  «Abbiamo concluso che un certo numero di fotografie ufficiali di Fidel Castro sono state manipolate - ha detto il vice presidente dell’Ap Santiago Lyon - La rimozione di qualsiasi particolare da una fotografia è assolutamente inaccettabile ed è in chiara violazione delle norme di Ap».  


L’AURICOLARE SCOMPARSO - tutto è iniziato quanto l’Ap ha deciso di usare alcune foto ufficiali del lider maximo. Come prevede la policy dell’agenzia di stampa, le immagini sono state sottoposte ad un’attenta analisi proprioper verificare eventuali manipolazioni. Così i photo editor hanno notato un’«anomalia» in un’immagine del 29 gennaio, che ritraeva Fidel Castro durante un incontro con il presidente dell’Equador Rafael Correa. Ap si è procurata l’originale dell’immagine in alta risoluzione direttamente dal fotografo (che è Alex Castro, figlio dell’ex leader) ed ha «beccato» il dettaglio mancante: un filo sottile che giungeva fino all’orecchio di Fidel, molto probabilmente un apparecchio acustico. Ma non solo. Da un’ulteriore revisione è emerso che anche altre immagini ufficiali erano state manipolate, tra cui quella di un incontro fra Castro e la presidenta argentina Cristina Fernandez; trasmessa anche da Ap.

I PRECEDENTI - Non è la prima volta che la prestigiosa agenzia statunitense usa la mano pesante contro immagini «taroccate» . Recentemente era finito nel mirino il fotografo messicano Narciso Contreras, già vincitore del Premio Pulitzer nel 2013: l’Ap aveva scoperto che a aveva manipolato un’immagine scattata durante la guerra civile in Siria. Il fotografo, utilizzando un apposito software, aveva fatto scomparire dallo scatto di un combattente siriano (immortalato in controluce con il fucile in mano) la presenza, in basso a sinistra, di una telecamera di un collega.

11 febbraio 2014

Impeachment: cos’è, chi lo vota, i precedenti

Corriere della sera

La messa in stato d’accusa del Presidente: la Costituzione, il caso Cossiga (per Gladio) e quello di Clinton (Lewinsky)

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Il Movimento 5 Stelle, nella sua battaglia contro Giorgio Napolitano, utilizza il termine americano, «impeachment». Ma la messa in stato di accusa del presidente della Repubblica è un concetto anche di casa nostra, presente fin dall’inizio nella Costituzione italiana del 1946.

LA COSTITUZIONE - È l’articolo 90 a spiegare che solo in due specifici casi il capo dello Stato può essere chiamato a giudizio per rispondere delle proprie azioni: «alto tradimento» e «attentato alla Costituzione». Al di fuori di queste «il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni». E sempre lo stesso articolo precisa che, qualora ricorra una delle due eccezioni previste, l’inquilino del Colle «è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri». Esattamente come a seduta comune avviene la sua elezione, anche se con una maggioranza più ampia, ovvero i due terzi dell’ assemblea (per le prime tre votazioni; poi, dal quarto scrutinio, è sufficiente la maggioranza assoluta). Non è insomma una strada così facilmente percorribile, a partire dalla necessità di inquadrare le accuse al presidente nella fattispecie dell’alto tradimento o dell’attentato alla Costituzione. Nell’eventualità di un voto favorevole alla messa in stato d’accusa, il giudizio sul presidente della Repubblica è demandato alla Corte Costituzionale (art. 134 della Costituzione).

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IL PRECEDENTE DI COSSIGA - Una richiesta di messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica era stata già avanzata nel 1991 nei confronti di Francesco Cossiga per la vicenda Gladio, ovvero l'organizzazione paramilitare segreta creata durante la «guerra fredda» nell’ambito del progetto Stay Behind della Cia per fronteggiare un eventuale presa di potere non democratica da parte del Pci o un attacco da parte dei Paesi del patto di Varsavia. Nata negli anni Cinquanta, la sua esistenza fu ammessa da Giulio Andreotti nel 1990. Cossiga era accusato di esserne uno dei principali referenti politici. Furono presentate diverse mozioni da parte dell’allora minoranza di sinistra (Pds, Rete, Rifondazione) ma tutte le accuse non sortirono alcun effetto e decaddero. Cossiga si dimise due mesi prima della scadenza del proprio mandato il 28 aprile 1992 e fu sostituito da Oscar Luigi Scalfaro il 25 maggio di quell’anno dopo un’elezione turbolenta segnata dall’attentato di Capaci che due giorni prima, il 23 maggio, aveva portato all’uccisione del giudice Giovanni Falcone , della moglie e degli uomini della scorta.

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L’IMPEACHMENT NEGLI USA - L’impeachment vero e proprio è quello a cui si fa ricorso negli Stati Uniti per rimuovere alcune alte cariche con mandato a vita, come quelle dei giudici, o per chiamare alla sbarra il presidente. Nella storia della Casa Bianca, tuttavia, solo un paio di volte si è arrivati all’impeachment vero e proprio: nel 1868 con il repubblicano Andrew Johnson, successore di Abramo Lincoln, che venne accusato di abuso di potere in una diatriba che lo vide contrapposto al Congresso; e nel 1999 con il democratico Bill Clinton, chiamato alla sbarra per avere mentito in pubblico sulla sua relazione con Monica Lewinsky. Entrambi riuscirono a passare indenni il voto, a cui non arrivarono invece Richard Nixon e il suo vice Spiro Agnew per lo scandalo Watergate essendosi entrambi dimessi prima della formalizzazione delle accuse.



Napolitano sull'impeachment: «Faccia il suo corso» (30/01/2014)
 

Impeachment contro Napolitano, parla Vito Crimi (30/01/2014)
 

Impeachment contro Napolitano, parla Paola Taverna (30/01/2014

28 gennaio 2014





Impeachment, il Comitato “salva” Napolitano: «Stato d’accusa infondato, archiviare le accuse»
Corriere della sera

Bocciata la richiesta dei 5 Stelle. Forza Italia non ha partecipato al voto: «Il Colle faccia chiarezza». I grillini: non finisce qui

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L’impeachment di Napolitano? Bocciato senz’appello. Il Comitato parlamentare per la messa in stato d’accusa ha votato per l’archiviazione della richiesta presentata dal Movimento 5 Stelle contro il presidente della Repubblica. L’istanza è stata ritenuta «manifestamente infondata» con 28 sì. Per l’archiviazione hanno votato Pd, Ncd, Sel, Scelta Civica, Popolari per l’Italia e Socialisti. Contro i 5 stelle, che su Twitter hanno sinteticamente commentato: “Non finisce qui”. Non hanno partecipato al voto, oltre ai membri di Gal, neppure quelli di Forza Italia. I due presidenti del Comitato Ignazio La Russa e Dario Stefano si sono astenuti dal votare. Il forzista Lucio Malan ha così spiegato il comportamento tenuto dal partito di Berlusconi: «Secondo il regolamento non è prevista l’astensione, quindi non partecipiamo per evitare di esprimere il nostro voto».

NO IMPEACHMENT - Questo però non significa che Forza Italia molli la presa sul Colle. Anzi. Lo spunto sono sempre le rivelazioni emerse da libro di Alan Friedman, e anticipate dal Corriere, sull’estate 2011 e sui contatti tra Monti e il Quirinale quattro mesi prima dell’incarico poi conferito al Professore per sostituire Berlusconi a Palazzo Chigi. Giovanni Toti, consigliere politico per il programma di Forza Italia, ospite di Mattino Cinque, ha chiesto urgenti chiarimenti a Napolitano. «Non so se Napolitano - ha attaccato Toti - deve dimettersi, certamente deve fare chiarezza. Di sicuro su quell’estate c’è ancora molto fumo, bisogna capire cosa è successo, è irrituale che un presidente affidi “pre-incarichi” mentre c’è un governo in carica, non sfiduciato, quando a giugno lo spread era a 250, non a 500».

Toti poi ha proposto: «Utilizziamo la sede parlamentare del Comitato per l’impeachment per fare chiarezza. Non sarebbe male se Napolitano desse qualche chiarimento in più rispetto al comunicato di ieri, largamente insoddisfacente».

11 febbraio 2014

Italia addio, negli Usa si corre”

La Stampa

sandra riccio

La fabbrica di piastrelle di Del Conca aperta in 10 mesi. A Rimini aspetta da 10 anni


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L’accoglienza al business, agli imprenditori che vogliono creare nuovi posti di lavoro e alle aziende che investono, passa anche per una strada nuova di zecca intitolata all’impresa da ricevere sul territorio. E da poco sulle mappe stradali della città di Loudon, nel Tennessee, Sud-Est degli Stati Uniti, è spuntata la Del Conca Way. Porta il nome di una delle principali realtà industriali del comparto ceramico italiano che da ieri produce anche in America. 

Il nuovo impianto è partito in tempi record, in confronto con quel che invece avviene (o non avviene) in Italia. Sì, perché ci sono voluti appena 10 mesi per realizzare il mega-sito che ieri ha iniziato a cuocere le prime piastrelle hi-tech per il mercato Usa, un complesso da 30 mila metri quadrati per un investimento iniziale da 50 milioni di euro e 100 nuovi posti di lavoro a cui se ne aggiungeranno presto altri 70. 

Tempi rapidissimi per un sito che quest’anno fatturerà già 10 milioni di euro e che nel 2015, a pieno regime, diventeranno 30. In Italia invece il gruppo sta aspettando da ben dieci anni una variante al piano regolatore per poter ampliare il suo stabilimento di San Clemente, nell’entroterra riminese. «Dopo due lustri e 10 milioni di investimento siamo ancora al punto di partenza, o quasi. Nel frattempo ne sono passate di opportunità» racconta Enzo Donald Mularoni, ad del gruppo.
Gli americani invece hanno saputo creare le occasioni. Per la città di Loudon Del Conca significa nuovi posti di lavoro e tasse pagate sul territorio. «Hanno semplicemente fatto quel che loro ritengono sia normale nel rapporto tra istituzioni e imprese determinate a investire», dice Mularoni che racconta:

«A un certo punto eravamo contesi tra due Stati perché a volerci c’era anche la Georgia. Alla fine mi ha convinto la telefonata arrivata, nell’agosto del 2012, dal governatore del Tennessee, Bill Haslam, che mi ha chiamato personalmente per dirmi che il nostro progetto gli piaceva e che avrebbe messo a nostra disposizione tutto quel che ci serviva». In poco tempo è arrivato un assistente dedicato soltanto alla pratica Del Conca e alla risoluzione di tutti i problemi burocratici che potevano presentarsi lungo il cammino. Con tanto di elicottero per poter avere una panoramica anche dall’alto del sito. L’acquisto del terreno è stato fatto quattro mesi dopo e nell’aprile dell’anno scorso sono partiti i lavori di costruzione. 

«Anche in America ci sono gli ostacoli, ma si risolvono in poco tempo, da noi invece è un groviglio di funzionari, organismi, tavoli, consessi che devono decidere ma poi rimandano di volta in volta. Il problema è il sistema Italia», dice Mularoni, seconda generazione a capo del gruppo di famiglia fondato nel 1979. Di intoppi ne ha visti tanti. L’impianto in Tennessee sarà guidato dal figlio Paolo. Il cuore e la testa dell’azienda resteranno in Italia «perché è il luogo del sapere e del saper fare questo prodotto» ci tiene a dire Mularoni.

Ci sono già altre imprese del distretto della ceramica che si stanno muovendo verso gli Usa. Tre hanno fatto lo stesso passo e altre due sono in manovra. A convincerle non è tanto la fiscalità più bassa quanto la facilità di operare. «Non ci hanno convinto i crediti di imposta, o i benefit come la costruzione di strade o il movimento terra - dice Mularoni -. A farci andare in America è stato piuttosto il fatto che ci abbiano messo in condizione di agire in poco tempo». Oggi una vera risorsa per un’impresa italiana. 

Le star di Hollywood e la foto «vietata» ai turisti davanti al Cenacolo di Leonardo

Corriere della sera

George Clooney e il cast di «Monuments Men» sono stati accompagnati e autorizzati dal sovrintendente Artioli


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Una foto ricordo che non tutti i turisti si possono permettere: George Clooney s e buona parte del cast del suo film«Monuments Men»se la sono fatta scattare davanti al Cenacolo di Leonardo, a Santa Maria delle grazie. L'attore e regista è venuto in Italia per presentare, all'Uci Cinemas di Pioltello, la pellicola da lui diretta, che racconta del salvataggio delle opere d'arte minacciate da Hitler. In arrivo dalla Berlinale, dove il film - interpretato, tra gli altri, da Matt Damon, Bill Murray, Jean Dujardin e John Goodman, oltre che dallo stesso Clooney - è stato presentato, il cast ne ha approfittato anche per una visita al Cenacolo di Leonardo. E per farsi scattare una foto in posa.

AUTORIZZAZIONE - Foto normalmente vietata ai turisti, perché i flash potrebbero rovinare il dipinto. Per scattare una foto davanti all'affresco occorre l'autorizzazione del soprintendente per i Beni Architettonici, come accadde, a luglio 2010, per l'allora premier Silvio Berlusconi, che si fece fotografare insieme con il presidente russo Dmitrij Medvedev. In questo caso, nessun problema: il sovrintendente Alberto Artioli in persona ha accompagnato attori e regista e concesso l'autorizzazione. Che, peraltro, viene data regolarmente agli organi di stampa e alle agenzie fotografiche che abbiano la necessità di fotografare il Cenacolo per qualche motivo.


RIFLESSIONI - Il film di Clooney parla proprio dell'importanza della conservazione delle opere d'arte. «Davanti all'affresco ho pensato alla scena del film nella quale i milanesi rischiano la propria vita per salvare il Cenacolo e ho pensato a quanto è valso questo sacrificio», ha osservato Matt Damon, amico fraterno di Clooney. «L'arte va protetta a tutti i costi perché rappresenta la nostra storia», ha aggiunto Clooney, «Hitler non solo rubava arte, ma la voleva distruggere per cancellare la cultura delle persone. Abbiamo imparato da dove veniamo dalle incisioni dei muri, questo dobbiamo ricordarlo nei momenti di difficoltà».

11 febbraio 2014

Scatta la reclusione se il mancato versamento dell’assegno di mantenimento alla moglie si ripercuote sui figli

La Stampa

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Omette di versare l’assegno di mantenimento alla moglie, ma la cosa grave è che allo stesso tempo ha fatto mancare i mezzi di sussistenza ai propri figli minori: confermata la pena di 6 mesi di reclusione e 400 euro di multa. È quanto emerge dalla sentenza 44629/13 della Cassazione

Un uomo non versa l’assegno di mantenimento alla moglie, pari a 400 euro mensili, facendo venir meno i mezzi di sussistenza ai propri 2 figli minori. Per tale condotta, viene condannato, in primo e secondo grado, alla pena di 6 mesi di reclusione e 400 euro di multa. Concorso apparente di reati? Inutile si rivela, inoltre, il ricorso presentato in Cassazione. Infatti, i Supremi Giudici spiegano che l’omesso adempimento all’obbligo di pagare l’assegno di mantenimento e di avere in tal modo fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori, «determinano un concorso apparente di reati, in quanto, in situazioni siffatte, il delitto di aver fatto mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori implica l’omissione del versamento dell’assegno di mantenimento stabilito dal giudice civile».

Sono venuti a mancare i mezzi di sussistenza nei confronti dei figli minori. In sostanza, «mentre può essere realizzata la violazione dell’art. 12 sexies della legge n. 898/1970 (disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio) o dell’art. 3 l. n. 54/2006 (disposizioni penali in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli) senza che siano fatti mancare i mezzi di sussistenza alle parti offese indicate nell’art. 570, comma 2 n. 2, c.p., il genitore separato che fa mancare i mezzi di sussistenza ai figli minori, omettendo di versare l’assegno di mantenimento, commette unico reato, quello previsto dall’art. 570, comma 2 n. 2, c.p.» (per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza nei confronti del beneficiario dell’assegno di mantenimento), in quanto la violazione meno grave – cioè l’omissione di versamento dell’assegno di mantenimento – perde la sua autonomia per il principio di assorbimento.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it