venerdì 14 febbraio 2014

Si avvera la profezia del Cav Schulz fa il capò in Israele

Libero

Il presidente dell’Europarlamento alla Kessnet: i coloni lasciano senz’acqua i palestinesi. Mezzo parlamento lascia l’aula tra le urla


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Era  il 2 luglio 2003, Martin Schulz, che all’epoca era capogruppo dell’SPD all’Europarlamento si scontrò nell’aula di Bruxelles con Silvio Berlusconi rinfacciandogli le solite mene giudiziarie, nonché l’alleanza con Umberto Bossi. Di fronte a un profluvio di attacchi rivolti da un tedesco su questioni interne, il presidente del Consiglio italiano gli ribattè: «Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti: la suggerirò per il ruolo di kapo.

Lei è perfetto!». «Vergogna, i palestinesi sono bugiardi», si urlava invece ieri alla Knesset, il Parlamento israeliano, e il destinatario delle urla era, manco a dirlo, l’attuale presidente dell’Europarlamento, proprio lo stesso socialdemocratico tedesco Martin Schulz, invitato a tenere un discorso all’assemblea. Doveva essere una missione diplomatica per testimioniare che l’Unione Europea è vicina anche alle ragioni di Israele, invece ha sfiorato la rissa. Un intero partito, il Bayit Yehudi vicino ai coloni, ha abbandonato l’aula. Partito, peraltro, che ha un suo peso, contando il ministro dell’Economia israeliano, Naftali Bennett, anch’egli uscito dalla sala. Anche membri di altri partiti hanno comunque protestato.(...)



Schulz racconta: La mia lotta contro l'alcolismo

Libero

Il presidente dell'Europarlamento rivela alla stampa tedesca la sua gioventù scapestrata


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Ve lo ricordate, il "kapò" Schulz? Ve lo ricordate il buon Martin, uno dei più fieri oppositori di Silvio Berlusconi in Europa, protagonista insieme al Cavaliere dell'indimenticabile duello che ormai risale al 2003? Ecco, il "kapò" ha deciso di parlare della sua gioventù scapestrata, del suo piccolo segreto: l'alcolismo. In una lunga conversazione alla Suddeutsche Zeitung, proprio nel giorno della consegna del Nobel per la pace all'Unione Europea, Schulz ha vuotato il sacco sulla sua gioventù scapestrata.

Una vita borderline - Il "kapò" racconta di essere uscito dal tunnel con molta fatica e grazie al fratello, medico ospedaliero. Per il più giovane sindaco della Nord Renania Vestfalia, il rischio di una vita da "outcast", di un'esistenza borderline è stato altissimo. Ha cominciato ad alzare il gomito dopo un grave infortunio al ginocchio che ne aveva irrimediabilmente compromesso la sua carriera da calciatore: per la delusione cominciò a bere. Quindi abbandonò il liceo, fu licenziato dalla libreria dove lavorava e restò disoccupato. La sua vita stava andando a rotoli. Una notte si decise, e chiamò il fratello per chiedergli aiuto. Da quel momento iniziò la riabilitazione che lo portò al riscatto: all'apertura di una libreria, alla poltrona di sindaco e...al duello con Berlusconi.



Che carriera Schulz Per Silvio era un ducetto Napolitano lo fa Cavaliere

Libero

Il presidente del Parlamento europeo, divenuto famoso per un siparietto col Cav a Strasburgo, riceverà la massima onorificenza. Motivo: si è commosso a Marzabotto

 


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Da "kapò" a Cavaliere della Repubblica. Un bel salto per Martin Schulz, l'eurodeputato tedesco divenuto famoso per il battibecco del luglio 2003 al Parlamento europeo con l'allora premier italiano Silvio Berlusconi, e che proprio da quell'episodio trasse la spinta che lo ha portato a diventare neintemeno che presidente dell'Aula di Strasburgo. Ebbene, l8 novembre prossimo, il "kapò" riceverà la massima onorificenza dal capo dello Stato Giorgio Napolitano.


Il Colle avrebbe deciso di conferire il cavalierato al socialdemocratico tedesco in seguito alla visita a Marzabotto, il 25 febbraio scorso. Davanti al sindaco del comune bolognese, Romano Franchi, e a uno dei superstiti dell'eccidio, Schulz si commosse nel ricordo delle vittime della strage nazifascista avvenuta fra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944, definendola «uno dei crimini peggiori della Seconda guerra mondiale nel quale una divisione dei nazisti assassinò crudelmente 800 persone tra donne, bambini e anziani». Poi, aggiunse: «Non sono qui solo come presidente del parlamento europeo, ma anche come tedesco». E, quasi in lacrime, confessò di essere «sconvolto e confuso per la brutalità dei tedeschi e la crudeltà dell’'evento». Uno come Napolitano, che si commuove ogni due per tre, non poteva che farlo Cavaliere. Chissà che commozione, alla cerimonia.



Berlusconi, "Kapò" Schulz attacca: "Il suo ritorno è un pericolo per l'Italia e l'Europa"

Libero

Il socialdemocratico tedesco, presidente dell'Europarlamento, contro il Silvio: "E' il contrario della stabilità". Ira dal Pdl


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Tra Silvio Berlusconi e Martin Schulz non è mai corso buon sangue. I più attenti ricorderanno l''imbarazzante scenetta al Parlamento europeo di Strasburgo del luglio 2003, quando l'allora premier italiano battezzò l'europarlamentare socialdemocratico tedesco "kapò" nazista, creando qualche problema diplomatico con Berlino. Logico che Schulz, nel frattempo diventato presidente del Parlamento europeo, abbia ancora il dente avvelenato. E infatti non ha mancato di commentare in modo negativo la sesta candidatura a premier del Cavaliere: "Berlusconi è il contrario della stabilità", ha detto all'Ansa alla vigilia della consegna del Premio Nobel per la Pace all'Unione europea. Secondo Schulz il ritorno di Berlusconi può essere una minaccia per l'Italia e per l'Europa "che hanno bisogno di stabilità". "Tanti dei problemi dell'Italia sono il risultato dei 10 anni in cui Berlusconi è stato primo ministro - ha poi aggiunto -, questo è un gioco politico, molto legato ai suoi interessi particolari" che mette "in secondo piano" quelli del Paese". "Gli italiani - è poi la sua profezia - sanno bene chi è stato la fonte dei problemi e chi ha contribuito a risolverli".

Le critiche del Pdl - "Che il presidente del Parlamento Europeo si permetta di entrare nella legittima dialettica di un Paese libero come l'Italia, attaccando Berlusconi, è un fatto di inaudita gravità: i parlamentari del Partito Popolare Europeo devono chiedere subito le dimissioni di questo signore", recita una nota dei senatori Pdl Antonio Gentile, Antonio Azzolini, Salvatore Mazzaracchio e Guido Viceconte. "E' inconcepibile questo atteggiamento di arroganza - si legge nella nota - che ferisce la terzietà dell'Assemblea europea e dimostra che il signor Schulz è un uomo di parte. Evidentemente la sua verve tedesca - prosegue la nota - è stata incontenibile ed egli vede in Berlusconi un reale pericolo al pangermanesimo che anche la socialdemocrazia tedesca persegue e che tanti danni sta provocando in Europa".



Europarlamento, 16 milioni di sprechi per tradurre sedute inesistenti

Libero

Nell'europarlamento presieduto dal "kapò" si bruciano milioni di euro in attività inutili


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Il Parlamento europeo negli ultimi tre anni ha speso 16 milioni di euro per interpreti nullafacenti. Non hanno tradotto nemmeno una parola, ma i contribuenti europei li hanno dovuti pagare lo stesso perché non sono stati con le mani in mano per colpa loro. Tirate le somme, 16 milioni che vanno ad aggiungersi ai tanti altri sprechi consumati dalla presuntuosa «Europa dei cittadini». Non male in un momento di crisi in cui l’Europa non riesce a mettersi d’accordo sulle risorse necessarie per dare lavoro ai giovani. Ecco l’ultimo fiore all’occhiello di Martin Schulz, il presidente tedesco della dispendiosa euroassemblea, che va e viene in trasferta perenne tra Bruxelles e Strasburgo.

Non a caso è stato un giornale del suo paese a sbattere ieri in prima pagina l’indecenza della barca di quattrini ingoiata dalle «sedute fantasma». La Bild ha scovato la pietra dello scandalo in una relazione della Commissione di controllo del bilancio del Parlamento europeo, in cui si deplora il mancato svolgimento di riunioni delle commissioni parlamentari (il 14,7 per cento di quelle previste dal calendario dei lavori), dei gruppi parlamentari dei partiti (13,6 per cento) e delle delegazioni dei gruppi (20,6 per cento). Sedute “fantasma” perché erano state fissate, ma sono evaporate nel nulla prima di iniziare.

All’appuntamento parlamentare multilingue si è presentato disciplinatamente soltanto il personale per le traduzioni, che era stato ordinato per i lavori in programma. Il buco è tutt’altro che un trionfo del genio organizzativo del presidente Schulz, diventato celebre dopo che Silvio Berlusconi gli diede del “Kapò” in un rovente battibecco a Strasburgo. Nella sfida per la razionalizzazione della torre di Babele europea, Schulz potrebbe dimostrare il suo valore.

Oltretutto pare che il compagno Martin (Spd) voglia candidarsi alla successione di Barroso alla guida della Commissione europea. Nella sua assemblea, il diritto di parola può esprimersi in 23 lingue ufficiali (contro le 2 della Nato e le 6 dell’Onu). Sono possibili più di 500 combinazioni linguistiche. Il lavoro dei traduttori costa più di un miliardo di euro l’anno. Tra dipendenti fissi e liberi collaboratori sono più di mille. Devono fare dialogare deputati e portaborse di 27 paesi. Il loro campionissimo è il greco Ioannis Ikonomou  (32 lingue) che raccomanda il suo mestiere come «la migliore prevenzione contro l’Alzheimer». Un motivo in più per chiedere a Schulz di impiegarli a tempo pieno.

di Enzo Piergianni

Sindone, Politecnico Torino: «A imprimere l’immagine è stato il terremoto»

La Stampa

Elisa Barberis

È la tesi di uno studio pubblicato sulla rivista “Meccanica”: il sisma che nel 33 colpì Gerusalemme avrebbe fissato i segni del corpo di Gesù sul Telo


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Altro che “falso medievale”. Sarebbe stato il potente terremoto che ha scosso Gerusalemme nel 33 d.C. a far sprigionare le emissioni di energia che avrebbero impresso l’immagine di Gesù Cristo sulla Sacra Sindone. È la tesi dell’ultimo studio del Politecnico di Torino, pubblicato sulla rivista “Meccanica”, che getta nuova luce sull’origine della più importante reliquia della cristianità, da sempre al centro di un dibattito infinito tra i fedeli e chi ritiene che la datazione del sudario sia decisamente più recente.

Secondo il gruppo di ricercatori guidato da Alberto Carpinteri, le onde di pressione ad alta frequenza, generate nella crosta terrestre durante il sisma di magnitudo 8.2 della scala Richter, sarebbero state abbastanza forti da liberare le particelle di neutroni dal pietrisco. Questi, reagendo con i nuclei di azoto nelle fibre di lino, avrebbero poi impresso l’immagine del corpo sul telo. Una combinazione inaspettata, che avrebbe anche aumentato il livello di radiocarbonio nel tessuto, confondendo successivamente il test condotto nel 1988 dall’Università di Oxford che fissò a 728 anni l’età della Sindone.

Il fenomeno, simulato in laboratorio, porterebbe nuovi, importanti elementi. Non è la prima volta che studiosi suggeriscono un’origine molto più antica per il sacro lenzuolo e puntano il dito contro una datazione errata proprio a causa di un’imprevista emissione di neutroni, che sarebbero poi andati a formare nuovi isotopi. La serie di scosse che in quegli anni avrebbero devastato la regione sarebbe, inoltre, documentata da almeno tre opere letterarie, andando così a sostenere le ipotesi degli scienziati torinesi.

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I pareri rimangono, tuttavia, controversi. “Chi ha datato con il radiocarbonio i materiali di quell’epoca – ha spiegato a LiveScience Gordon Cook, professore di geochimica ambientale all’Università di Glasgow – non ha mai riscontrato nulla di simile”. In questa direzione vanno anche le analisi condotte in altre aree sismicamente attive come il Giappone, dove il metodo non si è mai rivelato tanto impreciso. Meno di un anno fa, poi, un gruppo di ricerca dell’Università di Padova ha ancora spostato la data del telo a un periodo compreso tra il 300 e il 400 d.C., centinaia di anni dopo la morte di Gesù di Nazareth.

Il Vaticano non si è mai espresso sull’autenticità dell’enigmatica immagine che ricorda la sofferenza di Cristo, impressa sul grande sudario di lino di colore giallo ocra, lungo oltre 4 metri. Per questo, uno dei massimi esperti e presidente della Resurrection of the Shroud Fundation, ha lanciato nei mesi scorsi una petizione a papa Francesco, nella speranza che permetta l’analisi molecolare di un lembo del tessuto conservato nel Duomo di Torino. L’esame condotto con le più recenti tecnologie potrebbe, infatti, portare nuove risposte, confermando o escludendo del tutto la teoria della radiazione.  

Stretta di Apple sui fornitori Stop ai “metalli insanguinati”

La Stampa

giuseppe bottero

Cupertino accelera sull’operazione trasparenza, i materiali per iPhone e iPad non provengono da Paesi interessati da conflitti come Congo, Angola e Nigeria


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Mai più metalli sporchi di sangue nei prodotti Apple. L’azienda della Mela, finita nel mirino per le condizioni in cui sono stati sottoposti per anni i lavoratori dello stabilimento Foxcon, annuncia una doppia stretta: per prima cosa, un monitoraggio sempre più attento delle aziende fornitrici con sedi nei Paesi asiatici. Il secondo punto, ed è una novità, è la messa al bando dei minerali estratti nelle zone di guerra. 
Al centro del documento «Supplier responsibility report», pubblicato dal colosso californiano, c’è il tantallo, un elemento molto usato nell’informatica perché è un buon conduttore di calore ed elettricità. Il punto, spiegano da Cupertino, è che i giacimenti più grandi sono spesso situati in paesi particolarmente instabili: Congo, Angola, Sud Sudan, teatri di conflitti e sfruttamento.

«Confermiamo che tutte le nostre fonderie di tantalio attive e registrate nella catena dei fornitori di Apple sono state validate con certificazione “conflict-free” da una società indipendente, e che continueremo a richiedere ai fornitori di usare esclusivamente fonti di tantalio verificate», spiega Apple, che si impegna a controllare anche le forniture di altri minerali come l’oro e il tungsteno «in modo da cambiare davvero la situazione».

Già due anni fa Nokia aveva pubblicato un’informativa sui passi da compiere per evitare transazioni con paesi coinvolti in conflitti. Il gruppo guidato da Tim Cook vuole anche contribuire a migliorare il trattamento degli operai nelle miniere: nel 2013 il 95% dei suoi fornitori di minerali hanno posto come limite 60 ore settimanali di lavoro e la società ha aumentato il numero di controlli del 15% nel 2013 rispetto all’anno precedente. 

Riccardo III, sarà mappato il Dna del re inglese «shakespeariano»

Corriere della sera

Il primo personaggio storico il cui patrimonio genetico verrà interamente sequenziato.

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Spietato, ambizioso, manipolatore, ma anche insicuro, tormentato, irrequieto. E brutto, sgradevole e malfatto: ecco come il testo shakespeariano ha tramandato la figura di Riccardo III d’Inghilterra. Ma ora la mappatura del suo genoma, che verrà eseguita da un’équipe dell’Università di Leicester, ci dirà esattamente come era questo monarca tanto odiato da essere immaginato anche fisicamente disarmonico, ma che passerà alla storia come il primo personaggio storico il cui Dna verrà interamente sequenziato. Inoltre, come specificano i ricercatori, il procedimento consentirà di acquisire importanti informazioni sulla condizione clinica del re e avrà un significativo impatto sull’analisi della componente ereditaria di alcune patologie.

CREDENZE O VERITÀ - Aveva veramente il braccio avvizzito e la schiena ricurva, soffriva di scoliosi? E di che colore aveva i capelli? E gli occhi? Aveva una propensione all’Alzheimer o al diabete ed era intollerante al latte? A queste altre domande potremo presto rispondere, con l’evidenza scientifica che un esame genetico è in grado di poter regalare alla verità storiche. Riccardo III, grazie anche all’omonimo dramma di Shakespeare (influenzato a sua volta da Tommaso Moro) è passato infatti alla storia come un re odiato, sanguinario e come una figura negativa che persino fisicamente, grazie a un aspetto deforme, suggeriva un animo sinistro. Ma la storia, si sa, la fanno i vincitori e ciò che viene tramandato non sempre è oggettivo. Ma la verità è che nulla si sa di oggettivo riguardo al re d’Inghilterra e signore d’Irlanda, e solo la scienza può rispondere imparzialmente.


SEQUENZIAMENTO REGALE - Gli scienziati di Leicester, dopo avere ritrovato lo scheletro sepolto sotto un parcheggio, sequenzieranno il Dna e si saprà esattamente come era il discusso dinasta, al di là delle leggende e delle ricostruzioni storiche. Riccardo III era stato sepolto in una tomba senza nome nel giardino del convento dei Grayfriars, dove ora sorge un parcheggio, che gli archeologi stavano esplorando. Ora i resti verranno interrati nella cattedrale di Leicester, rispettando la tradizione archeologica che stabilisce la sepoltura dei resti ritrovati nel suolo consacrato più prossimo al ritrovamento.

IL RITROVAMENTO - Il 4 febbraio 2013, gli esperti dell’Università di Leicester guidati da Richard Buckley, confermavano che il corpo riesumato nel mese di settembre 2012 apparteneva proprio a Riccardo III, ultimo re d’Inghilterra della dinastia dei Plantageneti, morto a 32 anni per le ferite riportate nella battaglia di Bosworth Field, il 22 agosto 1485, scontrandosi con la casata dei Lancaster, guidata da Enrico Tudor. Combinando le conoscenze storiche con l’esame medico sui resti e la ricerca genetica, gli scienziati dell’università potranno giungere a un’immagine molto precisa del sovrano inglese, la cui fama negativa è spesso riconosciuta dagli storici come esagerata. E forse, con un ritardo di quasi seicento anni, riusciranno anche a riabilitarlo e a migliorare la sua reputazione, in parte sicuramente compromessa dalla propaganda dei Tudor. Almeno fisicamente.

14 febbraio 2014

Abu Omar, lo schiaffo della Consulta ai giudici: "Avete violato il segreto di Stato"

Redazione - Ven, 14/02/2014 - 09:20

La Corte Costituzionale spazza via le sentenze della Cassazione e della Corte d'appello di Milano contro gli uomini del Sismi accusati del rapimento dell'imam. Ecco le motivazioni

«Non spettava»: vengono ripetute spesso, queste due parole, nelle motivazioni depositate ieri sera della sentenza con cui la Corte Costituzionale ha accolto i conflitti di attribuzione sollevati dai governi Monti e Letta nel caso Abu Omar.


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Vengono annullate le sentenze che hanno portato alla condanna di Nicolò Pollari, ex capo dei servizi segreti militari, e dei suoi uomini, a partire dal capo del controspionaggio Marco Mancini. E il concetto, alla fine, è semplice: «non spettava» nè alla Cassazione nè alla Corte d'appello di Milano, e non spetta in genere alla magistratura ordinaria, valutare fin dove si possa spingere il velo del segreto di Stato. É il governo, l'autorità politica, e nessun altro, a sapere quali interessi pubblici siano in gioco quando si parla di sicurezza dello Stato. E non sta ai giudici sindacare.

É, di fatto, la pietra finale sulla vicenda iniziata quasi dieci anni fa, quando un commando della Cia prelevò a Milano Abu Omar, predicatore islamico già allora in odore di estremismo e poi condannato per terrorismo internazionale. Il prossimo 24 febbraio, quando la Cassazione aprirà l'ultima udienza, non potrà che prendere atto di quanto ha stabilito la Corte Costituzionale. E le condanne di Pollari (dieci anni), Mancini (nove anni) e degli altri 007 verranno cancellata. Il caso Abu Omar rimarrà tema da libri di storia e di diritto.

Ma quale sia stato il ruolo del Sismi nella vicenda, se i nostri servizi abbiano saputo, ostacolato, collaborato, tutto questo resterà per sempre coperto da segreto di Stato. Già una volta, nel 2009, la Corte Costituzionale aveva sancito la prevalenza degli interessi della sicurezza pubblica sul dovere della magistratura a indagare e perseguire i reati (come indubbiamente fu, per il nostro ordinamento, il sequestro di Abu Omar). Ma la Cassazione se ne era infischiata, e interpretando a suo modo la sentenza aveva riportato Pollari & C. sul banco degli imputati. Così i governi Monti e Letta si erano ritrovati costretti, come già i loro predecessori Prodi e Berlusconi, a ribadire l'esistenza del segreto di Stato e a chiedere l'intervento della Corte Costituzionale.

Ed ecco le motivazioni con cui la Consulta dà ragione al governo e torto ai giudici: «La disciplina del segreto involge il supremo interesse della sicurezza dello Stato-comunità alla propria integrità ed alla propria indipendenza», si legge nelle motivazioni. «L'apposizione del segreto da parte del Presidente del Consiglio dei ministri - cui spetta in via esclusiva l'esercizio della relativa attribuzione di rango costituzionale, in quanto afferente la tutela della salus rei publicae, e, dunque, tale da coinvolgere un interesse preminente su qualunque altro, non può impedire che il pubblico ministero indaghi sui fatti di reato, ma può inibire all'autorità giudiziaria di acquisire ed utilizzare gli elementi di conoscenza coperti dal segreto. Un ambito, questo, nel quale il Presidente del Consiglio dei ministri gode di un ampio potere discrezionale, sul cui esercizio è escluso qualsiasi sindacato dei giudici comuni, poiché il giudizio sui mezzi idonei a garantire la sicurezza dello Stato ha natura politica».

Cento euro al giorno ai detenuti che vivono in celle troppo strette

Nino Materi - Ven, 14/02/2014 - 08:31

Il Tribunale di sorveglianza al ministero: "Per i reclusi uno spazio vitale di 7 metri, altrimenti vanno risarciti"


Non ne facciamo una questione «politica», ma di civiltà. Non è umano che nelle carceri si viva come in carri bestiari. Ciò dovrebbe valere in tutto il mondo, ma soprattutto in Italia, cosiddetta «culla del Diritto».


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Va quindi salutata con favore l'indicazione contenuta in alcune ordinanze emesse la scorsa settimana dal Tribunale di sorveglianza di Venezia in cui si prescrive come il carcere lagunare di Santa Maria Maggiore debba garantire più spazio nelle celle (dai 3 ai 7 metri quadri di spazio vitale), pena il pagamento di 100 euro al giorno ai detenuti che si trovano in aree sovraffollate: insomma un vero e proprio risarcimento a favore di quei carcerati costretti a espiare la pena in condizioni logisticamente invivibili. Una linea di condotta prevista in attuazione del decreto 146 dello scorso dicembre, il cosiddetto «svuota carceri», e ora sollecitata dal Tribunale di sorveglianza alla luce dei reclami presentati da una quindicina di detenuti, in gran parte reclusi nel carcere veneziano. Ricorsi che - come riporta La Nuova Venezia - riguardano alcune strutture e servizi interni ritenuti non adeguati e poi lo spazio disponibile per ogni singola persona.

Le prime istanze sono state respinte, mentre i giudici hanno accolto i reclami relativi allo «spazio vitale» ordinando all'amministrazione penitenziaria di garantire dai 3 ai 7 metri quadri per detenuto. Il ministero della Giustizia adesso potrà impugnare le ordinanze tramite l'avvocatura dello Stato entro 15 giorni. Sta di fatto che l'indicazione del Tribunale di sorveglianza è destinata a fare giurisprudenza e che se, anche gli altri Tribunali di sorveglianza italiani si allineassero alla direttiva dei loro colleghi veneti, lo Stato rischierebbe di versare risarcimenti per milioni di euro: un esborso però del tutto teorico, considerato che il decreto è privo di qualsiasi copertura finanziaria. Sta di fatto che le condizioni della maggior parte delle nostre carceri sono pietose e ben pochi sono, al momento, gli istituti di pena che riuscirebbero a garantire ai loro «ospiti» i previsti «7 metri di spazio vitale».

«Queste ordinanze sono tra le prime in Italia - affermano i dirigenti del tribunale di Sorveglianza, interpellati da La Nuova Venezia -. Il reclamo può essere presentato quando inosservanze dell'amministrazione comportino attuale e grave pregiudizio ai diritti dei detenuti. Primo fra tutti il pregiudizio derivante dal sovraffollamento delle carceri, riconosciuto dalla Corte europea e dalla Corte Costituzionale». Il reclamo - spiegano gli esperti - mette in moto una sorta di «processo» davanti al magistrato di sorveglianza, con la convocazione delle parti. Così è avvenuto quando sul tavolo degli uffici di sorveglianza del Veneto sono arrivate le istanze di 15 detenuti, per la quasi totalità reclusi a Santa Maria Maggiore. Che cosa lamentavano i carcerati? Sostanzialmente una condizione di disagio nelle celle a cominciare dallo spazio a disposizione, inferiore a quei 7 metri per persona che il Consiglio d'Europa ha prescritto come superficie minima in una cella.

Ma non basta, i detenuti hanno avanzato altre richieste: illuminazione naturale, bagno chiuso, possibilità di trascorrere otto ore fuori dalla cella. Contro i reclami si è costituito il ministero di Giustizia, chiedendo il rigetto degli stessi. Una posizione - quest'ultima - di avvilente retroguardia, considerato che ai detenuti non può essere negato il diritto di vivere in condizioni umane. Un paese civile, in tema carcerario, dovrebbe essere in grado di imporre due direttrici imprescindibili: certezza della pena e capacità di far espiare tutta la condanna in strutture moderne che concorrano al recupero del detenuto. In Italia, purtroppo, restano una chimera entrambe le cose.

Caccia ai “trafficanti di tartufi” al confine tra Arabia Saudita e Iraq

La Stampa

maurizio molinari

Trovati in Iraq, presi dai sauditi e venduti in Kuwait, i tartufi vengono poi esportati in gradi quantità verso Egitto, Libano, Iran e Nord Africa alimentando un mercato parallelo a quello europeo.


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L’arresto di oltre quattromila trafficanti di tartufi ai confini fra Arabia Saudita e Iraq suggerisce che nella regione del Golfo è iniziata la stagione della caccia ad uno dei alimenti più ricercati. La regione di Arar, stretta fra i due Stati, è conosciuta per offrire i tartufi di migliori qualità e poiché i luoghi di raccolta sono soprattutto sul lato iracheno sono i cercatori sauditi ad attraversare illegalmente la frontiera. Si tratta di un fenomeno che si ripete ogni stagione ma quest’anno il numero dei “cercatori illegali” è stato insolitamente alto.

Le forze di sicurezza erano state allertate, li hanno visti transitare e al momento del ritorno in Arabia Saudita hanno fatto scattare gli arresti. Alle oltre quattromila persone imprigionate è stato obbligato soggiornare per 48 ore nelle celle di più penitenziari e hanno dovuto anche versare una multa di diverse centinaia di dollari americani ma i tartufi non sono stati sequestrati, bensì restituiti a chi li aveva raccolti. “I regolamenti sono chiari - ha spiegato il portavoce delle guardie di frontiera saudite, colonnello Ahmad Al-Esaimi, alla stampa locale - i tartufi non possono essere confiscati ma vengono restituiti a chi li ha raccolti dopo che costoro si sono espressamente impegnati a non ripetere più tali violazioni”.

Come dire, basta il pentimento per restare in possesso del prezioso bottino. Sul mercato del cibo di Kuwait City, una delle piazze dove i tartufi vengono più commerciati nel mondo arabo, un kg del prezioso vegetale costa circa 50 dollari americani ma i prezzi quest’anno sono previsti in discesa perché le piogge abbondanti rovesciatesi sul deserto hanno favorito anche un raccolto all’interno dei confini nazionali. Trovati in Iraq, presi dai sauditi e venduti in Kuwait i tartufi vengono poi esportati in gradi quantità verso Egitto, Libano, Iran e Nord Africa alimentando un mercato parallelo a quello europeo.

La nuova vita dell’ex imprenditore «Ora il mio ufficio è il marciapiede»

Corriere della sera

La storia di Enzo, otto ore al giorno davanti alla Rinascente: «Quello che è successo a me potrebbe capitare a chiunque»


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L’orario d’ufficio se l’è scelto da solo, ma non si fa sconti: dalle 12 alle 20, pioggia o sole, inverno o primavera, Enzo «il guerriero» Prosperi è sul marciapiede della Rinascente. Un cuscino a righe infilato in una borsa di corda, uno zainetto nero di marca, la ciotola dell’acqua per i cani, un barattolo per le offerte: «Non faccio questo lavoro per i soldi - sorride -, ma per dimostrare dove può finire un imprenditore onesto». Gli abiti un po’ consunti, ma eleganti. «Non ne compro da tempo, sono quelli che mi sono rimasti dalla vita precedente o che mi hanno regalato: ci tengo molto a vestire bene». La cravatta di seta, la camicia azzurra, la giacca che esibisce una griffe famosa. Direttamente dalla scrivania al lastrico. Un cartello plastificato, incollato a terra con lo scotch dichiara in stampatello: «Imprenditore rovinato dalla cattiva politica e dalla legge che non è uguale per tutti».

LA SOLIDARIETA’ DEI PASSANTI - Un uomo, due cani e un messaggio che attirano i passanti. «Anche io ho subito angherie - si avvicina un signore, ben vestito pure lui -, voglio parlarne un po’ con lei...». Enzo, praticamente, è qui apposta: «C’è gente che addirittura viene a chiedermi consigli». Si ferma, riflette: «La cosa più devastante quando uno perde il lavoro è che non sa a chi rivolgersi. E si attacca pure a una persona come me...». Gli si incrina la voce: «Riesco a fare molte cose per gli altri, ma niente per me stesso...». Il capo della sicurezza della Rinascente lo conosce, anzi gli è amico, «brava persona», dice ammirato.

Una signora chiede di potergli scattare una foto col cellulare, una aspirante videomaker gira qualche immagine, segna il suo numero di cellulare e promette di richiamarlo, dei ragazzini accarezzano Lolly, il pechinese nano che scodinzola libero. Boris, che è un chow chow più impegnativo, ma ugualmente socievole, resta invece al guinzaglio, legato a una gamba di Prosperi. «La mattina mi sveglio presto per accudire i cani, portarli al parco. Poi sistemo la mia casetta, verso le 12-13 sono qui in ufficio», tra i portici e il selciato del corso Vittorio Emanuele.

I TEMPI PIU’ BUI - È andata anche peggio in passato, «per un anno ho dormito in un cespuglio; di andare al dormitorio o a mangiare alla mensa dei poveri non se ne parla, io non sono un barbone». Ma in qualche modo, a sessantun’anni, s’è ritrovato a terra. Lui racconta di essere stato dirigente di una rete televisiva, tanti anni fa, di aver lasciato dopo una malattia e di essersi trasferito con la moglie in Toscana, in provincia di Arezzo. Lì ha aperto un centro di produzione tv, poi un supermercato. Quindi, sostiene, ha incontrato della brutta gente, dei truffatori, anche pericolosi, ed è stato coinvolto in una vicenda legale complicata e, a sentir lui, molto ingiusta. Che al principio nel nuovo millennio l’ha lasciato pregiudicato, disoccupato e separato. Lontano anche da figlia e nipote, rimaste in Toscana.

GLI AMICI SU FACEBOOK - «Dal 2000 ho cercato qualunque tipo di lavoro». L’eloquio è forbito , l’accento di un milanese leggero. «Eppure ho solo la licenza media: ma ho studiato all’università della vita». «Guerriero» l’hanno chiamato gli amici su Facebook. Con le esperienza più varie: «Sono maestro gelatiere e pasticciere». E quando se lo può permettere, grande cuoco di paella e crema catalana: «Mi piace molto cucinare, ho una passione per le ricette spagnole, preparo anche la sangria». Nel suo piccolo appartamento in prestito. «In questi anni ho incontrato molte persone che mi hanno aiutato». Soprattutto, colleghi: «Ho vissuto della solidarietà imprenditoriale». E allo Stato che denuncia che cosa chiede? «Di prestare attenzione agli imprenditori, prima che si suicidino. Per me non voglio aiuti: ho scoperto che mi piace non avere più niente, mi dà la libertà di fare qualunque cosa».

14 febbraio 2014





Baseotto, Cgil: «Il mondo del lavoro è più ampio di quello rappresentato dalla Fiom»

Corriere della sera

 

Venerdì al Parenti si riuniscono i delegati. Intervento del segretario nazionale, Susanna Camusso


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«I metalmeccanici sbagliano - sostiene Nino Baseotto, segretario generale della Cgil Lombardia -: questa insistenza nel contrapporre la Fiom alla Cgil è dannosa per le persone che rappresentiamo. Si rischia di creare una senso di distanza con le priorità della gente che lavora, che è in cassa integrazione, che non arriva a fine mese, che ha figli disoccupati...». Eppure è innegabile che un problema interno alla Cgil esista, e che attiri gran parte delle energie. In Italia e in particolare qui, in Lombardia.

Oggi al Franco Parenti si riunisce «un attivo regionale delle delegate e dei delegati dei settori non aderenti a confindustria», con la partecipazione dei numeri uno nazionali, le conclusioni del segretario generale Susanna Camusso. E l’intento dichiarato di «estendere gli accordi su democrazia e rappresentanza a tutti i luoghi di lavoro». Quegli stessi accordi che i metalmeccanici contestano (con uno scontro diretto tra il leader della tute blu Maurizio Landini e Camusso) e che chiedono siano sottoposti al voto.

Perché escludere la Fiom? Non le sembra una provocazione?
«L’attivo di oggi parla a quella parte del mondo del lavoro che non dispone di nessuna regola sulla rappresentanza - risponde Baseotto - ed è organizzato da alcune categorie che sono favorevoli a estendere l’intesa raggiunta con Confindustria. Sarebbe stato irrispettoso coinvolgere la Fiom su un accordo che la maggioranza dei suoi dirigenti vuole cambiare se non abrogare. Nessun intento provocatorio. Noi partiamo da un dato di realtà: dei 22 milioni di lavoratori italiani, 13 non hanno regole rappresentanza. Dobbiamo pensare a loro».

È evidente, però, che in questo clima di scontri, con un congresso nazionale alle porte e un contesto politico in subbuglio, l’attivo di oggi ha il sapore di una chiamata alle armi, in un campo favorevole a Camusso... «Noi lo intendiamo come un modo per rendere esplicito che esiste un’altra realtà. Gli iscritti alla Cgil, nei dati del 2012, sono 5 milioni e 712 mila, di cui 2 milioni e 716 mila sono i lavoratori attivi, e tra questi i metalmeccanici sono il 13,14 per cento».

Il messaggio è: non contate poi tanto?
«Il messaggio non è alla Fiom ma ai media: non si può rappresentare la realtà del lavoro con un’esclusività meccanica. All’intesa con Confindustria sono interessati in totale 6 milioni e mezzo di lavoratori: che facciamo per gli altri 13 milioni?».

Al di là dell’accordo sulla rappresentanza, però, le questioni che pone la Fiom sono altre: di democrazia interna alla Cgil, e poi anche di modello sindacale, che - dicono - andrebbe rinnovato (se non rottamato). «Sul primo punto: la Cgil ha regole democratiche interne molto consolidate, rodate. E certamente la democrazia del sindacato non si esercita nei salotti televisivi...».

È una frecciata a Landini... «Non può esistere nella Cgil una contrapposizione personale. Il sindacato è fatto da dirigenti, che sono rappresentanti di strutture: non è affidato a una donna o a un uomo solo al comando. La nostra idea è meno personalistica e più fondata sulla collegialità».

Quanto allo svecchiamento?
«Penso anch’io che la Cgil abbia bisogno di cambiare profondamente per stare al passo con i cambiamenti del mondo del lavoro. Discutiamone. Ma i rottamatori possono prevalere in un partito, un sindacato deve essere necessariamente un’altra cosa».

14 febbraio 2014

San Valentino tra storia e leggenda

La Stampa

maurizio ternavasio


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Oggi è San Valentino, la festa degli innamorati. Come nasce la ricorrenza?
La sua origine coincide con il tentativo della Chiesa cattolica di «cristianizzare» il rito pagano per la fertilità. Per gli antichi romani febbraio era il periodo in cui ci si preparava alla stagione della rinascita. A metà mese, fin dal quarto secolo a.C., iniziavano le celebrazioni dei Lupercali, per tenere i lupi lontano dai campi coltivati. I sacerdoti di questo ordine entravano nella grotta in cui, secondo la leggenda, la lupa aveva allattato Romolo e Remo, e qui compivano sacrifici propiziatori. Contemporaneamente lungo le strade della città veniva sparso il sangue di alcuni animali. I nomi di uomini e donne che adoravano questo Dio venivano inseriti in un’urna e poi mischiati; quindi un bambino estraeva i nomi di alcune coppie che per un intero anno avrebbero vissuto in intimità, affinché il rito della fertilità fosse concluso.

E come si arriva da questi riti a San Valentino?
I padri precursori della Chiesa, decisi a mettere fine a questa pratica licenziosa, vollero trovare un santo degli innamorati per sostituire l’immorale Lupercus. Nel 496 d.C. Papa Gelasio annullò la festa pagana decretando che venisse seguito il culto di San Valentino. 

Ma chi era questo santo?
San Valentino, nato a Interamna Nahars, l’attuale Terni, nel 176 d.C. e morto a Roma il 14 febbraio 273, era un vescovo romano che era stato martirizzato. Valentino dedicò la vita alla comunità cristiana e alla città di Terni dove infuriavano le persecuzioni contro i seguaci di Gesù. Fu consacrato vescovo della città nel 197 dal Papa San Feliciano, poi divenne il protettore dell’amore in tutto il mondo.

Perché fu scelto come patrono degli innamorati?
È considerato il patrono degli innamorati poiché la leggenda narra che egli fu il primo religioso che celebrò l’unione fra un legionario pagano e una giovane cristiana.

C’è qualche racconto particolare che lo riguarda?
Si dice che un giorno San Valentino sentì passare, vicino al suo giardino, due giovani fidanzati che stavano litigando. Allora gli andò incontro con in mano una rosa che regalò loro, pregandoli di riconciliarsi stringendo insieme il gambo della stessa, facendo attenzione a non pungersi e pregando affinché il Signore mantenesse vivo in eterno il loro amore. Qualche tempo dopo la coppia gli chiese la benedizione del loro matrimonio. Quando la storia si diffuse, molti decisero di andare in pellegrinaggio dal vescovo di Terni il 14 di ogni mese, il giorno dedicato alle benedizioni. Poi la data è stata ristretta solo a febbraio, perché in quel giorno del 273 San Valentino morì.

E per quanto riguarda la storia più recente?
L’associazione con l’amore romantico è posteriore, anche se la questione sulla sua origine è controversa. Secondo una tra le tesi più accreditate, San Valentino sarebbe stata introdotta come festa degli innamorati grazie al circolo di Geoffrey Chaucer (1343 – 1400), che nel suo poema «Parlamento degli uccelli» associa la ricorrenza al fidanzamento di Riccardo II d’Inghilterra con Anna di Boemia. In ogni caso in Francia e Inghilterra, nel Medioevo, si riteneva che a metà febbraio iniziasse l’accoppiamento degli uccelli: evento che si prestava a far consacrare il 14 febbraio come la festa degli innamorati. 

A quando si fa risalire la sua connotazione più commerciale?
Nei Paesi anglosassoni il tratto più caratteristico è lo scambio (risalente al XIX secolo) di «Valentine», bigliettini d’amore con le sagome dei simboli dell’amor romantico (cuori, colomba, Cupido). La più antica «Valentine» di cui si abbia traccia risale al XV secolo, e fu scritta da Carlo d’Orléans, allora detenuto nella Torre di Londra dopo la sconfitta alla battaglia di Agincourt (1415). Carlo si rivolge alla moglie con le parole: «Je suis déjà d’amour tanné, ma très douce Valentinée». A metà Ottocento negli Stati Uniti tal Esther Howland iniziò a produrre biglietti di San Valentino su scala industriale. Con il passare del tempo la tradizione dei biglietti amorosi divenne secondaria rispetto allo scambio di scatole di cioccolatini, mazzi di fiori o gioielli. 

Come si festeggia in altri Paesi?
In Germania gli innamorati scrivono bigliettini e acquistano regali, in genere non troppo costosi, e fiori per il proprio partner. In Olanda e in Inghilterra c’è chi spedisce biglietti non rivelando la propria identità. In Giappone la tradizione prevede che siano le ragazze a regalare una scatola di cioccolatini ai ragazzi, anche se non sono necessariamente i loro fidanzati: vanno bene pure amici e colleghi di lavoro. E gli uomini che ricevono cioccolato a San Valentino devono ricambiare il dono ricevuto regalando cioccolato bianco un mese dopo San Valentino, cioè il 14 marzo. In Spagna invece in quel giorno vanno a ruba le rose rosse. Negli Stati Uniti, San Valentino viene festeggiato da tutti: anche i bambini si scambiano biglietti raffiguranti gli eroi dei cartoni animati.

Città dai nomi incredibili (in Italia e all’estero)

Corriere della sera



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Hashem, il pacifista iraniano impiccato perchè la sua poesia corrompe l’Islam

La Stampa

francesca paci

Scriveva e traduceva la poesia farsi in arabo, attività considerata sovversiva. Dall’elezione di Rohani a oggi ci sono state 400 esecuzioni di dissidenti


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Aveva confessato Hashem Shabani. Prima di essere impiccato insieme ad altri 14 attivisti dei diritti umani il 34enne poeta e pacifista iraniano aveva ammesso ai suoi torturatori in tv di attentare alla sicurezza nazionale utilizzando i suoi versi per “diffondere la corruzione sulla terra”, una delle folli accuse con cui il Ministro dell’Interno e il Giudice del tribunale rivoluzionario Mohamed-Bagher Moussavi l’avevano condannato alla pena capitale (tra le altre c’era quella di essere stato una spia di Mubarak e di Gheddafi e di aver organizzato attentati terroristici). Nella Teheran in cui l’occidente si sforza di vedere solamente le prospettive riformiste promesse dal neo presidente Rohani si continuano a uccidere le voci dissenzienti.

A chi viene risparmiata la morte tocca il silenzio, come nel caso degli ex leader dell’opposizione riformista Mir Hossein Mussavi e Mehdi Karrubi che sono da tre anni agli arresti domiciliari (e ci resteranno chissà quanto a meno di sottoscrivere un «pentimento») per aver tentato di importare la «primavera araba» in Iran nel 2011 dopo aver guidato l’onda verde nel 2009. Mentre tra alti e bassi si avvicina il nuovo round di colloqui tra Teheran e il gruppo 5+1, durante il quale, a Vienna, si lavorerà per trovare un accordo «omnicomprensivo» sul programma nucleare della Repubblica islamica, il requiem per Hashem Shabani diventa quello per l’intera società iraniana schiacciata (per ora) sotto il peso della Storia.

Le ultime parole dei suoi assassini sono echeggiate come un monito tanto anacronistico quanto feroce. “Traditore e spia” gli hanno detto pochi giorni fa, un attimo prima di preparare il nodo scorsoio. Never again. Shabani, insegnante di lingua e letteratura araba, scriveva in arabo e traduceva la poesia farsi in arabo, attività più che sovversiva nell’Iran ossessionato, tra le altre cose, dalla minaccia del separatismo di Ahwaz (la regione di provenienza di Shabani), del Baluchistan, del Kurdistan. A nulla gli è valsa la devozione per la moglie, il figlio e soprattutto per il padre infermo per una ferita riportata durante la guerra contro l’Iraq (1980-88). 

Quando è stato arrestato a Khalafabad, nel febbraio 2011, il paese era ancora sotto il giogo dell’irriducibile Ahmadinejiad, ma dov’era il successore riformista Rohani nei giorni scorsi? La risposta è nelle decine e decine di attivisti, artisti, insegnanti e scrittori ammazzati durante la presidenza del moderato Ayatollah Mohamed Khatami. Dall’elezione di Rohani a oggi, in questi mesi di riavvicinamento tra l’Iran e l’occidente, ci sono state 400 esecuzioni di dissidenti.

Resta un paese fratto, la società schizofrenica, l’economia al collasso, l’isolamento internazionale e la proxi war con la Siria. Restano i versi di Shabani, gli ultimi soprattutto, scritti in attesa del boia e intitolati “Sette Motivi Per Cui Dovrei Morire”: «Per sette giorni mi hanno urlato: sta facendo la guerra ad Allah, sei un arabo, sei di Ahwaz. Prendi in giro la sacra rivoluzione. Sei un uomo, non è abbastanza per morire?». 

Multe con «spiata», a Roma scoppia la polemica

Il Messaggero

di Veronica Cursi

Dure reazioni dopo il caso denunciato dal Messaggero


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Multe ”spiate”, scoppia la polemica. Dopo il caso denunciato ieri dal Messaggero di un automobilista che si è visto recapitare a casa un verbale per un infrazione denunciata ai vigili da un semplice cittadino, sindacati e cittadini sono sul piede di guerra. Dura la reazione anche delle forze politiche: da destra e sinistra si chiede al comando di polizia muncipale di intervenire immediatamente per evitare che casi del genere divengano prassi.

LA RIVOLTA DEI SINDACATI Il coordinameto romano dell’Ugl si dice «fortemente preoccupato per l’utilizzo che i cittadini potrebbero fare di questo tipo di segnalazioni». L’articolo 13 della legge 689/81, a cui fa riferimento il comandante dei vigili urbani Raffaele Clemente, in base al quale sarebbe stato emesso il verbale, rischia infatti di creare un «pericoloso meccanismo». «È il caso di sottolineare, infatti che a differenza del pubblico ufficiale, la dichiarazione del privato cittadino non gode della famigerata 'fede privilegiatà, circostanza questa che rende facilmente annullabili le contravvenzioni». «Se è vero - spiegano dall’Ugl - che esiste una norma che permette di assumere informazioni per l’accertamento di violazioni è pur vero che viene solitamente usata in caso di incidenti stradali e comunque come elemento in più per ricostruire la dinamica dei fatti, non può essere certo un sistema idoneo per sanzionare i cittadini».

Dello stesso avviso Mauro Cordova, presidente dell’Arvu, l’associazione europea di polizia locale: «Siamo all’assurdo. In questo modo si rischia di scatenare una guerra tra cittadini e soprattutto una pioggia di ricorsi che causerebbero solo perdite di tempo e denaro». «In un momento in cui l’attività dei vigili sta diventando sempre più mediatica, basta pensare alle multe denunciate su Twitter, far passare un messaggio del genere è una follia - dice Gabriele di Bella, agente del II gruppo e del sindacato Fiadel - Gli unici che possono fare verbali sono i pubblici ufficiali. La legge a cui fa riferimento Clemente è una legge generale nata prima della realizzazione del codice della strada, decreto legislativo 285 del 1992 e così anche le successive modifiche».

LE REAZIONI
Il caso dei verbali con spiata scuote anche le forze politiche. «E’ una sciocchezza non convenzionale e un metodo infondato giuridicamente - taglia il capogruppo del Pd in Campidoglio Francesco D'Ausilio - Auspico che il comando dei vigili di Roma smentisca al più presto le notizie apparse». Per Fabrizio Ghera, capogruppo Fratelli d'Italia Il ”metodo spiata” è «assolutamente folle. E’ incredibile che i romani debbano subire anche questa beffa». «Roma non può permettersi il far west - afferma Alessandro Onorato, capogruppo della Lista Marchini in Campidoglio - è una follia che genera caos e che presenta evidenti profili di illegittimità». Mentre il consigliere di Forza Italia Davide Bordoni annuncia: «Presenterò un'interrogazione urgente al sindaco per avere chiarimenti».

LO SFOGO SU INTERNET
Sul web si scatena l’ira dei cittadini: «Ma che siete matti - scrive Claudia - Così se ho qualcuno che mi sta antipatico gli segnalo 7 o 8 multe e sono a posto». «Non si possono coprire le carenze delle istituzioni con l'apporto dei cittadini».



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Giovedì 13 Febbraio 2014 - 08:44
Ultimo aggiornamento: 14:09

Lo “smile” è come un sorriso vero per il nostro cervello

Il Mattino


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ROMA Guardando il sorriso di una faccina, insomma uno smile" o un emoticon" che qualcuno ci ha inviato per email o sms, il nostro cervello reagisce come di fronte a un sorriso vero: segno importante che il cervello umano è evoluto, si è modificato , sotto la pressioni di un fenomeno culturale nuovo come quello degli emoticon, simboli che nascono negli anni Ottanta. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista “Social Neuroscience” da esperti della University of South Australia ad Adelaide in Australia.

I ricercatori hanno chiesto a 20 studenti di guardare delle persone sorridere, poi di guardare il classico emoticon dello smile e poi delle sequenze di segni senza significato. Osservando la loro reazione neurale nelle tre situazioni è emerso che il cervello risponde agli smile e ai sorrisi veri nello stesso modo, mentre non reagisce in alcun modo a sequenze casuali di segni come. Il cervello sembra dunque aver imparato che lo smile vale come un sorriso vero e quindi si è adeguato in tal senso.

13 Feb 2014 18:06 - Ultimo aggiornamento: 18:06

Come Tom Hanks in The Terminal Disoccupato vive in aeroporto

Corriere della sera

Roberto, 62 anni, dal 9 febbraio bivacca al «da Vinci». Senza soldi, si dice «prigioniero» dello scalo e mangia quel che gli regalano


1
ROMA - Dai cantieri di Genova, alle giungle di mezzo mondo, fino a ritrovarsi ostaggio di un aeroporto. Roberto Papadia, 62enne ligure, ha vissuto almeno tre vite. Nelle tasche custodisce racconti affascinanti che si intrecciano come la trama di un film, anzi di tanti film. Uno che non si arrende mai, uno pronto a reinventarsi di continuo, uno che si trova più a suo agio nella natura selvaggia che, come spiega lui stesso, «stretto tra le pieghe di una società consumistica che impedisce a un uomo di essere libero, di fare come mestiere l’avventuriero». Da domenica 9 febbraio Roberto vive all’aeroporto di Fiumicino, senza un euro nel portafogli, senza cibo, né alternative.

2
SENZA LAVORO - Carrellino pieno di valigie e ricordi, gilet da campeggiatore, al collo un dente di coccodrillo e le targhette degli amici militari morti in Vietnam, Roberto si è accampato sulla Terrazza Roma al Terminal 3 del «Leonardo Da Vinci» di Roma. Da giorni sopravvive come può, mangia grazie alla generosità di pochi. È sbarcato dal Cile domenica con gli ultimi soldi rimasti. La sua epopea è iniziata sette anni fa. Ha provato ogni genere di lavoro, gli piaceva cambiare. È stato persino archivista nel quotidiano il Secolo XIX. Per anni ha lavorato come guardia giurata, entrando infine come ispettore alla sicurezza nel porto di Genova. «Ho assistito alla costruzione della nave Concordia», ricorda. Nel 2007 però ha perso il lavoro. Dramma simile a tanti italiani.

3
COCCODRILLI E ABORIGENI - Vista la carenza di impieghi, aveva una scelta: mendicare o partire. Lui ha scelto l’avventura. Guardia-parco in Sudafrica, guida in Argentina, agricoltore in Nuova Zelanda, e infine in Australia dove ha vissuto nelle praterie e nelle foreste insieme agli aborigeni. «Il senso della vita lo trovi solo lì - rivela con gli occhi lucidi –. La mattina un coccodrillo ti attaccava in barca e la sera te lo mangiavi per cena. Si, in stile Crocodile Dundee (come l’omonimo film, ndr). Un luogo straordinario. Non mi sono mai sentito così solo come in questo aeroporto pieno di gente, nemmeno quando mi trovavo smarrito in quella natura incontaminata». Pochi giorni prigioniero dello scalo di Fiumicino e Roberto si sente già «esistenzialmente spiazzato».

4
PROFESSIONE AVVENTURIERO - Come gli altri fantasmi che abitano l’aeroporto, come Tom Hanks nel film «The Terminal», che peraltro era appunto ispirato a una storia vera. È la burocrazia che uccide l’avventura. Impossibile per il vitale 62enne restare nei Paesi dove ha ritrovato il suo spirito da combattente: ogni volta visti scaduti e controlli lo costringevano a spostarsi. Nella moderna società che annichilisce i coraggiosi, per Roberto appare impossibile seguire le orme di «Alex Supertramp», ovvero il Christopher McCandless protagonista del film di Sean Penn «Into the wild», ispirato alla vera storia del giovane americano che scelse di vivere nelle terre selvagge. L’ultimo degli «avventurieri romantici» ora è stato obbligato a tornare in Italia ma qui non ha opzioni.

BAGAGLI DI VITA - La famiglia l’ha persa molti anni fa, arrivato dal Cile sperava in un piccolo aiuto dagli amici ma così non è stato. «Chi vuole adottare un cantastorie? – ironizza amaro – Il colmo per chi ha sempre lavorato come me, è tornare nel mio Paese e non avere sbocchi». Nemmeno i contatti con associazioni di volontariato romane lo hanno aiutato: niente posti letto nella Capitale assediata dall’emergenza abitativa.

GIRAMONDO OFFRESI - «Ho sempre vissuto con poco, mi rifiuto ora di chiedere l’elemosina, io voglio lavorare. Non so davvero come uscire da questo incubo»: la dignità prima di tutto, ripete spesso. Il suo sogno resta quello di tornare in Australia, ma senza uno sponsor, un datore di lavoro, la burocrazia internazionale glielo impedisce. «Mi piacerebbe morire lì - si augura Roberto – ma sono pronto a qualunque ipotesi. Ho lavorato anche in alcuni agriturismi in Umbria e Abruzzo, se qualcuno cerca uomini di esperienza, eccomi qua pronto a partire, ancora una volta, come sempre, verso nuove avventure». Tanta volontà, una voglia di vivere rara, un entusiasmo demodé, imprigionati inutilmente tra le fredde sale di un aeroporto.

13 febbraio 2014

Non sei tu amore mio è stato Santiaguito

La Stampa

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Protagonista della sua generazione, Santiago Feliú è stato per anni il cantautore della Nuova Trova che più ho ascoltato. I suoi temi si discostavano dalla logora poetica dei suoi contemporanei fino a creare uno stile personale e inimitabile. I suoi testi erano caratterizzati da una certa asprezza che proveniva dalla vita reale, privi di manierismi ma intrisi di poesia. Santiago occupava un posto di primo piano tra tanti altri che un tempo erano stati ribelli per poi diventare cantanti di regime, tra quei capelloni che ormai si tagliavano i capelli alla militare e molti alternativi trasformati in funzionari con la guayabera (camicia bianca tropicale, ndt).

Personaggio amato nei circoli, l’autore di “Para Bárbara” frequentava salotti, suonava la chitarra, beveva rum e si circondava di persone che pendevano dalle sue note. In certe occasioni ha suonato anche in casa nostra e ci meravigliava vederlo tartagliare quanto non intonava una melodia. Come l’albatros di Baudelaire che vola alto, ma è tremendamente goffo quando cammina sul ponte di una nave… in questo caso di una nave arenata. Era sempre disponibile, affabile, umano, privo di ostentazione e di arroganza. Era uno di noi, uno come noi.

La sua morte, ci ha lasciato il ricordo di una chioma intatta, dei braccialetti multicolori legati al polso e di quei vestiti scuri diventati di moda. Aveva davanti a sé ancora tanta vita, tanti accordi; lui che era timido, irriverente, eternamente giovane. Ci ha lasciati, se n’è andato, come “questi giorni di merda che anche loro se ne andranno”. Per questa volta non ha avuto ragione, perché “non sei tu amore mio” e neppure tutti gli altri… ma è stato proprio Santiaguito, che alle prime luci dell’alba ha intonato la sua ultima nota, ha bevuto l’ultimo sorso e ci ha lasciati soli con la sua musica per sempre.




Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Il Duce resta cittadino onorario di Ravenna. Lo dice il Pd

Ivan Francese - Gio, 13/02/2014 - 21:04

Bocciata a larghissima maggioranza la proposta di revoca dell'onoreficenza avanzata da una lista civica

Ravenna continuerà ad annoverare Benito Mussolini tra i propri cittadini onorari, almeno per il momento.


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Lo stabilisce una votazione di una commissione del Consiglio comunale del capoluogo emiliano: ma a far discutere sarà soprattutto il voto negativo che il Partito democratico ha opposto alla revoca dell'onoreficenza conferita al Duce quasi un secolo fa. La richiesta di cancellare Benito Mussolini dall'albo dei ravennati illustri è stata avanzata in primis dalla Lista Civica d'opposizione "Per Ravenna", che aveva invocato una misura analoga anche per le cittadinanze onorarie conferite durante il Ventennio al ministro Stefano Giuriati e al prefetto Eugenio De Carlo: con l'eccezione di Sel e del Movimento Cinque Stelle, che non era presente in aula al momento della votazione, tutti gli altri partiti hanno dato però parere contrario.

E ora sorgono inevitabili le polemiche, indirizzate soprattutto verso i democratici. Il segretario provinciale dell'Anpi, Ivano Artioli, spiega che il Duce "non ha nessun tipo di qualità per cui Ravenna, città Medaglia d'oro per la Resistenza che ha dato i natali ad Arrigo Boldrini, dovrebbe riconoscergli la cittadinanza." Artioli, che ha un passato come consigliere comunale proprio nel Pd, ha inoltre dichiarato che la vicenda verrà posta all'ordine del giorno durante il primo ufficio di presidenza. Piuttosto imbarazzata la reazione del gruppo democratico in Consiglio comunale, che per bocca del consigliere Andrea Tarroni ha cercato di giustificarsi sostenendo di voler evitare ogni forma di revisionismo storico:

"I tre quarti dei consigli comunali di allora avevano dato la cittadinanza a Mussolini. La storia non si può cancellare con una delibera: quei nomi sono lì a futura memoria". Inoltre, aggiungono dal Pd, la proposta di revocare la cittadinanza onoraria a Mussolini sarebbe stata l'anticamera per la cancellazione di altre onoreficenze concesse a personalità non gradite alla lista "Per Ravenna".

Grosseto, testa di lupo mozzata appesa a un palo

Corriere della sera

Accanto c’era un cartello che inneggia allo sterminio degli animali

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Una testa di lupo mozzata è stata appesa a un palo a Scansano (Grosseto), allo svincolo di una strada della zona, con accanto un cartello che inneggia allo sterminio dei predatori. Un altro lupo è stato trovato ucciso nei giorni scorsi con un laccio a Campagnatico. «Il Prefetto convochi subito il comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza - dichiara Giacomo Bottinelli, responsabile della Lega antivivisezione di Grosseto - come previsto dalla legge 189 del 2004 che punisce l’uccisione di animale. Gli onorevoli Sani e Faenzi hanno seminato vento e adesso raccolgono tempesta, insieme alle associazioni degli allevatori con le loro campagne estremiste. È una vergogna per tutta la Maremma».

LA FIRMA DI CAPPUCCETTO ROSSO- La testa di lupo mozzata è stata trovata appesa ad un cartello della rotatoria che porta alla cantina sociale del Morellino di Scansano, all’ingresso del paese. Accanto un cartello, come quello dei cantieri edili, per annunciare l’inizio di un progetto dal titolo «eliminazione predatori» per il «ripristino dell’ecosistema». Sono stati gli operai del comune collinare, che hanno avvertito la municipale, a trovare il macabro cartello stamani. Nel cartello c’è anche il responsabile del cantiere, «Cappuccetto Rosso», mentre i responsabili della sicurezza sono definiti i «cittadini esausti». Sono citati anche quelli che gli autori del cartello considerano gli «imputati», Lav, Wwf e Enpa. Salgono quindi a dieci i predatori uccisi barbaramente in Maremma. Dopo gli otto del periodo di Natale, infatti, quelli di oggi sono gli ultimi due casi. Un altro animale è stato infatti ucciso, oltre a quello di Scansano, a Campagnatico. Catturato con i lacci e ucciso a fucilate.

13 febbraio 2014

Morto Piero D’Inzeo, «invincibile» dell’equitazione

Corriere della sera

Tre mesi fa la scomparsa del fratello Raimondo


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ROMA - È morto Piero D’Inzeo, avrebbe compiuto 91 anni il prossimo 4 marzo. La scomparsa del grande cavaliere azzurro segue di quasi tre mesi quella del fratello minore Raimondo, 89 anni, che divise con lui la splendida avventura sportiva, insieme si guadagnarono l’appellativo di «fratelli invincibili”: il momento più alto della loro carriera è legato alle Olimpiadi di Roma nel 1960, quando Raimondo conquistò l’oro e Piero l’argento nel Gran Premio di salto ostacoli. Piero D’Inzeo partecipò in tutto a otto Olimpiadi, (dal 1948 al 1976) portando a casa un medagliere ricchissimo: due argenti (1956 e 1960) e quattro bronzi. Piero fu anche campione europeo, oltre ad avere vinto anche un argento e due bronzi.

Ed è stato, con 7 titoli al Concorso ippico internazionale «Piazza di Siena», l’atleta con più vittorie nella classica manifestazione romana. I due fratelli erano diversi caratterialmente: più sanguigno e aggressivo Raimondo, freddo e tecnico Piero, che era ufficiale di cavalleria. La camera ardente, per disposizione del presidente del Coni Giovanni Malagò, sarà allestita domani nel Salone d’Onore del Coni. Mentre il generale Claudio Graziano, capo di Stato maggiore dell’Esercito, ha espresso «Profondo cordoglio e vicinanza alla famiglia» per la perdita di «uno dei massimi esponenti dell’ equitazione italiana»

13 febbraio 2014