domenica 16 febbraio 2014

Grande come un frigorifero, al prezzo di oltre 2 milioni di euro: l’iPhone nel 1991

Corriere della sera

Il blog TechPolicyDaily immagina quanto sarebbero costate le varie componenti ventitré anni fa

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La domanda è molto semplice: quanto sarebbe costato un iPhone nel 1991? La risposta: più di 3 milioni di dollari. Se gli ingegneri della Mela morsicata avessero realizzato lo smartphone ventitré anni fa - con la tecnologia in uso a quel tempo - sarebbero stati necessari altri 13 gadget differenti: tra questi un lettore Cd per l’ascolto musicale, un computer per le funzioni di base, una segreteria telefonica, la videocamera e un telefono cellulare.

IL VECCHIO FLYER - Il giornalista americano Steve Cichon racconta di aver ritrovato un vecchio volantino pubblicitario di Radio Shack, una delle più grandi catene americane di distribuzione di prodotti elettronici, e di aver notato che, dei 15 prodotti reclamizzati sul flyer, ben 13 sono stati oggi sostituiti dal suo telefono. In una seconda analisi il blog tecnologico TechPolicyDaily ha cercato di fare una stima (approssimativa) di quanto sarebbe costato un iPhone se fosse stato distribuito nel lontano 1991. Un computo curioso, ma dal risultato sorprendente. Andiamo per ordine: a quel tempo, un hard disk da un gigabyte costava circa 10 mila dollari (7.300 euro). Il prezzo oggi? Molto più basso: circa 4 centesimi di dollaro (3 centesimi di euro). Per quanto riguarda un GB di memoria flash, ossia la memoria utilizzata negli iPhone, il prezzo si aggirava sui 45 mila dollari (33 mila euro), mentre oggi la cifra è di soli 55 centesimi di dollaro. Considerando poi che l’iPhone 4S possiede 16 GB di memoria flash, il semplice costo di questa componente sarebbe arrivata a toccare i 720 mila dollari.

UN FRIGORIFERO - Una delle cause di questi prezzi esorbitanti è il costo di produzione delle varie componenti che, oggi, è decisamente calato grazie al progresso tecnologico e alla produzione di massa. Stesso discorso per il processore del melafonino (l’A7 dell’iPhone 5S), in grado di eseguire 20.500 istruzioni per secondo (Mips): nel 1991 - con l’ipotetico prezzo di un singolo Mips a 30 dollari - avrebbe corrisposto a 620.000 dollari. A questo si aggiunge il costo astronomico della trasmissione dati via linea telefonica. Ventitré anni fa, il prezzo per ogni kilobit trasmesso era di 100 dollari. Raffrontato con un iPhone con la rete LTE (che si aggira sui 15 Mbps, ossia 15.000 kilobit per secondo) si arriverebbe a 1,5 milioni di dollari. Solamente questa componentistica e l’utilizzo dei dati a banda larga sarebbero costati 2,85 milioni dollari. E non sono stati conteggiati altri costosi componenti come fotocamera, display e i vari sensori. Insomma, il prezzo di un iPhone nel 1991 avrebbe superato largamente i 3 milioni di dollari (2,2 milioni di euro) e con ogni probabilità avrebbe avuto le dimensioni di un frigorifero.

16 febbraio 2014

Vendo il c...» su Ebay. Condizioni: «Come nuovo»

Il Mattino


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«Vendo o affitto sedere a giornalisti o critici letterari per recensire il libro», il mondo del web è abituato ad ogni tipo di follia e, in questo caso, si tratta evidentemente di una trovata pubblicitaria, ma decisamente ben congegnata. L'autore dell'inserzione naturalmente cerca visibilità per il suo libro "Di terra, d'amore e di guerra" del quale, ci perdoneranno i lettori e l'autore, non sappiamo assolutamente nulla. Il particolare che ci ha colpito, però, è il messaggio automatico che compare nell'inserzione di Ebay e recita testualmente: ne hai uno da vendere? vendine uno uguale. Certo che riferito all'oggetto della trattativa, sembra uno sfottò...



 
domenica 16 febbraio 2014 - 12:05   Ultimo aggiornamento: 12:06

Camera, la Boldrini si fa "telecomandare" per dirigere i lavori

Libero

Giallo alla Camera per una frase ambigua: chi è l'uomo misterioso che dirige Lady Montecitorio?


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Ore 9.40, Camera dei deputati, Aula. Il deputato leghista Giancarlo Giorgetti chiede la parola alla presidente Laura Boldrini, prima che i lavori di Montecitorio comincino ufficialmente. In calendario c’era la discussione di un disegno di legge e lui, a nome del suo gruppo, ha chiesto di sospendere le votazioni. Si domandava che senso avesse lavorare ad un provvedimento «redatto e sottoscritto da un governo dimissionario». Prima di metterlo ai voti, sosteneva l’ex sottosegretario del Carroccio, sarebbe stato più utile capire «se qualcuno intende portarlo avanti o no», quindi se il suo gruppo «deve fare opposizione ad un governo o no».


 
Che senso ha far proseguire l’iter di un provvedimento se il suo “padre” ha lasciato Palazzo Chigi e chi prenderà il suo posto si è posto come obbiettivo quello di resettare tutto? Il sottosegretario piddino Sesa Amici, che rappresentava l’esecutivo rimasto in carica per il disbrigo degli affari correnti, certo non poteva dare una risposta. Pure lui, come Enrico Letta, era dimissionaria e di lì a qualche ora sarebbe divenuta “in carica per il disbrigo degli affari correnti” . Allora, a sorpresa, alle 9.42 del mattino, è intervenuta la presidente. Laura Boldrini, con la voce ancora impastata dal sonno, ha risposto al leghista: «Grazie onorevole Giorgetti, io condivido il senso delle sue parole. Io stessa ieri le ho rappresentate a chi di competenza».

Ma come? Chiunque abbia studiato anche solo un minimo di diritto costituzionale sa che la Camera dei deputati, così come il Senato, gode di autonomia completa. Autonomia che è considerata così sacra da essere addirittura finanziaria, di bilancio. Sul calendario dei lavori, poi, il presidente di Montecitorio è dominus assoluto, come dimostrano i “superpoteri” che la stessa presidente ha voluto utilizzare due settimane fa contro l’ostruzionismo grillino, la cosiddetta “tagliola”. Soprattutto, si chiede il blogger Gianluca De Filio, che per primo ha pubblicato la notizia su “Montecitorio per tutti”, con chi si sarebbe consultata giovedì la numero uno della Camera?

Il premier uscente? Il premier entrante? O nientemeno che il Capo dello Stato? In ogni caso, la frase dell’esponente di Sinistra e libertà che siede sullo scranno più alto dell’emiciclo proseguiva così: «Lei sa che non spetta a noi come organo costituzionale stabilire l’iter della crisi». E in effetti su quello - e non sul calendario di Montecitorio, «le determinazioni spettano ad altri organi istituzionali». Nonostante ripetute richieste di «chiarimenti», non si è saputo chi fosse «di competenza». Del resto la presidente della Camera ieri è stata impegnatissima. Prima a smentire le «voci» su un suo «incarico ministeriale», giudicate «infondate», poi nella consultazioni avviate dal Presidente della Repubblica. Uscita dal faccia a faccia con Giorgio Napolitano, però, in maniera del tutto inusuale, ha deciso di non parlare.

di Paolo Emilio Russo

La Fiera che non si vede

La Stampa

yoani sanchez


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Tra gli scaffali esiste un’altra Fiera Internazionale del Libro. Una Fiera appena percepita tra gli stand e le pareti delle aree espositive. I giornali nazionali non ne parlano, ma quell’evento parallelo e occulto tiene in piedi l’altro. Un’insieme di mancanze, giornate lavorative senza fine e salari poverissimi, sostengono la principale vetrina editoriale dell’isola. Per ogni pagina stampata, dobbiamo registrare un elenco interminabile di irregolarità, improvvisazioni e spoliazioni. 
L’Istituto Cubano del Libro (ICL), è il principale organizzatore di questa festa della lettura che ha luogo ogni febbraio. Tuttavia, lo stesso organismo statale che controlla la produzione letteraria attraversa una crisi dovuta a mancanza di risorse e scandalosi episodi di corruzione. La direttrice Zuleica Romay ha dato le dimissioni alcune settimane prima che cominciasse la Fiera Internazionale del Libro. Ma non è ancora chiaro se sarà “liberata” dalle responsabilità o se dovrà “compiere il dovere” di restare al suo posto. 

Molte persone che lavorano in questa ventitreesima edizione della Fiera, sono come formiche preposte a evitare il crollo del formicaio. I meriti che andranno sul conto del governo cubano, sono il frutto di sacrifici personali e di soprusi che nessun sindacato denuncerà: pranzi che ritardano o che proprio non arrivano, decisioni editoriali che non si possono prendere perché prima “bisogna consultare il compagno della sicurezza”, lavoratori che portano risorse da casa loro per arredare il luogo, libri che viaggiano nel bagagliaio di un’auto privata - o nella cesta di una bicicletta - perché manca la benzina istituzionale e una somministrazione di acqua che non raggiunge la bocca di assetati impiegati …
 
Una “Fiera occulta”, che non comparirà nelle statistiche e nei titoli dei giornali. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Flappy Bird, ecco perché l’uccellino doveva morire

La Stampa

bruno ruffilli

Il creatore Dong Nguyen: “Era un gioco che dava dipendenza”. Ma online si moltiplicano i cloni del famoso videogame, e in alcuni si nascondono dei virus


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Ecco un piccolo riassunto di quello che è successo dopo la rimozione di Flappy Bird dagli store online, la scorsa domenica: immediato è esploso il cordoglio collettivo su Twitter e Facebook (domenica), poi sono dilagati i cloni del giochino diabolico, quindi eBay si è riempita di smartphone e tablet con Flappy Bird preinstallato a prezzi altissimi (ma subito il sito ha chiarito che per vendere gli apparecchi bisogna inizializzarli di nuovo, rimuovendo le inserzioni vietate). In seguito è arrivato l’inevitabile allarme virus: secondo Trend Micro i falsi Flappy Bird hanno lo stesso aspetto di quella originale, ma prendono il controllo dello smartphone e inviano messaggi a servizi premium, che finiscono per esaurire il credito del giocatore. 

Intanto il creatore Dong Nguyen ha rilasciato un’intervista esclusiva a Forbes e incontrato il vice capo del governo vietnamita, non si sa bene perché. Dalla conversazione – concessa a patto che il magazine non rivelasse il volto di Nguyen – si evince che il vero motivo della scelta sarebbe per cosi dire umanitario: “Flappy Bird era stato pensato per essere giocato in pochi minuti e rilassarsi, ma è diventato un prodotto che crea dipendenza. Penso che sia un problema, e la soluzione migliore per me è rimuovere il gioco dagli store. È andato per sempre”. 

Meno negativo il giudizio del programmatore ventinovenne sui due altri giochi che ha creato, Super Ball Juggling e Shuriken Block: rimangono in vendita, spiega, perché “inoffensivi”. Ma se dovesse nascerne la stessa psicosi collettiva che si era generata intorno a Flappy Bird, Nguyen si dichiara pronto a ritirarli dal commercio. E riflette: “Non penso di aver fatto un errore: la mia vita negli ultimi tempi non era tranquilla come prima, non riuscivo più a dormire”. E dal sito di Forbes lancia un ultimo messaggio ai fan di Flappy Bird: “Mille grazie per aver usato il mio gioco”. 

Dalla breve vita di Flappy Bird hanno tratto vantaggio anche Apple e Google, che distribuivano il gioco: parte dei proventi della pubblicità è finita infatti nelle loro casse. E tuttavia i due colossi hanno appena posto il veto a ulteriori cloni del gioco di Nguyen, cresciuti a dismisura dopo la scomparsa dell’originale, molto probabilmente per non affollare i rispettivi store con app di scarsa qualità. 

Nell’intervista a Forbes, Nguyen afferma di non essere certo che i guadagni di Flappy Bird ammontassero davvero a 50 mila dollari al giorno, come riportato da più fonti, anche se conferma che la pubblicità gli ha fruttato cifre sostanziose. Certamente ci ha guadagnato di più in pubblicità, sopprimendo la sua creatura nel momento di massimo successo. Il declino sarebbe arrivato presto, per un gioco così elementare e privo di interazione tra partecipanti: a breve dimenticheremo Candy Crush Saga, come abbiamo dimenticato Farmville, che pure era arrivato a 84 milioni di utenti attivi al mese. 

Intanto per gli irriducibili di Flappy Bird (meglio se appassionati anche di cani), ecco un’alternativa imperdibile: www.dogetek.co/game/

La disgustosa comicità di Fazio & Littizzetto

Vittorio Sgarbi - Dom, 16/02/2014 - 08:00

Per quale ragione due milionari, molto compiaciuti di se stessi, annunciano il prossimo appuntamento, strappandosi braccia e spiaccicandosi gelati e dolci sulla faccia?

Consigli non richiesti. La Cancellieri mi fa orrore per quello che so della sua inadeguatezza morale e politica. Ma, nel caso di Giulia Ligresti, ha rivendicato plausibili ragioni umane e perfino personali.

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In realtà, nel difendersi, ha mancato per non aver espresso la verità e, probabilmente, la sua intima convinzione. Giulia Ligresti non andava mandata a casa per ragioni di salute, ma perché sicuramente innocente. La Cancellieri avrebbe dovuto denunciare la violenza giudiziaria che si è abbattuta sulla donna solo per il cognome, al di là di ogni reale complicità o responsabilità diretta nelle vicende del padre. In quel caso il ministro avrebbe dovuto pretendere che il magistrato, invece dell'ordine di arresto, esibisse gli elementi probatori per giustificarlo. Nei fatti dell'inchiesta non ce n'è uno, neanche relativo a una responsabilità formale. Con il rito abbreviato è stata condannata un'innocente, facendole pagare di chiamarsi Ligresti.

Con questa posizione la Cancellieri avrebbe aperto un fronte di guerra con la magistratura, ma avrebbe dato una certezza di giustizia e non di privilegio personale alla sua azione. Ripeto: non ho fiducia nella Magistratura e so che Giulia Ligresti è innocente. Dall'intervista a Guido Ceronetti di Silvia Truzzi, «inviata a Siena» del Fatto: «La domanda più indiscreta, più insolente, più insoffribile, e la più comune anche, la più poliglotta, la più persecutoria, al telefono e faccia a faccia, la domanda che mette alla tortura chi ama la verità perché la si formula per avere in risposta una miserabilissima bugia è: come stai?» Nei suoi disappunti e nei suoi malumori, il pensiero di Ceronetti coincide con il mio. In questo passaggio sommamente.

Non so se Ceronetti avrà avuto occasione di vederlo(come non credo), ma sono certo che mostrerebbe la mia stessa reazione di disgusto per la volgarità dello spot di Fabio Fazio e Luciana Litizzetto per il Festival di Sanremo. Per quale ragione due milionari, molto compiaciuti di se stessi, annunciano il prossimo appuntamento, strappandosi braccia e spiaccicandosi gelati e dolci sulla faccia? Credono di essere spiritosi? Vogliono far ridere? Appaiono penosi e patetici. L'effetto è improbabile e ripugnante. Per denaro si fa di tutto, anche se non si vuole dire niente. Ma, se la vena comica prevale, come conciliarla con il sussiegoso perbenismo? E perché non una torta in faccia anche per Massimo Gramellini? Il modello supremo di riferimento, Enzo Biagi, non sarebbe stato al gioco.

Domenica scorsa Giampiero Mughini insisteva sulla colpevolezza, per il reato di estorsione, di Fabrizio Corona, dimostrato da tre gradi di giudizio. Io, che non ho nessun grado di fiducia nella magistratura, condizionata da fattori politici e sociali di costume, gli avrei ricordato, per dire, che anche L'Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci fu condannato per oscenità alla distruzione, dopo tre gradi di giudizio. Lo si guardi oggi, e si capirà il clamoroso errore giudiziario. Corona è stato condannato per ragioni (anche) politiche e (anche) morali, così come Berlusconi è stato condannato per ragioni politiche.

Il Fatto osserva come il ministro dell'Interno Angelino Alfano si trovi davanti a un bivio: prorogare di sei mesi lo scioglimento per mafia del Comune di Reggio Calabria o avviarlo a nuove elezioni? In ogni caso un atto arbitrario, ma, nel caso di rinuncia alla proroga, sarà difficile non pensare a un favore governativo al presidente della Regione Scopelliti, già sindaco di Reggio Calabria e compagno di partito e di destino di Alfano nel Nuovo Centrodestra. L'inflessibile Alfano, che ha naturalmente prorogato anche lo scioglimento del Comune di Salemi, nella più assoluta insussistenza di motivazioni, si mostrerà indulgente e rispettoso solo nel caso di Reggio, correggendo l'errore della Cancellieri?

press@vittoriosgarbi.it

Garibaldi e i «suoi» grattacieli Via agli spot per il metrò 5

Corriere della sera

La nuova tratta della «lilla» sarà inaugurata probabilmente il 1° marzo. L’eroe dei due mondi testimonial


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«Ti aspettiamo sulla lilla. Manchi solo tu». L’eroe dei due mondi per una rivoluzione in due quartieri. Garibaldi è testimonial in prestito e stazione di transito: «M5 è ancora più tua. I treni raddoppiano in frequenza e circolano fino a mezzanotte». La campagna pubblicitaria ha trovato il suo comandante ed è pronta a rivestire le fermate della metropolitana, le pensiline del tram e le fiancate degli autobus. Gli ingegneri e i manovratori Atm stanno completando la fase di collaudo dei convogli automatici nel tunnel della M5 tra Zara, Isola e la stazione Garibaldi; mercoledì tornerà a Milano la commissione ministeriale per l’ultima ispezione agli impianti di sicurezza; il Comune vorrebbe (dovrebbe) celebrare il debutto del nuovo tratto del metrò nella notte «lilla» di sabato primo marzo; la macchina organizzativa punta piazza Gae Aulenti per liberare la festa (pre carnevalesca) del trasporto pubblico.


Sui poster è omessa la data d’inaugurazione perché ancora non può essere stabilita, il calendario delle cerimonie sarà ufficializzato quando i costruttori del consorzio Metrò 5 spa incasseranno il certificato di agibilità, il gestore Atm riceverà il nulla osta al traffico commerciale e il Comune potrà pubblicare la determina definitiva per l’apertura della tratta al traffico passeggeri. Questione di giorni, ormai. Formalità: passaggi amministrativi e piccola burocrazia.

La prossimità al traguardo consente però a Palazzo Marino di attaccare la campagna di marketing (studiata con il partner Igp Decaux) e invitare i milanesi al nuovo capolinea M5: «Con due nuove fermate - si legge sui manifesti - la “lilla” ti porta al quartiere Isola a a Garibaldi Fs, e da qui alla M2, alle linee S, al passante e alle ferrovie». Nel primo manifesto il generale con fazzoletto rosso al collo presta la sua immagine al processo di cambiamento. Nell’altro c’è l’emergente skyline della Torre Unicredit e dei Diamanti Varesine a incorniciare l’avanzata della «lilla» in città.

Il metrò 5 viaggia già da un anno sull’asse Bignami-Zara (polo d’interscambio con la «gialla»): sette fermate, tre treni automatici, corse fino alle dieci di sera. A marzo, in ritardo sulle previsioni, la «lilla» prolungherà il suo percorso passando dalla fermata Isola e raggiungendo la stazione Garibaldi Fs. L’innesto della nuova tratta aumenterà le frequenze dei mezzi e taglierà i tempi d’attesa alle banchine: dai sei minuti attuali a tre minuti di «pausa» tra un convoglio e il successivo; la flotta crescerà da tre a dodici mezzi (nove in esercizio e tre di scorta); la finestra oraria di apertura sarà dilatata fino a mezzanotte. L’avanzata della «lilla» produrrà i suoi effetti anche sulla rete di superficie Atm: saranno cancellate le linee che si sovrappongono al metrò e attorno a Garibaldi torneranno a circolare i tram.

Il debutto della nuove stazioni, come detto, dovrebbe venire celebrato sabato 1°marzo con una lunga serata di concerti, shopping e mercatini di ambulanti. Nel caso le autorizzazioni arrivassero tardi? È pronto un piano B: il Comune potrebbe organizzare comunque i festeggiamenti il primo marzo e rinviare poi di qualche giorno l’apertura «effettiva» ai passeggeri. La terza ipotesi - cioè il battesimo del metrò all’8 di marzo - è esclusa per ragioni di opportunità: Milano è già impegnata a omaggiare le donne e a sfilare nel Carnevale ambrosiano.

16 febbraio 2014

Ricorre contro il fisco: la risposta dopo 33 anni

Stefano Filippi - Dom, 16/02/2014 - 08:42

Protagonista della vicenda un imprenditore piemontese: "È una barzelletta drammatica"

La raccomandata è surreale. È arrivata lo scorso 11 luglio a Roberto Steffen, titolare di una ditta di costruzioni meccaniche che porta il suo nome e opera a Ghevio, frazione di Menia, località piemontese nell'entroterra del lago Maggiore. Reca una notizia che l'imprenditore aveva ormai dimenticato: la commissione tributaria centrale, sezione di Torino, aveva finalmente esaminato il ricorso contro un accertamento fiscale sui redditi Irpeg e Ilor del 1980.
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Il ricorso è stato respinto. Pazienza. Lo scandalo è nelle date: 33 anni per definire una pratica tributaria. «Sono gli anni della vita di Gesù Cristo - commenta Steffen - che ne ha fatti di miracoli...». La ditta di Ghevio è un'officina di precisione: produce parti meccaniche per l'aeronautica ed è tra i fornitori di AgustaWestland che ha la base poco lontano da Malpensa, nel Varesotto. Il distretto industriale di Gallarate si trova a una trentina di chilometri. «Fino al 2005 avevamo 20 dipendenti, ora sono rimasti in cinque - sospira Steffen - Colpa della crisi. Noi le tasse le abbiamo sempre pagate fino all'ultima lira. Per fortuna siamo ancora in piedi». Nel dicembre 2012 in ditta arriva una raccomandata: con grande spreco di maiuscole, essa spiega che la Commissione Tributaria Centrale avrebbe discusso nel giugno successivo il ricorso relativo al 1980. La decisione, protocollo numero TO-1764/2013, è depositata il 3 luglio 2013. Ricorso inammissibile.

Dispiaciuto? «Guardi - risponde Steffen - è passato così tanto tempo che non ricordo neppure di che cosa si tratti. Non ho perso tempo a cercare carte così vecchie. Allora avevo 28 anni, adesso ne ho 61. Avevamo un ragioniere che si occupava di queste pratiche ed è morto anni fa. Quel ricorso l'aveva redatto lui, anche se era firmato da me come legale rappresentante. Ora ci appoggiamo a uno studio di commercialisti al quale però non abbiamo passato tutti i fascicoli». Trentatré anni per un ricorso tributario. «Una barzelletta drammatica - scuote la testa Steffen - quando lo racconto nessuno ci crede». Non è l'unica assurdità capitata all'imprenditore piemontese nei rapporti con il fisco. «Quattro anni fa ricevo una multa di 135mila euro perché nel 2004 non sarei stato congruo con gli studi di settore. Era un periodo difficile di mercato, avevo lasciato l'azienda a un personaggio che non lavorava bene e avevo registrato una perdita. L'ufficio delle imposte mi intimava di pagare per evitare un accertamento».

«Non congruo»: nessun dettaglio sull'errore commesso. Steffen prende le carte e scende ad Arona. «Gli ho offerto 25mila euro, il 20 per cento della multa, per chiudere la faccenda. La risposta fu: qui non siamo al mercato. Benissimo. Ho messo la pratica in mano all'avvocato. Era luglio. A dicembre le Entrate mi riconvocano. Gli offro 13.500 euro. Hanno accettato». E senza documentare le accuse di evasione fiscale. «Hanno creato un mostro. Hanno dimostrato che è meglio evadere: se veramente non avessi pagato le tasse me la sarei cavata con il 10 per cento del dovuto». C'è da chiedersi perché un'azienda che si trova a un'ora di strada da Brissago o da Chiasso non si trasferisca in Svizzera. «Io sono cittadino elvetico - dice l'imprenditore - e dopo la vicenda dell'accertamento ho preso la residenza in Austria, dove trascorro le vacanze e ho costruito una casetta. Ho passato le redini della Steffen costruzioni meccaniche a mio figlio, mi sono licenziato anche se continuo a dare una mano. Lavoro lo stesso, più di prima, senza stipendio. Ma non voglio più avere nulla che fare con il fisco italiano».

Lorenzi, la storica coltelleria chiude per sempre

Corriere della sera

Il proprietario Aldo: «Come mi sento? Tristemente felice»


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Aldo Lorenzi nel suo negozio (Fotogramma)La saracinesca, anzi «la clèr», è stata abbassata, puntuale, alle 19,30. Come tutte le sere degli ultimi 63 anni della sua vita. Ma per Aldo Lorenzi questo sabato è diverso. Perché il suo negozio, la coltelleriaLorenzi di via Monte Napoleone, angolo via Verri, non riaprirà lunedì. Non riaprirà mai più. Lui ci sarà, per fare l’inventario della merce rimanente - tantissima e di pregio - e per fare le ultime consegne rimaste in sospeso. «I clienti busseranno e io aprirò, perché intendo servirli anche oltre la chiusura del negozio», scandisce con orgoglio da «alpino e paracadutista»,

Lorenzi. Ma un minuto prima, e lui non cerca nemmeno di negarlo, al piano inferiore del negozio ha pianto abbracciato ai suoi storici collaboratori. «In questo momento il mio stato d’animo è tristemente felice», dice cercando le parole, mentre l’ultima clèr, quella della porta d’ingresso, è ancora mezza aperta. «Sono triste perché la coltelleria per me non è stata soltanto un’opportunità pr fare soldi, è stata una passione un amore. E sono felice perché oggi, nell’ultimo giorno, tra i tanti normali clienti che ho servito, ho incontrato tanti, tanti volti noti, anche personaggi famosi, ricchi, potenti, che hanno scelto di lasciare le località sciistiche dove si trovavano appositamente per venire qui a salutarmi, ad abbracciarmi. E per me ogni cliente è importante, li ho serviti tutti quanti con la stessa professionalità e passione, però vedere certi volti mi ha proprio emozionato».

RICORDI —Tra un abbraccio e l’altro con gli ultimi collaboratori, che sembrano incapaci di chinarsi per varcare quell’ultima clèr, Aldo Lorenzi sembra sollecitato nella caccia al ricordo: quella volta che ha noleggiato un camper in Colorado per conoscere un cow boy artigiano dei coltelli, o quell’altra che ha portato la moglie a Parigi su una moto Guzzi Galletto per incontrare il maestro della forbici Eloi Pernet...

OROLOGI — Per un mese sarà ancora lì. Poi cederà i locali che portano il suo nome dal 1929 al gruppo Swatch, probabilmente per un negozio Omega. Via Monte Napoleone perde così un pezzo della propria storia e della proprio unicità. «Venivano dall’America, dall’Asia e io gli facevo avere i loro coltelli o le loro forbici riparate direttamente in albergo,a costo di stare in laboratorio fino a sera tardi», racconta Aldo Lorenzi. E rivela: «Un anno fa ho offerto ai miei collaboratori di tenere tutta la merce rimanente in conto vendita. Avrei affittato per loro un negozio, non certo in Montenapoleone... ma nessuno ha accettato». E io cosa farà ora?

«Avrò un sacco di lavoro, per almeno un paio d’anni dovrò dedicare giornate intere alla catalogazione i circa duemila pezzi raccolti in tanti anni per la mia collezione di coltelleria»: Ed ecco il punto che gli sta più a cuore: lame, forbici e molto altro dal 1700 a oggi, pezzi pregiati tenuti da parte in anni di esplorazioni e scoperte. «È una raccolta importante - spiega - sono già in contatto con il Comune, il mio sogno sarebbe vederla esposta al castello Sforzesco. Però mica in un sottoscala per due mesi... no, uno spazio dignitoso, mi faccio carico io di tutte le spese, sono un bottegaio serio».

16 febbraio 2014