giovedì 20 febbraio 2014

Audience 2.0: come i social network hanno cambiato la televisione

La Stampa

antonino caffo

Facebook, Twitter e Co., così il pubblico diventa moderatore e amplifica il messaggio


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Entra nel vivo la Social Media Week di Milano con un occhio rivolto ai social network non solo come contenitori ma nel ruolo di produttori di contenuti. La ventata di novità introdotte dall’integrazione dei social network all'interno dei palinsesti televisivi ha avuto un effetto dirompente sulle modalità di produzione e fruizione classica. Proprio nei giorni dedicati al Festival di San Remo , sulla rete impazzano gli hashtag con cui commentare le performance degli artisti e dei conduttori: #Sanremo2014, #SanremoClub e #festivaldisanremo sono i principali.

Oggi chi pensa un programma, ma anche una fiction e una mini serie, mette in conto la possibilità di far interagire l’audience sulle piattaforme social grazie ad una “migrazione” dallo schermo televisivo a quello di uno smartphone o di un tablet che, è il caso delle App della RAI e di Mediaset, può anche sostituire il “televisore” come gadget domestico. Ma in che modo il social è entrato in televisione? La risposta arriva dall'appuntamento “Social TV: l'audience ha un audience” dove sono stati toccati i diversi temi che riguardano la “nuova” televisione, costruita dentro e intorno ai social network.

“Tutto è nato dalla capacità dell’audience di creare contenuti virali – ha spiegato Kenyatta Cheese, Creative Director di Everybody at Once – gli utenti della rete hanno dimostrato di poter attirare l’attenzione dei pari con la loro creatività. Chi non ha mai visto i meme, foto o immagini adattate o modificate dalle persone, che diventano velocemente famose sul web? Con lo stesso meccanismo, i navigatori social sono in grado di rendere un programma televisivo particolarmente interessante, veicolandone il contenuto su Facebook o Twitter”.

Il primo esempio di “social TV” si è avuto durante il SuperBowl del 2009 quando i tweet presero il sopravvento sull'evento vero e proprio. Raccontando di più di quello che la televisione poteva mostrare, si è vista l’affermazione del cosiddetto “secondo schermo”, cioè di un compagno smart in grado di aumentare l’esperienza televisiva, peraltro senza che nessuno lo avesse previsto o costruito ad-hoc. Secondo Alessio Jacona, moderatore della serata: “L’audience non è più passivo, un soggetto da bombardare con i messaggi ma un gruppo di utenti che ha bisogno di essere stimolato e moderato, nel pieno rispetto delle regole (non scritte) della rete”.

È anche interessante rapportare il pubblico italiano attivo sui social network con quello che guarda la televisione. “Alla fine, il numero di persone che twitta un evento in onda è dell’1% rispetto al totale che la sta guardando – dice Matteo Cardani, Vice Direttore Generale Marketing Publitalia '80 – questo vuol dire che c’è tutto un iceberg da scoprire e da coinvolgere in nuovi progetti innovativi, come la chat TV o la replay television”.

“Ci sono dei momenti della propria vita che ognuno vorrebbe condividere con gli altri – spiega Carlotta Ventura, Group Senior Vice President Brand Strategy & Media – in questo la televisione è sempre stata parte integrante delle esperienze degli italiani che si sono rivisti in personaggi, storie e difficoltà messe in scena sul piccolo schermo. La passione è qualcosa da condividere e la possibilità di farlo, gratis, sui social network è qualcosa di impagabile”.

A passo di tartaruga

La Stampa

yoani sanchez


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Tutto procede con lentezza, quasi con fastidio. Persino il sole sembra trattenersi più del normale in mezzo al cielo. L’orologio non conosce la precisione e la lancetta dei minuti è soltanto un disturbo. Fissare un appuntamento con esattezza alle tre e un quarto o alle undici meno venti, è mera pedanteria da gente che ha premura. Il tempo è denso, come una marmellata di guayaba troppo zuccherata.“Se hai fretta i tuoi problemi raddoppiano”, avverte l’impiegata a un cliente che vorrebbe far presto per rientrare rapidamente a casa. L’uomo suda, tamburella sul tavolo con le dita, mentre lei si taglia le lunghissime unghie prima di cominciare a digitare un numero sul registratore di cassa. La fila di persone lo guarda con sarcasmo: “Ecco un altro che ha fretta”, arriva a dire con fastidio una signora. 

Viviamo in un paese, dove la diligenza è ormai interpretata come una scortesia ed essere puntuali è un’impudenza al limite della stranezza. Un’Isola al rallentatore, che deve chiedere permesso a un braccio per muovere l’altro. Un lungo caimano che sbadiglia disteso nelle acque del Caribe. Chi al termine di una giornata riuscirà a concludere due attività, potrà sentirsi fortunato. La cosa più comune è non portarne a termine neppure una. A ogni passo sopravviene un contrattempo, un cartello con sopra scritto: “oggi siamo chiusi per disinfestazione”, “il venerdì non riceviamo il pubblico” oppure la frase raulista “senza fretta ma senza pausa”. Ritardare, differire, sospendere, cancellare... sono i verbi più coniugati quando si tratta di pratiche.

Il passo da tartaruga si nota ovunque. Dagli uffici burocratici alle fermate degli autobus passando per centri ricreativi e servizi. Ma il vincitore assoluto di questa singolare competizione, è proprio il governo: tre anni dopo aver collegato il cavo di fibra ottica tra Cuba e Venezuela, non è ancora possibile stipulare un contratto di connessione domestica relativo a Internet.Due decenni di dualismo monetario e ancora non è stato emanata una disposizione volta a eliminare una simile schizofrenia economica. Cinquantaquattro anni di partito unico e all’orizzonte non si scorge il giorno in cui potremo avere libertà di associazione. Mezzo secolo di malintesi e di errori governativi, ma nessuno ha ancora cominciato a chiedere scusa. Di questo passo, un giorno l’Isola verrà ribattezzata il paese di “mai e poi mai”, dove saranno proibiti orologi e calendari. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

In foto: Raul tartaruga porta sul guscio alcuni preti cattolici che dicono: “Mantieni lo sguardo in un punto fisso e vedrai che avanza”

I giornali del futuro e la centrifuga

Corriere della sera


testata-italiansSapremo difendere il mestiere? O noi giornalisti faremo la fine di tessitori, linotipisti e bigliettai? Una macchina farà il lavoro per noi, oppure noi lavoreremo per una macchina. Il sogno di molti editori, in giro per il mondo, è una centrifuga di notizie, in grado di ingoiare tutto e produrre un succo commestibile e a buon mercato.

Vi chiederete perché mi vengono questi pensieri, fra tante vicende drammatiche (Kiev, qualcuno tiene all’Europa!), imprevedibili (Roma, un trentanovenne al governo!), buffe (Sanremo, salviamo Gramellini!). Risposta: perché dozzine di ragazzi continuano a chiedere come si diventa giornalista. Delle due, l’una: o sono pazzi o vedono più lontano di noi. Cerchiamo di semplificare. Come ha fatto il giornalismo a resistere fino a oggi? Ha fornito un valore: informazione, interpretazione, intrattenimento. Perché queste cose, oggi, hanno meno mercato? Per due motivi: alcune vengono offerte gratuitamente, attraverso internet; e il desiderio d’informarsi diminuisce. Molti ritengono sufficiente l’ascolto distratto di un notiziario (“Ucraina, visto che casino?” Fine conversazione).

Basta guardarsi intorno: lo smartphone occupa l’attenzione e il tempo di quasi tutti. Lo strumento ha conquistato i luoghi dove si leggeva il quotidiano: il treno, la metropolitana, il bar, la sala d’aspetto. Quel piccolo schermo ci mette al centro della narrazione: quella è la sua  forza. Mail, sms, WhatsApp, Facebook, Twitter, Instagram: tutto ruota intorno al titolare del numero, dell’account, del profilo. I giornali non si battono contro altri media, ma contro l’egocentrismo e la pretesa di autosufficienza. Siamo innamorati di noi stessi, e non vogliamo rivali o distrazioni.

Continuo a pensare che un giornale sia un romanzo a puntate: racconta la vita, che ha molte forme (passa per un ministero e sbatte su un’imposta, scivola su un volto e vola su un palcoscenico, guarda lontano e si ferma sopra un campo di calcio). Ritengo che essere informati sia fondamentale: oggi più che mai, anche se costa un po’ d’impegno. Chi sa, fa. Chi non sa, prova (in affari, in società, perfino in amore). 

Non è facile convincervi, lo so. Chi vuol vendervi qualcosa – un servizio, un prodotto, un’idea politica – non è così contento di sapervi informati: vi preferisce ignoranti e ansiosi, pronti a spendere o a votare in cerca di rivalsa e consolazione. L’unica soluzione? Produrre un giornalismo coinvolgente e rilevante per la vostra vita. Un quotidiano non sarà mai emozionante come il fumetto Whatsapp che lei/lui vi ha spedito ieri sera. Ma vi aiuterà a capire prima, ragionare di più e decidere meglio.

Se noi giornalisti non saremo capaci di far questo, il nostro mestiere è finito. Ai futuri colleghi – i ragazzi che oggi scrivono e s’entusiasmano – verrà chiesto solo di alimentare la centrifuga, per pochi soldi e senza farsi domande.  A voi che oggi leggete, verrà imposto di trangugiare quel succo e tacere.

(dal Corriere della Sera)

Beppe Severgnini

Qatar 2022, è strage di lavoratori “Morti 24 indiani e 185 nepalesi”

La Stampa

francesca paci

Nei primi mesi del 2014 si registra già un elevato tasso di morti bianche per la realizzazione di stadi e infrastrutture. The International Trade Union Confederation ipotizza altre 4 mila vittime prima del traguardo, il governo di Doha assicura: “Apriremo un’inchiesta”



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«La decisione non è nemmeno in discussione» fa sapere il presidente della Fifa Joseph Blatter. Il messaggio è chiaro: i Mondiali 2022 si svolgeranno in Qatar nonostante il moltiplicarsi delle denunce circa le drammatiche condizioni in cui lavorano gli operai impiegati nei cantieri di stadi e infrastrutture. Secondo l’ambasciata indiana a Doha almeno 237 lavoratori indiani sono morti nel 2012 in Qatar, 241 nel 2013 e nel 2014 siamo già a quota 24. Da quando quattro anni fa il piccolo e ambizioso paese del Golfo è stato designato per i Mondiali 2022 ci sono state 974 morti bianche. Si tratta di cifre parziali. Un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian aggiunge 185 immigrati nepalesi deceduti il mese scorso sulle impalcature e nei cantieri sportivi.

Le organizzazioni umanitarie come Humans Right Watch attaccano. Il ministro del lavoro e degli affari sociali del Qatar promette l’apertura dell’ennesima inchiesta ma sostiene che in molti casi non si tratti d’incidenti sul lavoro quanto piuttosto di morti naturali. La Fifa, su pressione di gruppi come The International Trade Union Confederation che ipotizza altre 4 mila vittime prima del traguardo, sollecita ancora una volta il governo di Doha a intervenire ma, insiste, nessun passo indietro.
«Siamo convinti che le condizioni di lavoro miglioreranno rapidamente in Qatar», dice il 77enne Blatter al magazine Sport Bild. Bloccare il treno in corsa non si può: «Non dobbiamo dimenticare che grandi compagnie europee hanno investito in Qatar e anche queste sono responsabili per condizioni di lavoro decenti».

La drammatica condizione dei lavoratori asiatici nei Paesi del Golfo (non sono in Qatar), dove non esiste sindacato, è da molti anni un irrisolto intreccio di tensioni geopolitiche e violazioni permanenti di diritti umani. Lo scorso ottobre la Walk Free Foundation ha rivelato che circa 100 mila lavoratori sono tenuti in condizione di schiavitù dai petromonarchi del Golfo. Pochi mesi prima era stato l’ILO, l’Ufficio internazionale del lavoro, a denunciare che in Medio Oriente circa 600 mila migranti sono costretti al lavoro forzato (i migranti nella regione sono oltre 2 milioni). 

Budino Cameo ritirato dai supermercati italiani: «Contaminato con acqua ossigenata»

Il Messaggero


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Allarme per il budino Cameo "MuMu", destinato principalmente ai bambini, che è stato ritirato sul territorio nazionale. Il dolce, infatti, conterrebbe tracce di acqua ossigenata. A lanciare l'allarme un consumatore che subito dopo averlo mangiato ha avvertito forti bruciori alla gola. Cameo precisa che sono stati fatti altri controlli su campioni dello stesso lotto senza riscontrare alcun problema e di aver proceduto immediatamente al ritiro del prodotto dal mercato, prima ancora dell’attivazione dell’allerta. Secondo la Cameo sono state distribuite 31.000 confezioni circa nei supermercati di Esselunga, Iper, Bennet, Coop, Crai , Pam Panorama, Metro, Unes, Gs.I controlli delle Asl confermano la presenza di acqua ossigenata.


Mercoledì 19 Febbraio 2014 - 14:07
Ultimo aggiornamento: 14:09

Osa criticare Boccassini: pm cacciato

Luca Fazzo - Gio, 20/02/2014 - 08:20

Il giudice Spiezia, autore della relazione contro Ilda "la rossa", è stato subito allontanato dal suo posto

Milano - É durata poco la messa in stato di accusa di Ilda Boccassini, procuratore aggiunto della Repubblica e capo del pool antimafia di Milano.


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Neanche il tempo di asciugare l'inchiostro sui giornali che riportavano la relazione della Procura nazionale antimafia che attribuisce alla dottoressa con i capelli rossi una lunga serie di violazioni degli obblighi di collaborazione con i colleghi e con i suoi stessi sostituti: e dai vertici della Procura nazionale parte un comunicato che, sconfessando la relazione della stessa Procura, tesse le lodi di Ilda e del suo pool. Ma la notizia è soprattutto un'altra: l'autore della relazione contro la gestione della Boccassini viene allontanato dal suo posto. Non sarà più lui a occuparsi di quanto accade a Milano. Il magistrato che paga col cambio di mansioni le critiche alla Boccassini è Filippo Spiezia, napoletano, 51 anni, in forza come sostituto alla Direzione nazionale antimafia (che è il nome ufficiale della superprocura). Alla Dna, ognuno dei sostituti ha la competenza su una determinata area del paese: mantiene i contatti con i pool antimafia di quel territorio, riceve le notizie, coordina le indagini. Spiezia aveva la competenza ad occuparsi di Milano.

É in questa veste che ha dovuto occuparsi del pool diretto da Ilda Boccassini, seguendone le inchieste, venendo spesso a Milano, dialogando con i componenti del pool del capoluogo lombardo. Quando è venuto il momento di mettere nero su bianco, nella relazione annuale della Dna, le sue valutazioni sulla situazione milanese, Spiezia ha dapprima dato atto dei numerosi successi incassati dal pool di Ilda nella caccia al crimine organizzato. Ma poi ha, senza tanta diplomazia, indicato anche le «criticità» della interpretazione del suo ruolo da parte della Boccassini, sia nei rapporti con la Dna che all'interno del pool stesso. «Perduranti criticità nei rapporti con la Dda di Milano, che incidono sull'esercizio delle funzioni di questa Dna», impedendo di «cogliere tempestivamente e in modo sostanziale i nessi e i collegamenti investigativi tra le altre indagini in corso sul territorio nazionale», «preclusione posta a conoscere specificatamente gli atti relativi ad indagini in corso e, tanto meno, le richieste cautelari avanzate». D'altronde «le notizie relative alle indagini dei singoli procedimenti non risultano essere patrimonio comune di tutti i magistrati componenti della Dda».

La relazione di Spiezia andava dunque a toccare un tasto dolente del profilo professionale della Boccassini, cui spesso i suoi capi, pur riconoscendone le capacità professionali, hanno accusato di essere refrattaria al lavoro di squadra, di non fidarsi di nessuno che non la pensi esattamente come lei. In passato, sia Francesco Saverio Borrelli, suo capo a Milano, che Giancarlo Caselli, che lo fu a Palermo, si erano scontrati con lei proprio su questi temi, e Ilda ne era uscita sconfitta. Stavolta invece a perdere è il collega che ha osato accusarla: il nuovo capo della Dna, Franco Roberti, di fronte alla arrabbiatura di Ilda - sostenuta apertamente dal procuratore capo Edmondo Bruti Liberati - ha disposto che d'ora in avanti ad occuparsi di Milano non sarà più Filippo Spiezia ma un altro sostituto nazionale, Anna Canepa. Motivo, come si spiega lo stesso Roberti, le «difficoltà di dialogo» tra Spiezia e il pool milanese, ovvero con la Boccassini. Davanti a queste difficoltà, sarebbe stato lo stesso Spiezia a gettare la spugna: dopo avere messo per iscritto il suo pensiero sulla famosa collega.

Col marchio "mafia" affari a raffica

Gianpaolo Iacobini - Gio, 20/02/2014 - 08:29

In tutto il mondo chi usa questo "logo" riscuote successo

La mafia? Un business. E non soltanto per i mafiosi. È sempre più folto l'esercito di chi campa grazie ai mammasantissima, in grado di far girare semplicemente col loro nome un'economia legale la cui unica macchia resta quella etica.


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Indelebile, secondo i duri e puri dell'antimafia, critici verso chi fa affari eternando capi e picciotti e sminuendo (dicono) il sacrificio dei tanti eroi civili morti per contrastarli. Inesistente, a detta di chi la storia la vede da un'altra angolazione: guadagnare legalmente al rimorchio degli uomini d'onore, ridicolizzandoli e dunque demolendone il prestigio. Di certo c'è che quando di mezzo c'è la Piovra i soldi scorrono a fiumi. Secondo la Commissione parlamentare antimafia, i ricavi annuali di Mafia spa ammonterebbero a 150 miliardi. Nessuno però s'azzarda neppure a fare i conti in tasca a chi di mafia vive senza essere mafioso e neppure suo simpatizzante. In principio furono il cinema e la televisione: denuncia, impegno civile e, inevitabilmente, profitti. A seguire, come i cercatori d'oro ai tempi del Klondyke, sono arrivati tutti gli altri. A Corleone va forte l'Amaro del Padrino. Su internet furoreggia una linea d'abbigliamento totally mafious. In consolle vanno per la maggiore i videogiochi con i boss protagonisti.

In Minnesota come in Polonia, invece, la mafia è l'emblema di pizzerie talmente orgogliose del proprio brand da spenderlo anche in rete (cliccare per credere: mafiapizzeria.com e mafia.zgora.pl). In Romania la mafiosa la portano a domicilio, mentre a Ipanema la si può gustare ai tavoli d'uno dei locali più rinomati del quartiere carioca: Il Padrino. E se persino a La Paz, in Uruguay, esiste la pizzeria Camorra (che naturalmente serve l'omonima pizza), non c'è da meravigliarsi se in Spagna la Mafia, intesa come catena di ristoranti che da 14 anni fa mangiare i clienti sotto i murales dei gangsters più sanguinari (Vito Cascio Ferro, Lucky Luciano, Al Capone, giusto per citarne qualcuno), dia lavoro a centinaia di persone. Ma poiché non di solo pane vive l'uomo (e figurarsi chi dell'uomo fa commercio), c'è chi ha pensato di seguire il filone culturale. Così a Las Vegas ci si mette in fila per entrare al museo dell'Onorata Società, che Vittorio Sgarbi aveva già trasformato in realtà già negli anni in cui, da sindaco di Salemi, insieme al suo assessore Oliverio Toscani della mafia aveva fatto pure un marchio registrato per «ribaltare il rapporto, chiedendo il pizzo a chi userà impropriamente il marchio».

Non è il caso del gruppo antimafia Pio La Torre, che a gennaio ha promosso il tour nei luoghi simbolo della colonizzazione mafiosa nella Riviera romagnola. Intento nobile, ma per nulla originale: Addiopizzo travel (e tante altre agenzie turistiche) di Cosa Nostra ha fatto pacchetti. Turistici. Comprendono il viaggio nei luoghi pizzo free e il programma per gli studenti: 5 giorni con pensione completa in albergo a 3 stelle «visitando i luoghi più significativi e rivivendo le tappe di una lotta che si sta tuttora combattendo e che si vuole vincere». Nell'itinerario figurano Monreale, Palermo (con visita a casa Borsellino), Partinico, Capaci, Cefalù, Caccamo, Corleone, Portella della Ginestra. «La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine», ripeteva Giovanni Falcone. Se e quando la sua profezia si avvererà, nel mondo ci saranno finalmente giustizia e libertà, ma anche qualche migliaio di onesti disoccupati in più.

Messaggi, cade l'ultima privacy: «So se li leggi, da dove, quante volte»

Il Mattino

di Andrea Andrei


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È di pochi giorni fa l'allerta lanciata da Yahoo!, uno dei più popolari servizi di posta elettronica del pianeta, che ha dovuto comunicare ai suoi milioni di utenti che probabilmente il loro account email era stato violato, e li ha dovuti invitare a modificare le password per evitare ulteriori fughe di dati. Ed è ancora calda la notizia che riguarda invece uno dei principali concorrenti di Yahoo!, Gmail. Spesso e volentieri Google subisce aspre polemiche sul suo modo di gestire la privacy dei propri utenti. Stavolta però il problema non è con qualche astuto, abilissimo e malintenzionato hacker, ma con qualcosa di accessibile a tutti. Un'estensione di Gmail, “Streak” permette infatti a chi la installa di sapere in tempo reale quando un'email inviata viene letta dal destinatario.

Ricevuta di ritorno Come se si trattasse, in pratica, di un'immediata ricevuta di ritorno. Niente di male, e anzi si potrebbe dire che è un servizio comodo, se non fosse per un paio di piccoli particolari. Primo: il destinatario non è al corrente di inviare tale ricevuta. Secondo: oltre al giorno e l'ora della lettura, “Streak” comunica al mittente anche da quante persone e quante volte l'email è stata letta, dove si trovavano i destinatari al momento della lettura, quali dispositivi hanno usato.Tutte informazioni che non solo diventano a uso e consumo degli utenti dell'estensione, ma che poi vengono immagazzinate nei server dell'applicazione stessa. L'azienda di Mountain View ha specificato comunque che non si tratta di un suo software.

Galeotta fu la chat Quando si è nella giungla della rete non esiste un modo per salvaguardare realmente la propria privacy. Oltre che essere l'opinione diffusa degli esperti informatici di ogni latitudine questa frase si sta trasformando in un mantra per gli utenti di Internet. E di sicuro le notizie che ogni giorno provengono dal mondo del web non fanno che aumentare la preoccupazione (o l'amara certezza, a seconda dei punti di vista) di chi naviga e scambia dati e messaggi tramite pc, smartphone e tablet.

Ad ogni modo, quella di “Streak” è un'invasione della privacy alla quale in qualche modo siamo già abituati: molti servizi di messaggistica istantanea, fra cui Facebook Messenger e il popolarissimo Whatsapp, avvisano in tempo reale il mittente di quando il destinatario legge un messaggio. Non solo, perché la chat per smartphone riporta anche la data e l'orario dell'ultima visita di un utente. La questione è entrata a far parte della “sociologia” di Internet, e ha sollevato dibattiti infuocati in rete, e non solo perché essere tanto rintracciabili è un vero guaio per i fedifraghi o aspiranti tali.

Sul web si trovano parecchi consigli su come fare per cancellare le proprie tracce. Su iPhone, almeno per quanto riguarda Whatsapp, l'operazione è semplice (fra le impostazioni avanzate dell'app basta disattivare “Data e ora dell'ultimo accesso”), mentre per Android esistono alcuni trucchi per ovviare al problema, che però sono abbastanza scomodi. «In linea teorica si potrebbe perseguire legalmente chi offre un servizio che utilizza in questo modo dei dati sensibili», spiega l'avvocato Saverio Occhipinti, che si occupa di tutela della privacy. «Ma nella pratica diventa un'impresa complicatissima e senza alcuna garanzia di successo. Il problema è che queste aziende spesso non hanno sede in Italia, e rivalersi su di loro diventa impossibile».Insomma, alla fine quasi quasi tocca rassegnarsi: «In teoria si tratta di una sorta di “do ut des”», spiega Occhipinti.

«Cioè: usufruisco di un servizio, accetto di curiosare nella vita degli altri, e automaticamente ammetto anche che si spii anche nella mia. Nella pratica però diventa un ricatto, perché il servizio che ad esempio offre Google, che peraltro opera in una posizione di monopolio, è indispensabile per la mia identità, per la mia “esistenza” digitale, e quindi in un certo senso sono costretto ad accettare le sue condizioni. Il consiglio è quello di leggere attentamente le condizioni generali del contratto quando ci si iscrive a un servizio e di utilizzare, dove e quando possibile, dei software o delle applicazioni che cancellano le proprie tracce». Esattamente come l'impostazione di Whatsapp a cui si faceva riferimento.Poi però, sappiate che inevitabilmente c'è chi penserà che avete qualcosa da nascondere. E se ce l'avete veramente, quasi quasi vi conviene tornare ai metodi analogici. O gettare direttamente la spugna e accettare che al tempo di Internet la cosa migliore è, più che mai, essere sinceri e trasparenti.

 
giovedì 20 febbraio 2014 - 09:29   Ultimo aggiornamento: 09:33

Apple brevetta le cuffie intelligenti

La Stampa

bruno ruffilli

Un sensore negli auricolari permetterebbe di tenere sotto controllo i parametri vitali: arriveranno insieme all’iWatch?


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Con il cuore in gola, si dice. O nelle orecchie, come ha scoperto Apple: l’ultimo brevetto reso pubblico dell’azienda di Cupertino serve per misurare il battito cardiaco, la pressione e il grado di ossigenazione del sangue partendo dalle orecchie. Anzi, è proprio integrato nelle cuffie, che così hanno la duplice funzione di permettere la riproduzione di musica e di monitorare ii parametri vitali in modo semplice e poco invasivo. 

Il brevetto risale al 2008, ma i dettagli sono trapelati solo ora: un anello metallico a contatto con la pelle servirebbe a tenere sotto controllo i parametri vitali, mentre un giroscopio e un accelerometro integrati permetterebbero di controllare il lettore musicale o altre funzioni dell’iPad o dell’iPhone collegati alle cuffie. Sarebbe ad esempio possibile mettere in pausa la musica, passare alla traccia successiva o quella precedente semplicemente muovendo la testa in un certo modo; Apple avrebbe anche previsto un sistema intelligente che distingue i movimenti accidentali da quelli volontari, per evitare attivazioni non desiderate. Nel brevetto viene infine rilevato che le cuffie possono essere auricolai o over-the ear, a filo ma anche wireless, con connessione bluetooth.

Non è detto che davvero da Cupertino arrivino queste cuffie intelligenti, dal momento che spesso i brevetti delle industrie hi tech servono più che altro per garantire la proprietà delle idee e non puntano direttamente a un prodotto commerciale. Tuttavia una tecnologia simile si è vista all’ultimo Consumer Electronics Show di Las Vegas, il mese scorso, integrata da LG proprio in un paio di cuffie (Heart Rate Headphones) di cui però non è stata resa notà la data di lancio né il prezzo. 

Apple sta puntando molto sulle tecnologie per la salute: si parla di un dispositivo che potrebbe essere in grado di avvisare prima di problemi cardiocircolatori, di un’app chiamata Healthbook integrata nella prossima versione del sistema operativo per iPhone e iPad, e ovviamente dell’iWatch. “Stiamo lavorando su cose che non si possono vedere oggi. Va tutto come previsto con le cose che stiamo progettando e che pensiamo rivoluzioneranno il mercato”, ha detto di recente Tim Cook, Ceo di Apple. “La sfida è sempre quella di concentrarsi sulle pochissime cose che meritano tutta la nostra energia”. 

Nel dicembre 2013 alcuni dirigenti di Apple hanno incontrato gli agenti di alto livello dell’US Food and Drug Administration (FDA), l’organismo di regolamentazione incaricato di sorvegliare la sicurezza alimentare, le vendite di farmaci e dispositivi medici negli Stati Uniti. L’incontro ha coinvolto Michael O’Reilly, in precedenza a capo di una società di sensori medicali chiamata Masimo, entrato in Apple l’anno scorso, così come Bakul Patel, che ha redatto le linee guida dell’FDA per l’approvazione di app e apparecchi per la salute.

“L’intero settore delle app per la salute e il fitness sta per esplodere”, aveva detto Cook lo scorso anno in un’intervista. “Ora è presto per dirlo, ma col tempo la tendenza diventerà chiara”. E con ogni probabilità il momento sta per arrivare. 

Facebook compra WhatsApp, operazione record da 19 miliardi

Corriere della sera

La società pagata parte in contanti e parte in azioni. Zuckerberg: «WhatsApp è sulla strada per connettere un miliardo di persone»

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Facebook annuncia a sorpresa di aver comprato il sistema di messaggeria più famoso al mondo, WhatsApp, per 19 miliardi di dollari (13,8 miliardi di euro): il saldo avverrà in parte in contanti (4 miliardi) e in parte in azioni (12 miliardi) , oltre a 3 miliardi in azioni vincolate per i dipendenti e i fondatori di Whatssup. Il co-fondatore e ad di WhatsApp Jan Koum entrerà nel consiglio di amministrazione di Facebook.

UN MILIARDO DI UTENTI - L’operazione darà la possibilità a Facebook di accedere a 450 milioni di persone che ogni mese usano il servizio di messaggistica. La cifra record è giustificata dall’enorme patrimonio di conoscenze e risorse di capitale umano che WhatsApp porterà a Facebook, e dal numero di utenti che permetterà di raggiungere. Secondo Mark Zuckerburg, l’amministratore delegato di Facebook, WhatsApp è in grado di raggiungere un miliardo di persone. Tale acquisizione, si legge in una nota di Facebook, rafforzerà la missione di Facebook e di WhatsApp di «rafforzare la connettività nel mondo sviluppando i servizi base di Internet in modo efficiente e conveniente».

“NON SI CAMBIA” - Da parte sua WhatsApp, con un post sul blog ufficiale, ha tenuto a rassicurare i suoi utenti: “Here’s what will change for you, our users: nothing”. «Ecco quel che cambierà per voi, nostri utenti: nulla». In base all’accordo raggiunto WhatsApp continuerà a operare in modo indipendente e manterrà il proprio marchio, in quella che è una scelta analoga a quella che Facebook ha compiuto quando ha rilevato Instagram per 715,3 milioni di dollari. «WhatsApp è sulla strada per connettere un miliardo di persone. Un servizio che raggiunge tale pietra miliare ha un valore incredibile» afferma Zuckerberg. «La rapida crescita di WhatsApp è spinta dalle semplici, potenti e istantanee capacità di messaggistica istantanea che offriamo - afferma Koum -. Siamo onorati di poter essere partner di Mark e Facebook mentre continuiamo a portare il nostro prodotto a un numero crescente di persone nel mondo».

NUMERI - WhatsApp, oltre ad avere 450 milioni di utenti al mese (un numero che sale di un milione al giorno), ha circa il 70% degli utilizzatori che lo usano tutti giorni, in quello che è un tasso di coinvolgimento superiore a quello degli “amici” di Facebook. Nel 2013 sono state invitati quotidianamente con WhatsApp 200 milioni di messaggi vocali, 100 milioni di video messaggi e 600 milioni di foto. Twitter conta, alla fine del 2013, una media di 241 milioni di utenti registrati.Come Facebook, WhatsApp è stata spinta da una cultura più ingegneristica che di “colore”, con i suoi fondatori Koum e Brian Acton che hanno sempre dato la priorità ad avere un’infrastruttura veloce e affidabile rispetto a “trucchi” dei rivali come gli sticker digitali o i giochi in-app. Koum e Acton si sono incontrati nel 1997 a Yahoo!, dove lavoravano.



19 febbraio 2014 (modifica il 20 febbraio 2014)

Non teneteli addosso troppo a lungo» La frenata di Google sui super occhiali

Corriere della sera

Le regole per usare le lenti. Timori dopo alcuni casi sospetti di emicrania

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NEW YORK — Arrivano i comandamenti di Google per l’uso dei suoi occhiali digitali: una mossa per cercare di evitare che i «Glass» inciampino alla prova del mercato (quando arriverà) non perché non abbastanza innovativi sul piano tecnologico, ma per l’ostilità che rischia di diffondersi tra la gente. È dall’estate scorsa che, davanti ai primi incidenti di cui sono stati protagonisti i collaudatori del nuovo rivoluzionario prodotto dell’azienda californiana, Google esorta i 10 mila «esploratori» ai quali ha venduto (per 1.500 dollari) i prototipi dei Google Glass a essere tolleranti e cortesi con chi li guarda con sospetto.

«Don’t be a glasshole», traducibile con «non comportarti come uno str... con gli occhiali», è da mesi una specie di mantra in rete e nelle esortazioni della società di Mountain View agli sviluppatori. Ma gli incidenti continuano a ripetersi: collaudatori che entrano in locali pubblici con gli occhiali digitali e vengono respinti o che rifiutano di toglierli davanti alle rimostranze di clienti e gestori, decisi a tutelare la loro privacy. Ecco, così, che l’azienda fondata da Larry Page e Sergey Brin corre ai ripari e pubblica in Rete una sorta di galateo che elenca le cose da fare e quelle da evitare. E, come al solito, i divieti colpiscono più delle esortazioni:

«Non usare i “Glass” quando fai sport che comportano impatti fisici: non è consigliabile indossare i nostri occhiali mentre cavalchi un toro in un rodeo, sei impegnato in un incontro di “cage fighting” o fai sci d’acqua». E poi, ancora, «non indossare gli occhiali troppo a lungo: fallo per quello che ti serve e poi torna alle tue normali abitudini. Non pretendere di leggere “Guerra e pace” sul piccolo schermo di questo apparecchio, usane uno di grandi dimensioni». Una prescrizione probabilmente suggerita anche dal fatto che alcuni sperimentatori che hanno provato a vivere coi «Glass» perennemente sulla fronte sono arrivati alla sera con un bel mal di testa.

Ma, soprattutto, quella di Google è un’esortazione agli esploratori a non comportarsi in modo rude (anche il gigante di Mountain View usa, senza remore, il termine «Glasshole») quando si trovano davanti gente contrariata dall’uso di questo nuovo oggetto tecnologico capace di fotografare e filmare tutto quello che compare davanti agli occhi di chi lo indossa: «Non siate bruschi, spiegate cosa si può fare di buono con questo strumento, magari fatelo provare per qualche attimo al vostro interlocutore. E non usatelo nei luoghi nei quali è proibito attivare fotocamere e telefonini. Ricordate che, se siete scortesi, danneggiate e “Glass” e gli altri “Explorers” che li stanno testando».

Niente di strano nell’iniziativa: era evidente fin dall’inizio che l’introduzione di uno strumento rivoluzionario, un occhio ubiquo, nel mondo già «surriscaldato» delle tecnologie digitali che hanno profondamente alterato i nostri comportamenti e compresso la privacy, avrebbe creato ulteriori tensioni. Che qui a New York la società ha, ad esempio, cercato di smussare creando una specie di «Glass academy» nei suoi uffici di Chelsea: un luogo dove educare i suoi «Explorer». Fin qui, però, più che delle buone maniere, Google si era preoccupata di evitare che gli sviluppatori mettessero a punto applicazioni troppo invasive della privacy, come, ad esempio, quelle basate su tecnologie per il riconoscimento facciale. Sapendo di correre rischi seri, l’azienda ha evitato di usare queste tecnologie e ha invitato gli «Explorer» a fare altrettanto.

Con un successo relativo, visto che qualche sviluppatore già prepara applicazioni che possono consentire a chi indossa gli occhiali di risalire, dal volto della persona che ha davanti, alla sua identità ricostruendo in tempo reale anche i tratti essenziali: età, professione, se è sposata o no, se ha figli. E magari anche gusti, passioni sportive, interessi culturali. A quasi due anni dall’inizio delle sperimentazioni, alcuni impieghi professionali degli occhiali (che potrebbero essere venduti negli Usa a partire da fine 2014) sono stati individuati: ci sono chirurghi che hanno cominciato a usarli sperimentalmente in sala operatoria, la polizia di New York li sta collaudando per capire se possono essere utili agli agenti che pattugliano le strade.

E la compagnia aerea Virgin Atlantic, quella del miliardario-visionario Richard Branson, ha cominciato a mettere questi occhiali a disposizioni dei suoi clienti di prima classe nella «lounge» dell’aeroporto londinese di Heathrow. Ma davanti ai tanti episodi capitati nei mesi scorsi — gli occhiali messi al bando da molti locali pubblici, una donna sorpresa al volante coi Glass, processata e non multata solo perché non c’era la certezza che fossero accesi mentre guidava — Google si è resa conto, come ha scritto anche TechCrunch, uno dei siti di tecnologia più seguiti, che la sua sfida principale a questo punto non è tanto quella di migliorare la piattaforma tecnologica, quanto rendere accettabile l’immagine degli occhiali davanti al grande pubblico. Massimo Gaggi

20 febbraio 2014

Il trucco delle patatine fritte perfette

Corriere della sera

Me l’ha fatto notare il mio quasi 6enne l’altro giorno: mamma, tu sei brava a cucinare. Ma perché le tue patatine non sono come quelle del ristorante?



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Uno schiaffo. Al mio orgoglio di cuoca. Allora ci ho pensato su e ho cominciato a studiare: come si fanno le patatine fritte perfette? Non molli, non umide, croccanti al punto giusto….Insomma, come si fa questo street food di antica memoria, tra i più globalizzati? Basti dire che in Belgio ha ancora queste caratteristiche con circa 5.000 chioschi. Anche se i Francesi non hanno dubbi. La patatina fritta tagliata a bastoncino è stata inventata sul Pont Neuf all’indomani della rivoluzione del 1789 da ambulanti che la vendevano insieme alle caldarroste e ai tranci di patate rosolate. La “dop” sarebbe pomme frite pont Neuf, come spiega la storica francese Madeleine Ferrière. “E’ parigino il gusto delle patate fritte”, ammoniva Louis Ferdinand Céline nel suo Viaggio al termine della notte nel 1932.

Dal Belgio rispondono che le cose stanno diversamente. Le patate fritte sono nate a Namur in occasione di una stagione particolarmente fredda alla metà del XVII secolo. Gli abitanti erano soliti pescare dei piccoli pesci nella Mosa che friggevano. E che sembravano dei piccoli bastoncini. La gelata del fiume di quell’anno non permise di pescare e quindi si inventarono il taglio a bastoncino delle patate su imitazione dei pesci fritti.

Ma quale è la ricetta perfetta? Io ho appurato che il trucco è nella doppia cottura, per ottenere una patata fragrante, croccante fuori e morbida dentro. Le patate giuste? A pasta gialla o bianca, ma anche rosse. Adesso vanno di moda pure quelle viola, difficili comunque da trovare. I nomi. Gialle: Agata, Arinda, Desire’e, Monalisa, Spunta, Novella. Bianche: Majestic, Kennebec, Imola, Liseta, Timate, Adora. Rosse: Desirée, Kuroda, Monalisa, Primura. La forma: a bastoncino come quelle dei fast food, a spicchi come si usano nei posti di moda legati alla tradizione, le amatissime chips, sfogliette croccanti di cui non possiamo più fare a meno.

A me piace il bastoncino. Da tuffare in acqua fredda dopo il taglio e asciugare bene prima di friggere.Non è indispensabile la friggitrice, basta una padella di ferro dai bordi alti. Quanto all’olio, io preferisco quello di oliva all’olio di arachidi. La quantità di olio deve essere 10 volte superiore a quella del cibo da friggere. Trucco base per ogni frittura, d’altronde. Ma la vera svolta, lo insegnano i belgi, è la doppia frittura. Quando l’olio raggiunge la temperatura di 150° tuffate i bastoncini e cuocete per 5/7 minuti. Scolate, alzate la temperatura dell’olio fino a 180° e via, altro tuffo per 3 minuti o fino a raggiungere la doratura desiderata. Infine, scolate le patatine, appoggiatele su carta assorbente, non sovrapponetele mai e salate. Non coprite per nessun motivo e mangiate appena possibile.

Quei disperati in galleria, già sotto accusa per assenteismo

Corriere della sera

I guai dei contestatori, operai di un Consorzio campano per i rifiuti. Un’inchiesta tv di «Report» sollevò lo scandalo delle assunzioni fittizie


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SANREMO - Il palco della messa in scena è la galleria dell’Ariston. Una donna che sviene, la sicurezza che la soccorre, i complici che sgattaiolano sulle impalcature, minacciano di buttarsi di sotto. Ai tempi del Datagate, delle intercettazioni di massa, della sorveglianza globale, della sicurezza occhiuta, la sceneggiata napoletana ha ancora il suo perché.

È così che una donna (Maria Rosaria Pascale) e tre uomini (Antonio Sollazzo, Marino Marsicano e Salvatore Ferrigno) sono riusciti a beffare la security (di questura e teatro) e ottenere all’ora di punta l’attenzione forzata dei teleflaneurs, gli osservatori del paesaggio televisivo. Della truppa di tre solo due (Sollazzo e Marsicano) sono riusciti a raggiungere l’obbiettivo: sono tutti operai del Consorzio Unico di bacino delle province di Napoli e Caserta (Cub, si occupa di rifiuti) che non prendono lo stipendio da 16 mesi. I soldi per l’incursione li hanno raccolti facendo una colletta tra gli 800 colleghi: circa 460 euro per viaggio e biglietti, due (da 100 euro l’uno) li hanno acquistati in biglietteria, altri due dai bagarini.

Un piano pensato a tavolino secondo la questura di Imperia: «I quattro hanno studiato e premeditato il blitz nei dettagli. Tutti sono accusati di violenza privata (per aver costretto Fazio a leggere la loro lettera, ndr ) e procurato allarme». Secondo la questura i quattro sono noti alle forze dell’ordine per vari reati: truffa per assenteismo dal posto di lavoro, reati contro il patrimonio, interruzione di pubblico servizio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata. Sono stati sottoposti a Daspo, il provvedimento che impedisce di assistere a manifestazioni sportive. Ora hanno avuto anche il Daspo canoro, perché la polizia gli ha consegnato il foglio di via obbligatorio per tre anni da Sanremo.

Antonio Sollazzo nega la premeditazione: «Non avevamo organizzato la protesta così come l’avete vista in tv, volevamo solo avvicinarci ai fotografi e chiedere a Fazio di leggere la nostra lettera, ma senza azioni eclatanti». Un piano pensato a tavolino anche secondo Beppe Grillo. Dagli autori del Festival, però. Insinua il leader cinque stelle: «Martedì ero a farmi prendere per i fondelli (usa l’espressione più breve ed efficace, ndr ) da Fazio con i finti operai che si buttavano dall’Ariston». Il conduttore risponde irritato: «È un’accusa infamante».

I consorzi di bacino sono finiti tempo fa sotto la lente di «Report» e anche della magistratura perché negli anni hanno assunto dipendenti in numero esorbitante. Situazione diventata ancora più scandalosa quando il servizio di raccolta differenziata è stato affidato alla municipalizzata Asia. Di fatto i dipendenti del Consorzio erano pagati per non lavorare.Per i quattro dimostranti è arrivato anche il Daspo televisivo. Il direttore di Rai1 Leone ha assicurato che non avranno ulteriori vetrine in programmi della tv di Stato: «Chi si espone in termini mediatici come al Festival di Sanremo per una protesta, per quanto legittima, non può avere un altro proscenio mediatico, perché al di là di tutto potrebbe creare un effetto emulazione, e la cosa da dramma diventerebbe farsa» .

20 febbraio 2014





I contestatori denunciati per «violenza privata» e cacciati col foglio di via

Corriere del Mezzogiorno


Il direttore di Rai1: «Gli operai dei Consorzi hanno costretto attraverso minacce a leggere la loro lettera» E loro: «Volevamo solo rendere noti i nostri problemi»


NAPOLI - Senza stipendio, un atto di protesta mediatico e ora anche con una denuncia. I contestatori che ieri hanno interrotto l'avvio del festival di Sanremo «erano in quattro» e sono stati «denunciati per violenza privata». Lo ha spiegato il direttore di Rai1 Giancarlo Leone, citando informazioni «ricevute dalla questura». Si tratta di Antonio Sollazzo, Marino Marsicano, Salvatore Ferrigno e Maria Rosaria Pascale. «La donna - ha spiegato Leone - ha simulato un malore attirando l'attenzione della sicurezza e questo ha consentito agli altri, in particolare ai due che avete visto, di muoversi» verso la balaustra della galleria.

IL CONSORZIO CHE NON PAGA - «Le quattro persone - ha detto Leone - sono state denunciate per violenza privata per aver costretto attraverso minacce a compiere un'azione come leggere una lettera in diretta tv. Si tratta, come sapete, di dipendenti del Consorzio Unico di bacino delle province di Napoli e Caserta, da oltre un anno senza stipendio. Alcuni di loro risultano aver avuto qualche precedente penale, probabilmente legato al fatto che si sono distinti in azioni analoghe ma con minore forza mediatica».

IN AUTO A SANREMO - I quattro «sono arrivati ieri mattina in automobile a Sanremo, non hanno pernottato la notte prima del festival e hanno dichiarato alla questura di aver acquistato due biglietti al botteghino, ieri stesso, al prezzo di 100 euro a biglietto, così come hanno dichiarato di aver pagato altri due biglietti al bagarinaggio, immaginiamo a un prezzo superiore».

«NON VOLEVAMO INTERROMPERO LO SHOW» - «Non volevamo interrompere lo spettacolo e non volevamo neanche salire sull'impalcatura. Volevamo solo che il conduttore Fabio Fazio leggesse una lettera che noi avevamo portato e che descriveva la nostra situazione». Antonio Sollazzo, uno dei due disoccupati dice di trovarsi ancora in commissariato. Al telefono cellulare parla solo per pochi minuti. «Non avevamo deciso a priori di salire su quella impalcatura - aggiunge - volevamo solo far conoscere i nostri problemi».

LEONE: NIENTE VITA IN DIRETTA - Leone ha poi escluso che i quattro possano essere ospitati oggi alla Vita in diretta: «Chi si espone in un'occasione come il festival di Sanremo per protestare, per quanto per motivi di disperazione, non può avere un altro proscenio mediatico, perché potrebbe creare un effetto di emulazione generale. Ho dato quindi indicazione a tutti i programmi di evitare qualsiasi intervista».

SONO STATI SOTTOPOSTI A DASPO - Secondo la questura i quattro sono noti alle forze dell'ordine per vari reati: truffa per assenteismo dal posto di lavoro, reati contro il patrimonio e sono stati sottoposti a Daspo, provvedimento che impedisce di assistere a manifestazioni. In passato ai quattro sarebbero stati contestati, secondo la questura imperiese, anche i reati di interruzione di pubblico servizio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale, manifestazione non autorizzata.

FOGLIO DI VIA - La polizia ha emesso un foglio di via obbligatorio per tre anni da Sanremo . I quattro sono stati trattenuti in commissariato fino alle 14.30. «Ci avete fatto solo danni», hanno detto ai giornalisti lasciando il commissariato.

AVEVANO REGOLARI BIGLIETTI - I quattro, che avevano regolari biglietti di galleria, secondo quanto reso noto dalla questura, hanno ammesso che non è la prima volta che si rendono protagonisti di gesti simili. La polizia ha ricostruito quanto avvenuto ieri sera. Dopo aver persuaso i due precari di 52 e 58 anni che si erano arrampicati sui palchi dell'impianto delle luci a desistere dalla loro protesta, gli agenti hanno fermato altre due persone, un uomo e una donna di 46 e 49 anni, pure loro campani e compagni di lavoro della coppia che aveva minacciato di buttarsi dall'impalcatura. I poliziotti hanno accertato che la donna, poco prima del blitz, aiutata dal compagno, aveva finto un malore. Questo ha distratto il personale di vigilanza ed ha permesso agli altri due di arrampicarsi.

19 febbraio 2014

Finley, il bimbo che può mangiare solo caramelle

Corriere della sera

Soffre di gastroenterite eosinofila: condizione che potrebbe essere «invidiata», ma che è in realtà un vero calvario

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Guai a mangiare il minestrone e anche l’insalata. In compenso via libera assoluto alle caramelle. È la condizione di Finley Ranson che, vista con gli occhi di un bambino, potrebbe sembrare una «benedizione». In realtà il bimbo, che ha appena 3 anni, soffre di un’atipica forma allergica estrema che non gli permette di mangiare praticamente nulla. A eccezione delle caramelle alla menta. La sua vita è scandita da ricoveri e flebo e la medicina si interroga su questa patologia rara e ancora parzialmente sconosciuta.

GASTROENTERITE EOSINOFILA - Il nome scientifico della malattia è Gastroenterite eosinofila, condizione rara caratterizzata da infiltrazione eosinofila dei tessuti gastrointestinali a chiazze o diffusa, descritta per la prima volta da Kaijser nel 1937. La patologia presenta un aumento del numero dei leucociti eosinofili nel sangue periferico e la comparsa di sintomi anormali, a carico dell’apparato gastroenterico, dopo l’ingestione di cibi specifici. In sostanza si tratta di una patologia a carico dell’apparato digerente, all’interno del quale vengono prodotti troppi globuli bianchi: il paziente deve seguire una dieta di eliminazione e può presentare un numero variabile di intolleranze o allergie. Il piccolo Finley, che vive in una cittadina inglese della contea di Essex, è allergico praticamente a ogni tipo di cibo pertanto se seguisse un’alimentazione normale soffrirebbe di forti dolori addominali, vomito e gonfiore. Si salvano solo le caramelle: il resto del cibo può ucciderlo.

LA VITA (MOLTO STRANA) DI FINLEY - Il suo corpo combatte ogni alimento che viene introdotto nell’apparato digerente come fosse un virus. Il bambino viene alimentato attraverso un sondino circa sei volte al giorno e l’unica gioia alimentare che può concedersi sono le caramelle. La sua mamma, molto impegnata insieme al marito nel sostenere una ricerca in questa direzione, lo descrive come un bambino tutto sommato sereno che ingurgita circa 3.650 caramelle alla menta ogni anno, ovvero una decina al giorno. «Ho anche cercato di proporgliele in maniera differente, ricavandone dei lecca-lecca», spiega mamma Rhys, comprensibilmente desiderosa che il figlio possa avere la sua piccola quota di appagamento alimentare.

Le feste sono ancora più critiche, perché il bambino sente ancor più l’esclusione alimentare. La madre, dopo aver testato vari cibi, ha capito che solo alcuni zuccheri sono tollerati da Finley. Nelle famiglie di Rhys e del marito, che hanno dovuto lasciare il lavoro per seguire completamente il figlio, sono diffuse alcune allergie alimentari (di cui peraltro soffre, in forma blanda, anche la sorellina di Finley), ma nulla di paragonabile alla condizione invalidante che vive il bambino. Ora il piccolo è sottoposto regolarmente a una serie di test genetici al Great Ormond Street Hospital di Londra e, come dichiara la madre, «se non servirà a mio figlio, almeno mi consola il pensiero che queste conoscenze potranno essere utili ad altre famiglie».

19 febbraio 2014

Alluvione Sardegna, colletta alla Camera “Sono stati raccolti solo 5.000 euro”

La Stampa

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Il direttore, olbiese, della biblioteca di Montecitorio lancia la raccolta. Il sindaco di Olbia denuncia: «Nessun parlamentare ha donato»


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L’idea è venuta al direttore della biblioteca della Camera, un olbiese che ha assistito da Roma al disastro dell’alluvione di novembre. Ha pensato di far scattare una gara di solidarietà parlamentare per aiutare Olbia e i suoi sfollati, ma a Montecitorio gli unici a mettere mano al portafogli sono stati i dipendenti: in tre mesi hanno raccolto cinquemila euro e li hanno versati sul conto corrente del Comune. E i deputati? «Niente, non ci hanno donato neanche un centesimo – fa sapere il sindaco Gianni Giovannelli – Stiamo aspettando che facciano qualcosa, ma per il momento non ci hanno fatto sentire in nessun modo il loro sostegno. Sappiano che sono ancora in tempo perché qui abbiamo davvero bisogno di aiuto».

Tre mesi dopo la devastazione di Cleopatra la città è ancora nel caos e la rabbia tra la gente è addirittura cresciuta: le famiglie rimaste senza casa, e non tutte, hanno ricevuto solo un assegno da 800 euro staccato dal Comune grazie alle donazioni arrivate da ogni angolo della Sardegna, ma anche da altre regioni italiane e dall’estero. «Noi ci siamo mobilitati subito e abbiamo fatto tutto quello che ci era possibile – spiega Antonio Casu, direttore della biblioteca della Camera dei deputati – Quando ho visto le immagini che arrivavano dalla mia città non potevo stare a guardare e ho subito attivato la gara di solidarietà».

La voce tra i corridoi della Camera si è sparsa velocemente e i dipendenti non si sono tirati indietro. I deputati, invece, hanno fatto finta di nulla. «Questo ci dispiace molto, ma colgo l’occasione per rilanciare l’appello – dice il sindaco Giovannelli – Da loro ci aspettiamo un aiuto non solo economico, ma anche politico: abbiamo sì bisogno di soldi ma anche di azioni politiche concrete perché ci venga consentito di spendere le risorse che abbiamo in cassa per l’immediata ricostruzione della città. I vincoli della spending review non ci consentono di utilizzare i milioni di euro bloccati in banca e questo è inaccettabile. Intanto, dobbiamo ringraziare i dipendenti della Camera che hanno dato un grande esempio di generosità, spero che i parlamentari imparino la lezione».