sabato 22 febbraio 2014

Project Tango, lo smartphone 3D di Google

Corriere della sera

Il device in fase di sperimentazione è in grado di “percepire” e fotografare il mondo in tre dimensioni

Project
MILANO - Difficile resistere al fascino della terza dimensione, tanto più adesso che i sensori costano sempre meno. L’ultimo in ordine di tempo ad aver ceduto a questa nuova tentazione è Google. Il colosso delle ricerche ha appena svelato Project Tango, un telefonino da 5 pollici con una fotocamera posteriore da 4 megapixel, un sensore di profondità e una videocamera che registra il movimento. Questi tre elementi gli permettono di raccogliere 250 mila rilevazioni al secondo di un luogo fisico, elaborarle e mostrare sul display la ricostruzione di un luogo fisico in tempo reale senza bisogno di mappe precaricate.

OLTRE IL DISPLAY - «Noi viviamo in un mondo tridimensionale eppure i nostri smartphone pensano che finisca ai confini dello schermo», afferma l’azienda nella pagina dedicata al progetto. «Lo scopo di Project Tango è di dare ai dispositivi mobili una comprensione dello spazio e del movimento che sia uguale a quella degli umani». Il telefono quindi va oltre ciò che vediamo nel display e ricostruisce tutto ciò che lo circonda come in un videogioco in cui noi siamo i protagonisti e la realtà è un livello.


 
PARTE LA SPERIMENTAZIONE - Per sfruttarne le potenzialità Google distribuirà duecento device ad altrettanti sviluppatori. Non si tratta solamente di sviluppare applicazioni ma di andare oltre cercando di capire come la tridimensionalità ci possa aiutare a superare gli ostacoli della tecnologia a due dimensioni. Tra le idee c’è quella di creare mappe di uffici, negozi o centri commerciali che ci facciano da navigatore come accade oggi con il GPS per le automobili, di aiutare gli ipovedenti a muoversi in ambienti nuovi in autonomia, con il telefono che rileva in tempo reale gli ostacoli e la direzione da seguire. A livello più giocoso si può pensare di mappare la nostra casa e arredarla in digitale per poi ordinare i mobili online con un click oppure di sfruttare la realtà aumentata per portare i videogiochi direttamente nel salone, con i protagonisti che si muovono nel nostro appartamento mentre noi li inseguiamo.

Google project
PERICOLO GRANDE FRATELLO - L’idea non è poi così lontana da prodotti come la Kinect di Microsoft, la telecamera che mappa la stanza rilevando i nostri movimenti. La differenza fondamentale sta nell’aver introdotto il sensore in un dispositivo mobile, che si muove insieme a noi superando la staticità di quella periferica. D’altro canto però la nuova tecnologia porta anche a nuovi dubbi sul rispetto della privacy. Usare Project Tango significa consegnare nelle mani del colosso tutta la nostra vita, ciò che abbiamo in casa, come viviamo, cosa compriamo. I sensori infatti raccolgono tutto ciò che incontrano senza soluzione di continuità, scansionando la nostra vita e gli oggetti che ne fanno parte come la marca dei mobili, il televisore, l’orologio, le sigarette e ogni altra cosa che ci circondi. Tutti dati ghiotti per le aziende che potrebbero usarli per scopi promozionali come già fanno quando cerchiamo qualcosa con Google. Trasformarsi in Grandi Fratelli di noi stessi insomma è più vicino di quanto si creda.

22 febbraio 2014

Kyenge, ministro inutile che lascia in eredità polemiche e vittimismo

Stefano Filippi - Sab, 22/02/2014 - 08:23

L'ex responsabile dell'Integrazione esce di scena. In 10 mesi s'è fatta notare per le sparate sullo ius soli agli immigrati, riuscendo a inimicarsi tutti

Cécile Kyenge lascia il governo dopo 10 dimenticabili mesi. Non rimpiangeremo le polemiche, sovente volgari, scatenate dai leghisti e il vittimismo con il quale la ministra ha replicato, né il poco da lei fatto come responsabile dell'Integrazione.


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Non ci mancheranno le foto natalizie della signora, accompagnata dalle figlie, acconciata da inserviente alla mensa dei poveri del Centro Astalli di Roma e nemmeno le rare visite a Lampedusa o ai centri di accoglienza per extracomunitari, molto meno numerose rispetto alla partecipazione a convegni e dibattiti. Più complicato sarà archiviare la foto di pochi giorni fa, quando la ministra è stata immortalata mentre saliva sull'auto blu dopo una seduta di shopping in una boutique del centro di Roma sotto gli occhi vigili della scorta. A qualche centinaio di metri nel centro della capitale 60mila artigiani e piccoli imprenditori manifestavano contro la vessazione fiscale. Ma si sa, la ministra si occupa soltanto della disperazione degli immigrati.

Da ieri sera Cécile Kashetu Kyenge in Grispino è tornata a fare il deputato semplice del Partito democratico. Proprio nella veste di parlamentare ha compiuto l'unica vera azione politica, per quanto discutibile: ha cioè presentato una proposta di legge (firmata anche da Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Khalid Chaouki) per introdurre lo «ius soli». Chi nasce in Italia dev'essere cittadino italiano, indipendentemente dalla provenienza della famiglia d'origine. Privata delle responsabilità di governo, la prima ministra nera della storia d'Italia potrà concentrare le forze nel perseguire l'obiettivo. Per colmo di sventura, Cécile Kyenge ha pubblicato il suo primo libro proprio nei giorni in cui è stata congedata dal governo.

L'effetto di questo volume, intitolato Ho sognato una strada (Piemme editore), è strano. Al termine di un mandato da ministro ci si attenderebbe un bilancio dell'attività svolta, mettendo sul piatto le cose fatte, quelle non fatte e quelle che qualcuno ha impedito fossero fatte. Invece la Kyenge ha consegnato alle stampe un vero libro dei sogni, un ricettario programmatico. Una fotografia di quanto sia sterminato il mare che c'è di mezzo tra il dire e il fare. La Kyenge racconta vari episodi di discriminazione, vicende spesso dolorose, a volte tragiche, la cui morale è semplice: «Chi lascia la propria terra d'origine sogna una strada verso il futuro, e nel rispetto della legalità nessuno ha il diritto d'impedire quel sogno».

Più difficile è raccontare quanto sia servita l'esperienza da ministro, che è quasi del tutto assente dalle pagine del libro sognatore. Esse sono piene di dati e analisi, auspici e consigli, indicazioni e suggerimenti su come devono essere impostate le politiche di integrazione. Attaccano la legge Bossi-Fini e il «pacchetto sicurezza» ma non riferiscono come sia stato fatto qualcosa per migliorare.
Ma il volume, sorprendentemente, riporta anche una singolare autodifesa, una «excusatio non petita» con cui Kyenge si chiama fuori dalle accuse. «Per il fatto che sono nera e di origine straniera - si legge nel libro -, molti ritengono che sia responsabile di ogni argomento o avvenimento che concerne l'immigrazione.

Il mio valido predecessore Riccardi, bianco e italiano di nascita, non veniva chiamato in causa come capita a me su tutto ciò che concerne la popolazione di origine straniera, anche su molti argomenti di cui non ho la delega». E aggiunge: «Il ministro per l'Integrazione deve operare una politica di coordinamento in diversi settori che riguardano gli immigrati come gli autoctoni, ma ancora oggi non trova gli strumenti necessari per agire e viene considerata il capro espiatorio per problemi che non trovano soluzione in altri dicasteri». Come al solito, si scaricano le responsabilità. Arrivederci, signora ministra: non ci mancherà.

Report voleva pagare 15mila euro per un falso scoop che mi infanga"

Redazione - Sab, 22/02/2014 - 09:51

Il sindaco di Verona, Tosi contro la Gabanelli e Rai3: "Hanno offerto soldi a un ex leghista per trovare un presunto video su 'ndrangheta e festini hard". Le prove in Procura. La conduttrice sta con il coautore: "Non abbiamo comprato nulla"

Per «uccidere». Inviato per «uccidere». Un omicidio politico, certo, ma pur sempre il modo più spiccio, quello della diffamazione, per far fuori un avversario politico.


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L'uomo nel mirino? Il sindaco di Verona, Flavio Tosi. Prezzo dell'esecuzione mediatica: quindicimila euro. Somma che, pensate un po', avremmo pagato noi tutti abbonati alla Rai. Soldi pubblici che Report l'«insospettabile» trasmissione di servizio di Raitre avrebbe versato ad un confidente eventualmente disponibile a «consegnare» Tosi al giornalista incaricato del servizio, Sigfrido Ranucci. In altre parole, un premio di riconoscenza a colui che avrebbe attivamente e concretamente collaborato a mettere la testa di Tosi sotto la lama affilata della ghigliottina. E invece? Invece la ghigliottina, per il momento, può attendere, visto che il corteggiato collaborazionista non ha incastrato Tosi ma, al contrario, ha incastrato Report e il suo giornalista. E così, l'uomo nel mirino, Flavio Tosi, ieri ha presentato in Procura a Verona una denuncia per diffamazione nei confronti del giornalista Sigfrido Ranucci, coautore della trasmissione della terza rete.

A spiegare i fatti e gli antefatti è stato lo stesso sindaco di Verona in una conferenza stampa convocata nel pomeriggio a Palazzo Barbieri. «Ranucci - ha denunciato Tosi - da giorni si trovava in città ufficialmente per realizzare una puntata su Verona e la sua amministrazione, in realtà per costruire una puntata di Report con il chiaro intento diffamatorio, per distruggere, con notizie false, politicamente e personalmente un avversario politico, attraverso una trasmissione della televisione di Stato». La denuncia, accompagnata da video, registrazioni audio e trascrizioni che attestano la veridicità dei fatti, e che sono state consegnate anche ai giornalisti, è ora nelle mani del Procuratore capo di Verona, Mario Giulio Schinaia. Tosi è stato accompagnato in Procura da Sergio Borsato, ex militante leghista, residente nel Vicentino, «al quale Ranucci si è rivolto - ci ha dichiarato Tosi - presumendo che avesse documenti contro di me e che fosse mio nemico».

Cosa che si evince dai file audio e video di due incontri tra Ranucci e Borsato avvenuti a Padova e a Roma. Dipanando l'intricata matassa di quello che sarebbe dovuto diventare uno scoop, Tosi ha precisato che «Ranucci era alla ricerca di un video da comprare nel quale ci sarebbe la prova dei miei contatti con la 'ndrangheta. Il giornalista ha millantato di avere rapporti con tre Procure, Venezia, Verona e Padova, di avere fonti investigative di altissimo livello; ha parlato in modo esplicito del comandante del Ros del Veneto, dei servizi segreti. Ha fatto affermazioni gravissime, dichiarando che la 'ndrangheta mi avrebbe regalato Rolex d'oro, organizzato festini hard, raccolto fondi per la campagna elettorale. Era alla caccia di un fantomatico filmino inesistente, pensando che Borsato ne avesse una copia, con il quale la 'ndrangheta mi ricatterebbe».

Tosi ha anche aggiunto che, nell'incontro con l'ex militante leghista «Ranucci, sostenendo di avere un rapporto paritario con la Gabanelli, e che Report è una “repubblica a parte” pur non potendo usare fondi Rai, lui avrebbe potuto acquistare il presunto filmino ricorrendo a fondi “paralleli” riconducibili comunque alla Rai». Per questo abbiamo consegnato tutto alla Procura. Non so se quella di Verona risulterà competente, ma intanto l'indagine farà il suo corso e i magistrati valuteranno se ci sono gli estremi anche per altri reati. «Fatto sta che qui c'è qualcuno che, con la scusa di fare giornalismo investigativo, sta cercando di costruire una trasmissione per distruggere politicamente una persona che ritiene un avversario», ha concluso, con amarezza, il sindaco Tosi. In serata la precisazione di Milena Gabanelli: «Non è la prima volta che ci arriva una querela preventiva.

Mi preme chiarire che in 17 anni di vita di Report non abbiamo mai speso un solo euro per pagare un informatore. Ci è stato proposto un video nel quale si parla di appalti pubblici, e che in passato sarebbe stato oggetto di ricatto. Per questo video ci sono stati chiesti soldi. Si è fatto intendere, come normalmente avviene in questi casi, una eventuale disponibilità, al solo fine di poter vedere i contenuti di questa registrazione. Sta di fatto che il video non lo abbiamo visto e nulla abbiamo mai comprato».

Outernet, arriva dallo spazio l’Internet libero e gratuito

La Stampa

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Sull’esistenza di altre forme di vita ancora non ci sono certezze, ma dallo spazio potrebbero arrivare ben presto altre forme di Internet. Almeno questo è l’intento della compagnia newyorkese Media Development Investment Fund , che sta costruendo Outernet , un web libero e gratuito basato su una flotta di minuscoli satelliti cubici ed economici chiamati CubeSat , creati per ritrasmettere in un loop continuo i contenuti ricevuti da stazioni terrestri. Il progetto muove dall’assunto che l’accesso alla conoscenza e all’informazione rientra tra i Diritti Umani, eppure viene disatteso in molte parti del mondo. Secondo i dati della società promotrice, solo il 60% della popolazione terrestre può accedere a una connessione a Internet senza limiti o restrizioni.

Il prezzo degli smartphone e dei tablet si abbassa di anno in anno, ma il prezzo dei dati in molte aree del globo continua ad essere insostenibile per la maggior parte degli abitanti. In alcuni luoghi, come le aree rurali o quelle più remote e inaccessibili, le antenne per i cellulari e i cavi in fibra ottica semplicemente non esistono. Il principale obiettivo di Outernet è quello di colmare il divario globale nell’accesso all’informazione, fornendo dati online a quel 40% attualmente escluso dalla rete. 
Per realizzare il suo obiettivo, Outernet si basa su una costellazione di mini-satelliti, che verranno sparati nell’orbita terrestre bassa, ovvero da 160 a 2000 km dalla superficie. Attraverso il datacasting, che consiste nella diffusione di dati su superfici molto ampie attraverso le onde radio, i contenuti saranno diffusi dai satelliti alla superficie terrestre sfruttando i segnali DVB , Digital Radio Mondiale e in multicasting via Wi-Fi basato su protocollo UDP .

In questo modo, attraverso la trasmissione di contenuti digitali per dispositivi mobili, semplici antenne e parabole satellitari già esistenti, verrebbe garantito a tutta l’umanità un livello base di notizie, informazioni, istruzione e intrattenimento. Nella prima fase, si tratterebbe di una “rete a senso unico”, che permette all’utente finale, solo di ricevere dati; attraverso il costante aggiornamento dei contenuti inviati dallo spazio sarebbe inoltre possibile aggirare la censura di Internet e, non ultimo, il sistema potrebbe rivelarsi molto utile come sistema globale di notifica durante le emergenze e i disastri naturali. Se tutto dovesse procedere come pianificato, entro la metà del 2015 questa prima fase dovrebbe essere completata.

Sul lungo periodo, Outernet mira a trasformarsi in un sistema in grado di garantire una comunicazione a due vie, libera e gratuita per chiunque. Il principale ostacolo, al momento, è rappresentato dai costi: nonostante i CubeSat siano relativamente economici, per completare la rete di mini-satelliti si parla di oltre 40 milioni di dollari. Si punta sul coinvolgimento di Fondazioni e sponsor privati, inoltre sul sito ufficiale del progetto è possibile contribuire con donazioni, che serviranno a realizzare dei prototipi entro il mese di giugno e avviare una fase di test sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), il prossimo settembre. Come prevede la “Time Line” pubblicata sul sito, una volta ottenuti i permessi necessari dalla NASA e stilato un programma di lanci, le trasmissioni “spaziali” potrebbero partire già nel giugno 2015.

Critiche alla Littizzetto: "È una cessa arrapata"

Libero

Da La vita in diretta arrivano commenti pesanti sulla conduttrice del Festival di Sanremo. E non solo


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Sembra che ce l'abbiano tutti con il Festival di Sanremo. E, con grande sorpresa, le critiche più dure allo spettacolo non vengono dalle reti avversarie, ma sono interne alla Rai. È da giorni ormai che gli ospiti de La vita in diretta sparano a zero sull'Ariston e in particolare sulla sua presentatrice, Luciana Littizzetto. Il talk show pomeridiano condotto da Paola Perego ha invitato in questi giorni numerosi ospiti, che non hanno avuto una parola buona per nessuno. Ad esempio? Dario Salvatori la spara grossa sulla Littizzetto dicendo "Perché per alcuni è proibita la parolaccia? Lei ha un solo registro, quello della cessa arrapata che dice parolacce" e Cesare Lanza rincara la dose: "A me la Littizzetto non piace. Se improvvisassimo qui quattro o cinque battutacce faremmo meglio"

Altre donne nel mirino - Le critiche non si limitano alla conduttrice. Gli invitati che sono intervenuti a La vita in diretta, infatti, non hanno risparmiato critiche nemmeno agli altri protagonisti del Festival. Alba Parietti definisce Arisa una "schizofrenica dal look sadomaso", mentre di Laetitia Casta,è stato detto che "Se la tira" (Luca Giurato) e che "è una cafona" (Marino Bartoletti), quando la bella attrice francese non ha concesso nessuna dichiarazione ai microfoni del programma. Alla fine sembra che l'unica di Sanremo che non riceva attenzione sia la musica.

Il capo degli ispettori: «Addolorati per la morte di Eddy, ma non siamo assassini»

Corriere del Mezzogiormo

Parla il numero uno dell'Ispettorato: «In quella panetteria c'erano tre persone al nero, non una sola»


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NAPOLI - «Ci sentiamo addolorati, ma non responsabili». L'ingegnere Renato Pingue, capo degli ispettori del lavoro di Napoli - dopo la morte di Eduardo De Falco, il pizzaiolo di Casalnuovo, suicidatosi per una multa di 2oo euro - non ci sta a fare da San Sebastiano con il suo plotoncino di cento uomini che ogni giorno batte la provincia a caccia di lavoro nero. «Addolorati ma non spietati, addolorati ma non assassini. Ho dovuto confortare i due ispettori che si sono abbandonati a un pianto dirotto. Ma loro non sono responsabili di alcunché».

Piangevano per il rimorso?
«No, perché sono vittime di notizie false e tendenziose».

False?
«Gli ispettori si sono recati in quel panificio per svolgere il loro lavoro e hanno trovato una situazione molto diversa da quella che è stata rappresentata oggi sulla stampa».

Eddy stava con la moglie dietro al banco?
«Appena i due colleghi sono entrati, uno degli impiegati è scappato via. Abbiamo accertato le altre due persone presenti, dopo che il titolare si è qualificato. Una era la moglie, l'altra era una ragazza che lavorava da aprile a dieci euro al giorno. A fronte di queste evidenze non abbiamo chiuso il panificio, ma dato un tempo per chiarire: entro mezzogiorno del giorno dopo doveva venire in ufficio».

E pagare duemila euro....
«Sì, questa è la cifra».

Non potevate rateizzarla, vista la condizione di Eddy?
«Non è previsto».

«E lui che ha fatto?
«Non si è fatto sentire»:

A quell'ora si era già ucciso...
«Ma di questo non siamo colpevoli. Facciamo il nostro lavoro che è di scoprire il lavoro nero».

Però vi accanite con gli artigiani, con chi a stento arriva a fine mese. «E lei pensa che alla Fiat ci sia il lavoro nero? Suvvia, il lavoro nero si annida nei piccoli esercizi. La verità è che i media stanno facendo una campagna sbagliata. Gli ispettori hanno solo accertato quello che hanno visto, non hanno infierito».

La vulgata popolare racconta di ispettori corrotti, a cui basta allungare cento euro per evitare l'accertamento?
«È un'accusa a cui replico sdegnato. I miei uomini vanno in giro e fanno un lavoro duro e pericoloso che mette a volte a repentaglio la loro vita. Altro che corrotti, sono degli eroi... A molti hanno incendiato o distrutto l'aiuto. E' un'accusa infame».

La signora De Falco sostiene che siete stati spietati. «Comprendo il suo dolore, ma non è quello che è accaduto. Gli ispettori hanno fatto il loro lavoro con il massimo della serietà e della flessibilità. Hanno fatto un "accesso breve", dura una o due ore e serve solo per accertare irregolarità lavorative. Nessuna crudeltà...»

Oggi che ha detto ai suoi uomini?
«Stamattina li ho riuniti per far loro sentire la mia vicinanza. Ci addolora quello che è successo, ma non siamo criminali, siamo servitori dello Stato».

21 febbraio 2014

Giappone, distrutte centinaia di copie del Diario di Anna Frank

Corriere della sera

Strappate le pagine in oltre 30 biblioteche di Tokyo. Il centro Wiesenthal: «Choc e preoccupazione»

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È diventato uno dei simboli della Shoah. Anna Frank, ebrea morta a 15 anni a Bergen-Belsen, lo scrisse nei due anni trascorsi nell’«alloggio segreto» di Amsterdam, dove visse nascosta nel tentativo di sfuggire ai nazisti. Adesso decine di copie del suo Diario - pubblicato in tutto il mondo e testo fondamentale attraverso cui i più giovani conoscono l’Olocausto - sono state danneggiate in Giappone.

IL CENTRO WIESENTHAL: «CHOC E PREOCCUPAZIONE» - Almeno 250 i volumi coinvolti. Esemplari del Diario o di opere che contenevano una biografia di Anna Frank, conservati in una trentina di biblioteche pubbliche di Tokyo. «Tutti gli esemplari hanno dalle 10 alle 20 pagine strappate, sono da buttare» testimonia Kaori Shiba, direttore degli archivi nella Biblioteca municipale centrale del quartiere Shinjuku, una di quelle colpite. «Non abbiamo mai visto una cosa simile» aggiunge Toshihiro Obayashi, direttore di un’altra biblioteca nella zona di Suginami. Sul suo sito Internet il centro Simon Wiesenthal - organizzazione ebraica internazionale per i diritti umani - esprime «choc e preoccupazione». «Chiediamo alle autorità giapponesi di identificare gli autori di questa campagna d’odio» interviene dagli Stati Uniti, Abraham Cooper, un responsabile del Centro. La polizia di Tokyo ha aperto un’inchiesta.

Secondo gli osservatori internazionali, la distruzione del Diario di Anna Frank, arriva in un momento già delicato, quando numerose sono le critiche contro il Giappone per alcune posizioni giudicate «revisioniste» rispetto al ruolo del Paese nella Seconda guerra mondiale. Posizioni che avrebbero trovato un clima meno ostile dopo il ritorno come primo ministro, nel dicembre 2012, di Shinzo Abe, esponente della corrente più conservatrice e nazionalista del Partito liberal democratico.

21 febbraio 2014

Strage di Piazza Loggia, ci sarà nuovo processo A giudizio andranno Maggi e Tramonte

Corriere della sera

Sentenza accolta tra le lacrime dei parenti. Manlio Milani: «


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La verità sulla strage di piazza Loggia ha un’altra (ultima) chance. La Cassazione ha ordinato un nuovo processo d’appello per Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte annullando le loro due assoluzioni. Mentre per gli altri imputati sono stati rigettati i ricorsi. Lo hanno deciso alle 16 i giudici della quinta sezione penale della Cassazione.

40 ANNI SENZA VERITA’ - A quasi quarant’anni dallo scoppio della bomba in piazza Loggia (era il 28 maggio 1974) che fece 8 morti e 102 feriti, si riapre quindi la caccia ai responsabili di quella carneficina. La sentenza è stata accolta con le lacrime da parte dei superstiti. «Meglio di così non poteva andare», ha detto commosso Redento Peroni, uno dei 103 feriti dalla bomba piazzata sotto il colonnato.

2CHI SONO MAGGI E TRAMONTE - Tramonte e Maggi insieme a Delfo Zorzi (oggi cittadino giapponese) erano due esponenti di spicco dell’organizzazione di estrema destra Ordine Nuovo, la cui storia si intreccia più volte con quella della «strategia della tensione». Maurizio Tramonte, 61 anni residente a Lozza Atesino (Padova) era conosciuto come «Fonte Tritone», perché aveva rapporti con i servizi segreti italiani. Carlo Maria Maurizio TramonteMaggi, 79 anni, oggi residente a Villanova di Ghebbo (Rovigo) è il medico veneziano già coinvolto in altri episodi di terrorismo. Gli altri imputati (assolti) sono Delfo Zorzi, oggi 66enne, di origine vicentina (da anni è un uomo d’affari in Giappone) e Francesco Delfino, 78 anni, generale dei carabinieri e capitano a Brescia nei giorni della Strage, oggi residente a Platì.

4 LE LACRIME DEI FAMIGLIARI «Dalla sentenza abbiamo la conferma della responsabilità della destra e dei depistaggi»Così Manlio Milani, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Brescia, che ha aggiunto:«Ritrovo il senso di una giustizia che ha dato risposte alla storia. Ritrovo compagni che oggi non ci sono più». «Va rivalutata - ha aggiunto Milani- la posizione di Carlo Maria Maggi in quanto responsabile di Ordine Nuovo, così come quello di Tramonte come soggetto interno alla destra».
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LE TAPPE DELLA VICENDA - Erano le 10.12 del 28 maggio 1974 quando in Piazza della Loggia a Brescia, durante una manifestazione antifascista indetta dai sindacati, scoppio una bomba nascosta in un cestino della spazzatura. Il primo processo venne celebrato nel giugno del 1979: I giudici della Corte d’assise di Brescia condannano all’ergastolo Ermanno Buzzi e a dieci anni Angelino Papa. Ma il 18 aprile 1981 Buzzi, personaggio in bilico tra criminalità comune e neofascismo, è strangolato dai “camerati” Mario Tuti e Pierluigi Concutelli nel supercarcere di Novara. I due motivarono l’omicidio con il fatto che Buzzi fosse «pederasta» e confidente dei carabinieri ma il sospetto è che temessero fosse intenzionato a fare dichiarazioni nell’imminente processo d’appello. Il 2 marzo 1982 i giudici della Corte d’assise d’appello assolvono tutti gli imputati compreso Angelino Papa ma il 30 novembre 1984 la Cassazione annulla la sentenza di appello e dispone un nuovo processo per Nando Ferrari, Angelino e Raffaele Papa e Marco De Amici.


Il 23 marzo 1984 Il pm Michele Besson e il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi aprono la cosidetta “inchiesta bis”. Imputati i neofascisti Cesare Ferri, il fotomodello Alessandro Stepanoff e Sergio Latini. La nuova pista è aperta dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti tra cui Angelo Izzo, uno dei protagonisti della Roma-bene della cosiddetta `Strage del Circeo. Il 20 aprile 1985 la Corte d’assise d’appello di Venezia, davanti alla quale è celebrato il nuovo processo di secondo grado, assolve tutti gli imputati del primo processo bresciano. E il 23 maggio del 1987 i giudici di Brescia assolvono per insufficienza di prove Ferri, Latini e Stepanoff. Ferri e Latini sono assolti anche dall’omicidio di Buzzi che, secondo i pentiti, avrebbero fatto uccidere perche non parlasse. -Il 25 settembre dello stesso anno la Cassazione conferma la sentenza di assoluzione dei giudici della Corte d’Appello di Venezia e pone fine alla prima inchiesta sulla strage. Assoluzioni confermate dalla corte d’assise d’appello di Brescia.

Il 13 novembre 1989 la prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, conferma e rende definitive le assoluzioni di Ferri, Stepanoff e Latini. Il 23 maggio 1993 il giudice istruttore Gian Paolo Zorzi proscioglie gli ultimi imputati dell’inchiesta bis. Quello stesso anno sarebbe cominciata la terza inchiesta, sfociata nell’ultimo processo. E il 16 novembre 2010 i giudici della Corte d’assise di Brescia assolvono Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Francesco Delfino, Pino Rauti e Maurizio Tramonte. per quella che una volta era definita insufficienza di prove. La Procura aveva chiesto l’ergastolo per gli ex ordinovisti veneti Delfo Zorzi e Carlo Maria Maggi, per il collaboratore dei servizi segreti Maurizio Tramonte e per il generale dei carabinieri Francesco Delfino. Per l’ex segretario dell’Msi Pino Rauti era stata chiesta l’assoluzione. Infine, il 14 aprile 2012 La Corte d’Assise d’Appello ha confermato le assoluzioni.

21 febbraio 2014

Montreal: sì agli immigrati ma quelli che vogliamo noi

Luciano Gulli - Sab, 22/02/2014 - 07:40

La svolta del Quebec: servono falegnami? Entrano solo stranieri che lavorano il legno. Una politica che fa scuola nel mondo

Il governo del Quebec, provincia francofona canadese, intende d'ora in avanti scegliere gli immigrati in funzione dei bisogni del Paese.


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Servono infermieri, informatici, gelatai, elicotteristi o elettrauti? Avanti. Ma giusto quelli che servono. Gli altri sono invitati a bussare ad altro indirizzo. Sicché si può dire che è la Svizzera (quella del recente referendum «anti stranieri») che traccia il solco, ma è il Quebec che lo difende. Anche se né la Svizzera né il Quebec possono considerarsi dei veri apripista, sul punto, avendoci già pensato, sia pure con una legislazione più morbida, l'Australia, in passato; gli Stati Uniti, da sempre aperti a un'immigrazione «di qualità», e da ultimi i tedeschi. La verità è che condividere, quando anche i tori sono tristi, come dice la pubblicità, perché è tempo di vacche magre, è diventato difficile. Torna dunque il dilemma al quale anche noi italiani dovremo infine rispondere: limitare, contenere i flussi migratori?

O selezionarli, dicendo addio all'ipocrita melassa umanitaria di derivazione cattolica, ma non solo, che vorrebbe un «avanti c'è posto» generalizzato? L'accoglienza indiscriminata, impiombata com'è dalla limitatezza delle risorse, è ovviamente fuori dalla portata di una seria politica statale. Non resta dunque che il criterio della convenienza («della nostra convenienza -notava giorni fa Angelo Panebianco sul Corriere- per quanto arido o meschino possa apparire a coloro che non apprezzano l'etica della responsabilità»). In Quebec hanno scelto. Il recente progetto di legge vuole introdurre criteri più rigidi per «la francesizzazione, la regionalizzazione e l'integrazione nell'impiego». Con il nuovo sistema ogni candidato dovrà presentare una dichiarazione e soddisfare un certo numero di criteri. Solo in funzione dei suoi bisogni economici, il Quebec farà la sua scelta e solo dopo il candidato scelto (80 mila le richieste in attesa su una popolazione di quasi 8 milioni di abitanti) potrà presentare una «richiesta formale di immigrazione».

Sembra passato un secolo -mezzo è passato davvero, però- dalla scena di cui chi scrive fu testimone da ragazzino. Eravamo al porto di Messina. L'anno: il Cinquantasei, o forse il Cinquantotto del secolo scorso. Ormeggiato alla banchina, un piroscafo diretto in Australia. Gran sventolare di fazzoletti, e pianti, e risa, e promesse, e raccomandazioni, e cuori infranti, sia a bordo che a terra; e urla, e strepiti, fino al lugubre, lancinante, definitivo suono di sirena; e in men che non si dica la nave è già al largo, e fra poco doppierà la statua della Madonnina che sorveglia col suo «benedicimus…» l'imboccatura del porto. A bordo, fra gli altri, anche una coppia di fratelli strombolani che le scarpe, quelle che calzavano per il gran viaggio, le avevano avute in regalo dal brigadiere comandante dell'isola. Si andava facile, una volta, e non c'era neppure bisogno di rischiare la pelle su un barcone, come oggi.

Partivano senza sapere una parola d'inglese, quelli diretti in Australia o in America del Nord, o di spagnolo, per quelli che scommettevano sull'Argentina. E dopo una decina d'anni arrivavano lettere come quelle spedite dai due fratelli strombolani, contenenti foto che li ritraevano davanti al loro negozietto di frutta e verdura; e dopo altri dieci anni, eccoli ai piedi di un Piper, in procinto di partire per una battuta di caccia in Nuova Zelanda... Non è più così da un pezzo. Il mondo, anche quello che si chiamava «Nuovo Mondo» non ha più bisogno di manodopera generica. Basta e avanza quella che prorompe dal Terzo, di Mondo, e che si cerca di arginare, gli americani col filo spinato, noi (passati dal ruolo di esportatori a quello di importatori di migranti) con i guardacoste, le navi da guerra e i lager in Sicilia, la Svizzera coi referendum all'agro. Meglio il Quebec, allora.

Scontro frontale, muore Francesco Di Giacomo Era la voce del Banco del Mutuo Soccorso

Corriere della sera

Il cantante, 67 anni, perde il controllo della sua auto e si schianta contro una Rover proveniente in senso contrario

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Il rock italiano perde una delle voci più caratteristiche e riconoscibili: è morto in un incidente stradale Francesco Di Giacomo, la voce solista del gruppo Banco del Mutuo Soccorso, storica band del progressive italiano. Aveva 67 anni: era nato a Siniscola, in Sardegna. L’incidente è avvenuto a Zagarolo, in via Valle del Formale, all’altezza del centro sportivo. Tutto è successo intorno alle 18. Di Giacomo era alla guida della sua auto e secondo una prima ricostruzione avrebbe perso il controllo del veicolo andando a invadere l’altra corsia fino a schiantarsi contro una Rover che proveniva in senso contrario. È possibile che Di Giacomo abbia avuto un malore, ma per ora le ipotesi sono ancora tutte da vagliare. Alla guida dell’altra auto un uomo che miracolosamente non ha riportato gravi ferite. Di Giacomo, che viaggiava da solo, è morto durante il trasporto all’ospedale di Palestrina.

Morto Francesco Di Giacomo, era la voce del Banco (21/02/2014)
PROGRESSIVE ITALIANO -Il Banco del Mutuo Soccorso è uno dei gruppi storici del progressive italiano, fenomeno musicale che dai primi anni Settanta e per un decennio produce album di grande livello musicale. Il Banco, con la Premiata Forneria Marconi e le Orme, è tra i maggiori esponenti del movimento, ottenendo anche una grande notorietà internazionale. Chiamato nella loro formazione dai fratelli Nocenzi, entrambi tastieristi, Di Giacomo diventa la voce inconfondibile e insostituibile del Banco del Mutuo Soccorso nel 1971. L’anno successivo esce il primo storico album della band (intitolato Banco del Mutuo Soccorso) c he nella primissima edizione stampata dalla Ricordi ha una copertina molto bella, «da collezione», a forma di salvadanaio: difficile da sistemare negli scaffali ma originale, curata e oggi anche preziosa (quotazioni alte per i collezionisti su eBay).

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IL DEBUTTO E FELLINI - «Lascia lente le briglie del tuo Ippogrifo, o Astolfo...» recita Di Giacomo nel primo brano di quell’album (In volo) , che introduce in un mondo di fantasia poetica e musicale e lancia il Banco tra i protagonisti di uno stile denso di richiami a favole e leggende da poema cavalleresco. R.I.P. , che segue quella intro, è considerato tuttora uno dei brani più belli del prog rock italiano, con musiche e testi molto più elaborati della media («...se l’imago è scarna al vostro occhio , scendiamo a rimirarla da più in basso e planeremo in un galoppo alato entro il cratere ove gorgoglia il tempo...»). Di Giacomo ha larga parte proprio nella scrittura di quei «poemi» così evocativi . Con le tastiere di Gianni e Vittorio Nocenzi, è la sua voce tenorile , atipica per il rock ma perfetta per quelle atmosfere, a creare il «marchio musicale» del Banco del Mutuo Soccorso. Mole massiccia e barba folta ne accrescono la presenza scenica . Non soltanto sul palco: viene scelto da Fellini per piccole parti in ben tre film: Satyricon (1969) , Roma (1972) e Amarcord (1973).


IL SUCCESSO - Dopo l’esordio la band ottiene grande seguito e altri successi con Darwin (concept album sulla teoria dell’evoluzione) uscito pochi mesi dopo il primo (a dimostrazione della grande creatività di allora) e il successivo Io sono nato libero (1973). In questo terzo album c’è uno dei gioielli del Banco, Non mi rompete, una ballata acustica che Di Giacomo interpreta in modo perfetto. Quel testo si deve in gran parte a lui e oggi pare quasi scritto per un momento triste come questo: «Non mi svegliate, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno, c’è ancora tempo per il giorno quando gli occhi si imbevono di pianto...». In tre anni la band conquista credibilità anche all’estero, Greg Lake la porta all’etichetta Manticor e nel 1976 pubblica anche in inglese l’album Come in un’ultima cena poi va in tour europeo come supporter dei Gentle Giant, band del progressive britannico. E’ il momento del massimo successo del Banco del Mutuo Soccorso (che viene poi ufficialmente denominato solo Banco a fine dei ‘70).

Festival, l'omaggio a Francesco di Giacomo (21/02/2014)
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SIMBOLO - Di nuovo con la Ricordi, gli anni Settanta si chiudono con Canto di primavera. Il progressive ormai è un genere in declino ma la band prosegue la sua attività trovando qualche altro successo(come Moby Dick) e mantenendo fedeli estimatori in tutto il mondo. Attraversa fasi di cambiamenti interni (soprattutto l’abbandono da parte di Gianni Nocenzi) ma anche di rilancio inatteso quando, da metà anni Novanta, il revival del progressive soprattutto all’estero riporta il Banco del Mutuo Soccorso (tornato al vecchio nome esteso) a suonare in molte città straniere poi a ritrovare popolarità anche in Italia, tornando in tour con successo. E fino al momento del tragico incidente, Di Giacomo è l’indiscusso simbolo del Banco del Mutuo Soccorso, colui che ne incarna lo spirito originario. E’ la voce del Banco, l’unica possibile. Non ce ne sarebbe potuta essere una diversa ad annunciare , solenne: «Da qui, messere, si domina la valle...».



21 febbraio 2014 (modifica il 22 febbraio 2014)

Il ministro Kyenge fa shopping in auto blu: insultata dalla folla

Il Mattino

Sta facendo il giro del web un video che immortala il ministro per l'Integrazione Kyenge mentre fa shopping in un lussuoso negozio di via Frattina, nel centro di Roma.
 


20140221_jyyf_copyAd aspettarla fuori due grosse auto blu e la scorta. Alcune persone, nella Capitale per la manifestazione delle piccole e medie aziende, la bersagliano con insulti e urla: "Vergogna! Vergogna!"". "Sullo sfondo - scrive chi ha condiviso il video su Facebook - il popolo delle partite Iva, quello che non ce la fa più a reggere il carico fiscale, quello che chiede di finirla con la burocrazia, quello che martedì denunciava, proprio a pochi passi, la chiusura di 372mila imprese nel 2013.

Dietro la Kyenge-in-fuga la folla in protesta, ignara delle prodezze dell’ex ministro. Tra quelle voci c’erano anche tanti imprenditori delle zone terremotate della bassa modenese, in un anno e mezzo colpiti anche da un’alluvione e una tromba d’aria. Erano circa un migliaio, da settimane hanno annunciato la loro discesa a Roma, per chiedere una fiscalità di vantaggio per una zona funestata da tre calamità, che hanno prodotto 14 miliardi di euro di danni. A questa gente lo Stato non ha mai risparmiato un solo euro di tasse, solo proroghe su proroghe. Per la cronaca da quelle zone viene anche l’ex ministro Kyenge, modenese di Modena, che ha però preferito sfilare a pochi metri dagli imprenditori e sgattaiolare via con l'auto blu, dopo aver fatto spesa tra abiti e scarpe di grido. Sul web divampa l’ira.

«Và a laurà» scrive uno degli indignati. «Che sofferenza vederli così impuniti e strafottenti» commenta un altro. E c’è anche chi ironizza: «Fulgido esempio di abnegazione ed attaccamento allo Stato con il solo intento di risolvere i problemi della gente»".

venerdì 21 febbraio 2014 - 15:15   Ultimo agg.: 15:16

Pd, rivolta contro la capolista Kyenge

Libero

Cécile non sarà più ministro: ecco i "democrat" che non la vogliono riciclare


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La scelta sembra che sia nata all’interno della nuova segreteria nazionale del Pd di Matteo Renzi, e appena la voce ha cominciato a circolare, sono iniziati i mal di pancia sul territorio. Il Pd infatti ha in mente di candidare alle europee il ministro uscente per l’Integrazione, Cécile Kyenge.
La notizia era già stata anticipata proprio da Libero oltre un mese fa, quando ancora il governo di Enrico Letta pensava di avere lunghi orizzonti. La novità di ora però è la circoscrizione prescelta: quella di Nord-Est, dove la Kyenge sarà capolista del partito. D’accordo Renzi, l’idea sembra sia stata sposata anche da Deborah Serracchiani, membro della segreteria e presidente della Regione Friuli Venezia Giulia.

Inutile dire i motivi, sono abbastanza scontati: una donna, di colore, nel Nord Est, darebbe un’immagine - tanto più alle elezioni europee - di grande modernità per il Pd. Questo piace a chi guida il partito. Piace molto meno invece ai parlamentari che poi fanno i conti con la base del partito tutti i giorni sul territorio. Quelli del Nord Est quando è iniziata a circolare la voce, a partire dal triestino segretario d’aula Ettore Rosato, non smettono di fare scongiuri. Sanno benissimo che quella scelta è assai difficile da fare digerire agli elettori di sinistra in quelle zone, figurarsi se aiuta ad allargare il consenso in altri serbatoi elettorali. Benissimo una candidata donna, meraviglioso che sia pure di colore.

Ma le grandi battaglie della Kyenge - anche se manco una si è tradotta in atti concreti - da quelle parti di Italia non vanno per la maggiore, anzi. Con una candidatura così, si rischia di fare scorrazzare praticamente tutti gli altri nel serbatoio elettorale Pd. La Lega Nord non avrebbe da chiedere di meglio, ma anche Forza Italia e Movimento 5 stelle sono pronti a partecipare al gran banchetto elettorale. Il Pd sta disperatamente cercando di organizzare per tempo un muro locale che faccia capire a Renzi & c che non è proprio il momento di quella candidatura, ma deve fare i conti con una certa debolezza e confusione che contraddistingue la situazione del partito in Veneto. Lì la segreteria generale è retta ancora da un avvocato, Rosaria Filippini, che però è in uscita.

Il suo posto dovrebbe essere preso per acclamazione da un renziano, il bellunese Roger De Menech (che è pure deputato), e già la cosa suscita più di un mal di pancia in Regione. Da quando Renzi ha preso in mano le redini del partito, i renziani vanno a conquistare le strutture locali e perfino si scoprono candidati naturali alle amministrative senza nemmeno sognarsi di organizzare le tanto lodate primarie. Quelle si fanno ormai solo dove non ci sono renziani di spicco pronti a sedersi sulla poltrona. Negli altri casi vale lo stesso metodo con cui il “capo” ha fatto sloggiare da palazzo Chigi Enrico Letta, rimpiazzandolo al volo: «mi va, e ora mi seggo lì».

L’idea di candidare la Kyenge alle europee era stata prima condivisa anche con Letta, anche nella speranza di allontanare le troppe polemiche sul ministro e di proteggerla per le tensioni sulla sua persona che in molta parte di Italia avevano toni preoccupanti. Era stata anche all’epoca ipotizzata una candidatura nel Nord Est, ma si era pensato più potabile quella come capogruppo nella circoscrizione dell’Italia centrale (Toscana, Marche, Umbria e Lazio), dove il Pd è storicamente primo partito, e i rischi sarebbero ridotti al minimo. Poi è precipitata la situazione del governo, e la Kyenge si è data da fare per cercare una riconferma che al momento sembra impossibile nel suo ruolo, difficile anche come sottosegretario. E così si è tornati all’idea in mandarla in Europa. Ma se partirà dal Nord Est, il rischio di farla restare a casa è davvero altissimo.

di Fosca Bincher

Per mano a Bradbury, Čapek, Hurtado e Chaviano…

La Stampa

yoani sanchez



amorosoPlaneta
Tra i tesori più preziosi della mia infanzia, possedevo una collezione di libri di fantascienza. Pagine che hanno riempito lunghe ore della mia vita, facendomi conoscere altri mondi e lasciandomi libera di fuggire - quando volevo - dalla piatta realtà. Mia sorella amava le storie che parlavano di pianeti lontani, navi spaziali e civiltà extraterrestri. Io preferivo le fantasie possibili, che mi lasciavano la sensazione che in qualunque momento sarebbero potute accadere: viaggi nel tempo, scienziati che manipolavano la genetica e creature provenienti dal passato, erano i miei argomenti preferiti. 
Per mano a Karel Čapek, Isaac Asimov, Daína Chaviano, Stanislaw Lem e Oscar Hurtado, la mia adolescenza si è trasformata in un periodo popolato da robot, umanoidi, fate, dischi volanti e galassie remote.

Proprio in quegli anni erano state pubblicate diverse raccolte di fantascienza, in edizioni caratterizzate da pagine ingiallite e tipografia approssimativa. Nella nostra libreria occupavano un posto d’onore le Cronache marziane, le antologie Raffreddamento rapido e Il richiamo di Cthulhu, i geniali Racconti di Ray Bradbury e il romanzo I mercanti dello Spazio. Quei testi erano per noi vere e proprie porte verso un’altra dimensione. La 23a Fiera Internazionale del Libro dell’Avana, ha presentato una rassegna di autori di fantascienza.

Tra i cubani era in primo piano José Miguel Sánchez, detto Yoss, mentre come ospite straniero era presente il famoso autore russo Serguei Lukianenko. In ogni caso mancavano i grandi titoli pubblicati nell’ultimo decennio di un genere che continua a evolversi e a coinvolgere lettori. Il motivo di tale mancanza è l’incapacità economica da parte di molti editori locali di pagare i diritti d’autore agli scrittori stranieri. Un altro motivo è che il genere fantascientifico è stato spesso sottovalutato e non è riuscito a trovare posto nei piani annuali di ciò che si stampa e si promuove.

Nonostante tutto la fantasia non si trattiene, il desiderio di trovare qualcosa di diverso oltre questa monotona realtà, continuerà a vivere in noi che amiamo i libri di fantascienza. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Internet superveloce, la Telecom accelera e porta la novità in 76 comuni campani

Il Mattino


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NAPOLI - Telecom Italia «accelera» con l'Internet super-veloce in Campania. Salgono infatti a 76 - sottolinea una nota - i comuni della regione già coperti dalla nuova rete mobile 4G di TIM che permette la trasmissione dei dati con una velocità fino a 100 Mbit/s in download e fino a 50 Mbit/s in upload, rendendo disponibili servizi e contenuti multimediali in alta definizione in mobilità.

«Questo risultato - si evidenzia - è il frutto del forte impulso che Telecom Italia sta dando in Campania ai programmi di copertura della nuova rete LTE (Long Term Evolution), confermandosi in questo modo motore dell'innovazione sul territorio. La realizzazione di infrastrutture ultrabroadband e soprattutto la diffusione dei servizi che esse abilitano, infatti, possono dare un impulso importante ad una crescita sostenibile dell'economia locale e al miglioramento della qualità della vita dei cittadini».

venerdì 21 febbraio 2014 - 15:18   Ultimo agg.: 15:20

Il Senato dà il via libera al Salva-Roma bis, il decreto enti locali ora passa alla Camera

Il Messaggero


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Il Senato approva con 135 sì, 23 no e 45 astenuti il decreto Enti Locali. Il provvedimento, che contiene il 'Salva Roma' bis per il ripiano dei debiti della Capitale, passa alla Camera. Ci sono anche misure su trasporti, infrastrutture e interventi nelle zone terremotate.
Hanno votato a favore, Pd, Nuovo centrodestra, Sel, Per l'Italia, Autonomie; contro Forza Italia e Lega Nord mentre si sono astenuti Scelta Civica, che fa parte della maggioranza, e M5S.
Via libera dell'aula del Senato alla proposta di modifica al decreto legge enti locali, che prevede un piano triennale di rientro dal buco di bilancio di Roma, attraverso la dismissione delle partecipate del comune. Tra le novità approvate da palazzo Madama c'è, inoltre, la proroga di un mese per il 'bonus' delle cartelle Equitalia, che dino al 30 marzo potranno essere pagate senza interessi. Si accorciano i tempi per poter regolarizzare il personale precario delle regioni: il termine viene anticipato di due mesi, passando dal primo luglio al 30 aprile. La presidenza del Senato, esaminando gli emendamenti, ha eliminato più della metà delle proposte di modifica che erano stato approvate dalla commissione Bilancio.

Alla richiesta dei gruppi e del governo di riflettere sull'eliminazione delle norme il presidente, Pietro Grasso, si è detto «molto dispiaciuto» ma ha ribadito la sua posizione. Il provvedimento passa quindi alla Camera, per la seconda lettura, e dovrà essere approvato entro il 28 febbraio. Ecco di seguito le principali norme contenute nel decreto legge enti locali. EQUITALIA: Slitta di un mese il 'bonus' sulle cartelle Equitalia. Il termine entro cui potranno essere pagati i debiti fiscali, senza interessi, slitta dal 28 febbraio al 31 marzo. La proposta di modifica prevede, inoltre, che lo 'scontò potrà essere applicato anche alle cartelle che riguardano debiti tributari derivanti da ingiunzione fiscale.

Le reazioni. «Esprimo grande soddisfazione per l'approvazione in Senato del decreto Enti Locali in cui si trovano le norme relative al bilancio di Roma. Ora attendiamo fiduciosi il voto della Camera. Si tratta di un'ottima notizia anche perchè si è ribadito il carattere pubblico di Acea nel rispetto dell'ultimo referendum. Un ringraziamento va a tutte le forze politiche e alle senatrici e ai senatori che hanno sostenuto la validità e l'importanza di questo decreto». Lo afferma in una nota il sindaco di Roma, Ignazio Marino.


Giovedì 20 Febbraio 2014 - 19:30
Ultimo aggiornamento: Venerdì 21 Febbraio - 13:16

Il senatore e il giornale bloccato Spunta l'audio delle pressioni

Gianpaolo Iacobini - Ven, 21/02/2014 - 08:19

Gentile, pupillo di Angelino, nega il pressing sull'editore dell'Ora della Calabria per fermare un articolo scomodo: "Querelo tutti". Il direttore insiste: tutto registrato

Cosenza - L'avvocato Andrea Gentile, figlio del senatore Tonino (Ncd), è indagato dalla Procura di Cosenza con l'accusa di abuso d'ufficio, falso ideologico, truffa ed associazione per delinquere.


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La notizia ha potuto darla ieri anche L'Ora della Calabria. Il quotidiano diretto da Luciano Regolo era pronto ad offrirla ai suoi lettori già mercoledì, ma quel numero non aveva mai visto la luce. Bloccato prima dalle pressioni ricevute per impedire la pubblicazione di alcuni articoli, poi da un improvviso guasto notturno alle rotative di proprietà di Umberto De Rose, ex presidente di Confindustria Calabria. L'uomo che aveva invano tentato di ottenere fossero cestinati i pezzi in cui si parlava dell'inchiesta sull'Asl bruzia: un fiume di denaro secondo i pm finito nel mare degli incarichi esterni affidati con criteri discrezionali dal direttore generale Gianfranco Scarpelli, anch'egli indagato e adesso temporaneamente interdetto dai pubblici uffici.

Tra i beneficiari, per la Procura, pure Andrea Gentile. Era a lui e al padre, lider maximo degli alfaniani in Calabria ed in predicato di divenire sottosegretario alla Giustizia nel governo Renzi, che De Rose voleva evitare l'onta mediatica, ammonendo quelli dell'Ora a fare attenzione, perché «il cinghiale, quando viene ferito, ammazza tutti»? Non ha dubbi Regolo, che le ingerenze le aveva già denunciate, con nomi e cognomi, in conferenza stampa. «Lo stampatore s'è posto, ed ha cercato di imporsi, come mediatore di Gentile», ha ripetuto anche ieri ai tanti che lo hanno cercato per manifestargli solidarietà. «Martedì sera – ha rincarato la dose l'editore del quotidiano calabrese, Alfredo Citrigno - De Rose mi ha chiamato per consigliarmi di non dare notizia dell'indagine a carico del figlio del senatore Gentile, precisandomi che, da sue fonti certe, gli altri giornali non l'avrebbero pubblicata. Ho deciso di non cedere a quelle richieste e di stare dalla parte dei miei giornalisti».

Dopo lo stop forzato, L'Ora è tornata nelle edicole. Dando conto dei legami tra il dg interdetto ed il senatore, nelle cronache indicato come «il sostenitore più forte delle politiche di risanamento della sanità cosentina avviate da Scarpelli». Lo stesso che avrebbe poi elargito incarichi ad un avvocato, Nicola Gaetano, che stando agli atti di indagine resi noti dal quotidiano calabro sarebbe entrato nel mirino degli inquirenti perché sospettato di «aver agito per ottenere per sé il maggior numero di affidamenti e pilotare gli ulteriori affidamenti verso legali amici», tra i quali Andrea Gentile. Il parlamentare, estraneo all'inchiesta, affida il suo punto di vista ad una breve nota: «Si tratta di vicende assurde che ledono il mio onore e la mia reputazione.

Ho dato mandato ai miei legali di proporre querela nei confronti di quanti, senza alcun elemento né contraddittorio, mi hanno accusato di essere il responsabile di una storia incredibile, alla quale sono totalmente estraneo». Intanto, De Rose smentisce di averne mai speso il nome nelle telefonate intercorse con l'editore e il direttore del foglio calabrese. «Resto in attesa che la Procura mi convochi per produrre la documentazione in mio possesso riguardo alle pressioni che Gentile, per interposta persona, ha effettuato per evitare che fosse divulgata l'indagine sul conto di suo figlio», ribatte Regolo, pronto a mettere sul tavolo le registrazioni dei famigerati colloqui.

Al momento, però, i magistrati non si sono fatti sentire. E i nastri dell'Oragate restano in cassaforte.

Secondo la Corte dei Conti, la città di Napoli è vicina al fallimento

Luca Romano - Ven, 21/02/2014 - 17:28

La magistratura denuncia le irregolarità di bilancio del Comune: incapace di riscuotere le tasse e le multe. Evasione superiore al 50%

Napoli è una città fallita? Sembra pensarla così la Corte dei Conti, che sottolinea come la città sotto il Vesuvio sia incapace di riscuotere i tributi comunali e di farsi pare le multe per infrazioni al codice della strada.

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L'evasione supera - scrive Repubblica - il 50% dei casi e considerando il bilancio del 2012, le due voci superano l'88% delle entrate correnti. Peccato che nel computo finiscano tutti gli accertamenti, che siano stati riscossi o no.I milioni mancanti potrebbero essere 600 e le cose non sembrano destinate a migliorare. In questa situazione, il Comune si vede spesso costretto a cancellare le multe, con percentuali che attualmente si avvicinano al 30%.

La Corte dei Conti fa anche presente che nel bilancio sono ancora presenti crediti che risalgono a più di dieci anni fa e arrivano addirittura al 1993, per un valore di oltre 68 milioni. Secondo i calcoli, i crediti relativi a imposte, trasferimenti o multe che rischiano di volatilizzarsi è di 431 milioni di euro.