domenica 23 febbraio 2014

Apple: iPhone e iPad a rischio sicurezza

Corriere della sera

L’ammissione di Cupertino per una falla su iOS che non si risolverebbe neanche con l’ultimo aggiornamento

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MILANO - Apple ha un «iProblema», per sua stessa ammissione. Il colosso di Cupertino ha messo in guardia da una pericolosa falla di sicurezza presente negli iPhone e iPad, ma anche nei Mac. Gli hacker, ha avvertito la Mela morsicata, potrebbero accedere alla posta elettronica e ad altri servizi di comunicazione che in realtà dovrebbero essere crittografati. Dopo l’annuncio che ha messo in agitazione molti utenti, la comunità degli hacker si è attivata per scovare la falla. Con successo.

UPDATE - Apple ha perciò rilasciato nelle ultime ore un nuovo aggiornamento (iOS 7.0.6), per iPhone, iPad e iPod touch. La maggior parte dei dispositivi vengono aggiornati automaticamente, ma la toppa pare non abbia del tutto coperto la falla. E il colosso americano ha ammesso che anche la versione attuale del sistema operativo Mac OSX è vulnerabile ad attacchi hacker. Tuttavia, un aggiornamento per questi dispositivi non è ancora disponibile, ma lo sarà «molto presto», ha spiegato Apple.

DATI SENSIBILI - Nel caso in cui gli aggressori hanno accesso alla stessa rete dell’utente - ad esempio, attraverso l’uso di una connessione wireless non protetta in un bar o ristorante - potrebbero intercettare la comunicazione tra l’utente e le pagine Web protette e persino modificarla. Un attacco detto anche «man-in-the-middle» nel quale l’hacker può infatti frapporsi tra il sistema client ed il server, intercettare il traffico e modificare i dati in transito in tempo reale, e a suo piacimento. Si pensi alla possibilità di cambiare il testo di un’email, alterandone i link presenti; di sottrarre dati sensibili, numeri di carte di credito, informazioni bancarie o password di ogni genere, ha avvertito Matthew Green, professore di crittografia alla Johns Hopkins University di Baltimora.

il codice-kLA FALLA - «È davvero grave, molto grave», ha commentato Green. Secondo Adam Langley, uno degli sviluppatori di Google Chrome e responsabile della sicurezza a Mountain View, l’errore sarebbe davvero pericoloso seppur commesso in buona fede. Da Cupertino non è ancora arrivata nessuna informazione di quando e come Apple abbia appreso del problema. Nel frattempo, però, si è mossa la comunità mondiale di hacker, che ha scovato la falla. Dopo una febbrile ricerca, il problema è stato trovato in un codice difettoso che verifica la cifratura nella comunicazione delle connessioni SSL. Il codice, infatti, riceve erroneamente il comando «goto fail».

23 febbraio 2014

Facebook ti segue, anche nell'aldilà: ecco il Look back per i defunti, il cimitero ai tempi del web

Il Mattino


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ROMA - Facebook per defunti. Il social network consente di far diventare i profili di persone defunte e su Facebook dei veri memorial. Inizialmente il profilo era visibile solo agli amici del defunto poi le misure restrittive sono state ammorbidite. Il motivo e di permettere che la memoria dei cari rimanga forte sul social e che il dolore sia condiviso con più utenti. Questo riguarda anche il Look Back, un modo ancora più concreto di ricordare il caro estinto. Come accaduto Kimmy con la morte del suo fidanzato in Afghanistan oppure al padre del defunto Jesse.

Facebook in questo modo mostrerà i video delle persone care scomparse.

sabato 22 febbraio 2014 - 18:22   Ultimo agg.: 18:25

Capi di gabinetto e dirigenti inamovibili Il potere ombra cresciuto nei ministeri

Corriere della sera

Il nuovo premier e l’idea di una direttiva per sbarrare la strada ai consiglieri di Stato

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Licenziabilità e rotazione Tra le ipotesi anche la licenziabilità o l’obbligo di rotazione degli incarichi dopo un massimo di sei anni Non sappiamo ancora se quella lettera partirà mai. Ma che nelle ore precedenti alla formazione del governo fosse circolata l’idea di emanare come primo atto dell’epoca renziana una direttiva per sbarrare la strada verso i vertici dei ministeri ai consiglieri di Stato e ai giudici dei Tar, è garantito. Atto senza precedenti, capace di ribaltare i rapporti fra la politica e un grumo di potere che da decenni ha in mano le leve operative dell’esecutivo con l’egemonia incontrastata sugli incarichi da capo di gabinetto o degli uffici legislativi. Una burocrazia che si sovrappone alla burocrazia, tenendosi per mano e passandosi spesso il testimone da un ministero all’altro. Alcuni casi hanno letteralmente fatto scuola. Uno per tutti, quello di Corrado Calabrò: nel 1963 era già con Aldo Moro a Palazzo Chigi, un trampolino che gli ha consentito in seguito di attraversare tutto l’universo governativo, alla guida dei gabinetti di Bilancio, Mezzogiorno, Sanità, Industria, Agricoltura, Marina Mercantile, Poste, Istruzione, Politiche comunitarie, Riforme... Monumento ineguagliato a una potente stirpe di ministri ombra cresciuta irresistibilmente fino ai giorni nostri, di incarico in incarico.

Soltanto nel primo semestre del 2013, periodo che registra le nomine coincidenti con l’insediamento dell’esecutivo di Enrico Letta, sono stati conferiti a consiglieri di Stato o del Tar 54 incarichi governativi, il 37,5% di tutti quelli extragiudiziali assegnati negli stessi mesi a 113 diversi magistrati. Compresi, fra questi, due esponenti del governo: il viceministro dello Sviluppo Antonio Catricalà e il sottosegretario alla Presidenza Filippo Patroni Griffi. E compresi anche i magistrati ingaggiati dai ministri del vecchio esecutivo che Matteo Renzi ha confermato. Come il capo dell’ufficio legislativo delle Infrastrutture di Maurizio Lupi, Gerardo Mastrandrea, che dieci anni fa entrò negli uffici di Porta Pia in qualità di esperto legislativo del viceministro Mario Tassone. O come il suo collega Giuseppe Chiné che fa lo stesso lavoro alla Salute di Beatrice Lorenzin, la quale ha collocato al posto di capo di gabinetto un altro consigliere di Stato, Mario Alberto Di Nezza.


Ecco spiegato il motivo per cui, anziché una disposizione formale che impedisca la consueta migrazione di mandarini da palazzo Spada al governo, c’è da attendersi piuttosto una moral suasion per indurre i ministri a scegliersi per quei ruoli chiave figure un po’ diverse. Per capire l’aria che tira, del resto, è sufficiente dare un’occhiata in cima alla piramide. Dove c’è il braccio destro di Renzi Graziano Delrio, ex ministro degli Affari regionali e ora sottosegretario alla Presidenza: il suo capo di gabinetto al ministero risponde al nome di Mauro Bonaretti, era direttore generale del comune di Reggio Emilia con Delrio sindaco. Segno inequivocabile che anche a Palazzo Chigi molte cose sono destinate a cambiare. A cominciare da alcune posizioni strategiche occupate, manco a dirlo, da altrettanti consiglieri di Stato.

Per esempio, quella di capo dell’ufficio legislativo affidata in precedenza a Carlo Deodato. O quella del segretario generale della Presidenza, incarico ricoperto nel governo Letta da Roberto Garofoli, già capo di gabinetto di Patroni Griffi alla Funzione pubblica. Si tratta di una figura chiave, che deve far funzionare una struttura cruciale e complessa, nel tempo diventata gigantesca: 4.500 persone, più del triplo rispetto al Cabinet Office del premier britannico David Cameron. Ragion per cui la persona più accreditata per ricoprire quel ruolo è lo stesso Bonaretti. Ma è circolato anche il nome dell’ex segretario generale dell’Anci Angelo Rughetti, deputato del Pd fra i più vicini a Renzi e Delrio.

Ce n’è abbastanza, insomma, perché la vecchia guardia sia in subbuglio. Tanto più, dopo aver letto i nomi dei nuovi ministri, per la mancanza di punti di riferimento. Ma la fibrillazione si è estesa anche ai ministeri, che rischiano di venire investiti da un altro terremoto. Entro tre mesi dovranno essere confermati o sostituiti, in base alle norme che regolano lo spoils system in salsa italiana, gli altissimi dirigenti. E qui si apre la partita dei segretari generali, che si presenta intricata per molti aspetti e per la caratura dei personaggi. Michele Valensise, che era stato nominato da Giulio Terzi ed era rimasto con Emma Bonino, continuerà il suo incarico alla Farnesina con Federica Mogherini? E come sarà il rapporto fra Antonio Lirosi, ex mister consumatori considerato molto vicino all’ex segretario democratico Pier Luigi Bersani, nominato da Flavio Zanonato segretario generale del ministero dello Sviluppo economico neppure due settimane prima delle dimissioni del governo, e il nuovo ministro Federica Guidi?

Per non parlare di altri pezzi da novanta. Persone sconosciute ai più, talvolta defilate, ma più potenti degli stessi ministri. Valga per tutti l’esempio del quasi settantenne Ercole Incalza, l’uomo che con Lorenzo Necci ha gestito la controversa, quanto a modalità e costi, operazione dell’alta velocità ferroviaria made in Italy. «Quattordici volte inquisito e quattordici volte prosciolto», ha ricordato il Fatto quotidiano , nonché inquilino ministeriale a più riprese a partire da quando ai Trasporti c’era il socialista Claudio Signorile, è da tre lustri l’eminenza grigia delle Infrastrutture. Sopravvissuto a una mezza dozzina di ministri, è stato confermato da quello attuale, Lupi, alla testa della struttura che si occupa delle grandi opere. Intoccabile, ha una influenza enorme. Eppure quella sulla quale siede Incalza non è nemmeno una di quelle venti poltrone considerate nevralgiche per il potere ministeriale. Alcune delle quali occupate da persone di recente inserimento nell’amministrazione. La più ingombrante è quella del direttore generale del Tesoro, tradizionalmente uno degli inamovibili: da due anni l’incarico è nelle mani di Vincenzo La Via.

E poi il Ragioniere generale dello Stato: altra posizione ultralongeva oggi ricoperta da Daniele Franco, arrivato con l’ex ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni. Resisterà al suo posto o cederà alla tentazione di rientrare nei ranghi della Banca d’Italia, da cui proviene? Mentre per il responsabile della spending review (la revisione della spesa) Carlo Cottarelli si potrebbe profilare un trasferimento dall’Economia a Palazzo Chigi. Magari a capo di quel dipartimento economico che era stato in grande spolvero negli anni 90 al tempo di Stefano Parisi e che ora potrebbe ritrovare l’antico smalto. Ma se nella riorganizzazione del governo la presidenza del consiglio è destinata ad avere più voce in capitolo sulle questioni economiche, al tempo stesso Palazzo Chigi vedrà scomparire strutture la cui esistenza separata dai tradizionali ministeri ben poco si giustifica, come l’Integrazione (che andrà al Lavoro?) o l’Editoria (ai Beni culturali?).

Inutile dire che il cambiamento vero della pubblica amministrazione parte da qua: l’alta burocrazia. Ed è certo che la portata innovativa del governo Renzi su questo fronte si giudicherà dalle prime mosse. Vedremo se il ministro Marianna Madia darà seguito ai propositi di introdurre misure per l’Italia sconvolgenti come la licenziabilità dei dirigenti o l’obbligo di rotazione degli incarichi dirigenziali dopo un massimo di sei anni. Un grimaldello che potrebbe mettere in crisi incrostazioni di potere tipo quelle sedimentate intorno a figure come Incalza. Anche se per sbriciolarle completamente manca un passaggio. Ovvero, che le leggi siano scritte in modo chiaro e trasparente, e soprattutto che per essere attuate non abbiano bisogno di decreti, norme o circolari ministeriali: un sistema che espropria il Parlamento del potere di legiferare affidandolo a meccanismi nebbiosi manovrati da una burocrazia spesso ottusa e autoreferenziale, corresponsabile dell’immobilismo. Con il risultato che tutto finisce nel pantano. A ottobre 2013 il Sole24ore ha calcolato che per rendere operative leggi emanate a partire dal governo Monti mancavano 469 provvedimenti di attuazione.

23 febbraio 2014

Lo sconfitto è l'abbonato Rai

Tony Damascelli - Dom, 23/02/2014 - 09:39

Forse è inutile criticare il carrozzone ma non va trascurato il fatto che quei denari appartengono agli abbonati

Clamoroso lo spiegamento di forze e di reti Rai, tivvù e radio, per il festival.


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Una settimana piena, dal cappuccino al risveglio fino alla tisana della buonanotte, ospiti mille, reduci, sopravvissuti, pensionati, sciacquette in lista d'attesa, vecchie glorie di un bed e di un breakfast, opinionisti di vario tipo, collegamenti satellitari, eurovisione, tentativi di scoop, varie ed eventuali. Uno sforzo immane, di uomini e di idee, si fa per dire, la Rai cerca di adeguarsi ai tempi ma è datata in tutto, nell'esibizione in prima fila, sulle rosse poltrone dell'Ariston, delle sue belle gioie, nella protezione oratoriale di errori e omissioni, nella difesa di un evento che pensa di vivere di rendita ma negli anni passati ha devastato i bilanci (all'epoca, mai furono confessati gli esborsi milionari e gli squilibri contabili ma vennero dette bugie, omettendo la verità palese, poi smascherata senza pudore).

La propaganda elettorale di Raiuno, dal mattino alla sera, passando tra i tiggì e le approssimative e caciarone vite in diretta, non ha raccolto il suffragio universale. Leone dovrebbe fare come suo padre, il grandissimo giurista Giovanni, che chiudendo la mano a pugno e tenendo alzati mignolo e indice, provò a scacciare il colera maligno durante una visita all'ospedale di Napoli. Il colera del festival è contagioso, sarebbe l'ora di sterilizzare l'ambiente, di rivedere il cosiddetto format, di ripassare il compito in classe, di tagliare i rami secchi e di capire, infine, che il festival è come certi alberghi di Sanremo e dintorni, musei di ragnatele e di antichi odori ma con prezzi correnti, molto correnti, come gli ingaggi di presentatori e ospiti. Il festival è un casinò con e senza accento, la Rai spera sempre nell'en plein e continua a fare il suo gioco ma sta uscendo troppe volte lo zero, tranne che nei conti. Leone spera che Fazio si ripresenti l'anno prossimo, altrimenti toccherà a Conti.

Si potrebbe opinare sul fair play del direttore che considera il toscano una riserva ma così vanno le cose in casa Rai, là dove gli assunti per concorso risalgono ai tempi del monoscopio in bianco e nero. Forse è anche inutile criticare il carrozzone ma non va trascurato il fatto che quei denari appartengono, oltre che agli sponsor, anche agli abbonati. I primi potranno eventualmente rifarsi con le carte bollate, i secondi devono stare zitti e seduti, tra uno spot e uno sproloquio. Come hanno fatto i paganti dell'Ariston, mille e duecento euro per cinque sere, ventiquattro ore di festival, con l'obbligo di dover accettare anche gli intervalli pubblicitari, con la mortificazione di essere sostituiti, nel momento del bisogno (nel senso della toilette), dai figuranti, per evitare flop di immagine televisiva. Il festival della bellezza è stato un photoshop. Ma il trucco c'è e si vede. Alla prossima. Anzi, al prossimo.

Così è stata raggirata la sorella di Albertone

Redazione - Dom, 23/02/2014 - 09:00

Chiuse le indagini. In nove rischiano  il rinvio a giudizio. Tra loro anche il legale di famiglia, il notaio e il "figlioccio" dell'attore

Roma - Per evitare gli imbarazzi di piazzale Clodio il pm Albamonte si è recato a casa di Aurelia Sordi.


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Due ore di audizione che potrebbero aver fugato gli ultimi dubbi. Chiuse le indagini sulla presunta circonvenzione d'incapace nei confronti della novantenne sorella del celebre attore romano. In nove rischiano di finire sotto processo nell'ambito dell'inchiesta del pm Eugenio Albamonte. Si tratta dei tre iniziali indagati: il factotum Arturo Artadi, l'avvocato Francesca Piccolella e il notaio Gabriele Sciumbata, accusati di circonvenzione di persona incapace e altri sei dipendenti di Aurelia Sordi, accusati di ricettazione: una badante, una cuoca, un giardiniere, due camerieri ed una governante, destinatari di donazioni ciascuno per un valore che va da 150 a 400 mila euro, circa due milioni e mezzo di euro equivalenti al 15-20 per cento del patrimonio di Aurelia.

Una storia - quella dell'eredità milionaria di Alberto Sordi appena sequestrata dai magistrati romani - che comincia a gennaio di quest'anno, quando l'autista dell'attore, Arturo Artadi, si presenta agli sportelli delle due banche romane dove sono depositati i conti della famiglia Sordi con in mano una procura generale firmata da Aurelia Sordi e sottoscritta dal notaio di famiglia Gabriele Sciumbata. In base a quel pezzo di carta Artadi sarebbe il solo autorizzato a usare i soldi per le spese della famiglia. Ma non solo per quelle. La procura infatti, finita ora in un fascicolo giudiziario su cui indaga il pm Eugenio Albamonte, si estenderebbe a tutti i dieci conti nelle disponibilità di Aurelia Sordi, ereditati appunto da Alberto. Il direttore della banca, di fronte a quel documento, si insospettisce e presenta un esposto alla procura della Repubblica. Un atto nato dal dubbio che si trovasse di fronte a un caso di circonvenzione d'incapace ai danni della signorina Aurelia.

L'unica erede di Albertone, infatti, è lei, l'amata sorella, classe 1917, con la quale l'attore ha vissuto. Dopo la morte di Alberto, il 24 febbraio 2003, la donna si è trovata a gestire un patrimonio accumulato in più di sessant'anni di carriera dal fratello. Decine di proprietà immobiliari, tra cui la mastodontica villa che si affaccia sulle Terme di Caracalla, in cui Aurelia tuttora vive. E poi un consistente patrimonio, fatto di titoli di investimento e azioni, tutti appoggiati dall'attore su 10 conti correnti, in due istituti bancari romani. Decine di milioni di euro che fruttano di interessi circa 30 mila euro al mese. Interessi che finiscono a loro volta in un conto aperto da Aurelia, da cui attinge per le spese vive, per il mantenimento e per la manutenzione delle proprietà. E qui entra in scena Arturo Artadi, l'autista. È persona fidata. E infatti Aurelia gli concede - assieme al maggiordomo - una procura per utilizzare i soldi del conto su cui finiscono gli interessi. Possono prelevare solo quelli, per le spese ordinarie. Ma quando Artadi si presenta in banca con la procura il direttore sente puzza di raggiro.

La trincea unì due soldati la marcia su Roma li divise

Matteo Sacchi - Dom, 23/02/2014 - 09:18

In Ma la divisa di un altro colore Pietro Neglie racconta la vita di Antonio e Carlo. Fratelli d'arme diventati nemici a causa dei totalitarismi

Il romanzo storico non è un terreno agevole. Chi ci si avventura è costretto a ricostruire i fatti con acribia da studioso e deve, contemporaneamente, possedere abbastanza fantasia e penna per rendere la narrazione affascinante.


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Uno sgarro da un lato o dall'altro e il disastro è garantito. Non parliamo poi di quando, con grande azzardo, ci si avventura su periodi storici ancora ideologicamente «caldi». Lì è alto il rischio di trasformare il tutto in farsa politicizzata. Non bastasse, ci sono le vestali della memoria (copyright Giampaolo Pansa) di entrambe gli schieramenti sempre pronte a linciare il malcapitato appena scalfisce le loro verità di comodo. Scusate l'introduzione tediosa, ma non sarebbe possibile parlare del romanzo appena pubblicato da Pietro Neglie, Ma la divisa di un altro colore (Fazi, pagg. 508, euro 14,90) senza questa piccola premessa. Perché? Perché Neglie, che è stato allievo di Renzo De Felice ed è un contemporaneista di vaglia, ha deciso di rischiare grosso.

Il suo è un affresco a due voci che parte durante la Prima guerra mondiale e si conclude subito dopo la caduta del fascismo, mentre l'Italia tenta faticosamente di rimettersi in piedi dal disastro bellico. In mezzo, due destini incrociati: quelli dell'elettricista romano Carlo e del contadino friulano Antonio. Entrambi fanti nelle trincee, entrambi coinvolti nella rotta di Caporetto, e poi nell'avanzata di Vittorio Veneto, affrontano insieme privazioni e proiettili. Insieme sognano di tornare a casa e di vivere finalmente in un'Italia migliore. Poi la storia li divide. Il primo diventa convinto fascista, mette su famiglia e si trova a dover conciliare il pranzo con la cena per una miriade di figli, il tutto nelle ambasce della crisi del '29.

Il secondo, quando la terra che gli era stata promessa durante la guerra non arriva, diventa prima socialista e poi comunista. E seguendo l'intrecciarsi delle vicende di questi due amici, ormai lontani e sui due lati della barricata, Neglie racconta nei dettagli un'epoca densissima. Il lettore incontra la durezza del fascismo agrario, la fuga degli esuli antifascisti, la politica di dominio ideologico dell'Urss, la crudeltà della Guerra di Spagna, il voltafaccia di Badoglio e la fuga del Re, l'orgoglio di chi non vuol passare da traditore dei tedeschi, la lotta partigiana, l'orrore delle foibe e i regolamenti di conti. Come e quando i due amici, ormai di mezza età si incontreranno di nuovo, non è giusto svelarlo al lettore. Però si può dire che Neglie, armato del mestiere dello storico, sfugge a tutte le trappole dell'ideologia (e quindi farà arrabbiare più di qualcuno). Il comunista Antonio, da esule in Francia (è fuggito quando i fascisti gli hanno ucciso brutalmente il padre), quasi subito scopre quanto siano faziosi e ideologici i leader del partito, manipolati come burattini dall'Urss.


Mentre combatte allo stremo in Spagna vedrà tutte le violenze contro gli anarchici, partigiano in Italia vedrà la propria donna infoibata dai titini, ai quali la rivoluzione proletaria interessa assai meno che il fare piazza pulita di tutti gli italiani. Il fascista Carlo pagherà invece in prima persona tutte le bugie del regime, vedrà la ferocia delle esecuzioni sommarie delle camicie nere in Spagna, si scoprirà ferito e vulnerabile ma, salvato da un'anarchica, andrà a Salò disgustato da Badoglio per scoprire le atrocità e il disprezzo degli occupanti tedeschi, si ritroverà sconfitto in un Paese «dove prima tutti erano fascisti e adesso non lo è più nessuno», e verrà ostracizzato per la sua coerenza, sarà vittima di colpe, in gran parte non sue, che ad altri, molto più furbi e molto più voltagabbana, non verranno mai contestate. Ne esce un affresco denso e bello, adatto per ponderosità di pagine a lettori forti, che riga dopo riga ci mette sotto gli occhi un'Italia lacerata nel profondo. Guardarla è salutare.

Ci dà una chiara idea di come certe fratture si siano trascinate sino al presente. Aiuta a capire come non sia possibile separare i buoni dai cattivi a partire dalla divisa che hanno portato addosso. Come dice il comunista Antonio, isolato e avversato perché non filosovietico e troppo italiano: «Non siamo tutti uguali noi vincitori... Sai forse ha ragione il mio segretario... dice che ho una coscienza politica troppo sottile. Eppure adesso sono ancora più convito che in questi due anni terribili di guerra civile avere indossato una divisa o l'altra spesso è stato solo frutto del caso. Il tuo nemico avrebbe potuto essere il tuo amico in condizioni differenti, e i tuoi amici diventare nemici... Lassù, al confine con gli slavi, ne abbiamo avuto un assaggio». Magari è un ragionamento amaro, magari è un ragionamento che non piace, perché pensare che la ragione stia da un lato solo (possibilmente il nostro) è comodo e rassicurante. Peccato che la storia a questo giochetto di semplificazione non ci stia.

Littizzetto regina del mattone. ha 14 appartamenti e 6 box

Libero

Luciana in versione immobiliare batte anche Fazio, con ben 72 vani di proprietà in tutta Italia


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Fabio Fazio e Luciana Littizzetto quest’anno non sono riusciti a conquistare il pubblico di Sanremo né con la performance canora di lui in impermeabile da esibizionista né con i balletti e i monologhi sempre più scurrili di lei. Ai due non è bastato cambiare look ne scosciarsi e strusciarsi per far impennare uno share demoralizzante a causa di numeri algebrici. Certo la nostra coppia di artisti si consolerà controllando altri numeri, magari quelli dei conti correnti o delle proprietà immobiliari. Ed è proprio nel «Ballo del mattone» che i due campioni della televisione nazional-popolare, quella delle Raffaella Carrà e delle battute grassocce dimostrano di essere insuperabili, anche se tra i due la più brava è lei.

In questi giorni chi l’ha vista saltellare sul palco dell’Ariston potrebbe non riuscire a immaginarla seriosa e abile collezionista di proprietà immobiliari nel suo Piemonte. "In provincia di Torino la signora ha messo da parte 21 fabbricati: 14 appartamenti, 6 garage e un deposito", spiega Massimo d’Andrea, il geometra che negli anni scorsi ha svelato il patrimonio immobiliare di Antonio Di Pietro e che con Libero ha accettato di passare ai raggi x le proprietà di Littizzetto e Fazio e di metterle a confronto. "Dal ‘98 a oggi hanno entrambi costruito un patrimonio di tutto rispetto in termini di investimento". Fabio ha concentrato la maggior parte dei suoi soldi nella villa di  Celle Ligure (Savona), mentre lei ha preferito diversificare.

"Nonostante la similarità del valore investito, probabilmente la signora vanta una rendita molto più alta essendo riferita a più unità immobiliari, diverse per zona e tipologia, quindi facilmente alienabili", conclude D’Andrea. Alcuni appartamenti di Luciana si trovano in zone di prestigio dove beni simili sono stati messi in vendita a prezzi che oscillano da un minimo di 4500 a un massimo di 5500 euro al metro quadrato. Stiamo parlando della zona precollinare di Torino, la più lussuosa della città, quella che ruota intorno a via di Villa della regina dove la nostra ha fatto acquisti degni della toponomastica.

Ma vediamo nel dettaglio: per la verità il primo rogito, risalente al 1998, non è in Piemonte, ma a Milano, dove Luciana, allora trentaquattrenne, stava facendo carriera. Infatti in quel periodo è già una comica molto conosciuta grazie a programmi come Avanzi, Mai dire gol e Quelli che i calcio. Con Aldo Giovanni e Giacomo è fresca protagonista dell’incredibile successo di Tre uomini e una gamba. Ebbene, nel 1998, bagna cotanti successi comprando due vani e mezzo in via Guicciardini. Nel 2000 sbarca nella sua Torino, dove è nata, e acquista sei vani nella Beverly hills cittadina. Nel 2001 lascia La7 con un bel gruzzolo, avendo ottenuto buon uscita e penali per l’annullamento del Fab show in cui era prevista la sua partecipazione.

Nel 2003 spiazza Sanremo con un bacio in bocca  a Pippo Baudo che evidentemente le porta fortuna. Negli stessi giorni acquista due appartamenti a Torino recentemente ristrutturati e con garage: uno di 10 vani, l’altro di sei. Nel 2004 altra casa con 9 stanze nella stessa via “regale”. Nel 2006 cambia zona e compra 5,5 vani a Bosconero (Torino), paese d’origine dei genitori. Dal 2007 al 2009 arrivano altri tre acquisti nel capoluogo, per un totale di 11,5 camere. Nel 2011 Luciana si scatena comprando 4 case, tre a Bosconero per 10 stanze e una a Torino di 4 vani. Nel 2012 altri due immobili e 8 camere nel capoluogo. Il computo è degno della reggia di Caserta con 72,5 vani a disposizione, distribuiti in 15 appartamenti, a cui vanno aggiunti garage e depositi.

In questa gara l’immobiliarista Fazio si ferma a 70 camere spalmate però in soli otto immobili, in cui primeggia il villone di Celle Ligure con i suoi tredici vani a cui vanno aggiunte due depandance, 7 mila metri di uliveto e una piscina olimpionica. Fortune non immaginabili agli esordi televisivi di questi due figli della piccola borghesi italiana. I genitori di Luciana erano proprietari di una latteria e lei, dopo il diploma al conservatorio in pianoforte e la laurea in lettere con una tesi sulla «luna nel romanticismo», sembrava destinata a un futuro da insegnante e non certo da stella. Un futuro a cui non si è rassegnata col cipiglio della giovane rivoluzionaria, testimoniato dagli esordi giornalistici sul foglio del gruppo Gioventù operaia.

A cambiare la sua vita non sono stati però i tomi marxiani, ma le sue battute da avanspettacolo non proprio radical-chic. Lauti guadagni sono arrivati pure dai successi in libreria con best-seller come Ti amo bastardo, La principessa sul pisello o Sola come un gambo di sedano, trionfo da un milione di copie. Tutti titoli pubblicati con la berlusconiana Mondadori e che probabilmente non passeranno alla storia della letteratura, ma che le hanno permesso di fare shopping selvaggio nel campo del mattone.

Insomma anche Luciana, nonostante il rivendicato impegno civile  e a braccetto con la solita compagnia di giro di artisti di sinistra o presunti tali (da Luca e Paolo ad Aldo, Giovanni e Giacomo alla banda di Avanzi o a quella della Gialappa’s) ha saputo monetizzare al massimo le sue collaborazioni con Fininvest, oltre ovviamente a quelle in Rai dove Fazio l’ha voluta con sé anche a Che tempo che fa e nelle ultime due edizioni del Festival. Qui il suo spartito è diventato un monocorde elenco di parolacce. La prova provata che nella vita come a Sanremo sono più remunerative le battute da trivio che le sonate.

di Giacomo Amadori

Vietato disturbare Renzi Crozza si dimentica la satira

Libero

L'anno scorso, con le elezioni alle porte, il comico prese di mira Berlusconi. Stavolta ha preferito cantare. L'unica stoccata a Grillo

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Nell'edizione più flop del festival di Sanremo, anche il tanto atteso monologo di Maurizio Crozza non passerà certo agli annali della storia della televisione. Dopo le polemiche dello scorso anno, in cui le proteste del pubblico contro il suo intervento politico lo avevano addirittura costretto a interrompersi, quest'anno il Crozza nazionale è apparso sul palco dell'Ariston nascondendosi dietro a uno scudo con la scritta "Pace". E da lì praticamente non è mai uscito. Ma l'anno scorso c'era la campagna elettorale in pieno regime, con Berlusconi che stava recuperando terreno sulla sinistra. Quest'anno c'è Renzi.

E così, al posto della satira, Crozza ci ha rifilato un noiosissimo pippone su disastri e bellezze del Paese italico, tra Michelangelo e Giovanardi, Meucci e Razzi, Guido D'Arezzo e Grillo ("è un pazzo mitomane come Napoleone"), Cappelle Sisitine e treni deragliati che non si riesce nemmeno a rimuovere dai binari. Roba da far scappare anche gli ultimi spettatori di Fazio e Littizzetto. Poi, imitando un italico tenore, soffiando per qualche minuto il ruolo ai cantanti, ha intonato un pezzo sempre sugli italici peccati e virtù. Infine, si è infilato gli ormai famosi dentoni e parrucca da Renzi. Ma di battute al fulmicotone sul Rottamatore nemmeno l'ombra: due minuti mosci mosci sul linguaggio del neopremier ("E che ne so cosa ho detto, non mi sono capito nemmeno io") e via.



Crozza contestato crolla: voleva fuggire dal palco La rabbia nei camerini

Libero
13/02/2013

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La saliva che non c'è più. Gli occhi sbarrati, il viso contratto in un'espressione di sconcerto, rabbia e un pizzico di disperazione. La tentazione di andarsene, di lasciar perdere. Un calvario, per Maurizio Crozza, sul palco dell'Ariston (guarda il video). Voleva andarsene sì, non è soltanto una sensazione. Se non ha troncato sul nascere la "copertina" del Festival di Sanremo è stato soltanto per l'intervento di Fabio Fazio, il "paciere", il democristiano del piccolo schermo che - bisogna ammetterlo - con perizia e sensibilità è riuscito a mantenere il controllo della situazione. I fischi, i "buu", i "basta con la politica", il "pirla" avevano mandato in tilt Crozza. Era evidente, era sotto gli occhi di tutti, almeno di quella mezza Italia che lo ha guardato. Era in diretta su Rai1.

Il colpo di spada - Secondo i rumors trapelati dai camerini dell'Ariston, Crozza dopo la performance contestata è apparso avvilito, triste, provato. Non se lo aspettava. Immaginava che il pubblico aspettasse prima di applaudire o fischiare il suo monologo. Crozza attacca sempre tutti, destra, sinistra e centro. Ma nel Festival più politico degli ultimi anni, in un Sanremo da record per il numero di polemiche preventive, quell'apertura del comico ligure con l'imitazione di un Cavaliere spregiudicato e che afferma "voglio rovinare il Paese" è stata un pugno nello stomaco. Un colpo di spada, non di fioretto. Sì, è vero, poi sarebbero arrivate anche le imitazioni necessarie per riequilibrare la par-condicio. Sì, è vero, tutti lo sapevano e lo immaginavano. Ma è altrettanto vero che, considerando le premesse, Crozza non poteva non attendersi il dissenso. E il dissenso, puntuale e superiore alle attese, è arrivato.

Il crollo - Crozza voleva troncare la performance. Se Fazio non l'avesse fermato se ne sarebbe andato. Il buon Fazio, tra abbracci e pacche sulle spalle, al termine del monologo ha cercato di sminuire il tutto: "Si tratta sempre di quelle due, tre persone". Peccato che i contestatori incalliti - presenti anche con Celentano lo scorso anno - secondo chi era in platea erano molti di più. Un gruppo di venti persone che la politica al Festiva di Sanremo (costo del biglietto in platea: 168 euro, ndr) non la vuole davvero. I contestatori sono stati allontati dalle forze dell'ordine. Troppo? Probabilmente sì, ma questo è un altro discorso. Il punto è il crollo di Crozza. In tilt sul palco, balbettante nelle repliche al pubblico, scosso dai tic, poi livido e sconsolato nei camerini.

Dopo la contestazione, la sua esibizione ha deluso le attese: le imitazioni, di solito vicine all'eccellenza, erano fuori giri, le voci imprecise, i tempi sbagliati. La faccia del comico diceva tutto. Da chi pur legittimamente vuole sfidare la politica in campagna elettorale, da chi vuole farlo in diretta su Rai1 e rivolgendosi al teatro dell'Ariston, ci si aspetta di più. Un comico, un animale da palco, non può non reggere la contestazione. Non può perdere la saliva, pensare di andarsene e steccare i personaggi. Martedì sera, sul palco dell'Ariston, abbiamo assistito al crollo di Crozza.


Il Festival dell'Unità
Crozza sfotte il Cav. Le urla: "Pirla, vattene via". Il video

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Maurizio ko a sanremo
Il retroscena sul comico fischiato: prima ha il crollo, poi nei camerini dell'Ariston esplode la rabbia e Fazio lo consola 

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Boom di ascolti
Gli insulti a Crozza fanno schizzare lo share: 14 mln di telespettatori

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Facci
Crozza-rella, amico del potere che quella volta mi chiamò in lacrime 

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Colpo di teatro
Idea Cav: vuole rispondere a Crozza (e farlo  da Sanremo...)

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Fatica sprecata
L'inutile sforzo di Fazio: non sposta nemmeno un voto

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Discriminare è un diritto» Una legge spacca l'America

Rolla Scolari - Dom, 23/02/2014 - 07:29


New YorkIl Parlamento dell'Arizona ha approvato giovedì un controverso progetto di legge che consente di applicare le proprie convinzioni religiose sul lavoro, anche se contrarie alle norme anti discriminazione. La proposta è stata descritta dai suoi detrattori come omofoba. Proprio alcuni episodi, avvenuti in altri Stati, sarebbero all'origine dell'idea: coppie gay hanno fatto causa a un fotografo in New Mexico, un fiorista nello Stato di Washington, un pasticciere in Colorado per essersi rifiutati di fotografare i festeggiamenti a un matrimonio tra gay, allestire le decorazioni delle nozze, preparare la torta degli sposi. Davanti ai giudici, nei tre casi, la difesa ha parlato di diritto dei propri clienti di rifiutarsi, a causa del loro credo religioso che non ammette unioni tra persone dello stesso sesso, di fornire servizi alla coppia.

Il timore tra attivisti e opposizione democratica è che un'eventuale legge possa giustificare esercenti che si rifiutano di servire per esempio donne non sposate e incinta o di discriminare sulla paga in base al sesso. Ora, il destino di una proposta che divide il Paese ed è già stata definita da qualcuno legge per sul «diritto di discriminare», è nelle mani del governatore dell'Arizona, che già in passato però ha bloccato un simile progetto. La repubblicana Jan Brewer è profondamente religiosa, ma anche legata al mondo degli affari. E in queste ore, non ci sono soltanto gli attivisti per i diritti gay e la minoranza democratica a opporsi al progetto di legge, ma anche molte voci della comunità del business e commercio. Oltre 250 attivisti hanno manifestato venerdì davanti all'ufficio del governatore. «Ci riserviamo il diritto di rifiutare di servire i deputati dell'Arizona», è la scritta di protesta comparsa sulla vetrina di una pizzeria di Tucson.

Il Greater Phoenix Economic Council, un'associazione che riunisce commercianti e uomini di affari, chiede al governatore di non firmare il documento e teme che la mossa possa portare alla perdita di migliaia di posti di lavoro. Sui giornali, il voto dell'Arizona ha creato indignazione. Il Los Angeles Times, per esempio, si chiede se gli Stati non siano tornati indietro al 1950 e fa il paragone tra una norma simile e le leggi Jim Crow che tra il 1876 e il 1965 diedero forma alla segregazione razziale nei luoghi pubblici. La proposta divide gli stessi conservatori e anche i gruppi cristiani: se da una parte la Conferenza Cattolica dello Stato appoggia il documento, la Diocesi Episcopale si oppone. All'origine della campagna che ha portato al voto del Parlamento, c'è un gruppo conservatore, il Center for Arizona Policy. Il suo presidente, Cathi Herrod, ha spiegato alla CNN che «gli americani devono essere liberi di vivere e lavorare seguendo la propria fede religiosa».

Altri Stati nei mesi scorsi hanno discusso simili proposte: Ohio, Mississippi, Idaho, Tennessee, Oklahoma, South Dakota. In Kansas, un progetto di legge approvato alla Camera è stato bocciato al Senato martedì. Il propagarsi di queste proposte, difficilmente destinate a concretizzarsi, segnala la crescente battaglia nazionale tra sostenitori dei diritti gay e sostenitori dei diritti religiosi, scrive il Washington Post, e racconta anche un fronte contrario alla filosofia delle pari opportunità e delle «affirmative actions» che, con proposte più moderate, si è rafforzato anche in Europa, con correnti come Manif Pour Tous, in Francia. Il fronte in America rema però contromano: negli Stati Uniti sempre più giudici si esprimono a livello statale contro il divieto delle nozze gay e i sondaggi spiegano che l'opinione pubblica americana è sempre più favorevole al matrimonio tra persone dello stesso sesso (legale in 17 Stati). Secondo un sondaggio del Washington Post/Abc News, il 60% degli americani - e l'81% della popolazione sotto i 30 anni - lo appoggia, contro il 40% nel 2009

(dati Gallup).

WhatsApp down: dopo l’acquisizione da parte di Facebook l’app va in tilt per 4 ore

Corriere della sera

Dalle 19.30 alle 23.30 i 450 milioni di utenti del servizio di messaggistica si sono trovati “al buio”

app09-
BARCELLONA - «Mi stanno telefonando, se solo mi ricordassi come si fa potrei anche rispondere», ironizza così uno dei tanti utenti che si lamentava su Twitter per il blocco di WhatsApp. L’applicazione di messaggistica è stata fuori uso per quattro ore in tutto il mondo: si è bloccata ovunque dalle 19.30 circa e l’hashtag #whatsappdown ha scalato la lista dei più gettonati. Anche su Facebook non si è parlato d’altro: e proprio il recente matrimonio fra il social network di Mark Zuckerberg, che ha sborsato la bellezza di 19 miliardi di dollari, e l’applicazione è stato oggetto di battute e ipotesi sulla natura del blocco.


C’è chi ha dato la colpa a Zuckerberg e chi si chiede se non sia la dimostrazione dell’assurdità della cifra sborsata. Più probabile che si sia trattato di un problema tecnico - così come scritto sull’account @wa_status che ha fatto riferimento alle 21.15 a “problemi con i server” - mentre qualcuno ha ipotizzato che gli hacker abbiano voluto punire la decisione del fondatore dell’app. Jan Koum si è sempre detto contrario alla pubblicità e alle invasioni nella privacy degli utenti e il legame con Facebook ha fatto storcere il naso a molti.


23.30 circa il servizio è tornato attivo. In attesa di spiegazioni su cosa è successo, su Twitter arrivano le scuse: «We are so sorry...»

22 febbraio 2014 (modifica il 23 febbraio 2014)

Dieci anni di Anonymous

Corriere della sera

di Carlo Davide Lodolini





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