mercoledì 26 febbraio 2014

De Magistris: «Ho fatto miracoli per Napoli». E lancia la sfida: «Io e Pd contro Caldoro alla Regione»

Il Mattino

di Luigi Roano


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Salvare Napoli dal dissesto finanziario è l’obiettivo immediato e che gli sta togliendo letteralmente il sonno, è fiducioso, e non solo per il sostegno dal governo che pure si aspetta. Sul medio periodo, tuttavia, Luigi de Magistris, il sindaco, apre a nuovi scenari politici: è pronto a misurarsi con il Pd dentro il centrosinistra allargato, un mantra che il neopremier Matteo Renzi predica spesso e volentieri. «È un sindaco e anche il sottosegretario Delrio lo è, sanno cosa serve non a Napoli ma ai Comuni di tutto il Paese» dice a proposito del nuovo corso a Palazzo Chigi. Non più solo battitore libero, de Magistris, si candida, politicamente, a essere esponente del centrosinistra, al punto che in caso di primarie di coalizione del centrosinistra per conquistare la Regione ha pochi dubbi: «Sarebbe assurdo andare divisi contro Stefano Caldoro, serve in Regione una guida autorevole, c’è stato troppo immobilismo. Così come trovo incredibile che non si riesca a trovare un percorso condiviso con i democrat. Io sono pronto a un’alleanza politica ed elettorale e credo che la primavera sarà importante per capire tante cose»...

Allora sindaco, al netto della situazione finanziaria ereditata, ci si aspettava qualcosa in più dopo due anni e mezzo di governo. Per esempio sul riordino delle partecipate, sui rifiuti e altri servizi primari. Perché non ci sono stati passi in avanti?
«Penso esattamente il contrario. Rispetto alla situazione ereditata, pesantissima, senza precedenti, ho fatto miracoli. Se uno mi avesse chiesto se dopo due anni e mezzo avrei centrato risultati come l’acqua pubblica, l’internalizzazione del patrimonio, il riordino delle partecipate - e penso alla holding dei trasporti - e altri obiettivi come aver posto fine all’emergenza rifiuti, aver detto no alle esternalizzazioni, e per di più, in questo momento di crisi, non aver licenziato nessun dipendente, ebbene avrei risposto di no».

mercoledì 26 febbraio 2014 - 08:42   Ultimo agg.: 08:42




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Che De Magisris abbia
fallito è sotto gli occhi di tutti, ma leggendo i commenti quello che veramente mi spaventa è che c'è ancora gente che scrive SE IO AVREI!!! O_O
Commento inviato il 26-02-2014 alle 10:33 da Andrew77


autocelebrazione
tipica di certi personaggi...
Commento inviato il 26-02-2014 alle 10:32 da Giusi32


Destituite questo personaggio
Mettiamo su una Class Action o un referendum questo personaggio e' deciso nel voler distruggere la citta' incantando con parole vane.
Vedo con estrema curiosita' il giorno delle elezioni perche temo che con un colpo di coda questo personaggio riesca nuovamente a trovare l'appoggio di una parte amia dell'elettorato che si gambizzerebbe pur di non votare a destra....insomma i classici ideologici...
Cari auguri napoli, non vedo un futuro facile.
Commento inviato il 26-02-2014 alle 10:29 da Lifes


Il sindaco
Beh, ha risvegliato di sicuro la città...nell'ultimo anno ci sono stati milioni di turisti in più qui a Napoli rispetto agli anni scorsi, soprattutto nel periodo natalazio, ha portato i mega-yacht grazie al "Lungomare liberato" e liberandolo dallo smog, ha tolto i cumuli di monnezza dalle strade che arrivavano fino al secondo piano dei palazzi, ha portato il concetto della legalità in città grazie ai controlli assidui sui parcheggiatori abusivi....certo, ha fatto anche i suoi errori, ma senza soldi nelle casse non poteva fare di più, tenuto conto dello stato disastroso in cui ha lasciato questa città la Rosa Russo Iervolino. E non dimentichiamo che il governo centrale non gli ha dato di certo una mano, anzi...
Commento inviato il 26-02-2014 alle 10:15 da oplontis72


Ormai è fuori dalla realtà !
Sindaco,
non si limiti di andare allo stadio insieme al suo amico De Laurentiis quando viene a Fuorigrotta! Si faccia un giretto mentre è in corso la partita, o dopo, oppure al mattino seguente cosi' (forse) si renderà conto di come uno dei piu' bei Quartieri sia abbandonato a se stesso ed in pieno degrado.
Abbia almeno la decenza di tacere in rispetto dei cittadini.
Commento inviato il 26-02-2014 alle 10:15 da ilconformista


PROPAGANDA
I miracoli per la città li ha fatti San Gennaro ed è meglio non fare paragoni blasfemi, inoltre mi risulta che il candidato alla Regione sarà il sindaco De Luca, sperando che i Bassoliniani non vogliano votargli contro una seconda volta
Commento inviato il 26-02-2014 alle 10:13 da GiulianoFornari


meglio commissariare il comune
saremo finalmente liberi!!!!!
Commento inviato il 26-02-2014 alle 10:10 da morbillo64


Santo subito!!!
Sarà un miracolo se troverà qualcuno del PD disposto a dargli una chance di ricandidarsi sotto il loro simbolo. Fossi in lui chiederei a "Popolo e territorio" o "Noi Sud", lì avrebbe più possibilità.
Commento inviato il 26-02-2014 alle 10:10 da antoniodelollis


MA DI COSA SI VANTA QUEST'UOMO?
Mi chiedo di cosa abbia da vantatarsi, da quando si è insediato la situazione della città è peggiorata e di parecchio anche. Personalmente solo una cosa ha fatto in questi tre anni, il lungomare liberato che poi in realtà è unlungomare triste, abbandonato a se stesso, le periferie sono sempre più nel degrado, le strade sprofondano, i trasporti fanno pena, parcheggi sempre più cari, una battaglia solo contro gli automibilisti e lui si autosantifica anche? secondo me non ragiona più poverino aiutatelo.
Commento inviato il 26-02-2014 alle 10:09 da giuseppas



io ti ho votato
quanto me ne sto pentendo!stavolta perderai.
preferisco il movimento 5 stelle e'molto piu' coerente di te!
Commento inviato il 26-02-2014 alle 10:08 da morbillo64

Blackout di WhatsApp, crescono i rivali Line e Telegram

Corriere della sera

Dopo il down e l’acquisizione da parte di Facebook si avvantaggiano i concorrenti

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    Rivali di WhatsApp crescono. All’indomani dell’acquisto del servizio di messaggi da parte di Facebook e del pesante blackout del weekend, altre piattaforme di comunicazione annunciano picchi di crescita. Una di queste è la giapponese Line che ha affermato di aver aggiunto 2 milioni di iscritti - fra Europa e Usa - solo nelle 24 ore in cui WhatsApp era offline e ha anche appena smentito le voci di un presunto interesse da parte di SoftBank nei confronti della sua controllata Naver. La schiera delle app alternative a WhatsApp è ben nutrita e la concorrenza è destinata ad agguerrirsi non solo dopo la cifra da capogiro (19 miliardi di dollari) offerta da Facebook per comprarla ma soprattutto dopo l’annuncio di offrire oltre ai messaggi pure telefonate gratuite, tramite internet. Oltre a Skype, di Microsoft, e Viber, appena acquistata dal colosso giapponese dell’e-commerce Rakuten, è dall’Asia che arriva la maggior parte dei concorrenti. Line in testa, ma anche la coreana Kakao Talk e la cinese WeChat.


    WhatsApp, che nasce nella Silicon Valley, ha appena superato 450 milioni di utenti attivi mensili, con un incremento di 15 milioni dopo l’annuncio del matrimonio con il social network. Line è un buon concorrente, in particolare in Giappone, Taiwan e Thailandia, e afferma di avere oltre 350 milioni di utenti registrati. Anche in Europa spunta un potenziale rivale: il servizio di chat Telegram, tedesco, nel weekend ha annunciato via Twitter che stava registrando problemi di connessione in Europa a causa del boom di nuovi utenti (4 milioni in 36 ore). Ancora una volta in concomitanza col blackout di WhatsApp.

    26 febbraio 2014

    Perché siamo diventati così ignoranti

    Corriere della sera

    Google, Wikipedia e la Rete: un eccesso di informazione che minaccia la cultura

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    Internet, Google, Wikipedia e compagnia bella, si dice, distruggono o quanto meno minacciano la cultura, nonostante l’incredibile quantità di informazione che offrono o forse a causa di tale profluvio di informazioni. È una questione complessa, che va affrontata senza catastrofiche e nostalgiche condanne della nequizia dei tempi e senza passiva e giuliva acquiescenza ad alcun andazzo generale. Non è strano che la cultura possa essere indebolita da un eccesso di informazione che impedisce di selezionare e di riflettere e mette in difficoltà i tempi dell’autentica cultura, che non è cumulo di nozioni bensì capacità di critica e autocritica, passione e distanza. Cultura, diceva Lin Yutang, è amare e odiare con fondamento. È strano invece che a impoverirsi paurosamente sino al ridicolo sia l’informazione, anche la pura e semplice informazione priva di riflessione.

    È indubbio che oggi si disponga di strumenti incredibilmente veloci di informazione, come quelli offerti dai motori di ricerca. Questi ultimi sono un grande aiuto in ogni cosa, forniscono fulmineamente notizie e dati che altrimenti potremmo acquisire solo con un lungo, faticoso e incerto lavoro. Come tutti, accade anche a me di ricorrere spesso e utilmente, sia pure con l’aiuto materiale altrui, ai motori di ricerca per le cose di cui scrivo. Quelle informazioni, certo, non sono ancora cultura, ma ne sono la premessa. Ma stranamente oggi è proprio l’informazione a regredire paurosamente, come se, invece di disporre di strumenti così funzionali, vivessimo in un mondo senza comunicazione, senza libri, senza giornali, senza radio e tv, senza internet.

    Nel loro libro La cultura si mangia (Guanda) Bruno Arpaia e Pietro Greco citano impressionanti e comici esempi di incredibile ignoranza. Una deputata del Pd della scorsa legislatura, interrogata alla tv su che cosa sia una sinagoga, risponde: «È il luogo in cui le donne musulmane vanno a pregare il loro Dio». Cinquanta, forse anche cento anni fa, anche una persona analfabeta o quasi avrebbe saputo, sia pure rozzamente, che la sinagoga ha a che fare con gli ebrei. Un’altra esponente politica, alla domanda su chi sia Netanyahu risponde «il presidente dell’Iran». Qui il meccanismo è chiaro: avrà aperto una volta un giornale, avrà visto un titolo a grandi lettere tipo «Netanyahu protesta con l’Iran» o cose del genere, e allora nella sua testa i due termini si sono associati, come paglia, fieno, destra, sinistra nelle esercitazioni dei soldati di leva un secolo fa.

    Arpaia e Greco simpatizzano col centrosinistra, ma per equità non risparmiano l’ignoranza dovunque la trovino; ovviamente nel loro libro ci sono esempi altrettanto clamorosi che riguardano esponenti di centrodestra. Di recente Umberto Eco, sull’«Espresso», ricordava come nei quiz, trasmessi in tv in prima serata, alcune persone, indicate con nome e cognome, dimostravano di credere che Mussolini fosse ancora vivo alla fine degli anni Ottanta o Novanta. Il guaio forse peggiore è che queste persone non sono fuggite nel deserto a nascondere la vergogna per essere state colte in tale inconcepibile ignoranza; forse saranno state magari lusingate di essere apparse, sia pure con ludibrio, in tv. Ma possono consolarsi, perché sono in buona compagnia in tutto il mondo.

    È spesso la classe dirigente o quella che si ritiene tale o destinata a diventarlo, che affolla i banchi riservati agli scolari con le orecchie d’asino. Una giovane donna di famiglia ebraica, i cui bisnonni sono morti in un lager, dimostrava di sapere assai vagamente chi era Hitler. Quando insegnavo al Bard College, un grande college americano dove ha insegnato ed è sepolta Hannah Arendt, su 39 graduate solo uno sapeva chi era stato Tito e nove non sapevano chi era Stalin. È difficile capire come ciò possa succedere, visto che oggi è ancora più facile e rapido sapere chi era Stalin.

    Forse oggi c’è un grande squilibrio tra domanda e offerta, soprattutto in campo culturale. Pochissimi vanno in libreria a chiedere un libro per un loro reale interesse, pochi vanno in libreria con delle richieste personalmente motivate. In genere si va per chiedere ciò che viene prepotentemente offerto, e i motori di ricerca presuppongono un’iniziativa del consumatore, presuppongono che sia lui o lei a porre la domanda, anche se rispondono spesso scaricando a loro volta un’offerta gonfiata e dunque talora pure fuorviante. Ma neppure ciò spiega veramente come mai nell’epoca del saper tutto si sappia sempre meno.

    26 febbraio 2014

    Cile: spiegato il mistero del cimitero delle balene

    Corriere della sera

    I cetacei probabilmente intossicati da alghe tossiche e spiaggiati in 4 distinti episodi nel corso di migliaia di anni nel Miocene superiore

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    In Cile nel 2011, accanto alla Panamericana che attraversa il deserto di Atacama, durante gli scavi per allargare la strada i paleontologi fecero una scoperta straordinaria: un cimitero di balene risalente a 5 milioni di anni fa. Finora gli studiosi non riuscivano a spiegarsi come un simile numero di reperti del Miocene superiore potesse trovarsi in un solo luogo. Ora gli scienziati dello Smithsonian Institution, in una ricerca pubblicata su Proceedings of the Royal Society B, sono arrivati a una soluzione. Anzi quattro.

    ALGHE TOSSICHE - Secondo le analisi effettuate a Cerro Ballena (Collina delle balene, come è stato chiamato il sito), ci sono forti evidenze - ma non la «prova provata» - che i cetacei siano rimasti avvelenati da alghe tossiche. Le carcasse e gli animali morenti sono stati trasportati dalle onde e dalle correnti alle foci di un fiume, dove sono stati spiaggiati e poi ricoperti dalla sabbia. Questa moria di massa è avvenuta quattro volte nel corso di migliaia di anni, in un’area del deserto di Atacama ben conosciuta per la conservazione di resti fossili di balena.

    40 SCHELETRI - In tutto sono stati rivenuti una quarantina di scheletri appartenenti alla famiglia delle balenottere e altre specie estinte come il delfino a faccia di tricheco (Odobenocetops). Gli scienziati cileni e statunitensi hanno dovuto scavare con rapidità: la compagnia che aveva ricevuto in appalto i lavori aveva concesso loro solo due settimane prima di riprendere l’opera di allargamento della strada. In un tempo record, i paleontologi non solo hanno portato alla luce i resti, ma hanno allestito tutte le attrezzature per operare una scannerizzazione tridimensionale dei resti, per poterli studiare con più calma in seguito.


    QUATTRO EVENTI - Tutti gli scheletri erano quasi completi, e molti erano disposti nella stessa direzione e con il ventre in su. Le modalità di rinvenimento hanno subito fatto pensare a un evento rapido e che ha interessato diversi esemplari nello stesso tempo. Il fatto che non fossero disposti nello stesso livello, ma su più livelli sovrapposti ha indicato che si è trattato di quattro eventi distinti intervallati da migliaia di anni. L’ingestione di alghe tossiche è ancora oggi tra le principali cause degli spiaggiamenti di massa dei cetacei.

    26 febbraio 2014

    Noi, sopravvissute perché scambiate per gemelle»

    Corriere della sera

    di Federica Seneghini


    Andra e Tati


    FOTO-COVER-k4s--401x175@Corriere-Web-Sezioni11 mesi all'inferno

    «Entrare ad Auschwitz non è mai facile. Anche se sono passati 70 anni. Quando vedo da lontano la torretta, mi succede ogni volta, comincio a stare male. Ma vengo lo stesso ogni anno. Per non dimenticare. Poi, quando la visita finisce, ricomincio a respirare. E io posso tornare alla mia vita». Andra Bucci ha 74 anni e i capelli bianchi. Come la sorella Tati, 76. Quando parlano della loro vita nei campi di sterminio, dove vissero dal marzo 1944 al gennaio 1945, le loro storie si intrecciano e si completano. Sono racconti fatti di piccoli flashback. Una ricorda bene «i tedeschi», che arrivarono a «prenderci di notte nella nostra casa di Fiume». L'altra la «minuscola» cella nella Risiera di San Sabba, dove dovettero stare in otto, nell'attesa di essere deportati in Polonia. Erano due bimbe di 4 e 6 anni. Con i capelli castani a caschetto e gli occhi scuri, sembravano gemelle. A gennaio sono tornate ad Auschwitz insieme agli studenti, in occasione di un viaggio-studio organizzato dal Ministero dell'Istruzione in collaborazione con l'Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), pochi giorni prima della Giornata della Memoria, che ricorda la liberazione dei campi vicino a Cracovia, avvenuta il 27 gennaio 1945 da parte delle truppe dell'Armata Rossa. Per ripercorrere i luoghi dell'orrore della loro infanzia - le camere a gas, i crematori, le baracche e il muro delle fucilazioni - e raccontare le tappe dei loro 10 mesi nel campo dell'orrore.

    L'arresto
    Quella notte di fine marzo 1944, erano da poco passate le nove. Tati aveva i postumi della varicella. Lei, Andra, e il cugino Sergio de Simone, 7 anni - fuggito da Napoli insieme alla madre Gisella -, erano già a letto. Quando arrivarono i tedeschi, la madre Mira Perlow, sfollata in Italia dall'Ucraina, li svegliò e li vestì in fretta. In soggiorno c'era confusione. «Era pieno di gente», racconta Andra. Ma il ricordo indelebile per entrambe è quello della nonna Rosa, 61 anni, che si mise a piangere e si gettò per terra, aggrappata ai cappotti di questi uomini «altissimi». Implorò i soldati di prendere lei. Di lasciare stare i bambini. Ma fu inutile. I nazisti li portarono via tutti - donne e bambini-, a bordo di un auto «così grande che sembrava un carro armato». Iniziò un viaggio lungo quasi 1.000 chilometri. In treno, a bordo del convoglio numero 25T. Partirono da Fiume il 29 marzo. Arrivarono ad Auschwitz il 4 aprile. Con una fermata intermedia: la Risiera di San Sabba, il lager vicino a Trieste utilizzato dai nazisti per il transito, la detenzione e l'eliminazione di prigionieri politici e ebrei. Tati e Andra rimasero lì due giorni insieme alla famiglia. Poi il viaggio continuò fino ai lager diventati simbolo della Shoah. Paura? «No, non sapevamo ancora cosa volesse dire avere paura».

    Nei campi della morte

    Cattura
    Appena arrivate al campo, ricorda Tati, «ci fecero indossare vestiti grandi e sporchi». Poi «ci marchiarono con il numero che ancora oggi portiamo sul braccio. E che non abbiamo mai voluto cancellare». La nonna venne sistemata in un'altra fila, «insieme ai prigionieri destinati subito al gas». Nel lager le due bimbe videro la morte. I cadaveri bianchi e nudi che spuntavano dalla porta delle baracche dove venivano ammassati. La madre di giorno lavorava. «Ma ogni tanto riusciva a venire a trovarci. Quando ci vedevamo ci ripeteva sempre i nostri nomi. E questo ci permise di non diventare solo numeri, come volevano loro, e fu importante anche per ritrovarci dopo la liberazione».

    Salvate
    Con la madre ebrea e il papà cattolico, le bambine erano figlie di una «coppia mista». Secondo Marcello Pezzetti, direttore della Fondazione Museo della Shoah di Roma, potrebbe essere questo il motivo per cui Andra e Tati non furono uccise appena arrivate al lager, come accadeva agli altri bimbi. «Poi probabilmente - ipotizza Pezzetti - entrò in gioco anche un secondo fattore, decisivo per la loro salvezza: la loro somiglianza, così marcata che le due furono scambiate per gemelle. Furono tenute da parte insieme ad altri bambini-cavia, perché proprio sui gemelli il dottor Mengele conduceva i suoi feroci esperimenti». La strada della salvezza passò infine anche dai gesti della «kapò che si occupava del nostro blocco, che con noi era molto gentile», ricorda Andra. «Un giorno ci prese da parte e, senza spiegare perché, ci disse: "Domani vi chiederanno se volete rivedere la mamma, rispondete di no". Dicemmo a nostro cugino Sergio di fare la stessa cosa. Ma lui non ci diede retta. Quando effettivamente ci fecero quella domanda, noi ubbidimmo. Lui invece fu portato ad Amburgo. Anche lì venivano fatti esperimenti sui bambini. Poco prima dell'arrivo degli alleati, i nazisti li drogarono, li impiccarono e bruciarono i loro corpi. Non lo vedemmo mai più».
    La vita, dopo
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    Il 27 gennaio 1945, con la liberazione di Auschwitz, Andra e Tati furono portate a Praga. Un anno dopo, nell'aprile del '46, vennero trasferite in Inghilterra. La madre e la zia si salvarono e, alla fine, si ritrovarono. «La mamma da allora non ha mai voluto parlare di questa storia. Zia Gisella invece ha continuato a cercare Sergio. Solo nel 1983, un giornalista tedesco scoprì la fine che avevano fatto quei bambini. La zia però, fino alla sua morte, ha continuato a sperare. Sergio tornerà, diceva». Rancore? Voglia di vendetta? «Sono sentimenti che non ci appartengono», spiega Andra. La vita è continuata. Il matrimonio. I figli. I nipoti. «Abbiamo avuto il coraggio di tornare ad Auschwitz solo nel 2005. E poi ci siamo venute sempre, anche più volte all'anno. Il 21 gennaio scorso è stata la 23esima». E promettono: «Finché le forze ce lo permetteranno, continueremo a tornare».

    @fedesene

    Ratzinger: la mia rinuncia è valida, assurdo fare speculazioni

    La Stampa

    andrea tornielli (vatican insider)

    Benedetto XVI risponde con una lettera ad Andrea Tornielli: il nostro vaticanista gli aveva inviato alcune domande a proposito di presunte pressioni e complotti che avrebbero provocato le dimissioni



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    «Non c'è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino» e le «speculazioni» in proposito sono «semplicemente assurde». Joseph Ratzinger non è stato costretto a dimettersi, non l'ha fatto a seguito di pressioni o complotti: la sua rinuncia è valida e oggi nella Chiesa non esiste alcuna «diarchia», nessun doppio governo. C'è un Papa regnante nel pieno delle sue funzioni, Francesco, e un emerito che ha come «unico e ultimo scopo» delle sue giornate quello di pregare per il suo successore.

    Dal monastero «Mater Ecclesiae» dentro le mura vaticane, il Papa emerito Benedetto XVI ha preso carta e penna per stroncare le interpretazioni sul suo storico gesto di un anno fa, rilanciate da diversi media e sul web in occasione del primo anniversario della rinuncia. Lo ha fatto rispondendo personalmente a una lettera con alcune domande che gli avevamo inviato nei giorni scorsi, dopo aver letto alcuni commenti sulla stampa italiana e internazionale riguardanti le sue dimissioni. In modo sintetico ma precisissimo, Ratzinger ha risposto, smentendo i presunti retroscena segreti della rinuncia e invitando a non caricare di significati impropri alcune scelte da lui compiute, come quella di mantenere l'abito bianco anche dopo aver lasciato il ministero di vescovo di Roma.

    Come si ricorderà, con un clamoroso e inatteso annuncio, l'11 febbraio 2013 Benedetto XVI comunicava ai cardinali riuniti in concistoro la sua libera decisione di dimettersi «ingravescente aetate», per motivi di età: «Sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l'età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino». Annunciava anche che la sede apostolica sarebbe stata vacante a partire dalla sera del 28 febbraio: i cardinali si sarebbero riuniti per procedere con l'elezione del successore. Nei giorni successivi, Ratzinger faceva sapere che avrebbe mantenuto il nome di Benedetto XVI (che compare anche in calce alla fine della lettera), che si sarebbe definito d'ora in avanti «Papa emerito» (come risulta anche dall'intestazione a stampa della stessa lettera) e avrebbe continuato a indossare l'abito bianco, anche se semplificato rispetto a quello del Pontefice, vale a dire senza la mantelletta (chiamata «pellegrina») e senza la fascia.

    Nel corso dell'ultima udienza del mercoledì, il 27 febbraio 2013, in una piazza San Pietro inondata di sole e gremita di fedeli, Benedetto XVI aveva detto: «In questi ultimi mesi, ho sentito che le mie forze erano diminuite, e ho chiesto a Dio con insistenza, nella preghiera, di illuminarmi con la sua luce per farmi prendere la decisione più giusta non per il mio bene, ma per il bene della Chiesa. Ho fatto questo passo nella piena consapevolezza della sua gravità e anche novità, ma con una profonda serenità d’animo. Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

    E aveva aggiunto che il suo ritirarsi, «nascosto al mondo», non significava «ritornare nel privato». «La mia decisione di rinunciare all’esercizio attivo del ministero - aveva detto - non revoca questo. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze eccetera. Non abbandono la croce, ma resto in modo nuovo presso il Signore Crocifisso. Non porto più la potestà dell’officio per il governo della Chiesa, ma nel servizio della preghiera resto, per così dire, nel recinto di San Pietro».

    Proprio queste parole circa il suo voler restare «nel recinto di San Pietro» hanno fatto ipotizzare ad alcuni che la rinuncia non sia stata davvero libera e dunque valida, quasi che Ratzinger si fosse voluto ritagliare un ruolo di «Papa ombra», cioè quanto di più lontano dalla sua sensibilità si possa immaginare. Dopo l'elezione di Francesco, le novità del suo papato, la scossa che sta portando alla Chiesa con la sua parola e la sua testimonianza personale, era fisiologico che alcuni - com'è sempre peraltro accaduto in occasione di un cambio di pontificato - lo contrapponessero al predecessore. Una contrapposizione che lo stesso Benedetto XVI ha sempre rifiutato. Nelle ultime settimane, con l'avvicinarsi del primo anniversario della rinuncia, c'è chi è andato oltre, ipotizzando persino l'invalidità delle dimissioni di Benedetto e dunque un suo ruolo ancora attivo e istituzionale accanto al Papa regnante.

    Lo scorso 16 febbraio, chi scrive ha inviato al Papa emerito un messaggio con alcune specifiche domande in merito a queste interpretazioni. Due giorni dopo è arrivata la risposta. «Non c’è il minimo dubbio - scrive Ratzinger nella missiva - circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino. Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde». Del resto, che la possibilità di dimettersi fosse tenuta in considerazione da molto tempo era ben noto alle persone più vicine a Ratzinger, e da lui stesso confermata nel libro intervista con il giornalista tedesco Peter Seewald («Luce del mondo», 2010): «Se un Papa si rende conto con chiarezza che non è più capace, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, di assolvere ai doveri del suo ufficio, allora ha il diritto e, in alcune circostanze, anche l'obbligo, di dimettersi».

    È stato inevitabile, un anno fa, dopo l'annuncio - mai un Papa in duemila anni di storia della Chiesa aveva rinunciato per anzianità - collegare questo clamoroso gesto al clima mefitico di Vatileaks, dei complotti nella Curia romana. Tutto il pontificato di Benedetto XVI è stato una via Crucis, e in particolare gli ultimi anni: prima a motivo dello scandalo della pedofilia, da lui coraggiosamente affrontato senza incolpare le lobby o i «nemici esterni» della Chiesa, ma piuttosto la «persecuzione», il male che viene dal di dentro della Chiesa stessa. E poi a motivo della fuga di documenti prelevati dalla scrivania papale dal maggiordomo Paolo Gabriele. La rinuncia è stata dunque collegata a questi contesti. Ma Benedetto XVI aveva spiegato, sempre nel libro-intervista con Seewald, che non si lascia la nave mentre il mare è in tempesta. Per questo prima di annunciare le dimissioni, decisione presa da tempo e confidata ai più stretti collaboratori con mesi d'anticipo, Ratzinger ha atteso che la vicenda Vatileaks, il processo a Gabriele e l'inchiesta affidata ai tre cardinali si fossero conclusi. Soltanto dopo ha lasciato.

    Nella lettera che ci ha inviato, il Papa emerito risponde anche alle domande sul significato dell'abito bianco e del nome papale. «Il mantenimento dell’abito bianco e del nome Benedetto - ci ha scritto - è una cosa semplicemente pratica. Nel momento della rinuncia non c’erano a disposizione altri vestiti. Del resto porto l’abito bianco in modo chiaramente distinto da quello del Papa. Anche qui si tratta di speculazioni senza il minimo fondamento». Una chiara e quanto mai significativa testimonianza di questa affermazione, Benedetto XVI l'ha data sabato scorso, nel giorno del concistoro al quale era stato invitato da Francesco. Ratzinger non ha voluto un posto appartato e speciale, si è seduto in una sedia uguale a quella dei cardinali, in un angolo, nella fila dei porporati vescovi. Quando Francesco all'inizio e poi alla fine della cerimonia gli si è avvicinato per salutarlo e abbracciarlo, Benedetto si è tolto dal capo lo zucchetto per riverenza, e anche per attestare pubblicamente che il Papa è uno solo.

    Nelle scorse settimane il teologo svizzero Hans Küng aveva citato alcune parole contenute in una lettera ricevuta da Benedetto XVI e riguardanti Francesco. Parole ancora una volta inequivocabili: «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco. Io oggi vedo come mio unico e ultimo compito sostenere il suo Pontificato nella preghiera». Qualcuno, sul web, ha provato a mettere in dubbio l'autenticità della citazione o comunque ne ha paventato un uso strumentale. Anche di questo abbiamo chiesto conferma al Papa emerito: «Il prof. Küng ha citato letteralmente e correttamente le parole della mia lettera indirizzata a lui», ha precisato in modo lapidario. Prima di concludere con la speranza di aver risposto «in modo chiaro e sufficiente» alle domande che gli avevamo posto.

    Caracas, nei supermercati del popolo lo spettro del razionamento

    La Stampa

    paolo manzo

    File decuplicate nei magazzini che Chavez aveva voluto per contrastare la diseguaglianza nel suo Paese: “S’informa la gentile clientela che a partire da lunedì 10 febbraio 2014 le vendite saranno controllate con la carta d’identità: potrete solo comperare nei giorni stabiliti dall’ultimo numero del vostro documento d’identità”


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    Se c’è una conquista per cui tutti gli abitanti dei ranchitos, le favelas che cingono dall’alto Caracas, sono ancora oggi enormemente grati a El Comandante Chávez, è quella dei Pdval e dei Mercal, i supermercati del popolo gestiti dallo stato bolivariano. A prezzi controllati e, dunque, molto più bassi di quelli dei supermercati privati. Qui negli ultimi anni milioni di poveri che vivono sulle alture che dominano la capitale e nelle periferie delle principali città del Venezuela – da Barquisimeto a San Cristobal, da Valencia a Maracaibo – potevano comprare polli ed olio di girasole, latte ed ortaggi, farina e fagioli spendendo quel poco che avevano in tasca. E non importava se, soprattutto nei Pdval dove i prezzi sono ancor più bassi dei Mercal, a volte i polli erano finiti e bisognava fare un po’ di fila: quando non hai di che mangiare questi sono solo dettagli ed il tuo tempo vale molto meno della tua fame. 

    Ebbene, anche la conquista numero uno de El Comandante, di cui tra una settimana ricorre il primo anniversario della sua morte – in mezzo c’è un Carnevale che si preannuncia molto teso - quella dei supermercati del popolo sta scricchiolando vistosamente: lo spettro del razionamento è infatti già una realtà mentre l’introduzione della tessera alimentare, la stessa abolita lo scorso anno a Cuba, rappresenta un’ipotesi sul tavolo di Nicolás Maduro, che guida con sempre maggiori problemi il paese. 

    La realtà vera, non quella ormai polarizzata tra bolivariani ed anti-bolivariani, è che sempre più spesso all’entrata dei Pdval si leggono messaggi come questo, esposto in un supermercato del pueblo di Caracas nei primi giorni dell’anno: “S’informa la gentile clientela che a partire da lunedì 10 febbraio 2014 le vendite saranno controllate con la carta d’identità che dovrà essere presentata in cassa. Potrete solo comperare nei giorni stabiliti dall’ultimo numero del vostro documento d’identità: il lunedì chi ha l’1 o il 2, il martedì chi ha il 3 o il 4, il mercoledì il 5 o il 6, il giovedì il 7 o l’8, il venerdì il 9 o lo 0 mentre, il sabato, l’ingresso è libero a tutti. Segnatevi i giorni per evitare inconvenienti e scusateci per il danno arrecato”. 

    Naturalmente, rispetto a quando c’era El Comandante, le file sono decuplicate e se prima erano di massimo 30 minuti, adesso non appena corre voce che è arrivato un camion di pollo o un pallet di latte, al Pdval dell’angolo si creano veri e propri assembramenti. Per questo c’è chi ha affisso gli annunci di cui sopra mentre è già operativo in alcuni dei supermercati del pueblo il “chip elettronico” che entro fine marzo sarà esteso a tutta la rete di vendita per impedire a chiunque ed ovunque l’accesso, più di una volta a settimana, a questa spesa a “prezzi giusti”.

    In molti Pdval e Mercal, già da mesi l’acquisto di carne di pollo era già limitato a due unità o ad un chilo ma non bastava. Da ora in poi “con il chip l’obiettivo è evitare l’accaparramento dei beni di consumo base e preservare gli inventari a livello statale” spiega Iván Bello, presidente della rete dei Pdval. Se a ciò si aggiunge il florido contrabbando verso la Colombia, dove gli stessi prodotti possono essere rivenduti a prezzi quintuplicati ed il record dell’indice di scarsità sugli scaffali di tutti i supermercati, compresi quelli privati, che ha sfiorato il 30% negli ultimi giorni, ben si capisce come quello del consumo, o per meglio dire della sua mancanza con annesse difficoltà a fare la spesa, sia un fattore che ha tolto molto gradimento al governo Maduro, anche in quelle zone che prima erano un feudo esclusivo della rivoluzione bolivariana. 

    Ieri il presidente ha convocato una riunione alla quale hanno assistito tutti i governatori, compresi i due dell’opposizione. Mancava però il più importante, il leader dell’opposizione Henrique Capriles che continua a chiedere a gran voce la liberazione di Leopoldo López, “uno dei nostri tanti prigionieri politici”. E mentre il saldo dei morti continua a crescere – 15 al momento – nel mirino delle accuse delle madri e dei parenti delle vittime c’è sempre più spesso la violenza selettiva della Guardia Nazionale Bolivariana, la GNB appoggiata nelle violenze da gruppi di motorizzati armati sino ai denti. Nel Tachira, stato al confine con la Colombia dove l’opposizione al regime bolivariano è tradizionalmente forte, da qualche giorno volano in assetto di guerra numerosi caccia Sukhoi, mentre alcuni edifici della capitale San Cristobal sono stati presi di mira con razzi bengala da gruppi della GNB e un uomo è morto. 

    Sia governo che opposizione si dicono concordi nel coinvolgere la Chiesa cattolica per riprendere il dialogo e far cessare le violenze il cui saldo, oltre ai morti, è di oltre 700 arresti, 18 studenti torturati, barricate pressoché ovunque nel paese. Due giorni fa, poi, mentre tutti a parole parlano di pace ha fatto la sua apparizione un fantomatico Movimento Autonomista della Destra Liberale in Venezuela (MDL) il cui obiettivo è espressamente “la secessione degli stati di Táchira, Mérida, Lara, Carabobo, Nueva Esparta e Zulia, per porre fine ai massacri compiuti e a quelli che il regime ha intenzione di commettere, mediante un plebiscito”. 

    Facebook dice addio al servizio mail, privacy nuovamente a rischio

    Il Mattino


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    ROMA - Flop per il servizio mail di Facebook e il social network fa marcia indietro. Forte dell'acquisizione di WhatsApp, Facebook 'pensiona' il suo servizio di posta elettronica e punta sui messaggi. Il social network ha deciso di chiudere il servizio che assegnava agli iscritti un indirizzo di posta '@facebook.com', lanciato tre anni fa, perché poco utilizzato.

    Le mail inviate a quegli indirizzi verranno inoltrate all'indirizzo di posta elettronica con cui ci si è iscritti alla piattaforma, automatismo che potrebbe scatenare nuove proteste sulla privacy.


    martedì 25 febbraio 2014 - 13:02

    Scontrino con insulto per sette clienti

    Corriere della sera

    Nel conto del ristorante «Olivo», sul Liston, un imprenditore marchigiano ha trovato la voce: «str...». Il titolare: avvilito


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    VERONA - «Un Valpolicella per sette str...». L'insulto se lo sono visti stampati sullo scontrino del ristorante dove avevano appena consumato un pasto in compagnia, nel cuore di Verona. Sette turisti marchigiani hanno avuto un'amara sorpresa al momento di pagare il conto del ristorante «Olivo» di Verona, nel cuore del centro storico della città di Giulietta, in pieno Liston. Il gesto non è una bravata, ma una ripicca di un cameriere del locale che si è sentito offeso da una frase di troppo da parte del gruppo, indirizzata proprio a quella bottiglia di Valpolicella. Il gruppo, che era in città per la fiera Progetto Fuoco, e che contava sette tra imprenditori e fornitori dell'area di Fabriano, ha ricevuto lo scontrino e ha immediatamente protestato.

    La pizzeria «Olivo» e gli «str...»
     

    «Fortunatamente la vicenda oggi si è conclusa, con le scuse del proprietario - spiega Morgan Clementi, che a Fabriano è anche presidente del comprensorio fabrianese di Confindustria Ancona -. Quella sera hanno tentato di minimizzare la questione, dicendo che era una bravata tra camerieri, assolutamente non rivolta a noi. E che comunque non c'era il titolare. Ma il fatto rimane di una gravità inaudita. Lo hanno capito e si sono scusati». Non solo: in arrivo anche una bottiglia di vino e un invito a cena, da parte del titolare Michael Cortelletti per riparare all’accaduto. «Preferiamo dare i soldi della cena in beneficenza, aiutando chi ne ha bisogno», ha deciso Clementi che, allo stesso tempo, ha promesso a Cortelletti che continuerà a pranzare nel ristorante. Per il cameriere-ribelle, invece, è stata riservata una «strigliata», ma, per ora, come confermano dall’Olivo, non rischia il posto di lavoro: lui stesso ha scritto un'altra lettera di scuse ai clienti offesi qualche giorno prima.

    24 febbraio 2014 (modifica il 25 febbraio 2014)

    In treno, un modo insolito e autentico per viaggiare negli States

    Il Messaggero

    di Marco Berchi


    Dal mitico Southwest Chief (colpito dalla crisi) alle tratte sull'East Coast
     

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    Salire su un treno negli Stati Uniti è un’esperienza da fare non appena si decide di uscire dai modi di viaggiare più consueti in quel grande Paese. La rete ferroviaria americana non è ad alta velocità, non ci sono convogli paragonabili con le Frecce italiane, le stazioni non sono niente di che ma il servizio è comunque buono e accurato come ho avuto modo di sperimentare ancora una volta qualche giorno fa viaggiando tra New York e Baltimore, dove sono andato a salutare una famiglia di amici. Il servizio ferroviario prevalente è assicurato (con ampi sussidi federali) da Amtrak, ed è sui suoi treni che ho spesso viaggiato, sia sulla direttrice della East Coast, che scende da Boston, sia su quella Ovest, nel caso specifico tra Los Angeles e San Diego, in California.

    La caratteristica più forte del viaggio in treno negli Usa — ma forse in tutto il mondo… — è la possibilità di immergersi più profondamente nella vita della gente, di fare incontri, di chiacchierare, di vedere paesaggi e centri abitati da una prospettiva unica e diversa. E se tra famigliole e professionisti che popolano i convogli tra Washington, Philadelphia, New York e Boston si vede molto della middle class americana, è sui lunghi tragitti che si fanno le esperienze più interessanti.

    Per questo ho letto con preoccupazione quanto riportato da Francesco Semprini su La Stampa a proposito del Southwest Chief, il treno che ogni giorno parte da Chicago e raggiunge a Los Angeles (e viceversa), 3645 chilometri e 42 ore dopo. Pare che ci siano difficoltà a sostenere economicamente quella linea, che ha segnato la storia degli Stati Uniti e che un po’ ha segnato anche la mia.
    Nell’estate del 2012 ho infatti trascorso sul Southwest Chief alcune delle mie più significative ore di viaggio con un tragitto spezzato in due tappe e con una sosta di alcuni giorni in New Mexico. Personaggi curiosi e paesaggi maestosi, servizio di bordo semplice ma cordiale e gradevole, lunghe ore nella carrozza panoramica dove un po’ tutti erano impegnati a prendere appunti di viaggio. Nella fotogallery collegata a questo articolo troverete alcune immagini di quel viaggio.

    La Southwest non è l’unica linea epica di Amtrak. La più bella è probabilmente quella percorsa da Empire Builder, che da Chicago, costeggiando il confine canadese, va fino a Seattle. E che dire di Sunset Limited da New Orleans a Los Angeles? Come dicevo, il treno è un mezzo di trasporto «strano» in un’America dalle grandi distanze quotidianamente sorvolata da migliaia di voli e percorsa da direttrici stradali ideali per il fly and drive turistico. Salire su un Amtrak è quindi una scelta non banale, non costosa ma nemmeno cheap (4 ore tra Boston e la Grande Mela costano circa 140 dollari), consigliata a chi cerca un modo nuovo per vedere gli Usa.

    A cominciare dalle stazioni. Nulla a che fare con i lustrini degli aeroporti; molte sono sotterranee, ai binari si accede solo all’ultimo minuto attraverso gates simili a quelli aeroportuali, ma le sale d’attesa sono pulite e a disposizione di tutti e non solo dei vip titolari di qualche card, facchini gratuiti e gentilissimi aiutano con i bagagli. A bordo, come si diceva, c’è buon confort anche se l’età media delle carrozze non è bassa; i sedili sono comodi anche nella classe base «reserved coach», ci sono le prese per le ricariche.Sui convogli a lungo raggio si può scegliere la formula economica del solo posto a sedere ma è consigliabile optare per una tra le diverse soluzioni di cabine. Con un po’ di attenzione: la «roomette» adatta anche a due persone è bene prenotarla per una sola mentre nella «bedroom» si sta davvero comodi in due.

    Sempre sui lunghi tragitti, le soste nelle piccole, remote località sono spesso lunghe. Così si può scendere e curiosare tra i banchetti che la gente del posto normalmente allestisce lungo il marciapiede della stazione, dato che l’arrivo del treno, specialmente in molti villaggi delle grandi pianure è ancora un evento come ai tempi della conquista del west.

    I NOSTRI CONSIGLI
    Alcuni tour operator italiani propongono pacchetti che comprendono viaggi in treno con Amtrak. Tra questi Auratours (http://www.auratours.it) ha un pacchetto fly and train sulla Costa Est.
    Per chi ama il fai-da-te i biglietti sono acquistabili su internet sul sito www.amtrak.com.

    Il film di casa Madia pagato con soldi pubblici

    Paolo Bracalini - Mer, 26/02/2014 - 08:30

    Dalla Regione Lazio 315mila euro alla pellicola in cui recita il ministro, prodotta dal marito

    «Tanto torna. Tornano tutte» dice la bionda al fianco di Francesco Mandelli, famoso interprete dei Soliti Idioti.


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    Una piccola particina nel film anche per quella bionda elegante, che poi è Marianna Madia, renziana dell'ultima mezz'ora, nonché ministro della Pubblica amministrazione del primo governo Renzi. La pellicola dove esordisce la ministra, già lettiana, veltroniana, bersaniana e vicina di banco alla Camera di D'Alema (che prima di essere rottamato fece in tempo a impressionarla: «D'Alema è un grande, sapete sa l'Iliade a memoria...»), è Pazzi di me, commedia stereotipata sul mondo femminile diretta dal regista, anche lui renziano, Fausto Brizzi («Io e Matteo siamo la generazione Goldrake. Ci accomunano molti valori e non ci divide niente»).

    Film poco premiato dal pubblico e dalla critica, ma perlomeno premiato dalla Regione Lazio, guidata dal governatore Pd Nicola Zingaretti. Che nella determina del 17 dicembre 2013, con oggetto «Interventi regionali per il cinema e l'audiovisivo, impegno di spesa di 10.000.000», elenca i beneficiari del sussidio regionale, con relativo importo. E al film del regista renziano Brizzi, con cameo della ministra renziana Madia, la Regione Lazio assegna un contributo di 315.895 euro. Non al regista, per la precisione, ma alla società di produzione di Pazzi di me, cioè la Wildside Srl. Chi la guida? Lo stesso Brizzi, insieme ad altri tre soci: Lorenzo Mieli (fondatore di Wilder, figlio di Paolo Mieli presidente di Rcs libri), il regista Marco Martani e il produttore Mario Gianani.

    Quest'ultimo è anche il marito della ministra Madia, soave comparsa del film del renziano Brizzi (il suo loft nel quartiere etnochic di San Lorenzo a Roma è tappa fissa per Renzi in trasferta) finanziato dalla Regione Lazio. Nei 10 milioni di euro distribuiti dalla direzione regionale Cultura e Politiche giovanili ci sono molte altre pellicole. Anche La mafia uccide solo d'estate, prodotto dalla stessa Wildside e diretto dal regista, esordiente ma anche lui renziano, Pif - un habitué della Leopolda poi finito sul palco di Fazio a Sanremo -, ha ricevuto apprezzamento e sostegno economico dalla Regione Lazio, ma un po' meno: 112.361 euro. Molte altre le opere finanziate con generosità dalla Regione Lazio, che pure naviga tra debiti e buchi di bilancio. Tra gli altri, 399mila euro alla Palomar Spa, per la produzione di Il commissario Montalbano, interpretato da Luca Zingaretti, fratello maggiore del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.

    La Madia dovrà affrontare uno dei capitoli su cui Renzi punta di più, la riforma (o rivoluzione) della Pubblica amministrazione italiana. Dovrà dunque dimostrare di non essere una «raccomandata», come la accusano i detrattori, anche dentro il partito (la bersaniana Chiara Geloni, ex direttore della web tv del Pd, in una lettera aperta le ha rinfacciato di aver circumnavigato tutte le correnti Pd). Quelli che nelle ore, anzi nei minuti, dopo la sua nomina a ministro, sul web si sono subito scatenati, ricordando il suo passato fidanzamento con Giulio Napolitano, figlio del presidente della Repubblica (non ancora al momento della liaison) o le amicizie influenti, o la capacità di surfare tra le correnti Pd ritrovandosi sempre in quella vincente. Tutta invidia.

    La Corea del nord vista dallo spazio: un buco nero senza luce

    Corriere della sera

    Il buio regna nello Stato del dittatore Kim Jong-un e della sua dinastia rossa accusata dall’Onu di crimini contro l’umanità

    Cattura
    È come se un buco nero avesse improvvisamente inghiottito un pezzo di crosta terrestre e fatto diventare la Corea del sud una penisola sospesa tra il mar Giallo a sud-ovest e il mar del Giappone a nord-est. E 122 mila chilometri quadri di superficie fossero spariti nell’oscurità. Sono impressionanti le immagini riprese lo scorso 30 gennaio (ma rese note il 24 febbraio) durante un sorvolo della Stazione spaziale internazionale sopra la penisola coreana: la parte nord semplicemente è immersa nel buio.

    CONTRASTO - Le immagini sono ancora più stridenti se si osserva l’opulenza di luci della parte sud, dominata dalla grande macchia luminosa non lontano dal confine, che rappresenta Seul e la sua area metropolitana che ospita 25,6 milioni di abitanti. Anche la Cina nella parte settentrionale e a ovest appare molto illuminata. In mezzo al buio c’è solo una macchiolina: è la capitale nordcoreana Pyongyang, che di notte sembra un’isoletta in mezzo al nero inchiostro dell’oceano Pacifico anche se è abitata da 3,26 milioni di abitanti (ultimi dati ufficiali del 2008). Le emissioni luminose di Pyongyang sono paragonabili a quelle di una piccola cittadina sudcoreana. Anche le coste (specie quella orientale) della Corea del sud sono molto illuminate e quindi ben delineate, mentre nella controparte nord sono indistinguibili.

    Il buio sopra la Corea del nord (25/02/2014)
       PYEONGCHANG - Da notare nella foto in apertura di articolo la traccia che da Seul arriva a est al mare: sulla costa c’è la città di Gangneung e appena all’interno la macchiolina luminosa è Pyeongchang: i luoghi dove dal 9 al 25 febbraio 2018 si terranno le prossime Olimpiadi invernali.


    ENERGIA - Questa foto evidenzia lo stato di miseria che regna nella nazione guidata con pugno di ferro dal dittatore Kim Jong-un e dalla sua dinastia rossa, che un recente rapporto Onu ha giudicato «colpevole di crimini contro l’umanità». Miseria sottolineata dal consumo di energia pro capite, come riporta la Nasa: nel sud 10.162 kilowatt, nel nord 739, quasi quattordici volte in meno.

    25 febbraio 2014