giovedì 27 febbraio 2014

Il canone Rai e gli strozzini legalizzati

Vittorio Feltri - Gio, 27/02/2014 - 14:54

La sovrattassa della tv pubblica è roba da strozzini

Non mi ero mai occupato, se non a livello politico, del canone Rai (un tempo si chiamava abbonamento) che ammonta a 113,50 euro.


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Mi sono limitato a pagarlo; un anno, non ricordo quale, addirittura due volte, per errore. È diventato come il bollo dell'automobile, una tassa di possesso. Hai una vettura? Versi un obolo commisurato alla potenza del motore, e zitto. Hai un televisore di qualsiasi tipo? Idem, versi un altro obolo e via andare. Non c'è discussione. Giusto o sbagliato? Non lo so. Ma so che i servizi pubblici costano e da qualche parte i soldi per finanziarli bisogna farli saltare fuori. Ovvio, dalle nostre tasche, e così sia. Alcuni giorni fa, tuttavia, apprendo un particolare curioso: chi non ha sborsato la somma dovuta all'ente televisivo (che non è azzardato definire statale, anche se formalmente non lo è) entro il limite massimo del 31 gennaio, ha facoltà di rimediare. Come? Semplice, sganciando oltre al canone base (113,50 euro, meglio ribadirlo), una sovrattassa di 4,40 euro. Ma deve affrettarsi a farlo prima che finisca febbraio. In caso di altro ritardo, la sovrattassa si raddoppia.

Raccontata così, la storia non scandalizza. Cosa vuoi che siano 4,40 euro in più per un mesetto? Oppure 8,80 euro per due mesetti? Effettivamente, non sono cifre sbalorditive per chi abbia un reddito decente e una memoria poco efficiente, al punto da non ricordare che le scadenze vanno rispettate rigorosamente se non si vuole incorrere in sanzioni. Fin qui spero mi abbiate seguito. Ora però, analizzando nei dettagli la questione, vediamo che si tratta di strozzinaggio della più bell'acqua. Ripetiamo ancora. L'importo nudo e crudo richiesto da Viale Mazzini è di 113,50 euro. Se per qualche giorno di ritardo nel saldo della mia pendenza - facciamo pure 30 dì - sono costretto ad aggiungere, per punizione, altri 4,40 euro, significa che la Rai mi impone un interesse annuo sul debito, perché di debito di tratta, grosso modo del 50 per cento. Infatti, se moltiplichiamo 4,40 euro per 12, arriviamo a 52,80 euro. Una somma stratosferica se si tiene conto dell'entità dello scoperto, cioè 113,50 euro.

Se la Rai, invece di essere un'azienda pubblica, fosse una banca o una ditta privata, il titolare o il rappresentante legale filerebbe diritto in galera per usura, reato gravissimo. Conosco già l'obiezione che qualcuno azzarderà leggendo le presenti note: la sovrattassa di 4,40 euro non è l'interesse mensile su un prestito, bensì una sorta di mora, una sanzione pecuniaria. Ma stiamo scherzando? Giochiamo con le definizioni più o meno edulcorate, con gli eufemismi burocratici? Guardiamo alla sostanza. Non ci piace il termine sovrattassa? Non ci piace neppure il sostantivo interesse? Usiamo un'altra parola: va bene Giacomina? Non cambia nulla ai fini pratici. Perché 4,40 euro a fronte del ritardo di un mese nel versamento di 113,50 euro sono un'enormità che sconfina abbondantemente nello strozzinaggio. Se io, caro lettore, ti presto poco più di 100 euro e dopo 30 giorni pretendo da te 4,40 euro d'interessi (che dopo un anno diventerebbero 52,80) sono un cravattaro, dato che esigo quasi il 50 per cento annuo del totale del credito.

La faccenda sembra più complicata di quanto non sia. Ed è per questo che nessuno ci bada, preferendo pagare e amen. Ma è la dimostrazione che lo Stato pratica sistemi criminali a danno dei cittadini, i quali invece, se devono riscuotere da esso del denaro, campa cavallo. Non solo non incassano per anni e anni. Ma quando finalmente vengono in possesso di quanto spetta loro, si beccano ridicoli interessi legali. Vano protestare. La legge che punisce l'usura è uguale per tutti, tranne che per la pubblica amministrazione. Poi c'è chi ci fa la predica perché non siamo animati da amor di Patria.

Ex ministra scortata per cambiare telefono

Romana Liuzzo - Gio, 27/02/2014 - 14:59

Cosa ci faceva la Cancellieri alla Tim di piazza Colonna, scorta e marito compresi?


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Cosa ci faceva l'ex ministro dell'Interno, Anna Maria Cancellieri alla Tim di piazza Colonna, scorta e marito compresi? Finito il mandato, l'ex responsabile del dicastero nel governo Monti, magari avrà dovuto cambiare il numero di telefono.

Curioso che per farlo abbia avuto bisogno non solo del sostegno del coniuge, ma anche di quello della sicurezza.

Criticò osteria su Tripadvisor: docente verso il processo

Corriere della sera

L'utente definì il vino «avariato» in una recensione


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BOLOGNA - Per i più agguerriti difensori della libertà di espressione 2.0 è il primo caso di censura online, mentre per i numerosi detrattori dei siti specializzati in recensioni, solo la logica conseguenza di un eccesso di democrazia sul web. Comunque andrà, la decisione del giudice costituirà un precedente destinato a fare scuola nel mondo scivoloso delle recensioni online a cura degli utenti. Una professoressa dell’Alma Mater rischia infatti di finire a processo per una recensione su Tripadvisor ritenuta diffamatoria dai titolari di una nota osteria del centro. Interrogata dai carabinieri, si è difesa strenuamente invocando la libertà di espressione e il diritto di critica. Ha spiegato le sue ragioni in una memoria depositata dall’avvocato Amalia Lamanna ma a quanto pare non è bastato. Il pm Antonello Gustapane ha inviato alla docente un avviso di fine indagine, passaggio che di solito precede la richiesta di rinvio a giudizio. Un caso senza precedenti, almeno in Italia. Con tutti gli internauti che si improvvisano critici enogastronomici prima o poi doveva accadere.

È successo alla docente bolognese, assidua frequentatrice di Tripadvisor tanto da guadagnarsi il grado di «top reviewer» con più di 70 recensioni di alberghi e ristoranti di mezzo mondo. Quella che l’ha messa nei guai risale al giugno 2012. Dopo una cena affidò a Tripadvisor la sua pesante stroncatura: «Non è ammissibile essere serviti dopo ore e male solo perché "il locale è famoso e la gente fa la fila per entrare". E, soprattutto, non è ammissibile presentarsi per tre volte di fila e ricevere vino imbevibile. Non parlo di vino cattivo, no, parlo di vino avariato, roba da creare problemi di salute. E questo non una sola volta, ma più volte di seguito».

Toni non proprio distesi e giudizi sulla salubrità del vino che hanno indispettito gli osti, decisi a tutelare il buon nome del locale contro quella che non ritengono una semplice critica negativa. «Il commento è stato approvato dai gestori di Tripadvisor che evidentemente non l’hanno ritenuta diffamatoria, tanto che è ancora lì — dice l’avvocato Lamanna —. Inoltre l’oste ha accettato il regolamento del sito e quindi doveva accettare anche una critica negativa che riguardava un vino che peraltro non producono. L’espressione usata rientra nel diritto di critica, che va sempre difeso».

La docente ha preferito non commentare una vicenda che le sta procurando parecchi problemi. Dopo la pioggia di solidarietà ricevuta dagli utenti pare sia finita nel mirino dei blog di osti e ristoratori. In un eventuale processo, la difesa potrebbe chiamare a testimoniare i gestori di Tripadvisor, anche se il sito è rimasto fuori da questa vicenda da cui però prende le distanze: «I nostri termini di utilizzo segnalano chiaramente che chiunque posti contenuti sul sito accetta di non usare materiale diffamatorio. Ogni volta che un’accusa del genere viene portata alla nostra attenzione, esaminiamo il contenuto e, se viola le nostre linee guida, provvediamo alla rimozione». Di più da Londra, dove si trova la sede legale del sito, non dicono. Ai giudici l’ardua sentenza.

27 febbraio 2014

Ester Bonafede, assessore siciliano da 5.440 € al mese: "Un paradosso, meno di un commesso"

Il Mattino


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ROMA - “E’ un paradosso che un assessore regionale guadagni meno del suo capo di gabinetto, meno di un deputato e, in certi casi, perfino di un commesso? Eppure è così”. La lamentela viene da Ester Bonafede, assessore al Lavoro della giunta siciliana. La Bonafede guadagna 5.440 euro al mese dopo la riduzione delle indennità entrata in vigore il primo gennaio. “Gli assessori subiscono la tassazione dell’unica indennità percepita per intero. Così per quanto mi riguarda, il mio stipendio netto, con la tassazione al 44%, è di 5.440 euro mensili”.

Secondo l'assessore, il suo compenso non sarebbe proporzionato al lavoro svolto, e per di più non prevede "pause e vacanze". La questione, però, non riguarderebbe il solo assessore al Lavoro della giunta Crocetta. “Tutti gli assessori della giunta tecnica – dice – avvertono, dall’entrata in vigore della legge, di essere discriminati, perché non viene riconosciuto loro nemmeno lo stesso trattamento dei deputati”.

mercoledì 26 febbraio 2014 - 22:59   Ultimo agg.: 23:00

Girano nudi in strada e si drogano” I nepalesi in rivolta contro i santoni

La Stampa

enrico caporale

Kathmandù è invasa da induisti ortodossi per la festa di Shiva. Gli abitanti: «Uno spettacolo indecente per i nostri bimbi». Ma la polizia non interviene


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Immaginate 5 mila santoni, molti dei quali nudi, che ciondolano davanti a casa vostra fumando hashish e marijuana. È quello che sta accadendo da qualche giorno a Kathmandu, capitale del Nepal, celebre in tutto il mondo per l’invasione di hippy negli Anni 60. Chi ha letto Charles Duchaussois (Flash, il grande viaggio) sa che il nome della città è da sempre associato a festival religiosi e viaggi psichedelici alla scoperta di nuove droghe. Il centro è un brulicare di negozietti, locali bui e fumosi dove i nostalgici di camicie a fiori e capelli lunghi cercano emozioni forti. Ora, però, - accusano i residenti - si sta davvero passando il segno.

In occasione del Maha Shivaratri, il più grande festival religioso induista, migliaia di santoni hanno preso d’assalto la città. Oggi, al tempio Pashupati (il più importante del Paese, risalente addirittura al VI secolo d.C.), si festeggia il compleanno di Shiva. E fin qui nulla di strano. Il problema sono gli oltre 500 “baba”, i seguaci più ortodossi, che si aggirano per le strade come Dio li ha fatti, consumando droga e molestando i cittadini con richieste continue di elemosina. 

“Mi vergogno per loro – attacca Hari Sharma, che vive a pochi metri dal tempio -. Io e la mia famiglia non possiamo neppure affacciarci alla finestra. È uno spettacolo indecente, donne e bambini non dovrebbero vedere scene simili. E poi questi santoni fumano droga in continuazione, avvicinando i nostri giovani a pratiche dannose e illegali”. E incalza: “Mi domando perché le autorità non intervengano”. Govinda Tandon, capo del distretto, prova a difendendersi: “Si tratta di una pratica tradizionale, va avanti da secoli. Abbiamo chiesto ai baba di rispettare la legge. In caso di violazioni, interverremo”. 

Rampurna è uno di quelli che passeggia nudo per la città con le tasche piene di hashish. “Vengo dal Maharashtra, in India, e questa è la mia ottava visita al tempio. Siamo fedeli di Shiva e viviamo come ha vissuto lui”. Il ragionamento non fa una piega, se non fosse che in Nepal vendere droga è ritenuto illegale. Insomma, a Kathmandu non si capisce più niente. Gente che infrange soavemente la legge, cittadini indignati e turisti divertiti. La polizia, intanto, cerca di riportare l’ordine. Nei giorni scorsi quattro persone sono state arrestate mentre smerciavano droga e molestavano alcune donne. Nell’area del tempio sono stati dispiegati 150 agenti. Ma difficilmente riusciranno a venire a capo di 5 mila santoni fumati come delle pigne (per dirla secondo il gergo hippy).


La mafia di New York si riorganizza Boss a rotazione per ingannare l’Fbi

La Stampa

luigi grassia

Flusso di nuove reclute ispirate dalle serie televisiva «I Soprano»


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La mafia di New York si riorganizza per affrontare i tempi nuovi: più volte nel corso dei decenni è stata data per morta, sotto i colpi dell’Fbi, delle altre organizzazioni criminali e dei mutamenti sociali (in positivo) che hanno inaridito il bacino di reclutamento fra gli italo-americani. Ma adesso, sorprendentemente, è in ripresa. Lo stesso Fbi fa parziale autocritica, ammette di aver sottovalutato la persistenza del fenomeno: «Cosa Nostra a New York non è più potente com’era ai tempi d’oro, ma è riuscita ad adattarsi e ora è più potente di quanto sia stata da anni» ha spiegato ai giornali americani l’agente speciale Richard Frenkel, responsabile della sezione criminale dell’ufficio dell’Fbi della Grande Mela. 

In che cosa consiste l’adattamento ai tempi nuovi? Il problema per la mafia è che in America esiste una legge tremenda contro il crimine organizzato, la famosa Rico, dalla quale è quasi impossibile salvarsi. Quando gli investigatori ti mettono gli occhi addosso, la Rico dà loro poteri così grandi che ti possono incastrare anche solo mettendo assieme un dossier composto da vecchi reati e da foto o intercettazioni telefoniche che dimostrano la semplice frequentazione di ambienti malavitosi. D’altra parte l’America è garantista e i poliziotti e i magistrati non possono usare la Rico contro chiunque, ci vuole una «notitia criminis» molto forte. Quindi per aggirare le Rico un boss deve tenere un basso profilo. Ma in che modo può farlo, se (comunque) deve comandare e quindi esporsi? 

La famiglia Genovese, una delle più potenti, ha adottato il sistema del boss a rotazione: non più un capo assoluto ma uno scettro che passa di mano in mano da un boss all’altro in tempi prefissati, come si fa ogni sei mesi con la presidenza di turno dell’Unione europea (scusate il paragone irriverente).

Altra famiglie hanno invece scelto di delegare molto più potere ai cosiddetti «street boss», cioè i sottocapi che hanno assunto maggiore autonomia, pur facendo rapporti periodici a un capo supremo. In tutti e due i modelli Cosa Nostra americana diventa meno verticistica e così è più difficile giustificare in tribunale l’uso della legge Rico contro un grande capo, la cui figura diventa un po’ evanescente. Poi è venuto meno lo stile arrogante di certi capi del passato recente come John Gotti, che faceva della visibilità mediatica un deliberato strumento di potere ma alla lunga ne ha pagato lo scotto.

Un altro e ancora più sorprendente cambiamento è avvenuto nelle regole dell’omertà. Per anni Cosa Nostra americana ha cercato di combattere i pentiti con gli omicidi, ma (ormai ) quando vengono arrestati i mafiosi «cantano» tutti, anche quelli che sembravano più omertosi. E allora Cosa Nostra ha gettato la spugna e si è adattata: adesso se un mafioso italo-americano viene arrestato riceve l’autorizzazione a collaborare parzialmente con la polizia, senza per questo essere bollato come infame, basta che attraverso gli avvocati concordi con i boss quello che può dire. «Purché si continui a fare affari e si continui a incassare soldi, i boss si preoccupano delle regole dell’omertà molto meno di una volta» riferisce John Denesopolis, che comanda l’Unità contro il crimine organizzato della polizia di New York. 

E grazie a tutto questo Cosa Nostra è in relativa ripresa. E non solo a New York. Pare che nel New Jersey, dove è ambientata la saga dei Soprano, la serie tv abbia incoraggiato un afflusso di nuove reclute alla locale famiglia De Cavalcante. Dice bene l’Fbi, la persistenza del fenomeno è stata sottovalutata. 

Germania, bufera per una vignetta antisemita su Zuckerberg

Ivan Francese - Gio, 27/02/2014 - 13:26

Un disegno pubblicato sulla Suddeutsche Zeitung raffigura Zuckerberg come una piovra vorace che allunga i tentacoli verso il simbolo di Whatsapp. Proteste dal Centro Wiesenthal


Dopo l'acquisto di Whatsapp per 19 miliardi di dollari avvenuto settimana scorsa, il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg torna alla ribalta dei media di tutto il mondo per un episodio ben diverso: questa volta si tratterebbe addirittura di un episodio di antisemitismo.


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Il casus belli è stata una vignetta del quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, in cui Zuckerberg viene raffigurato come una piovra con il simbolo di Facebook sulla fronte che allunga i tentacoli sui diversi computer e avvicina alla bocca il logo di Whatsapp. Il naso adunco, le labbra cascanti, tutto richiama alla memoria i più tristi stereotipi antisemiti, resi celebri in tutto il mondo dalla propaganda nazista di settant'anni fa.

A lanciare l'allarme è stato il Centro Simon Wiesenthal per la caccia ai criminali nazisti, che ha messo in luce l'inquietante somiglianza tra la vignetta dedicata a Zuckerberg e quelle utilizzate per propagandare la superiorità della razza ariana: "Quel disegno", denuncia Efraim Zuroff, direttore del Centro Wiesenthal, "rrcorda con precisione una vignetta nazista del 1938 che raffigurava Winston Churchill come una piovra ebrea che stendeva i suoi tentacoli sul mondo intero." Immediate le scuse del giornale e dell'autore della vignetta, il disegnatore Burkhard Moor, che si è spiegato così: "Il razzismo e l'antisemitismo sono idee completamente distanti da me."

Da Facebook invece replicano con un sobrio no comment e chiariscono di non sapere nemmeno della vignetta in questione. In Germania la legislazione che punisce il materiale inneggiante a simboli o ideologie che si richiamano al Terzo Reich è molto più severa che in qualunque altro paese.

Il giudice e la sedia rotta Un'ernia da 139mila euro

Corriere del Mezzogiorno

Accolta dal Tar la richiesta di risarcimento


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NAPOLI - Una sedia rotta costerà al ministero della Giustizia 139.000 euro. Il Tar Campania ha accolto infatti la richiesta di risarcimento danni avanzata nel 2012 dal magistrato Francesco Schettino e tesa al riconoscimento del danno biologico provocato da un infortunio sul lavoro piuttosto bizzarro. La vicenda risale al 23 marzo 2007. Schettino è in forza alla IV sezione civile ed è impegnato in camera di consiglio nel nuovo palazzo di giustizia, al Centro Direzionale. Solo da poco si è completato il trasloco del settore civile da Castel Capuano e si guarda con ottimismo all'esercizio del diritto in una nuova e prestigiosa sede giudiziaria.Il giudice, però, quella maledetta mattina prende posto su una sedia ballerina. Resa tale, con ogni probabilità, proprio dal trambusto relativo allo spostamento degli arredi da Castel Capuano al Centro direzionale. Il telaio di seduta esce dall' alloggiamento e il giudice si ritrova, dolorante, a terra.

Il primo soccorso è dei colleghi, poi inizia la trafila di visite ed accertamenti medici. Schettino si assenta dunque dal servizio, per congedo straordinario e successiva aspettativa, dal 24 marzo al 18 giugno 2007, quando l'Inail lo dichiara «guarito con postumi». Il 24 luglio 2007 la medesima Inail accerta un'invalidità del 30%. Il 15 giugno 2009 il ministero della Giustizia riconosce al magistrato la seguente patologia, dipendente da causa di servizio: «Esiti di trauma distorsivo del rachide lombare produttivo di ernia discale con impegno radicolare e rigidità del tratto dorso-lombare». Nel 2010 la toga chiede ed ottiene di andare in pensione. Nel 2012 si rivolge al tar. Chiede 116.838 euro a titolo di danno biologico; 33.883 euro come «aumento personalizzato»; 50.000 euro per il danno esistenziale; 2.410 euro quale «lucro cessante per le decurtazioni stipendiali subite nei periodi di assenza dal servizio per malattia».

Totale: circa 200.000 euro. Il ministero della Giustizia si oppone. Il 12 febbraio 2014 i giudici della I sezione del Tar - presidente Cesare Mastrocola, consiglieri Pierluigi Russo e Carlo Dell'Olio - stabiliscono che effettivamente Schettino ha diritto ad un sostanzioso risarcimento. In particolare, argomentano, «va riconosciuta la somma richiesta, pari ad euro 116.838 a titolo di danno permanente da lesioni alla integrità psicofisica, corrispondente al 30% di invalidità, in relazione all'età dell'interessato, alla stregua delle tabelle del 2011 elaborate dal Tribunale di Milano».

Per la «personalizzazione del danno non patrimoniale, comprensiva dell'incidenza negativa dei postumi dell'incidente sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato», riconoscono 20.000 euro. Nulla è dovuto, aggiungono, per il danno esistenziale - il ricorrente lo aveva quantificato in 50.000 euro - perché esso è in qualche modo già assorbito dal risarcimento del danno biologico. Infine, decretano che Schettino ha diritto anche a 2.410 euro per le decurtazioni stipendiali subite nei periodi di assenza dal servizio per malattia. La somma: 139.000 euro. Epilogo di una vicenda senza precedenti, che l'ex giudice preferisce non commentare: «Parla la sentenza».

27 febbraio 2014

Chiude il ristorante che inventò il tiramisù

Corriere della sera

Il 30 marzo ultima cena a «Le Beccherie». Il locale era stato aperto nel 1939. Il titolare: «Sono cambiati i tempi e con la crisi la gente non veniva più nel nostro locale»


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TREVISO - Chiude a Treviso dal 30 marzo il ristorante «Le Beccherie» della famiglia Campeol, dove fu inventato il tiramisù, il dolce al cucchiaio più famoso il mondo. Alla fine degli anni '50 fu Alba con il marito Aldo Campeol e il pasticcere Roberto Linguanotto a creare il tiramisù, modificando la ricetta dell'antica coppa imperiale e i dolci «ricostituenti» utilizzati all'epoca nei bordelli. Al telefono del ristorante la segreteria telefonica invita a non lasciare messaggi e a richiamare dopo le 19.45. Al cellullare il titolare, Carlo Campeol, conferma tutto. «Chiuderò il 30 marzo, quel giorno pagherò i miei tre dipendenti e i fornitori e poi chiuderò il ristorante per sempre». Una decisione sofferta, aggiunge Campeol, motivata dalla crisi. «C'è stato un crollo nella clientela, sono mancati i politici, le aziende e la gente comune».

Eppure il nome de «Le Beccherie» era rimbalzato a livello internazionale perché era nella cucina di questo locale che era nato il dolce al cucchiaio più famoso al mondo. Ma evidentemente questo non è bastato. Aggiunge Campeol: «I ristoranti non si riempiono tutti i giorni con notizie come questa. Oggi vanno di moda i bar che propongono aperitivi lunghi. Avremmo dovuto dare una svolta a questo ristorante ma a 60 anni non ho la voglia né l'energia per farlo. Così si conferma il detto che le attività vengono chiuse alla terza generazione. E' stato così anche nel nostro caso». 

Il ristorante che ha caratterizzato la storia di Treviso: tra le sale del locale, anniversari, compleanni, cene e pranzi d'affari, associazioni, vip, turisti e sportivi. Dai party scozzesi organizzati dal mondo del rugby, alle star del cinema, della politica e della finanza che hanno gustato le ricette della famiglia Campeol: i mitici bolliti, la «sopa coada», la «pasta e fasioi», il radicchio rosso, i bruscandoli, «i zaeti». I sapori della campagna veneta trasformati in ricette prelibate. Ma adesso Carlo Campeol e la moglie Francesca hanno deciso di chiudere i battenti. Se ne va un pezzo di storia della città: il ristorante aveva aperto il primo settembre 1939, il giorno in cui scoppiò la seconda guerra mondiale, nel cuore di Treviso con Carlo Campeol senior.

Il ristorante «Le Beccherie» chiude per la crisi e per il mancato adeguamento ai tempi. Spiega Campeol: «Oggi i tabaccai propongono da mangiare, nei bar si mangia. In un centro all'ingrosso proponevano per la ristorazione veloce piatti prelibati da cuocere al microonde a un euro e mezzo l'uno. E non ci sono controlli, non ci sono norme da rispettare». La famiglia Campeol è proprietaria sia degli spazi che della licenza. Carlo ha deciso di chiudere il ristorante e ancora non ha deciso se vendere, affittare o lasciare sfitto. L'amarezza di Campeol è molta: «Adesso mi proporrò per insegnare agli altri tutti gli errori da evitare. Sapete qual è stato l'errore più grosso? Quello di lasciarmi prendere dal momento affettivo, dalla tradizione, dalla storia iniziata dal nonno e portata avanti dalla generazione dei miei genitori. In questo mestiere ci sono due tipi di persone, gli imprenditori col pelo sullo stomaco e i ristoratori guidati dalla passione. Io appartengo a quest'ultima categoria». 




27 febbraio 2014

Ecco i cinque terremoti che cambiarono Roma

Il Messaggero

di Laura Larcan


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E se il Colosseo è stato «modificato»? Se il Tempio di Marte Ultore o quello di Venere Genitrice sono stati «cambiati»? Quanti segreti cela un rudere? Quali risvolti storici possono emergere da colonne spezzate, volte crollate, pavimenti di mosaici ribaltati, cortine di mattoni lesionate? C’è tutto un retroscena scientifico oltre l’apparente degrado. Ad un occhio esperto, certo, possono rivelare dati fondamentali per ricostruire una inedita storia sismica di Roma nell’antichità. Cioè, rintracciare le testimonianze «dirette» di terremoti che le fonti letterarie non avevano mai raccontato prima.

LE PROVE
A svelarlo è lo studio condotto per quindici anni da Fabrizio Galadini ricercatore dell’Istituto nazionale di geologia e vulcanologia, che in stretta collaborazione con la Soprintendenza ai beni archeologici di Roma guidata da Mariarosaria Barbera, ha rimappato le tracce archeologiche di terremoti a Roma tra il VI e il IX secolo d.C. Arrivando ad una conclusione: quanto noi oggi vediamo è in parte il risultato di danni sismici, dal Colosseo al Tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto. «Le scosse sismiche hanno contribuito in misura massiccia a modificare il paesaggio urbano della Roma antica, alimentando la formazione di contesti di ruderi o comunque degradati - avverte Galadini - In sostanza, proprio per l'elevata vulnerabilità dei fabbricati di età plurisecolare, spesso privi di manutenzione per secoli o addirittura spoliati, è possibile che gli effetti dei terremoti del passato siano stati superiori a quelli meglio noti dalle fonti storiche relative ai sismi più recenti avvenuti nel 1703 e nel 1915». I risultati sono stati presentati per la prima volta al Museo di Palazzo Massimo, nel ciclo di conferenze del Fai.

LE FONTI
Le fonti scritte citano cinque terremoti per il periodo compreso tra il VI e il IX secolo (443, 484, 508, 801, 847) ma non sono riportati i danni specifici in riferimento a ciascun sisma. Le prove archeologiche completano ora l'informazione storica. «Le tracce più emblematiche riaffiorano da scavi archeologici recenti - dice Galadini - da cui sono emerse ingenti unità di crollo, veri e propri cumuli di macerie che testimoniano in modo inequivocabile del collasso improvviso degli edifici. Come dimostrano i sotterranei di Palazzo Spada, dove emergono porzioni di straordinari pavimenti decorati a mosaico di due ambienti disposti in giacitura in seguito al crollo repentino di un edificio sotto le scosse dei terremoti tra il 484 e il 508».

Così come le macerie rinvenute nello scavo dell’Auditorium di Adriano a piazza Madonna di Loreto, nei sotterranei di Palazzo Valentini nell’area della piccole terme, e di Villa Medici. Ma tracce «vistose» provengono dal Tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare, e di Marte Ultore al Foro di Augusto, dove un frammento di colonna ha svelato in una incisione il nome di «Decius Venantius», lo stesso patrizio che sanò, a spese sue, gli ingenti danni del terremoto generati al Colosseo nel 484. L’Anfiteatro Flavio ha sofferto i terremoti del 443, 484-508, ma anche del 1349 col collasso delle arcate esterne nel settore meridionale.

L’EPICENTRO
«I terremoti del 484 e 508 ha generato danni a Roma, ma le indagini geologiche consentono oggi di ipotizzare che il terremoto si sia originato nel settore appenninico - riflette Galadino - Le indagini hanno consentito di riconoscere l’epicentro nella faglia del Fucino, nella zona di Avezzano, e gli scavi archeologici ad Alba Fucens hanno evidenziato la distruzione di questa antica città proprio tra V-VI secolo d.C.».


Mercoledì 26 Febbraio 2014 - 11:17

Lawrence d’Arabia, e quel conto non pagato all’Hotel Baron di Aleppo

La Stampa

maurizio molinari

Arriverà in una teca del British Museum il conto che il celebre agente segreto britannico si dimenticò di saldare cento anni fa durante una missione archeologica in Siria. E l’episodio


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Cento anni dopo rispunta il conto di un ristorante che Lawrence d’Arabia dimenticò di pagare. Correva l’anno 1914, la Prima Guerra Mondiale stava travolgendo l’Europa e l’Impero Ottomano e Thomas Edward Lawrence, all’età di 23 anni, faceva parte di una missione archeologica britannica impegnata in una serie di ricerche e scavi in Siria. Per la precisione il giovane Lawrence era all’Hotel Baron di Aleppo. 
Una sera si recò al bar-ristorante, consumò sei voci distinte del menù - forse perché in compagnia di qualcuno - e poi si allontanò senza saldare il conto. Poiché si trovava nel suo albergo probabilmente nessuno ci fece caso, a cominciare dal cameriere che lo aveva servito. Ma quando pochi giorni dopo Lawrence lasciò la camera 202, pagando il conto finale, dimenticò quello del ristorante che, per la cronaca, ammontava a 76,70 piastre ottomane.

L’Hotel Baron in quegli anni vedeva alternarsi fra i suoi ospiti personaggi come Aghata Christie, che occupava sempre la stanza 203, e il re Faisal, nella 215, ma Lawrence non vi tornò più. Dedicando gli anni seguenti alle forze armate dell’Impero Britannico, che aiutò a reclutare le tribù del deserto contro l’Impero Ottomano alleato della Germania, gettando le basi per un riassetto politico regionale arrivato fino a noi. Il conto non pagato è comunque rimasto in uno dei cassetti dell’Hotel Baron e, di generazione in generazione, è sopravvissuto a un secolo di sconvolgimenti mediorientali, inclusa l’attuale sanguinosa guerra civile che vede proprio Aleppo trasformata in campo di battaglia. Fino ad arrivare sotto una teca del British Museum che ora ne annuncia l’imminente esposizione al pubblico andando incontro alla forte curiosità che il personaggio di Lawrence d’Arabia continua a suscitare.

AAA vendonsi tutte le auto di 007

La Stampa

luigi grassia

Un collezionista ha messo insieme 59 pezzi e ora li cede in blocco per 24 milioni. Nel pacchetto anche moto, barche, aerei e carri armati con tutti gli accessori


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Volete comprare in blocco il mito di James Bond, almeno per quel tanto che un mito è comprabile? Se avete da parte 24 milioni di euro, non sapete che farne e volete levarvi uno sfizio potere comprare in blocco tutta la collezione dei 59 veicoli utilizzati dall’agente segreto di Sua Maestà 007. Nel lotto compaiono la celebre Aston Martin DB5 con tutti gli accessori (inclusi missili, rostri e sedile eiettabile) o l’Alfa Romeo 159 di «Quantum of Solace». Ma non ci sono soltanto auto ma anche moto, barche, aerei e persino carri armati utilizzati nei film ispirati ai romanzi di Ian Fleming.

Tutta questa roba appartiene al magnate dell’edilizia Michael Dezer che ha deciso di non vendere i singoli pezzi da collezione ma solo l’intera «flotta» di veicoli in un unico blocco.

Per Michael Dezer non si tratta della passione coltivata con pazienza in tutta una vita ma di una collezione messa insieme in un giro di anni abbastanza breve. Dezer ha cominciato la caccia ai veicoli di James Bond soltanto nel 2011, quando si è aggiudicato a un’asta una prima decina di vetture utilizzate da 007. Preso dalla passione ha continuato a cercare i veicoli di Bond fino ai 59 esemplari della collezione attuale. Al momento il tutto è esposto in un museo di Miami, in Florida. E adesso dove andranno? Non si sa ma tenendo conto di chi ha tanti soldi in tasca in questo momento, del genere 24 milioni di euro per i piccoli sfizi, la cosa più probabile è che la collezione prenda la strada del Golfo, o della Cina, o della Russia. Specialmente se finisse in Russia sarebbe una nemesi storica. 

Dopo Bin Laden uccisi altri 6 capi di Al Qaeda»

Corriere della sera

La rete televisiva Nbc rivela le azioni Usa successive all’eliminazione del leader dell’organizzazione. Continua la caccia ad Al Zawahiri

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WASHINGTON - Cinque computer e dieci hard driver sequestrati nella casa-rifugio di Osama. Poi molti documenti scritti dal fondatore di al Qaeda. Infine il lavoro di intelligence, con informatori e spie infiltrate nell’area tribale pachistana o in altre zone. È partendo da questa massa di dati che gli Usa hanno dato la caccia ai dirigenti della vecchia guardia qaedista uccidendo almeno una mezza dozzina di elementi. Operazioni chiuse da uno strike di un drone, i velivoli guidati a distanza e diventati l’arma scelta di Obama.

AL ZAWAHIRI - La tv Nbc ha dedicato un servizio alla caccia, tracciando profili e confermando come la Cia sia sempre impegnata a scovare il successore di Bin Laden, il medico egiziano Ayman al Zawahiri. Privo del carisma di Osama, messo in discussione dai leader regionali che ormai fanno di testa loro e lo sconfessano, il leader ha due problemi: il primo è nascondersi, il secondo imporre (se può) la sua autorità. Due aspetti che mal si conciliano. Un destino, del resto, che lo ha accomunato a Osama, molto isolato nel suo nascondiglio di Abbottabad, Pakistan.

NOMI - La lista degli eliminati si è aperta con il nome di Ilyas Kashmiri, 47 anni, pachistano, spazzato via da un razzo Hellfire. Poi a seguire: Atiyah Abd al-Rahman, 41, anni, libico; Anwar al-Awlaki, 40, cittadino yemenita-americano, ucciso da un drone in Yemen; Abu Yahya al-Libi, origine libica, 39 anni, colpito in Waziristan; Abu Zaid al Kuwaiti, 47 anni, kuwaitiano; Saaed al-Sherhri, 40 anni, saudita, incenerito ancora da un drone vicino Sanaa, Yemen.

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OBIETTIVI - Sempre in base alle informazioni trapelate dagli Usa l’intelligence ha nella sua linea di tiro altre figure del mondo qaedista. L’egiziano Hussam Abdul Rauf, esperto di computer e animatore della propaganda sul web. Nasir Abdel Karim al-Wahishi, capo di al Qaeda nella penisola arabica. Abu Klalik, un africano membro della Shura dei Mujahedeen. Muhammad al-Bahtiti, egiziano. Ustath Ahmad Fareeq, pachistano. Adam Gadahn, americano convertito al qaedismo e molto attivo nella diffusione di video. Ibrahim al Asiri, l’artificiere sospettato di fabbricare micro-bombe che superano i controlli negli aeroporti. Un elenco al quale si possono aggiungere altri target, non collegati alla casa madre ma che comunque sono considerati dagli americani degli obiettivi. Come l’algerino Mokthar Belmokthar, detto «il guercio».

26 febbraio 2014

Il banchiere (ex Citi) che sussurrava su Twitter «I buoni Groupon assistenza per il ceto medio»

Corriere della sera

@GSElevator Gossip spifferava tutto quello che sentiva negli ascensori del potere

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La Goldman Sachs ha teso trappole per tre anni, cercandolo in tutti gli angoli della banca. Senza mai riuscire ad acciuffare il banchiere «traditore» che spifferava su Twitter (@GSElevator Gossip) tutto quello che sentiva sugli ascensori del potere. Frasi come «la mia pattumiera mangia meglio del 98 per cento degli esseri umani» o «i buoni sconto di Groupon sono la nuova assistenza alimentare per il ceto medio».

Il «New York Times», che pure nel 2011 aveva sostenuto che la talpa era un broker della banca, ora ha scoperto, dopo lunghe indagini, la reale identità di Elevator: si tratta di John Lefevre, un ex banchiere di Citigroup che ora vive in Texas e non ha mai lavorato per la Goldman. O meglio, nel 2010 a Lefevre fu offerto un posto alla Goldman di Hong Kong, ma all’ultimo momento l’assunzione fu revocata, non si capisce bene perché (le parti danno versioni contrastanti). Evidentemente il banchiere ha deciso che, sfruttando le sue capacità di osservazione e una fervida fantasia, poteva ugualmente provare a indossare i panni - letterari, la letteratura digitale in 140 caratteri di Twitter - del manager della più blasonata istituzione finanziaria di Wall Street.

Scoperto, ha ammesso tutto con leggerezza: «Le storie che ho raccontato non erano specifiche della Goldman, riflettono la cultura del mondo finanziario». Alla fine tutti felici, o quasi: Goldman scagionata, il «Times» che ha fatto lo scoop e, in fondo, anche Lefevre che sta scrivendo un libro proprio sulla degenerazione culturale di Wall Street. Sarà pubblicato in autunno e lui pare abbia già incassato un anticipo di oltre centomila dollari. Meno contento, forse, l’editore, Simon & Shuster, che ha reclutato il banchiere 34enne senza nemmeno conoscerne l’identità .

26 febbraio 2014

Ascensori segreti e covi all’aeroporto Così Credit Suisse ha aiutato per anni i clienti americani ad evadere il fisco”

La Stampa

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La banca finisce sotto accusa negli Usa. L’ipotesi del maxi-patteggiamento


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Una depandance per gli incontri all’aeroporto di Zurigo, dichiarazioni false per i visti, un ascensore segreto per trasportare i clienti, estratti conto mimetizzati nelle pagine dei quotidiani sportivi. Sembra la sceneggiatura di un film d’azione, invece è la relazione sull’indagine avviata dal Senato degli Stati Uniti contro Credit Suisse, la banca svizzera accusata di aver aiutato oltre ventimila americani a frodare il fisco.

Accuse dure che mettono Credit Suisse nella posizione in cui si è già trovata Ubs negli anni passati. Nel 2008, infatti, nei confronti della maggiore banca svizzera erano state avanzate accuse simili e l’anno seguente Ubs aveva pagato 780 milioni di dollari per il ruolo giocato nell’aiutare cittadini americani a evadere le tasse. Secondo indiscrezioni riportate dal Financial Times, Credit Suisse cercherà di prendere le distanze da Ubs, rivendicando di essersi mossa per affrontare la questione prima che le autorità iniziassero a indagare da vicino.

«Il caso Credit Suisse mostra come una banca svizzera abbai aiutato l’evasione fiscale negli Stati Uniti non solo dietro il velo di segreto» bancario della «Svizzera ma anche sul suolo americano inviando banchieri per aprire conti nascosti» afferma Carl Levin, il presidente della sotto commissione di indagine permanente del Senato, che ha curato il rapporto. Fra il 2002 e il 2008 i banchieri di Credit Suisse hanno effettuato 150 viaggi negli Stati Uniti: si tratta, complessivamente, di 1.800 banchieri coinvolti, un numero che spinge l’ex candidato alla Casa Bianca, John McCain, a parlare di pratica «sistematica».

Conducendo attività negli ascensori e recapitando gli estratti conto in magazine quali Sport Illustrated, Credit Suisse avrebbe corteggiato i potenziali clienti americani sui campi di golf della Florida e a balli a tema svizzero a New York. Nel 2006 Credit Suisse aveva 22.000 conti di cittadini americani che valevano 12 miliardi di franchi svizzeri, circa 13,5 miliardi di dollari attuali. Credit Suisse è una delle 14 banche sotto indagine da parte degli Stati Uniti per aver aiutato gli americani a evitare le tasse ricorrendo al segreto bancario svizzero per nascondere gli asset. Credit Suisse ha chiuso i conti americani dal 2008 e non ha più conti offshore di cittadini americani. Le trattative fra la banca e le autorità americane si sarebbero - mette in evidenza il Wall Street Journal - intensificate negli ultimi mesi ed entro l’anno potrebbe essere raggiunto un patteggiamento da 800 milioni di dollari.

Mercury, il gatto a due zampe che commuove il web

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

A quattro anni ha perso gli arti anteriori, ma ha incontrato una famiglia che gli ha regalato una vita felice come tutti gli altri felini


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La vita di Mercury è iniziata malissimo. A solo quattro giorni di età, nel settembre 2013, è stato trovato in un prato con le zampe anteriori falciate probabilmente da un tagliaerba. Un dolore e una menomazione che però non gli hanno cancellato la voglia di vivere. E così i suoi proprietari hanno deciso di dedicargli la pagina su Facebook “Raising Mercury” dove raccontano, per lo più con immagini e video, la sua vita di ogni giorno. Ora sono quasi 50mila gli utenti del web che lo seguono, commentano e incoraggiano.


«Quando l’abbiamo trovato, l’abbiamo portato dal veterinario - raccontano i suoi proprietari al Daily Mail - . Lui voleva sopprimerlo, ma noi non eravamo d’accordo. Dopo averlo curato, ci hanno anche suggerito di darlo in adozione, ma ormai lo sentivamo parte della nostra famiglia. La menomazione non permette di applicargli delle protesi, ma quando smetterà di crescere, proveremo ad aiutarlo con un carrellino e ruote. Comunque riesce a fare tutto quello che fanno gli altri gatti: si diverte con i giocattoli, salta, gioca con gli altri gatti e cani, dorme nel letto, utilizza la sua lettiera. Crede di essere il re del mondo e dovrebbe essere ammirato». 

twitter@fulviocerutti

Come costruire un falso articolo scientifico

La Stampa

carlo lavalle

Un ricercatore francese ne scopre 120 prodotti da un software: scandalo tra gli editori e gli istituti di ricerca



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Due importanti editori di pubblicazioni scientifiche hanno ritirato dai loro siti online 120 opere dopo che un ricercatore francese li ha identificati come prodotti generati da un software. La notizia è stata ripresa da Nature in un articolo in cui si spiega che dei falsi contenuti rintracciati 16 sono riferibili a Springer, prestigiosa casa editrice tedesca, e oltre 100 all’Institute of Electrical and Electronic Engineers (IEEE), associazione internazionale con sede a New York.

L’autore della denuncia si chiama Cyril Labbé, scienziato informatico dell’Università “Joseph Fourier” di Grenoble, che ha monitorato una serie di pubblicazioni accademiche presentate in occasione di più di 30 conferenze, molte delle quali in Cina, tenute tra il 2008 e il 2013. Stando alla sua inchiesta gli scritti incriminati sono stati realizzati utilizzando SCIgen, un programma inventato da ricercatori del MIT nel 2005, per dimostrare quanto sia facile farsi accettare, in convegni o riviste, documenti pseudoscientifici in ambito informatico, talvolta anche privi di senso. 

Troppe bufale in circolazione, dunque, e con l’aiuto della tecnologia se ne possono riprodurre a volontà, beffando redattori e professori. Basta andare sul sito di SCIgen , reimpostarlo e procurarsi, con termini inseriti persino a casaccio, un nuovo articolo, comprensivo di grafici e statistiche, che forse troverà qualcuno pronto a considerarlo degno di essere pubblicato. Come nel caso del testo “Deconstructing Access Point ” inviato con successo nel 2009 all’Open Information Science Journal o di altri esempi nei quali si è riusciti ad ottenere il benestare nonostante si trattasse di autentici fake.

Sul web, d’altronde, esistono vari programmi, disponibili gratuitamente, in grado di generare questo tipo di contenuti, dalle ricerche più generiche , a quelle più specifiche riguardanti matematica e teoremi , che possono essere spacciati per veri e confusi con quelli prodotti dalla mano umana. Cyril Labbé ha sviluppato un modo per individuare i documenti taroccati di SCIgen riconoscendo le parole e i vocabili che impiega di solito il software, come descritto in uno studio del 2012. 

Lui stesso, sotto lo pseudonimo di Ike Antkare, nell’aprile 2010 ha contrabbandato come autentiche opere frutto dell’attività del computer per mostrare le lacune del database Google Scholar che non è poi così difficile da ingannare. Labbé ha anche creato un sito web dove gli utenti possono avviare un test per stabilire se un articolo sia stato generato artificialmente. 

La diffusione dei falsi in ambito scientifico è un fenomeno che evidenzia una debolezza dei sistemi di controllo, incluso quelli che si basano sul metodo peer review. Capita più spesso però nell’editoria open access, che richiede un compenso per la pubblicazione di un manoscritto, di riscontrare un livello meno rigoroso di selezione con maggiori rischi sul materiale revisionato. I ricercatori, d’altro canto, sostiene Labbé, ricevono continue pressioni per pubblicare nuovi articoli e ricerche, che portano a più introiti editoriali, con conseguenze sulla qualità dei prodotti e pericolo di aumento dei falsi.