domenica 2 marzo 2014

Il premier, Sorgenia e il salvataggio pagato dallo Stato

Corriere della sera

Il nodo della remunerazione pubblica per le centrali del gruppo De Benedetti

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Si chiama in gergo tecnico capacity payment, ed è un salvagente formidabile per quanti oggi producono ancora energia elettrica con il gas: a causa del boom delle energie rinnovabili e della crisi economica che ha affossato i consumi di energia le loro centrali restano spente la maggior parte del tempo. E i bilanci vanno a picco. Ecco allora spuntare quella miracolosa formula inglese, che si può tradurre così: i proprietari degli impianti termoelettrici vengono pagati lo stesso anche se le turbine non girano, semplicemente perché potrebbero produrre. Una specie di imposta sulla riserva di capacità produttiva che entrerebbe in azione quando ce ne fosse la necessità, in grado di dare un bel sollievo ai conti malandati di alcuni produttori. Quella tassa esiste già, ma i produttori vogliono molto più dei 150 milioni del vecchio capacity payment . Secondo Assoelettrica ed Energia concorrente, per tenerli a galla servono almeno 600 milioni l'anno fino al 2017. L'hanno scritto in un dossier di una decina di pagine spedito nelle stanze che contano con la dicitura «Riservato».

Chi sta peggio di tutti è Sorgenia, gruppo che fa capo alla Cir di Carlo De Benedetti, editore di Repubblica e del gruppo L'Espresso. Si trova a un passo dall'avvitamento finanziario: fra tre settimane finirà i soldi in cassa. Il debito sfiora quota 1,9 miliardi. A metà degli anni Duemila le banche le avevano concesso generosi finanziamenti per realizzare centrali a turbogas. Ma allora il mercato tirava. Poi, in soli cinque anni, è cambiato tutto. Alla crisi economica e al boom delle rinnovabili si è aggiunto l'alto costo dei contratti di acquisto del gas a lungo termine, i cosiddetti take or pay . Risultato: con una produzione ridotta al 20 per cento e un debito diventato insostenibile per almeno 600 milioni, nel solo terzo trimestre 2013 Sorgenia ha messo a bilancio una perdita di 434 milioni: cento in più di quanti De Benedetti ne abbia incassati da Silvio Berlusconi dopo la sentenza sul caso Mondadori.

E qui si apre uno scenario incandescente. Con tre protagonisti: il premier, l'editore di Repubblica e il suo avversario di sempre, Berlusconi. Il marchio di fabbrica è come sempre di Beppe Grillo: «Mettete Renzi e al posto del burattino Pinocchio e Berlusconi e De Benedetti nei ruoli del Gatto e della Volpe». Rispettando il gioco delle parti, da settimane i giornali e i commentatori della destra non danno tregua a De Benedetti, individuato come il manovratore occulto del governo di Matteo Renzi. E non soltanto da loro, se è vero che «il Secolo XIX», certo non un quotidiano berlusconiano, raccontando come ai colloqui per il governo avesse partecipato nella delegazione socialista Vito Gamberale, amministratore del fondo F2i «in trattativa con il gruppo «L'Espresso» per il nuovo operatore delle frequenze digitali», commenta: «Una presenza che non contribuisce ad allontanare l'ombra di De Benedetti dal tentativo di Renzi».

Tutto parte dall'ormai famosa telefonata di Fabrizio Barca con l'imitatore di Nichi Vendola mandata in onda dalla «Zanzara», in cui l'ex ministro parlava delle pressioni subite «dal padrone di Repubblica, con un forcing diretto di sms, attraverso un suo giornalista» per accettare l'incarico di responsabile dell'Economia. Ma poi la cosa dilaga. Il tam tam è inarrestabile. Intervistato dal giornale online ilsussidiario.net l'economista Francesco Forte, editorialista del «Foglio» di Giuliano Ferrara, si chiede: «Non è un caso che la nomina di Renzi sia arrivata, con un'accelerata, nel momento delle nomine? Lui, forse, quest'accelerata, non la desiderava neanche ma ora sarà tenuto a renderne il servizio...» E dopo che «Repubblica», a poche ore di distanza dalla formazione del governo, ha puntato il dito contro il conflitto d'interessi del ministro dello Sviluppo, l'ex presidente dei giovani di Confindustria Federica Guidi, stigmatizzandone anche le presunte simpatie berlusconiane, il «Giornale» della famiglia Berlusconi titola: «Repubblica attacca la Guidi per i debiti di De Benedetti». Sottolineando proprio la difficile situazione di Sorgenia.

Il fatto è che questa vicenda è destinata a incrociare tanto la strada del governo Renzi quanto quella delle prossime nomine pubbliche nelle aziende di Stato. E magari anche quella del Cavaliere. Ma qui è necessario fare un passo indietro, tornando alle ultime settimane del governo di Enrico Letta. Le pressioni della Confindustria perché si risolva quel problemino dei produttori termoelettrici sono incessanti. Finché nella legge di Stabilità spunta una norma che apre la strada proprio a quella formuletta inglese: «capacity payment». Fissando però soltanto il principio: a stabilire quanti soldi e a chi concretamente andranno, toccherà al ministero dello Sviluppo, sentita l'Authority, entro la fine di marzo 2014. Al ministero c'è il bersaniano Flavio Zanonato, attorniato da altri bersaniani. Il segretario generale è Antonio Lirosi e il capo di gabinetto Goffredo Zaccardi, che aveva lo stesso incarico con Pier Luigi Bersani: il quale non può certo essere considerato nemico di De Benedetti. Anzi. Sorgenia esiste proprio grazie alle liberalizzazioni introdotte dall'ex ministro dell'Industria Bersani. E ora il salvataggio è nelle mani di Renzi e Guidi.

Il nemico rischia di essere il tempo. Le banche hanno chiuso i rubinetti, il socio austriaco Verbund non vuole più tirare fuori un euro e Rodolfo De Benedetti, il figlio di Carlo, è disposto a mettere nel buco nero soltanto un centinaio di milioni. Il rischio di dover portare i libri in tribunale è reale. E l'eventuale fallimento non risparmierebbe le banche, la cui esposizione è vertiginosa. Tanto che queste stanno valutando la possibilità di trasformare parte dei loro crediti in capitale, ripetendo il copione già sperimentato con l'immobiliare Risanamento di Luigi Zunino e con la Tassara di Romain Zaleski. Se ne parlerà domani a un vertice forse decisivo. Ben sapendo due cose. La prima: senza l'aiutino dello Stato Sorgenia rischia comunque di andare a picco, come riconosce lo stesso piano finanziario della società. La seconda: la soluzione definitiva è la cessione del gruppo energetico che fa capo a De Benedetti.

E di candidati italiani con le spalle abbastanza grandi non ce n'è che uno. L'Eni di Paolo Scaroni: un manager che nel 2002 è stato designato alla guida dell'Enel e che poi è stato nominato per ben tre volte ai vertici del grande gruppo petrolifero ancora controllato dal Tesoro. Cementando anche attraverso l'assidua presenza dell'Eni in Russia i rapporti tra l'ex premier Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. Corre voce che nei colloqui con Matteo Renzi il Cavaliere abbia chiesto (e ottenuto?) un impegno a preservare, con le nomine che il governo dovrà fare nelle prossime settimane, le posizioni di Scaroni e dell'attuale capo dell'Enel Fulvio Conti all'interno del sistema delle grandi aziende pubbliche.

Da una parte il capacity payment rinforzato. Dall'altra l'intervento successivo dell'Eni. Gli ingredienti per uno dei classici feuilleton all'italiana, nei quali la politica e gli affari si amalgamano in un abbraccio incestuoso, ci sono tutti. Con effetti pirotecnici a cascata. Perché se trasformando i crediti in azioni le banche diventeranno proprietarie di Sorgenia, magari lo Stato, attraverso l'Eni, darà un aiutino determinante anche a loro. Il secondo, dopo quello della rivalutazione delle quote di Bankitalia che ha fatto imbestialire i grillini. La prima della lista, la più esposta di tutte? Il Monte dei Paschi di Siena, nelle mani di una fondazione già a trazione Pd...

02 marzo 2014

E Lady Bartali andò dal suo Gino

Corriere della sera

Scomparsa a 95 anni nella casa dove aveva sempre vissuto col campione. Lunedì i funerali


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Ve lo immaginate il grande campione, il burbero Ginettaccio, l’uomo abituato alla folla, timido e impacciato? Eppure la prima volta andò così. «Lavoravo al magazzino Diulio ’48, in via del Corso e lui, golosissimo, andava spesso a fare colazione e prendere la cioccolata al bar Berti, lì davanti — ci raccontò, col sorriso negli occhi, Adriana, quando il suo Gino se ne era già andato in cielo come diceva — Una mia amica voleva conoscerlo; "Bartali chi?", le dissi; "Bartali il corridore", mi rispose ma io non lo avevo mai sentito nominare. Poi ad una festa ballammo insieme e ci fu subito simpatia. Però quanto mi toccò aspettare per il fidanzamento, mi toccò incoraggiarlo... lui era timido». Poco dopo, era il 1940, Adriana e Bartali si sposarono e per 60 anni sono rimasti insieme.

Sabato Adriana Bani, nata nel 1919 nel quartiere fiorentino delle Cure, si è spenta nella sua casa di Firenze, come ha fatto sapere il figlio Andrea che ha annunciato che lunedì si terranno i funerali nella chiesa di Ponte a Ema (ore 15.30), a pochi metri da dove nacque Ginettaccio. La signora Bartali, così la chiamavano tutti con rispetto, col tempo era diventata la custode più fedele ed orgogliosa della memoria di Gino, assieme ai figli Andrea e Luigi. Era andata in televisione, aveva incontrato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, attori, ma non si era mai spostata dalla casa in piazza Elia Dalla Costa in cui aveva abitato con Gino ed i figli. La sua fede era serena e sicura come quella del marito, amico personale del cardinale Dalla Costa, — «La sua fede ha sempre dato noia, al regime fascista, a tanti, ma lui è sempre andato avanti per la sua strada, libero» — e nella cappellina costruita nella loro casa, su permesso di Dalla Costa, pregava spesso, come faceva Ginettaccio.

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Adriana ricordava la telefonata di De Gasperi a suo marito, che «salvò» l’Italia, si stupiva di come lui non le avesse detto nulla per anni dell’attività a favore degli ebrei tra il 1943 ed il 1944, rimproverandolo affettuosamente per questo. Negli anni delle corse Adriana non ascoltava la radio, non vedeva la tv perché aveva paura delle cadute in discesa o in volata, sottolineava la stima tra Coppi e Gino, l’amore di tutti verso suo marito: «Era attaccatissimo alla famiglia, ai figli. Era affettuoso, paziente». Bartali era già morto da tempo quando ci disse, salutandoci: «Ci sono stati momenti duri, nella guerra, quando alla fine stava male. Ma vivere con lui è sempre stato bello». Adesso, dopo 14 anni, Adriana e Gino — «se ne andato troppo presto», ripeteva sempre — potranno unirsi di nuovo.

02 marzo 2014

Il bastone dello zar

Corriere della sera


Ora lo riconosciamo, Vladimir Putin. Non è più quello edulcorato che voleva a tutti i costi chiudere in bellezza i Giochi di Sochi. Non è più nemmeno quello silenzioso dei giorni seguenti. Ora la pianificazione è finita, e il giocatore di scacchi che è in lui ha elaborato una strategia consona alle tradizioni russe: sarà l’uso della forza a raccogliere la sfida ucraina e a far sapere, a Kiev come alle capitali d’Occidente, che nulla può essere fatto in Ucraina senza tener conto degli interessi della Russia.

In verità questo ben pochi lo ignoravano, e può far testo l’insistenza con la quale Angela Merkel ha tentato di coinvolgere il Cremlino nella mediazione condotta con poca fortuna dagli europei. Ma una mano tesa per riparare alla micidiale sconfitta di piazza Maidan a Putin non poteva bastare. E allora ecco che soldati senza insegne ma troppo disciplinati e ben equipaggiati per non essere russi si impadroniscono delle infrastrutture strategiche della Crimea. Sono usciti dalla base navale di Sebastopoli, oppure sono giunti dalla Russia mentre Putin concordava con i suoi interlocutori occidentali che l’integrità territoriale dell’Ucraina va salvaguardata? Ormai poco importa, perché Putin ha impugnato un bastone più grosso: si è fatto autorizzare dal Senato di Mosca l’invio in Crimea di altri soldati, senza tuttavia decidere subito il loro trasferimento.

Pare seguire una tattica da manuale, Vladimir Putin. Mostrarsi duro nella tutela dei compatrioti e della flotta di Crimea perché l’opinione interna russa non gli perdonerebbe una esibizione di debolezza, tanto meno in Ucraina. Lasciare però in sospeso il secondo intervento tenendolo a disposizione (per poco) come carta negoziale. E nel frattempo mobilitare le popolazioni russofile dell’est e del sudest dell’Ucraina, come difatti è accaduto ieri, in modo da poter sostenere che gli «estremisti» di Kiev sono isolati.

Ma il punto è che le acrobazie di Putin, per quanto brillanti, non possono nascondere la distanza che separa una rivolta popolare da un intervento armato. Non possono mascherare quella che da parte russa è una reazione ampiamente prevedibile, ma non per questo meno inaccettabile. Putin pensa di ripetere la Georgia del 2008, di mandare le sue forze oltre la Crimea? Sarebbe un temerario se lo facesse, scatenerebbe una guerra civile dalla quale dovrebbe poi districarsi. Favorirà l’indipendenza della Crimea, la sua secessione? È possibile. Ma è più probabile che mentre muove le truppe aspetti al varco una Ucraina sull’orlo del default , alla quale Mosca può ritirare aiuti e sconti sul gas. Nessuno in Occidente, pensa Mosca, vorrà pagare un conto di 35-40 miliardi di dollari nei prossimi due anni. Questa è la vera, la più potente arma di Putin. Ora tocca all’Occidente raccogliere la sfida.


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02 marzo 2014

Governo Renzi, tutti gli incompetenti ministero per ministero

Libero


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Assomiglia moltissimo a un Letta-bis, il governo Renzi che dovrebbe trainarci fuori dal pantano. E' un esecutivo pieno di vecchie facce, zeppo di compromessi, che ancora una volta ci presenta un tecnico all'Economia (Padoan, mister patrimoniale). Un governo già nel mirino per presunti casi di conflitti d'interesse, richieste di dimissioni di personaggi discutibili (e intanto spunta già qualche indagato). Ma ad impressionare più di tutto, forse, è l'incompetenza di molti dei membri di questa squadra, un'incompetenza fotografata con efficacia su Il Fatto Quotidiano, che ministero per ministero elenca tutti i controsensi dell'esecutivo di Matteo Renzi, nato sotto una cattiva stella.

Le "renzine" - Si parte dalla Riforme, dove troviamo la fedelissima di Matteo, Maria Elena Boschi, deputata da neanche un anno e alla guida di un dicastero fondamentale, soprattutto in questa fase politica, per meriti non meglio precisati. Al suo fianco, in veste di sottosegretario, ecco Ivan Scalfarotto, omosessuale dichiarato, inviso ad Ncd, che con le riforme non si capisce bene che cosa c'entri (la sua nomina appare più una questione di facciata). Quindi sguardo rivolto alla Semplificazione e P.A., dove è stata nominata ministro Marianna Madia, l'ex fedelissima di Veltroni, giovanissima e a poche settimane dal parto (come farà a fare il ministro?), ex collaboratrice di Enrico Letta. Quali le sue competenze in tema di semplificazione e Pubblica amministrazione? Difficile dirlo: per ora la ricordiamo soprattutto per aver confuso, lo scorso dicembre, il ministero del Lavoro con quello dello Sviluppo Economico...

Antimafia... - Poi gli Affari Regionali, dove il ministro è l'ex sindaco antimafia Maria Carmela Lanzetta: un nome di tutto rispetto che però, con gli Affari regionali (lei, farmacista) c'entra poco e nulla. Come c'entra poco e nulla Gianclaudio Bressa, sottosegretario, che si è sempre occupato soltanto di Affari Costituzionali.

Figurine - Fa discutere anche la nomina come sottosegretario agli Esteri di Benedetto della Vedova, ex Pdl, ex Monti e soprattutto economista, non certo diplomatico o qualcosa di simile. Quindi agli Interni, sempre in veste disottosegretari, ecco il riconfermato Filippo Bubbico (laureato in Architettura) e Gianpiero Bocci, 51 anni, che nella sua carriera parlamentare si è esclusivamente occupato di agricoltura. Uno dei capolavori, comunque, è stato compiuto alla Giustizia, dove è stato nominato ministro Andrea Orlando probabilmente perché, dopo il "no" di Napolitano a Gratteri non si sapeva chi mettere. Così è stata spostata una pedina: dall'Ambiente alla Giustizia.

Al dicastero della Difesa ecco che come sottosegretario troviamo un commercialista: Gioacchino Alfano, di nome e di fatto (è di stretto rito "alfaniano"). Quindi due nomi discutibili allo Sviluppo, due sottosegretari: Simona Vicari, architetto di professione e amica di Renato Schifani, e quindi Antonello Giacomelli, franceschiniano di ferro, in Parlamento si è occupato prima di Difesa e poi di Finanza, ora gli spetteranno le comunicazioni. Ai Trasporti, al fianco di Maurizio Lupi, ecco che dopo 22 anni rispunta un socialista di governo: Riccardo Necini, nominato forse per la sua arcinota passione per il ciclismo. Tra i sottosegretari ecco un avvocato penalista (Umberto Del Basso De Caro) e un giornalista pubblicista (Antonio Gentile).

Letterato agricolo - La rassegna degli incompetenti prosegue col laureato in lettere classiche che si occupa di Agricoltura (il ministro Andrea Olivero) e con il sottosegretario laureato in Giurisprudenza, poi giornalista ed ex presidente dell'Unione province italiane (Giuseppe Castiglione). All'Ambiente spunta Gianluca Galletti, spostato dall'Istruzione come se nulla fosse, ed ecco Silvia Velo, sottosegretaria farmacista; il terzetto viene poi chiuso da Barbara Degani, anche lei sottosegretario all'Ambiente dopo aver trattato sempre Affari Istituzionali ed Enti locali. Spettacolosi controsensi all'Istruzione, dove figura il sottosegretario Angela D'Onghia, imprenditrice nel settore della moda e dell'abbigliamento (ma che c'azzecca?, direbbe Tonino Di Pietro). Quindi Roberto Reggi, fedelissimo di Renzi ed ingegnere elettronico.

Il romanziere - Infine mirino puntato sulla Cultura, dove è stato paracadutato dai Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini, il democratico afflitto dalla malattia del compulsivo cambio della casacca (veltroniano, bersaniano, renziano...) nominato, forse, poiché romanziere per hobby. Al suo fianco la sottosegretaria Francesca Barracciu coinvolta in un mezzo scandalo su rimborsi elettorali e, infine, la mitologica Ilaria Borletti Buitoni, imprenditrice montiana che contribuì alla campagna elettorale del Professore tassatore con l'iperuranica cifra di 710.000 euro (insomma, per lei sempre meglio trovarla, una poltroncina...).

Antonio Ingroia chiede soldi agli ex alleati

Libero


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Dopo essere stato trombato alle elezioni e dalla magistratura, Antonio Ingroia bussa alla porta dei suoi ex alleati: cerca soldi. Succede, infatti, che la sua Rivoluzione Civile, oggi Azione civile, deve ancora saldare circa 200mila euro di fatture non pagate ai fornitori, spese realtive alla fallimentare campagna elettorale. C'è chi aspetta dei soldi, insomma, e li chiede ad Ingroia, le casse del cui movimento, però, sono vuote perché non essendo stato eletto non ha avuto diritto ad alcun rimbroso elettorale.

"Ci vediamo in tribunale" - Ora l'ex pm-prezzemolino si vuole rifare sui suoi alleati. Chiede un conto salato, lo fa in tribunale con una causa Civile: vuole circa 900mila euro da Verdi, Rifondazione Comunista e Comunisti italiani. Secondo quanto riporta Il Giornale, nel dettaglio chiede 100mila euro ai Verdi, 496mila euro al Pdci e 300mila euro a Rifondazione. Oliviero Diliberto e Paolo Ferrero cadono dalle nuvole. Secondo Ingroia, tra i movimenti c'era un accordo iniziale preso dai tesorieri, che prevedeva un impegno complessivo di 2,2 milioni di euro per la copertura delle spese delle campagne elettorali per politiche e regionali. Rifondazione ha contribuito con 300mila euro, il Pdci con 4mila euro e i Verdi non hanno dato un soldo. Chi ha pagato, oltre a Rivoluzione Civile, ad oggi è solo l'Idv, più solido finanziariamente, e che ha sborsato 1 milione e 300 mila euro.

Tonino trema... - Ora, dunque, Ingroia chiede aiuto agli ex colleghi magistrati per spillare soldi ai suoi ex alleati. I partiti chiamati in causa, per ora, replicano sostenendo che Rivoluzione Civile non esiste più e che non ha raggiunto gli obiettivi fondativi (eleggere qualcuno). Inoltre si sostiene che non ci sia alcun accordo nero su bianco in cui qualcuno si era impegnato a pagare Ingroia. In questo contesto, però, chi trema più di tutti è l'Idv: in caso di rivalsa dei fornitori in tribunale, ad oggi, è l'unico partito-movimento dell'ex cartello elettorale che ha liquidità e che, dunque, può pagare. Il partito dipietrista, insomma, potrebbe trovarsi costretto a coprire l'intero debito.

WhatsApp si aggiorna e tutela la privacy, si potrà mostrare lo stato online solo ad alcuni

Il Mattino


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ROMA - L'allarme privacy di WhatsApp sembra essere rientrato. Chi temeva che dopo l'acquisto di Facebook la chat avrebbe messo a rischio la privacy degli utenti dovrà ricredersi visto che si potrà controllare l'essere online o meno. Nella prossima versione, che verrà rilasciata a breve in App Store, potremo finalmente godere di impostazioni avanzate, utili a mantenere e gestire al meglio la nostra Privacy. Si potrà scegliere l'orario dell'ultima visualizzazione e achi chi far vedere che si è online, si potrà scegliere se rendere visibile o meno la foto del profilo, così come lo stato.

sabato 1 marzo 2014 - 17:22

Un minuto di lavoro ogni 7 giorni

Corriere della sera

Il contratto di un veterinario nell’azienda sanitaria

biglietto
«Benarrivatodottore». «Allaprossimadottore». Una volta la settimana il veterinario Manuel Bongiorno è chiamato a superare «Beep-Beep», il pennuto più veloce del West nemico di Willy il coyote: deve timbrare il cartellino d’entrata e quello d’uscita in un minuto. Fatto quello, il suo lavoro «convenzionato» settimanale all’azienda sanitaria è finito. Direte: è uno scherzo? No, è il record planetario di delirio burocratico. In provincia di Trapani. Per capire come sia nato questo pasticcio, che quattro volte al mese obbliga quel professionista a sottoporsi a Castelvetrano a quel rito ridicolo, occorre fare un passo indietro.

Dovete dunque sapere che da una ventina di anni la Sicilia abusa più di chiunque altro in Italia della possibilità di avere due tipi di veterinari. I «dirigenti» assunti a suo tempo dopo un concorso e chiamati a svolgere un orario settimanale di 38 ore, assimilabili ai medici degli ospedali o degli ambulatori di base, e i «convenzionati», professionisti che magari hanno un ambulatorio per conto loro ma che vengono pagati dalle aziende sanitarie regionali per alcuni compiti specifici. Primo fra tutti quello di combattere la brucellosi, una malattia bovina che può attaccare l’uomo e che è particolarmente diffusa al Sud. Per capirci: su 1.200 veterinari «convenzionati», 350 sono siciliani.

La svolta arriva nel 2009. Quando la Regione decide di allargare a questi veterinari il contratto dei medici convenzionati esterni. Problema: l’impegno medio d’un otorino che lavora in ambulatorio può essere più o meno determinato. Ma come fissare dei parametri per i veterinari che girano le campagne e qui trovano la strada asfaltata e lì sterrata, qui le vacche nelle stalle e lì allo stato brado nei campi? Pensa e ripensa, decidono di fotografare la realtà e ripeterla nei nuovi contratti col copia incolla. Un veterinario ha fatturato all’Azienda sanitaria provinciale nell’anno di riferimento 20.000 euro? Calcolando che come i medici convenzionati deve avere 38 euro lordi l’ora, ecco un contratto annuale per 526 ore l’anno, dieci a settimana. Con un rinnovo automatico l’anno successivo. Nella speranza che un giorno, chissà, arrivi l’assunzione.

Fatto sta che nella prima tornata, di «convenzionati», ne vengono imbarcati oltre trecento. «E noi?», saltan su gli esclusi. Tira e molla, nel 2012 la Regione decide di aprire anche a quelli che erano stati chiamati solo per lavori saltuari. E di distribuire loro contrattini piccoli piccoli. «Era chiaro che sarebbero venuti fuori dei pasticci», spiega il presidente nazionale del sindacato veterinari, Paolo Ingrassia, «Ma le nostre proposte per trovare soluzioni sensate, come un minimo di sei ore settimanali, sono state respinte». Risultato: alcuni veterinari, convinti che valesse la pena comunque di mettere un piede dentro il sistema, hanno accettato convenzioni mignon. Due ore la settimana, quarantacinque minuti, quattro minuti... Fino al record di cui dicevamo.

La lettera su carta intestata del Servizio sanitario nazionale, che ha come oggetto «richiesta trasformazione del contratto di diritto privato in incarico ambulatoriale a tempo determinato», è un capolavoro di follia burocratica. Dato atto che il dottor Manuel Bongiorno ha le carte in regola per il nuovo contratto, il coordinatore e il responsabile amministrativi scrivono che «sulla base delle retribuzioni in godimento al 31 dicembre dell’ultimo anno di servizio le ore settimanali conferibili, calcolate in sessantesimi, risultano pari a 0,01 minuti». Che poi, per come è scritto, sarebbero un 100º di minuto. Nella lettera al neo «convenzionato», il coordinatore sanitario conferma: «In esecuzione della deliberazione (...) con la presente si conferisce alla Signoria Vostra incarico ambulatoriale a tempo determinato per n° 0,01 minuti settimanali per l’area funzionale di Sanità Animale con decorrenza...».

«Una volta a settimana vado nella sede dell’Asp e devo passare il badge. Entro, aspetto che passi un minuto, e poi ripasso il badge. Va avanti così da mesi», si è sfogato Manuel «Beep-Beep» Bongiorno con Ignazio Marchese, che per primo ha raccontato la storia all’Ansa. «A giugno e luglio sono dovuto andare a Trapani, penso che mi spetti anche un rimborso benzina. Io voglio solo potere svolgere la mia attività e una condizione che mi amareggia...». Al di là del suo destino personale, il tema è: che futuro ha un Paese come il nostro se una Regione fissa regole così insensate, se dei dirigenti predispongono con trinariciuto ossequio formale una scemenza burocratica del genere, se un iter amministrativo così ridicolo viene a costare immensamente più di quanto valga quel contratto? Ma più ancora: possibile che per mesi vada avanti un delirio del genere senza che una persona di buon senso abbia l’autorità di scaraventare tutto nel cestino?

02 marzo 2014

Perfino le banconote contro di noi. Sono stanca, bisogna reagire»

Il Mattino


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Salve, redazione de "Il Mattino".Sono una vostra assidua lettrice, e da napoletana sono davvero stanca! vi allego la foto di una banconota che mi è stata consegnata come resto per una piccola spesa...so che ovviamente non dico nulla di nuovo, ma alla vista di questa ENNESIMA offesa mi sono sentita in obbligo di fare qualcosa.

Le parole sono davvero sempre meno...

xxxxxxxxxx
 
Chiara Baldini 


sabato 1 marzo 2014 - 20:19   Ultimo agg.: 20:21

Molly, gattina avventurosa, scompare da casa e torna dopo 11 anni: "Non potevamo crederci"

Il Mattino


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LONDRA - Il gatto scappa da casa e lo ritrovano dopo 11 anni. La piccola Molly scomparì da casa nel 2003, all'età di 6 anni, e dopo 11 anni è tornata a casa. «Credevo di impazzire, ma poi l'ho chiamata e si è voltata. Poi ha cominciato a miagolare e si è avvicinata». La signora Peart e il marito pensavano di aver perso per sempre la loro gattina ma poi è tornata a casa da loro.

La donna ha detto di averla riconosciuta subito dal manto particolare della gatta. Temevamo fosse morta e quando è tornata è stata una giorno fantastico. La micia si è allontanata all'età di 6 anni. Ora che è tornata continua a voler uscire di casa e a fare passeggiate nel vicinato: «Speriamo non vada nuovamente via».

sabato 1 marzo 2014 - 17:05   Ultimo agg.: 17:07

Così il governo premia i sindaci furbetti

Libero


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Non basta il salva-Roma. Il vero scandalo nel primo pacchetto di misure varato dal governo di Matteo Renzi (che sapendolo si è preso ben guardia dal partecipare alla conferenza stampa che illustrava i provvedimenti) è in quello che è stato definito “salva comuni”, un pacchetto sia finanziario che normativo che va a premiare soprattutto i comuni meno virtuosi, perfino quelli che avevano cercato di tirare un colpo basso allo Stato con l’Imu. Il governo mette a disposizione entro il 15 marzo un’anticipazione di cassa da 1,3 miliardi di euro a valere sul fondo di solidarietà comunale, che varrà per tutti i comuni. Poi modifica radicalmente una serie di norme virtuose che erano state previste da leggi precedenti e non erano ancora entrate in vigore, dando così a tutti i comuni il messaggio inequivocabile che più scassano i conti pubblici, più vengono premiati. Si consente loro di fare più debiti quando invece si dovrebbe chiudere i rubinetti, grazie a una norma che fa superare i tetti vigenti per l’indebitamento di un importo pari al capitale rimborsato l’anno precedente. Di fatto è come spostare un anno in avanti qualsiasi percorso virtuoso della finanza pubblica.

C’era una norma che imponeva ai comuni di cedere tutte le partecipazioni in aziende con attività estranee alla missione istituzionale dei municipi? Allentata anche quella, spostando l’obbligo di un anno. Si consentono nuove assunzioni di dirigenti a tempo determinato fino al 30% della dotazione prevista dalla pianta organica di ogni comune. L’attesa era semmai per una norma di tenore diametralmente opposto. E poi grazie a una serie di norme scritte praticamente dai beneficiari si intervengono con mini salva-Napoli, salva-Venezia e salva-Reggio Calabria. Non sapendo resistere al solito pianto greco dei comuni dunque il governo Renzi al battesimo dei fatti ha approvato una serie di decreti (salva Roma, salva comuni e Tasi) che sono l’esatto contrario di quanto promesso sia nelle lunghissime campagne elettorali per la conquista del Pd, sia nei discorsi fatti in Parlamento per ottenere la fiducia.

C’è però una filosofia che lega l’aumento della Tasi, l’anticipo di cassa da 1,3 miliardi agli altri comuni, i 600 milioni concessi a Ignazio Marino e il pacchetto di norme contenute per tornare a fare allargare sul territorio i cordoni della spesa pubblica: premiare i bulletti locali. Perché alla fine beneficeranno più di ogni altro di questi interventi proprio i comuni che hanno tirato un colpo basso allo Stato. Sono gli oltre 2 mila (1 su 4) che hanno cercato di fregare nel 2013 il governo di Enrico Letta, alzando strumentalmente le aliquote dell’Imu sulla prima casa. Fra questi ci sono sindaci famosi: Marino a Roma, Giuliano Pisapia a Milano, Virginio Merola a Bologna, Luigi De Magistris a Napoli, Marco Rossi Doria a Genova. Quando hanno sentito che il governo aboliva l’Imu sulla prima casa rimborsando ai comuni la mancata entrata, hanno aumentato (solo successivamente al decreto Letta) quell’aliquota con una mossa da furbetti del quartierino: «che mi importa? Tanto paga lo Stato, e nessuno se la prenderà con noi», si sono detti in coro.

Come sanno tutti i cittadini che nel caos totale a gennaio hanno dovuto sborsare la mini-Imu, non è andata proprio così. Perché il governo Letta ha pagato buona parte del costo dei furbetti del municipio, ma qualcosina è stato messo in conto ai cittadini che invece di prendersela con il loro sindaco (unico colpevole), hanno naturalmente urlato e strillato contro l’esecutivo, che la sua bella parte di caos aveva messo. Ora dopo avere tirato con grande senso dello Stato una fregatura di questo tipo alle casse del Tesoro italiano, ti saresti atteso una bella sfilza di commissariamenti e scioglimenti dei consigli comunali. Invece tutti i furbetti sono restati al loro posto, spesso contribuendo per ringraziamento ad alzare la polvere contro l’esecutivo.

Bello sgambetto a Letta & c. Può anche essere che con quel colpo basso i furbetti abbiano spianato a Renzi la strada verso palazzo Chigi. Però già lasciarli al loro posto sarebbe stato un gran favore. Addirittura premiarli con l’aumento Tasi, 1,3 miliardi di cassa e cordoni della spesa pubblica allargati, è davvero troppo. Il messaggio dato dal nuovo governo è questo: se fai il bullo e dai un colpo basso allo Stato non solo non ti accade nulla, ma alla fine ci guadagni pure. Che gli racconti adesso agli altri italiani? Forza, fate i bulli anche voi, colpi bassi all’erario di Renzi. Lui è felice e vi pagherà pure per questo...

di Franco Bechis





Roma fa schifo": tutto il peggio in un sito

Libero


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Chi ha ridotto così Roma? Chi è il responsabile del tracollo culminato oggi, venerdì 29 febbraio, con il varo del cosiddetto decreto salva-Roma? Con chi i romani se la dovrebbero prendere per i ritardi quotidiani causati dall'inefficienza dei mezzi pubblici o dal traffico mordente della capitale? Con chi se la dovrebbero prendere per gli ammortizzatori rotti di macchina e motorini grazie a quelle fosse (non semplici buche) che si trovano sulle strade? Rutelli, Alemanno o Marino? Da qualche anno il sito www.RomaFaSchifo.com sta cercando di portare alla luce tutti i lati negativi di Roma e gli aspetti oscuri della città che "era", dice il sito, la più bella del mondo.

Nel mirino - La Capitale è sotto tutti i riflettori, ma non certo per merito delle sue bellezze. Il sito cerca di fare informazione, dal basso, coprendo tutte quelle aree che la stampa locale, più o meno, volutamente lascia oscure. Dalle inefficenze dei mezzi pubblici del Atac (azienda-colabrodo dei trasporti della capitale), agli sprechi della polizia municipale, dallo scarso lavoro svolto dall'Ama (azienda della nettezza urbana del comune di Roma) alla mancanza di un effettivo intervento del Comune sul manto stradale. Tutto il materiale del sito proviene dagli utenti con foto, video e post delle loro esperienze nella Roma sprecona e abbandonata. Il sito non è però stato esente da critiche per via degli attacchi, a volte estremi, degli utenti ai mendicanti per le strade o ai venditori ambulanti.

Il sito - Sul sito si possono leggere gli obiettivi di questa iniziativa. "Cerchiamo di porre l'attenzione sui veri problemi della città che vengono volutamente ignorati dalla politica per non toccare mafie, camorre, lobby, potentati e serbatoi di voti porchissimi. Ce l'abbiamo con le affissioni abusive, con i cartellonari, con le bancarelle, con le società municipalizzate che non funzionano, con i fannulloni nei mezzi pubblici, con i vu cumprà che sono gestiti dalla criminalità organizzata, con i graffitari che non sono artisti, con la sosta selvaggia e con tutto quello che i romani ormai si sono rassegnati a sopportare. Con tutto quello che i romani ormai non vedono più".

Le immagini - Le immagini pubblicate a dimostrazione di come è ridotta la città non offrono certo una bella immagine. Nelle foto troviamo cassonetti che non riescono più ad accogliere nuovi rifiuti, vasche da bagno lasciate per la strada e maiali che mangiano vicino ai secchioni dell'immondizia nelle periferie. Buche profonde, che mettono in pericolo automobilisti, motociclisti, ancor più a rischio dopo le ultime piogge che hanno messo il dito nella piaga, facendole diventare crateri stradali. Ma la pioggia non è l'unica responsabile. La manutenzione delle strade è sempre più lenta e inefficiente a causa degli appalti giocati a ribasso. Per rimetterle in sesto, ha riportato ieri 27 febbraio Sky Tg24, devono essere impiegati 230 milioni di euro all’anno per 5 anni. In cassa però per il 2014 ci sono solo 41 milioni e non si raggiunge mai l’1% degli investimenti. Per non parlare dell’Atac: l'azienda è piena di debiti e non è in grado di reagire allo squilibrio economico che nel 2013 era di 700 milioni eppure ha acquistato per svariati milioni nuove vetture bordeaux (per molti un rinnovamento inutile) che comunque continuano a trascorrere più tempo fermi nel traffico che in corsa.



Ritorno al futuro: tutto quello che ha previsto (e indovinato)

Corriere della sera

di Francesca Gambarini


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