martedì 4 marzo 2014

Vietnam, condannato a due anni il blogger anti-regime

La Stampa

Truong Duy Nhat “colpevole” di aver scritto articoli critici col regime comunista e di avere “abusato delle libertà democratiche contro gli interessi dello Stato”


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Truong Duy Nhat, popolare blogger e giornalista del Vietnam, è stato condannato a due anni per alcuni articoli critici nei confronti del regime comunista. Nhat è stato riconosciuto colpevole di ’’abuso delle libertà democratiche contro gli interessi dello Stato’’ durante un processo che si è tenuto nella città di Danang. Il blogger vietnamita, 50 anni, ha lavorato a lungo per alcuni giornali statali prima di lasciare e aprire un blog molto seguito, ’’A Different Viewpoint’’. Nel paese i media privati sono proibiti e tutti i giornali e le emittenti televisive sono gestiti dallo Stato. La sua condanna è solo l’ultimo tassello del giro di vite che il governo ha messo in atto contro la libertà di parola. Truong Duy Nhat era stato arrestato nella sua casa nel maggio scorso, un mese dopo la pubblicazione degli articoli incriminati. 

Windows 8 sarà gratis nella versione aggiornata con Bing

La Stampa

L’esperimento di Microsoft per spingere gli utenti a lasciare i sistemi vecchi


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Microsoft punta a incoraggiare l’adozione di Windows 8 e pensa di offrirne una versione aggiornata gratis, una novità per i prodotti del colosso di Redmond. Secondo blog e siti americani Microsoft sta lavorando a un aggiornamento del sistema operativo, «Windows 8.1 with Bing», che raggruppa applicazioni e servizi Microsoft. Si tratta di un esperimento per portare una versione se non gratis per lo meno «low cost» di Windows ai consumatori che attualmente hanno ancora pc con Windows 7.

Microsoft ha presentato il primo aggiornamento di Windows 8 (8.1) a meno di 12 mesi dal lancio della versione originale, che non ha avuto il successo sperato. Lo stesso Steve Ballmer, ex ceo, aveva ammesso che serviva un correttivo per il software. Windows 9 - nome in codice «Threshold» - dovrebbe invece essere presentato ad aprile alla conferenza degli sviluppatori BUILD (sarà rilasciato ad aprile 2015, secondo indiscrezioni): dovrebbe riesumare l’intero menu Start e potrebbe essere l’inizio per una piattaforma in cui far convergere anche Windows Phone (il sistema operativo mobile) e Windows RT (per i tablet).

Tra l’altro dall’8 aprile 2014 non saranno più disponibili aggiornamenti automatici per la sicurezza di Windows XP, sistema operativo «vecchio» 12 anni ma ancora largamente utilizzato. Fino a metà luglio 2015 Microsoft fornirà per questo software solo aggiornamenti ai prodotti antivirus. (ANSA). 

Tor lancia la chat in incognito: simile a WhatsApp ma non lascerà tracce

La Stampa


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ROMA - La tutela della privacy sempre più al centro delle nuove tecnolgie e dopo gli smartphone arrivano anche le app di messaggistica istantanea a prova di hacker. Dopo la navigazione web che non 'lascia tracce' e smartphone concepiti per mantenere il controllo della privacy, anche i servizi chat si evolvono verso sistemi di comunicazione riservati.

Tor, "madre" di un software che consente di navigare online in modo anonimo - a volte legato ad attività fuorilegge -, sta sviluppando un servizio di messaggi tipo WhatsApp per chattare in incognito.

lunedì 3 marzo 2014 - 13:47   Ultimo agg.: 15:04

Favia: "Casaleggio ha sempre vissuto di finanziamenti pubblici"

Sergio Rame - Mar, 04/03/2014 - 14:02

Dai soldi pubblici intascati per anni alla finta trasparenza sui fondi parlamentari, l'ex grillino inguaia i vertici del M5S

La struttura granitica del Movimento 5 Stelle inizia a scricchiolare. Le espulsioni dei quattro senatori dissidenti hanno riaperto il nodo sulla democrazia interna e sullo strapotere (palese) di Beppe Grillo e (occulto) di Gianroberto Casaleggio.


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Nodo che ha ridato voce a ex grillini espulsi e che ha portato alla formazione di nuovi movimenti politici che alle prossime amministrative metteranno i bastoni tra le ruote agli stellati. Mentre si apre un nuovo fronte a Parma dopo il battibecco tra il comico genovese e il sindaco Federico Pizzarotti, il vice presidente della Camera Luigi Di Maio ha riapero un nuovo scontro con Giovanni Favia. Col risultato che l'ex grillino espulso da Grillo ha deciso di vuotare il sacco e di raccontare tutti gli altarini della premiata ditta Grillo-Casaleggio: dai soldi pubblici intascati per anni alla finta trasparenza sui fondi parlamentari.

Ieri Di Maio ha etichettato Favia "piccolo Fiorito". Il consigliere comunale bolognese ha ribattuto per le rime parlando del "grande fango", quello prodotto dallo stesso Di Maio nonché dalla "macchina comunicativa 5 Stelle (mantenuta con soldi pubblici) contro i quattro espulsi al Senato". "Mi viene sempre un gran dispiacere pensando a quello che è diventato oggi l’attuale 'partito agenzia' - ha spiegato Favia sul blog - per me era un sogno collettivo a cui avevo creduto e dato tutto me stesso in tempi in cui non c’erano soldi, voti o poltrone da vice presidente della Camera a disposizione". E proprio per questo ha deciso di vuotare il saccon con Alessandro Milan. A Funamboli su 7Gold ha raccontato tutta la verità sul "caro leader" e sul guru.

"Casaleggio ha vissuto in larga parte grazie ai finanziamenti pubblici". Favia, che fu cacciato dal movimento nel 2012 dopo il fuorionda di PiazzaPulita in cui accusava l'ideolodo del M5S di essere una sorta di piccolo dittatore, parla dei soldi pubblici che Casaleggio percepiva dall'Italia dei Valori. "Quando Grillo lisciava il pelo a Di Pietro era perché Casaleggio, tramite Grillo, aveva trovato un cliente molto buono, da 700mila euro l'anno - ha continuato - coi soldi del finanziamento pubblico, finanziava sicuramente anche il Movimento. 

Senza dimenticare che prima lavorava per una società parastatale e l'ha fatta quasi fallire". E sui soldi pubblici anche i grillini, qualche problema, ce l'hanno. "I soldi sono un fattore importante per il M5S - ha spiegato Favia a Milan - oggi non sappiamo effettivamente quanto spendono con la diaria. Qualcuno mi racconta che c'è chi si paga la colf...". Insomma, all'interno del Movimento 5 Stelle non c'è trasparenza nella gestione dei fondi parlamentari: "Sul sito dove vengono elencati è pieno di voci generiche e senza giustificativi. Senza parlare della voce altro...".

Secondo Favia, Grillo e Casaleggio hanno creato "un movimento dicendo di voler ridare la politica ai cittadini", invece "si sono messi in mezzo ai coglioni a fare i padroni". "Oggi al Movimento piace essere governato, piace il comando dell'uomo forte", ha continuato l'ex stellato dando ragione a Corrado Augias: "Sono squadristi inconsapevoli. Li chiamo talebani, perché sono sempre con Grillo anche quando fa sciocchezze incredibili". Anche quando viene espulso un grillino dopo l'altro. "Ne resterà soltanto uno", ha chiosato Favia ricordando gli ultimi strali contro Pizzarotti, il sindaco di Parma scomunicato da Grillo per aver organizzato un incontro coi candidati sindaci stellati.

"Pizzarotti sarà il prossimo espulso - ha concluso - anche se cacciare via lui non è semplice come cacciare un parlamentare...".

Ecco i risultati di Kyenge, Boldrini & Co.: triplicati gli sbarchi di immigrati

Sergio Rame - Mar, 04/03/2014 - 13:57

Le promesse del governo Letta hanno aperto le porte all'Africa: nel 2013 sono sbarcati in Italia oltre 43mila clandestini

I numeri non mentono. A distanza di un anno possiamo quantificare i danni degli slogan buonisti del presidente della Camera Laura Boldrini, delle promesse di ius soli e cittadinanza facile dell'ex ministro all'Integrazione Cecile Kyenge e, più in generale, della politica lassista dell'Unione europea.


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In occasione del Panel di alto livello dedicato alla protezione dei diritti umani degli immigrati, organizzato a Ginevra nell’ambito della sessione del Consiglio dei Diritti Umani, su iniziativa del gruppo africano alle Nazioni Unite, il sottosegretario agli Affari esteri Benedetto Della Vedova ha rimesso al centro del dibattito politico l'emergenza immigrazione che, col boom degli sbarchi, ha riportato l'Italia al centro di un'imponente ondata migratoria. Nel 2013 sono, infatti, arrivati sulle nostre coste più del triplo degli immigrati rispetto al 2012. Dei 43mila stranieri arrivati nel Belpaese lo scorso anno due terzi sono richiedenti asilo. Nello stesso anno, le altre rotte migratorie verso l’Europa risultavano stabili (quella orientale) o in diminuzione (quella occidentale).  

"L’Italia è divenuta un esempio per quanto riguarda le operazioni umanitarie in mare", ha spiegato Della Vedova evidenziando che "nel 2013 sono stati compiuti salvataggi a 281 imbarcazioni" portando in salvo più di 30mila immigrati. Con l’operazione "Mare Nostrum", lanciata dopo la tragedia di Lampedusa , dal 18 ottobre a fine gennaio sono stati soccorsi più di seimila extracomunitari in 45 operazioni finalizzate a sorvegliare i confini marittimi. "Le migrazioni sono un fenomeno globale, che va gestito appunto a livello globale - ha continuato Della Vedova - per questo l’Italia ha deciso di dedicare alle migrazioni una priorità nell’ambito della prossima presidenza dell’Ue".

Nel 2014 la situazione non è certo migliorata. Dall’inizio dell’anno al 3 marzo sono stati soccorsi altri 5.611 immigrati. Nel corso di un’audizione davanti al Comitato Schengen, il direttore generale dell’immigrazione del Viminale, Giovanni Pinto, spiega che le zone di provenienza vanno dal deserto sahariano all’Africa occidentale: "Tutti utilizzano esclusivamente la Libia come base di partenza. La presenza di stranieri di aree geografiche così diverse dimostra che siamo in presenza di organizzazioni criminali sempre più sofisticate".

Il un nuovo periodo di instabilità che ha investito rende a Viminale e Farnesina più difficile instaurare un rapporto di collaborazione. "Attualmente in Libia ci sono tra i 700mila e gli 800mila stranieri che potenzialmente potrebbero partire verso l’Europa - avverte Pinto - in materia di accoglienza i posti a nostra disposizione sono esauriti e le risorse sono ridotte". Il Viminale sta comunque valutando l'ipotesu di trovare altri seimila posti ampliando, tra gli altri, il Centro di Mineo.

Gli alberghi contro le agenzie online «Ci impediscono di abbassare i prezzi»

Corriere della sera

«Non possiamo pubblicizzare sui siti degli alberghi prezzi inferiori, pena la sparizione da questi portali»

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«E’ come se tra l’albergatore e il cliente si frapponga sempre il portiere e imponga ad entrambi il prezzo che vuole lui senza che le due parti possano svincolarsi». Alessandro Nucara ama le metafore e per spiegare la crociata di Federalberghi, di cui è direttore generale, definisce i due maggiori portali di ricerca di alberghi Booking.com ed Expedia.com come due portieri/intermediari troppo ingombranti che con la loro straordinaria indicizzazione su Google sarebbero capaci di porre un limite alla concorrenza usando una serie di vincoli inseriti all’interno del contratto di accordo che ogni struttura ricettiva firma per comparire tra le segnalazioni di queste agenzie online.

L’ANALISI - In sostanza succede che la gran parte della ricerca di camere avviene ormai su Internet scavalcando non solo le agenzie turistiche tradizionali, ma anche gli stessi alberghi. Peccato che il mercato sia di fatto monopolizzato da questi due grandi portali (cui dietro ci sono altrettante società di diritto americano e olandese) in grado di comparire stabilmente nella prima pagina di Google se sei alla ricerca di una camera per qualche giorno. D’altronde la varietà degli hotel segnalati è infinita, come la scelta per il cliente finale che sente di poter toccare con mano la libera concorrenza scegliendo il miglior rapporto qualità/prezzo.

I CONTRATTI - Pochi sanno però che le strutture ricettive per comparire su questi Olta (on line travel agencies) firmano un contratto che vincola loro a riconoscere ovviamente una commissione (che ormai raggiunge il 30% del prezzo finale pagato dal cliente) ma soprattutto impedisce agli albergatori di praticare prezzi più bassi di quelli comunicati a questi due portali pena l’estinzione del contratto e quindi sostanzialmente la sparizione da Google (clausola di parity rate). «E’ come se avessimo perso anche il diritto al nostro nome - dice Nucara - perché le agenzie online hanno una tale forza di indicizzazione che impedisce a noi di replicarla sui siti degli alberghi. Riconosciamo che abbiamo delle lacune ma qui siamo di fronte a due potenze di fuoco in grado di monopolizzare la Rete di per sé teoricamente aperta e concorrenziale».

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I PORTALI COMPARATORI - Di più: secondo Nucara anche i portali di comparazione dei prezzi degli alberghi Trivago.com e Kayak.com sarebbero in odore di conflitto di interessi e sospettati di manifestare una sorta di subdolo controllo sui prezzi praticati sui portali degli alberghi: «Sarà un caso ma entrambi sono controllati dalle stesse società a monte di Booking.com ed Expedia e abbiamo la netta sensazione che nel caso volessimo praticare un prezzo inferiore al cliente rispetto a quello comunicato alle agenzie online l’alt sarebbe immediato».

IL RICORSO - Ecco perché Federalberghi si è sentita in dovere di fare ricorso all’Antitrust contro le Olta (on line travel agencies) chiedendo l’annullamento delle «clausole vessatorie che i portali di prenotazione impongono agli hotel e assoggettando le imprese a un regime di commissioni sempre più gravoso». Nel mirino soprattutto la parity rate che andrebbe a tutto svantaggio dei consumatori finali. La morale che si può ricavare- secondo l’accusa - allora potrebbe essere questa: cari clienti trovate su Booking. com l’albergo che vi piace, prendete il numero di telefono e chiamate contrattando un prezzo più basso. Se vi riesce avrete risparmiato voi e forse anche chi è dall’altro lato della cornetta ci avrà guadagnato.

04 marzo 2014

All’asta la fotocamera che è stata sulla Luna

Corriere della sera


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Tassa sul telefonino, riparte l’assedio al ministro

Corriere della sera

Con l’arrivo di Franceschini, Siae e Altroconsumo si battono a colpi di petizioni per la determinazione del nuovo “equo compenso sulla copia privata” per i device con memoria interna

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MILANO - Tassa sul telefonino, si riparte. Adesso la patata bollente passa nelle mani del neo-ministro della Cultura Dario Franceschini, nominato dal governo Renzi al posto di Massimo Bray. Le parti in causa hanno affilato le armi e sono tornate all’attacco con le loro motivazioni. Ad aprire le danze è stata la Siae che ha fatto trovare sul tavolo del ministro una petizione firmata da 500 nomi illustri del mondo dello spettacolo. Figure di primo piano tra cui spiccano, tanto per citarne alcuni: «Renzo Arbore, Pupi Avati, Claudio Baglioni, Andrea Bocelli, Paola Cortellesi, Roby Facchinetti, Luciano Ligabue e Carlo Verdone». Oltre a Gino Paoli, presidente Siae. Personalità di rilievo del mondo di musica e spettacolo che all’unisono chiedono di difendere il «diritto di equo compenso per la copia privata».

Come era da aspettarsi, dopo poche ore, è arrivata la risposta di Altroconsumo. Che per voce di Marco Pierani ribadisce: «Chi acquista musica e film legalmente da piattaforme online, paga già i diritti d’autore per poterne fruire e fare copie su un certo numero di supporti sulla base di una licenza». Dunque secondo Altroconsumo appare ingiusto che il cittadino debba pagare una tassa anche sui nuovi supporti digitali, trovandosi così un doppio balzello. Inoltre precisa Pierani: «A fronte dei 500 illustri autori e artisti noi abbiamo raccolto oltre 14 mila firme di persone “comuni” che hanno supportato la nostra petizione».

LE TABELLE DEL PRECEDENTE MINISTRO - Che cosa è successo sul balzello del telefonino? O meglio sui prodotti hitech in generale. A essere colpiti sono infatti non solo smartphone, tablet, computer fissi e portatili. Ma tocca anche a chiavette Usb, hard-disk esterni, Tv con funzione di registratore e decoder. Di fatto tutti i dispositivi elettronici che funzionano da archivi digitali. La tassa, anche se alla Siae preferiscono definirla:«rideterminazione dei compensi per copia privata», secondo le tabelle provvisorie già pubblicate va da 5,20 euro per i nuovi smartphone e tablet, fino a toccare 40 euro per decoder con memoria interna. Va ricordato che non si tratta di un’imposta nuova. La paghiamo già, ma quasi nessuno se ne accorge. Perché fino a oggi gli importi per smartphone sono di 90 centesimi e zero per i tablet. Gli aggiornamenti sono previsti dal Decreto del 30 dicembre 2009, come adeguamento per lo sviluppo delle tecnologie digitali. Si tratta, nel caso siano rispettate le tabelle di un aumento del 500%.

L’ULTIMO GIORNO DEL GOVERNO LETTA
- Corriere.it ha spiegato come si comportano gli altri Paesi dell’Unione Europea, mettendo in luce che non tutti la applicano. E in molti la vincolano in percentuale al prezzo di vendita di smartphone e tablet. Non solo. Il Governo spagnolo fino al 2012 era nella nostra situazione, poi il contributo è stato abolito, legalizzando la copia privata. I soldi per l’equo compenso agli autori arrivano dalla Legge sulla pirateria varata dal governo Rajoy. Con l’applicazione di sanzioni più severe per i trasgressori. Qual è a questo punto la situazione in cui ci troviamo? L’ex Ministro Bray a metà gennaio prese una pausa di riflessione. E nominò un supplemento di indagini, per valutare più a fondo il problema. Tuttavia nulla venne fatto sapere dal ministero né sui criteri adottati, né sui risultati ottenuti. O meglio qualcosa è trapelato. Sembra infatti che la mattina del fatidico “venerdì nero” del Governo Letta, il ministro Bray avesse pronta alla firma, una nuova tabella con cifre ritoccate al ribasso. Ecco quanto ipotizzato: «Sui nuovi smartphone 4 euro, sui tablet 3,80 euro, sui Pc 4,20 euro, sulle Tv con sistema di registrazione 3 euro». Infine sui vecchi telefonini senza memoria 0,5 euro. Questa dunque la situazione in cui si trova Dario Franceschini, a lui spetta una non facile decisione.

04 marzo 2014

Ma integrare non è assimilare

Corriere della sera

di Giovanni Sartori

Tra «ius soli» e «ius sanguinis»

Quando Letta creò il suo governo inventando per l’occasione un ministero dell’Integrazione affidato a Cécile Kyenge «donna e nera», laureata in farmacia (o medicina) e specializzata in oculistica, pensai che questa signora, spuntata dal nulla e manifestamente incompetente in materia di integrazione, fosse una super protetta di chissà quanti colli e montagne. Per fortuna mi ero sbagliato visto che non è stata inclusa nel governo Renzi. È sì previsto che Cécile Kyenge si presenti alle elezioni europee e sembra certo che la nostra sinistra terzomondista intenda farne il suo nuovo portabandiera ideologico. Ma al momento la nostra Cécile non è più (come ha scritto l’autorevole Foreign Affairs americano) una delle cento donne più potenti del mondo. Al momento si è solo manifestata come dogmatica fautrice dello ius soli e ora con il preannunzio di un libro (che echeggia nel titolo Martin Luther King) «Ho sognato una strada: i diritti di tutti». In attesa approfitto della pausa per riflettere sullo ius soli e, correlativamente, sullo ius sanguinis .

Giuridicamente parlando, la cittadinanza italiana è fondata sullo ius sanguinis : siamo cittadini italiani se siamo nati in Italia da cittadini italiani. Dopodiché restiamo italiani per sempre in patria e fuori. La soluzione opposta è quella dello ius soli : si diventa cittadini del Paese nel quale entriamo e ci insediamo. Storicamente questa differenza è facile da spiegare. I Paesi sottopopolati (l’America del Nord fino al 1620 era quasi vuota) adottano lo ius soli perché hanno bisogno di popolazione, di nuovi cittadini, mentre i Paesi con antiche popolazioni stanziali adottano di regola lo ius sanguinis : chi nasce in Italia è cittadino italiano e lo resta anche se poi va a spasso per il mondo.

Di per sé la distinzione in questione è logica e storicamente giustificata. Ma è stata sempre più travalicata dagli eventi. Secondo le statistiche i Paesi che adottano il criterio dello ius sanguinis sono ancora una maggioranza. Ma molti Paesi sono oggi piccole isole sperdute nei vari oceani. E anche le statistiche al riguardo variano troppo per dare affidamento. Restando in Italia, il nostro è oggi uno dei tanti Paesi in bilico tra lo ius sanguinis e l’apertura allo ius soli . È così perché la tecnologia delle comunicazioni unita all’esplosione delle popolazioni africane e asiatiche creano nuovi e difficili problemi. Sono problemi che mi propongo di esaminare in un prossimo articolo.

Al momento vorrei soltanto precisare che «integrare» non è lo stesso che «assimilare», e che la integrazione in questione è soltanto l’integrazione etico-politica: l’accettazione della separazione tra Chiesa e Stato, tra religione e politica. Per i musulmani tutto è deciso dal volere di Allah, dal volere di Dio. Qui il potere discende soltanto dall’alto. Per le nostre democrazie, invece, il potere deriva dalla volontà popolare e quindi nasce dal basso, deve essere legittimato dal demos .
La ex ministro Kyenge ha dichiarato che siamo tutti «meticci». Si sbaglia. Qualsiasi buon dizionario glielo può spiegare. Dulcis in fundo l’Arcivescovo di Milano, cardinale Scola, ha dichiarato che «siccome la mescolanza dei popoli è inevitabile... io dirò sì allo ius soli ». Santa semplicità.

04 marzo 2014

Facebook memorizza le ricerche e viola ​la privacy, ecco come eliminarle e tutelarsi

Il Messaggero


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Perche Facebook suggerisce pagine e interessi? Perchè spia le ricerche degli utenti. Ancora il social network tenta di violare la privacy dei suoi iscritti ma per risolvere il "problema" basta effettuare delle semplici operazioni. Basta accedere al "Registro attività" dove sono registrare tutte le operazioni effettuate dagli utenti nel social network. Cliccando sulla sinistra nella sezione "Altro" è possibile accedere a diverse informazioni personali, tra le quali proprio quella relativa alle ricerche effettuate sul social network, accessibile cliccando la voce "Cerca".

Compare così un elenco completo (suddiviso in mesi e giorni) di tutte le ricerche effettuate nel social network, incluse le ricerche relative a profili, pagine e gruppi, effettuate sia tramite la versione web del social network, che tramite le applicazioni per dispositivi mobili. Per eliminare ogni traccia è sufficiente cliccare su "cancella ricerche" o eliminarle singolarmente con la voce "rimuovi".


Lunedì 03 Marzo 2014 - 19:12
Ultimo aggiornamento: 19:13

Meteorite con tracce di vita extraterrestre: è precipitato sulla Terra oltre 50mila anni fa

Il Mattino


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NEW YORK - Tutto è nato analizzando i frammenti del meteorite Yamato 000593, ritrovato in Antartide nel 2000. Il meteorite presenta tracce dello scorrere dell'acqua, oltre a microscopiche sfere riconducibili a dei batteri. Ora, prima di poter parlare con certezza di vita extraterrestre, bisognerà dimostrare che queste sfere di iddingsite sono fossili, ovvero formazioni minerali che dopo milioni di anni sostituiscono per sedimentazione il materiale organico. Gli scienziati dovranno verificare che non si tratti, in realtà, di normali formazioni batteriche.

martedì 4 marzo 2014 - 11:01   Ultimo agg.: 11:15

Siberia, virus gigante si «risveglia» dai ghiacciai dopo trentamila anni

Corriere della sera

È il più grande mai scoperto e sta tornando in vita a causa del riscaldamento globale: è una potenziale minaccia

Pithovirus-99Invece sono le parole chiave contenute in uno studio che esce oggi sulla rivista Pnas. Lo firma un gruppo francese, guidato da Chantal Abergel e Jean-Michel Claverie, che sta passando al setaccio gli angoli più remoti del mondo per portare alla luce creature straordinarie di cui nessuno sospettava l'esistenza.

L'ultimo arrivato è il microrganismo gigante appena scoperto in Siberia, dove è rimasto in letargo per trentamila anni protetto dal permafrost. L'hanno chiamato Pithovirus, dal greco pithos, l'anfora donata dagli dei alla leggendaria Pandora. Secondo il mito conteneva tutti i mali del mondo e la bella fanciulla, scoperchiandola, riversò sull'umanità sciagure di ogni genere. Fu la punizione voluta dagli dei per la disobbedienza di Prometeo, che aveva osato rubare il fuoco. Solo l'anno scorso gli stessi ricercatori avevano stupito la comunità scientifica con un altro virus gigante, anche quello a forma di anfora e ribattezzato, guarda caso, Pandoravirus. Nomen omen, si dice per indicare che il nome delle persone a volte vale come un presagio. Di sicuro questi vasi viventi di Pandora traboccano di sorprese, e forse anche di qualche avvertimento.


Il Pithovirus infetta le amebe, non l'uomo, ma la sua presenza nel ghiaccio spinge i ricercatori francesi a scrivere che il permafrost potrebbe nascondere altri microrganismi, magari patogeni, che potrebbero essere liberati a causa del riscaldamento globale. In uno scenario catastrofico di questo genere il mito di Pandora rivivrebbe riveduto e corretto, con gli uomini puniti per aver inquinato il pianeta e cercato tra i ghiacci nuovi giacimenti di petrolio. Ma queste sono fantasie che dicono poco sui rischi concreti e molto sul funzionamento della mente umana. L'idea della tracotanza e del castigo, evidentemente, esercita un fascino antico e intramontabile. Chi studia le malattie emergenti sa che l'esplorazione di nuovi ambienti espone gli uomini al contatto con microrganismi sconosciuti su cui occorre vigilare. A questo servono le reti internazionali di sorveglianza, che abbiamo visto attivarsi per malattie come la Sars e l'influenza aviaria. Allo stato attuale delle conoscenze, comunque, i virus giganti devono suscitare un sentimento di meraviglia più che di paura. È come se avessimo trovato l'uomo delle nevi in Tibet o Bigfoot nel nord America.

A scuola abbiamo studiato che i virus sono esseri piccolissimi e semplicissimi, al confine tra la vita e la materia inanimata, fatti solo di un involucro che custodisce pochi geni. Oggi questa nozione appare datata: i virus giganti possono superare il millesimo di millimetro e il loro genoma può codificare oltre duemila proteine. Secondo qualcuno potrebbero rappresentare addirittura un ramo indipendente dell'albero della vita. La prima famiglia è stata scoperta dieci anni fa (Megavirus), nel 2013 è arrivata la seconda (Pandoravirus). Ora la terza, che per alcuni aspetti ha caratteristiche intermedie, ma conquista il record della stazza (1,5 micrometri). Il ritmo delle scoperte e la loro distribuzione geografica tra Australia, Cile e Siberia lascia immaginare che il gruppo francese sia estremamente fortunato o che questi virus ciclopici dopotutto non siano così rari. Se è giusta la seconda ipotesi aspettiamoci di fare presto la conoscenza con nuove bizzarre creature ancestrali.

04 marzo 2014

Coca Cola, il bicchiere speciale per gustare la bibita

Libero


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Per circa 90 anni la Coca Cola ha mantenuto il segreto: non una parola è mai trapelata sulla ricetta che qualsiasi altra azienda del settore avrebbe voluto conoscere. Addirittura, il colosso di Atlanta ha recentemente adottato una politica che impone a due soli dei suoi funzionari aziendali, quelli cui è dato conoscere nel dettaglio la ricetta della bevanda analcolica più amata nel mondo, di volare sullo stesso aereo... Non si sa mai che cadendo portino con sé il segreto della formula inventata decine di anni fa da John Pemberton.

Nonostante però il mistero della composizione tanto straordinaria della Coca Cola sia irrisolvibile, le sue sfumature, le «nuances» come si dovrebbe dire in gergo tecnico, possono essere assaporate da chiunque, specie da oggi. Forte di un’insolita collaborazione con la Riedel, l’azienda austriaca nota in tutto il mondo per i suoi meravigliosi bicchieri di cristallo, la società americana ha lanciato sul mercato ad un prezzo abbordabilissimo (circa 20 dollari, 15 euro, per un solo pezzo, 30 per due) un nuovo bicchiere, tramite di un’esperienza unica; perché il fatto che siano segreti non significa che i sapori della Coca Cola, i suoi diversi profumi, non meritino di essere assaporati a dovere.


Con un design unico quindi, studiato appositamente da una squadra di esperti della Riedel (per la prima volta nella storia dell’azienda alle prese con un progetto che riguarda un analcolico), il nuovissimo bicchiere permette attraverso curve vagamente simili a quelle dell’iconica bottiglietta «Contour» (brevettata nel lontano 1915) di esaltare il gusto di ogni singolo ingrediente. A spiegarlo, cercando di convincere anche i più scettici, è Maximilian Riedel, erede oggi della fortuna austriaca. Secondo Riedel non solo non è ridicolo approcciare le bollicine della Coca esattamente come si fa con quelle dello Champagne, ma anzi è necessario per quanti vogliano distinguere chiaramente tra il dolciastro e il frizzante della bevanda l’aroma del caramello e quello della vaniglia.

Che la forma del contenitore possa influire sulla degustazione di ciò che si beve è cosa nota ormai da tempo, da quando proprio la Riedel, nata ben 300 anni fa, intuì che il gusto di un vino può facilmente essere esaltato da un calice della forma giusta. Eppure, nonostante sia applicabile a qualsiasi liquido dotato di sapore, pensare che l’idea possa valere tanto per il buon vino quanto per la Coca Cola lascia ancora un po’ di perplessità. Ma perché stupirsi se da anni questo ragionamento si trova stipato nelle nostre credenze? La Illy prima, la Nespresso poi, la Twinings per ultima hanno lanciato sul mercato una dopo l’altra tazzine bellissime, dal design insolito, studiate appositamente per rendere giustizia al loro prodotto.

Dal materiale alla capienza - e all’estetica, perché anche l’occhio è parte dell’esperienza sensoriale - niente è lasciato al caso, nemmeno la forma del cucchiaino con il quale girare thè, tisane e caffè, a volte piatto a volte bombato. Utili e belli questi oggetti di uso quotidiano portano sulla tavola un po’ di quel lusso che, nell’immaginario comune, è proprio soltanto di grandi magioni o di ottimi ristoranti: smessi i panni del largo consumo tazze e bicchieri si vestono cioè dell’abito esclusivo di norma riservato ai prodotti di nicchia, quelli che solo pochi si possono permettere.

A ben guardare infatti è dal 1992 che gli amanti del buon caffè aspettano con trepidazione pari a quella con cui i più tecnologici aspettano il nuovo IPhone l’uscita delle tazzine Illy, sulla cui superficie hanno lavorato nel corso degli anni artisti come Marina Abramovic e Jeff Koons. Belle e utili insieme, queste tazzine sono come i bicchieri Coca Cola + Riedel, come le tredici tazzine della Ritual Collection che la Nespresso ha studiato per dare ad ogni modo di bere il caffè il suo spessore: sono oggetti che tutti si possono permettere, esclusivi perché creati ad hoc per esaltare le funzionalità del prodotto ma anche i suoi sapori. Attenzione solo a non utilizzare per altro, perché la degustazione è positiva solo se si degusta una certa bevanda. Nel caso della Coca Cola quella tradizionale, più calorica forse, ma con i nuovi bicchieri decisamente più valida della versione Diet.

di Claudia Casiraghi

Le sette chiavi che governano Internet

La Stampa

claudio leonardi

Non è una leggenda né un thriller: sette persone accedono alle cassette di sicurezza con i codici per la password dell’Icann


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Gli appassionati della saga fantasy “Il signore degli anelli” sobbalzeranno, ricordando il poema che parlava dei sette anelli destinati ai principi dei nani, nel mondo fantastico creato da Tolkien. Ma qui siamo nel mondo reale, nel cuore della più importante infrastruttura di comunicazione e di transazione del pianeta: la Rete. 

Internet ha un fondamentale organo di governo che si chiama Internet Corporation for Assigned Names e Numbers (Icann), di cui abbiamo più volte spiegato funzioni ed evoluzione su queste pagine. In sostanza, l’Icann controlla e gestisce l’assegnazione degli indirizzi numerici che corrispondono, poi, ai siti web a cui tutti i giorni ci colleghiamo. Molto si è fatto per rendere quest’organo indipendente da autorità governative, prima fra tutte quella statunitense di cui era inizialmente una emanazione diretta. 

È piuttosto chiaro quale concentrazione di dati si possa trovare sui computer dell’Icann, un autentico Fort Knox dell’informatica sognato da hacker, cyberterroristi e, magari, spie governative. Se qualcuno riuscisse a penetrare in quell’archivio digitale, i danni sarebbero enormi e la sua ricostruzione laboriosa. 

I responsabili dell’organizzazione ne sono consapevoli, tanto da avere deciso di non concentrare nelle mani di un singolo tutta la responsabilità, né di distribuirla a troppi. Sono state scelte sette persone, sette “mastri di chiave”, custodi della sicurezza. Sono state poi selezionate altre sette persone come portachiavi di backup: 14 in tutto.

Nelle loro mani ci sono altrettante chiavi fisiche, senza nulla di particolarmente tecnologico, in grado di sbloccare cassette di sicurezza in tutto il mondo. Dentro quelle scatole si trovano, invece, le chiavi intelligenti, sette smartcard che unite insieme formano la “chiave master”, quella che è, finalmente, una password in senso stretto che schiude le porte al database di ICANN. 

Ma come sa chiunque lavori su una rete aziendale, nessuna password è sicura se non la si rinfresca, almeno ogni tanto. L’organo di governo della Rete ha deciso che ogni tanto significa quattro volte all’anno. Quattro appuntamenti in cui i sette portachiavi umani confluiscono da diversi angoli della Terra, si riuniscono e cambiano la password.

Ma non immaginate una comitiva che confabula e poi decide. La cerimonia comporta il passaggio attraverso una serie di porte chiuse a chiave, l’uso di codici chiave e scanner a mano per arrivare in una stanza che è definita tanto sicura da tenere sotto implacabile controllo qualunque comunicazione elettronica. Ciascuno, poi, cambia il proprio pezzo di codice, singolarmente.

L’immagine è suggestiva e sembra presa da una riunione della Spectre (l’associazione criminale contro cui combatteva l’agente 007), o da un romanzo di Dan Brown. È invece cronaca e, quasi, telecronaca nel pezzo pubblicato dal Guardian e firmato James Ball , che ha incontrato in passato i sette adepti. E il racconto è un miscuglio tra procedimenti di controllo da fantascienza e chiacchiere tra “funzionari”.

Tempesta in un bicchier… di vino. Diffamazione e commenti su Tripadvisor.

Corriere della sera

Gianluigi Marino


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Da qualche tempo si parla di un procedimento penale intentato dal titolare di un rinomato locale bolognese il quale ha ritenuto che un commento postato sul popolare social network Tripadvisor avesse contenuto diffamatorio. In particolare, stando alle cronache, il pomo della discordia parrebbe essere una frase sul vino servito, definito “avariato, roba da creare problemi di salute“. Senza voler fare alcun riferimento al caso specifico che non conosco nel dettaglio, vorrei usare questo episodio come spunto per qualche riflessione.

Innanzitutto è opportuno chiedersi se, nel caso di un commento negativo e magari anche ingiusto, lo strumento della querela sia la reazione migliore. In generale, direi che ha il sapore di qualcosa di vecchio e inadatto. Mi spiego meglio. Al di là del fatto che piattaforme come Tripadvisor hanno procedure di rimozione dei contenuti in violazione di diritti di terzi (la cosiddetta “notice and take down”), normalmente esiste per il soggetto recensito la possibilità di replicare e addurre le proprie ragioni. Utilizzare questo strumento rappresenta una reazione “social” o “2.0″.

Esattamente ciò che ci si aspetta in un ambiente social e 2.0. Una spiegazione, una giustificazione o anche una scusa (se necessario) a margine del commento negativo credo abbia maggiore efficacia di un’azione penale che, a torto o a ragione, verrà percepita dal grande pubblico come una mossa di natura censoria. Ricordiamoci anche che la macchina della giustizia ha tempi che spesso mal si conciliano con la velocità del flusso di informazioni social. Tanto per capirci, il procedimento di cui sopra riguarda un commento del giugno 2012!

Quanto sopra dovrebbe far intuire che quando si ha a che fare con i commenti sui social network l’effetto boomerang è dietro l’angolo. Ma quando un post o un commento possono essere considerati diffamatori? E in tal caso, chi è responsabile? La piattaforma social, l’utente, entrambi?
Un commento ha portata diffamatoria quando, nell’ambito di una comunicazione a più persone, è idoneo a ledere la reputazione altrui vale a dire l’opinione che gli altri hanno di un determinato soggetto.

Circostanze aggravanti sono l’attribuzione di un fatto determinato e l’utilizzo di un mezzo di comunicazione al pubblico (tra cui in prima battuta rientrano le piattaforme social). D’altra parte, non vi è diffamazione laddove si eserciti il proprio diritto di critica rispettando i limiti della verità, della pertinenza e della continenza. Laddove un utente posti un contenuto di natura diffamatoria e che non abbia i requisiti tali da poter essere scriminato dall’esercizio del diritto di critica questi sarà responsabile sia penalmente che civilmente per il risarcimento del danno patito dal soggetto diffamato. E la piattaforma social? Si è sentito spesso proclamare “faccio causa a Twitter”, “Tripadvisor deve pagare” e così via. La situazione però, da un punto di vista strettamente di diritto, non è così semplice.

Norme di derivazione europea e recepite da tempo in Italia (decreto legislativo 70/2003) prevedono che “nella prestazione di un servizio della società dell’informazione consistente nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio, il prestatore non è responsabile delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio, a condizione che detto prestatore:  a) non sia effettivamente a conoscenza del fatto che l’attività o l’informazione è illecita e, per quanto attiene ad azioni risarcitorie, non sia al corrente di fatti o di circostanze che rendono manifesta l’illiceità dell’attività o dell’informazione; b) non appena a conoscenza di tali fatti, su comunicazione delle autorità competenti, agisca immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitarne l’accesso.” 

Inoltre “il prestatore non è assoggettato ad un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmette o memorizza, né ad un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite.”

Tradotto in parole semplici, la piattaforma social di turno, in generale, agisce come hosting provider e i) non ha obbligo di monitorare i contenuti postati dagli utenti, ii) non è responsabile per i contenuti postati da detti utenti e iii) ha l’obbligo di rimuovere i contenuti illeciti solo su ordine delle autorità competenti.

Queste regole tuttavia hanno trovato significative interpretazioni restrittive. La giurisprudenza, sia comunitaria che nazionale, ha ritenuto che le esenzioni sopra elencate non possano essere invocate da hosting provider “attivi”, cioè che intervengono attivamente nell’organizzazione e selezione del materiale postato dagli utenti, ciò che ha allargato di molto l’ambito di responsabilità di chi gestisce blog, forum e piattaforme social.

L’invito alla prudenza del “verba volant scripta manent” risulta essere attuale anche nel mondo social.


Muore 'o Barone, il nobile clochard del centro storico di Napoli

Corriere del Mezzogiorno


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'O Barone lo conoscevano tutti. A Napoli molti clochard e senzatetto, al netto della solidarietà che a volte c'è e spesso non c'è, diventano vere e proprie mascotte del centro storico, simboli stile Suonatore Jones, nel trapezio del passeggio e del cazzeggio tra piazza del Gesù, San Domenico, Bellini. L'istrionico Barone se n'è andato, come prima di lui Donald, e la rete è tutto un de profundis.

Aveva la pellaccia dura 'o Barone ma la tenace resistenza di una vita spesa on the road è finita, come riporta Campaniasuweb.it, vinta da una disfunzione multiorganica, capace di infettare tutto l'infettabile. È deceduto al Vecchio Pellegrini. S'è spento dopo le visite e l'inutile intubazione.

Ph: Ex Asilo FilangieriPh: Ex Asilo FilangieriPh: Ex Asilo FilangieriPh: Ex Asilo FilangieriPh: Ex Asilo FilangieriPh: Dario Gaipa Ph: Twitter/Claudio Ponticelli

 
Il ricordo del «nobile» barbone, e il suo commiato dai basoli del centro antico, rende ancora più stridente la notizia di pochi giorni fa dell'ignobile festa «Clochard style» organizzata in una discoteca dai rampolli della Napoli bene. Non ci si può che aggrappare coi denti alle parole dei goliardi medievali: «Non c'è nobiltà di sangue: nobile è solo chi virtù ha nobilitato»

03 marzo 2014

La teoria-choc del sindaco di Londra: “Dare in affidamento bimbi di genitori islamici”

Corriere della sera

Per Boris Johnson chi cresce nel fondamentalismo diventa terrorista. La comunità islamica: «Rischio di ondata di odio»

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I bambini che crescono con genitori che sono fondamentalisti islamici andrebbero trattati come i piccoli che subiscono abusi in famiglia. Tolti dall’ambiente «malsano» e dati in affidamento. Per la sicurezza loro e di tutta la società. È la bizzarra teoria espressa dal sindaco di Londra Boris Johnson sul Daily Telegraph. Centinaia di ragazzini, sostiene il primo cittadino, sono a rischio di radicalizzazione islamica, sono destinati a diventare «assassini o terroristi» e non vengono salvati solo per un «assurdo atteggiamento politically correct». Le incendiarie parole di Johnson - non nuovo alle gaffe, come quando disse che i «poveri sono poco intelligenti» - sono destinate a scatenare la reazione della comunità islamica del Regno Unito.

IL MONITO DEL SOLDATO LEE - «Si stima che ci possano essere - scrive il sindaco - centinaia i bambini, in particolare quelli che ruotano attorno al gruppo bandito Al-Muhajiroun, ai quali vengono insegnate cose folli: lo stesso tipo di desiderio per l’assassinio e la morte che abbiamo sentito dai killer del soldato Lee Rigby» . Johnson fa riferimento all’assassinio del 25enne reduce dell’Afghanistan ucciso a colpi di machete per strada a Woolwich il 22 maggio scorso. I colpevoli di quella mattanza erano due giovani britannici: Michael Adebowale, 22 anni, di Greenwich, sudest di Londra, e Michael Adebolajo, 28 anni, originario di Romford, nell’Essex, che ha poi studiato all’università londinese di Greenwich.

ISLAM COME PORNOGRAFIA - Il sindaco si è anche lanciato in una similitudine molto forte: «I bambini vengono dati in affidamento quando sono esposti alla pornografia o sono vittime di abusi - è il ragionamento di Johnson - ma questo non avviene se invece vengono abituati a questo punto di vista assolutamente desolante e nichilista sul mondo, cosa che li potrebbe portare a diventare degli assassini». «Allo stato attuale - continua il sindaco di Londra - c’è una certa riluttanza da parte dei servizi sociali di intervenire, anche quando loro e la polizia hanno chiare prove di ciò che sta accadendo (in quelle case, ndr)». Questo accade, dice Johnson, perché «non è chiaro che la legge sosterrebbe tale azione».

LA REPLICA DEL CONSIGLIO ISLAMICO - Il Consiglio dei musulmani della Gran Bretagna ha invitato i politici a smettere di cercare «facili titoli» e ha lanciato l’allarme sul fatto che le osservazioni di mister Johnson potrebbero provocare un’ondata di odio anti-musulmano. «Dopo il terribile omicidio di Lee Rigby - condannato con forza dagli islamici di tutto il Paese - c’è stato un enorme picco di attacchi di islamofobia», ha detto un portavoce. Aggiungendo che «gli assalitori del soldato non erano figli di estremisti, come non lo erano altri che hanno commesso atrocità in passato». «I giovani di tutte le fedi - ha concluso il portavoce - non hanno bisogno di politici che minaccino di farci vivere in una Società da Grande Fratello».

03 marzo 2014

Condannato per aver ucciso un ladro Pd e Lega chiedono la grazia

Corriere della sera

Ad Arzago, Bergamo. Sei anni di reclusione all’imprenditore: la settimana scorsa la sentenza definitiva. Appello bipartisan


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Una richiesta bipartisan: la Lega Nord di Bergamo, con il segretario provinciale Daniele Belotti, e il Pd, con il segretario Gabriele Riva, che è anche sindaco di Arzago , nella Bassa Bergamasca, lanciano un appello per la grazia in favore di Antonio Monella. L’imprenditore è stato condannato dalla Cassazione a sei anni e due mesi di reclusione per aver ucciso nel 2006 un ladro di nazionalità albanese che gli era entrato in casa con altri complici.

A dare la notizia dell’appello bipartisan è stato lo stesso Daniele Belotti (leggi qui il suo intervento integrale) : «La Lega Nord – ribadisce il segretario provinciale del Carroccio – è pronta a sostenere le iniziative del comitato a favore della richiesta di grazia per Antonio Monella che il sindaco di Arzago d’Adda, Gabriele Riva, vuole costituire. In casi come questi bisogna superare gli steccati ideologici e i colori di partito negli interessi dei nostri cittadini e il fatto che Riva sia anche il segretario provinciale del Pd non è certo un freno».

Il sindaco intanto conferma la decisione di attivarsi, dopo aver già dichiarato settimana scorsa che «Monella è una persona conosciuta e stimata all’interno della comunità di Arzago»

03 marzo 2014

Circo Massimo, trovato un tesoro segreto di 600 monete: erano nascoste nella canaletta dell'acqua

Il Messaggero

di Laura Larcan

Erano nascoste all’interno di una canaletta per lo scarico dell’acqua, sotto un massiccio riempimento di terra. Occultate con cura, in modo ordinato, come se avessero voluto preservarle in un luogo segreto, al riparo dal via vai di gente che frequentava ogni giorno il Circo Massimo. Un tesoretto di oltre 600 monete di bronzo, di vario formato, conservate integre, datate complessivamente tra il IV e il V secolo d.C.



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Un bottino che gli archeologi proprio non si aspettavano di trovare, a pochi centimetri di profondità dal livello di pavimentazione di un ambiente ricavato sotto le strutture di pilastri e volte che sostenevano le originarie gradinate del Circo Massimo. Siamo nel cosiddetto «fornice XII», sul lato verso via dei Cerchi, che spicca nell’emiciclo dell’area archeologica sopravvissuta del monumento più celebre, ma anche saccheggiato, dell’antichità. Quella sorta di «curva sud» che dal 2009 è al centro di un lungo e faticoso cantiere di scavo e restauro (allungato nei tempi da fondi sempre più ridotti all’osso) sotto la responsabilità scientifica della Sovrintendenza capitolina. Un cantiere, di cui si stima la conclusione tra circa un anno. La scoperta del tesoretto è avvenuta nel periodo compreso tra il 9 settembre e il 14 ottobre del 2013, ma è stata resa nota solo oggi nel corso di un convegno presso l’American Academy in Rome dal titolo «New discoveries at Circus Maximus», con l’intervento degli archeologi Gianluca Zanzi, Stefania Pergola e Marialetizia Buonfiglio, e moderato da Riccardo Santangeli Valenzani dell’università di Roma Tre.

MAGAZZINI E FUCINE
Lo scavo stratigrafico, condotto con la collaborazione degli studenti della Sapienza del dipartimento di Scienze dell’antichità ha interessato i cosiddetti «fornici XII e XIII» del Circo Massimo, le cui strutture portanti sono databili all’età Giulio-Claudia, corrispondente alla prima fase costruttiva del circo. Ambienti che attestano però fasi di riutilizzo come magazzini e fucine del Circo Massimo. Anche perché, nelle strutture dell’emiciclo, sotto le gradinate del circo, si aprivano le «tabernae» ad animare la vita quotidiana del monumento. Il «fornice XII» venne infatti chiuso e usato per lo stoccaggio di contenitori di grandi dimensioni e per la lavorazione di materiali legati alle attività del circo. L’ambiente era dotato anche di un impianto idraulico come testimonia una canaletta sul pavimento collegata ad un discendente. Segno di un’attenzione al problema dello smaltimento delle acque reflue e piovane. Il punto di svolta sembra essere il IV secolo: la canaletta, spiegano gli archeologi, è stata interrata, probabilmente in un momento che coincide con l’abbandono delle attività.

I GIOIELLI
È stata proprio la canaletta a restituire i materiali più interessanti. Come raccontano gli archeologi, dallo scavo sono riaffiorate numerose lucerne intere, frammenti di cristalli di rocca, oggetti da gioco come dadi e pedine in avorio finemente lavorati, elementi d’oro di piccole dimensioni appartenenti probabilmente a pendenti o bracciali. Fino al tesoretto di oltre 600 monete bronzee. L’obiettivo è ora proseguire le indagini terminando lo svuotamento della canaletta che «porterà a nuovi dati utili e a chiarire le dinamiche storiche del circo», spiega Zanzi. Ma gli scavi nell’area hanno fatto riaffiorare anche frammenti di marmo pertinenti all’originario Arco di Tito (81 d.C.), che un tempo sorgeva al centro della gradinata. Ed è grazie a questi nuovi tasselli che, come in un puzzle, gli studiosi stanno ricostruendo virtualmente il monumento. Il rilievo a laser scanner è già pronto.


Lunedì 03 Marzo 2014 - 10:10
Ultimo aggiornamento: 10:13

Quanta ipocrisia tra i nemici dello zar Vladimir

Vittorio Feltri - Lun, 03/03/2014 - 15:24

Indignati a targhe alterne. Putin si può criticare per tanti motivi. Ma non è peggiore della maggioranza dei capi di Stato che abbiamo visto all'opera nel secolo scorso

Vladimir Putin si può criticare per tanti motivi. Diciamo che non è un democratico esemplare (ma chi lo è?), diciamo che ha il piglio di un ducetto: concepisce il potere come uno strumento personale e non ha alcuna sensibilità per i diritti civili (ne sanno qualcosa gli omosessuali).


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Queste precisazioni per sottolineare, se mai ve ne fosse bisogno, che il «padrone» della Russia non è al vertice delle nostre simpatie. Ma ci pare di poter aggiungere che egli non è peggiore della maggioranza dei capi di Stato che abbiamo visto all'opera nel secolo scorso.

Occorre pensare inoltre che l'Unione Sovietica, dove accadeva di tutto, si è sfasciata poco più di vent'anni orsono e le sue scorie avvelenano ancora la vita politica del grande Paese di cui discettiamo. Di ciò va tenuto conto nel giudicare il comportamento non molto ortodosso del presidentissimo, nato, cresciuto ed educato durante il più rigido regime comunista, al punto da essere stato un dirigente del Kgb. Ciononostante, da alcuni giorni Putin viene bersagliato dai commentatori internazionali, italiani compresi, che identificano in lui una specie di reincarnazione dei despoti sanguinari del Cremlino rosso. E questo è ingiusto.

Significa trascurare, se non dimenticare, che cosa fosse e come agisse la dittatura del proletariato. La quale, specialmente dalle nostre parti, non era poi così disprezzata, anzi aveva parecchi estimatori, tant'è che quello italiano era il partito comunista più forte dell'Occidente. Quando si svolsero i funerali di Leonid Breznev (1982), a Mosca si recò una folta delegazione di nostre eminenti autorità. Altri tempi. Nessuno infatti si scandalizzò, tantomeno i cosiddetti intellettuali (tra cui numerosi editorialisti illustri), tutti «parenti» stretti del Pci.

L'Urss allora ne combinava di ogni colore (citiamo le più grosse: massacri in Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Afghanistan), ma nessuno di coloro i quali ora si stracciano le vesti per la politica aggressiva di Putin batteva ciglio. I soli a protestare erano gli anticomunisti. Lo facevano timidamente perché in soggezione davanti ai compagni (che si atteggiavano a campioni di moralità) ed erano trattati dalla sinistra con sufficienza come trogloditi, sudditi degli americani. Crollato il Muro di Berlino, franato l'impero sovietico, la Russia - lungi dal guadagnare in reputazione per essersi impegnata a recuperare terreno dopo 70 anni di buio democratico e di atroci delitti (leggere Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzenicyn per eventuali informazioni) - è talmente scaduta nell'opinione degli illuminati progressisti da essere considerata la patria del male. E Putin ne è diventato il simbolo.

Il nuovo zar di sicuro si è distinto per aver commesso azioni poco lodevoli e non merita di essere beatificato, ma confrontarlo con Stalin e successori è un gioco insensato, da cui egli esce davvero con l'aureola. Probabilmente ha sbagliato a inviare in Crimea l'esercito: non si dirimono certi contenziosi con la minaccia delle armi, anche se, come in questo caso, ci sono di mezzo enormi interessi economici legati agli idrocarburi. Ma vorrei sapere in che cosa consiste la differenza fra la politica adottata nella presente congiuntura dalla Russia e quella da sempre praticata da altri Paesi in analoghe circostanze: Usa, Francia, Inghilterra, per rammentarne alcuni. La doppia morale è odiosa quanto la guerra. Ma talvolta accettiamo l'una e l'altra. Purtroppo. Almeno evitiamo di essere ipocriti.

Un suggerimento dalla Lega Nord.


Cattura

Interessante l'iniziativa di mettere insieme i quattro contendenti per le primarie del centrosinistra livornese i quali, pur con sfumature diverse, hanno sancito il fallimento dell'amministrazione Cosimi.
Ma il vero risultato dell'iniziativa è stato solo quello di confermare che, per Livorno, sarebbe auspicabile una sconfitta del centrosinistra alle prossime amministrative poiché non sono emerse proposte capaci, almeno, di accendere una speranza nel cuore dei livornesi.

Ruggeri (PD), oltre all'infelice l'idea (sic!) di istituire un assessore alla cura di Livorno, ha dimostrato di essere la continuità col passato, pur mascherata dalla foglia di fico rappresentata dalla sua frase-slogan "Per mettere un punto e andare a capo". Romano (Idv), forse il più vivace dei quattro, ha dimostrato più volte autonomia di giudizio e capacità di portare avanti battaglie in cui crede, ma fa parte di uno schieramento che, di fatto, lo soffoca. Una risorsa sprecata.

Morelli (Psi-Confronto) e Idà (Sel), due professionisti troppo impegnati nel lavoro (buon per loro) e sostenuti da gruppi che condividono la responsabilità dell'attuale situazione di Livorno.
Ma il vero problema è la casta orizzontale, legata da interessi economici e di potere che da anni sta distruggendo Livorno.

Per la città, sarebbe senz'altro salutare interrompere questa continuità, in modo da consentire un vero ricambio ma, è risaputo, i livornesi sono disciplinati e continueranno a votare nel modo sbagliato invece di guardarsi intorno e notare che ci sono altri gruppi che potrebbero dare una speranza.
A tale proposito, la Lega Nord, l'unico vero “sindacato del territorio” nel panorama italiano, osservando con preoccupazione la situazione livornese, individua, al momento, due realtà politiche che, se corressero insieme, potrebbero costituire una valida alternativa alla soffocante casta livornese.
Il riferimento è a Progetto per Livorno (Cristiano Toncelli) ed a Città Diversa (Marco Cannito) che, correndo separati, rischiano di sprecare le preziose esperienze di Cannito e Toncelli, i quali – insieme – potrebbero rappresentare l'alternativa necessaria per Livorno e, forse, suscitare anche l'interesse della Lega Nord.

Concludo con l'augurio che, almeno questa volta, i livornesi facciano la scelta giusta, nell'interesse proprio ma, soprattutto, per le generazioni future.

G.Ceruso – Segretario provinciale Lega Nord - Livorno