venerdì 7 marzo 2014

Scalfarotto fa pulizia. Via tutte le cose della Kyenge

Libero


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Per un paio di giorni è stato il braccio di ferro che sembrava non fare partire il governo di Matteo Renzi. L’alleato e frenatore cortese Angelino Alfano non sbloccava il varo della squadra di sottosegretari per la presenza nella lista del Pd di Ivan Scalfarotto. Il braccio di ferro non era tanto sulla persona (un po’ sì), ma sull’incarico che Scalfarotto - renziano già vicepresidente e pure reggente la presidenza del Pd - avrebbe avuto nel governo. Mirava alle deleghe su integrazione e pari opportunità che erano affidate nel governo precedente a Cécile Kyenge. Alfano si è messo di traverso, perché il nome di Scalfarotto fa venire la pelle d’oca a gran parte dei cattolici italiani (è il padre del contestatissimo disegno di legge sull’omofobia ed è apertamente schierato per i matrimoni gay), e alla fine le deleghe sono saltate.

Scalfarotto è diventato sottosegretario della ministra Maria Elena Boschi, e la assiste nei rapporti con il Parlamento e nelle riforme istituzionali. Appena insediatosi però si è preso una piccola rivincita. Le deleghe della Kyenge non erano disponibili? Lui ha chiesto almeno di prendersi l’ufficio dell’ex ministro. E in quattro e quattr’otto ha occupato quello e le stanze degli ex collaboratori con il suo staff. Nei palazzi il potere spesso si misura in centimetri quadrati e simboli, e certo la possibilità per un sottosegretario di occupare la stanza di un ministro uscente ha fatto lievitare le azioni di Scalfarotto nella scala del potere. Ancora più dopo la sua decisione. Il nuovo sottosegretario appena messo piede nella stanza della Kyenge ha dato un’occhiata a scrivania, cassettiera, credenza con porte in vetro e suppellettili vari e ha ordinato: «Via tutto!».

Ci voleva coraggio, perché non tutti avrebbero potuto infrangere in un attimo un sacrario dell’integrazione e delle pari opportunità. L’avesse fatto un sottosegretario del centro destra probabilmente subito si sarebbe alzato qualcuno a puntare indignato il dito: «Cosa è, razzismo? Non si poteva sedersi sulla stessa poltrona su cui si era poggiata la Kyenge? Appoggiarsi alla stessa scrivania? Aprire i cassettoni da lei utilizzati?». Ma Scalfarotto ha la fortuna di essere immune da simili commenti idioti. Semplicemente il suo gusto estetico fa a pugni con quello dell’ex ministra di origine congolese. Così, piazza pulita. Gran parte degli arredi personalizzati se ne erano andati con la stessa Kyenge, che se li era portati da casa. Sparite croci e crocifissi (naturalmente anche quello costruito con le barche degli immigrati sbarcati a Lampedusa).

Via il porta nome e carica cucito all’uncinetto, dove spiccava il nome della ministra in filo turchese. Non ci sono più i numerosi porta-fotografia, che ritraevano la ministra in compagnia autorevole. Portati probabilmente a casa anche la miriade di targhe, coppe, premi e premiolini che la piaggeria nazionale aveva assegnato alla ministra in questi mesi, facendola diventare scrittrice, giornalista, professoressa ad honorem. Il resto - piccola libreria compresa - è stato fatto fuori dai facchini di palazzo Chigi che sono andati a pescare nel magazzino gli arredi graditi da Scalfarotto e dal suo staff che si è insediato nelle stanze attigue…

di Franco Bechis

L’iPhone sa dove sei. Anche se è scarico

LaStampa

antonino caffo

Un utente solleva il caso sul web. Ma la privacy non sarebbe a rischio: i dati rilevati sono criptati e non vengono trasmessi ad Apple


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Tende a minimizzare, Glarznak, l’utente di Reddit che ha lanciato per primo la bomba. “Sto vedendo la mia storia linkata in giro, ma vorrei darvi dei fatti, non delle supposizioni”. Ed ecco la storia: mentre era in vacanza il suo iPhone si era spento per la batteria scarica e, nonostante questo, lo aveva tenuto con sé assieme agli oggetti personali, durante gli spostamenti da un luogo all’altro. Con sorpresa, quando ha riacceso il telefono dopo averlo messo in carica, si è accorto che Apple aveva registrato il numero di passi fatti durante la settimana all’interno di un’app con funzioni di pedometro. 

L’inghippo starebbe nella possibilità di alcune app di sfruttare il coprocessore M7 dell’iPhone 5S, in grado di lavorare con un minimo consumo di energia anche dopo che il telefono viene spento, grazie ad un 5% di batteria che il sistema tiene da parte per un utilizzo del genere. Stando a quanto riporta la stessa Apple, tutti i dati conservati all’interno del chip M7 sono crittografati, quindi protetti da una protezione specifica, e cancellati dopo sette giorni. Vengono utilizzati solo dopo espressa autorizzazione da determinate app e non sono conservati sui server di Cupertino. 

Come Glarznak  ha scritto su Reddit : “Di solito utilizzo Argus (un’app per il fitness) per tenere traccia dei passi fatti durante il giorno, sfruttando il vantaggio del chip M7 inserito nell’iPhone 5S. quando sono tornato da una settimana di vacanza e ho riacceso il telefono, mi sono accorto di come Argus avesse registrato tutti i passi effettuati negli ultimi quattro giorni, quando l’iPhone è rimasto spento senza carica nella batteria”.

Eppure la testimonianza dell’utente non dovrebbe sorprendere più di tanto (strano semmai che sia andato in giro portando con sè per tanto tempo un iPhone scarico). I dispositivi Apple, così come altri, di solito tengono da parte un po’ di autonomia di riserva per tenere attivi certi servizi e velocizzare il processo di avvio quando si connette il caricabatteria. Quando sul display del telefono vediamo la percentuale vicina allo zero, in realtà vi è ancora un 5% circa di autonomia residua. Come la stessa Apple ha evidenziato durante la presentazione dell’iPhone 5S , il chip M7 può monitorare costantemente le attività di accelerometro, giroscopio e bussola.

Questo tipo di sensore utilizza una quantità davvero minima di energia, girando quindi anche quando l’autonomia residua è molto bassa, addirittura quando il telefono è spento, sfruttando quel famoso 5% allocato per tali scopi. Quello che è più importante è che il chip M7 non colleziona dati presi dal sensore GPS e Bluetooth; questo vuol dire che app come Argus possono sapere quanti passi sono stati fatti nell’arco di un certo periodo (basandosi sul movimento dell’accelerometro) ma non la localizzazione dell’utente, soprattutto se il GPS è spento.

Potremmo quindi tenere il telefono spento con noi mentre si fa palestra in casa, anche per un’ora. A questo punto app come Argus, una volta riacceso l’iPhone, registrerebbero il numero di passi effettuati, senza sapere che sudavamo sullo step di casa.

Quando l’iPad muore con te: questioni di eredità digitale

Corriere della sera


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Il mondo del digitale ha molto a che fare anche con quello dell’Al di là. Questione di usura: quella dei beni virtuali è infinitamente minore rispetto alla nostra. Dunque si pone la questione di quale fine può fare il nostro ecosistema digitale crescente al momento della dipartita. È un problema di diritti, a vari livelli.

Famoso era stato il caso di Bruce Willis che aveva scoperto di non poter destinare ai figli la propria biblioteca di musica digitale. I file sono concessi in «licenza d’uso»: il lascito non è contemplato. La questione dell’eredità digitale non è banale, notai e legali ne discutono da diversi anni, e va a toccare anche i nostri dati e profili social. Che rischiano di sopravviverci nostro malgrado. Google in materia, per esempio, ha attivato il servizio «Gestione account inattivo», rinominato dalla Rete «Death manager».

Un nuovo caso si è aperto poi
in questi giorni in Gran Bretagna e lo racconta l’Indipendent: i due figli di Anthea Grant, una donna di 59 anni morta di tumore lo scorso gennaio, non hanno la possibilità di accedere all’iPad – con relativi contenuti – della madre. Josh e Patrick non conoscono la password dell’account ed Apple si è mostrata intransigente sul chiudere un occhio, malgrado la specificità del caso. Che da raro rischia di diventare sempre più frequente nei prossimi anni. Il colosso di Cupertino, intanto, a febbraio ha aggiornato i termini di utilizzo del servizio iCloud Free. Specificando che «ogni diritto termina con la tua morte».

Facebook, regole più severe per la vendita di armi

Corriere della sera

Dopo le polemiche, solo gli adulti potranno vedere i post sulle offerte e il social network invierà messaggi per ricordare di rispettare la legge


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Niente pistole su Facebook. Il social network inasprisce le regole per la vendita di armi sul social network. Dopo le critiche che le sono state mosse, da Menlo Park arrivano nuove norme più stringenti, entrando così di fatto nell’acceso dibattito sulle armi negli Stati Uniti dopo Starbucks che ha chiesto ai propri clienti di non portare armi nelle caffetterie. Facebook è stata accusata da gruppi contro le armi di facilitare le vendite online di prodotti non regolamentati, consentendo agli “amici” di pubblicare sui propri profili armi in vendita. Le polemiche si sono inasprite dopo che anche Instagram, piattaforma di recente comprata da Mark Zuckerberg, non ha bloccato la diffusioni di foto finalizzate alla compravendita di fucili e coltelli e di droga, specialmente metanfetimina (ne avevamo parlato qui).
Proibizionismo e web
Vietare però non è sempre una scelta popolare in rete. «Stiamo lavorando. Le nuove regole varranno anche per Instagram duramente per trovare un equilibrio fra la libertà di espressione su temi che gli utenti ritengono importanti e la creazione di un contesto sicuro e rispettoso», ha spiegato Monica Bickert, responsabile del global policy management di Facebook. «Abbiamo sentito di recente timori sulle offerte di vendita di armi, e questo è una delle aree in cui abbiamo difficoltà a trovare un equilibrio fra il desiderio di esprimersi e il riconoscere che questa libertà possa avere conseguenze da altre parti», mette in evidenza Bickert. Le nuove regole introdotte da Facebook assicurano che solo gli adulti possono vedere online post sulle armi e invierà messaggi agli utenti che intendono venderle ricordando loro che devono rispettare le leggi. Chi sgarra vedrà sparire il suo annuncio.
Le lobby
Le nuove regole, fa sapere la società di Menlo Park, entreranno in vigore nelle prossime settimane e si applicheranno anche a Instagram, la piattaforma per la condivisione di immagini. Il procuratore generale di New York, Eric Schneiderman, e il gruppo Mayors Against Illegal Guns (Sindaci contro le armi illegali) appoggiato dall’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, avevano chiesto a Facebook di adottare restrizioni del genere. L’organizzazione Moms Demand Action aveva invece raccolto oltre 230mila firme per una petizione in cui si chiedeva alla compagnia di Mark Zuckerberg di agire. La legge dello Stato di New York richiede che nel caso di vendite di armi tra privati vengano eseguiti controlli su acquirenti a livello federale e vieta le vendite di alcuni tipi di armi, come il fucile AR-15.

6 marzo 2014 | 15:51

Brevetti, ai coreani il duello Samsung-Apple. Ma dovranno pagare 930 milioni

Corriere della sera


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Samsung batte Apple: le agenzie titolano così. Perché il giudice distrettuale Lucy Koh ha respinto la richiesta di Apple di mettere al bando più di 20 smartphone e tablet Samsung, oggetto dello scontro legale sui brevetti iniziata nel 2012 (qui una galleria fotografica dello scorso novembre che spiega la materia del contendere). Il giudice Koh ha però stabilito che Samsung pagherà ad Apple 930 milioni di dollari, una bella cifra che però certo non può impensierire il colosso coreano. Ma ha di fatto vietato il bando dei suoi prodotti. Fallito il tentativo in extremis di un patteggiamento tra le due aziende su altri brevetti (in cui è chiamato in causa anche il Galaxy S3) – ne avevamo parlato qui-, la sentenza arriva a poche settimane dall’avvio del nuovo processo che vede scontrarsi i due colossi e che si aprirà il prossimo 31 marzo.

Nonostante quella che è una vittoria, Samsung annuncia che presenterà ricorso contro la conferma dei 930 milioni di dollari che deve pagare ad Apple. L’appello si baserà sul fatto che la cifra è ricavata sulla base «di metodi di calcolo sbagliati». In novembre una giuria federale ha ordinato a Samsung di pagare 290 milioni di dollari in danni per aver infranto alcuni brevetti Apple. Una cifra che si andava ad aggiungere ai 640 milioni di dollari che non erano oggetto dello scontro legale davanti alla giuria, e che erano stati precedentemente imposti a Samsung.

In dicembre Apple aveva chiesto il bando dei prodotti Samsung che infrangevano i suoi brevetti, mettendo in evidenza che i danni economici che le erano stati riconosciuti non erano un rimedio adeguato. Gli analisti ritengono che se Samsung fosse riconosciuta colpevole nel nuovo processo, il giudice potrebbe infliggerle il pagamento di danni ancora maggiori rispetto ai precedenti in quanto i prodotti sono più nuovi e hanno avuto successo in termini di vendite.


FOTO - I brevetti “copiati”

I divorziati risposati che fanno già la comunione

La Stampa

Andrea Tornielli

Una ricerca del sociologo Introvigne: «Il 75% dei sacerdoti italiani sa che tra i suoi parrocchiani ci sono divorziati risposati che si comunicano regolarmente»


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Molti divorziati risposati fanno già la comunione, nonostante il divieto. E questo avviene in molti casi in chiese diverse da quelle della comunità di appartenenza. È quanto emerge da una ricerca del sociologo Massimo Introvigne, che viene presentata questa sera a Trieste in occasione di un convegno sugli attacchi alla Chiesa.

«Il 78,4% dei sacerdoti italiani - spiega lo studioso - afferma di non conoscere nella sua parrocchia neppure un solo caso di divorziati risposati che non si comunicano e affermano di attendere un via libera dalla Chiesa per comunicarsi. Tra la minoranza di sacerdoti che invece ha questi casi in parrocchia, più della metà afferma che le coppie coinvolte sono solo una o due».

Dai dati del sondaggio non emergerebbe dunque in vista del prossimo Sinodo sulla famiglia una grande attesa da parte dei divorziati risposati, non solo perché molti di loro non sono interessati a comunicarsi, ma perché molti di fatto già si comunicano, benché in teoria la Chiesa non lo permetta. «Secondo la ricerca - riferisce Introvigne - il 75% dei sacerdoti italiani sa che tra i suoi parrocchiani ci sono divorziati risposati che si comunicano regolarmente. Il 41% pensa che lo facciano ignorando completamente il sacramento della confessione, il 34% riferisce che questi divorziati risposati decidono di comunicarsi dopo un colloquio con il confessore».

I sacerdoti, fa notare lo studioso, quasi mai rifiutano la comunione a chi si mette in fila e si presenta all'altare, ma possono preoccuparsi delle ripercussioni sugli altri fedeli. «In effetti - riferisce il sociologo - secondo la ricerca, i sacerdoti pensano che, tra i divorziati risposati che decidono di comunicarsi dopo un colloquio con il confessore, il 75% si comunichi abitualmente fuori della propria parrocchia, seguendo quello che sembrava un consiglio tipico di sacerdoti d'altri tempi - "se ti senti, comunicati, ma fallo in una chiesa dove non ti conoscono per non creare scandalo" - che invece apparentemente è ancora di moda».

«Non ho la competenza per un commento teologico - conclude Introvigne - e naturalmente non possiamo conoscere il contenuto dei colloqui con i confessori che portano molti divorziati risposati alla decisione di comunicarsi. E quelli che lo decidono senza mai confessarsi sono di più. Penso tuttavia che contributi sociologici come questo non siano inutili al Sinodo. Confermano che la situazione è confusa e che la Chiesa non può astenersi dal mettere ordine. Ma, se nei sondaggi si cercano di accertare fatti invece che opinioni, si scopre spesso che i problemi sono diversi da come molti li rappresentano».

Vigile in borghese fa multare una donna e le mostra il dito medio, arrestato

La Stampa

Milano, la signora parcheggiava spesso in divieto di sosta; lui avvisa i colleghi per elevare la contravvenzione; in passato le aveva tagliato le gomme dell’auto


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Si è accanito contro una donna che spesso parcheggiava in divieto di sosta davanti a una scuola di Milano e, malgrado fosse in borghese, è riuscito a farla multare ancora una volta dai suoi colleghi e poi le ha mostrato il dito medio. Per questo ed altri episodi precedenti un vigile urbano è finito agli arresti domiciliari su richiesta del procuratore aggiunto di Milano Nicola Cerrato e del pm Tiziana Siciliano. C’è il sospetto che il vigile abbia anche tagliato le gomme dell’auto della donna.

Per lui le accuse sono di violenza privata, ingiuria e minacce. In passato, il vigile, 40 anni, aveva già subito diverse sanzioni disciplinari per comportamenti ritenuti arroganti ai danni di cittadini e colleghi. Stando alla ricostruzione del pm , il 24 settembre scorso la donna multata per aver parcheggiato in divieto di sosta davanti alla scuola della figlia, dopo avere trovato la contravvenzione sull’auto si sarebbe accorta della presenza del vigile il quale in borghese, appoggiato su un muretto, le mostrava il dito medio. 

Per la signora l’uomo era une vecchia conoscenza perché staziona sempre davanti a quella scuola e già in passato aveva avuto con lui screzi legati al codice della strada. La donna, una volta ritirata la figlia uscita da scuola, si sarebbe rimessa alla guida e il vigile l’avrebbe seguita in bicicletta sul marciapiede parallelo. A quel punto, spaventata perché il vigile le avrebbe detto «Hai visto, ti ho trovata», la donna avrebbe fatto scendere la figlia dall’auto e chiamato il 113. Il vigile l’avrebbe allora investita di epiteti minacciandola di «fargliela pagare» e accompagnando queste parole col dito medio, esibito per la seconda volta.

Monelle di carta

Corriere della sera

di Alessandro Trevisani

Da sabato in mostra le «Bambine terribili» dei fumetti, da Mafalda alla nostra Stefi


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Sono poche ma agguerritissime. Simpatiche, ma per nulla tenere, canaglie più per la lingua lunga e il pensiero sciolto, che non per i danni materiali che procurano. Quelli, semmai, li lasciano ai maschi. Perché loro sono le «bambine terribili» del fumetto internazionale. Mafalda, Piccola Eva, Lucy Van Pelt (la sarcastica sorellina di Linus). E poi Lisa Simpson, Zoe (una peperina nota ai lettori de «L’Intrepido» e «Il Monello») e l’antenata di tutte, Little Lulu, che da damigella a un matrimonio, nella prima striscia, si diverte a spargere bucce di banana sulla navata, in chiesa: sono le protagoniste della mostra «Bambine terribili» (inaugurazione domani alle 18.30, Wow Spazio Fumetto, viale Campania 12, a seguire lo spettacolo teatrale «Del piacere e del bisogno del tempo libero», ingresso gratuito, orari mar.-ven. 15-19, sab-dom 15-20). Ma è sulla «capitana» della squadra, l’italianissima Stefi, che ci concentriamo con la milanese Grazia Nidasio, che la creò nel 1969 sulle pagine del «Corriere dei Piccoli», come comprimaria della sorella più grande, Valentina Melaverde. Ma la spiccata personalità di questa «bambina logica», fonte perenne di domande e curiosità, le procurerà, dal 1976, una striscia tutta sua.

Nidasio, perché la Stefi è una bambina terribile? «Perché non capisce la logica degli adulti. Se un’anziana sconosciuta, sull’autobus, può chiederle quanti anni ha e mille altre cose, perché lei non può chiederle quanti soldi ha in banca, come mai è così grassa, e per chi vota? E se i soldi sono pezzi di carta incendiabili, perché sono così importanti? Stefi se lo chiede, e non ha risposte».

Che tipa è la Stefi?
«Una bimba di 8 anni, bruttina, anche un po’ banale: l’ho voluta così, senza nulla di speciale, per poterla riempire di idee e situazioni».

Oggi vanno forte Peppa Pig e le Winx.
«Peppa è un capolavoro: fresca, semplice, splendida. Le Winx hanno poteri magici, ma al sogno che deriva dall’artificio preferisco quello che nasce dentro di te, o dall’incontro con la natura, che è già ricca di suo, senza superpoteri».

Che bimba era Grazia Nidasio?
«Una che nei primi anni di vita, a Porta Romana, ha preso tanti scapaccioni da fratelli e sorelle. Il che le ha impedito di diventare vanagloriosa».

Che effetto le fa vedere nominate 8 ministre su 16 dicasteri, e il giorno dopo tutti a parlare dell’abito e delle forme della Boschi? «Beh, è la solita storia: se sei ministra devi avere le gambe dritte, truccarti ma non troppo, esser magra ma non troppo, e non devi sbagliare mai. Gli uomini, invece, godono dell’indulgenza».

Stefi è stata tradotta in decine di Paesi, dal Brasile alla Cina. Una bella soddisfazione. «Sì. L’altro giorno mi telefona un signore turco, che mi fa: “Ma non sapevo che la Stefi fosse italiana, per me era turca!”. Il legame coi lettori è un mistero: metti una bimba su un pezzo di carta e fa il giro del mondo...».

7 marzo 2014 | 11:18

Panucci: «Così non proteggiamo le nostre invenzioni»

Corriere della sera


di FABIO SAVELLI

Il direttore generale di Confindustria: Il governo non ha ancora elaborato una posizione ufficiale sul brevetto unitario europeo e non c’è un ministro che se ne occupi


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Il tasso di innovazione tecnologica del nostro Paese rallenta. E’ preoccupata dal fatto che l’Italia sia soltanto il 18 paese al mondo per numero di brevetti in rapporto alla popolazione?
«La spesa in ricerca e sviluppo rispetto al Pil è sostanzialmente stabile (1,27% nel 2012 da 1,25% nel 2011), anche se il calo del reddito determinato dalla crisi ha prodotto una lieve diminuzione in termini reali. Certo, siamo lontani dall’obiettivo del 3% previsto da Europa 2020 e, infatti, il rapporto della Commissione UE ci pone tra gli “innovatori moderati”. Anche i brevetti (all’1,32% nel 2011 dal 1,36% del 2010) non registrano una caduta come quella avvenuta in altri paesi sviluppati e, comunque, il loro numero non rispecchia il tasso di innovazione reale.

Il punto non è, infatti, la nostra capacità di innovare perché, come dimostrano alcuni rapporti internazionali, qualità e produttività dei nostri ricercatori sono tra le più alte al mondo. Quello che pesa è la difficoltà delle nostre imprese a gestire i risultati dell’innovazione. Direi che si tratta di un limite soprattutto culturale, perché non c’è la percezione di quanto sia importante proteggere le invenzioni. È un problema che non riguarda solo le imprese poiché le difficoltà nell’assicurare adeguato sostegno alle attività di ricerca e sviluppo sono tra i fattori che alimentano la “fuga dei cervelli”. È un circolo vizioso, determinato anche dagli alti costi dell’attuale sistema di brevettazione, che costringe molte imprese a non brevettare o a farlo solo in un ristretto numero di paesi, con ripercussioni negative sulla capacità di competere sui mercati globalizzati».

A che punto siamo con il cantiere del brevetto unico europeo? La decisione italiana di non aderire inizialmente alla cooperazione rafforzata sta portando a un ravvedimento?
«In parte. Dopo la sentenza della Corte di Giustizia, c’è stato un primo segnale positivo: nella relazione parlamentare sulla politica europea dell’Italia, il Governo si era impegnato a compiere le azioni necessarie per l’adesione al brevetto unitario. Ad oggi, però, non è ancora stata definita una posizione ufficiale e nella relazione per il 2014 emerge che è ancora in corso una complessa attività di valutazione. Confindustria non ha mai interrotto l’attività di sensibilizzazione e, raccogliendo un invito di governo e Parlamento, ha elaborato un impact assessment che evidenzia i vantaggi economici del nuovo sistema brevettuale».

Il dossier prima era in carico al ministro per gli affari comunitari Moavero, ora chi ne prenderà le redini? «Non sappiamo ancora chi seguirà la materia ma, poiché riteniamo che si tratti di un dossier di primaria importanza, auspichiamo che il Governo segua questo tema con grande attenzione. Servono azioni decise che adeguino il nostro sistema agli standard internazionali, dove la ricerca riveste un ruolo fondamentale. Pertanto, l’adesione al nuovo sistema non è più rinviabile».

Perché per Confindustria è importante il brevetto unico europeo? Quali sarebbero i vantaggi?
«Avremmo un titolo automaticamente valido in tutti gli Stati membri, con un abbattimento dei costi e un conseguente rafforzamento della capacità competitiva delle nostre imprese. Invece, in caso di non adesione, le nostre industrie sarebbero obbligate a ricorrere a un duplice livello di brevettazione: uno per l’estero e uno per l’Italia. Secondo le nostre stime, evitando questo doppio binario, il sistema imprenditoriale avrebbe un vantaggio pari a circa 14 milioni di euro l’anno. Le dirò di più: con l’adesione al brevetto unitario, l’Italia incrementerebbe le proprie entrate di circa 42 milioni di euro l’anno. Allo stesso tempo è necessario ratificare l’accordo sulla Corte unitaria perchè è un sistema che assicura prevedibilità e qualità delle decisioni e una tutela effettiva ed omogenea del brevetto. Ricordo che il sistema di Monaco espone i titolari di un brevetto al rischio di dover affrontare contemporaneamente più cause per lo stesso titolo con costi aggiuntivi che, secondo le nostre stime, arriverebbero a circa 4,8 milioni di euro l’anno».

7 marzo 2014 | 12:13

Minacce cibernetiche, l’Italia si difende E chiede aiuto agli esperti israeliani

La Stampa

francesco grignetti

Nell’ultima Relazione sulla sicurezza i dettagli di una complessa struttura di protezione dalle armi digitali: “Con Israele una Joint Declaration mirante a tracciare le linee lungo le quali infor­mare future forme di cooperazione di settore tra i due Paesi”



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Per i nostri 007, non sono più la minaccia del futuro, ma del presente. Le cosiddet­te “armi digitali”: così nell’ultima Relazione sulla sicurezza definiscono “l’evoluzione delle procedure e degli strumenti attraverso i qua­li si concretizza la minaccia cibernetica”. Per difendersi, l’Italia ha creato una complessa struttura di protezione. E siccome trattasi di armi, sia pure virtuali, ma che possono fare molto male a un Paese, è il consigliere militare del presidente del Consiglio, un generale che siede in permanenza a palazzo Chigi, a sovrintendere ad un neonato Nucleo per la Sicurezza Cibernetica. 

Il Nucleo è presieduto appunto dal consigliere militare e vede al suo interno i rappresentanti del Dipartimento informazioni e sicurezza (il vertice dei nostri servizi segreti), delle due agenzie AISE e AISI, del ministero degli Affari Esteri, Interno, Difesa, Sviluppo Economico, Economia, della Protezione civile e dell’Agenzia per l’Italia digitale. “Il Nucleo – spiegano – svolge funzioni di raccordo tra le diverse componenti dell’architettura istituzio­nale, che intervengono a vario titolo nella materia della sicurezza cibernetica, sia nel campo della prevenzione e della preparazione ad eventuali situazioni di crisi cibernetica, sia ai fini dell’attivazione delle azioni di risposta e ripristino rispetto a quest’ultime”. Tutto molto bello, sulla carta. Siccome però i nostri 007 sono consapevoli che c’è da recuperare un certo gap tecnologico, gli italiani si sono messi sotto l’ala di chi se ne intende davvero di protezione cibernetica: gli israeliani. 

Scorrendo la Relazione, infatti, si legge che “particolare at­tenzione è stata dedicata ai rapporti di cooperazione bilaterale Italia-Israele. Alla partecipazione di una delegazione nazionale (composta da rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e delle imprese) alla Conferenza di sicurezza ciberneti­ca tenutasi a Tel Aviv il 9-12 giugno ha fatto seguito un successivo incontro in Italia (2-3 settembre) in vista del raffor­zamento delle condizioni per possibi­li convergenze tra start-up israeliane e piccole e medie imprese nazionali”. Non deve meravigliare la capacità di cyber-difesa di Tel Aviv. I suoi siti Internet sono forse i più bersagliati al mondo (e di converso i più protetti): nel novembre di due anni fa, al culmine delle tensioni a Gaza, il governo ammise di avere fronteggiato quarantaquattro milioni di attacchi in quattro giorni. Undici milioni di attacchi al giorno! Furono tutti respinti. Da allora, i cyber-guerrieri israeliani sono universalmente riconosciuti come i migliori. 

Tanto corteggiamento da parte italiana nei confronti dei partner israeliani, comunque, ha dato significativi risultati. “Tali incontri, prodromi­ci al vertice bilaterale italo-israeliano svoltosi a Roma il successivo 2 dicem­bre, - conclude la Relazione - hanno portato alla sottoscri­zione di una “Joint Declaration” mirante a tracciare le linee lungo le quali infor­mare future forme di cooperazione di settore tra i due Paesi. Il 27-28 gennaio del 2014, nell’ambito della fiera Cybertech di Tel Aviv, si sono tenuti ulteriori incontri istituzionali e impren­ditoriali”. 

Arriva la macchina per l'orgasmo, raggiungere il piacere semplicemente premendo un pulsante

Il Mattino


201403
NEW YORK - Orgasmo a portata di mano. Arriva dagli Stati Uniti una macchina che consentirà alle donne di raggiungere le vette del piacere semplicemente premendo un pulsante. La macchina ha una funzione medica, è grande come un pacchetto di sigarette e utilizza degli elettroliti per attivare l'orgasmo femminile, a molte donne sconosciuto. L'intento è di trattare le donne con disfunzione orgamsica e cercare di curarne i casi.La scatolettta magica sarà usata in sedute di psicoterapia in cui le donne cercheranno di risolvere i loro problemi legati alla sfera sessuale.

L'inventore, Stuart Meloy, un chirurgo del North Carolina, ha tenuto a precisare che si tratterà di uno strumento medico che verrà utilizzato, tra l'altro, nei casi più gravi e complessi. Nessuno strumento di piacere e diletto, quindi, ma una macchina "salva-sesso". Lo strumento è stato messo a punto e in breve tempo partiranno le prime sperimentazioni.

venerdì 7 marzo 2014 - 09:56   Ultimo agg.: 10:02

Rizzo, l'ultimo comunista irriducibile: viva Stalin (e Chavez)

Raffaello Binelli - Gio, 06/03/2014 - 18:45

Su Facebook Marco Rizzo rende onore a Stalin a 61 anni dalla morte: "La sua esperienza non è fallita"

Ormai da qualche anno è fuori dal parlamento. Marco Rizzo, tra i fondatori di Rifondazione comunista, è confluito poi nel Pdci, di cui è stato capogruppo alla Camera e deputato al parlamento europeo.




Oggi, senza più poltrona,è il segretario generale del Partito comunista (Comunisti sinistra popolare), una delle sigle che ancora oggi usano la falce e il martello. Continua a far parlare di sé per le proprie posizioni radicali. Vi elenchiamo le ultime due: ieri, 5 marzo, ha reso onore a Stalin. Poi ha ricordato Hugo Chavez, leader venezuelano scomparso un anno fa. Vediamo cosa ha scritto di Stalin sulla propria bacheca Facebook, ovviamente con un ritratto agiografico di "baffone" in divisa: "61 anni fa moriva. Oggi è un reciproco di Hitler, il suo nome serve a combattere il Comunismo. Il solo suo ricordo fa però tremare i padroni, ha edificato il primo paese socialista, senza di lui il nazismo avrebbe vinto. La sua esperienza non è fallita, è invece fallita la sua revisione. Il suo nome russo si traduce in "acciaio". STALIN. Terrore dei fascisti e dei falsi comunisti. Onore e Gloria a te!!!".

Non c'è che dire, Rizzo è proprio un grande nostalgico di Stalin. Dire estimatore sarebbe riduttivo. Ne sente proprio la mancanza.

In un commento il sito l'Intraprendente definisce Rizzo "l’ultimo stalinista in guerra. Con la realtà". Aggiungendo che "Stalin fu uno dei più feroci dittatori della storia dell’umanità, forse il peggiore per il numero di vittime. In trentun anni di governo col pugno di ferro – anzi d’acciaio (da cui il soprannome) – fece morire fra le 20 e le 60 milioni di persone fra gulag, fucilazioni di massa e la carestia Ucraina, privata di tutto il grano a disposizione". 

Ora, nessuno pretende che Rizzo diventi anticomunista. Ma che arrivi, ancora oggi, a celebrare Stalin, che negli anni Cinquanta fu "scaricato" da Kruscev, è a dir poco sorprendente. Vuol dire che Rizzo è rimasto ancora più indietro, agli anni Trenta e Quaranta. E fa finta di non vedere ciò che ormai è scritto sui libri di storia.

A Rizzo, comunque, piacciono i leader di un certo tipo. Ad esempio, sempre su Facebook, ha voluto celebrare anche Hugo Chavez, il presidente-caudillo del Venezuela, scomparso un anno fa. Postando poi delle immagini, con la foto di Chavez e la scritta: "Onore e gloria eterna comandante".

Camera, 7,8 milioni per la carta, ma ai parlamentari paghiamo tablet e pc

Libero

Nel 2012 Montecitorio ha speso 7,8 milioni di euro tra stampe e fotocopie. Nel 2013 altri 5 milioni sono stati spesi nei primi 6 mesi. Ma ai parlamentari diamo 2500 euro per il pc


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Carta canta, si diceva un tempo. Già un tempo, perchè oggi nell'era del web fotocopie e testi sono di fatto scomparsi dalle scrivanie di chi lavora. L'ufficio e il tavolo da lavoro si è ridotto di dimensioni perchè deve far spazio solo ad un pc portatile. Ma il progresso non ha ancora varcato le porte di Montecitorio. Come racconta l'Espresso, alla Cmaera si spende e spande ancora per stampare migliaia di pagine su mozioni, disegni di legge, relazioni, discorsi e interventi da leggere in Aula. La carta della Casta ci costa ben 7,8 milioni di euro all'anno.

Tanto ha speso Montecitorio nel 2012 per assicurare durante le sedute d’Aula e di commissione una copia cartacea degli atti in discussione. La Camera ha infatti impegnato la bellezza di 7.813.009,54 euro. Una cifra non solo di tutto rispetto ma perfino maggiore del 2011, quando per questo capitolo di spesa furono stanziati 7.768.441,11 euro. Per effetto della “dematerializzazione” quest’anno la spesa dovrebbe scendere di un buon 20 per cento e attestarsi a 6,2 milioni. Restano comunque troppi.

Gli paghiamo pure pc e tablet -
Intanto nei primi sei mesi di quest’anno la Camera ha già staccato un assegno da 5 milioni e 140 mila euro a favore degli Stabilimenti tipografici Carlo Colombo, che curano la stampa di atti parlamentari. Ma i nostri parlamentari in realtà potrebbero evitarci questo salasso. Come? Da due legislature i deputati possono usufruire di un generoso rimborso di 2.500 euro per l’acquisto di prodotti informatici effettuati nell’arco della legislatura.

L’agevolazione, istituita nel 2006, è stata ribadita nel 2008 e confermata la scorsa estate. Ma la Casta di rinunciare alla carta non vuole saperne. Va detto che per alcune attività parlamentari le copie stampate dei testi sono indispensabili. Ma il sospetto è che i parlametari usino il bonus per acquistare i pc e i tablet solo per uso privato evitandone un uso concreto che possa abattere i costi della carta. Risparmiare tra i 5 e i 7 milioni di euro porterebbe un pizzico di ossigeno nel bilancio di Monetcitorio. Ma dalle parti della Camera lo spreco è di casa. C'è poco da fare.

La bella vita dei giudici al Tar meno lavoro e più compensi

Anna Maria Greco - Ven, 07/03/2014 - 08:12

La strana spending review dei magistrati amministrativi: decidono di ridurre i ricorsi assegnati a ogni toga e premiano con un bonus chi tiene udienze extra. Intanto le cause arretrate sono arrivate a quota 322mila

I magistrati amministrativi, si sa, non sono degli stakanovisti. C'è chi confessa di lavorare abitualmente 4 o 5 giorni al mese.


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Ma in tempi di crisi, di spending review e di tagli ovunque, proprio quando il premier Matteo Renzi li tiene nel mirino per i doppi incarichi, loro hanno pensato bene di aumentarsi lo stipendio, moderando anche il carico di lavoro. Circa 2 udienze al mese. Il meccanismo è questo: prima una delibera, adeguatamente non pubblicizzata, ha deciso di ridurre i ricorsi assegnati a ogni magistrato del Tar da 126 all'anno a un massimo di 108, mentre per il Consiglio di Stato da 147 sono scesi a 121.

Alleggerito così lo standard, si è poi previsto un incentivo economico per i volenterosi che volessero contribuire a smaltire l'arretrato di ricorsi pendenti. E sì, perché malgrado questi ritmi non certo forsennati si sono accumulate circa 322 mila vecchie cause. Ed ecco la ciliegina: per chi svolge udienze aggiuntive c'è un premio extra di 1.300 euro lordi per ognuna, con un tetto massimo di 6 udienze l'anno. Come dire che, lavorando (poco) come prima, ogni magistrato che ha già un signor stipendio attorno ai 130mila euro lordi l'anno, ne può guadagnare in più 7.800, cioè circa 4 mila netti: una specie di straordinario virtuale pagato dal contribuente.

A decidere tutto questo è stato il Consiglio della giustizia amministrativa, cioè il Csm di questa speciale magistratura spesso indicata come la casta della casta in toga. Eppure, con quanto offeso vigore i vertici di Palazzo Spada hanno respinto accuse e polemiche divampate, ad esempio, dopo la sentenza del Tar che ha annullato le elezioni regionali piemontesi, dopo ben 4 anni. Ritardi? Macché! Fannulloni? Giammai! Ecco, alla recente inaugurazione dell'anno giudiziario il presidente del Consiglio di Stato, Giorgio Giovannini, ha piuttosto vantato una messe di successi.

L'arretrato negli ultimi 5 anni si è più che dimezzato, i ritmi di lavoro sarebbero sugli standard europei. La giustizia amministrativa non può essere considerata un freno allo sviluppo. Trend 2013 positivo, con i giudizi definiti che sono quasi il doppio dei nuovi ricorsi, 114.592 contro 64.483, e in calo i ricorsi d'appello: solo l'8 per cento delle sentenze dei Tar impugnato l'anno scorso. Insomma, respinte al mittente le tante critiche sulla giustizia amministrativa che siede in tutte le stanze del Palazzo e interviene in ogni campo, dalla politica all'economia, dalla salute alla religione, bloccando qualsiasi decisione, ingarbugliando ancor più i meccanismi della pubblica amministrazione e della burocrazia, allontanando ogni certezza su appalti, contratti e concorsi, ritardando di anni il momento della verità, semmai arriva.

Giovannini ha annunciato che il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa sta lavorando a importanti provvedimenti, dai nuovi criteri per gli incarichi esterni dei magistrati alle norme disciplinari, dalle disposizioni sui tirocini dei giovani laureati al sistema informatico. Tutto bene. Ma che dire della delibera che obbliga i presidenti dei collegi giudicanti ad assegnare ai colleghi un numero di ricorsi ancora inferiore rispetto a quello già minimo, quasi ridicolo, previsto finora? E soprattutto: per far digerire meglio ai giudici amministrativi qualche udienza oltre quelle due al mese previste, c'era proprio bisogno di un lauto premio?

Se la pizza made in Usa va in crisi Il colosso “Sbarro” verso il fallimento

La Stampa

paolo mastrolilli

Il peso della crisi si fa sentire. Dopo la ristrutturazione del 2011, il gruppo sta valutando di chiudere 155 degli 800 ristoranti aperti in tutto il mondo


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Anche la pizza va fallita, certe volte. Secondo il Wall Street Journal, infatti, la catena di ristoranti americani Sbarro si prepara a portare i libri in tribunale, chiedendo la protezione dai creditori per ristrutturare. Sarebbe la seconda volta nel giro di pochi anni, e questo fa nascere dubbi sulla sua capacità effettiva di rilanciarsi.

La pizza è il cibo più popolare negli Stati Uniti, da qualche tempo ha scavalcato anche gli hamburger. Sbarro ci ha costruito sopra un impero, con circa 800 ristoranti in tutto il mondo, di cui la metà nel Nord America. Per chi non la conoscesse, è una catena di fast food di un livello superiore rispetto alle normali pizzerie a taglio che si trovano in strada, e offre anche pasta, insalata, e altri prodotti della tradizione italo-americana.

Il suo modello è entrato in crisi a causa della recessione, che ha fatto diminuire i clienti nelle zone scelte per aprire i ristoranti. Sbarro, infatti, aveva puntato soprattutto sui grandi mall e gli aeroporti, contando sul traffico sempre presente in questo genere di luoghi. La crisi però ha spinto gli americani a consumare meno, e quindi a diminuire tanto le visite nei negozi per lo shopping, quanto i viaggi. Di conseguenza Sbarro si è ritrovata scoperta, con troppi ristoranti aperti per servire una clientela in calo, e troppa concorrenza in strada da parte delle piccole pizzerie tradizionali che offrono fette di Margherita a un dollaro. A tutto questo si è sommata la campagna per l’alimentazione salutista, che certamente non ha favorito i prodotti pieni di formaggio e altri ingredienti pesanti offerti dalla catena.

I debiti aveva già costretto Sbarro a fare ricorso al Chapter 11 nell’aprile del 2011, dopo che il suo acquisto da parte della compagnia di investimenti MidOcean Partners non aveva dato i risultati sperati. Nei quattro anni precedenti aveva chiuso 150 ristoranti, ma neppure questi risparmi erano bastati a salvarla. Ora ci risiamo. A febbraio la compagnia ha annunciato la volontà di chiudere altri 155 ristoranti, e ora sta valutando un nuovo fallimento, che potrebbe arrivare entro domenica. La pizza naturalmente non fallisce, anzi diventa sempre più popolare. E’ Sbarro che deve reinventarsi, e secondo le indiscrezioni che vengono dalla stessa compagnia, punterà su ristoranti diversi e prodotti di migliore qualità.

L’osteria senz’oste: multa di Equitalia da 62.000 euro per l’obolo dei passanti

La Stampa

eleonora vallin

Prosecco e salumi da gustare da soli , versando un obolo in un salvadanaio


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Un casolare perduto nelle colline del Cartizze. Nessuna indicazione per arrivarci, quasi fosse l’ambito premio di un’insolita caccia al tesoro dove il bottino sono i sani prodotti della terra veneta: prosecco, salumi e biscotti di polenta da gustare in fiducia, da soli e senza imbarazzi, versando un obolo in un salvadanaio. È «l’Osteria senza oste», nome dato quasi per caso a una casa colonica di fine ’800 che Cesare De Stefani, imprenditore e titolare dell’omonimo salumificio, ha deciso di aprire ad amici e passanti.

Non un pubblico esercizio, ma una casa privata «aperta agli onesti», su cui oggi ha messo gli occhi il Fisco. L’Ufficio delle entrate di Montebelluna ha infatti sanzionato con 62 mila euro l’osteria dichiarandola attività imprenditoriale «in nero», facendo il conto dell’evasione fiscale e affibbiando d’ufficio partita Iva e ragione sociale. «Non sono i soldi che mi interessano ma la gioia delle persone che si sentono come a casa loro - risponde l’imprenditore -. Il salvadanaio per le offerte è amovibile per mia volontà. L’ho voluto e lasciato così dal 2005. C’è chi ci mette 50 euro e chi si prende quello che ha messo qualcun altro prima di lui. Non ci può essere idea imprenditoriale alla base di questa scelta».

L’osteria nasce nel 2005. Parte in sordina ma pian piano diventa una mecca del gusto. De Stefani ogni mattina porta in incognito i prodotti freschi del giorno come pane cotto a legna e uova sode. Accende il fuoco d’inverno, lava piatti e bicchieri usati, affranca e spedisce le cartoline scritte dai passanti e lasciate sui tavoli. I salami sono appesi. Le bottiglie di vino sul tavolo, da aprire e gustare. «Io non ci sono mai perché il padrone di casa modifica le emozioni delle persone. Ma è come se le conoscessi tutte, perché leggo le dediche da tutto il mondo: Argentina, Giappone, Inghilterra, Namibia, Porto Rico…». Quasi impossibile arrivarci perché non ci sono insegne. «So di gente che ci ha messo tre anni per trovarla. Molti si fanno accompagnare da chi ci è stato» ammette il titolare. 

Abitato fino al 1959, il casolare si trova a Santo Stefano di Valdobbiadene, sulla linea del fronte della Grande Guerra, a 500 metri in linea d’aria dal Piave e costituisce uno dei migliori showroom della cultura veneta. «Un’idea - dice in difesa il governatore del Veneto, Luca Zaia - che ho sempre sostenuto e promosso. I proprietari dovrebbero essere elogiati per il grande presidio identitario, etico e morale, unico nel suo genere». Già a rischio chiusura nel 2011 perché, secondo il Comune, somministrava cibi e bevande senza autorizzazione, l’osteria si salvò e vinse con tanto di sentenza in cui il giudice dichiarava che «non era tenuta a rispettare le ordinanze comunali per i pubblici esercizi». 

Ecco Satoshi Nakamoto, Mister bitcoin

La Stampa

giuseppe bottero

L’inventore della moneta virtuale scovato da Newsweek: è un laureato in Fisica di 64 anni che abita in California. Ha creato la formula matematica nel 2008



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Un giubbino grigio da pensionato, gli occhiali da secchione, il cappello da baseball. L’uomo che ha inventato il Bitcoin non ha l’aria del banchiere e neppure quella del pirata informatico. Satoshi Nakamoto getta la maschera. Anzi, gliela sfilano i cronisti di Newsweek dopo un inseguimento durato mesi. Il signor Nakamoto ha 64 anni, vive insieme con la madre novantareenne nel Sud della California ed è di origine giapponese. «E’ uno stronzo» dice di lui il fratello. Satoshi dunque esiste: non è, come ipotizzato da molti, uno pseudonimo, un nickname collettivo dietro cui si sarebbero nascosti per anni misteriosi attivisti.

Il papà del bitcoin è un laureato in fisica ossessionato dai modellini dei treni, una carriera silenziosa al servizio dell’esercito statunitense e di grandi compagnie. «Di bitcoin non parlo» dice ai giornalisti americani che l’hanno scovato, svelando il segreto meglio custodito del web. «E’ un tema che non mi appartiene più». Nessuno, racconta Newsweek, sapeva della sua invenzione: la moneta del futuro. Neppure la sua famiglia. Satoshi è un uomo riservato che comunica esclusivamente via mail.

Un ricco che gira con una piccola utilitaria. Gavin Andresen, il suo braccio destro all’interno dell’organizzazione Bitcointalk forum, racconta di lunghe discussioni senza mai alzare la cornetta. La miccia che ha innescato la corsa della cripto-moneta, il signor Nakamoto, l’ha innescata nel 2008: un documento di nove pagine postato in rete che proponeva la nascita di «una moneta elettronica» che «permettesse pagamenti tra privati senza la mediazione di un istituto finanziario».

Il tutto alla luce del sole, verificato. Era il codice genetico del bitcoin, fatto di calcoli elaborati da un «miner», ovvero un server totalmente autonomo che invia i calcoli a centrali più grosse (si chiamano «pool») le quali, a loro volta, riconoscono al proprietario una piccola percentuale di bitcoin, generati costantemente. È curioso che Satoshi Nakamoto sia uscito allo scoperto proprio in questi giorni, i più delicati per la valuta virtuale.

Dopo il collasso di Mt. Gox infatti ha chiuso anche la banca specializzata canadese Flexcoin. L’istituto il cui software è stato attaccato dagli hacker fa sapere di aver subito nei suoi forzieri online un furto di 896 bitcoin, pari a 600 mila dollari. Gli hacker hanno rubato le monete virtuali online, mentre il denaro offline non è stato toccato. E ieri è arrivato anche la prima morte in qualche modo legata al mondo del bitcoin: Autumn Radtke, 28 anni, amministratore delegato del fondo asiatico First Meta, è stata trovata morta a Singapore. La polizia locale sta indagando in quella che definisce una morte «innaturale», termine che potrebbe significare suicidio o malore.