sabato 8 marzo 2014

L'iPhone è lo smartphone più resistente ai danni, ma anche il più rubato

Il Mattino


201403
ROMA - L'iPhone è lo smartphone più resistente tra tutti ma anche il più rubato. A dirlo è un sondaggio condotto da ProtectCELL, azienda che offre piani di assicurazione sugli smartphone in USA. I possessori di iPhone sostituiscono lo smartphone in percentuale decisamente più bassa rispetto a chi possiede altri telefoni: per ogni 2 smartphone di altra marca viene sostituito 1 solo iPhone. Inoltre, l’iPhone è il dispositivo che resiste meglio ai danni e alla rottura. Per quanto riguarda lo smarrimento il dato è però negativo. Circa il 65% degli utenti ha perso il suo iPhone. Spesso lo smarrimento è dato dal furto e questo fa dello smartphone uno dei più rubati.

sabato 8 marzo 2014 - 15:51   Ultimo agg.: 15:52

Watson, quando Masterchef è un computer

La Stampa

claudio leonardi

Al festival South by Southwest un sofisticato menu inventato dalla macchina che trionfò nel quiz Jeopardy


chef-kWtD-U102
Quest’anno Masterchef lo ha vinto il dottore, Federico , ma l’anno prossimo potrebbe vincerlo il dottor Watson. Non il socio di Sherlock Holmes, ma l’omonimo computer di Ibm, che ha già trionfato in Tv nel quiz Jeopardy , e che gli ingegneri vorrebbero ora trasformare anche in un maestro di arte culinaria. Un primo esperimento è in corso al South by Southwest (SXSW), festival di tecnologia, innovazione, cinema e musica indipendente il cui nome omaggia un film di Alfred Hitchcock (Intrigo internazionale, in Italiano), seguito in diretta da La Stampa con un Live Blog

Gli ospiti di una cena organizzata da IBM Research, ieri sera, hanno potuto gustare un piatto di anatra arrosto all’italiana e altre cinque portate ideate, in gran parte, proprio dal computer cognitivo Watson. Un salto di qualità per un calcolatore, chiamato non più soltanto a memorizzare e associare, ma anche a inventare. L’esperimento, infatti, aveva due obiettivi. Il primo, riportare alla ribalta l’esperimento tecnologico, il secondo, ribattere all’obiezione delle obiezioni: rispondere a un quiz televisivo, per quanto impegnativo, non è esattamente un gesto creativo.

“Così abbiamo voluto mostrare alla gente che il cognitive computing può andare al di là semplici risposte a domande” ha spiegato Steve Andrews, responsabile del progetto, al sito Cnet . Detto fatto, nel 2012 la IBM si rivolse al New York Institute for Culinary Education per un progetto che realizzasse ricette “in collaborazione tra il sistema di cottura cognitivo e i cuochi” dell’Istituto.
Watson, superata qualche resistenza, ha avuto accesso a un archivio di 30 mila ricette e ha iniziato a studiare la natura di cucine diverse per essere in grado di distinguere tra le tradizioni (cinese, spagnola, italiana e così via) per poi saper riconoscere gli ingredienti comunemente usati in determinati tipi di piatti.

Il computer ha “studiato” anche la natura molecolare delle materie prime, ma a nessuno è venuto in mente di dargli grembiule e padelle. Quelle sono rimaste di competenza dei cuochi. A Watson sono stati forniti tre input principali: la regione geografica di un piatto, il tipo (una minestra, un arrosto o un dolce...), e l’ingrediente principale. Il resto toccava al computer: una lista di ingredienti da consegnare nelle mani degli chef, cui spettava anche la scelta, fondamentale come sa chi abbia mai spadellato, delle quantità.

Mente e braccio? No, ai cuochi sono rimaste competenze più che manuali, ma si è trattata di una collaborazione professionale a tutti gli effetti. Il giornalista di Cnet che ha potuto assaggiare i piatti, Daniel Terdiman, assicura che l’esperimento è un successo anche sul piano dei sapori. Piatti degni, secondo lui, non già di ristoranti stellati, ma di molti ristoranti.

Il menu prevedeva una moussaka ceca con pancetta di maiale, passata di cavolini di Bruxelles del Kenya, insalata russa di barbabietole, due diverse versioni di anatra arrosto italiana e infine un dolce alla fragola ecuadoriano. I partecipanti del South by Southwest potranno anche approfittare di un po’ di cucina da asporto: per tutta la settimana, IBM avrà un chiosco mobile di cibo (IBMFoodTruck.com) parcheggiato nei pressi dell’Austin Convention Center, dove il pubblico sperimenterà il sistema, dando anche suggerimenti di cucina, scelti poi a votazione. A Watson il compito di tradurli in ricetta e farli impiattare il giorno dopo.

Molti tra voi non si fideranno troppo del giudizio culinario di un giornalista tecnologico americano, ma il punto è chiaramente un altro. Per quanto il contributo del computer sia stato solo parziale nella realizzazione dei piatti, bisogna ammettere che Watson si è cimentato con qualcosa che alla macchina è completamente estraneo: sapori. Il fatto che abbia saputo cavarsela va a sostegno della teoria che anche la cucina è matematica, ma non bisogna dimenticare, però, l’apporto della tradizione culinaria. È su quella che il nuovo pretendente di Masterchef ha fondato e costruito le sue proposte. Un abbraccio suggestivo tra storia e futuro. Ma cosa avrà pesato di più?

Picchi di malattia» Trenord cancella i treni

Corriere della sera

di Pietro Tosca

L’azienda: indisponibilità del personale


ritardi
Anche i treni prendono la febbre. E più sale, meno ne circolano. Se ne sono accorti i pendolari alla Stazione Ovest di Treviglio che da due settimane subiscono la soppressione di corse tra la città della Bassa e Bergamo. Lo scalo, da quando nel 2009 Trenord lo declassò, in pratica è servito solo dal servizio di «metro leggero» da e per il capoluogo di provincia, mentre i treni diretti a Milano non si fermano più. La navetta a rotaie, con una cadenza di circa mezz’ora, è molto utilizzata da studenti e impiegati che affollano le carrozze. Ma il passaggio negli ultimi giorni è diventato assai irregolare. In tanti sono rimasti sulla banchina ad aspettare mentre il panello luminoso faceva comparire la scritta «can», cancellato, a fianco della corsa in arrivo. Il picco si è registrato giovedì, quando nel pomeriggio l’altoparlante ha annunciato la cancellazione di 13 treni.

Un’ecatombe che un viaggiatore, Ivan Carminati, ha registrato puntualmente e poi pubblicato sulla pagina Facebook del Comitato pendolari Bassa Bergamasca. Solo una delle tante proteste che sono fioccate per i disagi. In pratica è rimasto in funzione un solo treno sulla tratta, dimezzando il servizio. Una situazione di cui i viaggiatori non capivano la causa. In molti si sono rivolti all’ufficio reclami per sentirsi rispondere che la colpa è solo dell’influenza. Un’epidemia di raffreddore e tosse che ha evidentemente come bersaglio preferito il personale viaggiante e i macchinisti fino al punto che le Fs non avevano più rimpiazzi. Trenord, interpellata in merito, si scusa per il disagio e conferma l’accaduto.

«Il problema è stato causato dalla mancanza di personale - precisa la società -. In questo periodo si è verificato un picco dei casi di influenza e parecchio personale viaggiante ne è stato colpito. In sostituzione delle navette tra Treviglio e Bergamo è stato istituito un servizio di pullman». Bus e corriere di cui i viaggiatori però sostengono di non aver visto traccia. A loro sono rimasti i disagi e molti dubbi. «Anche io ho scritto all’ufficio reclami per sentirmi dire dell’indisponibilità del personale - spiega Claudia Crippa, una pendolare di Treviglio -. Mi chiedo però che malattia abbiano preso dato che questa situazione ormai va avanti da così tanto tempo che non ha più senso parlare di emergenza».

Sulla stessa linea Lorella Bardellotto, del Comitato pendolari Bassa bergamasca: «Sono più di dieci giorni che dura questa situazione. Abbiamo visto convogli cancellati un minuto prima della partenza perché all’improvviso non c’era più il capotreno. Un’altra volta le Fs sono state costrette a far fermare uno dei treni che arrivano da Milano e non fermano a Treviglio Ovest. Era praticamente vuoto! Da anni chiediamo a Trenord di rivedere la decisione di togliere la fermata della linea Bergamo-Milano. Ripristinarla servirebbe a riequilibrare i flussi di viaggiatori. Ora la Stazione Centrale è sovraccarica con i pendolari delle linee Milano-Cremona e Milano-Brescia. Rivitalizzare la Stazione Ovest eliminerebbe questo disequilibrio ed eviterebbe situazioni come quelle che stiamo vivendo in questo periodo».

Treni e stazioni da brivido Treni e stazioni da brivido
 
Treni e stazioni da brivido Treni e stazioni da brivido
 
Treni e stazioni da brivido
Intanto però Trenord promette che il problema si risolverà velocemente, anzi che in gran parte è alle spalle e tutto tornerà alla normalità. Le navette ritroveranno alla loro solita cadenza. Miracolo degli antibiotici e degli antipiretici vien da pensare. Anche se i pendolari in privato si lasciano andare a ipotesi di tutt’altra natura: «Non sono convinto che si tratti di raffreddore - spiega un viaggiatore -. Sui treni si sente parlare di un’altra storia. Stiamo assistendo a un vero e proprio boicottaggio con assenze mirate. Si sente dire che è una protesta strisciante contro gli straordinari chiesti dalla società». Trenord però respinge questa tesi e la ritiene infondata.

8 marzo 2014 | 08:53

Tassa sui telefonini, torna la polemica Attesa per le mosse di Franceschini

La Stampa

flavio alivernini

Il ministro deve decidere se aggiornare le imposte che gravano sull’acquisto di smartphone, chiavette e hard-disk. C’è il via libera di Bruxelles e Siae. Ma l’industria informatica e i consumatori restano sul piede di guerra

1012b8482ec154
Eccezion fatta per Pompei, la questione più scottante che il neo ministro per i Beni e le Attività Culturali Dario Franceschini dovrà affrontare in questi giorni è senz’altro l’ “equo compenso per la copia privata”. Una delle eredità più scomode e di difficile soluzione che il governo Letta ha lasciato al nuovo esecutivo nel campo del digitale, infatti, è proprio l’ormai famosa “tassa sui telefonini”. Pochi lo sanno, ma un’imposta sulle vendite di smartphone, tablet e computer è già in vigore e corrisponde attualmente a 90 centesimi di euro per gli smartphone, 0.09 per ogni GB di memoria delle chiavi USB e 9.99 per gli hard disk esterni.

Nei prossimi giorni, però, il Ministro Franceschini dovrà decidere se aggiornare o meno le tariffe, modalità prevista dal decreto del 2009 come adeguamento allo sviluppo delle tecnologie digitali, che aumenterebbero del 500%. In tal caso chi comprerà uno smartphone dovrà sborsare un contributo, comprensivo di IVA, di 6,20 euro, stesso dicasi per chi acquisterà un tablet; per i decoder di memoria interna si parla addirittura di una cifra intorno ai 40 euro. Nel 2012 il prelievo nei 23 paesi europei in cui vige il sistema di copia privata è stato pari a 600 milioni di euro; si stima che tale provvedimento determinerà un gettito complessivo di 200 milioni, ciò vuol dire che l’Italia costituirebbe da sola un terzo dell’intera somma. 

Sull’argomento nel frattempo c’è stata una risoluzione del Parlamento europeo sulla base del Rapporto Castex: il comma 6 riconosce come “il sistema delle copie per uso privato sia un sistema virtuoso” a cui “nel breve periodo, non esistono alternative” ma sottolinea, tuttavia, che “è necessario portare avanti discussioni di lungo termine per valutare in maniera costante il sistema delle copie private alla luce degli sviluppi digitali” E in effetti l’ex Ministro Bray, a suo tempo, aveva predisposto un’indagine sulle nuove tendenze dei consumatori in base all’evoluzione tecnologica che c’è stata dal 2009 a oggi, ma l’eventuale decisione era stata congelata dalla crisi di governo. 

La SIAE giudica l’equo compenso per la copia privata una misura necessaria e fondamentale per compensare autori ed editori dell’utilizzazione che viene fatta delle loro opere attraverso i nuovi supporti tecnologici” ed è serrato il forcing che la società di Via della Letteratura sta effettuando sul Ministro Franceschini dal giorno del suo insediamento. Pare che lunedì il Presidente della SIAE Gino Paoli incontrerà il Ministro e gli consegnerà l’appello di molte firme eccellenti della creatività e della cultura italiane (alle quali si sarebbe aggiunta fra mille polemiche quella dell’Oscar Paolo Sorrentino, appena rientrato dalla notte degli Oscar) in cui si chiede che “il nuovo ministro dei Beni culturali approvi con la massima urgenza l’adeguamento dell’equo compenso per copia privata e che le nuove tariffe siano in linea con quei paesi europei, come Francia e Germania, che hanno attuato in questi anni politiche serie di sostegno e tutela della cultura nel pieno rispetto dello sviluppo tecnologico”. la battaglia sull'equo compenso, in realtà, va avanti da anni: prima fu introdotto sulle cassette, poi sui compact disc vergini, quindi su chiavette usb e hard disk.

C'è stato un momento in cui è sembrato si potesse addirittura arrivare a tassare internet, in quanto veicolo primario di condivisione di materiali protetti da copyright. Così l’industria informatica e le associazioni dei consumatori sono sul piede di guerra. Marco Pierani, di Altroconsumo, denuncia che “il dibattito sull’equo compenso è stato condotto sulla base di false rappresentazioni: la SIAE infatti recita abusivamente tre parti in commedia, quella di legislatore – ha scritto la bozza di decreto –, quella di beneficiaria - tratterrà fino a 10 milioni dei 200 di preteso aumento e, non paga, vorrebbe anche ergersi a interprete super partes spiegandoci che l’equo compenso non è una tassa e che non lo pagano i consumatori. Niente di più falso, speriamo che il Ministro Franceschini tenga invece in considerazione le legittime aspettative degli oltre 14.000 firmatari della petizione di Altroconsumo nel nuovo scenario tecnologico le copie private sono diminuite, non aumentate, pertanto l’aggiornamento dell’equo compenso deve essere al ribasso.”

La solitudine dei Bronzi nel museo svuotato dal Tar

Corriere della sera

di Sergio Rizzo

Un ricorso blocca l’allestimento della galleria di Reggio Calabria Chiusi


42-4cf1e9c2
Mai slogan fu più azzeccato. «Gira e rigira la Calabria ti stupisce sempre», c’era scritto a caratteri cubitali nella sala del Consiglio regionale dove ieri il governatore Giuseppe Scopelliti presentava un accordo con l’Alitalia per far arrivare frotte di turisti da tutto il mondo: destinazione il museo della Magna Grecia di Reggio Calabria, dove sono esposti da tre mesi i Bronzi di Riace. Ma soltanto loro, però. A proposito di stupore, immaginate quello di chi, entrando in quel museo, scoprirà che sono aperte soltanto due sale, con le statue meravigliose trovate nel 1972 nelle acque calabresi e pochi altri straordinari oggetti, come la testa del Filosofo. Il resto dello spazio è completamente vuoto, e tale rimarrà ancora per un anno: se tutto andrà per il verso giusto.
 
Il Museo doveva essere aperto a Natale 
Perché il calvario del Museo progettato negli anni Trenta del secolo scorso dall’architetto Marcello Piacentini non è ancora finito. Si era impegnato allo spasimo il ministro dei Beni culturali del governo di Enrico Letta, Massimo Bray, perché aprisse i battenti prima di Natale. Quattro anni avevano aspettato i Bronzi di Riace sdraiati nell’androne di palazzo Campanella, dov’erano stati ricoverati in attesa che venisse completata la ristrutturazione del museo. Quattro lunghi anni, con i lavori che andavano a rilento, si fermavano, poi ripartivano, per rifermarsi ancora, e i costi che salivano e salivano, fino a triplicarsi: da 10 a 33 milioni. Mentre le più belle statue di bronzo giunte a noi dall’antichità, precipitate in un avvilente dimenticatoio, venivano trasformate in protagonisti di spot propagandistici travalicando il pessimo gusto («Che ne dici di un po’ di montagna?». 
«Dai, al mare ci siamo sempre divertiti!» «Uff! Duemila anni...»). E la riapertura si allontanava sempre più. Il museo della Magna Grecia doveva essere pronto per le celebrazioni dei 150 anni dell’unità d’Italia, il 17 marzo 2011? Ebbene, i Bronzi vi rientrano soltanto a dicembre 2013. Nell’occasione, Bray non nasconde «grandissima emozione» nel vedere i due capolavori rimessi finalmente in piedi dopo 1.460 giorni «qui nel loro museo, un luogo bellissimo che abbiamo restaurato e restituito alla città». Ma forse, preso dal comprensibile entusiasmo, eccede nell’ottimismo. 
Perché se i Bronzi sono tornati finalmente a casa, lo stesso non si può dire per le altre centinaia di formidabili reperti che dovrebbero essere esposti lì insieme alle due statue. Una delle collezioni archeologiche più importanti e ricche d’Europa rimane chiusa nei depositi perché manca ancora da realizzare l’allestimento nonché gli impianti climatici di tutti gli spazi rimanenti. Parliamo di quattro piani interi. E per quanto i soli Bronzi valgano assolutamente la visita al museo (provare per credere), è una cosa francamente inaccettabile dopo che Reggio Calabria ha dovuto aspettare tutto quel tempo solo perché le porte del palazzo di Piacentini venissero riaperte.
Ora la parola passa di nuovo al Tar
Da quando la ristrutturazione del museo reggino è iniziata hanno esaurito il loro mandato quattro ministri dei Beni culturali: Sandro Bondi, Giancarlo Galan, Lorenzo Ornaghi e Massimo Bray. La patata bollente ora passa nelle mani del quinto, Dario Franceschini. Il 10 gennaio scorso la soprintendente ai beni archeologici della Calabria, Simonetta Bonomi, dichiara davanti alle telecamere di Uno Mattina: «Adesso si sta lavorando per consentire la riapertura completa del museo, prevista per giugno. Le condizioni per rispettare la scadenza ci sono tutte, dopo l’aggiudicazione definitiva dei lavori».

L’appalto vale cinque milioni, non bruscolini. Peccato solo per quel ricorso al Tar che ha di nuovo bloccato tutto. Il consorzio Research contesta l’esito della gara vinta da una cordata di cui fanno parte le società Set up live, Protecno e la cooperativa Gnosis, chiedendo la sospensiva. Che però il Tribunale amministrativo respinge. A concederla ci pensa invece il Consiglio di Stato, per ironia della sorte, proprio nelle stesse ore in cui Scopelliti e l’amministratore delegato di Alitalia Gabriele Del Torchio presentano l’accordo per portare i turisti al museo di Reggio Calabria.

E la vicenda, ben raccontata da Antonietta Catanese sul Quotidiano della Calabria , prende una piega imprevedibile nel vortice della burocrazia. I lavori sono fermi e la palla, per la decisione sul merito della questione, rimbalza di nuovo al Tar. Che ha fissato l’udienza per il mese di luglio, cioè ben oltre il termine stabilito per la riapertura completa. Se il tribunale confermerà il risultato della gara, allora i lavori potranno riprendere, ma non termineranno prima di cinque mesi: tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015. Nella migliore delle ipotesi, ovviamente.

E sempre che la decisione del Tar non venga seguita da un ulteriore ricorso al Consiglio di Stato. In quel caso, è tutto da vedere. Se invece il Tribunale amministrativo darà ragione a chi ha promosso la causa, si dovrà rifare la gara. Nel frattempo non resta che consolarsi con Giuseppe Verdi. Sabato 15 marzo il museo archeologico della Magna Grecia ospita una mostra dedicata al grande compositore, di cui l’anno scorso ricorreva il bicentenario della nascita, che ha già fatto tappa a Roma. Titolo: «Giuseppe Verdi. Musica, cultura e identità nazionale». Di spazio, si può starne certi, ce n’è in abbondanza.

Mivar, chiude la storica fabbrica di tv. Vichi: "Regalo il mio stabilimento"

Libero


P5K0AkdiovoJk=--carlo_vichi
La fine di una grande storia italiana. Per i numeri sarà soltanto l'ennesima azienda uccisa dalla crisi. Ma questo "numero", alle spalle, ha una lunga e gloriosa storia. E' la Mivar, l'unica fabbrica italiana di apparecchi televisivi (nel boom del passaggio al colore arrivò a produrre un milione di apparecchi all'anno) che ora è costretta a chiudere i battenti. Gli ultimi pezzi sono stati prodotti a dicembre. Lo storico patron, Carlo Vichi - oggi ha 90 anni ed è ancora al timone - si commuove quando racconta a Repubblica la fine del suo sogno: così non può più andare avanti. Vichi, però, non vuole chiudere del tutto questa pagina, e spiega: "Se una società di provata serietà accetta di fare televisioni in Italia, io gli offro la mia nuova fabbrica, pronta e mai usata, gratis. Non voglio un centesimo. Ma chiedo che assuma mille e duecento italiani, abbiatensi, milanesi. Questo chiedo. Veder sorridere di nuovo la mia gente".

"Un posto insuperabile" - Il patron Vicchi, insomma, è disposto a regalare i suoi due piani, 120mila metri quadri totali, con tanto di parcheggi, un'ampia mensa e un presidio medico. "Un posto insuperabile - aggiunge -, qui ci possono lavorare in 1.200, tutto in vista, senza ufficetti. Visto com'è luminosa? Molti - prosegue - pensavano che con i risparmi mi facessi una casa. Ma io ho fatto questo, immaginando tanta gente muoversi e che mi sorridesse". Però, complice la crisi, ora la produzione è ferma. Rocco, uno degli operai storici della Mivar, ricorda i tempi del boom: "Eravamo in novecento e facevamo 5.460 televisori al giorno, un milione all'anno. Ora è tutto vuoto, solo qualche scrivania. I grossi colossi ci hanno calpestato. Ho disegnato televisori per venticinque anni, anche se il vero designer è il signor Vichi, io la mano. E' rimasto sempre in trincea - ricorda -, al suo tavolo con le rotelle in mezzo a noi, la sua morsa, le sue idee, il suo compasso. Lavorando anche di sabato e di domenica". Oggi, però, non si lavora più.



Vichi, il patron della Mivar: "Mussolini mi detta la linea. Basta tv, ora faccio scrivanie"

 Libero

 

Il fondatore dello storico marchio italiano cambia la produzione. E spiega: "E' stato Benito a suggerirmi cosa fare. Quando sto male penso a lui"

27 ottobre 2013


6pTWA dicembre verranno prodotte le ultime televisioni Mivar, le ultime televisioni italiane. A fine anno saranno esauriti i componenti per produrre piccoli schermi. L'azienda, che ha sede ad Abbiategrasso, provincia di Milano, deve reinventarsi. Al timone c'è ancora Carlo Vichi, oggi 90enne, che la fondò nel 1945: negli anni del boom e del passaggio al colore arrivò a produrre un milione di televisori l'anno, per un fatturato di oltre 300 miliardi delle vecchie lire. Lo schermo piatto, però, ha spezzato il sogno: la produzione è entrata in crisi. Ilfattoquotidiano.it è andato a intervistare il patron Vichi, e visitando le vecchie linee di produzione fa notare che ci si imbatte in diversi manifesti che riportano la effige di Benito Mussolini. Vichi, a quel punto, non ha potuto negare le sue nostalgie. E non solo, il patron spiega che il Duce gli detta la linea. "Mussolini mi ha detto basta con le tv, produci scrivanie". Infatti la Mivar realizzerà scrivanie, che stando a quanto dice Vichi saranno "rivoluzionarie", adatte per sale d'aspetto e punti di sosta. C'è un periodo nero da provare a superare, e il fondatore ammette: "Solo pensando a Mussolini riesco a superare questo periodo di crisi"

Io, guardia nei gulag di Kim vi racconto l’inferno coreano”

La Stampa


f797bef5324ed1
tal control zone», regioni inaccessibili dove si trovano i «kwalliso» nordcoreani, i campi di lavoro di massima sicurezza da dove nessuno, negli ultimi dieci anni, è mai uscito. Se non da morto. Ahn Myeong Chul racconta a «La Stampa» che cosa accade nei gulag del regime di Pyongyang.
Nessuna cinica scritta sui cancelli di ingresso, solo sbarre e recinzioni invalicabili. «Dentro l’inferno», spiega Ahn, guardia nei campi di prigionia tra il 1987 e il 1994. Il suo ultimo impiego nel kwalliso 22 a Hyeo-Ryoung, una delle Tcz appunto. «Mi occupavo della sorveglianza, dovevo fare in modo che nessuno tentasse di fuggire», ci spiega alla vigilia della sua testimonianza al recente summit di Ginevra organizzato dallo Un Human Rights Council. Nel campo 22 sono internati 50 mila prigionieri, messi dentro per due ragioni, la prima è aver parlato male del regime, la seconda essere parenti di chi ha parlato male del regime.

«Tutti possono finire dentro, anziani, donne e bambini compresi - continua -, basta essere tacciati di comportamenti anti-rivoluzionari». L’economia dei campi si basa sui lavori forzati, nelle zone agricole. Ci si alza alle cinque del mattino e si lavora sino alle dieci di sera. Nelle miniere si estrae carbone a rotazione di tre turni, mentre gli altri si occupano del cibo. Si mangia tre volte al giorno «ma su base meritocratica», chi lavora di meno può anche saltare i pasti, ovvero 200 grammi di cibarie a testa. «In sette anni - dice - ho visto morire oltre duemila persone per fame, esecuzioni, torture incidenti sui lavori forzati e malattie».

Le torture sono inflitte a chi tenta di scappare o a chi danneggia le strutture del gulag: «I torturati rimangono da tre a sei mesi nelle stanze del terrore, prigioni nelle prigioni dove vengono bastonati, sottoposti a “trattamento elettrico”». Poi ci sono le esecuzioni: «A finire davanti al plotone sono coloro che tentano di fuggire o chi fa morire una mucca». Non certo per motivi religiosi piuttosto perché è considerata lo strumento di produzione più importante per l’economia del Paese, farla morire, anche senza colpa, equivale a compiere un attentato ai danni dello Stato. La fucilazione avviene in pubblico per dare l’esempio: tre soldati per plotone, tre colpi ognuno, «per essere sicuri della riuscita».

Nel caso una detenuta rimanga incinta invece, dipende chi è il padre: se è un altro prigioniero c’è l’esecuzione di entrambi, se è una guardia, questa viene allontanata dal campo e la donna costretta ad abortire. Ci sono anche gli esperimenti come quelli dei nazisti: «Io non ne ho visto - spiega Ahn - ma miei colleghi me lo hanno confermato, erano sconvolti». Il lavoro nei gulag gli era stato offerto visto che il padre era un funzionario del governo e quindi faceva parte dell’élite: «Un privilegio che non potevo rifiutare». Ma quando il padre ha criticato le politiche di distribuzione del cibo di Pyongyan, il regime non ha esitato a internarlo e con lui tutta la famiglia. Così Ahn si è ritrovato prigioniero nello stesso Campo 22. Da lì è scappato attraversando il fiume Duman che separa la Corea del Nord dalla Cina: «Ho guadato per ore, è stato il momento in cui pensavo di morire».

E invece ce l’ha fatta e con l’aiuto di alcuni anziani di origini coreane si è rifugiato a Seul. Oggi lavora per un’organizzazione che si occupa dei sopravvissuti dei kwalliso, non ha notizie dei familiari e rivive quegli anni negli incubi delle tenebre. Spiega che Kim Jong-un, è troppo giovane e risponde allo scarso sostegno anche da parte dei militari con il terrore: «Ha trasformato tutti i campi in «total control zone», mettendo di fatto una scritta sui cancelli di ingresso: «Lasciate ogni speranza voi ch’entrate».

Centinaia di sardi sulle barricate per difendere l’agricoltore sfrattato “Ha già pagato, questa terra è sua”

La Stampa

nicola pinna

Presidi e barricate ad Arborea dove sono 50 le aziende sotto procedimento giudiziario. In strada centinaia di persone Forconi, indipendentisti e cittadini


_DSC5877-222
Giovanni Spanu si paragona a una vecchia quercia. «Se mi sradicano da questo terreno io muoio all’istante. Qui c’è la linfa: la mia vita e quella della mia famiglia. E per questo non andrò mai via, se vogliono sbattermi fuori hanno solo una possibilità: ammazzarmi e trascinarmi via cadavere. Quest’azienda vale più di seicentomila euro ma è stata venduta all’asta per centoquindici: sapete perché? Per una cambiale da quindici milioni di vecchie lire». A settantacinque anni compiuti l’anziano agricoltore di Arborea affronta senza cedere quella che ha tutte le caratteristiche della battaglia finale: difendere la casa e l’azienda che l’ufficiale giudiziario tenta di sgomberare da un anno. Giovanni, la moglie Bernardetta, i cinque figli e i nipotini hanno deciso di rispedire l’avviso di sfratto e per combattere con loro si è formato un piccolo esercito: centinaia sardi arrivati da ogni angolo dell’isola e decine di giovani partiti anche da altre regioni. 

L’ingresso dell’azienda (due case grandi e sette ettari di terreno verde) è sbarrato da un muro di balle di fieno: di giorno e di notte c’è sempre qualcuno che presidia il fortino. In prima linea ci sono i rappresentanti di una costellazione di movimenti: dagli indipendentisti sardi al comitato per la zona franca, dal popolo delle partite Iva ai Forconi. 

Mentre si organizzano i presidi e la mobilitazione si allarga via Facebook, signor Giovanni si preoccupa prima di tutto delle galline e dei maiali che scorrazzano dietro casa. I figli, invece, si occupano delle gestione delle serre: impianti sterminati dove si coltivano carote, fragole e altri ortaggi di qualità. «All’inizio degli anni Novanta avevo firmato una cambiale agraria e ho restituito i soldi con due anni di ritardo. Sì, in ritardo ma comunque ho pagato e con gli interessi: i ventiquattro milioni che la banca mi chiedeva li ha versati mio fratello. Ero convinto di aver saldato tutti i debiti e a distanza di vent’anni ho scoperto che per la banca quella cambiale non era stata onorata. E il debito è lievitato fino a 125 mila euro. Senza alcun avviso hanno messo la casa all’asta, l’hanno venduta a 115 mila euro e io ho scoperto tutto sette mesi dopo. Quando l’ufficiale giudiziario ha suonato il campanello». 


Del grande pasticcio burocratico e giudiziario, Giovanni e Bernardette hanno capito molto poco ma hanno preso l’unica decisione possibile: «Noi la casa non la abbandoneremo mai». «Io – aggiunge lui – ho la seconda elementare e non sono capace di lottare con le banche. Mi sono affidato a un avvocato e credevo di non avere debiti con nessuno. Per costruire quest’azienda e assicurare un tetto ai miei ho lavorato in campagna per più di quarant’anni: ora non posso accettare che mi venga portato via tutto». 

Ad Arborea, una piccola Pianura Padana in terra sarda, ci sono altri cinquanta agricoltori nella stessa situazione. Nella piccola colonia veneta al centro della Sardegna, una grande palude bonificata ai tempi di Mussolini, ora si coltivano ortaggi e mangimi, si allevano 36 mila vacche e si producono 500 mila litri di latte all’anno: la parola disoccupazione da queste parti l’hanno sentita per la prima volta due anni fa. «Qui le aziende che hanno un procedimento giudiziario in corso sono una cinquantina ma in tutta la Sardegna sono almeno 1500 – ricorda Antioco Patta, un ex sindacalista che ora presidia la casa degli Spanu – La mobilitazione non è solo finalizzata a salvare questa famiglia ma anche all’approvazione di una legge che renda inviolabile l’abitazione e l’azienda». Dalla campagna ora la battaglia si sposta in Consiglio regionale. 

L’astronauta e l’attacco al Wtc: «Ecco le immagini dalla base spaziale»

Corriere della sera

di Guido Olimpio

L’attentato dell’11 settembre 2001è stato ripreso dall’astronauta Culberston che si trovava sulla base spaziale Iss. Le immagini saranno trasmesse dalla tv americana

É l’11 settembre 2001 e il Worl Trade Center è stato colpito dai jet dirottati dai terroristi di Al Qaeda. Poi i crolli. Sulla città si alza una grande colonna di fumo. Un’immagine «fissata» anche dallo spazio. A registrare quei momenti è l’astronauta statunitense Culbertson, che si trova a bordo della stazione ISS. Lo avvisano dalla base quando li contatta per il consueto check medico: «Frank, non abbiamo una buona giornata».

L’attacco al Wtc visto dal satellite Nasa Guarda le foto
 
 
L’attacco al Wtc visto dal satellite Nasa Guarda le foto 
L’attacco al Wtc visto dal satellite Nasa Guarda le foto
 
Il cosmonauta inizia a filmare con una videocamera e segue in diretta il crollo della seconda torre del WTC: «Il tempo era perfetto, si vedeva distintamente New York. C’era la grande colonna di fumo che saliva dalla città». In quel momento Culbertson non può sapere che un suo amico ed ex collega, Charles Burlingame, era ai comandi dell’aereo poi schiantatosi sul fianco del Pentagono. Nelle comunicazioni radio l’astronauta esprime il suo cordoglio e poi fa quasi da sentinella controllando la costa est della città.Le immagini e le parole di quel giorno nello spazio fanno parte di un documentario della rete tv britannica «Astronauts: Houston We Have a Problem». Il programma contiene anche altri episodi legati alla vita e alle missioni degli astronauti. Uno degli episodi riguarda la drammatica esperienza affrontata dall’italiano Luca Parmitano, il cui casco si è riempito di liquido di raffreddamento e, come ha confermato la Nasa, ha corso un serio rischio.

7 marzo 2014 | 13:24

Con la 600 gli italiani diventarono automobilisti

Enrico Silvestri - Ven, 07/03/2014 - 15:40

Il 9 marzo 1955 la Fiat presentò al salone dell'auto di Ginevra il suo ultimo modello di utilitaria. Fu un successo enorne. Nei 14 anni di produzione ne vennero venduti oltre 5 milioni, compresa la versione "Spiaggina" e "Multipla", con cui l'azienda anticipò di decenni il concetto di monovolume

Come utilitaria se l'è dovuta vedere con veri miti come la Due Cavalli, la Mini Minor, la R4, ma alla fine anche l'umile Fiat 600 se l'è cavata niente male. Dal 9 marzo del 1955, presentazione ufficiale al Salone di Ginevra, al 1969, data di quiescenza, ne vennero sfornate poco meno di 5 milioni, nel modello base, più altre 170.mila nella versione da lavoro «Multipla» e da tempo libero «Spiaggina».


139420314Un successo confermato dalle sue apparizioni al cinema: è la prima vettura che si potranno permettere il «Medico della Mutua» e il «mostro» Tognazzi.

La sua storia ha radici lontane, risalenti nientemeno che al 1930 quando Benito Mussolini convocò Giovanni Agnelli: «Anche gli italiani hanno diritto alla quattro ruote, mi prepari un esemplare che non costi più di 5mila lire». Proposta forse demagogica, ma un'utilitaria era ritenuta indespensabile per rafforzare il regime. Idea del resto ripresa qualche anno dopo da Adolf Hitler che impose a Ferdinand Porsche una vettura da mille marchi. E se la richiesta del Fuhrer in Germania porterà alla «macchina del popolo», Volkswagen in tedesco, in Italia determinerà la nascita della Fiat 500 subito ribatezzata per il suo muso particolare, «Topolino». Il costo non rimase nei limiti richiesti dal Duce, arrivando a 8.900 lire, venti stipendi di un operaio specializzato, ma quando fu cessata la produzione nel 1955, ne erano stati venduti mezzo milione di esemplari. Un discreto successo per un Paese che negli anni Trenta aveva un circolante di poco più di 200mila automezzi.

Nel dopoguerra la Fiat dunque cominciò a studiare un modello che sostituisse la Topolino come «macchina del popolo» e nel 1951 era già stato messo a punto l'impostazione della carrozzeria: lunghezza di 3,2 metri, larghezza 1,3, altezza 1,4. Ci vorranno tuttavia altri quattro anni prima che venisse definita anche la motorizzazione, un 633 centimetri cubici, «arrotondati» per comodità di linguaggio a 600. Il modello fu presentato al salone dell'auto di Ginevra il 9 marzo 1955 e incontrò immediatamente i favori del pubblico. Quattro comodi posti, 90 chilometri all'ora, meno di sei litri di benzina ogni 100 chilometri, portiere controvento, vetri scorrevoli lateralmente, frecce mobili sui parafanghi. Un modello preistorico a guardarlo adesso, ma con cadenza quasi biennale, verranno poi introdotte migliorie e modifiche.

Nel 1957 vennero adottati i finistrini azionati a manovella, nel 1959 le vecchie frecce sostituite da lampeggianti, la velocità saliva a 100 chilometri all'ora, per arrivare poi a 110 nel 1960. Mentre solo nel 1964 le cerniere delle portiere passeranno da posteriori ad anteriori. Per tenere il ritmo delle tantissime richieste, la Fiat 600 verrà avviato un piano per produrla all'estero direttamente o «su licenza»: in Spagna dalla Seat, in Germania dalla Neckar, in Yugoslavia dalla Zastava, in Argentina e Cile dalla Fiat. Il successo del modello trova puntuale conferma nella sua apparizione cinematografiche. In un episodio dei «Mostri» del 1963, Ugo Tognazzi, padre di famiglia piccolo borghese, dopo aver acquistato la vetturetta, va a «bagnarla» caricando una prostituta. E sarà una 600 anche la prima macchina, dopo aver abbandonato la vetusta Lambretta, del dottor Guido Tersilli il famoso «Medico della mutua» interpretato da Alberto Sodri nel 1968.

Ma alla Fiat non si stava con le mani in mano. Già nel 1956 la fabbrica torinese aveva messo in strada un esemplare rivoluzionario, la «Multipla», anticipando di decenni in concetto di monovolume. Più lunga, alta e larga del modello «base» sarà in grado di ospitare comodamente sei persone con in più un ampio bagliaio. Diventerà la vettura ideale per i tassisti, nella famosa versione bicolore nero e verde, soprattutto nel seconda serie, con motore 767 centimetri cubici. Anche questo modello ebbe un notevole successo e quando nel 1967 venne cessata la produzione, dagli stabilimenti erano usciti 170mila esemplari. Mentre dal 1965 al 1974 verrà relizzato il «Savio Jungla» o «Spiaggina», una sorta di piccola campagnola, che anticiperà di tre anni la «Meari», storica evoluzione della Due Cavalli. Arrivata forse in anticipo sui tempi, si fermo a 3.200 esemplari.

Ma ormai siamo alla fine degli anni Sessanta, la Fiat vuole sostituire la vecchia 600 con un modello più moderno e spazioso, la 850. Mentre dall'altra parte impazza la «sorella minore», la 500: più piccola, più economica, più parca nei consumi. Durerà, nella varie versioni, fino al 1975, vendendo 4.250.000 esemplari, senza tuttavia eguagliare il record della «sorella maggiore» che alla fine superare, con la versione Multipla e Spiaggina, i 5 milioni. Posizionandosi ai primi posti nell'elenco delle utilitarie più vendute al mondo insieme alla Citroen 2CV, oltre 5 milioni, la Mini Minor, 5 milioni e mezzo, e la Renaul R4, oltre 8 milioni.

Legge elettorale e parità di genere: l’appello di 90 donne ai leader

Corriere della sera


Al Presidente Matteo Renzi
Al Presidente di Fi, Silvio Berlusconi
Al segretario di Ncd, Angelino Alfano
Alla segretaria di Scelta civica, Stefania Giannini
Al presidente di Popolari per l’Italia, Mario Mauro
L. Elettorale: lettera aperta




fe826390
In queste ore si sta discutendo alla Camera la nuova legge elettorale, un traguardo importante ed atteso da parte dei cittadini e delle cittadine italiane. Siamo consapevoli dell’importanza e della necessità di approvare nuove regole che presiedano al buon funzionamento della nostra vita democratica e che definiscano la rappresentanza e l’efficienza del nostro sistema politico. Siamo altresì convinte che non sia possibile varare una nuova legge senza prevedere regole cogenti per promuovere la presenza femminile nelle istituzioni e per dare piena attuazione all’articolo 3 e all’articolo 51 della Costituzione.

Per questo abbiamo sottoscritto in maniera trasversale alcuni emendamenti. La nostra convinzione è che l’intesa politica raggiunta possa guadagnare in credibilità e forza da una norma capace di collocare il nostro paese tra le migliori esperienze europee. La responsabilità della politica sta ora nel trovare una soluzione ad una questione di civiltà e di qualità della democrazia che troverebbe il favore non solo delle donne, ma di tutti i cittadini che hanno fiducia nelle nostre istituzioni e nella possibilità di renderle migliori. Questo il testo dell’appello per il rispetto della parità nella legge elettorale in discussione alla Camera sottoscritto da deputate di Pd, Forza Italia, Ncd, Scelta civica, Per l’Italia e rivolto ai leader dei partiti. Di seguito le prime adesioni all’appello, aperto ad altre sottoscrizioni.

Roberta Agostini
Dorina Bianchi
Stella Bianchi
Michela Biancofiore
Paola Binetti
Rosi Bindi
Lorenza Bonaccorsi
Micaela Brambilla
Anna Grazia Calabria
Ilaria Capua
Mara Carfagna
Giuseppina Castiello
Elena Centemero
Maria Coscia
Nunzia De Girolamo
Paola De Micheli
Marilena Fabbri
Adriana Galgano
Gabriella Giammanco
Fabrizia Giuliani
Beatrice Lorenzin
Alessandra Moretti
Alessia Mosca
Fucsia Nissoli
Caterina Pes
Giovanna Petrenga
Flavia Piccoli Nardelli
Catia Polidori
Barbara Pollastrini
Renata Polverini
Stefania Prestigiacomo
Laura Ravetto
Eugenia Roccella
Barbara Saltamartini
Iole Santelli
Elvira Savino
Daniela Sbrollini
Gea Schirò
Rossana Scopelliti
Simonetta Rubinato
Irene Tinagli
Valeria Valente
Sandra Zampa
Susanna Cenni
Daniela Gasparini
Renata Gherard
Cristina Bargero
Chiara Scuvera
Irene Manzi
Giulia Narduolo
Miriam Cominelli
Elena Carnevali
Alessia Rotta
Mara Carocci
Simona Malpezzi
Gianna Malisani
Enza Bruna Bossio
Tamara Blazina
Vanna Iori
Luisa Bossa
Delia Murer
Daniela Sbrollini
Micaela Campana
Cinzia Fontana
Luisella Albanella
Maria Amato
Elisa Meloni
Sara Moretto
Donata Lenzi
Alessandra Terrosi
Maria Iacono
Antonella Incerti
Emma Petitti
Giuditta Pini
Chiara Gribaudo
Valeria Valente
Liliana Ventricelli
Colomba Mongiello
Francesca La Marca
Patrizia Maestri
Eleonora Cimbro
Floriana Casellato
Paola Bragantini
Maria Luisa Gnecchi
Maria Grazia Rocchi
Michela Rostan
Giulia Narduolo
Antonella Incerti
Magda Culotta
Sabrina Capozzolo
7 marzo 2014 | 13:54

Usa, la madre la abbandonò neonata al fast food. Lei su Fb: «Grazie per non avermi uccisa»

Il Messaggero

di Alessia Strinati


20140307_katheryn_deprill
«Grazie per non avermi buttato via», sono queste le commoventi parole scritte da Katheryn Deprill su Facebook e indirizzate alla mamma che 27 anni fa l'ha abbandonata in un fast food. nLa piccola Katheryn fu trovata nel bagno di un Burger King avvolta in una camicia bianca dopo solo 3 ore di vita. Non si è mai trovata la mamma naturale e la piccola fu affidata a una famiglia che l'ha poi adottata.

Oggi che la ragazza ha 27 anni ha deciso di lanciare un appello sul social network alla madre per ringraziarla di non averla uccisa e tenuta comunque in un posto caldo, sapendo che qualcuno si sarebbe preso cura di lei. «Cerco mia madre naturale», dice il messaggio di Katheryn su Facebook, «Lei mi ha messo al mondo il 15 settembre 1986 e mi ha abbandonato in un bagno pubblico del Burger King dopo poche ore di vita ad Allentown». Secondo alcune segnalazioni la mamma della ragazza all'epoca aveva 20 anni e sarebbe fuggita a bordo di un'auto dopo aver portato la bambina nel fast food. La mamma adottiva di Katheryn appoggia l'iniziativa della figlia capendo il suo desiderio di saperne di più. «Voglio sapere come è mia madre», conclude la ragazza al Daily Mail, «Vedere se magari ho fratelli o sorelle che mi somigliano».



Venerdì 07 Marzo 2014 - 15:57
Ultimo aggiornamento: 16:01