mercoledì 12 marzo 2014

Un miliardo l'anno: ecco come lo Stato finanzia i sindacati

Il Messaggero

di Osvaldo De Paolini

Solo grazie alle convenzioni pubbliche, caf e patronati incassano 600 milioni. Senza alcun controllo. Aboliti i rimborsi ai partiti, restano i soli ad avere contributi dall'erario


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«Il sindacato? La coperta di Linus della sinistra». «Non riescono, magari non per colpa solo loro, a rappresentare i ragazzi e le ragazze. E c’è da capirli, visto che il 75% dei loro tesserati sono pensionati». Ecco i sindacati nel pensiero recente di Matteo Renzi. Secondo il premier hanno solo un «sacco di soldi». E dunque, partire dai soldi è sempre un metodo infallibile se si vuole riformare qualcosa.E poiché Renzi si è impegnato a sfornare una riforma al mese fino a maggio, a mettere mano ai rapporti tra Pubblica amministrazione e sindacati ci penserà a cavallo dell'estate. Sempre che, cammin facendo, non cambi idea.

Rappresentanza inattuata Il suo predecessore, Enrico Letta, si era vantato di aver cancellato, sia pure a partire dal 2017, il finanziamento pubblico dei partiti. Un gesto simbolico (un centinaio di milioni di euro l'anno) da tributare all'insostenibile pesantezza della sfacciataggine di alcuni. In cambio la democrazia italiana si incamminerà sulla via del finanziamento privato dell'attività politica. Dunque, resterà solo al sindacato l'esclusiva di un ricco e sontuoso finanziamento pubblico: 1 miliardo di euro almeno, che entra ogni anno nelle casse delle quattro organizzazioni sindacali (considerando Ugl in aggiunta a Cgil, Cisl e Uil) più rappresentative. O sedicenti tali, visto che l'accordo sulla rappresentanza giace inattuato per paura di contare davvero quanti lavoratori pagano ancora la quota associativa.

Un miliardo di euro Un miliardo di euro. Slegato dall’attività tipica. È pur vero che questa espressione dice nulla, visto che nessuno ha mai letto un bilancio di un sindacato, non essendo tenuti a presentarli. Epperò 1 miliardo di euro al netto delle quote associative - che si suppongono sempre meno, tranne che tra i pensionati - non è poco trattandosi di un extra. Un miliardo di euro che non comprende le rendite dell’ingente patrimonio immobiliare (impossibile da quantificare), peraltro recuperato nei modi più creativi a spese di quello pubblico. A questo punto qualcuno potrebbe osservare: ma chi dice che si tratti davvero di 1 miliardo, visto che nessuno conosce i loro bilanci? Anzi, si tratta di un calcolo prudenziale. Perché questa è solo la cifra che transita dai patronati e dai centri di assistenza fiscale (gli arcinoti caf) che fanno capo alle organizzazioni sindacali. E quando provi a fare domande sul tema, molte bocche si fanno storte, ma restano cucite.

Il peccato Si storcono in virtù del fatto che patronati e caf svolgono un servizio ai cittadini, che perciò - dicono - deve essere remunerato dallo Stato. Già, peccato che non sia sottoposto a verifiche di alcuno sulla qualità effettiva del servizio. Nessun ministro del Lavoro o dell'Economia ha mai sollecitato gli enti vigilati - da Inps a Inail all'Agenzia delle Entrate - a formulare regolamenti e minacciare sanzioni a chi quel servizio non lo svolga con efficienza e senza conflitto di interessi.

600 milioni ai patronati Ma facciamo un po’ i conti prima di affrontare qualche criticità regolamentare. Circa 600 milioni sono i compensi - sottratti a un negoziato di mercato, ma garantiti da norme di legge o convenzioni stipulate dagli enti pubblici - che vengono incassati da patronati e caf per i servizi erogati. Il dato è stato aggiornato circa un anno fa da Giuliano Amato, incaricato dal governo Monti di preparare una «nota sul finanziamento diretto e indiretto del sindacato». Nel dettaglio, si tratta di circa 430 milioni di stanziamento per i patronati e 170 milioni per i caf. Proprio tre delle quattro convenzioni caf sono in scadenza quest'anno all'Inps. Inutile dire quanto sia importante per il sindacato ottenere il rinnovo. Due anni fa furono proprio i tre segretari confederali di Cgil (Camusso) Cisl (Bonanni) e Uil (Angeletti) a prendere carta e penna per scrivere al ministro Elsa Fornero e sollecitare l'approvazione della bozza di convenzione Inps-caf. Nel mentre ciò accadeva, l'allora presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, venne considerato il «nemico numero 1» per avere chiesto di verificare la congruità dei compensi...


Martedì 11 Marzo 2014 - 07:53
Ultimo aggiornamento: 23:58

Si chiama Milk Music la risposta di Samsung a iTunes Radio

La Stampa


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Il nuovo servizio di web radio, per ora attivo solo negli USA, permette di ascoltare 200 stazioni tematiche (e gratuite) sui dispositivi della famiglia Galaxy.
Anche Samsung si butta sullo streaming. Venerdì 7 marzo il gigante coreano ha annunciato il lancio di Milk Music , un servizio di web radio creato per servire i prodotti della sua linea di dispositivi mobili Galaxy: duecento stazioni musicali (per ora gratuite e prive di pubblicità), un catalogo di 13 milioni di brani, funzioni di ascolto personalizzato e il chiaro obiettivo di inserirsi nel percorso aperto su Internet da Pandora e seguito da Apple con iTunes Radio. 

Al momento, Milk Music è un esperimento a gittata ridotta: è disponibile solo per gli utenti degli Stati Uniti (a curare la distribuzione è Samsung Telecommunications America, la divisione dell'azienda con sede a Dallas) e l'applicazione può essere scaricata da Google Play solo sugli smartphone Android della famiglia Galaxy (anche se qualcuno è già riuscito a farla girare anche su modelli di altre marche).

Nel continente in espansione dello streaming, Milk Music si muove dunque nell'area delle web radio: fa parte di quella categoria di servizi nei quali l'utente non sceglie il singolo brano o artista da ascoltare, ma si sintonizza su una stazione radiofonica tematica (che può personalizzare, per esempio segnalando le canzoni che gli sono piaciute e scartando quelle che non gli interessano). Altra cosa sono i servizi on demand come Spotify, Deezer, Rdio, Napster e Beats Music.

La mossa di Samsung appare come l'ennesima risposta ad Apple, in un gioco a rimpiattino che prosegue ormai da anni, più o meno da quando l'azienda coreana è diventata rivale numero uno di Cupertino in materia di smartphone e tablet. Nel 2013 abbiamo assistito a un'inedita sfida giocata attorno alla coppia musicale più ricca del mondo: a luglio Samsung aveva distribuito in esclusiva sui suoi device il nuovo album di Jay Z , a dicembre Apple ha risposto su iTunes con quello di Beyoncé

Milk Music è invece la risposta a iTunes Radio, la web radio presentata da Apple nel 2013. Il prossimo rilancio potrebbe arrivare sul fronte on demand, forse anche in tempi brevi. Mentre Apple è ancora un po' bloccata dal timore di cannibalizzare le vendite dell'iTunes Store, Samsung ha le mani libere e potrebbe usarle per stringere accordi con realtà già attive nel settore. In fondo è quello che ha fatto con Milk Music, che utilizza il catalogo del servizio Slacker . Nell'on demand il partner potrebbe essere Deezer

Tra bit e santità: le app religiose per smartphone e tablet

La Stampa

luigi albiniano

Dal breviario multimediale alla Bibbia audio-video, dal rosario virtuale alle confessionale: tutto è a portata di touch



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Hanno dinamiche e caratteristiche diverse, icone colorate, il tratto indistinguibile dell’istantaneità e, soprattutto, un modo del tutto peculiare di arrivare alla gente. Le app religiose per tablet e smartphone rappresentano oggi un fenomeno in rapida e progressiva ascesa, oltre che una nuova maniera di esperire la fede: strumenti innovativi di evangelizzazione e preghiera, questi programmi sembrano infatti arricchire di sfumature e potenzialità ulteriori l’incisività del messaggio cristiano.

Dal breviario multimediale alla Bibbia audio-video, dal rosario virtuale alle implementazioni di carattere sociale: tutto è a portata di touch. Probabilmente una delle applicazioni più complete riuscite dell’intero panorama, Laudate è stata concepita per consentire all’utente di navigare attraverso una varietà importante di contenuti con grande agilità. Disponibile praticamente per tutti i sistemi operativi in regime gratuito, il programma permette la fruizione immediata di Sacre Scritture, Liturgia delle ore, Letture del giorno, approfondimenti e spunti meditativi sulla Parola. 
Tra le più scaricate troviamo anche iBreviary, vero e proprio breviario virtuale che raccoglie anche i testi del Messale – sia nell’espressione propria del Rito Ambrosiano che in quella del “Vetus Ordo” latino - e del Lezionario. Di particolare interesse l’ultima versione dell’app, realizzata in collaborazione con la Custodia di Terra Santa e ricca di contenuti extra. 


A offrire una nuova esperienza delle Sacre Scritture è anche The Truth & Life, implementazione che propone una versione “recitata” del Nuovo Testamento, impreziosita da colonne sonore e testi sincronizzati che accompagnano l’incedere della narrazione. Il programma - sviluppato anche grazie all’impegno di numerosi attori del cinema e della televisione statunitensi che hanno prestato la propria voce al progetto - permette addirittura all’utente di stilare una vera e propria playlist dei versi da ascoltare, nonché di organizzare segnalibri e sistemi di indicizzazione personalizzati. 

Se doveste imbattervi, in fila davanti al confessionale, in un penitente che armeggia con il proprio smartphone, non stupitevi. Il fedele in questione, infatti, potrebbe semplicemente essere uno dei tanti utenti di Mea Culpa. Pensata soprattutto per coloro i quali hanno tempi di accesso al sacramento piuttosto ‘dilatati’, questa app offre la possibilità di ‘categorizzare’ i peccati commessi attraverso un sistema di indicizzazione assolutamente dettagliato e strutturato su criteri specifici, quali: età, stato civile, sesso, tempo trascorso dall’ultima visita al proprio penitenziere di fiducia. Un vero e proprio esame di coscienza pre-Confessione, che garantisce anche la creazione di diversi profili-utente (protetti dalle rispettive password) nonché la possibilità di aggiungere al fitto elenco delle ‘infrazioni’ tutte quelle inosservanze non inserite di default. 

Impossibile non collocare in questo elenco la nuova Papa Francesco News, app lanciata dall’Ansa lo scorso febbraio che a poche settimane dall’uscita ufficiale ha già riscosso un notevole successo. Le notizie e i discorsi, le immagini e gli interventi del Pontefice che sta segnando un nuovo ciclo della storia vaticana direttamente su tablet e smartphone, in un programma che raccoglie anche documenti, analisi e approfondimenti esclusivi.

Apple Business e il rimborso dell'Iva non dovuta

Corriere della sera

La Apple Distribution International, con sede in Irlanda, non potrebbe incamerare l'Iva se vende ad un libero professionista o a un'impresa italiana. Che fine fanno quei soldi invece?


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Se un professionista con partita Iva vuole comprare on line un prodotto Apple non dovrebbe pagare l’Iva. La Apple Distribution International, infatti, ha sede in Irlanda e vende beni già presenti sul nostro territorio nazionale realizzando, verso gli acquirenti, una compravendita interna e non una cessione intracomunitaria. E la norma, come ci ha confermato l’Agenzia delle Entrate, parla chiaro: l’azienda non può incamerare l’Iva se vende ad un libero professionista o a un’impresa.

Eppure, al momento dell’acquisto, anche nella sezione Business del sito Apple viene applicata l’imposta del 22 per cento ad ogni cliente. È successo ad esempio a Massimo Zucchelli, un commercialista di Rovereto, che prima di Natale ha deciso di comprare online un iPad. Nella fretta di avere subito il prodotto, ha fatto un bonifico pagando anche l’Iva. Poi, riguardando la legge, si è accorto che l’imposta del 22 per cento non è dovuta e da quel momento ha scritto diverse email ai responsabili dell’azienda, ma non ha ancora ottenuto né la fattura né il rimborso che gli spetta. Quindi non può in nessun modo detrarsi la spesa sostenuta.

Ma che fine fanno quei soldi? Parliamo del 22 per cento in più per ogni acquisto fatto. Una bella somma se pensiamo al fatturato dell’azienda. E il rischio è che la Apple, da un lato, non versi l’Iva allo Stato per aver emesso fatture errate e, dall’altro, che faccia cassa sugli acquirenti italiani inducendoli, inoltre, a detrarre erroneamente l’Iva.

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11 marzo 2014 | 18:14

Pono, la musica ad alta fedeltà secondo Neil Young (e Patti Smith, Arcade Fire, Bruce Springsteen…)

La Stampa

bruno ruffilli

Presentato ieri al South By Southwest, il progetto del musicista canadese raccoglie oltre un milione di dollari su Kickstarter in poche ore. Con l’aiuto di testimonial d’eccezione



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Finalmente è arrivato, il lettore di musica digitale ad altissima fedeltà più volte annunciato da Neil Young. Pono non debutta nei negozi, ma su Kickstarter, in cerca di fondi. Dovrebbe costare circa 400 dollari, avere una curiosa forma a prima triangolare, essere espandibile con una scheda di memoria esterna. E suonare benissimo. Il progetto, presentato ufficialmente ieri al South By Southwest, ha raggiunto in poche ore l’obiettivo previsto di 800 mila dollari di finanziamenti dai privati, arrivando anzi già a superare il milione. 

Oltre al lettore, che dovrebbe essere pronto entro ottobre di quest’anno, ci sarà la musica: i file saranno distribuiti via un servizio online strutturato sul modello di iTunes, ma non saranno nel formato Mp3. Neil Young ha deciso di utilizzare il già diffuso Flac, che permette di comprimere i dati senza perdere le informazioni sonore contenute nel file. Il successo degli Mp3, infatti, ha privilegiato la praticità (file leggeri, veloci da scaricare, economici da gestire su hard disk e memorie di ogni tipo), a scapito della qualità del suono. “Pono è come tornare alla luce dopo anni di buio”, spiega Neil Young. Tecnicamente, il formato Mp3 consiste nell’eliminare dal file quelle informazioni che non sono fondamentali per la comprensione del suono: “Così, in realtà, non ascoltiamo la musica, ma la sua ombra”. 

Il musicista canadese lavora da tempo all’idea (che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi PureMusic), e nel 2012 rivelò di averne parlato con Steve Jobs, in vista di una possibile collaborazione. Anche il fondatore di Apple non amava gli Mp3, pur avendo contribuito in maniera determinante alla loro diffusione con l’iPod e iTunes Store, e secondo Young a casa ascoltava dischi in vinile. Ma Jobs era già molto malato e aveva forse altre priorità, così il progetto fu accantonato. 

Il mercato dei prodotti per audiofili è molto cambiato nell’ultimo decennio, contraendosi sempre più fino a ridursi a una nicchia di fanatici che non badano a spese pur di avvicinarsi al suono perfetto. Pono è pensato per loro, anche se ha un prezzo decisamente più affidabile di un qualsiasi componente stereo di buona qualità. Servizi di vendita di file ad alta risoluzione esistono già, gestiti da aziende storiche dell’hi-fi come Linn o Bowers And Wilkins, oppure da distributori indipendenti (Hdtracks, iTracks) o case discografiche, perlopiù di dimensioni medio piccole (Rhino, Hyperion). La promessa è sempre la stessa: portare nelle case degli appassionati (o anche nelle loro tasche) la qualità dei master di studio, ridare alla musica tutti i dettagli che finora sono andati perduti, non solo con gli Mp3 ma anche con il compact disc. 

La tecnologia oggi lo consente, in modo facile ed economico. Così un po’ alla volta anche i grandi produttori si stanno convertendo all’alta risoluzione in audio, con Htc e Lg che supportano i file Flac sui loro smartphone di punta e Sony che ha lanciato all’ultimo Consumer Electronics Show di Las Vegas un’intera linea di prodotti audio dedicati. D’altra parte, però, quello dei lettori portatili di musica digitale è un mercato in veloce calo, come ha riconosciuto la stessa Apple, che pure lo ha dominato per anni. E allora, se si considera Pono come il successore dell’iPod, il suo successo è quanto meno incerto (anche perché sono già in commercio ottimi riproduttori tascabili ad alta risoluzione, come l’Astell & Kern 120).

Ma se si considera l’idea dietro il progetto, Neil Young è il portavoce di una tendenza che apre sempre più più piede: quella che cerca di rivalutare la qualità audio della musica riprodotta. Il formato dei file Mp3 è stato sviluppato infatti nel 1997, e da allora non ha subito grandi trasformazioni, mentre tutto il mondo del digitale ha compiuto progressi allora inimmaginabili. Pono potrebbe riuscire a cambiare le regole? Chissà. Ma almeno Neil Young è in buona compagnia: a dargli una mano per promuovere l’iniziativa ci sono Arcade Fire, Beck, Bruce Springsteen, Patti Smith, Beastie Boys’ Mike D., Jack White, My Morning Jacket, Dave Grohl, Elvis Costello e molti altri. 

In Italia da 22 anni ma non sa leggere la nostra lingua: cittadinanza negata

La Stampa

anna martellato

È accaduto a Rovigo. Alla cerimonia del giuramento l’uomo, un operaio di 40 anni, non è riuscito a declamare la formula scritta; il sindaco sospende l’atto



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Vivere in Italia da 22 anni, lavorarci anche, ma non saper leggere l’italiano. E il sindaco dice no alla cittadinanza. Succede a Rovigo, nel piccolo Comune di Ceneselli, dove un quarantenne marocchino trasferitosi in Italia 22 anni fa e che lì lavora come operaio, al momento della cerimonia per diventare a tutti gli effetti cittadino italiano non è riuscito a leggere la formula scritta, ed è così stato “rimandato”. Non a settembre, ma alla settimana prossima.

Nel momento del giuramento, atto obbligatorio per la concessione della cittadinanza, l’uomo non è stato in grado di leggere le poche righe della formula, scritte in italiano. A quel punto il sindaco Marco Trombini ha sospeso l’atto, “rimandando” il giuramento alla settimana prossima, dando quindi all’uomo una seconda possibilità. 

Niente giuramento, niente cittadinanza: perché nel nostro Paese per ottenerla, come regola la legge n. 91/1992 bisogna prestare quel giuramento. «Non c’è volontà discriminatoria nei confronti dello straniero, assolutamente», ha dichiarato ai quotidiani locali il sindaco di Fli del Comune di Ceneselli Trombini, «è la volontà di far rispettare le istituzioni, come del resto recita la formula che l’uomo avrebbe dovuto leggere secondo la Legge del nostro Paese». 



Non sa leggere il giuramento in italiano. Il sindaco leghista nega la cittadinanza

La Stampa

È successo a un operaio marocchino,residente a Vigonovo da 13 anni. La cerimonia rinviata di sei mesi per permettergli di studiare la lingua

30/01/2013


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Vive in Italia da 21 anni ma non sarebbe ancora in grado di leggere in italiano. Quando si è presentato davanti al primo cittadino di Vigonovo (Venezia) per la cerimonia di ottenimento della cittadinanza italiana, il sindaco ha ritenuto di rimandare di sei mesi il giuramento. È successo ad un operaio marocchino di 47 anni, il quale, uando si è trovato tra le mani il foglio con le poche righe predisposte dall’ufficiale d’anagrafe, non avrebbe saputo leggerle provocando la decisone del sindaco leghista Damiano Zecchinato di sospendere l’atto. 

Il primo cittadino, come indica il Gazzettino, dopo essersi consultato con il responsabile prefettizio per l’immigrazione ha concesso sei mesi di tempo al marocchino per imparare l’italiano rinviandolo ad una nuova cerimonia in estate. L’operaio, che da 13 anni risiede a Vigonovo con moglie e due figli di 9 e 6 anni, si sarebbe giustificato ammettendo di non essere mai andato a scuola e di non aver potuto imparare la lingua.

La folle auto di Mickey Rourke sembra uscita da un film di fantascienza anni '60

Il Messaggero


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(Olycom)

Ancona, sbaglia di proposito il rigore che non c'era il baby calciatore: «Il risultato conta meno della correttezza»

Il Messaggero

di Michele Natalini


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ANCONA - «Dodici anni» e «le scarpette di gomma dura». Come il Nino cantato da De Gregori nella Leva calcistica della classe '68. Ma Luca non ha «il cuore pieno di paura». No, lui quel rigore lo sbaglia di proposito. Anche se sta perdendo. L'arbitro glielo fischia, ma il fallo è suo. E così Luca sistema il pallone sul dischetto a cuore leggero. Un accenno di rincorsa. Poi il tiro che è un passaggio al portiere. Non è giusto, prendila. «Alla Giovane Ancona ci hanno insegnato che il risultato conta meno di altri valori. Al primo posto ci sono la correttezza e la sportività. Il rigore non c'era, mi è venuto naturale pensare di sbagliarlo. Anche se eravamo sotto di un gol», racconta Luca Impiglia,tredici anni a maggio, anconetano che vive con mamma e papà ad Agugliano.

Domenica mattina, campionato della categoria Giovanissimi. Campo dell'Aspio. La Giovane Ancona riceve il Palombina. Perderà 6-2. Dopo un quarto d'ora è 1-0 per gli ospiti. Poi ecco la possibilità di pareggiare. Fa fallo Luca, ma per l'arbitro la scorrettezza è del suo avversario. Rigore. Luca cerca lo sguardo del suo allenatore. «È stato un attimo. Ci siamo capiti al volo», spiega Sandro Santini. «Ma la decisione è stata condivisa da tutti. I suoi compagni si sono rivolti a me come per dire, mister, mica saremo matti a segnare?». E infatti no. Luca sbaglia. Lo applaudono la squadra, gli avversari, i genitori in tribuna, tutti. «Ma non ho fatto nulla di speciale», dirà lui.

E invece sì. Con il calcio dei piccoli che ancora una volta riesce a dare una lezione a quello dei grandi. Pieno di odio. Di razzismo. Di cori vergognosi. «Mi auguro che i miei ragazzi, crescendo, non dimentichino certi insegnamenti. E che mantengano questo fair play», conclude Santini. Diego Franzoni, presidente della Giovane Ancona, auspica: «Il gesto di Luca è da cartellino verde», cioè il terzo cartellino (dopo il giallo e il rosso) in dotazione all'arbitro nel settore di base, quello che non punisce il calciatore che infrange il regolamento, ma gli riconosce un'azione di gioco corretto. Se l'arbitro di domenica ha annotato il nome di Luca sul referto, allora la Figc potrebbe premiarlo.


Martedì 11 Marzo 2014 - 13:23
Ultimo aggiornamento: 18:01

Mafia, Riina intercettato in carcere: «Il telecomando era nel citofono, Borsellino azionò la bomba che lo uccise»

Il Messaggero


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Dalle intercettazioni delle conversazioni in carcere di Totò Riina emerge che il telecomando usato per la strage in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino sarebbe stato piazzato nel citofono dell'abitazione della madre del giudice: il magistrato, quindi, premendo il pulsante avrebbe azionato lui stesso la bomba piazzata nella Fiat 126, che non lasciò scampo al magistrato e ai cinque poliziotti della scorta. Il boss, come riporta repubblica.it, l'avrebbe confidato al detenuto Alberto Lo Russo.




Mercoledì 12 Marzo 2014 - 12:28
Ultimo aggiornamento: 12:29

Lettera del compagno Benni al bombarolo: «Tieni duro»

Luca Fazzo - Mer, 12/03/2014 - 08:30

La mamma di un No Tav arrestato per gli scontri in Val di Susa chiede il sostegno dello scrittore. E lui si entusiasma: "Quando io ero in carcere..."

Uno è un giovanotto con la passione per gli attentati dinamitardi. L'altro è uno dei più celebri scrittori italiani, famoso sulla rive gauche della Senna quanto in patria, antica militanza progressista non abbandonata quando le royalties hanno iniziato a gonfiargli il conto in banca.


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Il primo si chiama Mattia Zanotti, è in galera da dicembre e il prossimo 14 maggio verrà processato in Corte d'assise per attentato con finalità di terrorismo, accusato dell'attacco al cantiere della Tav in Val Susa il 13 maggio scorso. L'altro si chiama Stefano Benni, l'autore di Bar Sport e di cento altri romanzi di successo. Non si sono mai incontrati. Ma ieri il romanziere radical ha preso carta e penna e ha scritto al presunto terrorista, per dirgli che è di gente come lui che il Paese ha bisogno. D'altronde anch'io, rivela Benni nel passo più surreale della lettera, ho un trascorso da carcerato: e racconta di avere passato qualche giorno (durante la leva, si immagina) in una prigione militare. «Non ho nessuna lezione da darti, se non questa: quando ero chiuso in caserma (ma non era un carcere? ndr), leggevo, parlavo con i miei compagni, scrivevo. Tutto, pur di non sprecare il mio tempo, pur di non darla vinta a chi mi aveva privato della libertà. E ci sono riuscito».

A rendere quasi perdonabile l'accorata missiva dell'anziano intellettuale al militante irriducibile c'è un dettaglio: a chiederla è stata la mamma di Zanotti, che - con italico cuore di genitrice - ha segnalato al poeta il dramma del figliolo. E Benni non si è fatto pregare. Non si sa se prima di mettere mano alla lettera si sia documentato almeno un po' sull'inchiesta a carico di Zanotti, e sulle violenze in Val Susa. Chissà se lo scrittore, appassionato sostenitore del Pd, protagonista (secondo quanto riportato a suo tempo dall'Huffington Post) di un risoluto endorsement pro-Renzi, abbia avuto notizia degli assalti no Tav alle sezioni del suo partito, o delle minacce di morte al senatore Stefano Esposito, sempre del suo partito, colpevole di appoggiare l'alta velocità.

Se si fosse applicato un po', avrebbe magari saputo che le prove e l'imputazione a carico di Zanotti, emerse per caso durante una inchiesta per droga a Bologna e confermate da intercettazioni e filmati, sono stati ritenuti più che sufficienti a tenerlo in carcere non solo dal giudice ma anche dal tribunale della Libertà, e che d'altronde neanche il giovanotto e i suoi tre complici hanno negato di fare parte della galassia degli irriducibili e nemmeno di avere messo la bomba, pur cercando di sostenere che si tratta di sabotaggio e non di terrorismo.

Dettagli, ragazzate, forse eccessi di utopismo. Ma quel che conta, scrive Benni a Mattia, è che «finché ci saranno giovani come voi, anche se diversi nelle idee e nelle forme di lotta, mi viene da pensare che questo paese abbia ancora un pezzo di anima e un respiro di speranza. A volte si è più liberi dietro un muro, che in un deserto di indifferenza. Tieni duro». «Non ti conosco. Ma ho avuto la tua età e mi sono ribellato, e ho provato rabbia». Il finale è, come giusto, poetico: «Non conosco la tua storia, immagino sia quella di molti giovani che vivono in questo paese apparentemente senza anima e senza speranza. Molti giovani scelgono di lavorare all'estero, nelle emergenze umanitarie. Tu hai scelto di batterti per le cose in cui credi».

I timbri per i deportati al museo di Auschwitz

La Stampa

Questi piccoli pezzi di metallo, completi di piccoli aghi, sono stati usati durante la Seconda Guerra Mondiale per tatuare i prigionieri ad Auschwitz, l’unico campo di concentramento dove i numeri venivano tatuati. Gli oggetti scoperti sono stati mandati al museo dedicato a questa terribile realtà. «E’ una delle scoperte più importanti degli ultimi anni - ha commentato Piotr Cywi, direttore del museo - . Non potevamo credere che dopo così tanto tempo potessero essere ritrovati».
Il tatuaggio nel campo di concentramento venne aperto nell’autunno del 1941 e venne usato per identificare i prigionieri russi. Il numero veniva inciso sul lato sinistro del petto con un timbro metallico sul quale erano inserite delle piastre mobili con aghi, ciascuno dei quali andava a formare il numero.

Nella primavera del 1942 le autorità tedesche decisero di tatuare il numero sull’avambraccio sinistro, anche se la tecnica di tatuare il petto dei prigionieri non è stata mai del tutto abbandonata.


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Il call center di Paternò torna lombardo Maroni: “Prima i nostri disoccupati”

La Stampa

fabio albanese

«Siamo solidali, ma non fessi». Il governatore della Lombardia dà il via libera al trasferimento di “Lombardia Call”, che gestisce il servizio della sanità regionale.


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Nel processo di “leghizzazione” della Regione Lombardia, quel call center a 1400 km di distanza, nel profondo e vituperato sud, è sempre stato un problema e un affronto. È così che il governatore Roberto Maroni ha di recente dato il suo via libera all’operazione di trasferimento dell’attività di “Lombardia Call”, l’azienda che gestisce il call center della sanità lombarda, all’ombra del Pirellone.

Già, perché negli ultimi dieci anni la sede del servizio, duecento operatori per una spesa di 22 milioni di euro l’anno, è stata in Sicilia, nei territori limitrofi di Paternò e Biancavilla, le terre di Ignazio La Russa e Salvatore Ligresti. Un servizio inappuntabile, in verità, grazie a personale preparato, in un’area, il Catanese, che ha da tempo una vocazione hi-tech e una enorme concentrazione di call center con migliaia di addetti. 

Oggi Maroni, parlando nella sua Radio Padania, ha ribadito che l’operazione di trasferimento a Milano è la «decisione giusta»: «Non vedo perché devo favorire qualcun’altro sfavorendo i giovani disoccupati lombardi - ha detto -. Tradirei il mio mandato, tradirei il motivo per cui i lombardi mi hanno eletto. Che non è quello di discriminare qualcuno, certamente, ma a maggior ragione non voglio e non posso discriminare i lombardi a favore di chi vive in altre regioni che hanno un vantaggio economico enormemente superiore alla Lombardia».

Il problema è che il trasferimento avrà dei costi – in bilancio la Regione Lombardia ha messo per quest’anno una decina di milioni di euro in più per il servizio – e peraltro le sedi siciliane resteranno in funzione, almeno per il momento, anche perché gli addetti che stanno per cominciare l’attività nel Milanese sono una cinquantina e da soli non potrebbero certo gestire le migliaia di chiamate giornaliere. 

L’opposizione di centrosinistra ha già ampiamente protestato perché ritiene l’operazione uno spreco di denaro nella martoriata e già indebitata sanità e uno spot per la giunta Maroni e niente più. Anche dalla Sicilia si sono fatti sentire e i sindacati fanno notare che il servizio reso è di grande qualità e il personale e le sedi di Catania costano molto meno che a Milano. Ma Maroni tira dritto: «Noi siamo solidali - ha detto - aiutiamo tutti ma non vogliamo essere fessi fino in fondo. Purtroppo lo siamo stati per troppo tempo». 

Lo condannano di nuovo, ma è morto da due anni

Il Messaggero

di Adelaide Pierucci


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La giustizia arranca ma processa anche i morti. A Bernardino Budroni, un quarantenne che una notte del luglio 2011 voleva sfondare a picconate il portone dell'ex fidanzata ed è rimasto ucciso qualche ora dopo dal colpo di pistola sparato da un agente di polizia che lo inseguiva sul Gra, è capitato due volte. L'ultima proprio nei giorni scorsi. Il tribunale di Tivoli ha disposto con sentenza che Budroni debba pagare un'ammenda di 150 euro per la detenzione abusiva in casa di una carabina a piombini. Per i familiari che, ovviamente, hanno ritirato per lui l'avviso è stato uno choc. Dino, come lo chiamavano in famiglia, infatti, era già stato processato e condannato un'altra volta dopo la morte e a loro insaputa e tra l'altro anche per quel fucile. L'altra sentenza era del 2012, a un anno esatto dalla tragedia del Gra.

IL PRECEDENTE
Budroni era stato condannato davanti a una sezione monocratica del tribunale a due anni e quattro mesi di reclusione perché nel 2010 in uno scatto di rabbia si era appropriato della borsa di un'altra fidanzata e quando i carabinieri andarono a casa per recuperarla trovarono anche una balestra appesa a una parete e il fucile a piombini. E se la condanna dei giorni scorsi a Tivoli sempre per quella carabina è arrivata per decreto penale, quella di Roma era stato disposta dopo un processo di rigore con tanto di testimoni pronti a giurare, la requisitoria del pm, l'arringa dell'avvocato (d'ufficio) e il giudice che si è riservato di formulare la sua sentenza. Infine, a dispetto della morte dell'imputato, due anni dopo era arrivata anche la denuncia per lo strappo della borsetta. Budroni fu accusato di rapina e detenzione delle armi in casa e il processo si era svolto in «contumacia».

L'AVVOCATO
L'avvocato della famiglia Budroni, Fabio Anselmi, già legale dei Cucchi, ha la sua teoria: «Per la morte di Dino Budroni è sotto processo un agente accusato di omicidio colposo. Noi non escludiamo il volontario. Quando è partito il colpo la Focus di Budroni era quasi ferma. Ci dispiace che in una giustizia immersa da un oceano di arretrati si disperdano le energie per processare i morti. La morte estingue il reato». «Piuttosto» è l'appello di Claudia Budroni «si indaghi su chi viola la tomba di mio fratello strappando foto e ricordini, abbiamo presentato già sei denunce».


Martedì 11 Marzo 2014 - 08:20
Ultimo aggiornamento: 18:56

Viterbo, trova 100 milioni di lire ma Bankitalia non li cambia in euro

Il Messaggero

di A.Mar.

La sorpresa mentre una 42enne stava ristrutturando la casa dello zio morto anni fa


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VITERBO - Trova nella casa ereditata dallo zio a Viterbo cento milioni in lire, ma scopre che ormai non valgono nulla. "Le banconote erano chiuse in una cassettina metallica nascosta in un mobile antico - spiega la donna, Aludia Moretti, 42 anni, lavoratrice precaria in un call center di Pesaro ma originaria della città dei papi -. Mia madre aveva ereditato quell'appartamentino da tempo, ma solo in queste settimane abbiamo cominciato a svuotarlo per rimetterlo a posto. Ed ecco la scoperta. E' stato un colpo, non ci sembrava vero. Ma quando abbiamo chiamato in Bankitalia per sapere come poterli cambiare in euro, ci hanno risposto che ormai è troppo tardi"

"La donna, a seguito della morte dello zio materno, deceduto alcuni anni fa senza moglie né figli, ha ereditato, tra le altre cose una casa a Viterbo - spiegano da Agitalia, Associazione per la giustizia in Italia -. All’interno dell’abitazione, durante alcuni lavori di ristrutturazione, dietro un quadro, ha rinvenuto una sorta di cassaforte con all’interno alcuni documenti e lettere private ed una somma di ben 100 milioni in banconote da 100mila lire. Vi lasciamo immaginare lo stupore e la gioia della donna al ritrovamento di tutto quel denaro".

"Ma a tanta gioia è seguito, parimenti, un grande sconforto quando si è recata alla sede di Bankitalia per chiedere il cambio ma le è stato detto che quelle banconote non avevano più alcun valore essendo trascorsi più di 10 anni dall’entrata in vigore dell’euro e quindi le lire erano da considerarsi moneta senza valore legale". La donna ha dato mandato all'ufficio legale ai Agitalia per agire al fine del recupero della somma presso la Banca d’Italia per l’importo di Euro 51.645,69.

"Infatti, se è pure vero che è scaduto, in astratto, nel 2012 il termine dei dieci anni previsto per il cambio lira/euro - dicono dall'Associazione - è altrettanto vero che il termine (tecnicamente il dies a quo) per la signora Moretti decorre da quando la stessa ha rinvenuto le banconote e quindi si è trovata giuridicamente nella condizione di poter richiedere il cambio in euro. Del resto la Giurisprudenza prevalente è pacifica nel ritenere che il termine di prescrizione o decadenza per il soggetto decorre da quando lo stesso è posto nelle condizioni di esercitare il suo diritto".

"La nostra Associazione si occupa prevalentemente della riscossione dei libretti bancari e postali antichi, per informazioni si può visitare il nostro sito www.agitalia.info dove nella sezione “domande frequenti” viene spiegato come fare per riscuotere i vecchi titoli bancari e postali".


Martedì 11 Marzo 2014 - 18:13
Ultimo aggiornamento: 18:18