giovedì 13 marzo 2014

La macchina dei miracoli che trasforma l'acqua in vino

Libero


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Trasformare l'acqua in vino? E' possibile. Questo almeno quanto dichiarano gli inventori della Miracle Machine, la macchina del miracolo grande come un frullatore, che attraverso una camera di fermentazione, degli ingredienti e un'applicazione per smartphone e tablet promette di far mutare l'acqua in vino in tre giorni. La macchina è stata inventata dalla Customwine, una startup californiana guidata da due imprenditori in campo enologico, Kevin Boyer (Ceo), sommelier e fondatore dell'azienda vinicola Boyanci nella Napa Valley e Philip James, imprenditore inglese gestore del sito vinicolo Lot18.


Caratteristiche - La macchina richiama in qualche modo il miracolo di Gesù che, appunto, trasformò l'acqua in vino, e nasce proprio dall'ispirazione alla famosa scena biblica. Questa è dotata di diversi sensori, collegati a un'app per iOS e Android, in grado di permettere di seguire il processo di fermentazione direttamente dal proprio smartphone. Il concentrato, quando soggetto ad un basso livello di calore, può accelerare il processo di fermentazione in modo tale da produrre vino di qualità in pochi giorni. Inoltre, Miracle Machine traccia i contenuti di aria e zucchero per assicurarsi che il vino ottenga il giusto sapore. E, infine, la "polvere di finitura" avrà il compito di legare l'insieme, contribuendo a simulare il gusto di “anzianità” che molti appassionati di vini ricercano.

Costo e disponibilità - Attualmente la macchina dei miracoli è in fase di finanziamento ed è alla ricerca di fondi, motivo per il quale l'azienda ha deciso di avviare una campagna per racimolare il denaro necessario per poi arrivare in commercio. Per ora quindi è un prototipo, funzionante, e dovrebbe entrare sul mercato (fondi permettendo) entro il 2014 e costerà 499 dollari, circa 360 euro.

Sindacati, bilanci senza trasparenza. Il lato oscuro di Cgil, Cisl e Uil

Il Messaggero

di Oscar Giannino

​Dopo la nostra inchiesta “Un miliardo dallo Stato: ecco il conto dei sindacati”, a firma di Osvaldo De Paolini, abbiamo ricevuto una lettera dai tre segretari del sindacato confederale. Perché contesta molti dati dell’inchiesta, e questo è più che legittimo. Perché li attribuisce a un intento malevolo verso il sindacato e le sue funzioni, e qui occorre capirsi. E, infine e soprattutto, perché non entra davvero nel merito che tutti noi ci saremmo aspettati: la smentita o la contra argomentazione sul miliardo pubblico annuo al sindacato.


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Una «contro cifra» non c’è. Ed è esattamente questo il punto fondamentale che l’inchiesta intende sollevare. E sul quale vale la pena di tornare. Non c’è perché la natura giuridica del sindacato in Italia è rimasta notoriamente «incompleta». L’articolo 39 della Costituzione prevedeva una legge attuativa in materia di libertà sindacale riconosciuta, e con la «registrazione» sarebbe stato possibile codificare un quadro preciso di responsabilità-controlli pubblici senza alcuna lesione delle sacrosante libertà sindacali. Ma quella legge non è mai stata approvata. E così i sindacati restano di fatto libere associazioni non riconosciute, soggette ai magri articoli del codice civile.

La legge ha sorvolato su tale mancanza di piena personalità giuridica in materia di rispetto dei contratti collettivi e di diritto di sciopero e relativa proclamazione. Spesso, per questa stessa ragione, la magistratura ha imboccato strade opposte in relazione alla tutela delle «libertà interne» al sindacato, garantite da ciascuno statuto. Di fatto, mancando la piena personalità giuridica, non c’è mai stato l’obbligo a bilanci consolidati, completi nel conto economico e in quello patrimoniale. Di questa mancanza parla l’inchiesta del Messaggero. E forse non è un caso che i tre segretari confederali non vi facciano cenno. Quando citano – ed è una risposta di routine – i rendiconti economici pubblicati da Cgil, Cisl e Uil, essi per primi sanno benissimo la differenza tra un mero rendiconto di cassa, e un bilancio analiticamente completo di centro e periferia, di ogni spesa e ogni trasferimento ricevuto, dell’ammontare degli attivi mobiliari e immobiliari nonché delle passività di ogni genere.

In assenza di bilanci consolidati resi pubblici, purtroppo, l’informazione deve tentare per forza di cose di ricostruire il complesso delle fonti e dell’ammontare dei finanziamenti sindacali sommando le maggiori poste desumibili. Rispetto al miliardo, che dei circa 12 milioni di iscritti ai sindacati i pensionati siano comunque poco meno della metà e dunque gli attivi – 6 milioni – solo poco più di un quarto degli occupati complessivi italiani, è questione che riguarda la rappresentanza rispetto all’intero mondo del lavoro. Rispetto al miliardo, che per la compilazione dei modelli 730 il corrispettivo pubblico incassato dai Caf sia di 14 euro a testa e non di 26 è una informazione che va verificata visto che la relazione Amato parla esplicitamente di 26 euro. Il problema del miliardo è che tutto ciò che incassano Caf e Patronati deriva da norme di legge. Non si tratta di negare la funzione che essi svolgono. Si tratta di compiere un’operazione analoga per gli euro spesi e incassati dai sindacati.

Se i trasferimenti pubblici per Caf e patronati fossero del tutto equivalenti a ciò che i lavoratori pagano a tal fine, le loro cifre non sarebbero comprese nel rendiconto generale della spesa dello Stato, sotto la voce «contributo pubblico al finanziamento degli istituti di patronato e di assistenza sociale». Né Giuliano Amato avrebbe ricevuto dal governo Monti l’incarico di redigere un rapporto sul finanziamento diretto e indiretto dei sindacati, dalle cui cifre l’inchiesta del Messaggero ha tratto le mosse. Né la spending review montiana avrebbe disposto la riduzione del 20% dei compensi per i Caf derivanti dalle dichiarazioni fatte per conto dell’Inps. Vuol dire che un problema c’è eccome, di congruità dei trasferimenti.

Sappiamo anche noi, che lo Stato assegna ai patronati lo 0,226 dei contributi obbligatori incassati dall’Inps, dall’Inpdap e dall’Inail. Ma la legge istitutiva dei patronati, il decreto legislativo 804 del 1947, poi modificato per le aliquote relative prevede che ogni anno il ministero del Lavoro valuti le esigenze finanziarie dei Patronati in relazione alla attività concretamente svolta ma anche alla loro organizzazione. Su queste basi il ministero decide quale percentuale dei contributi sociali che sono stati incassati dagli enti di previdenza deve essere girata su di un apposito capitolo del bilancio dello Stato. E da qui, poi, il ministero eroga ai Patronato prima l’anticipo e poi il conguaglio. Il problema è che, in assenza di obbligo di bilancio consolidato, noi dell’organizzazione e dei relativi costi nonché efficienza dei patronati sappiamo troppo poco. E per questo ci interroghiamo sulla congruità di trasferimenti per centinaia di milioni.

Un altro esempio. In materia di distacchi sindacali, alcune migliaia in Italia, conservare presso il sindacato lo stipendio precedente a carico del pubblico comprensivo dei «premi produttività», che non sono su base individuale, è certo una garanzia. Ma i sindacati devono capire che l’obbligo sin qui osservato all’anonimato delle loro liste, per motivi di privacy confermati dopo attento esame anche dalla stessa Autorità Garante, non è esattamente un pilastro e presidio di trasparenza agli occhi dell’opinione pubblica.

Anche le centinaia di milioni che l'Inps garantisce al sindacato per le quote associative dei pensionati, trattenute direttamente sulle pensioni con il meccanismo della delega di carattere permanente (salvo revoca), nonché a titolo di ritenute sulle prestazioni, costituiscono un ammontare che occorre comprendere a che cosa va parametrato. Lo Statuto dei lavoratori riconosce infatti ai sindacati ampie prerogative - assemblee retribuite, permessi per partecipare alle riunioni degli organi dirigenti, sedi, diritto di affissione - in base alle quali l'attività sindacale si svolge pressoché integralmente a carico dei datori di lavoro. Ed è troppo, sapere il preciso ammontare dei patrimonio immobiliari sindacali, esente da tassazione immobiliare?

Conclusione: chi qui scrive è per un modello di sindacato finanziato di soli contributi liberi, senza ritenute alla fonte obbligatorie per legge e con propri fondi previdenziali integrativi, in modo che ciascuno possa essere giudicato sulla gestione più efficiente. Siamo però sicuri che per primi i dirigenti sindacali guadagnerebbero molti consensi, tra i loro iscritti e soprattutto tra i molti milioni in più di lavoratori che non lo sono, se il prossimo primo maggio ci facessero intanto un regalo. Anche se non obbligati per legge, decidete da soli di redigere e pubblicare un bel bilancio consolidato.

13 Mar 2014 11:28 - Ultimo aggiornamento: 15:12



Cgil, Cisl e Uil: «Caf e patronati forniscono un servizio per il Paese»
 
Il Messaggero


Egregio Direttore,

l’inchiesta “Un miliardo dallo Stato ecco il conto dei sindacati”, a firma di Osvaldo De Paolini, pubblicata dal quotidiano da lei diretto, contiene una serie di affermazioni e di «notizie» che non corrispondono al vero e che evidenziano un pregiudizio di fondo nei confronti del sindacato.


20140313_cgil_cisl_uilSi comincia già nell’attacco del pezzo riportando un virgolettato del presidente del Consiglio secondo il quale il 75% dei tesserati al sindacato sarebbero pensionati. Tale affermazioni è falsa: il numero dei lavoratori attivi, in tutte e tre le organizzazioni sindacali, supera abbondantemente il numero dei pensionati. È vero che la percentuale degli iscritti pensionati al sindacato confederale è rilevante, ma questo rappresenta uno spaccato della società nella quale viviamo, progressivamente sempre più anziana. Si mette in dubbio, poi, che Cgil Cisl Uil non siano le organizzazioni sindacali più rappresentative, sostenendo che avremmo paura di contare quanti lavoratori pagano ancora la quota associativa.

L’articolista forse non sa che gli iscritti al Sindacato, i cui versamenti sono certificati, continuano a crescere e che, con sistematica regolarità, in tutti i luoghi di lavoro, da anni, si svolgono libere elezioni, con una massiccia partecipazione al voto. Di recente, peraltro, le parti sociali hanno sottoscritto un Testo Unico che regola, nel dettaglio, la questione della rappresentanza e rappresentatività. Quanto ai bilanci, come abbiamo avuto modo di sottolineare allo stesso Premier, sono pubblici da molti anni e reperibili sui nostri rispettivi siti internet. Il sistema dei Caf, poi, è composto da molteplici realtà sociali ed economiche del Paese, anche di parte datoriale. Di queste, circa il 45% è composto dai cosiddetti Caf sindacali, che svolgono l'assistenza fiscale, ma anche la tutela dei diritti individuali delle persone.

Sotto un preciso sistema di controllo e di sanzioni, gli 80 Caf assistono ogni anno più di 26 milioni di cittadini. Garantiscono - soprattutto, nell’ambito della fiscalità del mondo del lavoro dipendente e dei pensionati che, è bene ricordare all'articolista, rappresenta più del 90% del gettito fiscale del Paese - un'elevata correttezza e legalità fiscale e l’impegno a operare in situazioni estreme, come le ultime vicende fiscali dimostrano. Un servizio che forniamo al Paese, con grande professionalità e in assoluta trasparenza, il tutto a fronte di tagli ingenti già operati da passati governi e che non coprono il costo di produzione.

Tutto ciò è documentalmente provato e contrasta con il contenuto dell’articolo: non risponde al vero che «i Caf ricevono compensi a carico dello Stato anche per l’elaborazione dei modelli 730: 26 euro ciascuno»; infatti il compenso per ciascun modello elaborato è pari a 14 euro, forfettizzato secondo le linee indicate sopra, con esclusione della rivalutazione monetaria; non risponde al vero che il Caf riceva un compenso per «la trasmissione dei modelli 730», stante l’unilaterale decisione dell’Amministrazione finanziaria, che dal 2012 ha escluso il compenso, per cui la trasmissione avviene a titolo gratuito.

Non risponde neppure al vero che il servizio svolto dai Caf sia incontrollato e privo di sanzioni da parte dell’Amministrazione o dell’Inps: la semplice lettura della convenzione consente di verificare la presenza di controlli, che vengono regolarmente effettuati sia dall’Agenzia delle Entrate che dall’Inps a campione e che, in caso di errori o inadempimenti, prevedono penali e sanzioni economiche rilevanti, indicate in un articolato sistema che viene applicato annualmente nei confronti di migliaia di documenti inviati. Per far fronte a tale rischio, l’Amministrazione impone l’obbligo convenzionale di coperture assicurative oltremodo onerose.

Per quanto riguarda i patronati, è importante ricordare - come non ha fatto invece l'articolista - che il fondo a loro destinato è alimentato da versamenti dei lavoratori, con lo scopo primario di assicurare gratuitamente tutele fondamentali - previste dall’art.38 della Costituzione - anche a chi non può permettersi di pagarle. Tra le righe, così come nel passaggio dell'articolo sui Caf, leggiamo un preoccupante attacco alla possibilità di accesso gratuito all’assistenza, a opera di lobbies che vedono il servizio alla persona come uno strumento di potere economico.

Nel 2010 i patronati hanno aperto 6 milioni e mezzo di pratiche e hanno assistito 10 milioni di persone, mentre nel 2011, il numero di cittadini che si sono rivolti a noi era già lievitato oltre i 12 milioni. Si tratta di persone - anziani e immigrati, ad esempio - per cui è difficile districarsi tra le procedure e alle quali forniamo un servizio fondato su di una fiducia attestata dai dati citati. Tralasciamo, infine, qui i giudizi gratuiti dell'articolista sulla qualità del servizio. Un'affermazione infondata e lesiva che rigettiamo e che viene confutata da milioni di persone che ogni anno si rivolgono a noi.

Vincenzo Scudiere
Segretario confederale Cgil
Paolo Mezzio
Segretario confederale Cisl
Carmelo Barbagallo
Segretario generale aggiunto Uil

13 Mar 2014 11:38 - Ultimo aggiornamento: 15:23

La pubblicità della stazione di servizio a Troia, nel foggiano: pioggia di insulti e risate sul web

Il Mattino


F20140313_c4_pompa-troiaOGGIA - Una trovata pubblicitaria che si basa sul gioco di parole suscitato dal nome della cittadina di Troia, nel foggiano, e l'inaugurazione di una stazione di servizio. Sui manifesti affissi in strada e divulgati su Facebook tramite un profilo creato per l'occasione dalla Vi Gi s.r.l, l'azienda che possiede altre attività simili in Puglia, lo slogan è: "Che Troia sarebbe, senza una pompa".

Un messaggio ideato dalla locale agenzia di comunicazione Alka Promo Service che ha suscitato reazioni contrastanti anche sul web. C'è chi l'ha definita sessista, chi l'ha trovata geniale e chi pensa che sia addirittura controproducente associare il Comune pugliese alla prostituzione.

giovedì 13 marzo 2014 - 13:09   Ultimo agg.: 13:10

Esasperati degli insulti razzisti” Il Casablanca si ritira dal campionato

La Stampa

Il forfait dopo il “tornate a casa marocchini di m..” di sabato scorso; il team composto da immigrati gioca nei campionati amatoriali dell’Uisp di Forlì


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Ogni fine settimana è sempre la stessa storia: in campo arrivano gli insulti razzisti. E così il Casablanca, squadra composta da immigrati marocchini che gioca nei campionati amatoriali dell’Uisp di Forlì, ha deciso di ritirarsi dal campionato. Lo racconta l’edizione locale del Resto del Carlino. L’ultimo episodio, quello che ha portato la squadra ha prendere la decisione, è arrivata sabato scorso: “Tornate a casa marocchini di m...”, ha gridato uno degli avversari, durante la partita contro il Club juventinità di Forlimpopoli, vinta per 3-0 dal Casablanca.

I giocatori hanno immediatamente avvertito l’arbitro, ma non è stato preso nessun provvedimento, anche per questo è arrivata la decisone, come ha raccontato Rachid Hansal, 41 anni, capitano della squadra, con un passato nella serie A marocchina e qualche presenza in nazionale. Quello di sabato sarebbe, secondo il capitano del Casablanca «l’ultimo di una lunga serie di insulti a sfondo razziale. Purtroppo quasi ogni sabato è così. Non ne possiamo più. E adesso non giochiamo più. Abbiamo fatto anche un esposto alla Uisp, citando il nome dell’autore di quella frase. Di certo offese così non ne sopporteremo più. Era giunto il momento di fare qualcosa. Di prendere una decisione forte. E l’abbiamo presa».

Da sabato prossimo, il Casablanca non scenderà in campo. Ma intanto Bruno Molea, vicepresidente gruppo Scelta Civica alla Camera e presidente nazionale dell’Associazione italiana cultura e sport si schiera a difesa dei giocatori: «Voglio esprimere tutta la mia solidarietà alla squadra di calcio del Casablanca per gli insulti razzisti ricevuti. È increscioso che non siano stati presi provvedimenti punitivi nei confronti delle squadre avversarie che hanno offeso i giocatori del Casablanca, immigrati di origine marocchina che giocano nei campionati amatoriali dell’Uisp di Forlì». E aggiunge ancora: «Chiedo che la Uisp intervenga subito e ponga in essere misure disciplinari contro chi ha leso la dignità altrui e auspico che la squadra del Casablanca torni presto in campo, anche per combattere e vincere contro ogni forma di razzismo, inconcepibile soprattutto quando avviene nei campi sportivi».

Addio al portiere Colombo “Angelo” di Cagliari e Juve

La Stampa

alessandro nasi

Giocò in serie A negli anni Sessanta. Originario di Gattinara, era malato da tempo. I funerali sabato mattina nella chiesa di Billiemme a Vercelli


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Se n’è andato un altro «figlio» della gloriosa Pro Vercelli che regalò tanti campioni alla serie A. Angelo Martino Colombo, portiere della Juventus e del Cagliari negli anni Sessanta, è morto a 78 anni. Era malato da tempo. I funerali saranno celebrati sabato alle 11,30 nella chiesa di Billiemme. Originario di Gattinara (ma ora viveva a Vercelli) iniziò la sua carriera nella Pro dove disputò 5 campionati tra Serie D e Serie C. Un anno al Messina e poi il passaggio al Cagliari nel 1960. Con lui in porta la squadra sarda compì il salto dalla Serie C fino alla massima serie.

La Juventus lo acquistò nella stagione 1965-1966 per affidargli il ruolo di riserva di Roberto Anzolin. In tre anni di milizia bianconera vinse lo scudetto 1966-1967. Nella Juventus collezionò complessivamente 5 presenze, tutte concentrate nel 1967-1968, tra cui il derby disputatosi pochi giorni dopo la morte di Gigi Meroni, conclusosi 4-0 per il Toro.
In quello stesso anno disputò anche un incontro di Coppa dei Campioni contro l’Olympiakos.
Venne ceduto al Verona nel novembre del 1968 e in riva all’Adige ricominciò a giocare con più continuità alternandosi tra i pali con Giovanni De Min, Mario Giacomi e Pierluigi Pizzaballa.
Al termine della stagione 1972-1973 all’età di 38 anni, abbandonò la Serie A per scendere di categoria giocando altri due anni nell’Omegna prima dello stop definitivo.

Soltanto pochi mesi fa gli venne dedicato un libro, «Il volo di Colombo», scritto da Gian Luigi Caron. 

Paolo Borsellino, il pm malinconico nella trincea dell'antimafia

La Stampa

gianni riotta

Pessimista, combatteva spinto dalla forza della sua etica. Il suo capolavoro: i diciannove ergastoli nell'aula bunker


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Palermo si diverte da sempre ad opporre gli studenti del Liceo Garibaldi, raffinati, snob, disincantati, a quelli del Meli, secchioni, colti, intensi, cercandone il Dna perfino nelle singole sezioni scolastiche. Al Meli, generazione dopo generazione, la C ha ragazzi dai buoni voti, capaci di buttar tutto in una risata. È al Meli che prende la maturità classica nel 1958 Paolo Borsellino, 8 in italiano, greco, filosofia e fisica, 7 in latino, storia, matematica, chimica. Lo sfrontato stile «sezione C» nel 7 in condotta, garanzia di bocciatura evitata in extremis. Così Borsellino, Dioscuro con Giovanni Falcone del pool antimafia di Palermo, si iscrive a Giurisprudenza, nel chiostro all’ombra della cupola d’oro dei padri Teatini. Matricola 2301, simpatie per il Fuan «Fanalino», goliardi del Msi. Basta perché Falcone entri a volte nel suo ufficio, schioccando i tacchi: «Camerata Borsellino!».

Scherzano, il pool guarda al diritto non alla politica, quando si aggrega il magistrato Giuseppe Di Lello, vicino al Manifesto, è accolto con stima e amicizia. Di Lello è lo stratega, ha visione, Borsellino il tattico, sempre concreto. Racconterà di un caminetto «scomparso» da una villa che il pentito Buscetta cita accusando la famiglia Salvo. L’ispezione non lo trova e Borsellino fa a Falcone il gesto del suicidio «Spariamoci», senza prove niente processo. Un contadino li salva rivelando che, d’estate, il caminetto viene smantellato. Il destino del ragazzo del Msi si compirà simbolicamente nel 1992, con Gianfranco Fini che lo candida Presidente della Repubblica: riceve 47 voti.

Nei miei appunti di cronista a Palermo, dopo l’assassinio di Falcone, Paolo Borsellino è ricordato da un gesto: «Borsellino apre le mani grandi sulla bara di Falcone, allungata sotto i marmi del Palazzo di Giustizia. L’atrio è zeppo di gente, irata, dolente. Il gesto di Borsellino sembra svuotarla, sono di nuovo lui e l’amico Giovanni e basta, come all’oratorio di San Francesco della Kalsa, l’araba al Khalisa, la pura». Chi sta vicino si tira da parte, è il giuramento di un commilitone.

Quando Borsellino cade con la scorta, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, il 19 luglio, il taccuino ritorna sull’ex studente, diplomato al Meli, 18 anni dopo mio padre, 13 anni prima di me: «Capisco adesso che le mani di Borsellino piantate sulla bara di Falcone, come ad imprimere le impronte, quasi il coperchio di mogano fosse cemento fresco e palme e polpastrelli potessero restare stampati fino al giorno del giudizio, erano un appuntamento… la battaglia era perduta perché…nelle vere guerre, non c’è scampo: si vince o si muore.

A lui tocca morire. Reso omaggio all’amico, si appoggia al muro di granito lucido, accenna a cercare una sigaretta, scuote la testa come se gli fosse venuta in mente una cosa che non si fa e dice due parole ai cronisti, più parlando a se stesso che altro: “È finita, non c’è nulla da fare, niente mezzi, niente indagini, no non credo... no, non credo... restare? Che cosa dovrei fare? C’è qualcosa d’altro che potrei fare?”». Falcone&Borsellino erano fratelli di epopea palermitana, Rinaldo e Astolfo, le anime opposte di una città, luce e vespro.

Giovanni era sfrontato, audace, allegro, a tratti duro. Paolo malinconico, ironico, crepuscolare. Parlare con Falcone vi rendeva certi della vittoria nella battaglia antimafia. La stessa discussione con Borsellino lasciava sgomenti: la sconfitta era incombente per la sproporzione delle forze, solo l’etica imponeva di battersi. Altro che «professionisti dell’Antimafia», 60 milioni l’anno, 30.000 euro di oggi. Lo scrittore Leonardo Sciascia, indotto all’inopportuna polemica, mi disse «Fui mal consigliato». Al magistrato restò l’amarezza «Si voleva eliminare il lavoro di Falcone».

Diego Borsellino, papà di Paolo, era farmacista in via della Vetreria, educazione all’antica. Falcone era il «Barone Rosso», eroe popolare. Con le fatiche a Enna, Mazara, Monreale, Palermo, Trapani e Marsala, Borsellino è il fante da trincea: «Ho fatto le vacanze all’Asinara, nel 1985, per stendere con Giovanni le ultime pagine dell’istruttoria per il maxiprocesso». Distilla la malinconia in humor alla Buster Keaton: «Giovanni, devi darmi la combinazione della cassaforte, così quando ti ammazzano la apro, altrimenti come faccio?». Gli inviati dei giornali del Nord restano confusi dai macabri scherzi dei palermitani, pronosticarsi a vicenda i necrologi sul «Giornale di Sicilia». Le grandi firme non sanno che a Palermo non è Babbo Natale a lasciare i giocattoli per i bambini.

Sono i Morti, la notte tra Ognissanti e 2 novembre a nascondere in casa balocchi, frutta di marzapane e bambole di zucchero, alteri paladini, dame incantate. La morte Borsellino l’aveva intravista da bambino, dopo i bombardamenti alleati, nei cadaveri di mafia, nei due ragazzi del Liceo Meli, Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella, uccisi davanti scuola dalla scorta in un tragico incidente. Il capolavoro è il maxiprocesso, 19 ergastoli, 2665 anni di carcere. Poi Borsellino vede avvizzire le speranze di Falcone di guidare il pool, e conclude presago «Restammo soli. Andando sul luogo dove era caduto il commissario Montana, il vicequestore Cassarà mi aveva detto “Siamo cadaveri che camminano”». Cassarà ucciso nel 1985, Falcone e Borsellino nel 1992.

Otto settimane prima della strage di via D’Amelio Borsellino conferma a Canal+: «All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa… addirittura monopolistica, nel traffico di sostanze stupefacenti... Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco…perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò… ad effettuare investimenti…una via parallela…all’industria operante anche nel Nord».

Via D’Amelio apre un capitolo mai chiuso, trattativa Stato-Mafia, l’« agenda rossa» scomparsa del giudice, la Prima e la Seconda Repubblica. Paolo Borsellino vive gli ultimi giorni con stoica rassegnazione, conscio dei veleni e delle viltà che lo circondano, non solo tra i mafiosi. Avrebbe scosso la testa scettico, leggendo la motivazione della Medaglia d’Oro al valore civile, ma di nascosto, il suo cuore di ragazzino del Meli si sarebbe inorgoglito: «Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo, esercitava la propria missione con profondo impegno e grande coraggio, dedicando ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la proterva sfida lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico…veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza, vissuta al servizio dei più alti ideali di giustizia..». Un politico siciliano ha proposto di cancellare il nome di «Falcone e Borsellino» dall’aeroporto di Palermo temendo allontani i turisti: sbaglia, il mondo ama i nostri eroi Paolo e Giovanni.

Twitter @riotta

Candy Crush e gli altri: su tablet e smartphone vincono i videogame

La Stampa

bruno ruffilli

La società che produce il gioco delle caramelle sta per sbarcare a Wall Street. Il suo valore potrebbe arrivare a 7,6 milioni di dollari


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A intuire la possibilità del mercato, quando ancora i telefonini non erano smart, fu Nokia: perfino sugli apparecchi più economici si poteva ammazzare il tempo seguendo le mosse di un serpente a cristalli liquidi. Ma da Snake a Candy Crush Saga è passato oltre un decennio e nel 2013 il giro d’affari dei videogame per smartphone e tablet è arrivato a 13,2 miliardi di dollari. Per la società di analisi Gartner dovrebbe crescere ancora del 30 per cento quest’anno, rendendo la vita ancora più difficile per le piattaforme portatili di Nintendo e Sony, già in calo da tempo. 

E ora Candy Crush Saga, dopo aver dominato lo scorso anno le classifiche dei giochi più venduti per Android e iPhone, sta per debuttare a Wall Street. King Digital Entertainment, la società che lo produce con l’Ipo punta a far salire il valore della società a 7,6 miliardi di dollari. King, fondata a Londra nel 2002, intende vendere 22,2 milioni di titoli (15,5 milioni della società e 6,7 milioni di altri azionisti) a un prezzo tra 21 e 24 dollari per azione. Dopo l’offerta il flottante sarà di 314,9 milioni di azioni. La raccolta complessiva dovrebbe attestarsi a un massimo di 612,7 milioni di dollari, più dei 500 milioni stimati il mese scorso, quando la società aveva fatto richiesta alla Securities and Exchange Commission, la Consob americana, per la quotazione al New York Stock Exchange.


Alcuni degli ultimi giochi per smartphone e tablet hanno trame ed effetti speciali degni dei migliori titoli per console casalinghe. A prezzi decisamente più bassi, perché è diverso il pubblico cui si rivolgono: non giocatori accaniti, ma persone di ogni età che vogliono staccare per qualche minuto dagli impegni della giornata. Per questo il gioco dev’essere facile da capire, con regole elementari, magari anche un po’ infantile nella grafica. Deve illudere che una vincita sia sempre a portata di mano, ma non essere troppo semplice. 

Candy Crush ha tutte queste caratteristiche, come le aveva Farmville. Con 84 milioni di utenti attivi al mese, fece di Zynga un colosso da 36 milioni di dollari di incassi; l’azienda si quotò in Borsa: nel marzo del 2012 era valutata oltre dieci milioni. Sei mesi dopo crollò di oltre l’80 per cento, oggi ha ancora milioni di utenti ma il suo momento è passato perché non ha saputo rinnovarsi. 
Secondo gli ultimi dati, King nel 2013 ha messo a segno profitti per 567,6 milioni di dollari, un aumento esponenziale dai 7,8 milioni del 2012, mentre il fatturato nello stesso periodo è passato da 164,4 milioni a 1,88 miliardi di dollari. A febbraio erano in media 144 milioni gli utenti attivi giornalieri, che utilizzano i giochi della società 1,4 miliardi di volte al giorno (a dicembre erano 128 milioni e giocavano 1,2 miliardi di volte al giorno). 

Numeri folli, mai raggiunti da altre app, nè da libri o giornali su smartphone e tablet i giochi stravincono. Perché Candy Crush Saga, Clash Of Clans, Farm Heroes, Flappy Bird e mille altri sono la chiave per un paradiso tascabile dove non esistono ansie e preoccupazioni e la felicità si raggiunge con un tocco sul display. Questa è la loro promessa, questa la loro forza. 

Il paradiso del chitarrista amatoriale: Chordify estrae gli accordi dai video di YouTube

La Stampa


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Inventato nei Paesi Bassi, ospite al South By Southwest Interactive di Austin, il sito è rapido, gratuito e abbastanza accurato. Oltre che con YouTube, è compatibile con SoundCloud, Deezer e analizza gli mp3 caricati dagli utenti. Vuoi suonare con la chitarra una canzone di cui non sai gli accordi e che il tuo orecchio non riesce proprio a riconoscere? Con Chordify puoi farlo in modo molto semplice: cerca la canzone su YouTube, copia l'indirizzo del video, incollalo sul sito www.chordify.net e il gioco è fatto. In pochi secondi il servizio riconosce gli accordi e te li mostra in parallelo con il video (nella forma anglosassone: A è il la, B il si, C il do, ecc. ecc.). 

Il sito nasce nei Paesi Bassi nel 2013, come evoluzione della tesi di dottorato di Bas de Haas presso il dipartimento d'informatica dell'università di Utrecht e si inserisce in quel dinamico filone dei software di riconoscimento musicale di cui Shazam è il campione universale. Assieme all'amico (e compagno di suonate) Tijmen Ruizendaal, de Haas ha sviluppato un algoritmo che spezzetta le frequenze sonore in piccolissimi frammenti, li analizza e “indovina” la presenza di un accordo. L'accuratezza? “Per le canzoni pop siamo intorno al 90%”, spiega Ruizendaal al sito Mid Day, ammettendo che “man mano che la struttura armonica diventa più complicata, aumentano gli errori. Inoltre, per ora il sistema riesce a riconoscere solo gli accordi maggiori e minori: niente settime, settime minori o diminuite. Con la prossima versione dell'algoritmo dovremmo aggiungere le settime”. 

Una nostra strimpellante prova sul campo ha dato risultati più che soddisfacenti: Chordify è rapidissimo (pochi secondi per analizzare un brano, nemmeno quelli per le canzoni che altri utenti hanno già richiesto e il sito conserva in memoria), ogni tanto prende le sue belle cantonate e tende a ridurre l'intero mondo musicale a una struttura a 4/4, ma gli accordi sono molto spesso corretti (o comunque ti danno un'idea della linea armonica del brano) e l'interfaccia garantisce un utilizzo del sito praticamente immediato.

Il legame con un serbatoio infinito come quello di YouTube, inoltre, ti permette di spaziare attraverso tutti i generi: in venti minuti puoi partire dall'hit parade più o meno recente (tipo Controvento di Arisa o Get Lucky dei Daft Punk), risalire la nobile storia del rock ( Hearts of Gold di Neil Young) e quindi precipitare nelle perversioni personali più inconfessabili (dalla sigla del cartone animato Lupin III a struggenti ballate di gruppi spagnoli di fine Novecento). Se poi si scelgono i  lyric videos , quelli in cui compaiono anche i testi delle canzoni, il pacchetto diventa ancora più completo.  

YouTube non è l'unica fonte possibile. Chordify è compatibile anche con i brani caricati su SoundCloud e in questi giorni i fondatori sono in missione in Texas, al festival South By Southwest di Austin, per presentare una app integrata al servizio in streaming Deezer (già operativa). Inoltre, c'è la possibilità di caricare e far analizzare i propri mp3 (fino a un limite di tre, che diventa cento se ci si abbona alla formula premium). Utilizzando il motore di ricerca interno al servizio puoi anche saltare tutti questi passaggi, spulciando tra le canzoni che qualche utente ha già chiesto di “accordizzare”
E il copyright? Chordify segnala solo gli accordi: niente intavolature, arpeggi, assoli o altre informazioni più precise. La posizione ufficiale del sito è che “a differenza di testi e melodie, la progressione di accordi non è sufficientemente unica da essere soggetta a copyright”.

Una teoria che nel litigioso universo della proprietà intellettuale troverà di sicuro fiere voci antagoniste, ma che è in parte supportata già solo dall'esistenza del concetto di “giro di do” (tre o quattro accordi identici che fanno da base a migliaia di canzoni pop, rock, folk...). Vedremo se ci sarà battaglia. Intanto, il servizio base è gratuito e accessibile immediatamente. L'abbonamento premium (sei euro al mese) offre funzioni bonus come la possibilità di far analizzare più di tre mp3, modificare velocità del brano e tonalità degli accordi, scaricare versioni .pdf e .midi delle progressioni.


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Amore e Ginnastica Una storia lunga 170 anni

La Stampa

maurizio ternavasio

Il 17 marzo 1844 nasceva la prima società sportiva italiana


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Anche lo sport, come il cinema, l’auto e la moda, è nato a Torino. Qui, 170 anni fa - il 17 marzo 1844 - venne fondata la Reale Società Ginnastica, il più antico sodalizio del Paese. In casa del ginnasta svizzero Rodolfo Obermann, arrivato da qualche tempo a Torino, si ritrovarono in sette pionieri. Da quella riunione nacque di fatto lo sport italiano. Per festeggiare l’anniversario, domenica e lunedì prossimo la società organizza una caccia al tesoro riservata ai ragazzi iscritti, un annullo filatelico, la presentazione del libro «Impronte nella Storia» e un’installazione illuminotecnica. «Una festa per rendere omaggio ai duemila soci che la tengono viva - dice il vicepresidente Matteo Lo Prete - rispettando le regole dei padri fondatori, secondo i quali prima di tutto veniva l’allievo e la sua formazione».

Le discipline
Come prima sede venne scelta la Palazzina dei Glicini nel Parco del Valentino. E la Ginnastica, a dispetto del nome, doveva abbracciare il maggior numero di discipline. Così, a cavallo tra i due secoli, quasi tutti gli sport trovarono linfa o ospitalità all’interno del sodalizio, nel 1852 trasferito in via Magenta. Nel 1898, quando al Velodromo Umberto I si disputa in un’unica giornata il primo campionato di calcio, tra le quattro squadre al via non c’è la Juventus ma la Ginnastica. Oltre naturalmente alla ginnastica, via anche al canottaggio, al nuoto nelle acque del Po, basket, scherma, atletica leggera (alle Olimpiadi di Los Angeles il velocista Castelli vinse il bronzo nella staffetta 4x100 uomini) e arti marziali, contribuendo a diffondere negli anni ’50 il judo in Italia. Nel 1947 la squadra di rugby vinse titolo di campione d’Italia. 

L’educazione fisica
La Reale Società si battè con successo per rendere l’attività fisica un obbligo scolastico agendo sul costume della società del tempo e favorendo l’avvicinamento di persone appartenenti a classi sociali fino ad allora molto distanti. Il palmares della società presieduta da Emanuele Lajolo di Cossano è straordinario: quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi, dieci medaglie d’oro vinte tra campionati europei, Universiadi e Giochi del Mediterraneo e oltre 100 scudetti tricolore. 

Il presente
Nella Reale Società attuale, che occupa 2.500 metri quadri su cinque piani della palazzina di via Magenta 11 con sale e palestre all’avanguardia, le attività sono frenetiche. A dimostrazione che il sodalizio è più attivo e giovane che mai. Tanto che nel 2002 è stata creata la Scuola di Circo Flic, che in pochi anni è diventata una delle più rinomate d’Europa nel settore del circo contemporaneo, sostenuta dal ministero per i Beni e le attività culturali. Oltre a garantire le attività sportive più tradizionali, la Ginnastica, per essere come sempre al passo con i tempi, si dedica anche ad attività quali Pilates, Gym Jazz, acrobatica, presciistica, danze indiane e lindy hop. «Con una modestia molto torinese, tanta passione e molta fatica, ci sosteniamo quasi esclusivamente da soli, visto che gli aiuti della Regione e del Ministero sono ormai limitati», dice Lo Prete.