domenica 16 marzo 2014

Caso Moro, l’antologia dei misteri e le risposte non date alla vedova

Corriere della sera

di Giovanni Bianconi
 

Da Gradoli alla polizia «impreparata»: tutte le incongruenze


ritrova
ROMA - «Posso soltanto dirle che nel 1978 lo Stato era assolutamente impreparato rispetto a emergenze di quel tipo. Non sapeva quasi niente della realtà del terrorismo». Peccato che quando sequestrarono Aldo Moro uccidendo i cinque agenti di scorta, le Brigate rosse esistessero da otto anni e avessero già messo a segno rapimenti clamorosi, assassinato magistrati, avvocati, uomini delle forze dell’ordine, sparato su politici, giornalisti, dirigenti carcerari. Eppure, disse candidamente nel 1992 l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, «si era in una situazione di debolezza neanche lontanamente sospettabile; perciò, vedendo in retrospettiva come fu condotta la gestione del sequestro Moro, posso dire che essa fu del tutto artigianale e non adeguata alla situazione».

Sarà. Ma rilette oggi, queste frasi pronunciate davanti alla commissione d’inchiesta sulle stragi nel gennaio ‘92 suonano come la conferma di uno degli enigmi che resistono a trentasei anni di distanza dal fatidico 16 marzo 1978, giorno della strage di via Fani e del rapimento del presidente democristiano, ammazzato dopo 55 giorni di prigionia: come mai le istituzioni erano così «impreparate» di fronte alla pericolosità delle Br che imperversavano e proclamavano ai quattro venti di voler attaccare «il cuore dello Stato»?

È solo una delle tante domande senza risposta racchiuse in una vera e propria «antologia dei misteri» del caso Moro pubblicata sul sito internet dei deputati del Pd a cura del vicepresidente Gero Grassi (pugliese come Moro), che vorrebbe una nuova indagine parlamentare. Utile non si sa quanto, a tanto tempo dai fatti. Tuttavia il riassunto, in 400 pagine, di testimonianze e relazioni raccolte dalle precedenti commissioni d’inchiesta certifica i troppi punti oscuri sul delitto politico che maggiormente ha segnato la storia della Repubblica. Custoditi negli archivi del Parlamento. Una giungla di quesiti (non tutti ugualmente importanti) in cui ciascuno può approfondire quelli che più lo inquietano. Alcuni però sembrano più macroscopici di altri, anche per come sono emersi - e rimasti irrisolti - dagli stessi atti.
Via Gradoli e il ruolo di Moretti - Ad esempio l’informazione su Gradoli, ufficialmente arrivata dalla parodia di una seduta spiritica, il famoso «gioco del piattino», a cui parteciparono Romano Prodi e altri professori che in seguito avrebbero ricoperto cariche importanti. Fu lo stesso Prodi a trasmetterla ai vertici della Dc. «Anche se ci siamo trovati in questa situazione ridicola, noi siamo esseri ragionevoli - spiegò nell’audizione del 1981 -. Se soltanto qualcuno avesse detto di conoscere Gradoli, io mi sarei guardato bene dal dirlo. È apparso un nome che nessuno conosceva, allora per ragionevolezza ho pensato di dirlo». A parte la credibilità dell’origine della notizia, il mistero ulteriore è che le ricerche si concentrarono nel paese di Gradoli dove non c’era nulla, senza andare in via Gradoli dove invece abitava Mario Moretti, il capo brigatista che in quei giorni interrogava l’ostaggio. Eleonora Moro, moglie del presidente dc, chiese perché non si cercasse una strada romana con quel nome. «La risposta che ancora oggi mi lascia senza parole è stata: “Non c’è nelle pagine gialle!”», riferì in Parlamento. Invece c’era, e c’erano pure i brigatisti. Ma il covo fu scoperto solo il 18 aprile, a causa di una strana infiltrazione d’acqua. In casa non c’era nessuno e Moretti si salvò, alimentando i dubbi manifestati nel ‘95 da Corrado Guerzoni, collaboratore di Moro: «Moretti ha stabilito con qualcuno una convenienza reciproca per la gestione del sequestro, e ha potuto viaggiare tranquillo per l’Italia senza che nessuno lo fermasse. Nessuno ha avuto interesse a trovare Moro».
Le carte sparite e il Vaticano -  Lo stesso giorno fu recapitato il falso comunicato numero 7 delle Br, secondo il quale l’ostaggio era stato ucciso e il cadavere gettato nelle acque (ghiacciate) del lago della Duchessa, sulle montagne tra Lazio e Abruzzo. L’ex sottosegretario all’Interno Lettieri ammise nel 1980: «È un altro di quegli episodi sconcertanti che si sono verificati. Non voglio esimermi da responsabilità, ma tutti abbiamo dato credito a quella pista». In realtà il magistrato inquirente nemmeno andò sul posto, tanto il comunicato era palesemente inattendibile, mentre il ministro dell’Interno Francesco Cossiga lo accreditò per ore. Altro mistero, insieme a quelli su chi l’ha ideato e chi l’ha confezionato. Sulla scomparsa dei resoconti su indagini e riunioni svolte al ministero indagò la commissione stragi che nel ‘92 concluse: «La mancanza negli archivi del Viminale di tutta la documentazione non trova alcuna plausibile giustificazione... Si conferma una costante dell’“affare Moro”: prove importanti sulla gestione della crisi sono sottratte agli organi istituzionali, ma non è escluso che altri ne disponga e le utilizzi o minacci di farlo nel momento più conveniente».

Anche sul ruolo del Vaticano e di don Antonello Mennini, «postino» di alcune lettere di Moro, restano quesiti aperti. Come le pressioni su Paolo VI per evitare ogni apertura nella lettera agli «uomini delle Brigate rosse», o i sospetti che quel sacerdote sia stato anche un «canale di ritorno» dalla prigione del presidente dc. È tutto scritto nelle carte del Parlamento, dai piduisti al vertice dei servizi segreti alle tante forzature sulla «non autenticità» delle lettere di Moro, al loro ritrovamento insieme a pezzi di memoriale in via Montenevoso, 12 anni dopo la scoperta del covo milanese. Fino alle domande di Eleonora Moro, che due anni dopo la morte del marito si chiedeva, a proposito delle Br: «Certo, ci sarà stata la loro parte di lavoro. Ma chi ha armato e animato questa gente a fare queste cose? Chi ha tenuto le fila in modo tale che non si poteva comunicare durante il tempo che mio marito era sequestrato? Come mai questa linea di condotta così dura era già stata presa così nettamente, un’ora dopo la strage di via Fani?».

La signora Moro è morta nel 2010, senza avere le risposte che cercava .

16 marzo 2014 | 09:07

Stupidario a Cinque Stelle: dodici mesi di svarioni

Francesco Maria Del Vigo - Sab, 15/03/2014 - 23:06

Da quando i grillini sono entrati in Parlamento è stato un fiorire di dichiarazioni fuoriluogo, gaffe monumentali e teorie quanto meno bizzarre. Abbiamo raccolto le più famose

Un anno fa entrava in Parlamento una legione sbrindellata e variopinta di grillini. “La calata degli unni” profetizzavano alcuni quotidiani ricordando la celebre discesa dei “barbari” di Umberto Bossi negli anni Novanta.


1394905409-grillinibaci
Ma era pressocché impossibile prevedere il carotaggio umano dei pentastellati (dentro e fuori il Parlamento). Apriremo le istituzioni come una scatoletta di tonno!, sbraitavano loro brandendo apriscatole. Per ora, dodici mesi dopo il loro ingresso nei palazzi del potere, resta un'antologia di naivitè, a esser buoni. Un gigantesco stupidario, mettendoci un po' di malizia. Un'antologia di tutti i tic e le bizzarie che attecchiscono in Rete e, sempre più, tra gli italiani. Dal complottismo alla dietrologia ai limiti della fantascienza. Dall'ecologismo primitivista all'opposizione a qualsiasi tipo di intervento sul territorio. Per non parlare di balletti in Aula, escursioni sui tetti istituzionali, baci, turpiloqui pirtoecnici e teorie pericolanti. Un carnevale permanente. Ecco una piccola selezione di effervescenti dichiarazioni grilline durante il primo anno di "gita" in Parlamento. Precisazione necessaria: sono tutte reali, anche quelle che sembrano partorite dalla creatività di un umorista. In fondo il loro leader è un comico, no?

Deliri gastrointestinali 1
"Se io prendo un virus, il mio corpo lo rifiuta e mi viene un attacco di diarrea o di vomito". 
L'ideologo Paolo Becchi (con eleganza) sui dissidenti

Strafalcioni tragici 1
“Il Restitution Day è l'evento politico più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino”
Carlo Sibilia, deputato, magnifica – a modo suo – l'attivismo grillino

Pauperismo stellato
“Con solo 5mila euro al mese lordi io e la mia famiglia non ci campiamo”
Alessio Tacconi, deputato

Smarrimenti
"E' stata una giornata intensa... mi sono perso, è la prima volta che venivo qui... non trovavo il palazzo".
Vito Crimi, senatore, giustifica il suo ritardo in Giunta

Pallottole (e la terapia?)
"Preiti? Avesse sparato a un’auto blu, o a un altro simbolo del potere, avrei capito il senso, il significato. Sparare a un carabiniere è deprecabile, sparare a un politico è una cosa diversa...".
Andrea Cecconi, deputato, sulla sparatoria fuori da Palazzo Chigi

Ignoranza costituzionale
"Che un presidente della Repubblica debba avere una certa età anagrafica non c'è scritto da nessuna parte... Ah, c'è scritto in Costituzione?!".
Roberta Lombardi, deputata ed ex portavoce del Movimento alla Camera

Ignoranza internazionale
"Medvedev? Credo faccia parte della Commissione Europea, ma il ruolo preciso non saprei dirlo". 
Federico Pizzarotti, sindaco di Parma

Ignoranza storica
"Per favore, non giustifichiamo tutto, altrimenti mi verrebbe da pensare che qualcuno un giorno potrebbe anche dire che le stragi naziste, i morti in Siberia, i regimi violenti come quello di Pino Chet (sic, ndr)"
Sara Paglini, senatrice, fa sfoggio delle sue conoscenze storiche

Strafalcioni tragici 2
"Nessuno - segnala - ricorda il giovane marocchino che si suicidò per portare a compimento quella strage”
Emanuela Corda, deputata, sulla strage di Nassirya, 19 morti italiani

Sirene (spiegate)
"Pensiamo di essere gli unici nell’universo, ma non siamo nemmeno unici sulla Terra, forse abbiamo paura di questo?"
Tatiana Basilio, deputata, su Facebook sostiene l'esistenza delle sirene

Tecnoparanoia
“Non so se lo sapete, ma in America hanno già iniziato a mettere i microchip all'interno del corpo umano, per registrare, per mettere i soldi, e quindi è un controllo di tutta la popolazione”.
Paolo Bernini, deputato esperto di complottismo

Deliri gastrointestinali 2
"Mi sono dilettato a preparare un racconto sulle mie fistole anali, è stata durissima"
Paolo Becchi a proposito delle sue fatiche letteraria

Ironia (gastrointestinale)
“Presidente, mentre facevo la mia correzione è passato qui accanto un deputato di sciolta civica”
Emanuele Scagliusi, deputato, al Presidente della Camera

Stipendi a Cinque Stalle
“Io lavoro 14 ore al giorno, tutta la settimana, e rinuncio allo stipendio aggiuntivo - dice - Sto facendo dei colloqui per dei collaboratori che mi aiutino nel rapporti con la stampa. Così 600 euro a uno, 600 euro a un altro....”
Riccardo Fraccaro, deputato, cerca collaboratori (sottopagati) su Facebook

Lapsus monumentali
“Dobbiamo ricordare Salvatore Borsellino”
Nicola Morra, senatore, durante la comemmorazione della strage di via D'Amelio

Furto commesso da un italiano, un serbo e un napoletano»: per il giornale di Padova, Napoli non è Italia

Il Mattino

di Gennaro Morra





Se sei napoletano, sei anche italiano? Per quelli della redazione di un sito di informazione veneto evidentemente la risposta a questa domanda non è poi così scontata. A giudicare da ciò che si leggeva in un articolo pubblicato martedì 11 marzo (poi, a onor del vero, modificato e corretto), per loro c’è una sostanziale differenza fra essere differenza tra un napoletano e un italiano. Infatti, nel raccontare un furto subito da una ragazza veneziana in un pub di Noventa Padovana, hanno trovato opportuno specificare la provenienza dei malviventi, scrivendo che gli autori del reato erano «tre ventenni, un italiano, un serbo e un napoletano».

Si potrebbe pensare a un refuso di chi aveva battuto titolo e sottotitolo. Che magari nel pezzo poi veniva specificata anche la cittadinanza dell’altro italiano. E invece la particolare differenziazione si ripeteva anche all’interno dell’articolo: «I tre giovani responsabili intercettati da una pattuglia di militari sono un italiano e un serbo entrambi di vent'anni e un napoletano 19enne. I carabinieri li hanno sorpresi ancora in possesso della borsa rubata». A questo punto viene legittimo pensare che per qualcuno Napoli è territorio a parte rispetto all’Italia, una sorta di città-Stato come lo sono San Marino e il Vaticano.

Ovviamente la vicenda non è sfuggita al web ed è stata ripresa dalla pagina Facebook di satira, «Ah ma non è Lercio», che prende ironicamente di mira di mira tutta la stampa italiana (compreso Il Mattino). I gestori della pagina sono andati a pescare la prima versione dell’articolo, pubblicando foto e link. Ovviamente, il post ha suscitato molte polemiche tra gli utenti.

domenica 16 marzo 2014 - 03:40   Ultimo agg.: 10:11

Eterni.me, la vita (digitale) oltre la morte

La Stampa

federico guerrini

Un software ricrea la personalità delle persone scomparse partendo dalla loro tracce sul web e attraverso l’intelligenza artificiale immagina come avrebbero reagito a situazioni nuove. L’inquietante programma potrebbe debuttare nel 2015


7IPYDIG7
Se il mondo così come ci appare non è che un grande software, ingegnerizzato dalla una macchina che alcuni chiamano Dio e tutti i nostri ricordi e la nostra coscienza non sono altro che bit, dunque replicabili e assemblabili a piacimento, allora sì, allora l’idea di Eterni.me potrebbe avere senso. In un gioco di specchi che rimanda da un lato a un episodio della serie televisiva Black Mirror (Be Right Back), dall’altro alla recente pellicola “Lei” di Spike Jonze, l’idea del programmatore rumeno Marius Ursache è quella di dare vita a una creatura artificiale che conservi tutte le caratteristiche e le capacità di un essere umano realmente esistito, anche dopo la morte dell’originale. Una prima versione sperimentale del software uscirà a fine 2015, mentre il lancio vero e proprio dovrebbe arrivare l’anno successivo.

“Prima o poi ce ne andiamo tutti – proclama il sito Web dedicato al progetto – lasciandoci alle spalle solo pochi ricordi per la famiglia, gli amici e l’umanità. E alla fine veniamo dimenticati. Ma cosa accadrebbe se potessimo essere ricordati per sempre?”. Sembra una domanda da filosofo, o da religioso, più che da scienziato, ma Ursache la vede in maniera pragmatica, nient’affatto astratta. L’approccio suo, e dei due soci incontrati al programma di sviluppo dell’imprenditoria del Mit, Nicolas Lee e Rida Benjelloun è assai razionale e la ricetta per dar vita a un Avatar che sfidi l’eternità e dialoghi con chi ancora respira, chattando dall’oltretomba, assomiglia molto a una ricetta di cucina. 
Primo: prendere dati, dati e ancora dati a iosa; dalle foto condivise sui social alle informazioni di geolocalizzazione del telefonino alle opinioni espresse su Internet, agli hobby.

Questi sono gli ingredienti di base, che servono a costruire lo scheletro del redivivo digitale. Quindi mescolare, amalgamare e riordinare questo materiale grezzo tramite sofisticati algoritmi per dar vita a un’”intelligenza artificiale”, ovvero un programma in grado di rispondere e interagire a tono. Per un migliore risultato, il simulacro di sé stessi va costruito poco a poco, mentre si è ancora in vita; all’inizio sarà un po’ rozzo, ma dategli “trenta o quarant’anni - assicura Ursache – e diventerà sempre più accurato”, sempre più simile al fantastico essere umano che siete stati. O che, perlomeno, volete dare l’impressione di essere stati.

Perché fra le tante domande che un progetto di questo tipo solleva la più evidente è appunto questa: siamo sicuri che valga sempre la pena? Potrà anche solleticare la nostra vanità immaginare che i parenti si colleghino con un simulacro di noi stessi quando saremo solo cenere, ma tutto sommato forse si tratta soltanto una forma molto sofisticata di egoismo. Forse, come poter dimenticare è utile al nostro cervello per creare spazio dove depositare nuovi ricordi; così dare l’addio a chi si è amato serve a poter continuare a volere bene anche ad altri. Fermo rest ando che chi ha lasciato qualcosa di davvero importante nel cuore altrui, viene ricordato comunque, senza bisogno di un programma informatico che ne faccia le veci.

Milionario a sua insaputa e il fisco ora lo insegue

La Stampa

stefano sergi

Ha ereditato una fortuna, ma per 10 anni nessuno l’ha avvertito


11709376-kJ
Ti svegli un mattino e la tua vita è cambiata, stravolta, sconquassata da cima a fondo. Sei ricoperto di soldi piovuti dal cielo sotto forma di un’eredità da cinque milioni di euro: denaro, azioni, fondi di investimento per un milione e mezzo e poi alloggi, garage, terreni per altri tre milioni e mezzo di euro. Insomma di tutto e di più, una montagna di ricchezza sopra la testa, da un giorno all’altro. Il sogno di tutti che un professionista valdostano sessantenne avrebbe anche realizzato, se solo qualcuno si fosse preso la briga di avvertirlo. Sì, ha ereditato una fortuna, ma lo ha scoperto soltanto dopo dieci anni e per puro caso. Non basta, perchè parafrasando il genio di Freak Antoni, la fortuna è cieca ma il fisco è come la sfiga, pure lui ci vede benissimo e ha bussato puntuale alla porta del professionista aostano, contestandogli tasse non pagate perchè il novello Paperone risulta intestatario di una fortuna per la quale, negli ultimi dieci anni, non ha versato un euro di tasse.

«Ho ereditato a mia insaputa» racconta oggi il professionista di Aosta, senza nessuna intenzione di rubare la scena all’ex ministro Scajola la cui frase per giustificare il pagamento irrisorio di un alloggio con vista Colosseo è diventata un cult nel linguaggio socio-politico italiano. «Dico sul serio, nessuno mi ha avvertito. E sa perchè? Perchè la legge non lo prevede, ecco perchè. Non c’è scritto da nessuna parte che devi avvertire un erede sul fatto che ha ereditato, e così lui può anche restare all’oscuro di tutto, come è accaduto a me. Il problema, ora, è dimostrarlo allo Stato che mi insegue accusandomi di aver evaso il fisco».

La paradossale vicenda che coinvolge il professionista di Aosta è sbarcata anche in Parlamento. «Ho fatto presentare - racconta - una proposta di legge, con la necessaria consulenza del notaio Guido Marcoz, volta a far informare i beneficiari di eredità del fatto che hanno ereditato. Farà ridere, ma è così». In realtà, gli eredi della fortuna sono i due figli del professionista, perchè è lo scomparso suocero ad aver lasciato una montagna di soldi ai famigliari, ma siccome il valdostano è vedovo, il lascito (per un quarto) è andato ai suoi due figli, ovviamente anche loro all’oscuro di tutto. 

La vicenda dell’eredità «a loro insaputa» ha trovato terreno fertile nelle tensioni famigliari vissute dal professionista con i genitori della moglie. «Nel gennaio 1979 - racconta - la mia futura consorte mi disse che suo padre si era montato la testa perché un colpo di fortuna lo aveva reso molto ricco». L’uomo, un torinese, aveva ereditato un enorme terreno edificabile nel capoluogo piemontese e un immobiliarista gli propose un affare semplice semplice: «Io costruisco tre palazzi e il terreno te lo pago con uno degli edifici». Detto e fatto. A quel punto, con affitti di appartamenti negozi e garage, il suocero acquistò altri immobili in Piemonte e Liguria, poi fece investimenti finanziari e così via e il gruzzolo divenne montagna: 34 unità immobiliari più un mucchio di soldi in banca.

«Ma i rapporti con i genitori di mia moglie si ruppero - racconta oggi il sessantenne di Aosta -, tanto che manco presenziarono al nostro matrimonio, né le cose cambiarono con la nascita dei nostri due figli e la morte di mia moglie nel 1991. Nel 2002 morì mia suocera, ma solo alla scomparsa di mio suocero, nell’aprile 2012 e cioè dieci anni dopo, venni a sapere che, non avendo fatto con la moglie la divisione dei beni, quest’ultima era proprietaria della metà di tutti i beni e quindi, dal giugno 2002, la “torta” era diventata del 75% di mio suocero e del 25% dei miei figli, che però non ebbero disponibilità né degli alloggi in Piemonte e Liguria, né dei loro affitti, né dei soldi e neppure delle rendite». «Ma il fatto è che - aggiunge l’uomo - chi eredita, se non rifiuta quanto ereditato, deve ottemperare a obblighi fiscali, disattesi da me finchè i figli erano minorenni e da loro una volta raggiunta la maggiore età: tutto ciò perché nessuno ci aveva detto nulla». 

Franco Cardiello, senatore Pdl e primo firmatario del disegno di legge per cambiare la normativa sulle successioni, propone di «ovviare ad una palese disfunzione dell’ordinamento». In presenza di un testamento, spetta al notaio informare i beneficiari; ma se il defunto non ha lasciato scritto alcunché, la successione avviene attraverso l’azione di uno o più eredi ed è facoltà loro informare gli altri eventuali aventi diritto. Cardiello chiede semplicemente di «introdurre l’obbligo di attestare l’avvenuta comunicazione agli altri beneficiari dell’eredità da parte di chi presenta una successione». Insomma, se ti presenti all’incasso, sii così gentile da avvertire gli altri. 

Riaperto il caso del Klimt rubato a Piacenza 17 anni fa

La Stampa

Il mistero del quadro “Ritratto di Signora”. Spunta un’impronta digitale sulla cornice trovata poco dopo il colpo sul tetto del museo


e325961390932
Nel febbraio del 1997 a Piacenza venne rubato in circostanze misteriose dalla collezione della galleria d’arte moderna Ricci Oddi un dipinto di Gustav Klimt (Vienna 1862-1918), il «Ritratto di Signora»: una tela inestimabile, annoverata tra le opere attualmente più ricercate in Italia dalle forze dell’ordine. Dopo 17 anni i carabinieri hanno riaperto il caso. Grazie infatti ai notevoli progressi a cui si è giunti nell’ambito delle investigazioni scientifiche, utilizzando un’impronta parziale lasciata sulla cornice del quadro al momento del furto - la cornice vuota infatti venne ritrovata poco dopo il colpo sul tetto del museo piacentino - i carabinieri del Nucleo investigativo di Piacenza hanno potuto riaprire il caso, e pare anche che abbiano finalmente ottime possibilità di risolverlo.

La notizia trapela dagli ambienti vicini agli investigatori dell’Arma che sono al lavoro per ricostruire le dinamiche del fatto, e che ora potrebbero ricavare, sia dai residui biologici estratti dall’impronta repertata all’epoca del furto, sia da altre tracce lasciate dai ladri al momento del colpo e ricavate da particolari particelle che si depositano con la respirazione, un profilo genetico del Dna dei ladri. I risultati delle analisi, confrontati con i dati di alcuni individui sospettati in possesso dei carabinieri, ma sui quali ovviamente nulla trapela, potrebbero portare ben presto a una svolta nelle indagini. Il «Ritratto di signora» venne rubato il 19 febbraio del 1997, durante il trasloco della galleria per i lavori di ristrutturazione. Ma non si capì mai con precisione se venne fatto uscire dal tetto (la cornice venne trovata vicino al lucernario) o se i ladri passarono dall’ingresso principale.

Le indagini furono portate avanti dai carabinieri del Reparto operativo di Piacenza e si arrivò a indagare sui custodi della galleria, la cui posizione venne però ben presto archiviata dal gip per mancanza di prove. Da allora sono tante le piste investigative seguite dai carabinieri, alcune delle quali avevano portato anche all’estero sulle tracce di noti trafficanti d’arte. Ma la «Signora» rimane ancora oggi un caso irrisolto. Il «Ritratto di signora» rubato fa parte di un gruppo di ritratti femminili fatti da Klimt negli ultimi anni della sua attività (tra il 1916 e il 1918), alcuni dei quali rimasti incompiuti. Nel 1997, poco prima del furto, era stato scoperto sotto questo ritratto, proprio da una studentessa piacentina, un altro «Ritratto di signora», realizzato da Klimt nel 1910, esposto a Dresda nel 1912, pubblicato nel 1927 e da allora dato per disperso.

Redditometro, conta solo il reddito della famiglia naturale

La Stampa


In caso di accertamento con metodo sintetico effettuato in base al cosiddetto redditometro, la prova contraria, ammessa dal comma 6 dell’art. 38 del D.P.R. n. 600/1973, implica un riferimento alla complessiva posizione reddituale dell’intero nucleo familiare, intendendosi con tale espressione esclusivamente la famiglia naturale e non anche i meri conviventi. Lo ha chiarito la Corte di cassazione nella sentenza n. 5365 del 7 marzo 2014, così definendo i contorni della nozione di nucleo familiare ai fini della presunzione del concorso dei componenti il nucleo alla produzione del reddito. 


euro_bollette_a
La Corte ha rigettato il ricorso, dichiarando infondato uno dei motivi di impugnazione dedotti dalla contribuente, il cui reddito era stato oggetto di rideterminazione da parte dell’Ufficio a seguito dei controlli effettuati nel confronti del figlio della ricorrente. Questi aveva dichiarato all’amministrazione finanziaria, all’esito di controlli, di aver acquistato due terreni grazie ai conferimenti in denaro della madre. La contribuente aveva impugnato il provvedimento di rideterminazione emanato dall’Ufficio dinanzi alla Commissione tributaria provinciale, che aveva parzialmente accolto il ricorso, procedendo a nuova determinazione del reddito. La Commissione tributaria regionale aveva riformato la sentenza di primo grado, riducendo ulteriormente del 50% il reddito complessivo accertato per l’anno d’imposta considerato. I giudici di secondo grado avevano ritenuto valida e ammissibile la provenienza dei cespiti ceduti al figlio dalla madre, escludendo soltanto alcuni redditi di natura indennitaria e pensionistici conferiti da terzi “in quanto non sufficientemente provati”. 

La contribuente, proponendo ricorso per la Cassazione delle sentenza, aveva sostenuto che la CTR, in violazione degli art. 38, comma 4, del D.P.R. n. 600/1973, come modificato dall’art. 1, comma 1, lett. b) della Legge n. 413/1991, aveva erroneamente confermato le valutazioni del giudice di prime cure che, nella rideterminazione del reddito, aveva tenuto conto della “capacità di sostentamento dell’intero nucleo familiare con connessione alla capacità di accumulare risparmio”. La Suprema Corte, nel dichiarare infondato il motivo rigettando il ricorso, ha ricordato che, con riferimento all’accertamento induttivo mediante redditometro, “la prova contraria ammessa dal comma 6 dell’art. 38 del D.P.R. n. 600/1973, richiedendo la dimostrazione documentale non solo della sussistenza di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte ma anche del possesso di tali redditi da parte del contribuente, implica un riferimento alla complessiva posizione reddituale dell’intero nucleo familiare, per tale intendendosi la famiglia naturale costituita dai coniugi conviventi e dai figli, soprattutto minori”, e ciò in quanto la presunzione del concorso di tali soggetti alla produzione del reddito trova fondamento “nel vincolo che lega le predette persone e non già nel mero fatto della convivenza”. Interpretazione correttamente seguita dalla CTR, secondo i giudici di legittimità.

Fonte: http://fiscopiu.it/news/redditometro-conta-solo-il-reddito-della-famiglia-naturale

La madre di Ilaria Alpi: “La Procura non ha fatto nulla, solo depistaggi ”

La Stampa

niccolò zancan

A 20 anni dall’uccisione della giornalista a Mogadiscio «Abbandonati dalle istituzioni, ma non mi arrendo»


Photo©Alessandro_
La stanza di Ilaria Alpi è rimasta identica alla sera del 10 marzo 1994. Molti libri ordinati sui ripiani di legno scuro: «Inshallah» di Oriana Fallaci, fiabe orientali, vocabolari di greco, latino, arabo. C’è un salvadanaio a forma di gatto sullo scrittoio, proprio davanti alla finestra. Giù in strada, nel quartiere Vigna Clara, la bambina Ilaria aveva camminato con un registratore in mano per le sue prime interviste da aspirante giornalista. In questa stanza tornava ancora a dormire, da giornalista affermata, prima di ogni servizio importante. «Così anche al suo settimo viaggio da inviata in Somalia - racconta la madre Luciana Alpi - cenavamo insieme, andavamo a dormire presto. Suo padre Giorgio, la mattina dopo, l’accompagnava alla Rai...».

Sono passati vent’anni. L’Italia si appresta a celebrare una giornalista a cui non ha saputo rendere giustizia. La verità storica sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, l’operatore in missione con lei, è ampiamente rintracciabile: sono stati uccisi perché in Somalia avevano scoperto un traffico d’armi e rifiuti tossici. La verità giudiziaria ancora non c’è. Non si può dire. «Cinque magistrati, vent’anni di indagini, un solo colpevole, sicuramente innocente». 

Signora Alpi, cosa la indigna di più?
«Questa mancanza di verità. Il modo di lavorare della Procura di Roma, che non saprei come definire. Non hanno fatto niente, a parte depistaggi a tutto spiano. Si arrabbieranno, lo so. Ma la mancanza di rispetto per due persone morte in modo così bestiale fa arrabbiare me».

Ricorda ancora la voce di Ilaria?
«Ha telefonato due ore prima dell’agguato. “Sono molto stanca - ha detto - adesso faccio la doccia, mangio qualcosa, poi devo preparare il servizio per il telegiornale alle 19”. Io e mio marito eravamo sollevati, perché dopo essere stata a Bosaso, finalmente era tornata a Mogadiscio, dove conosceva tutti. Due ore più tardi abbiamo ricevuto un’altra telefonata. Era la Rai...». 

Quante volte ha riguardato l’ultima intervista di sua figlia al sultano di Bosaso?
«Centinaia. In Italia sono arrivati 35 minuti di girato, 13 minuti di domande. Ma è stato lo stesso sultano Bogor a dichiarare che quell’intervista, in realtà, era durata più di due ore. Tagliati i nastri, scomparsi anche i taccuini degli appunti...». 

In quel lavoro occultato c’è la chiave per capire?
«Io credo di sì. Lo ha detto il sultano stesso: Ilaria cercava conferme. Sapeva del traffico di armi e rifiuti. Voleva andare a vedere la nave della Shifco, donata dalla cooperazione italiana. Di questo si stava occupando quel giorno».

Per la commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da Carlo Taormina, è stata un tentato rapimento.
«Ilaria e Miran sono stati uccisi con un solo colpo sparato da distanza ravvicinata. Strano sequestro, quello che prevede l’esecuzione dell’ostaggio...». 

Sempre Taormina ha dichiarato che non c’era nessuno scoop da fare in Somalia. Perché è risaputo che la Somalia era un grande mercato d’armi a cui l’Italia partecipava attivamente. Cosa ha pensato di fronte a questa affermazione?
«Sono rimasta sbigottita. Persone delle nostre istituzioni che si permettono di dire cose del genere, nella totale indifferenza...». 

Taormina è arrivato a dichiarare che sua figlia era lì in vacanza.
«Una cosa talmente volgare, che non gliela perdono. Poteva dire: mi dispiace, non abbiamo trovato niente, l’inchiesta era difficile. Avrei capito...». 

Nel 1995, la procura di Reggio Calabria indaga su un traffico internazionale di rifiuti tossici. Fa una perquisizione a Milano a casa dell’ingegnere Giorgio Comerio. Dentro una cartellina gialla con sopra scritto «Somalia», trova il certificato di morte di sua figlia. E poi?
«Nulla. Quel certificato non si è più trovato. Sparito. E adesso dicono che non era vero niente».

Era vero?
«Il mio avvocato ed io siamo stati chiamati dal pm Francesco Neri, il titolare dell’inchiesta. Ha voluto incontrarci alla Galleria Umberto Sordi. Le sue parole non erano fraintendibili». 

Per l’assassino di Ilaria e Miran c’è un solo condannato, Hashi Omar Hassan. È stato lui?
«Al contrario, è innocente. Non ci sono dubbi. È tornato in Italia dopo l’assoluzione in primo grado, dimostrando la sua buona fede. Non c’entra niente in questa storia. E adesso, la situazione è da Grand Guignol...». 

Perché?
«L’unico condannato per l’omicidio di mia figlia, mi ha telefonato pochi giorni fa da Padova, al primo permesso fuori dal carcere. “Ciao mamma, come stai? Volevo ringraziarti. Il magistrato mi ha fatto uscire perché tu racconti in giro che sono innocente”». 

È vero?
«Certo. Vorrei la verità sulla morte di Ilaria e Miran anche per Hashi, definito nella sentenza di primo grado esattamente per quello che è: un capro espiatorio». 

Ci sono ancora 8 mila documenti secretati sul caso Alpi-Hrovatin.
«Aspettiamo le decisioni della Camera e del Copasir. Ma il problema è capire, alla fine, cosa effettivamente ci lasceranno leggere. Troppi pezzi di questa storia sono scomparsi». 

Non si fida delle istituzioni?
«Ci hanno mollati alla grande...». 

Perché non si vuole la verità?
«Collusioni. Probabilmente sono implicati personaggi importanti, forse aspettano che muoiano. Ma temo che morirò prima io, il che mi secca parecchio...». 

Dopo vent’anni ci spera ancora?
«Il 6 marzo abbiamo incontrato il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. Mi ha detto che andranno avanti. È stato molto gentile, devo dargliene atto. Non tutti lo sono stati...». 

Cosa vuole dire ai ragazzi e alle ragazze che sognano di diventare giornalisti?
«Non voglio mettere Ilaria su un piedistallo. Era una giovane donna, che aveva sempre studiato molto. Era diligente, faceva le cose in modo serio. Prima di un servizio si documentava a fondo». 

Cosa le manca di più?
«Il suo sorriso, era molto spiritosa».

Ilaria Alpi non ha avuto giustizia, però non è stata dimenticata.
«Al contrario, le hanno dedicato canzoni, strade, articoli, film, libri. Molti giornalisti ancora lottano per lei. Presto le verrà intitolato il parco di Follonica. E un ragazzo di 28 anni chiamerà “Ilaria” un nuovo tipo di rosa, che verrà piantato all’orto botanico di Roma. Mi commuove molto». 

Alla fine delle celebrazioni, quando si spegneranno le luci, cosa farà?
«È morto mio marito. È morta anche Jamila, la gattina che Ilaria aveva raccolto in mezzo alla strada. Ormai mi trattano come una vecchia mamma rompiscatole in preda all’Alzheimer, ma non mi arrendo. Continuerò a combattere per la verità. Cos’altro potrei fare?». 

Agnese Renzi, il leghista Candiani: "L'ho vista sfrecciare con 4 auto blu"

Libero


1UuVpA=--
«Agnese Landini, moglie di Matteo Renzi, sfrecciava per il centro di Roma con ben quattro macchine di servizio». È la denuncia del senatore leghista Stefano Candiani, che ha deciso di presentare un’interrogazione per avere risposte ufficiali su quanto racconta di aver visto in diretta. Era mercoledì sera, verso le 23,30. Via degli Orfani, nel cuore della Capitale. Alcune vetture, senza sirena, sfrecciano ad alta velocità verso il Pantheon: Candiani sta percorrendo la stessa strada a piedi ed è davanti alla libreria Borromini. Arrivato in zona Pantheon, vede le quattro auto (tra cui una Bmw) ferme a pochi passi dall’Albergo del Senato, hotel a tre stelle in Piazza della Rotonda.

Candiani racconta di essersi avvicinato a una delle vetture, e di aver fatto presente all’autista che sarebbe stato meglio guidare con maggiore prudenza. «Non ho detto di essere un parlamentare» spiega l’esponente leghista, che però non riceve risposta dal tizio al volante. «È rimasto una statua di sale. Sa, a quell’ora e in quelle strade è pericoloso andare così veloce». È a quel punto che Candiani, incuriosito dal corteo di macchinoni, sostiene di aver visto Agnese Landini in Renzi. Domanda di Libero: Candiani, è proprio sicuro che fosse la first lady? Risposta: «Certo, era lei. Ho anche scattato alcune fotografie ma non ho fatto in tempo a immortalarla. Comunque sto preparando una interrogazione per avere la conferma ufficiale. Sa, siamo in un Paese dove i servizi segreti fanno sparire e apparire le persone…».

Abbiamo provato a contattare l’albergo, che però - ovviamente - non commenta e non conferma. Di sicuro, la moglie del premier ha recentemente cambiato idea sulla sua residenza. Quando il marito era stato nominato capo del governo, infatti, aveva assicurato che sarebbe rimasta a Firenze insieme ai tre figli. Da poco ha invece deciso di spostare tutta la famiglia nella Capitale, tanto che la signora ha chiesto l’aspettativa dalla scuola dove fa l’insegnante precaria. Tornando alle auto blu, poche ore prima che Candiani s’imbattesse nelle quattro vetture in zona Pantheon, Renzi aveva convocato i giornalisti annunciando di voler vendere un centinaio di macchinoni in dotazione dell’esecutivo al grido «venghino, signori, venghino». E aveva citato il caso di Firenze. Nel 2012 aveva messo all’asta i quattro mezzi a disposizione del sindaco. Ma - come ha raccontato l’Espresso - l’operazione non s’era rivelata un’affare. Palazzo Vecchio aveva rastrellato la miseria di 17.774 euro, più o meno 4mila euro a macchina, nonostante si trattasse di una berlina Volvo e di tre Alfa Romeo a gasolio acquistate cinque anni prima.

di Matteo Pandini

Luxuria, niente lezione sui trans e la sinistra si scatena: "Omofobi"

Andrea Zambrano - Dom, 16/03/2014 - 10:54

L'ex deputato transgender spacca Modena: tutta colpa di una conferenza nel liceo chic della città. Alcuni genitori protestano e viene tutto rinviato

Modena - Dopo la bufala del suo arresto in Russia, smentito anche dalla Farnesina, Luxuria ci ha preso gusto a millantare censure. È successo anche a Modena dove martedì il trans militante nel campo dei diritti gay doveva essere ospite del Liceo classico Muratori per un incontro sulla transessualità tenuto con il presidente dell'Arcigay locale.


1394951883-ipad-187-0
Incontro che una cinquantina di genitori è riuscito a rinviare soltanto ieri dopo una tenace battaglia iniziata chiedendo al preside di cancellarlo perché troppo di parte. Le ragioni dei genitori erano motivate da circolari del ministero dell'Istruzione che concede alle famiglie di esercitare il loro ruolo propositivo ed esprimere le loro istanze. «Avremmo desiderato un contraddittorio per dare ai ragazzi la possibilità di farsi un'idea del fenomeno e della posta in gioco, anche alla luce del fatto che la responsabilità educativa spetta a noi genitori», avevano spiegato in una missiva al preside.

Che però non li ha degnati di una risposa, complice anche le forti pressioni indirette all'interno dall'istituto esercitate dalla presenza di «autorevoli» studenti: tra i banchi del liceo infatti siedono la figlia minore dell'ex ministro Cécile Kyenge e la figlia della senatrice Maria Cecilia Guerra, mentre negli organismi rappresentativi una buona parte di autorevolezza l'ha il marito dell'ex sottosegretario al Welfare e paladina della gender theory, che è presidente del consiglio d'Istituto. E proprio la figlia della Kyenge, Giulia Grispino ha scagliato un durissimo j'accuse accusando di ignoranza quei genitori. Con queste premesse alle mamme e papà «da rieducare» non è restato che denunciare il trattamento ricevuto al quotidiano Prima Pagina e al web journal lanuovabq.it.

Da quel momento si è scatenata la bagarre politica che ieri ha avuto il suo culmine con un'assemblea di istituto a cui ha partecipato anche la senatrice Pd Guerra mostrando nel suo doppio ruolo di genitore e parlamentare il livello d'interferenza politica che l'affaire Luxuria rappresentava. A dar man forte al trans il Pd e la Cgil. A sostegno dei genitori il coordinamento Sì alla Famiglia, la Lega Nord e l'esponente Ncd Carlo Giovanardi («Il liceo Muratori sta diventando una sezione di partito che indottrina i ragazzi a suon di ideologia»). Alla fine, il consiglio ha dovuto accettare la richiesta dei genitori. L'incontro è stato definitivamente rinviato a metà aprile (le voci di rinvio dei giorni scorsi non erano mai state confermate) per permettere di trovare due relatori che possano controbilanciare l'offensiva gender rappresentata da Luxuria e Arcigay. Prima però il 26 marzo, si terrà un incontro con un endocrinologo.

Una vittoria dei genitori, che si sono trovati in questi giorni un liceo in mano a pochi studenti «pasdaran» permettendo a Luxuria di giocare il ruolo che più gli viene bene: quello della vittima. In un tweet si è chiesto a che serva il contraddittorio: «Quando parleranno di femminicidio, dovranno chiamare anche gli assassini?», ha provocato. Ma le vittime erano i genitori a cui inizialmente è stato impedito un dialogo. La decisione di rinviare è arrivata anche sotto la spinta dell'imponente manifestazione di ieri sotto le finestre del vescovado, nel corso della quale hanno manifestato 250 «Sentinelle in piedi», attivisti pro family che si battono contro la legge sull'omofobia e manifestano in silenzio ognuno leggendo un libro per ricordare che con il ddl Scalfarotto a essere messa a rischio è la libertà d'espressione. Alla manifestazione pacifica hanno fatto capolino gli attivisti Arcigay che hanno disturbato il presidio. L'assessore Pd Adriana Querzè l'ha bollata come «omofoba».

Iniziative del genere nelle scuole con il trans pugliese non sono nuove. Luxuria è già stato nei licei di Salerno e di Avellino. In quel caso non ci furono levate di scudi. Ma stavolta qualche genitore si è accorto della strumentalizzazione politica che si stava operando sulla pelle dei figli ed è intervenuto per fermare quella che aveva tutto l'aspetto di essere una vasta campagna scolastica di indottrinamento di massa in favore dell'ideologia gender. Ora resta da capire se Luxuria accetterà un contraddittorio.

Cloud a confronto: Google, iCloud, One Drive e Dropbox

La Stampa

Luca Castelli

Cloud, quanto costa l’ hard disk sulla nuvola


Non è ancora chiara la consistenza in Italia del mercato degli archivi cloud a pagamento (i depositi online dove gli utenti possono salvare foto, documenti e altri file multimediali). Per il consumatore è comunque una notizia interessante quando vengono tagliati i prezzi. È ciò che ha appena fatto Google, modificando il piano tariffario del suo servizio Google Drive. Mentre rimangono gratuiti i primi 15 gigabyte, scendono tutte le opzioni a pagamento: da 4,99$ a 1,99$ (1,43€) al mese per un archivio di 100 gigabyte, da 49,99$ a 9,99$ (7,17€) un archivio di 1 terabyte. Con questa mossa, Google mette sotto forte pressione i rivali, a cominciare dai big come iCloud (Apple), OneDrive (Microsoft) e Dropbox. Sebbene non sia l’unico criterio nella scelta di un servizio di archiviazione online (altri sono la compatibilità con dispositivi mobile, le dimensioni dei file, la possibilità di interagire con altri utenti...), il prezzo rimane una voce molto importante. Nella gallery trovate i costi aggiornati al 14 marzo 2014 di alcuni tra i principali servizi di “cloud storage” operativi nel nostro paese.


12
34

Giustizia, il ministro Orlando nasconde la sentenza e nomina un condannato

Libero


JxjNIN G20zU4=--
Oltre ai sottosegretari indagati, anche il super manager condannato per il reato di cooperazione in omicidio e lesioni colpose plurime in relazione al terremoto dell’Aquila. Nel governo del rottamatore Matteo Renzi c’è posto per tutti. La «svolta buona» è un garantismo che nessuno si era sognato prima d’ora a Palazzo Chigi, tanto più se la nomina discussa viene fatta quasi sotto silenzio e per un tempo lungo tre anni, non certo per un mese e via. Eppure, capita questo e non si può non darne atto. Nel curriculum vitae dell’ingegner Bernardo De Bernardinis, presidente dell’Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca ambientale (Ispra), ci sono prestigiosi titoli di studio, PhD (master) conquistati a Londra ed esperienze professionali maturate fin dagli anni ’70 in ministeri, università e istituti scientifici dalla Basilicata alla Liguria, passando per Firenze e, naturalmente, per la Capitale, sede dei palazzi della politica.

De Bernardinis è stato consigliere di amministrazione, presidente di consorzi, docente all’ateneo di Cagliari e direttore di importanti uffici di gestione delle emergenze fino ad arrivare ai vertici del Dipartimento della Protezione civile per l’Area tecnico-operativa. Su di lui si leggono pagine di mansioni con attività, partecipazioni a convegni, pubblicazioni e chi più ne ha più ne metta. Nulla da discutere. Eppure, sebbene il Pd tenti di nasconderlo, il nome dell’ingegnere compare anche tra quelli coinvolti nel processo alla commissione Grandi Rischi, l’organo scientifico consultivo della presidenza del Consiglio.

De Bernardinis, cioè, risulta tra i processati e condannati per omicidio e disastro colposo perché, secondo i giudici, avevano rassicurato gli aquilani circa l’improbabilità di una forte scossa sismica che invece si verificò alle 3.32 del 6 aprile 2009 e causò la morte di molte persone. Già nominato al vertice dell’Ispra nel 2010 (prima della sentenza di condanna) dall’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, il professore è rimasto al suo posto anche dopo, infatti le sue dimissioni, all’indomani del verdetto del tribunale dell’Aquila, furono respinte dall’ex ministro Clini. Poi venne Orlando, oggi titolare del dicastero della Giustizia, il quale ha dato il via libera al rinnovo triennale dell’ingegnere come presidente dell’Ispra senza citare la vicenda giudiziaria.

La condanna di De Bernardinis è avvenuta il 22 ottobre 2012. Per lui come per gli altri la pena non è stata lieve: 6 anni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici. Ora, è vero che l’ingegnere ha proposto appello contro tale sentenza e in diritto la presentazione dell’appello sospende l’esecutività della sentenza, ma nonostante l’inopportunità politica di una simile scelta (in un momento, per giunta, in cui i politici si professano a favore della massima trasparenza), fa quanto mai discutere la rocambolesca riconferma del De Bernardinis. La nota, datata 23 dicembre 2013, è firmata dal capo di Gabinetto del ministro Orlando, Rosanna De Nictolis, e cita solo «i pareri favorevoli delle commissioni parlamentari» quella Ambiente del Senato e, due giorni dopo, la commissione gemella della Camera.

Chi ha proposto allora la figura di De Bernardinis ai parlamentari riuniti nei due organi di Montecitorio e Palazzo Madama? Il ministro Orlando in persona (governo Letta) che però pare abbia taciuto sull’avvenuta condanna del 2012. Il Pd, del resto, ha votato compatto la proroga di ulteriori tre anni (durante i quali l’appello sarà realisticamente concluso) del presidente Ispra senza sollevare eccezioni. E oggi Orlando guida il ministero di Grazia e Giustizia. Non solo. Con lui si è portato anche l’allora capo di Gabinetto, ora promosso con la nomina a capo della segreteria tecnica a via Arenula. Mentre sulla condanna del membro della commissione Grandi Rischi, che tanto fece discutere, neanche una parola. «Non chiederemo le dimissioni ai sottosegretari solo per un avviso di garanzia, ma valuteremo l’opportunità politica», ha dichiarato la ministra Maria Elena Boschi. Valutino, dunque.

di Brunella Bolloli



Facci: povero Orlando, Renzi lo ha fatto ministro al niente

Libero
22 febbraio 2014


zcVYnp
Allora ricapitoliamo. Il Pd di Bersani, subito dopo le elezioni, nel suo programma citava una «legge contro la corruzione» e poi un’altra «contro la mafia», non una parola di più. Notare che nel frattempo una legge contro la corruzione era già stata fatta: si chiama legge Severino. In seguito il Pd di Bersani passava ai famosi «otto punti» di possibile convergenza con Grillo, ma la giustizia non era neppure sul podio essendo al quarto posto della lista: si auspicava una generica «giustizia e equità», una legge sulla corruzione (appena fatta, ripetiamo) e poi imprecisati interventi sul riciclaggio, sul falso in bilancio, sul voto di scambio e su altri temi «anticasta» nessuno dei quali strutturale, come si dice.

Cioè: niente processo civile e penale né tempi del giudizio, impugnazioni, farraginosità varie, sistema carcerario, niente. Poi il Pd ha fatto le primarie. Gianni Cuperlo, in 22 pagine di programma, sulla giustizia non diceva niente. Pippo Civati, in ben 70 pagine, sulla giustizia, niente. E però Matteo Renzi, nelle sue 18 pagine di programma, sulla giustizia era chiarissimo: niente. Sinché la radicale Rita Bernardini, intervenendo giovedì alla manifestazione dell’avvocatura, annunciava la svolta: «La parola “giustizia”, nei programmi dell’incaricato Renzi, non esiste». Ora, affinché si occupi del niente che non esiste, Renzi ha scelto Andrea Orlando.

di Filippo Facci

Sfide della stampa cubana

La Stampa

Yoani Sánchez


top_generaciony
“Il giornale non parlava di te…”… canta la voce di Joaquín Sabina, mentre leggo il quotidiano Granma. In prima pagina m’imbatto, come al solito, in qualche ricorrenza. Un omaggio a una figura del passato, un ricordo, una frase pronunciata da qualcuno quaranta o cinquant’anni fa. Ogni pagina ha il sapore tipico di quel giornalismo incapace di affrontare il presente, che evita il quotidiano e l’attualità. La stampa ufficiale cubana non può riformarsi, perché si suiciderebbe. Per informare davvero sulla realtà nazionale dovrebbe rinunciare al suo ruolo di propaganda ideologica. Non basta cambiare la grafica degli spazi digitali, aggiungere nuove firme per i servizi giornalistici e pubblicare missive di lettori che denunciano burocrati corrotti. Deve andare oltre, spogliarsi dei compromessi politici e prendere come unico parametro giornalistico la verità. Ma ormai sappiamo che non lo può fare. 

Ho più fiducia nella stampa che sta per nascere o per consolidarsi che in un “nuovo giornalismo ufficiale”. Ma sono altrettanto consapevole che il lavoro informativo prodotto dalla società civile, precaria e illegale, deve migliorare. L’informazione non è una trincea e non va usata come un’arma. Gli eventi non devono essere narrati partendo dalle nostre idee ma nel modo in cui sono accaduti. 
D’alta parte, la varietà di argomenti non contrasta assolutamente con la difesa della libertà e dei diritti umani. Esistono tanti modi di dire bene le cose. Quindi dobbiamo cercare la maniera più idonea per informare e raggiungere i lettori cubani. Creatività, coraggio e diversità di punti di vista ci aiuteranno a essere buoni giornalisti professionisti. Vale la pena percorrere quella strada. 

Da parte mia, sto già facendo i primi passi. Il conto alla rovescia per inaugurare quel media digitale che sto preparando da quattro anni è cominciato. Si avvicina una nuova sfida professionale. Non sarò sola, ma avrò al mio fianco un’equipe di gente talentuosa che vuole fare giornalismo con la lettera maiuscola. 

Nelle prossime settimane questo blog personale si trasformerà - davanti ai vostri occhi - in un organo di STAMPA. Sono gradite parole di incoraggiamento! 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Verità manipolata, Santoro condannato

Anna Maria Greco - Dom, 16/03/2014 - 08:49

Dovrà risarcire l'ex senatore Pdl Pittelli con 30mila euro per averlo diffamato in una puntata di "Annozero" del 2008

 

Roma - La diffamazione è un'arte sottile, fatta di furbizie e apparenti ingenuità, di notizie taciute, tagli, allusioni e sapienti costruzioni del racconto. Certi giornalisti ne sono maestri e uno di questi è Michele Santoro, a leggere la sentenza che lo condanna con la Rai a risarcire con 30mila euro Giancarlo Pittelli per averne infangato l'onore, nella puntata di Annozero del 18 dicembre 2008.

Lì, l'avvocato ed ex senatore Pdl, viene presentato ai telespettatori, spiega il giudice del tribunale civile di Roma, Vittorio Contento, come «un riciclatore, dedito a loschi affari», «senza dargli possibilità di replica» e, soprattutto, tacendo che le accuse contro di lui sono già cadute. Il gip di Catanzaro, infatti, le ha archiviate mesi prima, su richiesta dello stesso pm. Così come viene taciuta un'altra archiviazione, suscitando il falso sospetto che l'avvocato Pittelli avesse avvisato un'indagato perché portasse all'estero dei soldi.

Il silenzio di Santoro su questi punti determinanti merita «censura», per il magistrato, perché non si è preoccupato di «informare correttamente il pubblico e tutelare l'immagine del Pittelli». Che alla puntata non c'è, né c'è un suo legale. «Il difetto di un completo contraddittorio - scrive con severità il giudice - avrebbe dovuto essere compensato quantomeno con un'informazione completa».
La storia dell'ex senatore viene inserita nello scenario della lotta tra le Procure di Catanzaro e Salerno, l'una che indagava sull'altra e viceversa, scoppiata dopo le inchieste dell'allora pm, Luigi de Magistris, «Why not» e «Poseidone», poi toltegli dal procuratore generale.

La sentenza del 12 marzo va al di là della vicenda personale e critica duramente il modo del conduttore di costruire la puntata, in modo da presentare come «verità accertata» quello che non è neppure ipotesi, usando anche fiction con attori dalla «particolare efficacia persuasiva». Quella di Contento è un'analisi spietata e feroce al modo di fare televisione di Santoro, disapprovato già all'origine per aver aperto un dibattito in tv non su un processo in corso o definito, ma su un «fatto eclatante» ancora in fase di indagini, senza neppure le accuse formulate: il sequestro degli atti delle inchieste in mano agli inquirenti salernitani da parte dei colleghi calabresi, per presunta interruzione di pubblico servizio e il sospetto che volessero «affossarle».

Anche la scelta dei partecipanti - Travaglio, Ghedini (Pdl), Di Pietro (Idv), Giannini (Repubblica), Vulpio (Corriere della sera), Cascini (allora segretario Anm), il giurista Grevi, il giornalista Massari e un'indagata, Caterina Merante - per il giudice è sbilanciata, fatta ad arte per sostenere tesi preconcette. «Nel complesso - scrive Contento - la partecipazione degli ospiti è stata confezionata in modo da presentare molte più voci favorevoli al De Magistris ed alla Procura di Salerno che ai magistrati calabresi».

Pittelli viene tirato dentro alla guerra tra toghe quando un consulente tecnico nominato da De Magistris racconta nella solita fiction, di «anomalie» in flussi finanziari sui conti del penalista, per un versamento in contante di 2 milioni di euro da parte di tale Schettini. «Fatto questo in sé per nulla illegale - nota il giudice - ma di sicuro effetto sul pubblico, il quale è portato a presumere... che lo Schettini fosse un soggetto in qualche modo dedito ad illeciti affari... e che l'attore ne fosse coinvolto». Tutto falso, ma lo show a volte se ne infischia.

Multato 25 minuti prima che scada il parcheggio: la foto su Facebook

Il Mattino

di Federico Fabrizi

PERUGIA - Una multa “sparata” dal palmare degli ausiliari del traffico alle 11,30 del mattino per un ticket che, stando al verbale, scadeva alle 11,55. 





Viale Roma, le strisce blu piazzate appena fuori dalla Ztl. Lo scontrino della multa recita così: il giorno 14 marzo, alle ore 11,30, è stato accertato che l'auto “X” «è stata trovata irregolarmente in sosta ... senza esporre il titolo di pagamento in corso di validità”. Un riga più in basso la chicca, note: “tagliando scaduto alle ore 11,55”. Proprio così: 25 minuti più tardi. L'automobilista tartassata ha scattato una foto allo scontrino del verbale che ha trovato sotto il tergicristallo e l'ha postata su Facebook. Apriti cielo. In pochi minuti sono fioccati i commenti - «multa-preventiva», «chiedi i danni per lo stress», «un viaggio spazio temporale» - e i “Mi piace”. Proteste anche dalle associazioni dei commericanti che si sono battute per il caro parcheggi. In fondo allo scontrino “incriminato” è riportata anche la cifra da pagare: entro cinque giorni, c'è lo sconto del 30 per cento, farebbero 28 euro e 70 centesimini. Concilia? La sanzione per intero, in effetti, sarebbe di 41 euro tondi tondi.

Da Facebook interviene pure la senatrice - ex assessore comunale - Valeria Cardinali che commentando la foto offre qualche suggerimento sul modo di fare ricorso: «Oggi quando la multa viene fatta per un tagliando scaduto può essere contestata - scrive la senatrice Cardinali - perché può essere fatta solo per l'importo corrispondente al tempo trascorso dall'orario di scadenza del tagliando». Certo. Ma attenzione a metterla così, altrimenti finisce che l'automobilista di turno, parecchio arrabbiato, chiede «25 minuti di rimborso». Più tardi la senatrice corregge il tiro: «Porca miseria! Avevo letto male».

La multa, comunque, sarebbe stata tolta dalla Sipa (la società che gestisce strisce blu e parcometri), però con una giustificazione: «La cancelliamo solo perché l'operatore si è sbagliato a digitare».

sabato 15 marzo 2014 - 15:23   Ultimo agg.: 18:21

Arabia, fatwa su Al Jazeera “Va chiusa, incita i terroristi”

La Stampa

maurizio molinari

Si accende lo scontro con il Qatar, al Cairo a processo la redazione locale


UHO83Y
«Chiudete Al Jazeera, incita alla sedizione». È stato il ministro degli Esteri saudita, Saud al-Faisal, a recapitare al Qatar la perentoria richiesta, frutto della convinzione di Riad che la tv di Doha sia una fiancheggiatrice dei Fratelli Musulmani. L’affondo di al-Faisal coincide con quanto sta avvenendo al Cairo, dove 20 reporter e dipendenti di Al Jazeera sono sotto processo perché accusati di aver «complottato con i Fratelli Musulmani» con l’intento di diffondere notizie a loro favorevoli durante il sommovimento di piazza che portò al rovesciamento del presidente Mahmud Morsi da parte dei militari.

Riad e il Cairo sono convinte di aver messo in rotta i Fratelli Musulmani - al bando nei rispettivi Paesi - ed essere dunque ora in grado di estendere l’offensiva anche ai loro maggiori sostenitori arabi, ovvero il Qatar. Per comprendere l’entità delle accuse che Riad e il Cairo sollevano a Doha bisogna partire proprio dall’intervento di al-Faisal, all’ultima riunione del Consiglio di cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman).

In quell’occasione il ministro saudita, parlando anche per conto di Emirati e Bahrein, ha comunicato al Qatar il ritiro degli ambasciatori e gli ha posto «tre condizioni» per il «ripristino delle relazioni»: «Fine delle attività della tv Al Jazeera di proprietà del Qatar perché istiga alla rivolta»; «chiusura dei centri studi Brookings Doha Center e Arab Center for Research and Policy Studies» favorevoli ai Fratelli Musulmani; «estradizione dei ricercati per sostegno al terrorismo» come l’imam Yusuf al-Qaradawi che l’Egitto considera uno degli ideologi del movimento islamico «illegale».

Finora il Qatar ha respinto l’offensiva, imputando ai sauditi un’«intromissione negli affari interni del nostro Stato», ma l’isolamento di Doha nel Consiglio di Cooperazione del Golfo cresce con il passare delle settimane, fino al punto da far ipotizzare un’espulsione. Senza contare che il processo in corso al Cairo ai 20 «fiancheggiatori della Fratellanza Musulmana» può portare a nuove iniziative legali, in quanto il procuratore vuole sapere «chi decise e perché» una copertura mediatica «densa di bugie favorevoli ai terroristi» frutto di «diversi incontri fra i reporter e Fratelli Musulmani».

Mohamed Fadel Fahmy, capo della redazione di Al Jazeera al Cairo, assieme al collega Peter Greste e al producer Baher Mohammed ribattono dalle celle di aver fatto «solo il nostro lavoro» accusando gli egiziani di «maltrattamenti durante la detenzioni». Ma le autorità del Cairo appaiono determinate a mandare avanti il processo perché l’obiettivo ultimo, in sintonia con le mosse di Riad, è delegittimare Al Jazeera, la più diffusa tv panaraba, fino ad obbligarla a chiudere i battenti.

Italia ultima nelle reti veloci ma prima nei prezzi (i più alti)

La Stampa

luigi grassia

Unica eccezione le tariffe degli smartphone, molto convenienti


2013-11-
Ci prendono pure in giro. Dicono in Inghilterra che l’Italia è ultima nella diffusione e nell’uso delle nuove reti di telecomunicazioni ma è la prima per i prezzi (nel senso che i nostri sono i più alti). Lo rivela uno studio della Ofcom, l’Autorità britannica di settore. E perché a Londra si fanno gli affari nostri? Perché l’Authority locale ha voluto fare un raffronto europeo coinvolgendo i cinque maggiori mercati delle Tlc, coinvolgendo il Regno Unito, la Francia, la Germania, la Spagna e (appunto) l’Italia.

Risultato: siamo ultimissimi nella penetrazione delle reti ultraveloci, all’incirca in media con la banda larga di base (ma ultimi nelle relative connessioni) e per di più ci dobbiamo sorbire per il servizio le tariffe meno attraenti. Al polo opposto è il Regno Unito, con alta diffusione e prezzi più bassi. Stando allo studio di Ofcom, Italia la banda larga standard copre ormai oltre il 95% della popolazione, e sembra che tutto vada bene perché siamo in linea con tutti gli altri Paesi e con gli obiettivi dell’Agenda digitale europea: tuttavia, le famiglie italiane che scelgono davvero e pagano il servizio sono solo il 50 per cento, contro l’83% della Gran Bretagna, l’81% della Germania, il 76% della Francia e il 63% della Spagna.

Del resto gli italiani che si collegano a Internet almeno una volta a settimana sono solo il 56%, mentre gli altri quattro Paesi mostrano percentuali più alte. All’inverso, l’Italia si guadagna un poco lusinghiero primo posto nella quota di persone che non hanno mai usato Internet, con un desolante 34% (contro l’8% del Regno Unito).

L’Italia torna ultima quando si tratta di acquisti online (ne fa solo il 20% della popolazione) e di rapporti via web con la pubblica amministrazione (il 21%). Ancora più imbarazzante la graduatoria sulle reti ultraveloci (oltre i 30 mega): l’Italia è ultima sia per la disponibilità (10-15%, contro il 70-75% del Regno Unito) che per l’effettiva connessione al servizio, prossima allo zero. E le tariffe del servizio? Lo studio britannico mette a confronto numerosi distinti panieri, con mix diversi quanto a velocità di banda e modalità commerciale: e in nessuno di questi panieri l’Italia risulta la più virtuosa, con l’eccezione della banda larga mobile (quella degli smartphone), dove il nostro Paese svetta sia per diffusione che per prezzi, che risultano essere i più bassi. Almeno una cosa.

Partorisce davanti ai negozi: la spostano con i cuccioli tra i rifiuti

Il Mattino


20140313_mammettina
Ha partorito i suoi due cuccioli sul marciapiede di una strada di Sarno, in provincia di Salerno. Una cagnolina bianca di taglia piccola, ha dato alla luce i suoi piccoli davanti ad alcuni negozi del centro. Sotto gli occhi della gente. Ma evidentemente a qualche commerciante l'evento ha dato fastidio.

E così, esattamente come fossero stati oggetti ingombranti da nascondere alla svelta, mamma e cagnolini sono stati spostati. Messi in un angolo tra cartoni sporchi e bidoni. Al freddo e alle intemperie. Come al solito è toccato ad una volontaria che, passando ha assistito alla scena, aiutare la famigliola. I tre adesso sono al sicuro. Ospiti del rifugio dell'Associazione Zoofila Nocerina guidato da Gianna Senatore. Quando avranno almeno 60 giorni saranno adottabili. Anche la mamma cerca casa.

Cosa deve aver pensato - se questo è il verbo giusto - l'autore di un gesto simile? «E' un animale...e saprà bene come cavarsela da sola». Davvero senza parole.


giovedì 13 marzo 2014 - 20:21   Ultimo agg.: sabato 15 marzo 2014 02:38

E Gerry Scotti rinunciò al futuro (immeritato) vitalizio

Corriere della sera

di Aldo Grasso

Il «bel gesto» annunciato dal premier con tanto di risposta su Twitter


scotti
Pareva generosità ed era impazienza. Durante la confessione pubblica nel salotto del cardinal Vesponi, Matteo Renzi ha fatto un’importante e decisiva rivelazione: «Mi ha scritto su Twitter Gerry Scotti. Lui è stato parlamentare per cinque anni e vorrebbe rinunciare al vitalizio, ma non può. Lo aiuteremo». È bello sapere che il nostro premier, fra mille impegni, trova anche il tempo per dare una mano a Gerry, al suo nobile intento. E infatti, via Twitter , il dottor Scotti ha cinguettato: «Grazie Matteo per aver reso pubblico il mio appello. In questo momento tutti devono dare una mano, piccola o grande che sia». E poi: «Una precisazione dovuta: rinuncio ad un vitalizio previsto solo al compimento dei 65 anni, quindi tra 8. A tutt’oggi non ho percepito nulla». E poi ancora: «Grazie a tutti. È solo un piccolo gesto di fronte ai sacrifici di tanti». Pare che Matteo Santo Subito gli abbia risposto: «È la tua risposta definitiva? L’accendiamo?».

Com’è noto, Virginio Scotti detto Gerry, 57 anni, personaggio simbolo di Mediaset e tra i conduttori più amati della tv italiana, è stato eletto alla Camera alle Politiche del 1987, candidato nelle file del Psi di Bettino Craxi. La sua carriera di deputato è finita cinque anni dopo, nel 1992. Pareva generosità, ma era impazienza. Dell’attività alla Camera si ricordano ben poche cose e, da allora, per sua stessa ammissione, lo zio Gerry si porta dietro la macchia dell’assenteismo: «Ammetto di non aver brillato per presenze da deputato». La sua idea più singolare (1988) fu questa: «Perché non collegare il Parlamento con sedi periferiche?». Una sede al Nord e una al Sud per consentire ai parlamentari di votare e di non andare neanche a Roma. Gli assenteisti non hanno mai ragione, ma preservano la salute.

Lo zio Gerry è un simpatico e bravo presentatore; in passato si è persino lamentato con Mediaset che lo faceva lavorare troppo, specie quando gli ascolti latitavano. Più volte è stato richiamato in campo come salvatore della patria. Sicuramente avrà messo da parte una cospicua fortuna (fa molta pubblicità), per cui a un piccolo e immeritato vitalizio si può anche rinunciare, soprattutto se serve a migliorare la reputazione. A fare i conti s’impara sempre dai ricchi.

16 marzo 2014 | 08:28