venerdì 21 marzo 2014

Pisapia contestato da studente: «Hai dato i soldi ai rom»

Corriere della sera

di Redazione Milano online

Il ragazzo ha chiesto conto delle scelte su Imu, Irpef e ticket del tram. Il sindaco ha replicato e poi lo ha incontrato a tu per tu: «Mi sembra che abbia cambiato idea»


Il sindaco Giuliano Pisapia era appena salito sul palco della prima Giornata della Legalità, accanto al presentatore Sergio Sgrilli, quando ha dovuto incassare la contestazione di uno degli studenti che affollavano la platea. «Hai dato i soldi agli zingari e ai rom, sei una m...a», gli ha urlato più volte il ragazzo, prima di uscire dalla sala. Dopo l’iniziale stupore, lo studente, Alessandro, è stato invitato a confrontarsi direttamente con il sindaco sul palco del Teatro Dal Verme. Al microfono, il ragazzo ha chiesto conto a Pisapia delle scelte su Imu, Irpef e ticket del tram «che hai alzato e dei soldi che hai regalato agli zingari mentre vedo nel mio quartiere gente che non arriva a fine mese. Io mi informo».


Pisapia contestato da uno studente Pisapia contestato da uno studente
Pisapia contestato da uno studente Pisapia contestato da uno studente
Pisapia contestato da uno studente
La replica
Pacata la risposta del sindaco: «La questione è che l’Imu non è stata pagata e l’abbiamo aumentata perché l’avrebbe pagata lo Stato - ha replicato Pisapia -. Inoltre abbiamo l’esenzione più alta d’Italia. Dovresti informarti sì, ma tenendo conto della realtà». Il sindaco ha sottolineato «le scelte di equità che abbiamo fatto. Milano ha l’addizionale Irpef minore di tutta Italia, con l’esenzione più alta». Quindi si è ribellato alle accuse («i soldi ve li mangiate») definite «demagogia», e ha affermato: «Io prima guadagnavo tantissimo e ho rinunciato a quei guadagni della mia precedente professione per mettermi al servizio della città. Cerca di distinguere e non mettere tutti sullo stesso piano perché così non si dà speranza di cambiamento. Ho fatto tante rinunce e scelte pericolose: giro in bici senza scorta». Infine, ha concluso: «Sono molto contento del confronto. Vanno bene le critiche quando sono giuste, ma ci si confronta».
Il dialogo
Uscendo dal teatro Dal Verme, Pisapia ha poi raccontato di aver incontrato Alessandro a tu per tu: «Ci siamo parlati, mi sembra che abbia cambiato idea. Ha capito che non bisogna mettere tutti sullo stesso piano, ma bisogna giudicare persona per persona, per l’impegno che ci mette, se fa le cose per se stesso o per gli altri. I ragazzi sanno distinguere».

21 marzo 2014 | 14:20

La revoca della cittadinanza al Duce? Il Pd dice no: fu errore da ricordare

Corriere della sera

di Alessandro Fulloni

La votazione in consiglio salva il riconoscimento onorario conferito a Mussolini nel 1923. Il sindaco Matteucci: «Fu uno sbaglio che oggi favorisce riflessione storica»


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Quel voto contrario del Pd in assemblea comunale, giovedì 20 marzo, alla revoca della cittadinanza onoraria di Benito Mussolini? A Corriere.it il sindaco Fabrizio Matteucci, figlio di partigiani, lo spiega così, soppesando con attenzione le parole: «Abbiamo ritenuto che cancellare quell’errore storico non fosse giusto. E che dovesse restare, è un’occasione di riflessione, perché il fascismo non torni mai». Meglio chiarire subito che siamo a Ravenna, città romagnola decorata con la medaglia d’oro nella lotta antifascista. Matteucci ci tiene a ribadirlo: «Ricordiamolo, qui sono nati Benigno Zaccagnini e Arrigo Boldrini, due padri della Resistenza che sono stati anche consiglieri comunali su questi banchi subito dopo il 1945...». Di «Bulow», il nome di battaglia di Bodrini, leader partigiano, deputato alla Costituente, poi senatore, un vita nel Pci, Ds, Pds, Ds, «sono stato amico personale», scandisce ancora il primo cittadino.

Il no del Pd

La proposta di delibera che chiedeva la revoca della cittadinanza onoraria però non è passata. Il «niet» è arrivato compatto dalla maggioranza di centrosinistra che sostiene Matteucci: 17 voti Pd, più altri 4 provenienti da Pri, Sel, Idv, Fds. Si sono aggiunti anche i voti del Pdl, sia pure con alcuni distinguo. Astenuti M5s. Per capire cosa effettivamente sia successo a Ravenna in questi giorni, bisogna fare un salto all’indietro piuttosto lungo. E arrivare al 1923. Quando «si intese, testualmente, nominare Mussolini cittadino onorario della città - spiega Alvaro Ancisi, il consigliere della «Lista per Ravenna» che quella proposta di revoca l’ha fatta votare incassando il «niet» dell’assemblea - per celebrare il primo giorno anniversario della marcia su Roma: che niente c’entrava, allora come oggi, con Ravenna». Ragioni che «erano inaccettabili anche nel contesto storico di allora - prosegue il consigliere - dato che a proporre la cittadinanza non fu nemmeno il consiglio comunale dell’epoca, ma dalla giunta».

WCCIl sindaco: «Ravenna, città antifascista»

Il sindaco liquida la polemica così: «Per stessa ammissione del consigliere che l’ha presentata, quella proposta era provocatoria. Quanto all’antifascismo, qui a Ravenna stiamo organizzando il settantesimo anniversario della Liberazione. Mentre per quel che mi riguarda, ricordo che nel 2008 venni contestato perchè, da sindaco, tenevo il busto di “Bulow” nel mio ufficio”.
L’autore della proposta: non è revisionismo 
Ancisi (che rifiuta qualunque etichetta «revisionista» alla sua iniziativa: quell’onoreficenza è semplicemente «inaccettabile») ora allarga il tiro. Ricordando cosa stia accadendo proprio in questi giorni in altre città. «Ad esempio a Torino, dove il registro dei cittadini onorari è andato perso e per 90 anni tra i titolari del massimo riconoscimento assegnato dalla città ai non residenti è rimasto assegnato a Mussolini». La delibera con la quale, nel 1924, il Duce è diventato torinese onorario è riemersa dall’Archivio storico. Ora il consiglio comunale, come già avvenuto a Torre Pellice (pochi giorni fa, ancora nel Torinese) discuterà una mozione di Pd e Sel per revocare il riconoscimento.
ancisi-L’Anpi: ricerche in tutti i Comuni

E dall’Anpi (l’Associazione nazionale partigiani) parte una richiesta indirizzata a tutti i comuni d’Italia: una ricerca tra le carte degli archivi comunali per verificare l’eventuale presenza di Benito Mussolini tra i cittadini onorari. Passo successivo: far partire le revoche. Quella appena appena proposta a Bologna, ancora dal Pd: il sindaco Virginio Merola si è detto favorevole.


twitter @alefulloni
21 marzo 2014 | 17:09

Tumori e cellulari, le associazioni fanno causa al governo

Corriere della sera

di Elisa Sola

La richiesta: imporre agli operatori telefonici l’obbligo di comunicare che i cellulari sono dannosi per la salute perché possono provocare il cancro


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Imporre agli operatori telefonici l’obbligo di comunicare che i cellulari «sono dannosi per la salute perché possono provocare il cancro», vietarne la pubblicità e impedirne l’uso ai minori. Come avviene per le sigarette. Perché a rischio ci sono 40 milioni di italiani, un numero ben superiore a quello dei fumatori. Sono alcune delle richieste di una causa depositata al Tar del Lazio - la prima in Italia di questo tipo - contro i ministeri dell’Ambiente, della Salute, dello Sviluppo economico e della Ricerca, «colpevoli» di non divulgare i rischi a cui sono sottoposti quotidianamente le persone che usano i telefonini senza auricolare o vivavoce. Nella causa, si chiede al governo di avviare subito una campagna pubblicitaria che divulghi i rischi di insorgenza dei tumori alla testa.
Il ricorso
Il ricorso è stato depositato il 20 marzo dagli avvocati torinesi Renato Ambrosio, Stefano Bertone e Chiara Gribaudo, dello studio legale Ambrosio e Commodo, a nome della Apple, Associazione per la prevenzione e la lotta all’elettrosmog, e di Innocente Marcolini, un ex dirigente d’azienda bresciano che passava almeno cinque o sei ore al giorno al cellulare. È diventato noto alle cronache perché vinse in Cassazione contro l’Inail nel 2012 la prima causa in Italia che stabilì un nesso tra il tumore alla testa e l’uso del telefono cellulare. «Nonostante la sentenza della Cassazione - spiega l’avvocato Bertone - e nonostante la divulgazione, nel 2011, da parte dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, sotto l’egida dell’Organizzazione mondiale della Sanità, del fatto che le radiazioni a radiofrequenza emesse dai telefoni mobili siano un agente possibile cancerogeno per l’uomo, il governo non ha mai avviato una campagna di prevenzione. Abbiamo scritto al ministero, sollecitandolo. La risposta è’ stata che avrebbe agito nei limiti delle risorse disponibili. Come se la salute fosse subordinata a tipi di risorse. E di fatto, nessuna campagna e’ mai partita». «Il ministero della Salute - aggiunge Laura Masiero, presidente di Apple - a parte una risibile paginetta su internet, si è sempre rifiutato di provvedere, nonostante le autorità internazionali più volte abbiano invitato a fare informazione».
I dati
I dati riportati nel ricorso sono inquietanti. Il rischio di incidenza di neurinomi acustici nel lato della testa dove è utilizzato il cellulare è più che raddoppiato negli utilizzatori di cellulari da circa 10 anni, che abbiano un tempo di esposizione giornaliero dai 16 ai 32 minuti al giorno, per un totale di mille o duemila ore complessive. E proprio sul numero di minuti utilizzabili al giorno giocano le campagne pubblicitarie delle principali compagnie telefoniche. Nel ricorso, riguardo questo punto, i legali chiedono «di inibire a gestori e operatori la diffusione di offerte «infinito», di “Minuti illimitati verso tutti”, e così via. Tra le altre richieste, ci sono «il rendere obbligatorio per gestori e operatori l’invio di sms sulle regole di utilizzo al fine di evitare rischi cancerogeni, di introdurre il divieto di pubblicità dei cellulari e dei relativi contratti di utilizzo, e, solo in subordine», di «vietare la pubblicità con persone che non usano auricolari o vivavoce, e ai minorenni». Non solo. Le compagnie dovranno avvisare con un sms gli utenti, quando viene superata la soglia massima di durata oltre la quale il rischio di ammalarsi di cancro è più alto. «È da notare - scrivono i ricorrenti - che oltre all’aumento del rischio di gliomi celebrali e neurinomi acustici, certificato dalla Iarc nel 2011 e suggerito da studi scientifici e governi nazionali, l’uso prolungato e abituale nel tempo dei telefoni mobili è causa dell «aumento del rischi di altri tipi di tumore alla testa proprio nelle aree più direttamente interessate alla esposizione di radiazioni emesse durante il funzionamento: meningiomi celebrali, cancri alle ghiandole salivari, melanomi all ‘uvea oculare e tumori all epifisie ala tiroide».
Le raccomandazioni dell’Oms
Il 31 maggio 2011 l’Oms ha diramato una raccomandazione ufficiale con le misure di protezione da usare: tenere il telefono lontano dalla testa, usando auricolari o vivavoce, non tenerlo sotto il cuscino o vicino a sé di notte, limitare la durata delle chiamate. «Così come per la causa vinta all’Inail - spiega Marcolini, l’ex dirigente bresciano malato di tumore - che ho vinto in Cassazione, in questo giudizio al Tar voglio dare il mio contributo perche’ si sappia che esiste un legame tra la malattia che patisco io e l’uso del cellulare e del cordless. Molte persone non sanno ancora il rischio che corrono». «In passato - sostiene l’avvocato Ambrosio - chi lanciò gli allarmi su fumo, amianto ed emoderivati all’inizio non venne preso in considerazione. Venne tacciato di allarmismo. Le decisioni politiche arrivarono anni dopo. Se fosse stato ascoltato per tempo, le proporzioni sui danni della popolazione sarebbero state enormemente minori». Nelle prossime settimane lo studio Ambrosio e Commodo avvierà decine di cause civili a Torino e in Italia, di persone che si sono ammalate di tumore a causa - probabilmente - dell’uso eccessivo e scorretto del telefonino.

20 marzo 2014 | 15:56

Il mistero della mini-portaerei che l’Iran copia agli americani

Corriere della sera

di Guido Olimpio

Il modello è due terzi più piccola dell’originale: una grande chiatta con la forma dell’unità e il ponte di volo


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WASHINGTON - L’Iran sta costruendo un modello in scala ridotta della portaerei nucleare americana Nimitz. Di fatto una grande chiatta con la forma dell’unità e il ponte di volo. Quanto alle misure è due terzi più piccola dell’originale.
Forse è solo propaganda
I lavori di costruzione, scoperti dai satelliti spia, sono in corso in un cantiere vicino a Bandar Abbas. Ma rispetto ad altre iniziative militari, gli iraniani non hanno fatto nulla per nascondere la loro attività. Resta da capire quale sia lo scopo di avere un modello di portaerei. Secondo funzionari dell’intelligence citati dal New York Times è possibile che l’Iran voglia usare la finta unità per scopi propagandistici. Magari la porta in mezzo al Golfo Persico e la fa saltare. Lavoro, però, costoso e inutile.
Ma non è escluso l’uso per addestramento
In realtà è possibile che gli iraniani intendano impiegarla per fini di addestramento. Da anni la Marina dei pasdaran si prepara ad azioni contro la Marina Usa nel Golfo ed una delle tattiche è quella degli attacchi a sciami. Dozzine di piccole imbarcazioni che si lanciano verso le navi nemiche. Teheran ha acquistato motoscafi veloci , battelli e imbarcazioni d’ogni tipo. Emissari iraniani hanno anche acquisito progetti in Italia e Corea del Nord per “copiare” i modelli di piccole unità. Ma se un’attacco multiplo è possibile contro navi isolate, appare più problematico nei confronti di una portaerei che assai difficilmente entrerebbe nel Golfo ma resterebbe sempre fuori dallo stretto di Hormuz.

21 marzo 2014 | 14:05

Addio al «re dei pennelli» Cinghiale, il marchio famoso in tv

Corriere della sera

di Rosario Pisani

Alfredo Boldrini si è spento a Viadana, aveva 93 anni. Giunta alla terza generazione, la fabbrica esporta i suoi prodotti in quasi tutto il mondo


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«Non un pennello grande, ma un grande pennello». Uno slogan diventato famoso e arrivato nelle case degli italiani attraverso gli spot televisivi negli anni Ottanta. Reclamizzava e spiegava l’attività della fabbrica «Pennelli Cinghiale», una di quelle che hanno fatto la storia nel Mantovano. Ieri mattina l’inventore del marchio, il commendatore Alfredo Boldrini, si è spento nella sua casa di Cicognara, frazione di Viadana. Aveva 93 anni: soltanto il giorno prima, appoggiato al braccio della figlia e approfittando della bella giornata di sole, aveva voluto percorrere a piedi il tragitto dalla vecchia fabbrica alla nuova grande sede dell’azienda.Una passeggiata di alcune centinaia di metri, quasi come a voler fissare nello sguardo, per l’ultima volta, le tappe significative della sua straordinaria impresa.

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Poco più che giovanotto, Boldrini cominciò a cercare la materia prima, la setola. Che poi veniva affidata ad alcune donne del paese e trasformata in scope. Un prodotto di alto livello, venduto in tutta Italia ed esportato anche all’estero. Boldrini mise così il primo mattone di quello che poi divenne, dal 1945, un impero per la sua famiglia (adesso alla terza generazione) e un distretto industriale fiorente del Mantovano, importante proprio per la produzione di scope e pennelli. E ancora oggi la «Pennelli Cinghiale» è azienda leader nel settore, sempre alla ricerca di nuove fibre, tessuti e materiali di alta qualità.

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Alfredo Boldrini, insignito più volte da vari riconoscimenti e attestazioni per il suo lavoro, aveva conservato sempre una grande semplicità e disponibilità, prendendosi a cuore i problemi di chi andava a manifestargli le proprie necessità. Avendo negli ultimi tempi difficoltà nella lettura, chiedeva ogni mattina ad uno dei suoi figli di leggergli tre cose, sempre le stesse: le pagine della Gazzetta dello Sport (era appassionato di ciclismo), i listini di borsa e gli ordini che arrivavano in ufficio. Lamentandosi se i quantitativi non erano consistenti come lui si aspettava. Il re delle setole rimarrà sempre nel ricordo dei suoi dipendenti, come quell’imbianchino della pubblicità che, pedalando nel traffico di Milano con un enorme pennello legato sulla schiena, veniva fermato da un incredulo vigile.

 

VIDEO : Addio a Boldrini, l’uomo dei pennelli Cinghiale: lo spot cult

 


21 marzo 2014 | 12:40

Il Diurno Venezia, un luogo dove il tempo si è fermato

Corriere della sera

di Riccardo Rosa

Fu costruito nel 1925 per offrire un servizio di classe ai viaggiatori, ma anche per dare alla povera gente senza servizi igienici in casa l'opportunità di farsi un bagno

 

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A Milano c'è una scala del tempo. Basta scendere pochi gradini per trovarsi proiettati indietro, fino agli anni della Belle Epoque. È in fondo a corso Buenos Aires, dove si apre piazza Oberdan. Ogni giorno migliaia di persone ci passano davanti, ma nessuno se ne accorge, forse proprio perché è lì davanti agli occhi di tutti. Accanto a un'edicola e una bancarella di valigie c'è la scala d'ingresso della metro di Porta Venezia e a metà, sulla destra, si apre una piccola porta. È sprangata con assi di legno e con una pesante catena chiusa da un lucchetto, ma il punto di passaggio fra presente e passato è proprio lì.

È l'ingresso dell'albergo Diurno Venezia, costruito nel 1925 per offrire un servizio di classe ai viaggiatori, ma anche per dare alla povera gente senza servizi igienici in casa l'opportunità di farsi un bagno come si deve. In superficie la sua presenza è testimoniata solo da due alte colonne che guardano i bastioni (una contiene la canna fumaria della caldaia dei bagni) e da una vecchia pensilina liberty in ferro battuto annerita dallo smog e ricoperta di graffiti. La struttura, attorcigliata su se stessa come se fosse sopravvissuta a un rogo, segnalava uno dei due ingressi. L'altro si trovava in corrispondenza della metro, ma è stato distrutto durante gli scavi e adesso non ne rimane più nulla, solo una piccola porta anonima piazzata al ventesimo gradino della scala che porta ai treni.


 
 
Niente lo segnala o lo ricorda. Unica traccia, la scritta «Public Wash House» sulle assi che lo chiudono. Il Diurno è completamente abbandonato a se stesso da un decennio, ma Milano iniziò a scordarsene già nel dopoguerra e il processo di rimozione si concluse definitivamente negli anni Ottanta. Solo un parrucchiere è resistito fino a metà del Duemila e oggi varcarne la porta d'ingresso equivale a fare un salto indietro nel passato. L'umidità, l'incuria e l'abbandono di questi decenni hanno intaccato duramente arredi e muri, ma non abbastanza da togliere loro l'atmosfera di una Milano che non c'è più.
Appena entrati, ci si ritrova in mezzo al salone centrale. Ai lati, tanti piccoli separé, ognuno ancora con l’insegna del tipo di servizio offerto: cabine da bagno e per la doccia, gabinetti, un locale per guardaroba e stireria, una sala privata per trattative d'affari, un'agenzia turistica, un deposito di biciclette e anche un'agenzia postale. Tutto in stile liberty. Compreso la pavimentazione originale fatta a mosaico. I bagni pubblici di piazza Oberdan, una specie di hammam alla milanese, sono l'unico esempio di albergo diurno rimasto quasi intatto in Italia.

Sulla paternità, l'anno scorso si è aperta anche una disputa. Anzi, un vero e proprio giallo. Secondo alcuni esperti del settore, la firma in fondo al progetto potrebbe essere quella dell'archistar dello stile decò Piero Portaluppi. Prove? Non molte. Più che altro indizi, come lo stile inconfondibile delle boiserie e delle decorazioni interne o un appunto scritto dallo stesso Portaluppi sul suo registro dei lavori: «Albergo diurno in Milano, dicembre 1923, 579 ore lavorative».

Fra poco, i milanesi avranno comunque la possibilità di farsi un'opinione da soli. Il Fai Milano, dopo averlo ripulito, il prossimo 22 e 23 marzo lo aprirà al pubblico. L'iniziativa è stata concordata con l'amministrazione comunale, che la scorsa estate promise un intervento di recupero per ora rimasto solo un annuncio. «È stato molto suggestivo entrare dopo tanto tempo che era chiuso – commenta Andrea Rurale, presidente Fai Lombardia -. Il tempo era come sospeso, appoggiati agli scaffali c'erano ancora oggetti d'uso comune come forbici e smalti, sembrava che la gente se ne fosse appena andata».

17 marzo 2014 | 17:55

Boom di voti per l'indipendenza contro l'Italia (e anche la Padania)

Libero


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Gli autoconvocati veneti stanno raggiungendo un risultato straordinario e ben oltre ogni più rosea previsione. Un milione di voti sono già stati raccolti e gli organizzatori sperano di poter mettere sul tappeto una valanga di SI sulla sovranità del Veneto quando venerdì sera si apriranno le urne. Nell’indifferenza dei media e dei partiti tradizionali un piccolo gruppo di volontari, con pochi soldi e ancor meno mezzi, ha deciso di gettare il cuore oltre un ostacolo di nome Italia. Mentre il Paese propone come prima martellante notizia una carnevalata in piena quaresima di nome “spending review”, i veneti hanno ormai compreso che l’Italia è parte del problema e quindi non può esserne la soluzione.

Dopo mesi nei quali il ministro Fabrizio Saccomanni raccontava che trovare 500 milioni era impossibile, è arrivato Carlo Cottarelli il quale ci assicura invece che si possono tagliare ben 3 miliardi di spesa e, con grande, ma grandissimo, coraggio politico, fino a 5 nei prossimi 8 mesi. Ecco, alla fine, la certificazione del fallimento: la spesa pubblica è di 830 miliardi di euro, il debito pubblico di 2.100 miliardi, dire che si possono abbassare le spese rispettivamente dello 0,36 e 0,14 per cento significa affermare ciò che la romana burocrazia sussurra da sempre: «nun se po’ fa». La spesa è incomprimibile, anzi aumenta costantemente (nel 2001 era di 600 miliardi di euro) insieme al debito pubblico (aumenta di quasi un miliardo al giorno) e quindi un’altra spremitura fiscale è l’unica soluzione. «È l’Europa che ce lo chiede», racconta una classe politica decotta.

Tagliare le briciole- In breve, proprio il buon Cottarelli mostra conclusivamente che non esiste alcuna proposta politica volta ad abbattere debito, tassazione e spesa pubblica (per non parlare della rapina fiscale ai danni delle regioni del Nord, che quando non viene grossolanamente negata è considerata la normalità della politica italiana). Tutti sanno, ma nessuno muoverà un dito per evitare il baratro. L’era Breznev in Unione Sovietica verrà considerata una stagione di grandi e coraggiose riforme, rispetto a questi ultimi anni di Italia. Se «follia è ripetere costantemente la stessa azione ed aspettarsi un risultato diverso», in Veneto hanno ormai compreso che è tempo di imboccare un’altra via.

La strada è impervia e ricca di incognite, ma passa dalla disgregazione di questo mostro burocratico e immobilista. Il che pare ormai l’ultima speranza di un popolo che sta morendo di tasse, debito pubblico e di un fardello ormai insostenibile: gli aiuti a fondo perduto nei confronti delle regioni del Sud Italia. È vero, l’intera spesa pubblica è fatta di soldi di cui nessuno è responsabile, di quelli che «più ce n’è meglio è», estratti da milioni di contribuenti senza volto e senza diritti, che non hanno alcun modo di far sentire la propria voce e chiedere come sono stati spesi. Ma nella drogata economia pubblica italiana le regioni non sono tutte uguali davanti al fisco: i danari in più, quelli con cui oliare la macchina del consenso, vengono da una sola parte del Paese.

Residuo fiscale - «Primum vivere», dicono i saggi. Il Veneto (e, naturalmente, la Lombardia) se continua a mantenere Mezzogiorno e debito pubblico prepara la propria rovina finanziaria. Nessuno è più in grado (se mai lo è stato) di impegnarsi sui due fronti del dramma italiano, il Meridione e il buco di bilancio di mezzo secolo di malgoverno. Ogni anno il Veneto lascia sul campo il 10 per cento della ricchezza che produce. Il linguaggio un po’ esoterico lo chiama «residuo fiscale», ma è un’autentica rapina: circa 14 miliardi di euro sono la quota associativa per il privilegio di far parte dell’Italia.

E il fatto che i lombardi paghino una quota quattro volte più elevata (quasi 60 miliardi di euro, il doppio pro capite) è una ben magra consolazione. Due sono i fattori oggettivi e identitari che pongono il Veneto all’avanguardia. In primo luogo, la plurisecolare storia di Venezia che attraversa Medio Evo ed età moderna è stimolo e ispirazione alle battaglie dell’oggi. Si tratta di riallacciare il filo del tempo con una storia di autogoverno e di saggezza amministrativa, un modello di ordine, sicurezza, rispetto dei patti e della proprietà, che è senza dubbio fra i più gloriosi nelle aree italiche.

Il dopo-Carroccio - Il secondo fattore, non meno importante, è di carattere politico: la Lega Nord sta rapidamente scomparendo dal panorama politico veneto. Il che toglie l’equivoco della Padania, entità immaginaria che occulta venti anni di immobilismo assoluto. È vero che la Lega prendeva molti voti, in funzione anti-romana, ma fra i tentennamenti di Luca Zaia e la smania tricolore di Flavio Tosi qualunque credito politico è ormai svanito. Mentre i vari movimenti indipendentisti chiedono a gran voce l’indizione del referendum per l’autodeterminazione, Matteo Salvini… raccoglie firme.

Nulla avrebbe potuto esemplare in modo più trasparente la volontà di procrastinare sine die l’indipendenza del Veneto da parte di una forza politica che esprime ancora il presidente della Regione. La contrapposizione geografica in Italia è stata generata dalle politiche clientelari e assistenziali accompagnate dall’inerzia colpevole dei produttori e dei consumatori di tasse. La politica ha generato il problema e si è rivelata poi incapace di trovare una soluzione. Per decenni una vera riforma federale – che comunque avrebbe significato la fine dei trasferimenti al Sud – poteva forse essere la soluzione. Il quadro è oggi ultra semplificato e va verso la richiesta forte e chiara della decomposizione di un’unità che non giova proprio a nessuno e che sta rapidamente trascinando il Mezzogiorno «a Sud di nessun Nord».

di Marco Bassani

Il robot fotografo della Samsung: possibile fare scatti in tutto il mondo senza uscire di casa

Il Mattino



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MILANO – Samsung Electronics rivoluziona il concetto di fotografia tradizionale superando i confini geografici e facendo vivere a tutti l’emozione dei fotografi professionisti. Da Londra alla Terra dei Ghiacci chiunque potrà infatti scattare le immagini più suggestive senza uscire di casa utilizzando Samsung NX Rover, il primo robot al mondo a montare una macchina fotografica 4G controllabile via web.

Il futuristico robot NX Rover è stato progettato per dare la possibilità agli aspiranti fotografi di non porsi limiti di tempo e di spazio avendo a disposizione un set fotografico unico e delle location che non sarebbero altrimenti accessibili. Dalla Super Comic Convention di Londra alla partita di allenamento del Bayern Monaco, passando per il suggestivo paesaggio della Terra dei Ghiacci e la visita al museo più famoso di Londra: gli utenti avranno la possibilità di stare dietro l’obiettivo della Galaxy NX controllando il robot da remoto attraverso l’utilizzo di un pc. Estendere il braccio meccanico e regolare lo zoom o il display inclinabile permetterà di raggiungere una nuova dimensione della fotografia, scattando immagini di alta qualità pur rimanendo tra le mura domestiche.

L’unione del robot NX Rover e della Galaxy NX abbatte le barriere della fotografia tradizionale grazie all’utilizzo della prima macchina fotografica con lente 3G/4G intercambiabile e connettività WiFi per scattare e condividere in tempo reale. “Samsung NX Rover è progettata per andare oltre i confini fisici e geografici e immortalare le bellezze di tutto il mondo”, spiega Stephen Taylor, CEO di Samsung Electronics Europe. “Grazie alla famiglia NX condividere i propri scatti senza limiti e in tempo reale diventa realtà”.

Il viaggio del robot NX Rover è iniziato al Super Comic Convention a Londra e proseguirà attraversando i luoghi più suggestivi del globo.

venerdì 21 marzo 2014 - 10:58

Arriva RunPee, l’app che ci dice quando andare in bagno durante il film

Il Messaggero


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Avviso ai cinefili: l’attesa spasmodica dell’intervallo tra la prima e la seconda parte del film è finalmente giunta al termine. Arriva anche in Italia RunPee, l’applicazione per Iphone, Android e Windows Phone che permette di sapere esattamente quando andare in bagno senza mancare nessun momento decisivo della pellicola. Basta effettuare il “check in” all’inizio della proiezione e RunPee vi avviserà - facendo vibrare il telefono - prima delle scene meno importanti, calcolando anche i minuti di cui disponete per andare e tornare dalla toilette.

Non solo, ma al ritorno potrete leggere un piccolo riassunto di quello che vi siete persi, utile anche in caso doveste mancare l’inizio del film. Gli ideatori di RunPee hanno poi pensato a chi si annoia durante i titoli di coda: alla fine del film l’applicazione vi avviserà se ci sono delle scene extra o contenuti speciali per i quali vale la pena rimanere. Per ora l’applicazione, che costa 0,89 centesimi, è disponibile solo in inglese, ma l’aggiornamento in italiano non dovrebbe tardare. Un piccolo passo per gli sviluppatori, un grande passo per gli spettatori dalla vescica debole.


Giovedì 20 Marzo 2014 - 15:37
Ultimo aggiornamento: Venerdì 21 Marzo - 09:10

Twitter, 8 anni fa il primo cinguettio

La Stampa

Il microblog, nato il 21 marzo del 2006 , ringrazia la sua community con un nuovo strumento che consente di risalire al primo tweet di qualunque account


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Il primo tweet non si scorda mai: potrebbe essere questo lo slogan di un’iniziativa che Twitter lancia per il suo ottavo compleanno. Il microblog ringrazia la sua community con un nuovo strumento che consente di risalire al primo cinguettio di qualunque account, compreso quello di personaggi famosi italiani e stranieri, da Jovanotti a Luca Parmitano, ma anche Cameron Diaz e pure il primo tweet di prova del co-fondatore della piattaforma Jack Dorsey che ha dato il via a tutto il progetto.

Twitter nasce il 21 marzo del 2006 come una successione di semplici messaggi di 140 caratteri, ma viene lanciato ufficialmente nel luglio dello stesso anno. Il social network ha rappresentato un’evoluzione nel modo di tenersi in contatto, ha aiutato la diffusione di idee come nella Primavera araba, ha cambiato il modo di informarsi, ha favorito la nascita di un nuovo tipo di giornalismo «partecipativo», è diventata una ribalta per celebrities con numeri da capogiro (il profilo più seguito è quello di Katy Perry con oltre 50 milioni di follower), ha modificato la comunicazione politica, ed è stato abbracciato anche dal Papa per comunicare con i fedeli di tutto il mondo in più lingue.

Il social network ha ovviamente monetizzato tutto questo sbarcando a Wall Street lo scorso novembre, a 26 dollari per azione. Da quando si è quotata in Borsa, i titoli della società californiana sono più che raddoppiati. Secondo i dati ufficiali forniti dallo stesso microblog, ci sono attualmente 241 milioni di utenti attivi nel mondo. Quelli che hanno accesso alla piattaforma da dispositivi mobili hanno raggiunto quota 186 milioni, oltre il 70% del totale.

In otto anni e dopo questi traguardi, Twitter ha appunto voluto ringraziare la sua community con questa operazione `Amarcord´, del ripescaggio del primo tweet. Lo strumento con cui poter accedere al primo cinguettio proprio e di qualsiasi account è discover.twitter.com/first-tweet . Basta digitare il proprio @username, o quello della persona che si vuole cercare. Oltre a questo, il microblog propone l’hashtag #FirstTweet, una selezione di primi tweet memorabili, una lista di otto account speciali da seguire (da @Montecitorio a @historypic), ma anche i profili tematici più interessanti, da @TwitterMusic a @TwitterNonprofits). 

(Ansa)

Turchia: bloccato Twitter dopo le minacce di Erdogan

Corriere della sera

Dopo la denuncia dello scandalo corruzione in cui è coinvolto il premier, l’Autorità per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione turca ha “chiuso” il social network


La Turchia si è svegliata venerdì mattina senza cinguettii: dando immediato seguito alle minacce del premier islamico Recep Tayyip Erdogan, invischiato negli scandali di corruzione da telefonate compromettenti intercettate uscite nelle ultime settimane su twitter, il sito di microblogging stata bloccato durante la notte in tutto il paese. «Sradicheremo twitter. Non mi interessa quello che potrà dire la comunità internazionale» aveva gridato ieri ad un comizio a Bursa il `sultano´ di Ankara, al potere da 12 anni. «Vedranno cosi la forza della Turchia», aveva aggiunto. Nella notte l’autorità delle telecomunicazioni turca Btk, cui una legge sul controllo di internet del mese scorso - definita legge bavaglio dall’opposizione - ha dato poteri straordinari, ha bloccato l’accesso a twitter. Un fatto senza precedenti nel paese.

Ma la rete non ci sta: l’ironia degli utenti Ma la rete non ci sta: l’ironia degli utenti
 
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Dalle parole ai fatti
Secondo Hurriyet online la Btk ha indicato di essersi ispirata a tre sentenze giudiziarie e ad una decisione del procuratore generale di Istanbul. Dopo l’esplosione della tangentopoli del Bosforo che coinvolge decine di personalità del regime, Erdogan ha rimosso migliaia di poliziotti e centinaia di magistrati, fra cui i responsabili delle inchieste sulla corruzione. Secondo il leader dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, che denuncia una svolta autoritaria e chiede le dimissioni immediate del premier, Erdogan è «pronto a tutto» per restare al potere e insabbiare le inchieste anti-corruzione, che ha definito un «tentativo di colpo di stato» orchestrato dagli ex-alleati della confraternita islamica di Fetullah Gulen. Lo scandalo corruzione domina la campagna per le cruciali elezioni amministrative del 30 marzo che potrebbero essere decisive per il futuro politico di Erdogan. Il mese scorso Erdogan aveva già minacciato di bloccare Facebook e Youtube. Già questa notte la commissaria europea per le nuove tecnologie Neelie Kroes ha condannato il blocco di Twitter in Turchia. «L’interdizione di Twitter in Turchia è senza fondamento, inutile e vile», ha scritto. Il popolo turco e la comunità internazionale vedranno questo come una censura. Cosa che è davvero”.
10milioni di utenti zittiti
Erdogan ha accusato il sistema di microblogging di minacciare la sicurezza dello Stato. La Turchia ha oltre 10 milioni di utilizzatori di twitter. Nei giorni scorsi, facendo seguito ad altre minacce simili, il presidente Abdullah Gul, dello stesso partito islamico moderato Akp di Erdogan, si era detto contrario alla mossa, segnando una spaccatura nella formazione a 10 giorni dalle elezioni locali del 30 marzo.

21 marzo 2014 | 07:58