sabato 22 marzo 2014

Flipper-time: ecco come risorge il papà dei giochi da bar

Corriere della sera

di Massimo Triulzi

Le nuove tendenze dalla fiera di Rimini sul divertimento «a gettone». In sala debuttano le app Fruit Ninja e Temple Run


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È davvero incredibile come nella definizione di macchina da intrattenimento a gettone possano coesistere generi tanto diversi tra di loro, come il sano divertimento offerto da una partita a flipper (o a calciobalilla) e il gioco d’azzardo delle slot machine. È il frutto di una lacuna legislativa italiana, che ancora tende a confondere il divertimento per famiglie con il gioco d’azzardo, ed è il paradosso della 26a edizione della fiera Enada di Rimini.

La bella notizia è che pur numericamente soverchiati dalle slot, che per il primo anno registrano un sensibile calo degli utili (-8,2%), i flipper sono i veri protagonisti della manifestazione. Tornano a fare capolino nei locali e nei bar e registrano consensi unanimi per la loro semplicità di gioco e per la loro bellezza. Offrono momenti di aggregazione sana e spensierata e un divertimento leggero che neppure i videogiochi sono più in grado di regalare. In fiera ce ne sono oltre cento esemplari, da vedere e da giocare, dai primi elettronici degli anni 80 sino ai tre nuovi modelli che hanno visto la luce nell’ultimo anno, a testimoniare il ritrovato stato di salute per un passatempo ritenuto morto e sepolto da decadi.

La nuova vita dei flipper all’Enada 2014 La nuova vita dei flipper all’Enada 2014
La nuova vita dei flipper all’Enada 2014 La nuova vita dei flipper all’Enada 2014La nuova vita dei flipper all’Enada 2014
Sensazioni nuove
Dal Mago di Oz della neonata Jersey Jack Pinball, sino ai due nuovi capolavori dell’americana Stern, il primo dedicato al ritorno cinematografico di Star Trek, e l’altro celebrativo dei 50 anni della celebre Ford Mustang, i moderni flipper cercano di replicare con il flusso e la velocità della pallina il tema a cui sono dedicati. Velocissimo il gioco dello Star Trek, a simulare lo sparo di siluri fotonici dell’astronave Enterprise, mentre il Mustang cerca di instillare nel giocatore la sensazione di forza bruta che si prova alla guida di un’auto sportiva: un compito non facile, se si pensa che il meccanismo di gioco, delle due palette e una pallina, è sempre lo stesso da quasi cent’anni. «We are up!» esulta Gary Stern, uno dei pochi anziani patron il cui cognome coincide con quello della storica azienda che non ha mai smesso di produrre e credere nei flipper. «Siamo a galla, l’azienda è in positivo - dice nei saloni della fiera -. Certo nel 1983 la nostra industria produceva circa 100.000 flipper all’anno, mentre oggi il nostro obiettivo è di un decimo. Ma considerando quanti nuovi generi di intrattenimento sono nati in questi anni (e indica il suo iPhone, ndr ), siamo fortunati ad essere tornati alla ribalta. Anzi, oggi possiamo contare su nuove fasce di utenza, come i privati e i collezionisti, per cui produciamo esemplari in serie limitata».

Il borsino dei flipper Il borsino dei flipperIl borsino dei flipper
Il borsino dei flipper Il borsino dei flipper
L’uomo che ha fatto la storia
Ma Gary Stern non è l’unico personaggio incontrato in fiera ad aver partecipato attivamente alla storia del flipper: Natale Zaccaria, 64 anni e l’entusiasmo di un ragazzino, è l’uomo che, con i suoi due fratelli, ha portato l’Italia, tra la fine degli anni 70 e i primi 80, ad essere il secondo Paese produttore di flipper nel mondo. A Bologna lo chiamavano «il Marconi» perché inventava: «Tutto iniziò perché nel 1967 la lira fu vittima di una svalutazione così pesante che non potevamo più comprare flipper dagli Stati Uniti. Inizialmente decidemmo di ridipingere il piano e il cassone dei flipper che avevamo per creare qualcosa che sembrasse nuovo. Poi iniziai a costruirne di completamente nuovi - disegnati con il tecnigrafo, non con il computer - riciclando i pezzi di quelli vecchi. Così, un po’ alla volta, diventammo produttori di flipper». Oggi Zaccaria lavora come direttore tecnico alla Technoplay di San Marino, azienda nata dalle ceneri della stessa Zaccaria, e non nasconde la possibilità di tornare a creare un nuovo flipper che porti il suo nome: «Ma se lo faccio ne faccio uno bello, eh».
Dallo smartphone alla sala giochi
Grazie alla dedizione degli appassionati italiani, riuniti nell’associazione Ifpa Italia (International Federation Pinball Association), nel corso della fiera si terranno sei tornei di flipper, ognuno dei quali valido per la scalata al titolo mondiale. Quello di maggior richiamo, che inizia oggi e si concluderà domenica, è il campionato europeo, con 240 partecipanti provenienti da 17 Paesi. «È un successo mai raggiunto prima - racconta l’organizzatore Alessio Crisantemi -. L’edizione dello scorso anno, a Stoccolma, ha registrato 190 partecipanti e noi abbiamo avuto oltre 300 richieste». Le sfide saranno giocate su 100 flipper che sono stati prestati per l’occasione dagli stessi appassionati e collezionisti, e la loro manutenzione per il torneo affidata a un gruppo di volontari. Ma le macchine da divertimento a gettone non sono solo flipper: ci sono i tiro a segno (anche quello del vecchio orso di legno, Grizzly, ringiovanito con un pizzico di elettronica), giochi di abilità e naturalmente tanti videogiochi, come il cabinato dei Transformers di Sega e il tunnel degli orrori virtuale di Dark Escape 4D di Namco.

La tendenza di quest’anno pare essere quella di trasporre dei famosi videgiochi portatili (le app degli smartphone) in versione da sala giochi: tra questi Fruit Ninja, in cui affettare frutta come un samurai, la corsa archeologica di Temple Run, le evoluzioni volanti di JetPack Joyride e la nostalgica - ma sempre divertente - corsa di automobiline di Mini Motor Arcade. Tra i giochi più acclamati della fiera, anche due progetti sviluppati interamente in Italia e pronti ad essere esportati nel mondo. Il primo, Formula 1 Real Racing Simulator, è un simulatore automobilistico su tre schermi, con tanto di monoposto rossa sollecitata da un sistema di pistoni idraulici. Il secondo si chiama Sing Box ed è un riuscito punto d’incontro tra il vecchio Jukebox e il karaoke interattivo della Playstation.


21 marzo 2014 | 16:57




I più rari e i più belli: il borsino dei 15 flipper più ricercati Foto
Enada 2014 e il fascino del “gioco a gettone” Viaggio per immagini

Ora è l’auto che controlla il guidatore

Corriere della sera

di Lino Garbellini

La Volvo sta studiando un sistema a infrarossi con cui il veicolo rileva dove il pilota posa lo sguardo, quanto sono aperti i suoi occhi e di quanti gradi è inclinata la sua testa...


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Anche ai tempi della auto connesse, i motivi per distrarsi al volante non mancano: una chiamata in arrivo sullo smartphone, dei pensieri legati alla propria vita privata o semplicemente la stanchezza. In un prossimo futuro a rimediare alle nostre distrazioni ci penserà la stessa automobile. Volvo è impegnata nella ricerca di sensori in grado di rilevare il comportamento del conducente. L’idea è realizzare automobili che possano interpretare i movimenti di chi è alla guida e intervenire di conseguenza.
Basta un’occhiata
Il sistema Volvo è in grado di «vedere» dove il guidatore posa lo sguardo, quanto sono aperti i suoi occhi, qual è la posizione della sua testa. Il sensore è installato sul cruscotto, di fronte al guidatore, e usa piccoli Led per illuminare il viso della persona tramite infrarossi. Niente paura, la luce a infrarossi non rientra nelle lunghezze d’onda percepibili dall’occhio umano e non distrae. «Tutto ciò consentirà all’automobilista di fare più affidamento sulla propria vettura — spiega Per Landfors, ingegnere responsabile del progetto —, sapendo che quest’ultima lo aiuterà quando necessario». L’implementazione delle funzioni permetterà all’auto l’accesso anche a tecnologie già esistenti, nel caso in cui chi guida sia distratto o sia stia addormentando al volante. Per esempio, l’auto potrebbe decidere di attivare il mantenimento della corsia di marcia, un’adeguata distanza dal veicolo precedente con l’Adaptive Cruise Control o la frenata automatica tramite il dispositivo di segnalazione delle collisioni.
Un punto di svolta
La Driver State Estimation (l’analisi dello stato del conducente) rappresenta un nodo centrale per quanto riguarda lo sviluppo dei veicoli a guida automatizzata. L’auto dovrà essere in grado di determinare da sé se il conducente è nelle condizioni di assumere il controllo del veicolo o meno ed eventualmente decidere per la guida autonoma. Da parte di Volvo le possibilità d’applicazione di questi sensori potrebbero con il passare del tempo diventare più numerose e riguardare per esempio la regolazione delle luci interne ed esterne in base alla direzione dello sguardo, oppure la posizione dei sedili. La nuova tecnologia è già stata installata in alcuni veicoli a titolo di test e la casa svedese ha annunciato anche un progetto di ricerca con la Chalmers University of Technology destinato ad individuare altri metodi in grado di rilevare la stanchezza e le condizioni di chi guida.

21 marzo 2014 | 16:05

Dieci miti da sfatare sui Glass

Corriere della sera

Alessio Lana


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Google reagisce alla Nsa, da oggi Gmail è criptata per tutti

La Stampa

A Mountain View assicurano: “Ora nessuno potrà spiare nelle mail private”



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«Lo spionaggio dei governi su internet è una minaccia per la democrazia e un ostacolo all’innovazione tecnologica» aveva detto ieri Larry Page condannando il “Grande Orecchio” dei servizi americani, la cui massiccia attività di sorveglianza è stata smascherata dalle carte di Edward Snowden. 

E proprio oggi è arrivata la prima azione diretta di Google per rendere più difficile spiare nella mail private. Tutti i messaggi che verranno scambiati su Gmail, il popolare servizio email di Google, passeranno infatti attraverso una connessione criptata (riconoscibile osservando l’indirizzo web nel browser, che cominc ia con https). Lo ha annunciato il capo della sicurezza di Gmail, Nicolas Lidzborski, sul suo blog.

La misura viene presentata esplicitamente come una reazione alle rivelazioni sulla diffusa intromissione della National Security Agency (Nsa) statunitense nelle comunicazioni degli utenti di internet. Analoghe iniziative per rendere gli scambi di dati via internet meno accessibili a terzi sono state annunciate da altri colossi di internet, come Facebook e Yahoo. La possibilità per gli utenti di Gmail di utilizzare una connessione crittografata era in realtà già disponibile in precedenza ma è diventata ora l’impostazione data in automatico a chiunque si colleghi.

«Da oggi nessuno può intercettare i vostri messaggi mentre passano da voi ai server di Google, non importa che stiate utilizzando una rete WiFi pubblica o vi stiate connettendo dal vostro computer, telefono o tablet», ha spiegato Lidzborski, secondo il quale la misura «assicura che i vostri messaggi siano al sicuro non solo quando si spostano tra voi e i server di gmail ma anche quando si muovono tra i centri dati di Google, un qualcosa che è diventato la nostra maggiore priorità dopo le rivelazioni della scorsa estate».

Analisti come Joseph Hall del Center for Democracy and Technology si mostrano però «riluttanti a definire qualcosa a prova di Nsa». «Credo che ciò che Google sta tentando di fare è assicurarsi che arrivino dalla porta principale e non dalla posteriore», ha spiegato Hall all’agenzia France Presse. I messaggi scambiati attraverso una connessione criptata possono infatti essere più difficilmente intercettati in maniera diretta ma possono essere comunque ottenuti attraverso malware o altri metodi in grado di spingere i navigatori a rivelare la password con l’inganno

In uscita lo smartphone Amazon: avrà 6 fotocamere per il controllo gestuale

La Stampa

carlo lavalle

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E’ da molto che girano voci sul possibile lancio sul mercato di uno smartphone Amazon. La sua uscita sembra adesso imminente. Secondo BGR questo dispositivo potrebbe essere a disposizione nel giro di 3-6 mesi. 

Pochi giorni fa è circolata la notizia del suo probabile nome “Project Aria ”. Ora il blog BGR informa il pubblico di alcune sue importanti caratteristiche di base. Lo smartphone sarebbe infatti dotato di 6 fotocamere che serviranno per rendere possibile il controllo da parte dell’utente attraverso il movimento delle mani.

Le indiscrezioni provengono da una nota, arrivata ai redattori di BGR, diffusa da Ming-Chi Kuo, analista di KGI Securities che gode di una notevole reputazione nell’ambiente per avere in passato svelato con precisione i programmi commerciali dei produttori prima del loro formale annuncio. Anche le fonti Amazon di BGR hanno confermato che si tratta di una notizia fondata. 

Secondo Kuo “la caratteristica fondamentale dello smartphone saranno le sei fotocamere”. A parte quella principale, usata di norma per fare foto e quella secondaria, utilizzata per videochat o videochiamate, entrambe in dotazione ai normali apparecchi in commercio, la novità sarebbe costituita dalle altre quattro che consentirebbero di comandare il telefono via gesture.

Per Amazon questo è un modo di differenziarsi rispetto ad altri marchi presentando un prodotto con aspetti che lo qualificano in un mercato altamente competitivo com’è quello degli smartphone. Ancora più peculiare sarebbe l’apparecchio se venisse integrato con i servizi e-commerce dell’azienda di Jeff Bezos. 

Altre specifiche sullo smartphone rivelate da Ming-Chi Kuo sono il processore Qualcomm Snapdragon 801, il display da 4,7 pollici con risoluzione HD, la batteria con capienza tra 2.000 e 2.400 mAh, la fotocamera principale Sony da 13 megapixel e quella secondaria fornita da Primax. 

Tremano i vertici di Blackberry Obama vuole passare allo smartphone

La Stampa

paolo mastrolilli

Il presidente è sempre stato molto affezionato al suo telefonino, ma si è saputo che la Casa Bianca sta provando nuovi smartphone di due aziende, Samsung e LG, in collaborazione con il Pentagono


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Il BlackBerry è davvero nei guai, se sono vere le voci secondo cui anche il suo utente più famoso, Barack Obama, si prepara a sostituirlo con un altro smartphone. E’ noto che il presidente è sempre stato molto affezionato al suo telefonino. Prima di entrare alla Casa Bianca lo usava in continuazione, al punto di ammettere lui stesso di essere diventato BlackBerry-dipendente. 

Una volta eletto, gli addetti alla sua sicurezza lo avevano informato che avrebbe dovuto abbandonare il suo smartphone, perché non era abbastanza sicuro. Le sue comunicazioni e i suoi messaggi potevano essere intercettati, e gli Stati Uniti non dovevano correre questo rischio. Anche il suo predecessore George Bush, del resto, aveva dovuto rinunciare alla e-mail, mandando un triste messaggio di saluto a tutte le persone con cui era stato in contatto attraverso il suo account sulla vecchia rete di AOL.

Obama però si era ribellato, sfidando il Secret Service a strappargli dalle mani il suo BlackBerry. Alla fine gli addetti alla sicurezza e i militari si erano rassegnati, creando uno speciale modello modificato tutto per lui, in modo da garantire la segretezza dei suoi messaggi. L’unico problema era che da quel momento in poi qualunque cosa avesse scritto sarebbe stata soggetta alle leggi che regolano le comunicazioni del presidente, e quindi archiviata per i posteri, ma Barack aveva risposto che per lui quello non era un problema. Così aveva continuato a ricevere mail e spedire messaggi, molto sintetici e poco emotivi, secondo chi ha continuato a riceverli, però utili per tenerlo in contatto col mondo esterno.

Ora si è saputo che la Casa Bianca sta provando nuovi smartphone di due aziende, Samsung e LG, in collaborazione con il Pentagono. Niente iPhone, invece, nonostante Obama già usi un iPad per la lettura. I test sulla sicurezza dureranno ancora mesi, e non è detto che il presidente si lasci convincere a cambiare. La BlackBerry però è in crisi di vendite da tempo, e la perdita di un simile cliente sarebbe un brutto colpo. Infatti un portavoce ha subito commentato le indiscrezioni, sottolineando che «da oltre un decennio provvediamo alle comunicazioni mobili del governo americano, e solo noi garantiamo il livello di sicurezza necessario».

Scuola, arriva la nuova app che disattiva gli smartphone

Il Mattino


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Se la scoprissero i prof italiani potremmo parlare di vera e propria svolta nel sistema educativo nazionale. Per gli insegnanti sarebbe la volta buona per smettere di sgolarsi quando sorprendono lo studente di turno a messaggiare sottobanco e risparmiare il tempo passato a raccogliere gli smartphone prima di ogni compito in classe per paura dei vari copincolla da Wikipedia.

Studenti di tutto il mondo tremate, perché nella provincia di Gangwon, Sud Corea, è stata brevettata e adottata iSmartkeeper, la nuova app che permette ai professori di “controllare” letteralmente gli smartphone dei loro alunni. Incubo degli adolescenti, l’applicazione preferita dai professori ha il potere di spegnere i cellulari di tutta la classe, consentire solo le chiamate d’emergenza oppure quelle vocali, disattivando però le varie app per l’intera durata delle lezioni. Tutto ciò perché, a sentire la locale agenzia della Società Nazionale di informazione, gli adolescenti coreani avrebbero sviluppato una relazione malsana con i loro smartphone, usandoli più di sette ore al giorno e andando incontro a sindromi di ansia, insonnia e depressione quando ne vengono privati.

Nulla che non succeda anche in Italia, insomma. iSmartkeeper, che funziona con la tecnologia Geofencing, assume il controllo dei cellulari degli studenti appena varcano il portone della scuola e smette di funzionare all’uscita dall’istituto. O almeno dovrebbe, perché sono stati riportati alcuni casi in cui gli smartphone sono rimasti inutilizzabili anche svariate ore dopo la fine delle lezioni, catapultando i malcapitati proprietari nella disperazione più totale.

Inoltre gli adolescenti coreani, cresciuti a pane e tecnologia, avrebbero già trovato il modo di aggirare l’ostacolo, visto, tra l’altro, che al momento l’app funziona solo su Android. Alcuni professori particolarmente tolleranti avrebbero gridato alla violazione dei diritti dello studente. Chissà se lo farebbero anche quelli delle nostre scuole.

venerdì 21 marzo 2014 - 16:33   Ultimo agg.: 20:03

I Phone, batteria sempre scarica? I consigli per farla durare più a lungo

Il Mattino


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ROMA - Chiunque sia in possesso di un iPhone sa benissimo come sia frustrante vedere la batteria del proprio smartphone accorciare la sua durata ogni giorno di più, fino a renderci schiavi del caricabatterie. Il deterioramento è normale, soprattutto quando l'iPhone viene utilizzato per giochi, app, foto e chi più ne ha più ne metta. Detto che è inevitabile la diminuzione della durata, esiste un protocollo per sfruttare al meglio l'energia, in modo da non rimanere 'a piedi' un attimo prima di scattare una foto o inviare un messaggio.

I CONSIGLI Il Time ha pubblicato una serie di consigli proprio per ovviare a questo problema: una serie da norme per aumentare la vita dello smartphone.

- Spegnere le app che restano attive nel background, consumando batteria senza motivo.
- Chiudere le app con notifiche push inutilizzare
- Disattivare il Gps (sistema di geolocalizzazione) permetterà di risparmiare molta batteria
- Usare app in grado di monitorare l'utilizzo della batteria per ogni app, in modo da chiudere le app che consumano di più
- Disabilitare il Wi-Fi se non si è in un luogo con reti disponibili
- Approfittare di ogni momento buono per mettere il cellulare in carica, non serve che si scarichi sempre del tutto
- Evitare di controllare posta, messagi o chat troppo spesso
- Ridurre la luminosità dello schermo
- Disabilitare il bluetooth
- Le app gratuite con banner pubblicitari consumano una percentuale maggiore di batteria
- Fare attenzione a ciò che si scarica e se lo si fa con il Wi-Fi o con la rete 3G
venerdì 21 marzo 2014 - 18:58   Ultimo agg.: 19:00

La giraffa bacia il suo custode malato terminale

Corriere della sera


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Attenti all’acqua virtuale

La Stampa

mario tozzi


La buona notizia è che, in linea teorica, ogni uomo ha a disposizione, sul pianeta Terra, oltre diecimila litri di acqua al giorno: una quantità impressionante, se si pensa che nella Firenze dell’estate del 1944 c’era disponibile un solo litro per abitante. La notizia cattiva è che, però, ogni italiano (esempio paradigmatico di cittadino del mondo occidentale ricco) ne «beve» seimila. Ma proprio ne beve, tenendo presente che soltanto il 7% dell’impronta idrica viene usato per la manifattura industriale, mentre solo il 4% per l’igiene domestico. Tutto il resto è acqua «nascosta» nei cibi che consumiamo, inconsapevoli, in quantità spaventose anche rispetto alla teorica ricchezza d’acqua del pianeta.

L’Italia è il terzo importatore mondiale di acqua virtuale contenuta in cibi che provengono dall’estero (62 miliardi di metri cubi all’anno), dunque contribuisce seriamente all’assorbimento della risorsa idrica del mondo. Settanta grammi di pomodori hanno bisogno di 13 litri d’acqua, ma un singolo hamburger arriva fino a 2400 litri. Nonostante le piogge, che in Italia sono divenute più abbondanti, nonostante per confezionare una t-shirt occorrano 4100 litri d’acqua e per fabbricare un wafer di silicio da sei pollici ce ne vogliano 20.000, noi assumiamo quantità incredibili d’acqua attraverso il cibo importato.

L’altra cattiva notizia è che l’acqua degli italiani non è sempre di ottima qualità. Ora, va subito detto che questa non può essere una scusa per continuare a essere fra i primi consumatori di acqua in bottiglia al mondo (191 litri per famiglia all’anno, più di noi solo il Messico). Non c’è alcuna ragione di sicurezza per preferire l’acqua in bottiglia rispetto a quella del rubinetto, che viene controllata quotidianamente con scrupolo e che deve sottostare a normative draconiane. Chi vuole bere acqua in bottiglia lo può fare per qualsiasi ragione fuorché quella della sicurezza, che è certamente garantita nei nostri acquedotti (e l’acqua imbottigliata può anche essa provenire da falde vulcaniche).

Ma l’arsenico, no, quello non ce lo aspettavamo. Eppure, in realtà, le cose sono cambiate solo sulla carta, quando finalmente l’Italia si è adeguata a una normativa europea del 1998 (!) che è stata rimandata, come altre, per quasi vent’anni e che prevede dieci microgrammi di arsenico, al massimo, per litro d’acqua potabile (contro i cinquanta fino a qui tollerati). In diversi posti dell’Italia centrale, e nella stessa Roma, invece, si va ben oltre quelle concentrazioni (o meglio si andava già oltre): circa un milione di persone sono complessivamente coinvolte nel nostro Paese. 

L’arsenico non dipende direttamente dall’inquinamento di attività umane velenose più o meno criminali, o dallo stato delle condutture, quanto da condizioni chimiche particolari nell’acquifero o dalla presenza di minerali sulfurei che contengono il pericoloso elemento che viene portato in circolo naturalmente. Lo stesso fenomeno è ben noto in Giappone, Nuova Zelanda, Cina o Grecia e dove sono presenti rocce vulcaniche. E, in genere, si ritiene che il fenomeno sia praticamente tollerabile per gli adulti almeno fino a tre anni di esposizione, mentre comporti rischi più alti fino ai 18 anni di età (i pochi studi epidemiologici non mettono in luce rischio di malattie connesse per livelli inferiori ai 25 microgrammi).

E’ peraltro possibile eliminare chimicamente l’arsenico, potenzialmente in grado di provocare cancro e danni cardiovascolari, attraverso alcuni «filtri» che comportano un costo elevato, diciamo attorno a 250.000 euro per cinquemila abitanti (come si è fatto a Vitorchiano, in provincia di Viterbo). Siamo sicuri che eventuali gestori privati dell’acqua possano permetterselo? E, infine, se l’arsenico è da sempre naturalmente contenuto nelle falde acquifere dei terreni vulcanici, come facevano gli antichi abitanti dell’Etruria o del Lazio a non avvelenarsi?

Il potere della (Dis)informazione nell’era della grande credulità

La Stampa

walter quattrociocchi, gianni riotta

Ricerca: in Rete sempre più difficile distinguere tra notizie reali e menzogne



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Tra le notizie recenti che, magari, vi sono sfuggite potrebbe esserci la legge approvata dal Senato su proposta del senatore Cirenga: 134 miliardi di euro per trovare un posto di lavoro ai parlamentari non rieletti. La Camera Alta della Repubblica ha stanziato la cifra con 257 voti a favore e 165 astensioni. Come capirete, in questa stagione di corruzione politica e sdegno popolare contro i privilegi della «casta» l’improvvida iniziativa del senatore Cirenga ha sollevato online, nel cosiddetto «popolo del web», un’ondata di proteste.

In oltre 36 mila condividono l’appello per denunciare Cirenga, la sua pagina Facebook, con tanto di foto, è consultata con irritazione, peccato però che non ci si accorga - Google sta lì per questo - che nessun senatore si chiama Cirenga, che il sito del Senato non reca notizia della legge, che la somma dei voti è 422, mentre i senatori son 315 (più i senatori a vita). 134 miliardi di euro sono un decimo circa del Prodotto interno italiano, cassaforte eccessiva perfino per l’ingordigia dominante.
Perché in tanti abboccano a una notizia palesemente falsa, «una bufala» in gergo, come mai la Rete diffonde e discute sui siti un’ovvia finzione, come si informano online gli utenti e come distinguono tra testate con un controllo professionale dei testi e homepage dove invece ciascuno posta quel che gli aggrada senza controlli?

Secondo una ricerca 2014 del World Economic Forum, curata dalla professoressa Farida Vis dell’Università di Sheffield, tra i dieci pericoli maggiori del nostro tempo c’è «la diffusione di false notizie», capaci di disorientare il dibattito politico dai temi reali, la Borsa e i mercati dall’economia concreta e sviare l’opinione pubblica su miti come l’Aids non legato all’Hiv, i vaccini che diffondono autismo, le scie chimiche degli aerei seminatrici di morte. Come dunque individuare le fonti inquinate dell’informazione e chi sono i cittadini più esposti alle fole?

Se lo chiede un team di studiosi della Northeastern University di Boston, dell’Università di Lione e del Laboratory of Computational Social Science (CSSLab) del Centro Alti Studi Imt di Lucca (Delia Mocanu, Luca Rossi, Qian Zhang, Màrton Karsai, Walter Quattrociocchi) in una ricerca dal titolo rivelatore: «Collective Attention in the Age of (Mis)information», l’attenzione collettiva nell’età della (dis)informazione (http://goo.gl/6TxVfz).

Dai risultati, purtroppo, si evince che l’attenzione pubblica è scarsa e la disinformazione potente al punto che spesso è considerata dai cittadini pari all’informazione classica. Per molti utenti della Rete il tempo dedicato ai miti e quello speso analizzando i fatti si equivalgono. Chi comincia a bazzicare siti dove complotti, false notizie e deformazioni vengono creati in serie, rapidamente si assuefà e perde senso critico. Lo studio conferma una delle caratteristiche più infide del nostro tempo online: su testate satiriche o forum aperti, i «trolls», utenti anonimi che diffondono battutacce, menzogne, grossolane e comiche esagerazioni, vengono spesso equivocati per fonti autorevoli e il loro teatrino scambiato per realtà.

Un esempio recente, quando la voce dell’enciclopedia Wikipedia relativa al filosofo Manlio Sgalambro è ritoccata nelle ore della sua morte, rendendo l’austero studioso «autore di “Madama Doré” e “Fra Martino Campanaro”». All’assurda «trollata» credono persone comuni e autorevoli testate. Lo studio ha seguito oltre 2.300.000 persone su social media come Facebook durante la campagna elettorale politica italiana del 2013 e i risultati negano la tesi popolare dell’«intelligenza collettiva» che animerebbe la Rete, provando invece l’esistenza di un iceberg grigio di «credulità collettiva». I seguaci delle «teorie del complotto» credono che il mondo sia controllato da persone, o organizzazioni, onnipotenti, e interpretano ogni smentita alle proprie opinioni come una manovra occulta degli avversari.

La ricerca prova come la dinamica sociale di Facebook, mischiando in modo apparentemente neutrale vero e falso, finisca per affermare le menzogne sulle verità. Gli attivisti online via Facebook evitano di confrontarsi con fonti che contraddicono le loro versioni, persuasi che spargano falsità per interessi spregevoli. Il dibattito langue, le versioni diverse non trovano una sintesi, i «trolls» spacciano sarcasmi per notizie. Preoccupazione suscita la par condicio online tra fonti prive di autenticità e siti professionali, chi cerca informazioni finisce per dedicare la stessa attenzione a bufale tipo «Senatore Cirenga» e alla vera riforma del Senato, spesa pubblica, governo.

«Ex falso sequitur quodlibet» è massima della logica tradizionale, attribuita spesso al filosofo Duns Scoto, ma in realtà di autore ignoto: da premesse fasulle potete far derivare sia proposizioni «vere» che «false», con la terribile conseguenza di non potere distinguere bugie e realtà. Il web, dimostra la ricerca sulla (Dis)informazione, può trasformarsi in guazzabuglio «Quodlibet» alla Cirenga. E un cittadino, quando si avvia per la strada dei miti online, tende a perdersi nel labirinto delle bugie: chi è disposto a comprare la bubbola dell’Aids che non deriva dal virus Hiv, deduce poi che l’Aids è stato creato dal governo americano per decimare gli afro-americani, e così via via per l’11 settembre, il Club Bilderberg che controlla l’economia mondiale, le scie chimiche: date uno sguardo al web, edicole e talk show...

Twitter @riotta


Come costruire un falso articolo scientifico
La Stampa

carlo lavalle

Un ricercatore francese ne scopre 120 prodotti da un software: scandalo tra gli editori e gli istituti di ricerca


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Due importanti editori di pubblicazioni scientifiche hanno ritirato dai loro siti online 120 opere dopo che un ricercatore francese li ha identificati come prodotti generati da un software. La notizia è stata ripresa da Nature in un articolo in cui si spiega che dei falsi contenuti rintracciati 16 sono riferibili a Springer, prestigiosa casa editrice tedesca, e oltre 100 all’Institute of Electrical and Electronic Engineers (IEEE), associazione internazionale con sede a New York.

L’autore della denuncia si chiama Cyril Labbé, scienziato informatico dell’Università “Joseph Fourier” di Grenoble, che ha monitorato una serie di pubblicazioni accademiche presentate in occasione di più di 30 conferenze, molte delle quali in Cina, tenute tra il 2008 e il 2013. Stando alla sua inchiesta gli scritti incriminati sono stati realizzati utilizzando SCIgen, un programma inventato da ricercatori del MIT nel 2005, per dimostrare quanto sia facile farsi accettare, in convegni o riviste, documenti pseudoscientifici in ambito informatico, talvolta anche privi di senso.

Troppe bufale in circolazione, dunque, e con l’aiuto della tecnologia se ne possono riprodurre a volontà, beffando redattori e professori. Basta andare sul sito di SCIgen , reimpostarlo e procurarsi, con termini inseriti persino a casaccio, un nuovo articolo, comprensivo di grafici e statistiche, che forse troverà qualcuno pronto a considerarlo degno di essere pubblicato. Come nel caso del testo “Deconstructing Access Point ” inviato con successo nel 2009 all’Open Information Science Journal o di altri esempi nei quali si è riusciti ad ottenere il benestare nonostante si trattasse di autentici fake.
Sul web, d’altronde, esistono vari programmi, disponibili gratuitamente, in grado di generare questo tipo di contenuti, dalle ricerche più generiche , a quelle più specifiche riguardanti matematica e teoremi , che possono essere spacciati per veri e confusi con quelli prodotti dalla mano umana.

Cyril Labbé ha sviluppato un modo per individuare i documenti taroccati di SCIgen riconoscendo le parole e i vocabili che impiega di solito il software, come descritto in uno studio del 2012. 
Lui stesso, sotto lo pseudonimo di Ike Antkare, nell’aprile 2010 ha contrabbandato come autentiche opere frutto dell’attività del computer per mostrare le lacune del database Google Scholar che non è poi così difficile da ingannare. Labbé ha anche creato un sito web dove gli utenti possono avviare un test per stabilire se un articolo sia stato generato artificialmente.

La diffusione dei falsi in ambito scientifico è un fenomeno che evidenzia una debolezza dei sistemi di controllo, incluso quelli che si basano sul metodo peer review. Capita più spesso però nell’editoria open access, che richiede un compenso per la pubblicazione di un manoscritto, di riscontrare un livello meno rigoroso di selezione con maggiori rischi sul materiale revisionato. I ricercatori, d’altro canto, sostiene Labbé, ricevono continue pressioni per pubblicare nuovi articoli e ricerche, che portano a più introiti editoriali, con conseguenze sulla qualità dei prodotti e pericolo di aumento dei falsi.

Figli contro matrigna per la spartizione dell’eredità: decisiva è la convenzione matrimoniale

La Stampa

Essendo valida la convenzione matrimoniale, non si possono ricomprendere nell’asse ereditario tutti gli immobili ma solo quelli che non sono in comproprietà al coniuge. È quanto stabilito dalla Cassazione nella sentenza 28716/13.
 

motn-Tre fratelli, a seguito della morte del padre, convenivano davanti al Tribunale di Foggia la loro matrigna chiedendo la divisione ab intestato dei beni ereditari. La donna contestava la pretesa e chiedeva in via riconvenzionale la divisione sulla base del testamento olografo e della convezione tra coniugi con la quale erano stati costituiti in comunione tutti i beni personali acquistati prima del matrimonio. Il giudice adito dichiarava la nullità della convenzione e stabiliva la validità del testamento: veniva, quindi, attribuito alla donna l’appartamento a Foggia e ai figli il villino al mare.

La Corte d’Appello di Bari riteneva valida la convenzione e affermava che la domanda di reintegra della quota di riserva non era implicita in quella di divisione e che il de cuius aveva dato ai figli più della metà dell’asse ereditario. Inoltre, il testamento olografo costituiva ai sensi sell’art. 734 c.c. divisione fatta dal testatore. La matrigna propone ricorso. Effetti della convenzione tra coniugi. Con il primo motivo, fondato, la ricorrente sostiene che il testamento ha ad oggetto solo la metà degli immobili, essendo valida la convenzione matrimoniale, mentre per i figli l’intera proprietà. È vero, infatti che il testamento aveva disposto degli immobili per l’intero ma detta disposizione era inefficace relativamente alla quota in comproprietà del coniuge. Conseguentemente la sentenza è cassata e rinviata ai giudici baresi.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Rosy Bindi, stizza col cronista: "Non rispondo, domanda provocatoria"

Libero


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Rosy Bindi non risponde. Se la domanda è scomoda, la presidente della commissione antimafia preferisce optare per un prudente silenzio stampa. Questo, perlomeno, è quanto successo a Napoli. Ieri, venerdì 21 marzo, la pasionaria del Partito Democratico si trovava a Napoli in occasione del ventennale della morte del prete anti-camorra don Peppe Diana. "Se la società dice no ai poteri mafiosi, dobbiamo reagire tutti", ha tuonato la Bindi riferendosi ai partiti politici.
"Sono cose già sentite, trite e ritrite" le ha risposto piccato un giornalista che lavora in Campania e di discorsi come questo deve averne già sentiti molti. "Ho trovato il suo commento provocatorio, se mi consente indisponente" gli ha risposto lei senza neppure provare ad aggiungere altro.