domenica 23 marzo 2014

Via Fani, c'erano due poliziotti sulla Honda che aiutò i brigatisti». Il racconto di un ex ispettore

Il Messaggero


20140323_m
«Tutto è partito da una lettera anonima scritta dall'uomo che era sul sellino posteriore della Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all'altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì»: lo ha raccontato all'Ansa Enrico Rossi, ispettore di polizia in pensione.

La lettera anonima. Rossi racconta che tutta l'inchiesta è nata da una lettera anonima inviata nell'ottobre 2009 a un quotidiano. Questo il testo: «Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte, come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose, ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente...».

L'anonimo fornì anche concreti elementi per rintracciare il guidatore della Honda. «Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più». Il quotidiano all'epoca passò alla questura la lettera per i dovuti riscontri. A Rossi, che ha sempre lavorato nell'antiterrorismo, la lettera arriva sul tavolo nel febbraio 2011 «in modo casuale: non è protocollata e non sono stati fatti accertamenti, ma ci vuole poco a identificare il presunto guidatore della Honda di via Fani». Sarebbe lui l'uomo che secondo uno dei testimoni più accreditati di via Fani - l'ingegner Marini - assomigliava nella fisionomia del volto ad Eduardo De Filippo. L'altro, il presunto autore della lettera, era dietro, con un sottocasco scuro sul volto, armato con una piccola mitraglietta. Sparò ad altezza d'uomo verso l'ingegner Marini che stava «entrando» con il suo motorino sulla scena dell'azione.

«Chiedo di andare avanti negli accertamenti - aggiunge Rossi - chiedo gli elenchi di Gladio, ufficiali e non, ma la "pratica" rimane ferma per diverso tempo. Alla fine opto per un semplice accertamento amministrativo: l'uomo ha due pistole regolarmente dichiarate. Vado nella casa in cui vive con la moglie ma si è separato. Non vive più lì. Trovo una delle due pistole, una beretta, e alla fine, in cantina poggiata o vicino ad una copia cellofanata della edizione straordinaria de La Repubblica del 16 marzo con il titolo "Moro rapito dalle Brigate Rosse", l'altra arma». E' una Drulov cecoslovacca, una pistola da specialisti a canna molto lunga che può anche essere scambiata a vista da chi non se ne intende per una piccola mitragliatrice.

Rossi insiste: vuole interrogare l'uomo che ora vive in Toscana con un'altra donna ma non può farlo. «Chiedo di far periziare le due pistole ma ciò non accade». Ci sono tensioni e alla fine l'ispettore, a 56 anni, lascia. Va in pensione, convinto che si sia persa «una grande occasione perché c'era un collegamento oggettivo che doveva essere scandagliato». Poche settimane dopo una «voce amica» gli fa sapere che l'uomo della moto è morto e che le pistole sono state distrutte. Rossi attende molti mesi - dall'agosto 2012 - prima di parlare, poi decide di farlo, «per il semplice rispetto che si deve ai morti».


Domenica 23 Marzo 2014 - 14:12



L'omicidio di Aldo Moro Il piano Br: sequestrare anche l'informazione
Il Messaggero

di Stefano Cappellini


moro_aldo_2
Una strada della capitale, via Mario Fani, con cinque uomini a terra. Un uomo, Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, sparito. Rapito da un’organizzazione terroristica, le Brigate rosse, che dopo aver trucidato la scorta lo ha tradotto chissà dove, chissà come. Quindi cinquantacinque giorni - dal 16 marzo 1978 al 9 maggio - di indagini a vuoto, piste e false piste, speranze e disillusioni, giorni scanditi dai comunicati ufficiali delle Br e poi anche dalle lettere di Moro dal "carcere del popolo" fino alla tragica conclusione. Quasi due mesi lenti, lentissimi, che oggi varrebbero un tempo percepito almeno triplo: non c’era Internet, nessun social network, le televisioni private erano agli albori. L’ansia del Paese di capire, di avere notizie era appesa a intervalli lunghissimi, quelli tra le edizioni dei Tg Rai, e alle 24 ore necessarie a ripresentarsi in edicola per compulsare i quotidiani: ci sono indizi? Sospetti? Ora che del sequestro Moro è noto quasi tutto - sebbene dietro il "quasi" si nasconda ancora più di una questione irrisolta - è difficile riproiettarsi nel tempo, in quella grande nube politica, mediatica e umana che fu la primavera del 78. Per l’informazione si trattò di una sfida difficilissima. Bisognava fare i conti con il fatto più rilevante dell’intera storia repubblicana...

Modelle più belle ammirate delle supercar: le vere fuoriserie del salone di Ginevra

Il Messaggero

di Giampiero Bottino


vra-modelle
GINEVRA - A volte viene quasi da chiedersi se siano davvero le automobili il principale motivo di attrazione per i frequentatori (nel caso delle visitatrici il discorso è diverso) dei saloni dell'auto. Se ci si soffermaa valutare attentamente dove sia veramente puntato l'obiettivo dei fotografi che a frotte si aggirano tra gli stand, il dubbio sorge spontaneo: sembra quasi che le quattro ruote siano uno sfondo necessario, a volte addirittura fastidioso.

Il Salone di Ginevra non ha fatto eccezione, confermando l'eterna validità di una formula non scritta ma ovviamente efficace: il binomio donne-motori funziona sempre, eccome. E ribadisce che spesso due gambe, meglio se lunghe e affusolate, attirano l'attenzione più di 4 ruote e di 12 cilindri. E di questo le case sono perfettamente consce, e fanno a gara nell'ingaggiare le modelle più affascinanti ed eleganti, scegliendo con cura non solo le ragazze-copertina, quelle da mettere in posa accanto all'auto per la gioia dei fotografi (e il relativo ritorno mediatico), ma anche le giovani hostess che - quasi sempre armate dell'ormai irrinunciabile tablet - dislocate strategicamente nello stand per offrire informazioni e spiegazioni sui modelli esposti.

Anche in questo settore, con buona pace delle femministe, la competizione tra i costruttori è a tutto campo, e ancor oggi gli habituées delle rassegne internazionali favoleggiano di un'imperdibile ex miss Svizzera (o almeno indicata come tale) che ha nobilitato diverse presenze espositive di un brand italiano. Si tratta, comunque e (quasi) sempre, di una presenza che vuole aggiungere bellezza a bellezza puntando su delle «mises» talvolta talvolta audaci ma (quasi) mai sconfinanti nella volgarità.


Talvolta si ha la sensazione di trovarsi di fronte a degli attraenti specchietti per le allodole, destinati a richiamare l'attenzione su modelli che altrimenti passerebbero pressoché inosservati. Quasi sempre, però, la finalità dell'intramontabile (e in genere costoso) abbinamento - soprattutto nelle giornate riservate alla stampa al termine delle quali molte top model svaniscono, prendendo la via di altri e altrettanto lauti ingaggi - è di offrire la possibilità di realizzare immagini lontane dalla freddezza dello scatto «da catalogo», e quindi con maggiori probabilità di finire sulle pagine di un giornale o tra le news di qualche tiggì.

La coerenza con l'immagine di marca sembra il presupposto che guida nella scelta delle ragazze e del loro abbigliamento. Look aggressivo a sottolineare il temperamento della Lamborghini Huracàn, stile country con accenti Indiana Jones vicino alla Jeep Renegade, l'elegante semplicità dei tubini bianchi per evidenziare la concretezza di Fiat e Skoda, la sensuale raffinatezza degli abiti da sera alla Maserati. A ciascuna il suo look, con un elemento in comune: la precipitosa fuga dai vertiginosi tacchi 12 non appena, nei momenti di pausa, le bellezze da copertina lasciano la ribalta per raggiungere il backstage e trasformarsi in più umane - seppure sempre stupende - ragazze con i piedi doloranti.

Se anche la calvinista e austera Ginevra si arrende al fascino dell'avvenenza, vuol dire che il fenomeno è davvero senza frontiere, e coinvolge le belle e muscolari ragazzone californiane che si possono ammirare al salone di Los Angeles, la raffinate «mannequins» che nobilitano il Mondial parigino pur facendo a volte dubitare che la Ville Lumiére sia davvero la capitale dell'alta moda, le sorridenti e cerimoniose orientali che presidiano gli show di Tokyo o Seul. Ma nessuno dei grandi saloni internazionali (non possiamo parlare di quelli russi, mai visitati, dove pare che la materia prima non manchi) può competere in quantità, qualità e... generosità espositiva con il Motor Show di Bologna. Al quale anche per questo tutti gli appassionati di motori augurano una pronta rinascita e una lunga vita.

Un canale aperto con Putin Non si può isolare la Russia»

Corriere della sera

di Paolo Valentino

Mogherini: «Ma alle violazioni di Mosca occorre reagire»

 
ROMA - «Il punto di caduta finale della crisi ucraina deve essere il rientro della Russia nel suo ruolo di partner internazionale globale e responsabile. E l’unico modo è tenere aperto il canale della diplomazia. La stessa Russia ha interesse ad essere attore globale. È fondamentale che questa rimanga la prospettiva, non c’è alternativa a gestire la complessità del mondo odierno attraverso sistemi di cooperazione e non di conflitto».


15793
Federica Mogherini è «salita su un treno in corsa». Ma non nasconde di amare molto il suo nuovo lavoro: «La politica estera è sempre stata la mia passione», dice la titolare della Farnesina, che in sole tre settimane ha già fatto esperienza con l’intero repertorio delle relazioni internazionali: bilaterali, multilaterali, vertici d’emergenza, conferenze internazionali. Il ministro degli Esteri ci ha dato appuntamento in un caffè nei pressi di casa sua, in Prati. Probabilmente lo ha fatto per conciliare il suo incarico con il ruolo di mamma: un’ora dopo l’intervista, alla quale si è presentata in jeans e maglione, l’abbiamo vista a passeggio, senza scorta, con le sue due bambine.

Siamo tra i Paesi che importano più energia dalla Russia, ma anche tra quelli che possono farne a meno: abbiamo alternative immediate

Signora ministro, ci fa il punto sulla posizione italiana nella crisi ucraina, alla luce degli ultimi sviluppi?
«L’Italia si è mossa su quattro canali prioritari. Il primo è stata di avere una voce unita della comunità internazionale, tanto più nell’Unione Europea dove facciamo fatica ad avere una linea politica comune. Anche sull’Ucraina siamo arrivati tardi a ragionare insieme sulla portata vera della crisi, a partire dall’Accordo di associazione. Se l’avessimo fatto nei mesi scorsi, cercando di renderlo compatibile con il patto doganale Ucraina-Russia, forse alcune cose sarebbero andate diversamente. Ma ora è un fatto che dalla Ue e dalle altre istanze internazionali - Onu, G7, Osce, Consiglio d’Europa - a Mosca arriva un messaggio politico univoco: la violazione del diritto internazionale non può passare sotto silenzio e senza reazione.

Ciò su cui però adesso occorre concentrarsi è aiutare davvero l’Ucraina, cercando di evitare che il Paese si divida lungo linee etnico linguistiche. Dovrà essere aiuto nel processo democratico, aiuto economico, aiuto nelle riforme della governance, a partire dalla legge anti-corruzione. E non ultimo, aiuto a gestire politiche di buon vicinato, in primis quelle con la Russia. L’idea dell’Ucraina come anello di congiunzione tra Russia e Ue può sembrare surreale in questa fase, ma resta una necessità. Kissinger ha parlato di modello Finlandia, ecco, quella potrebbe essere la strada. Infine, la via d’uscita. Noi abbiamo sempre insistito, con Germania e Francia, sulla necessità di mantenere aperto il dialogo».

Quali sono stati gli errori dell’Occidente nei confronti della Russia nei 25 anni seguiti alla fine della Guerra Fredda e dell’Urss? «Ce ne sono stati da entrambe le parti. Credo però che la linea di direzione generale, la partnership, non sia stata sbagliata, da parte dell’Ue e da parte della Nato...».

Farei un’obiezione sulla Nato.
«Ora è importante stabilire in che modo la Nato verrà coinvolta in questa crisi. Occorre molta cautela su tempi e opportunità dei processi di partenariato atlantico. Ed è rassicurante che il nuovo governo ucraino abbia detto che non è in discussione un’adesione alla Nato, un segnale politico saggio».

Quali mosse lei si attende da Mosca? Secondo gli ambienti Nato, Putin non si fermerà in Crimea.
«Un’escalation militare in altre parti dell’Ucraina è assolutamente da scongiurare. Il punto è se ci si ferma a immaginare le possibili azioni di Mosca, ovvero se si cerca di mettere in campo strumenti politici per facilitare scenari positivi. Diamo tutte le carte in mano a Putin e aspettiamo di vedere che fa, per poi reagire? Oppure cerchiamo di impegnare la Russia a ritrovare la strada del dialogo e della cooperazione? Per questo è importante l’incontro di oggi tra Kerry e Lavrov, così come l’invio dei 100 osservatori dell’Osce, deciso di comune accordo con la Russia. È un segnale fortissimo, apre strade anche tra Mosca e Kiev, altro punto chiave del processo diplomatico. Un grande numero di osservatori sul terreno aiuta a evitare il gioco di reazioni e controreazioni che farebbe precipitare le cose».

Il messaggio è univoco: la violazione del diritto internazionale non può passare sotto silenzio

Ma differenze di tono tra i partner occidentali ed europei rimangono. Quanto pesano sulle cautele italiane, e non solo nostre, i legittimi interessi economici con Mosca?
«Ho detto più volte che non è sulla base degli interessi economici, legittimi e reciproci, che abbiamo orientato le scelte di politica estera. Siamo in una fase della storia del mondo, nella quale dobbiamo essere capaci di gestire insieme crisi, sfide, opportunità. Le nostre relazioni economiche con la Russia sono forti, ma è vero anche l’inverso. Dopodiché, lo ha detto anche il presidente Renzi, noi siamo tra i Paesi che più importano energia dalla Russia, ma siamo anche tra quelli che possono farne a meno, abbiamo alternative possibili immediate. Il punto vero è accettare che siamo tutti interconnessi. Se procedessimo sulla strada di tagliare i ponti, andremmo verso un mondo impossibile da governare e gestire».

La sospensione dei lavori preparatori del G8 di Sochi prelude alla fine di questo format?
«Una cosa è dire che in questo momento non ci sono le condizioni per riunire il G8, un’altra che è finito. Non è così. Se in questo momento è impraticabile vederci a 8, può essere che tra qualche mese sarà molto utile. Ripeto, il punto di arrivo di questa crisi è tornare al formato G8 in senso pieno, perché è l’unico forum dove ci parliamo e lavoriamo direttamente con la Russia. È essenziale tenere in vita il G8, come forum dove la Russia torni a comportarsi da grande». Al vertice nucleare dell’Aia, lei vedrà il ministro degli Esteri indiano. Cosa gli dirà sul caso dei marò? «Dopo il nostro colloquio telefonico, ribadirò che il nostro governo non riconosce la giurisdizione indiana, che procederemo e continueremo a farlo sulla strada dell’internazionalizzazione, anche con il co involgimento di Nazioni Unite e Ue».

23 marzo 2014 | 11:59

Il diritto (pro e contro) e le maestre di Senigallia che ottennero il voto nel 1906

Corriere della sera

di Giovanni Ziccardi *


1906-465x728
Se, nel 1906, fosse improvvisamente caduto il Governo di Giolitti, alle elezioni politiche avrebbero potuto votare milioni di elettori maschi e dieci donne. Esatto, solo dieci donne: dieci maestre di Senigallia. La storia di queste insegnanti che combatterono una battaglia politica e legale durata solo alcuni mesi, e cancellata rapidamente da una sentenza della Corte di Cassazione, non sfigurerebbe nella trama di un legal thriller. Ma non solo: prima del triste (ma prevedibile) epilogo, la questione approdò, in Corte d’Appello, sulla scrivania di uno dei più illuminati giuristi dell’epoca, Lodovico Mortara. Il grande studioso non lesinò riflessioni sul diritto delle donne a essere incluse anche nel tessuto politico, nonostante i pregiudizi dell’epoca, con considerazioni che sono ancora di estrema attualità.

Lo studio di Pietro Curzio sulle maestre di Senigallia
Lo scorso settembre si è tenuto un incontro, in Corte di Cassazione, per celebrare i cinquant’anni delle donne in magistratura. A margine di questo evento un Consigliere di Cassazione, Pietro Curzio, ha distribuito un interessante e curato scritto che narra delle vicende poco note delle Maestre di Senigallia. Una storia che non solo ha dell’incredibile ma che, a distanza di tanti anni, manifesta un indubbio fascino e solleva non poche riflessioni.

In estrema sintesi:

dieci donne marchigiane, tutte maestre elementari, agli inizi del Novecento, a cinquant’anni dall’Unità d’Italia e in un periodo storico nel quale le donne non avevano il diritto al voto, ottengono, anche se solo per qualche mese, tale diritto. E lo ottengono ben prima del fatidico 1946, l’anno che vide anche in Italia le donne votare ai primi tre appuntamenti elettorali importanti del secondo dopoguerra: le amministrative, il referendum istituzionale e le consultazioni per l’Assemblea Costituente.
Uno scrittore di legal thriller inizierebbe dalla pura descrizione dei fatti: dieci maestre, un bel giorno, presentano un atto di iscrizione alle liste elettorali per le future (eventuali) elezioni politiche. E lo fanno nel 1906! Poi la storia proseguirebbe con il primo colpo di scena: la Commissione Elettorale della Provincia di Ancona non rimanda la richiesta alle mittenti, come tutti si sarebbero aspettati, ma accoglie l’istanza. Ed è questo il momento nel quale il gioco si fa duro e intervengono i poteri forti a inasprire la battaglia legale: in particolare, è il Procuratore del Re a fare immediatamente ricorso.

Il secondo colpo di scena è clamoroso: la Corte d’Appello di Ancona rigetta il reclamo del Procuratore del Re e conferma l’iscrizione delle dieci donne nelle liste elettorali.
Purtroppo il lato positivo della storia finisce qui: la Corte di Cassazione di Roma annullò, pochi mesi dopo, la sentenza della Corte d’Appello. Il sogno durò, così, solo dal luglio 1906 al maggio 1907, mesi nei quali dieci donne, e solo dieci, rimasero iscritte nelle liste degli aventi diritto al voto in Italia. Pietro Curzio, nel suo scritto, delinea bene gli aspetti interessanti e attuali di un simile fatto, al di là, dicevo, del finale che ha riportato la situazione alla normalità di allora.

In primis, ne emerge il profilo di queste combattive donne. Di età ed estrazione sociale diversa, con situazioni familiari molto eterogenee, chi sposata e con figli e chi nubile, ma tutte unite da una vita fatta di supplenze e di precariato, di viaggi in località sperdute per insegnare e di situazioni non sempre agevoli, nonché di contrasto con l’amministrazione/datrice di lavoro.

Non erano attiviste politiche in senso stretto, anche perché allora, soprattutto in provincia, l’attenzione delle donne nei confronti della politica, e della politica nei confronti delle donne, era blanda, ma erano di sicuro assai combattive. Sembra che l’azione delle dieci maestre di Senigallia fosse stata ispirata da uno scritto di Maria Montessori, pubblicato nel febbraio del 1906, nel quale esortava le donne a iscriversi alle liste. E dieci, da Senigallia, a quanto pare risposero.

Un grande giurista e i diritti delle donne
Sovente i fatti eccezionali non avvengono da soli e, dopo l’impulso nato nel cuore delle maestre di Senigallia, il fato volle che la questione prettamente giuridica capitasse sulla scrivania di un grande giurista dell’epoca, Lodovico Mortara, che era allora Presidente della Corte d’Appello di Ancona e che si vide recapitare il controverso fascicolo.

Mortara era stato professore universitario per poi finire in magistratura. Alcuni anni dopo, quando divenne Ministro della Giustizia nel 1917, propose una legge volta ad eliminare l’autorizzazione maritale per le donne che volessero stipulare negozi giuridici. Toccò a lui riflettere sul caso e scrivere la sentenza, cercando di rimanere il più possibile neutro ed estraneo da pregiudizi personali e dell’epoca. Non solo: era stato lui il primo ad ammettere, ai giornali, di essere molto dubbioso sul diritto di tali donne, ma disse anche che, da giudice, si sarebbe spogliato delle convinzioni personali e avrebbe valutato solo il dato normativo.

Tralascio, in questa sede, le questioni giuridiche. Si sappia solo che era in contestazione una norma dello Statuto Albertino, l’Articolo 24, che dava l’eguaglianza e tutti i diritti civili e politici ai cosiddetti “regnicoli”, salve le eccezioni disposte dalla legge. Per Mortara, il termine “regnicoli” avrebbe compreso senza problemi anche le donne, dal momento che anche loro pagavano le tasse e contribuivano alla vita economica e sociale del Paese. Diritti e doveri, insomma, con eccezioni a questo diritto che dovevano essere espressamente stabilite.

La Corte di Cassazione annullò la sentenza ribaltando il ragionamento: non è così, dissero i giudici di Roma, i diritti delle donne devono essere espressamente garantiti. Silenzio (o implicito) significa che non possono votare. Ciò che è “naturale” ai nostri tempi, per le donne, è l’esclusione, non l’inclusione. E non possono essere riconosciuti alle donne, dice la Cassazione, diritti che non siano espressamente stabiliti dalla legge. In fin dei conti, il processo si giocò sul silenzio. Sull’implicito o esplicito. Su ciò che è o non è “naturale”. E la regola silente per le donne di quel tempo, secondo i giudici di Roma, era l’esclusione e non l’inclusione. E qui, in questo diverso approccio dei giudici di due diversi gradi di giudizio, derivano considerazioni interessanti e attuali ancora oggi.

Per Mortara e il suo collegio il diritto al voto delle donne c’era, e non vi erano norme specifiche che lo escludessero, quindi andava assegnato. Una sorta di diritto ineludibile, quasi naturale.

Per la Cassazione quel diritto non c’era in natura e, soprattutto, non c’era in quel tempo storico, dove era radicata l’idea di esclusione delle donne dalle cose politiche e in generale dalle professioni più nobili perché non ritenute all’altezza di “ragionare” su quei temi. Occorrevano norme che assegnassero quei diritti, ma norme così non ce n’erano. Le convenzioni sociali, le credenze popolari, le abitudini erano in molti casi più forti della realtà, e la libertà nell’interpretazione delle leggi faceva il resto. Proprio quella legge che poteva essere vista da una prospettiva o da un’altra (due facce di una stessa medaglia) e avere un effetto completamente differente sui diritti delle donne.

E quello delle maestre di Senigallia fu forse il caso più clamoroso.

Sosta selvaggia, a Napoli gli automobilisti riescono a «sfilare» le ganasce

Il Mattino

Gentile redazione,

questa mattina, passeggiando per via Chiatamone, a Napoli, ho fatto una strana ed inquietante scoperta.

Sul marciapiede, infatti, qualche irriducibile della sosta selvaggia ha «abbandonato» una di quelle ganasce gialle che vengono applicate dalla NapoliPark alle auto in sosta vietata.
L'automobilista è stato in grado di rimuovere dalla ruota la ganascia, che risulta ancora chiusa con due lucchetti e non presenta segni di manomissione! Come abbia fatto proprio non so.
Marco
 

Napoli, la ganascia abbandonata in via Chiatamone



Fosse Ardeatine, la strage infinita: settant'anni fa 335 persone furono trucidate dai nazisti

Il Messaggero

di Francesca Nunberg


20140322_fosse_ardeatine
Quello di lunedì sarà il primo anniversario senza il boia, ma la croce di legno di Priebke, piantata in segreto nel giardino di un carcere, non fa calare il silenzio sulle Fosse Ardeatine. Il 24 marzo del ’44 le truppe di occupazione tedesche massacrano 335 civili e militari come rappresaglia per l'attentato partigiano di via Rasella in cui morirono 33 soldati del reggimento “Bozen”. Tante le voci che ancora oggi si alzano, a settant’anni di distanza dall’eccidio. In ricordo dei martiri, a monito per il futuro, ancora in cerca di giustizia. Nonostante i processi e le condanne, a dispetto dei tentativi revisionisti. Dice Giulia Spizzichino, anni 87, ebrea romana: «Non ho mai smesso di pensarci.

Nelle cave sull’Ardeatina per sette volte il nome Di Consiglio è stato urlato dai nazisti, per fare entrare quei sette uomini, farli inginocchiare con le mani legate e colpirli a morte. Erano i miei cugini, sette ne hanno presi quella notte. Nel giro di pochi mesi ho perso nei lager 26 familiari, anche Giuliana che aveva 3 anni e mezzo e Giovanni di 18 giorni. Mi sveglio ancora la notte, pensando che il 21 marzo ero ai Fori con mio cugino, 17 anni come me, che mi disse: ho un brutto presentimento... Ma io ero timida, non riuscii a dirgli neanche una parola, a fargli neanche una carezza... Dopo tre giorni morì nelle cave».

Spaccato d'Italia Dice Alessandro Portelli, storico, autore del libro “L’ordine è già stato eseguito”: «Ho sempre pensato alle Fosse Ardeatine come a un monumento nazionale. Ci sono state stragi anche più gravi, ma questa fu nella Capitale, le vittime erano uno spaccato della città, dell’Italia, da Trieste a Trapani, delle classi sociali, c’erano ebrei, cattolici, prigionieri politici, persone prese per caso, stranieri anche. Tutti uomini. A raccontare dunque furono le donne, loro a soffrire, a garantire la sopravvivenza. Ma questa strage non sarebbe stata possibile senza lo Stato e gli archivi che servirono a compilare le liste; dunque è una strage “civilizzata” e non opera di selvaggi, da cui non possiamo prendere le distanze. Anche perché ancora oggi, e penso alla polemica con Pippo Baudo dell’estate scorsa, o a quella tra Bentivegna e Vespa, c’è chi dice che la colpa fu dei partigiani che non si consegnarono. La condanna di Priebke non ha lenito il dolore delle vittime, delle Ardeatine bisogna continuare a parlare».

Dna dall'Australia Dice il colonnello del Ris dei carabinieri Luigi Ripani: «Nel 2012 dopo un anno di lavoro con il ministero della Difesa e l’associazione dei familiari siamo riusciti a identificare tre dei dodici martiri ancora senza nome, Salvatore La Rosa, Michele Partito e Marco Moscato. Abbiamo il Dna anche degli altri nove, ma in assenza di familiari non possiamo fare abbinamenti con le salme». Dicono Aladino Lombardi e Nicoletta Leoni dell’Anfim, l’associazione dei familiari delle vittime, lui segretario generale e lei collaboratrice storica e nipote di uno dei caduti, Nicola Stame: «Il lavoro deve andare avanti, non perdiamo la speranza di riuscire a identificare anche gli altri. Il figlio di una delle vittime, Cosimo Di Micco, ha mandato il suo Dna dall’Australia. Ma abbiamo bisogno di fondi, e invece ce li hanno pesantemente tagliati, siamo passati da 110mila a 26mila euro.

Bisogna allestire all’ingresso un punto di accoglienza per le visite dei singoli, delle scuole, delle delegazioni. Filmare le testimonianze che ancora si possono raccogliere, digitalizzare l’archivio».Dice Adachiara Zevi, architetto e autrice del libro “Monumenti per difetto. Dalle Fosse Ardeatine alle pietre d’inciampo”: «La peculiarità di questo mausoleo, frutto del primo concorso della Roma liberata, è quella di essere un percorso, che segue quello delle vittime, anziché un monumento statico da contemplare. Il fulcro è un vuoto. Come anti-monumentali sono le pietre d’inciampo installate davanti alle case dei deportati. Lunedì ne rimetteremo una al suo posto, rubata di recente: quella in memoria di Don Pappagallo, martire delle Ardeatine, davanti all’ex convento del Bambin Gesù dove il sacerdote aiutava i perseguitati del nazifascimo».

L’appello dei martiri Lunedì alle 10 alle Fosse Ardeatine si svolgerà la cerimonia commemorativa alla presenza del Presidente Giorgio Napolitano: dopo il saluto di Rosina Stame, presidente Anfim, Aladino Lombardi leggerà l’elenco dei nomi da Agnini Ferdinando a Zironi Augusto, poi le due cerimonie religiose. Ieri centinaia di persone hanno partecipato al “Corteo della memoria” organizzato dall’VIII municipio: arrivati alle Ardeatine hanno liberato in cielo 335 palloncini.


Sabato 22 Marzo 2014 - 15:54



La fuga di Kappler dal Celio: fare luce sui complici italiani
Il Messaggero

di Riccardo Pacifici*


Chi pensa che celebrare il 70° anniversario dell'Eccidio delle Fosse Ardeatine sia solo un "esercizio di Memoria" in ricordo delle 335 vittime, rischia di sminuire il lavoro che si è fatto in questi anni all'interno delle scuole, delle istituzioni, delle Associazioni e in ogni luogo dove si è alzato forte un grido contro l'orrore compiuto il 24 marzo del 1944.


22_kappler
Chi immagina che il tempo lenisca le ferite deve sapere che per i familiari non si sono mai più rimarginate. Il significato di questo 70° ci impone di dare una svolta al nostro "esercizio di Memoria". Una svolta contro chi ha voluto relegare solo al mondo ebraico la conservazione di quella Memoria. Una svolta contro chi ha provato a far credere che quell'Eccidio fu solo ritorsione di guerra dopo un atto "terroristico". L'Italia, nazione rinata sui valori dell'antifascismo, ha processato gli esecutori di quella strage per crimini contro l'umanità e si è mostrata unita. Le Fosse Ardeatine possono solo unire e mai dividere. Quel giorno le truppe di occupazione tedesca fucilarono gli italiani. Ecco perché in questo 70° anniversario della svolta possiamo dire che chi ama il Paese combatte nel presente le sacche d'intolleranza. Combatte soprattutto i nostalgici del fascismo e del nazismo. Non è più questo il tempo in cui gli spacciatori di odio possono alzare la testa. La società civile e le Istituzioni, a iniziare dalle forze dell'ordine, oggi li braccano.

Il 15 agosto del ’77 Eppure, questa è una svolta recente. Di cui prendiamo coscienza in questi mesi e che è iniziata solo pochi anni fa, quando nel 1995 l'ultimo dei Boia delle Fosse Ardeatine si sedette per la prima volta in un'aula di tribunale di fronte a un giudice italiano. La svolta passa nel prendere atto che questo 70° è il primo anniversario che celebriamo dalla morte del capitano nazista. E vogliamo ancora pensare che 335 Angeli lo stiano realmente processando per l'eternità. Ma se rendiamo onore all'Italia che lo ha condannato, la mente vola verso un'altra Italia che si rese complice della fuga del colonnello delle SS Herbert Kappler il 15 agosto del 1977. Kappler era rinchiuso nell'Ospedale del Celio a Roma e con una rocambolesca fuga attraversò indisturbato prima il confine con l'Austria e poi quello con la Germania dove trovò rifugio.

Le modalità reali di quell'evasione nessuno ad oggi le conosce. Troppi misteri aleggiano su questa vicenda. Chi fu complice del nazista in territorio italiano? Dopo decenni noi non dimentichiamo e vorremmo che questo capitolo buio dell'Eccidio fosse riaperto per scoprire le reali responsabilità. Proprio oggi, in questa Italia della Memoria e della svolta, dobbiamo conoscere la verità su quella vergognosa fuga. Dobbiamo fare fino in fondo i conti con il passato. Non solo per onorare i morti, ma anche per onorare i vivi e chi combatte ogni giorno come Giulia Spizzichino ed ognuno dei parenti delle vittime, per render merito a città come Albano Laziale o come Roma che con i loro rispettivi sindaci ed il Prefetto di Roma hanno lottato per non fare della morte del Boia delle Fosse Ardeatine un mausoleo per nostalgici. Dobbiamo farlo per tutti gli italiani. Soprattutto per chi si è sacrificato in nome della nostra libertà.

*Presidente Comunità Ebraica di Roma

Sabato 22 Marzo 2014 - 16:05

Uomo spende 100mila dollari per sembrare una bambola di plastica

Il Messaggero

Ha speso ben 100.000 dollari in chirurgia plastica per diventare un bambola di plastica. È la storia di Katella Dash, 38 anni, originaria di Minneapolis, Stati Uniti.



20140322_k12Effetto plastica. La prima operazione l'ha fatta a 23 anni, in Thailandia, per cambiare sesso: cresciuta in un corpo sbagliato, da giovane sentiva di «essere più femmina delle femmine». Poi ha cominciato a desiderare un seno esplosivo. Così la biondissima Katella da allora si è sottoposta a ben sette operazioni per aumentare il volume del proprio decollètè. Non solo. Gli interventi hanno interessato guance, labbra e mento. Tutto per somigliare a una bambola, il più sexy possibile.

«Voglio un seno più grande». «Ho un'ossessione per la chirurgia plastica. So anche che la maggior parte delle persone non sopporta questo mio aspetto estremo», ha confessato ai media inglesi Katella, disposta a dedicare almeno tre ore al giorno alla cura del suo corpo. «Il costo di tutti i miei interventi ammonta a circa 100.000 dollari (circa 70.000 euro). Ma quello che desidero ora è solo un seno ancora più grande», ha aggiunto Katella, oggi tornata single. Nessun medico americano, però, è disponibile ad operarla di nuovo, visto che andrebbe incontro a dei rischi. Perfino gli amici più intimi di Katella sono preoccupati di questa sua ossessione. Lei, però, è decisa ad andare avanti: «Non sono affatto preoccupata delle conseguenze o complicazioni per la mia salute. Voglio solo un seno più grande».

Katella Dash, la donna di plastica: 100mila dollari in interventi chirurgici


VIDEO
Katella Dash, la donna di plastica



Sabato 22 Marzo 2014 - 17:53
Ultimo aggiornamento: 19:24

Il moralismo penoso di Celentano

Vittorio Feltri - Sab, 22/03/2014 - 15:31

La stecca del Molleggiato sul "grano" di Farinetti ripropone una vecchia storiella impregnata di saggezza: quella del bue che dà del cornuto all’asino

Qualcuno sostiene che la polemica fra Adriano Celentano e Oscar Farinetti - entrambi vagamente di sinistra, politicamente parlando - sia stucchevole.


att_828212_0
A noi invece sembra divertente, perché ripropone una vecchia storiella impregnata di saggezza: quella del bue che dà del cornuto all'asino. La notizia non è inedita ma va riassunta per comodità del lettore al quale fosse eventualmente sfuggita. Il renziano Farinetti, che abbiamo la fortuna di conoscere solo di fama, ha aperto anche a Milano una filiale di Eataly, un supermercato di lusso dove si comprano cibi genuini.

Primo commento: meglio un'azienda che apre di una che chiude, come accade di frequente in questo periodo scalognato di crisi. Il guaio, secondo Celentano, è che l'imprenditore abbia scelto quale luogo idoneo ad avviare la propria attività un teatro storico, lo Smeraldo, ormai dismesso. Un reato? Peggio, un sacrilegio, un affronto alla cultura. Con un'aggravante imperdonabile: stando al Molleggiato, non si può trasformare un tempio dell'arte in una volgare rosticceria allo scopo di fare soldi.

Ullallà, che argomentazioni alte. La riprovazione del cantante-predicatore probabilmente era degna di miglior causa. Infatti lo Smeraldo, per quanto si tratti di un edificio pregevole progettato nel 1942 da due architetti di ottima fama (Alberto Alpago Novello e Ottavio Cabiati), era da tempo inutilizzato, fuori uso, per andare giù piatti. Il Comune, retto da una giunta di sinistra, per definizione paladina della cultura, non aveva mai manifestato l'intenzione di restituire la nobile struttura all'antico splendore. La quale struttura, di conseguenza, era destinata a sgretolarsi sotto il peso dell'incuria e del menefreghismo (anche dei milanesi, che la sera raramente escono di casa per dilettarsi assistendo a uno spettacolo di qualsivoglia genere).

In altri termini, dello Smeraldo non importava un accidenti a nessuno. More solito. E allora? O un riccone come Celentano si faceva avanti per comprarlo e riportarlo in vita, oppure lo si riciclava, rimettendolo in sesto. Dato che Adriano non ha spalancato il portafogli (braccino corto), si è mobilitato Farinetti - pagando il giusto prezzo - e lo ha adibito a centro di prelibatezze. Dov'è lo scandalo? Nell'astrattezza taccagna di Celentano, che accusa il patron di Eataly di pensare solo al profitto. E a cos'altro dovrebbe puntare un imprenditore se non a realizzare utili finalizzati a rendere prospera la propria ditta?

Lo stesso principio - quello di riempire il cassetto di denaro - ha peraltro ispirato la lunga e inimitabile carriera dell'ex dinoccolato di Galbiate (ora un po' irrigiditosi: gli anni passano per tutti), tanto è vero il signor Moralista ha un patrimonio invidiabile almeno quanto quello del «bottegaio», essendo stato capace per decenni di farsi strapagare dal pubblico amante delle sue canzoni e dei suoi sermoni tediosi e banali.

Al purissimo Adriano rivolgiamo una domanda rispettosa: che differenza c'è tra uno che fa quattrini con le salamelle e le mozzarelle e uno che li fa con i dischi e le omelie? Tra i due business c'è in ogni caso una comunanza: l'assenza di cultura. In nome della quale Celentano straparla. Farinetti almeno non se la tira: tira al grano. Sincerità e onestà sono sorelle gemelle.

Gli avi furono espulsi dalla corona La Spagna fa tornare gli ebrei sefarditi

La Stampa

maurizio molinari

In arrivo migliaia di persone da Turchia e Venezuela. Il ministro della Giustizia: «L’espulsione voluta nel 1492 è stato il più grande errore della nostra storia»


 2014-03-16T201Vengono in gran parte da Venezuela e Turchia gli ebrei sefarditi che nelle ultime settimane hanno fatto richiesta della cittadinanza spagnola. A farlo sapere è Alberto Ruiz-Gallardon, il ministro della Giustizia di Madrid, che ha voluto, redatto e presentato al governo la legge con cui la Spagna offre ai discendenti degli ebrei espulsi dalla Spagna di rivendicarne la nazionalità.

Nel 1492 la Corona spagnola, con Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, decise di espellere l’intera popolazione ebraica dando ad ogni singolo ebreo un massimo di quattro mesi di tempo per abbandonare o vendere ogni avere. Il risultato fu un’imponente tragedia per gli ebrei sefarditi - dal termine ebraico Sfarad per Spagna - che si rifugiarono nei Paesi del Mediterraneo, dell’Europa continentale e in Nordamerica. Per Ruiz-Gallardon quello di Isabella e Ferdinando fu “il più grande errore della Storia spagnola” perché si trattò di una persecuzione di massa che, oltre a portare discredito su Madrid, impoverì il Paese come conseguenza della fuga di gran parte del ceto produttivo, degli artisti e letterati che l’avevano fatta grande fino ad allora.

E’ per porre rimedio a tale ferita che il ministro della Giustizia ha voluto a tutti i costi la legge ed a meno di un mese dall’annuncio del governo è già in grado di trarre le prime conclusioni: a presentarsi a consolati ed ambasciate “sono stati soprattutto ebrei del Venezuela e della Turchia perché si tratta di due nazioni a rischio, dove i pericoli si manifestano”. Gli ebrei turchi sono oltre 20 mila, concentrati in gran parte a Istanbul, mentre a Caracas superano i 24 mila e in tutto il mondo si ritiene che costituiscano circa il 30 per cento del popolo ebraico. La legge Ruiz-Gallardon prevede che i richiedenti possano conservare l’attuale cittadinanza e che l’accertamento delle origini sefardite “sarà facilitato in ogni modo” partendo da “qualasiasi elemento utile” a cominciare dai cognomi. 

Pomigliano. Volontari del Pd puliscono il parco abbandonato: tutti denunciati

Il Mattino

di Pino Neri


igliano
Pomigliano. Stamattina sono stati tutti denunciati dalla polizia municipale per il reato d'invasione i venti volontari della "Brigata Felice Sodano", organismo sorto in seno al Pd.
I militanti democratici sono entrati nell'area del parco del rione della ricostruzione di Pomigliano armati di scope e rastrelli. Ma il sindaco di Forza Italia, Raffaele Russo, aveva interdetto l'ingresso del parco per motivi di sicurezza. I volontari hanno però voluto violare il divieto, sono entrati nell'area verde e quindi sono stati tutti denunciati. Tra i denunciati figura Michele Caiazzo, ex sindaco di Pomigliano ed ex consigliere regionale del Pd.

sabato 22 marzo 2014 - 10:06   Ultimo agg.: 16:58

Il software che incastra i rapinatori Keycrime è invidiato anche negli Usa

La Stampa

lorenza castagneri

Il programma è stato sviluppato alla Questura di Milano da Mario Venturi. Un algoritmo incrocia la data, l’ora e le tracce lasciate sul luogo del furto



keycrim
É un sistema talmente preciso e accurato che ce lo invidiano anche gli investigatori americani, esperti incontrastati dell’indagine criminale. Ma questa volta, é il caso di dirlo, siamo stati più bravi noi. Si chiama Keycrime ed é il software tutto italiano al servizio della Questura di Milano. Dal 2007 ha portato a decine e decine di arresti di rapinatori seriali. Tre soltanto nell’ultima settimana. L’ha elaborato, in anni di lavoro, l’assistente capo Mario Venturi. Un poliziotto-sviluppatore.

L’ultimo caso è stato quello di Massimiliano Impolito, 41 anni. Arrestato per una rapina in una farmacia, grazie al cervellone al servizio degli uomini del questore Luigi Savina, uno dei primi sostenitori del progetto, gli sono stati addebitati altri sette colpi in altrettanti esercizi commerciali nel Milanese. Lunedì era stato bloccato Gianfranco Orrico, pregiudicato di 46 anni: undici colpi in totale, da dicembre a marzo. Martedì era toccato, invece, ad Attilio Paiardi, venticinquenne. Un “pendolare delle rapine”: partiva da Crema e andava a colpire a Milano.

Una caratteristica che non è sfuggita all’algoritmo su cui si basa Keycrime. Punto di partenza è l’analisi puntuale della scena del crimine: data, ora, luogo, tracce lasciate dai banditi, più tutti i particolari all’apparenza trascurabili del loro modus operandi che possano aiutare a identificarli. Le informazioni sono poi raccolte all’interno del sistema, che studia ed elabora gli elementi acquisiti. Un meccanismo sofisticatissimo, alle prese con migliaia e migliaia di dati, capace di “prevedere” la serialità. Le indicazioni fornite agli agenti permettono di mettere in campo un servizio di controllo del territorio mirato.

Con un duplice obiettivo: dare un nome ai responsabili di furti e rapine e prevenire future azioni criminali. Un bell’aiuto. Con risultati ottimi. Qualche mese fa, l’ideatore di Keycrime - che, per ora, rimane un prototipo in comodato d’uso gratuito alla Questura milanese - ha partecipato, su invito della Usc, l’università della California del Sud, insieme con il Ministero dell’Interno, a un bando di concorso indetto dal Dipartimento di giustizia americano per migliorare i suoi sistemi di prevenzione dei reati.

Non solo. Venturi sta anche elaborando un sistema nuovo, più accurato, in grado di registrare prestazioni ancora migliori di Keycrime e che possa, sempre se il Ministero concederà il via libera, essere adottato anche in altri uffici di polizia italiani. Peccato che, finora, siano mancati i finanziatori. Dispiaciuto? Di più. Senza investimenti, il rischio vero è che il progetto del software, nato come un gioco e diventato un detective virtuale, sia destinato a chiudere. 

Allarme Bancomat: dall'8 aprile a rischio il 95% dei prelievi

Libero


0tA Tzm8=--
A rischio tutti i vostri prelievi bancomat. A partire dal prossimo 8 aprile Microsoft smetterà di fornire i supporti per l'aggiornamento e la protezione di Windows XP, il sistema operativo nato nel 2001 e più diffuso al mondo. Secondo il Financial Times tutti coloro che ancora utilizzano il sistema Windows XP, tra cui il 95% dei bancomat e circa il 40% dei pc, rischiano di subire gli attacchi degli hacker e dei virus. Windows XP risale alla fine del 2001 ed è il sistema operativo più diffuso ed usato al mondo. Secondo i dati del gruppo di ricerca Netmarketshare, circa il 40% dei personal computer usano ancora Windows XP. Ma oltre ai PC, Windows XP è ancora il sistema operativo più utilizzato per il funzionamento dei bancomat e di alcuni dispostivi Pos. Inoltre, anche molti dispositivi medici girano con Windows XP.

Allarme bancomat - Il Financial Time avverte quindi che la maggioranza delle aziende sta ancora oggi rimandando il costoso, nonché complesso, sistema di aggiornamento, anche perché in alcuni casi non basterà installare Windows 8.1, poiché gran parte dei vecchi computer con Windows XP non hanno i requisiti di sistema3 necessari per l'installazione dell'ultima versione del sistema operativo di Microsoft. Inoltre, molti sistemi informatici sono compatibili solo con Windows XP. L'unica soluzione al problema l'ha proposta la stessa Microsoft prolungando fino a luglio 2015 il supporto del suo sistema Antivirus Security Essentials per le banche.

Il rischio - Una soluzione che tutelerà i circuiti bancari ma che non mette del tutto a riparo chi preleva alle casse elettroniche con un bancomat. Sembra che solo un terzo dei dispositivi riuscirà ad essere aggiornato (e quindi sicuro) prima dell'8 aprile 2014. Timothy Rains, direttore dell'area Trustworthy Computing di Microsoft,comunque lancia l'allarme e afferma che c'è il "100%" delle possibilità che gli hacker riescano ad individuare i punti deboli di Windows XP partendo dagli aggiornamenti di Windows Vista, Windows 7 e Windows 8. Insomma dall'8 aprile fate molta attenzione al bancomat. Nell'attesa che vengano aggiornati i sistemi andate a prelevare il contante direttamente allo sportello.

Voti multipli e false identità” Il referendum farsa del Veneto e le spinte per l’indipendenza

La Stampa

Secondo gli organizzatori è stato un plebiscito per la secessione: “Due milioni di preferenze”. Ma in piazza sono in poche centinaia



veneto_i
Ieri sera, ora spritz, il Veneto si è ritrovato sospeso tra numeri e realtà. I numeri sono quelli riecheggiati in piazza dei Signori, cuore di Treviso. “Hanno votato più di due milioni di persone: i sì all’indipendenza sono stati pari all’89 per cento”, dicono quelli di Plebiscito.eu comitato che ha organizzato il referendum. Una consultazione, bene chiarirlo, senza valore giuridico. Ma, incurante del diritto vigente, il leader Gianluca Busato, parla di “nascita della repubblica veneta”. Così tra la folla accorsa si scatena la festa. E così il migliaio di persone presenti in piazza (riportante le cronache locali, l’Ansa ne ha conta 4-500 al massimo, nda), per gli organizzatori diventano subito “8 mila”. Qualcuno storce il naso. “Se hanno usato lo stesso sistema di conteggio per il voto siamo fritti”, dice un uomo standosene nell’angolo della piazza.

La domanda delle domande è proprio questa: ci si può fidare dei numeri forniti dalla macchina organizzativa? Sono reali? “I dati vanno presi con ampio beneficio di inventario”, dice Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova. E cita esempi di voti “moltiplicati”, casi di gente che “ha votato più volte”, altri che l’hanno fatto “sotto falsa identità”. Il sistema, del resto, deve avere avuto qualche falla se in tanti sono riusciti a esprimere il loro voto magari facendolo da regione fuori dal Veneto, dal resto di quell’Italia della quale il comitato dichiara “non riconoscere più la sovranità” .
 
Da domenica scorsa a ieri sera le urne digitali funzionavano così: si accedeva al sito www.plebiscito.eu, si compilava una breve scheda anagrafica, si forniva il numero di documento d’identità e si richiedeva via mail il codice personale per accedere al voto. Meccanismo simile per chi voleva dare la preferenza via telefono. Terza via: recarsi ai gazebo, delle specie di internet point, allestiti nel territorio. Secondo il comitato, che cita non meglio identificati “osservatori internazionali”, i voti ritenuti “non validi” sono stati 6.615. Solo lo 0,29% del totale. Se fosse vero che ha votato il 73,2 per cento degli aventi diritto in regione sarebbe un’enormità. Per usare una parola cara agli organizzatori un “plebiscito”.

Ma al di là dei numeri, resta un fondo sospeso di verità. “E’ un fenomeno molto interessante”, spiega ancora il sociologo Allievi. “E ripropone il tema dell’insofferenza del “popolo del Nordest” verso gli sprechi dello Stato”. Un refrain, quello dei “21 miliardi di tasse che non rientrano in regione” ribadito anche dal governatore Luca Zaia, abile negli ultimi giorni a far cavalcare alla Lega Nord il referendum. La questione settentrionale, rinchiusa in un “ovattato silenzio”, è diventata così un grido di insofferenza di “una regione che produce verso uno Stato che spreca”, spiega Allievi.

Una sorta di secessione farsa via web. I “fantomatici due milioni di clic” secondo il sociologo sono l’emblema di una domanda politica lasciata senza risposte. “A cui però – conclude il sociologo - non bisogna guardare con supponenza”. Non è un caso che Matteo Renzi abbia organizzato la sua prima visita istituzionale da premier proprio a Treviso. E, dopo le classi di studenti, ha incontrato gli imprenditori.

Quelli che nell’ultimo anno hanno dovuto fare con altri dati, questi sì certificati: un Pil regionale sceso dell’1,6 per cento (più di quello della vicina Lombardia), un calo delle imprese attive di 8 mila unità e, soprattutto, la perdita di 18 mila posti di lavoro. Si è salvato, dicono gli economisti, solo chi ha aperto le fabbriche al mondo. Ma ieri sera, in piazza a Treviso, non si parlava di questa realtà. Ma dei numeri “plebiscitari” per l’indipendenza. Di “sciopero fiscale” di “Stato che tartassa”. Una sorta di vaffa-day, insomma. Conclusosi, come si fa da queste parti, con un ultimo spritz.

@davide_lessi



Trieste, il mito del Territorio Libero
La Stampa

andrea luchetta

Centinaia di cittadini hanno aderito allo sciopero fiscale, in 6000 lo scorso settembre hanno sfilato chiedendo l’indipendenza


11628906-k
Secondo il Movimento Trieste Libera, quassù in alto a destra non serve alcun referendum: il capoluogo giuliano è capitale del Territorio Libero di Trieste, istituito con gli Accordi di pace del 1947. Il Trattato di Osimo (1975) – con cui Italia e Jugoslavia si sono spartite la sovranità sul Tlt - non avrebbe valore giuridico, perché accordo bilaterale e quindi incapace di derogare a un’intesa sottoscritta con tutte le potenze alleate. Trieste, in altre parole, sarebbe indipendente e sottoposta a «occupazione militare» per mano di Roma. Fantasie? Non per le centinaia di cittadini che hanno aderito allo sciopero fiscale, né per i 6000 che lo scorso settembre hanno sfilato chiedendo l’indipendenza. Numeri astronomici per una città di 200mila anime, per giunta pigra e diffidente. Con buona pace di larga parte della dottrina, secondo cui il Tlt non sarebbe nemmeno sorto, incubato senza esito durante la fase dell’amministrazione anglo-americana (fino al 1954).

Il Mito
Gli Accordi di pace sono l’Alfa e l’Omega di Mtl, ma non è certo la diplomazia a soffiare il vento nelle vele degli indipendentisti. «Alla crisi economica si è aggiunta la perdita di rappresentatività del sistema politico» spiega alla Stampa Roberto Weber, sondaggista triestino. «E su questi fattori si è saldato un elemento inscalfibile, il Mito: in questo caso il mito del Territorio Libero, della città ricca, autonoma». La crisi economica qui è maturata al termine di un’asfissia decennale: giorno dopo giorno Trieste si è vista sfiorire, prima impallidire e poi svanire di fronte al ricordo del porto asburgico che fu. Da centro logistico di un impero a periferia incompresa. Emblema dello stato dell’arte, gli storici balbettii del porto.

M5S di frontier a
Un declino consumato all’ombra delle furibonde lotte di potere locali. «La classe dirigente triestina fa acqua da tutte le parti, e anche questo conta» prosegue Weber. Mtl è riuscito a intercettare parte di quella nausea che a livello nazionale alimenta il Movimento 5 Stelle. «Qua bisogna rendersi conto di una cosa fondamentale: Trieste Libera è un movimento di popolo, di quel popolo che al 50% non va a votare». Mtl ricorda l’organizzazione dei vecchi partiti “pesanti”, e senz’altro riesce a riprodurne il senso di comunità. I trattati – le “carte”, come si dice scherzosamente a Trieste – sono un dogma, l’elemento capace di dare certezza alla speranza di un futuro migliore. A guardia di questo sogno vigila un vistoso servizio d’ordine, composto da alcune decine di volontari vestiti in nero o in mimetica.

Ombre russe
Gli indipendentisti non hanno nessuna intenzione di capitalizzare il boom a livello elettorale. La strada tracciata è priva di compromessi: dal 10 febbraio il movimento non riconosce più le istituzioni italiane nemmeno come amministratrici provvisorie. E se entro il 15 settembre l’Onu non avrà provveduto a nominare un «Garante speciale per i diritti del Territorio Libero», Mtl procederà all’autodeterminazione. Francesco Russo, senatore triestino del Pd, il 18 marzo ha presentato un’interrogazione al ministro Alfano. Iniziativa che prende le mosse dalle dichiarazioni di una fonte interna al movimento, secondo cui alcuni militanti avrebbero proposto di ricorrere a fucili e taniche di benzina per realizzare dei blocchi stradali – ricostruzione fermamente smentita dalla leadership di Mtl. «Siamo allibiti» dice alla Stampa Roberto Giurastante, presidente del movimento. «Ci sembra un’operazione manovrata dai servizi italiani. Se Roma vuole avviare una persecuzione politica contro Mtl e il suo presidente, saremo costretti a tutelarci chiedendo l’intervento di altri Stati. Non vedo per quale motivo, per esempio, la Russia dovrebbe acconsentire a un’occupazione militare realizzata da un Paese della Nato». 

La dipendenza dal Web? Esiste e si può curare

La Stampa

claudio leonardi

A Milano due giorni di studi e sui disordini da Internet. Per spiegare a chi ne è affetto che la vita è più di una raccolta di Like e Followers


9684918-kjs
Si è concluso ieri a Milano il primo congresso internazionale sui disturbi di dipendenza da Internet (Internet Addiction Disorders), senza scomuniche, molte domande e, fortunatamente, qualche risposta. Prima fra tutte, sì, la dipendenza da Rete esiste. È multiforme come multiforme è il medium (dalla pornografia al gioco d’azzardo, transitando per la cronica incapacità di passare in modalità offline). È totalmente nuova?

Forse no, perché poggia sulle stesse leve delle più note dipendenze da sostanze stupefacenti: una soddisfazione immediata, facile, potenzialmente e illusoriamente infinita, tanto da mettere a tacere, o quasi, ogni altro desiderio o ambizione. È qualcosa che sta nel nostro cervello e che lo psichiatra Furio Ravera definisce “Circuito della ricompensa”. La natura lo ha forgiato per un tipo d’uomo che non raffinava l’oppio né poteva navigare ovunque da un telefonino, ma è ancora lì. Per alcuni soggetti che hanno ferite di “incuria o di abbandono” è una tentazione irresistibile.

Questa è la storia, per esempio, di un ragazzo di 17 anni che trascorreva oltre metà delle sue giornate al computer. Separato con un ricovero dal mezzo, spinto verso la realtà fisica grazie al rugby, pareva recuperato, finché non incontrò l’extasy a Londra, in età universitaria. Allora ripiombò nel circuito, questa volta con la droga. Oggi, una comunità terapeutica sembra averlo salvato, rassicura Ravera.Le dipendenze, insomma, hanno forme diverse, ma probabilmente origine comune. La tecnologia sembra innocente. Ha il solo difetto di in incontrare tutti, soggetti patologici compresi. E invece no, potrebbe non essere esattamente così.

Una delle domande incontrate più volte nel congresso riguarda la validità della contrapposizione tra realtà e virtualità, ma il vero conflitto è tra realtà concreta e realtà digitale, dove la differenza la fa la scomparsa del corpo, con le conseguenze emotive che ciò comporta. Così Paolo Antonio Giovannelli, direttore dell’Esc Team (www.escteam.net) organizzatore dell’evento: “Per i ragazzi, quello che fanno in Rete è assolutamente reale, non c’è nulla di virtuale” ha sottolineato.

La Rete è un luogo virtuale in cui le azioni hanno conseguenze materiali, sulla piattaforma digitale, ma anche nella vita. Quel che manca alle esperienze online è, però, il confronto ineluttabile e chiaro con i confini. E qui si gioca molta parte della salute psichica e della felicità umana: ci immaginiamo in un modo, sperimentiamo, verifichiamo cosa resta dell’immaginazione dopo il confronto con la realtà e con gli altri, quindi ci riposizioniamo nel cammino. Così si soffre e si cresce, se si è attrezzati a farlo.

“Il digitale ci promette, invece, di soffrire di meno” spiega Giovannelli. Come? “Dandoci la possibilità di eliminare i feedback negativi che arrivano da alcune persone (posso escluderle da un social, cancellarle, non vederle), filtrando ciò che non ci piace (Google ci propone risultati di ricerca basati sulla nostra storia, quindi ci mostra il mondo come lo vorremmo), o addirittura trasformandoci in manipolatori”. È il caso di alcuni giochi online, che permettono di ottenere punti non solo con l’abilità, ma anche con l’acquisto in denaro di valori. In questo caso si esce dalla dimensione del gioco, si diventa dei bari, ma senza possibilità di essere identificati come tali.

Non è un elemento come gli altri, il denaro, perché Internet e i social network ci avrebbero immersi in un “enorme centro commerciale” in cui la logica è quella della capitalizzazione: accumulare “mi piace” su Facebook, ma anche amici, follower su Twitter, punteggi nei giochi, con strategie e risultati che spesso aggirano la fatica, la frustrazione, la delusione. “I nostri giovani - secondo Giovannelli - sono in un centro commerciale, ma il problema è che non sanno di esserci”.

Tutto questo potrebbe portare a un aumento di patologie che comportano isolamento, ricerca di soddisfazione solitaria lontana dai limiti che la realtà concreta impone. Il più famoso di questi disturbi ha un nome giapponese e in Giappone lo hanno per primi diagnosticato. Si chiama “Hikikomori”, e consiste in un isolamento sociale e una clausura quasi totale per almeno sei mesi, con casi che arrivano a durare decenni. La sorpresa è che, secondo il professor Tamaki Saito, a cui è (erroneamente) attribuita la paternità del termine, Internet c’entra poco o nulla con questi fenomeni di autosepoltura, che colpivano un tempo i ventenni e oggi, sempre più, i trentenni.

Saito osserva il fenomeno a livello globale, lo paragona a quello degli young homeless inglesi, dei “bamboccioni” italiani, degli affetti da sindrome da Tanguy in Francia e via discorrendo. Eserciti di sfaccendati che solamente una volta su dieci riempiono le ore con il web. Nella maggior parte queste persone non fanno assolutamente nulla, non guardano nemmeno la Tv e disprezzano anche i rapporti virtuali. In tutti questi casi, più che la tecnologia, pesano valori culturali: il confucianesimo a Oriente, il cattolicesimo in Italia e Spagna. Dove c’è il senso della famiglia i soggetti si rinchiudono in casa con mamma e papà, mentre nelle culture nordiche è più facile finiscano per strada. I comuni denominatori sociali, secondo Saito, sono la difficoltà a trovare lavoro, sussidi economici troppo facili, processi di istruzione sempre più prolungati.

Ma ce n’è un altro. Sono le troppe aspettative e una competizione globale capace di schiacciare i più fragili. Ed ecco che Internet rientra dalla finestra. Finestra sul mondo, il web pone tutti in competizione con tutti, in un mondo che si è fatto piccolo come un’aula scolastica e la fila di quelli più bravi di noi pare infinita. Per questo, racconta dalla platea un professionista francese, una cura che si sta sperimentando per gli Hikikomori parte da un approccio umano: non mi aspetto nulla da te, si dice ai pazienti, fa’ ciò che desideri. Anche Internet, così, può diventare più leggera. E ricevere un “mi piace”, magari distratto, può non essere così importante.

La Rai sbaglia i numeri dell'estrazione. Caterina, milionaria per un minuto: «Ora voglio 50mila euro»

Il Mattino

Milionaria per un minuto, poi rigettata in un vortice di ansia e agitazione.
 

_milionaria
È la storia di Caterina Gentile, una donna di Salvaterra che ha pensato di aver vinto 34 milioni di euro con una schedina del Superenalotto per colpa di un errore della Rai. Era il 15 novembre del 2008 quando Caterina, all'epoca cassaintegrata, un mutuo e due figli, ascoltava al tg l'estrazione del concorso. «In video apparvero come estratti il 15 - 17 - 24 - 31 - 80 ed 86 — racconta al Resto del Carlino — Con la giocata di 1 euro avevo centrato anche il numero jolly, che ora non ricordo quale fosse».

Poi lo schermo si è oscurato per un attimo, e in fretta l'annunciatore si è scusato: quelli appena annunciati erano i numeri di un'estrazione passata. Caterina non era più milionaria. Dopo quella sera, la donna si è rivolta all'avvocato Pompeo Azzolini chiedendo alla Rai un risarcimento di 50mila euro per lo stress psicologico procuratole. Da viale Mazzini, però, hanno proposto 18mila euro più le spese processuali. E ora dopo 6 anni Caterina chiede un risarcimento di 50 mila euro.

Per dimostrare che quanto racconta è accaduto davvero, Caterina dovrebbe portare con sé un testimone o una registrazione della puntata, ma non è semplice reperirne una. «Ricordo che “Striscia la notizia” si occupò dello stesso caso, intervistando una signora, mi pare di Torino. Faccio un appello, forse hanno ancora nei loro archivi la registrazione di quel servizio. O forse ce l’ha quella signora, o anche la Rai stessa, ma non so proprio come fare ad averne copia. Mi sento presa in giro e credo di averlo detto anche al giudice».

sabato 22 marzo 2014 - 18:01   Ultimo agg.: 18:03