lunedì 24 marzo 2014

L'insostenibile leggerezza degli smartphone ai concerti

La Stampa


Scherma
Si riapre il dibattito sull'abitudine di scattare foto e riprendere video: inevitabile segno dei tempi, trasformazione dell'esperienza musicale o seccatura per chi vuole godersi lo spettacolo? Intanto, alcuni artisti iniziano a vietare l'uso di telefonini e tablet.
Gli smartphone che hanno fatto traboccare il vaso sono apparsi lunedì 17 marzo al concerto milanese dei Disclosure. Un tappeto di piccoli schermi blu rivolti verso il palco. Naturalmente condivisa su YouTube, la scena ha fatto da spunto per un articolo di Damir Ivic su Soundwall, eloquente fin dal titolo: “Chi filma avvelena anche te (digli di smettere)” . E la discussione, ormai periodica , si è subito riaperta sui social network: gli smartphone ai concerti sono il bene o il male? Il loro uso andrebbe vietato, limitato, sconsigliato? 

Di certo, rappresentano la realtà. La luce calda degli accendini sulle canzoni più lente è ormai solo un ricordo di vecchi (fumatori) nostalgici: ai concerti negli stadi, nei festival, nei club, quella coreografia luminosa è stata sostituita dal collage degli schermi di smartphone e tablet. Che però non sono solo fonti di luce, ma anche rastrelli di informazioni: foto, video e suoni, da conservare nelle proprie memorie digitali o più spesso condividere su Facebook, Twitter, Instagram.

Secondo una ricerca Symantec del giugno 2013, il 92% dei “modern fan” (“uomini e donne che hanno partecipato recentemente a concerti, eventi e festival in 11 Paesi al mondo”) non solo porta uno smartphone a un concerto, ma lo identifica come l'unico oggetto irrinunciabile: più che i contanti, i documenti o la carta di credito. E sono in pochi a tenerlo in tasca: il 78% degli intervistati ha scattato foto e video, il 50% li ha condivisi su social network. A questi si può aggiungere chi lo accende ogni trenta secondi per twittare, aggiornare status su Facebook, controllare Whatsapp o esercitare qualsiasi altra attività tesa a rafforzare la propria identità sociale (complici le illuminazioni degli schermi, ai concerti ormai si vedono più facce blu che sul pianeta di Avatar). 

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Le discussioni seguite alla pubblicazione dell'articolo su Soundwall sono state molto vivaci e in parte hanno sfiorato i toni della classica battaglia generazionale: apocalittici old school contro giovani integrati. L'età conta, non c'è dubbio, lo conferma una banale esperienza personale: ventiquattro ore dopo lo show dei Disclosure, al concerto degli Afterhours a Venaria (Torino) gli smartphone accesi si contavano sulle dita di una mano. Il pubblico accorso per celebrare l'album del 1997 “Hai paura del buio?” e i fan dei Disclosure appartengono a due fasce anagrafiche diverse: inevitabile che siano differenti anche le abitudini/attitudini nel vivere un concerto. 

Ma spiegare tutto con il ricambio generazionale non è sufficiente. Il discorso è più complesso, trasversale e coinvolge direttamente anche gli artisti. In principio di web 2.0, quando i primi video girati dai fan sono apparsi su YouTube, non sono stati pochi quelli che si sono lasciati stuzzicare dagli aspetti creativi/partecipativi della novità. Dai Beastie Boys ai Radiohead , molte band hanno collaborato direttamente con il pubblico a progetti basati sulla ripresa video dei concerti. 

Man mano che lo smartphone è diventato uno strumento universale e lo spettatore-medio ne ha intensificato l'utilizzo ai concerti, però, anche l'atteggiamento degli artisti ha iniziato a cambiare. Oggi sono sempre più numerosi quelli che chiedono ai fan di limitare l'utilizzo di dispositivi mobili ai loro concerti: c'è chi lo fa con garbo e chi con una certa violenza, chi si preoccupa dell'esperienza del pubblico e chi ha paura di venir male in foto. Qualche esempio? Ne abbiamo raccolti nove (più quello di un intero festival che ha bandito l'uso degli smartphone) in questa galleria multimediale . Primi segnali di un ritorno al concerto-che-si-guarda-e-basta o inutile battaglia contro i mulini a vento digitali?  


L’Agcom: finito il boom del “mobile” e gli allacciamenti fissi sono in regresso

La Stampa
luigi grassia

Da due anni le compagnie non trovano nuovi clienti e se li rubano a vicenda. Il Garante: “Così manca l’incentivo a investire nelle reti di nuova generazione”


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Arriva il rapporto trimestrale dell’Agenzia delle Comunicazioni con una considerazione non scontata: osserva il Garante di settore che «la riduzione delle linee fisse disincentiva a investire in reti di nuova generazione». E questo in prospettiva è un guaio.

L’Agcom certifica che nel dicembre del 2013 rispetto a dicembre 2012 «si osserva un calo degli accessi complessivi alla rete fissa per circa 730 mila linee (-1,2 milioni negli ultimi 2 anni), in accelerazione rispetto a quanto omogeneamente osservato nei dodici mesi precedenti (-450 mila circa)». 

Se le comunicazioni da rete fissa piangono, quelle da rete mobile non ridono: dai numeri dell’Agenzia risulta che «il mercato delle linee mobili è fermo da due anni: nuovi clienti si acquisiscono solo rubandoli agli altri operatori, come testimoniano anche i circa 3,5 milioni di numeri “portati” ogni trimestre. Questo ha favorito la guerra dei prezzi in atto ormai da tempo». Per i clienti è una pacchia, ma nel medio periodo si profilano problemi. 

Tutta Milano dà la caccia ai ladri della libreria itinerante

La Stampa

federico taddia

Rubato “Pianissimo”, il furgoncino che portava libri di qualità in giro per l’Italia. L’ideatore doveva partecipare alla fiera del consumo critico “Fa’ la cosa giusta”


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«Mi hanno rubato un sogno, perchè al di là del danno economico, si sono presi un qualcosa che mi piaceva fare e che dava gioia e soddisfazione alle persone: ora l’unico pensiero è capire come ripartire». Non cede alla rassegnazione Filippo Nicosia, il 30 enne messinese ideatore di «Pianissimo», la libreria itinerante nata per portare libri di qualità là dove nessuno li porta, partendo dai piccoli comuni siciliani.

Ma dopo 50 tappe attraverso l’isola, «Leggiu», il vecchio furgoncino Fiat Panorama del ’76 tornato a nuova vita grazie questa sorta di «slow book», alla sua prima apparizione milanese è scomparso. Gli organizzatori di «Fa’ la cosa giusta», la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili in calendario il prossimo week end, avevano infatti invitato Nicosia a presentare la propria attività, in vista anche del tour in programma da maggio e che avrebbe visto «Pianissimo» lungo le strade di Campania, Basilicata, Puglia e Calabria. Una sosta di un paio d’ore nel primo pomeriggio di sabato in zona Naviglio è stata però fatale.

«La prima reazione è stata di incredulità – racconta Nicosia –. L’accoglienza della città è stata straordinaria e avevamo una fittissima agenda d’incontri: è un vero peccato per tutti. Poi, al di là del dispiacere per il legame affettivo verso quel mezzo su cui abbiamo macinato centinaia di chilometri di strada e decine di ore di letture, c’è anche la preoccupazione legata alle finanze: bisogna capire come rimborsare i 32 piccoli editori che ci avevano dato in conto-vendita i 500 libri del nostro personalizzato catalogo, e che rappresentano il cuore pulsante di “Leggiu”».

Alla notizia del furto sui social network si è subito scatenata una gara di solidarietà: decine di messaggi sono immediatamente comparsi sulla pagina Facebook di «Pianissimo», mentre un appello virale è rimbalzato in rete invitando chiunque a segnalare eventuali avvistamenti del furgone. «“Pianissimo” nasce sul rapporto di fiducia: tra noi e i lettori a cui vogliamo consigliare letture non banali, e tra noi e gli editori indipendenti, che hanno scelto di partecipare a questa scommessa consapevoli che sia arrivato il momento di sperimentare nuove forme di promozione al libro – aggiunge Nicosia –. Questo pessimo contrattempo non deve assolutamente incrinare il circolo virtuoso che si è creato: la fiducia deve rimanere, anzi deve aumentare, ora è solo urgente trovare il modo per ripartire. Non so né come e né quando: so solo che presto noi e i nostri libri saremo di nuovo in strada».



Un lettore ritrova il furgone-libreria. Era stato rubato a Milano

Corriere della sera

 

Funziona il tam tam sul web dopo il furto della libreria itinerante ideata da Filippo Nicosia. Il camioncino, con dentro quasi tutti i libri, era stato abbandonato sul Naviglio

di Alessandro Beretta
 
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Dal mondo di storie di cui è carico, i 300 titoli che il furgone di Pianissimo libri porta con sé, il caso ha scelto un lieto fine. Rubato sabato, il furgone Leggiu, un vecchio Fiat Panorama 900 bianco, è stato ritrovato stamattina sull’alzaia del Naviglio pavese, all’altezza del civico 311, parcheggiato dietro una casetta rossa. A notarlo, un lettore sceso per portare a spasso il cane - l’impiegato assicurativo Luigi Punzi, circa 50 anni - che aveva visto l’appello per ritrovarlo su Corriere.it e i social network. «Alle 10.30 l’editore Terre di mezzo che ha invitato Pianissimo libri a Milano, ha ricevuto una chiamata, ci segnalavano Leggiu -racconta Filippo Nicosia, il ragazzo messinese che anima la libreria itinerante - ed era proprio lui. Sono chiaramente felicissimo». Il furgone è integro, a parte la serratura della porta del guidatore che è stata forzata per entrare: il ladro la teneva chiusa con una corda. E i libri, circa 600 copie, come stanno? «Ci sono tutti - prosegue Nicosia - a parte uno scaffale che è scomparso, ma è poca cosa: forse sono caduti, forse il ladro li ha giocati o venduti». Un’altra storia, per ora immaginata, che tocca quella del ladro, suo malgrado, di cultura.


L’avventura di «Pianissimo», libreria itinerante L’avventura di «Pianissimo», libreria itinerante
 
L’avventura di «Pianissimo», libreria itinerante L’avventura di «Pianissimo», libreria itineranteL’avventura di «Pianissimo», libreria itinerante
 
Il tam tam dei social network, dalle foto segnaletiche di Leggiu alle tante idee di colletta per rimborsare i libri agli editori e aiutare Filippo, è servito veramente a qualcosa. Leggiu e Pianissimo libri, dopo un salto dal meccanico, ricominciano subito il loro tour: oggi a Baggio, domani ai Frigoriferi milanesi e al parco Trotter e infine alla «Fiera Fa’ la cosa giusta» (appuntamenti su www.terre.it).

@bedrella
24 marzo 2014 | 11:54

Il Vaticano fa il "divorzio breve". Ed è più veloce del Parlamento

Serena Sartini - Lun, 24/03/2014 - 08:55

Mentre da noi la legge si è arenata tra mille cavilli, la Santa Sede snellirà la procedura per annullare le nozze: da due a un anno

Il Vaticano accelera sui tempi dell'annullamento del matrimonio religioso e mentre in Italia la proposta di legge sull'introduzione del cosiddetto «divorzio breve» si è nuovamente arenata in Parlamento, la Santa Sede è pronta ad emanare una nuova normativa che snellisce sensibilmente la procedura per il «divorzio cattolico».


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Attualmente, infatti, mentre per la legge civile occorrono tre anni di attesa per la separazione, e altrettanti per il divorzio, per lo scioglimento del matrimonio cristiano servono in media due anni. Ma il Vaticano, su indicazione partita già da Benedetto XVI, intende sveltire i tempi arrivando di fatto quasi a dimezzarli. Le cause di nullità restano le solite, ma ciò che la Santa Sede intende velocizzare è la procedura. Il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, una sorta di ministero della giustizia vaticana, sta già lavorando da tempo su una modifica in campo procedura. E ora le nuove procedure potrebbero entrare presto in vigore.

Negli ultimi anni il numero delle pratiche per chiedere la nullità dei matrimoni è salito alle stelle. Una valanga di cause, sarebbero migliaia, davanti ai tribunali ecclesiastici di ex innamorati che intendono rifarsi una vita nuova. E se fino a qualche anno fa Sacra Rota era sinonimo di ricchezza, ora l'accesso al Tribunale della Santa Sede è alla portata di tutti: si va dai 1.500 ai 3.000 euro. Cause low cost e veloci, dunque. Ma come funziona attualmente il procedimento per ottenere l'annullamento?

Tecnicamente si tratta di un «riconoscimento di nullità» poiché, secondo la dottrina cattolica, il matrimonio è uno e inscindibile. È il Tribunale ecclesiastico - in Italia esistono 18 tribunali regionali - che accerta la sussistenza di una causa di nullità. È questo il primo grado di giudizio del processo che, in media, dura un anno. Si passa poi a una seconda sentenza - tempo stimato un altro anno - che deve essere conforme alla prima. Altrimenti si ricorre alla Sacra Rota, paragonabile alla Cassazione.

Le cause di nullità delle nozze restano quelle previste dal codice di diritto canonico, tra le quali, le più significative sono: l'impotenza, la incapacità per insufficiente uso della ragione, la incapacità di natura psichica, l'inganno. Tuttavia negli anni recenti sono state aggiunte altre casistiche, come il narcisismo, la propensione alla poligamia, l'abuso di alcol e la persistente tendenza a dire bugie. E recentemente, il tribunale ecclesiastico di Genova ha indicato anche il «mammismo» come motivo per rendere nulle le nozze.

La Santa Sede ora stringe i tempi: dagli attuali due anni per ottenere l'annullamento, l'obiettivo è dimezzarli. Una richiesta che si è resa necessaria anche in seguito alle osservazioni contenute nei questionari restituiti in vista del Sinodo sulla famiglia che hanno indicato l'opportunità di velocizzare i procedimenti. Come a dire che il Vaticano punta alla preparazione pre-matrimoniale e a nozze più solide.

Il nonno scrive una lettera ai nipotini prima di morire. Le parole che commuovono il web

Il Mattino

LONDRA - Si chiama James K. Flanagan l'autore di questa commovente lettera: l'uomo è scomparso il 3 settembre 2012 ma, poco prima di morire, ha deciso di lasciare un messaggio di vita ai suoi cinque nipoti.
 

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Vi riportiamo il testo completo: "Cari Ryan, Conor, Brendan, Charlie e Mary Catherine, la mia Rachel mi ha spinto a scrivere una lettera con qualche consiglio per voi, in cui raccontarvi le cose importanti che ho imparato nella mia vita. L’ho iniziata a scrivere l’8 aprile 2012, alla vigilia del mio 72° compleanno.

Ognuno di voi è un meraviglioso dono di Dio, un dono per la vostra famiglia e per tutto il mondo. Ricordatelo sempre , soprattutto quando i venti freddi portati dai dubbio e dai momenti tristi arriveranno nella vostra vita. Non abbiate paura...di niente e di nessuno. Inseguite i vostri sogni, non fatevi scoraggiare dalle difficoltà o da quello che può pensare la gente. Troppe persone non fanno quello che vogliono e poi passano la vita a giudicare quello che fanno gli altri. Evitare quei pessimisti acidi che vivono di “se” e di “ma”. Non fatevi condizionare. La cosa peggiore nella vita è guardare indietro e dire : “Avrei dovuto...Avrei potuto”. Prendetevi dei rischi, fate degli errori .

Tutti gli esseri umani sono uguali. Alcune persone possono indossare cappelli stravaganti o avere grandi titoli o avere (temporaneamente) un grande potere e per questo credono di essere superiori. Non credeteci. Hanno i vostri stessi dubbi, le stesse paure e le stesse speranze, mangiano, bevono, dormono e scoreggiano come tutti gli altri . Fate un elenco di tutto ciò che volete fare nella vita: viaggi in luoghi lontani, imparare un mestiere o una lingua, incontrare qualcuno di speciale. Fate alcune di queste cose ogni anno. Non dite mai “Lo farò domani “. Non c’è un giorno “giusto” per iniziare qualcosa, ora è il momento giusto. Siate altruisti andate nel mondo ad aiutare le persone, soprattutto i più deboli, i paurosi e i bambini. Ognuno porta dentro di sé un grande dolore e ognuno ha bisogno di compassione.

Non unitevi all’esercito o a qualunque organizzazione che tenti di uccidervi. La guerra è un male. Tutte le guerre sono iniziate con vecchi uomini che costringevano i giovani ad odiarsi e ad uccidersi tra loro. Leggete libri, il maggior numero che potete. Sono una meravigliosa fonte di gioia, saggezza e ispirazione. Siate sinceri . Viaggiate sempre ma soprattutto durante la giovinezza. Non aspettate di avere abbastanza soldi o fino a quando tutto sarà organizzato perfettamente. Questo non succederà mai. Scegliete la professione che amate. Un posto di lavoro deve essere una gioia, non lavorate solo per il denaro, la vostra anima verrà paralizzata.

Non urlate. Non serve, mai, fa male a voi stessi e gli altri. Ogni volta che ho urlato ho fallito. Mantenete sempre le promesse che fate ai bambini. Non dite “vedremo” quando si intende “no”. I bambini vogliono la verità. Dite loro la verità con amore e gentilezza. Non dite a nessuno che lo amate se non è vero. Vivete in armonia con la natura: state all’aria aperta, nei boschi, in montagna, al mare, nel deserto. E’ importante per l’anima. Abbracciate le persone che amate. Dite loro quanto sono importanti per voi ora, non aspettare che sia troppo tardi. Siate grati ogni giorno per quello che avete."

domenica 23 marzo 2014 - 21:22   Ultimo agg.: lunedì 24 marzo 2014 10:48

Gerusalemme, un mosaico di quartieri contesi

La Stampa
maurizio molinari

Ecco perché è difficile ipotizzare una pianta comune nei negoziati in corso tra il premier israeliano Netanyahu e il leader Abu Mazen


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Se il Medio Oriente è un mosaico di conflitti con al centro il tassello dei confini contesi fra israeliani e palestinesi, è la città di Gerusalemme ad essere l’argomento più difficile da trattare come dimostra l’impossibilità di arrivare perfino a ipotizzare una pianta comune della città nei negoziati in atto fra Benjamin Netanyahu e Abu Mazen. Le foto che vi mostriamo descrivono e riassumono alcuni degli attriti che segnano Gerusalemme e in particolare i suoi quartieri Orientali, occupati da Israele dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967 e annessi al resto della città nel 1980, dove oggi vivono circa 370 mila arabi a fronte degli circa 500 mila ebrei che popolano Gerusalemme Ovest. 

Partiamo da Givat Hamatos (foto 1) una collina al di là della linea verde - il confine del cessate il fuoco del 1949 - dove il governo israeliano ha un piano di sviluppo edilizio per realizzare costruzioni a cui i palestinesi si oppongono nel timore che nell’arco di pochi anni si trasformi in un quartiere ebraico in piena regola come la vicina Har Homà (foto 2) che negli anni Novanta fu oggetto di un duro braccio di ferro di Israele con gli Stati Uniti. Per Israele Givat Hamatos e Har Homà compongono assieme a Gilò un blocco di centri abitati che proteggono il fianco Sud-Est di Gerusalemme e saranno presto attraversati dalla “Begin South”, un’autostrada a sei corsie che consentirà agli abitanti degli insediamenti ebraici del Gush Etzion, in Cisgiordania, di attraversare rapidamente la città in direzione Nord. Attorno ad Har Homà vi sono quartieri o città arabe: Betlemme, Beil Jallah, Bent Sahur in Cisgiordania, Sur Bahar e Jabal Mukaber dentro il perimetro municipale di Gerusalemme.

Da Jabal Mukaber si può osservare l’intera Gerusalemme, da Ovest a Est. A ridosso di Jabal Mukaber, appollaiato fra case arabe, c’è il complesso ebraico di Nof Zion (foto 3) costruito dal nulla sulle pendici scoscese, sorvegliato 24 ore su 24 da sicurezza privata, immerso nel quartiere arabo di Abu Tur. Qui è possibile vedere come singole famiglie o istituzioni ebraiche hanno acquistato palazzi, case o anche solo camere di case per conquistare spazi strategici. Oltre Abu Tur si estende Silwan, uno dei quartieri più estesi e popolosi della città araba da dove si ha una prospettiva insolita ella moschea di Al Aqsa (foto 4) fino ad arrivare davanti alle mura della Città Vecchia dove sorge il parco archeologico israeliano “City of David” nel quale sono in corso scavi (foto 5) a cui i palestinesi si oppongono considerandoli un tentativo di appropriarsi dell’eredità storica di Gerusalemme.

Lasciando Silwan in direzione Est, dopo il Monte degli Olivi, si arriva a Ras al-Amud che confina con Abu Dis, dove il leader palestinese Yasser Arafat alla metà degli anni Novanta immaginò di stabilire la sede del governo del nuovo Stato. Ras al-Amud è dentro i confini di Gerusalemme, dichiarata capitale unica e indivisibile di Israele con una legge del 1980, mentre Abu Dis è in Cisgiordania ed a segnare la separazione fra le due aree è la barriera di cemento (foto 6) oltre la quale si intravedono i palazzi dell’Università Al Quds. Poco più a Nord, passato Al-Tur e l’ospedale Victoria - il maggior centro medico palestinese di Gerusalemme Est - si arriva a Monte Scopus, sede dell’Università Ebraica di Gerusalemme da dove si ha una vista mozzafiato verso Est, arrivando con lo sguardo all’orizzonte della Valle del Giordano (foto 7).

E’ al centro di questo panorama che si trova la collina più contestata dell’intera Cisgiordania. Il nome topografico è “E1” (foto 8) ed ha causato in più occasioni scintille fra il governo Netanyahu e l’amministrazione Obama. “E1” è di importanza strategica per la presenza ebraica in Cisgiordania perché può creare una continuità geografica fra il Monte Scopus e il più lontano insediamento di Maalei Adumim, dove vivono oltre trentamila persone, creando una vasta area di popolazione ebraica alle spalle dei quartieri arabi di Gerusalemme Est. Per l’Autorità palestinese “E1” cela il progetto di impedire la continuità fra i quartieri arabi e così anche la creazione della capitale del futuro Stato a Gerusalemme Est. L’amministrazione Obama ritiene che qualsiasi forma di sviluppo edilizio a “E1” è capace di far crollare il negoziato israelo-palestinese. Per questo si tratta della collina più monitorata dell’intera Cisgiordania, sulla cui cima gli israeliani hanno costruito una stazione di polizia pronta ad essere usata ma ancora vuota.

Lavoro interinale: non si può rimandare all’infinito l’assunzione a tempo indeterminato

La Stampa

L’addetto a un call center ha diritto all’assunzione a tempo indeterminato dopo tre successive proroghe del rapporto a termine. Lo ha stabilito la Cassazione nella sentenza 161/14.
 

anagrafe-kPaEUna donna, dopo aver stipulato due contratti di lavoro temporaneo con un’agenzia interinale e dopo tre successive proroghe, chiede che venga dichiarato sussistente un rapporto di lavoro direttamente con l’impresa utilizzatrice e a tempo indeterminato In primo grado, ella vede riconosciute le sue ragioni ma la Corte d’Appello di Torino precisa che il contratto di fornitura di lavoro temporaneo ha natura causale, nel senso che l'imprenditore può farvi ricorso solo nei casi previsti dalla legge e dalla contrattazione collettiva e che ciò implica la necessaria esplicitazione del motivo della sua conclusione, cui è collegata la possibilità di controllarne il rispetto.

La Corte aggiunge anche che l'indicazione della causale deve essere sufficientemente specifica così da poter essere oggetto di successivo accertamento giudiziale, specificità che mancava nel caso in esame. Ciò premesso, però, la Corte assume che, diversamente da quanto essa stessa aveva sostenuto in precedenti decisioni, l'indicazione generica dei motivi di ricorso al lavoro temporaneo non comporta la conversione del rapporto di lavoro alle dipendenze della impresa utilizzatrice e a tempo indeterminato. La donna propone, quindi, ricorso in Cassazione. La tesi sostenuta dalla Corte d'appello non è fondata.

La Corte di Cassazione si è più volte espressa sulla questione: «in materia di contratto di lavoro interinale, la mancata o la generica previsione, nel contratto intercorrente tra l'impresa fornitrice ed il singolo lavoratore, dei casi in cui è possibile ricorrere a prestazioni di lavoro temporaneo, in base ai contratti collettivi dell'impresa utilizzatrice, spezza l'unitarietà della fattispecie complessa voluta dal legislatore per favorire la flessibilità dell'offerta di lavoro nella salvaguardia dei diritti fondamentali del lavoratore e fa venir meno quella presunzione di legittimità del contratto interinale, che il legislatore fa discendere dall'indicazione nel contratto di fornitura, delle ipotesi in cui il contratto interinale può essere concluso».

La stessa Corte ha precisato che quando il contratto di lavoro che accompagna il contratto di fornitura è a tempo determinato, alla conversione soggettiva del rapporto, si aggiunge la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato tra l’utilizzatore della prestazione, datore di lavoro effettivo, e il lavoratore. Il ricorso è, quindi, accolto con rinvio alla corte d’Appello in diversa composizione.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Nessuno reclama i resti di Pacciani

La Stampa
17/07/2013


Riesumati a 15 anni dalla sepoltura potrebbero finire in fossa comune



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Pietro Pacciani, processato come il «mostro di Firenze», accusato di sette degli otto duplici omicidi attribuiti al maniaco delle coppiette, morì il 22 febbraio 1998

Pare che su quella tomba nessuno abbia mai portato un fiore. Solo qualche anno fa, sulla croce in legno, comparvero due mazzi di rose rosse, finte e sbiadite. Il custode del cimitero disse che prima stavano davanti a un’altra lapide e che qualcuno le aveva messe lì più per non buttarle via che per pietà. A quindici anni dalla morte, la figura di Pietro Pacciani resta sinistra e ingombrante: al di là di un articolato percorso giudiziario, nell’immaginario collettivo lui è il mostro di Firenze. Stamani i suoi resti sono stati riesumati. Così come nel giorno del funerale, non si è presentato alcun familiare. Forse finirà in una fossa comune.

Pacciani è morto la notte fra il 21 e il 22 febbraio 1998. Come previsto dal regolamento del cimitero, dopo quindici anni dalla tumulazione, i suoi resti sono stati riesumati. Stamani gli addetti hanno rimosso la tomba: il contadino era sepolto in terra, nel cimitero di Mercatale. Nei giorni scorsi, i funzionari del Comune di San Casciano hanno cercato i familiari di Pacciani per comunicare la data della riesumazione, ma nessuno si è presentato. I resti sono stati così sistemati in una cassetta di zinco, dove verranno conservati per i prossimi sei mesi. Se nessuno li reclamerà saranno messi in una fossa comune. La moglie di Pacciani, Angiolina, è morta nel 2005. Anche lei è stata sepolta nel cimitero di Mercatale, lontano dal marito però. Sono ancora in vita le due figlie, quelle che durante il processo per il “mostro di Firenze” raccontarono gli abusi e le violenze che fin da piccole avevano dovuto subire dal padre.

Pacciani venne trovato morto nella sua abitazione. Dopo essere stato scarcerato, viveva da solo. A scoprire il cadavere furono i carabinieri, avvertiti da alcuni vicini. Secondo il medico, la causa del decesso fu un arresto cardiocircolatorio. Per l’indagine sugli omicidi del Mostro di Firenze - otto coppiette uccise nelle campagne fiorentine dal 1968 al 1985 - il contadino di Mercatale fu arrestato il 16 gennaio del 1993. Nel 1994 venne condannato all’ergastolo, ma nel processo d’appello fu assolto. Quando morì, era in attesa di un nuovo processo: la Cassazione aveva annullato l’appello anche alla luce degli sviluppi investigativi, che avevano portato alla scoperta dei `compagni di merende´: Mario Vanni e Giancarlo Lotti. L’ultimo di loro ad andarsene, nel 2009, è stato Mario Vanni, il postino. Al suo funerale andarono 11 persone. 

Tombe di famiglia usate vendute all’asta al cimitero Monumentale

La Stampa
03/10/2013

beppe minello

Costano meno di quelle nuove e si trovano nel cuore del cimitero



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Nell’«altra Torino» il mercato immobiliare ha iniziato a muoversi. Poca roba, per ora. Solo tre tombe, a fronte di un «mercato» di quasi 600 edifici. Ma era da un decennio che al Monumentale, il più grande e, a suo modo, affascinante cimitero cittadino, non si muoveva foglia.

Groviglio di leggi
Tali e tanti regolamenti, delibere, leggi di dubbia interpretazione si erano accavallati e intrecciati sull’acquisto delle tombe di famiglie estinte e, quindi, abbandonate, che c’è voluta la tenacia e, perché no?, la passione di un’oscura dirigente della giunta comunale, Elisabetta Bove, che si occupa anche della vigilanza dei cimiteri, per sbrogliare i fili della matassa e confezionare un’asta per le prime dieci tombe, riuscendo, alla fine, a venderne tre.

Era dicembre e forse solo oggi, dieci mesi dopo per dire la burocrazia, si riuscirà ad autorizzare uno dei tre assegnatari, l’avvocato Patrizia Polliotto , volto noto dell’establishment torinese (è nella Compagnia di San Paolo, nella Finanziaria del Comune e il marito è il notaio ed ex-senatore azzurro Scarabosio, a suo tempo nell’inner circle del Cavaliere) a iniziare i lavori di sistemazione di quella che diventerà la tomba di famiglia. Immaginiamo i riti scaramantici che starà suscitando la lettura di quest’articolo e anche l’imbarazzo di entrare a piedi giunti nella privacy delle persone.

Ma l’avvocato Polliotto è donna che non deve chiedere mai e non ha remore a spiegare di essere venuta a conoscenza della possibilità di acquistare una tomba, che tecnicamente si definisce «decaduta», nel 2004 . «All’epoca - ricorda - era ancora in vigore il vecchio sistema della trattativa privata. Una cliente era interessata e ne ho seguito la pratica. Ho pensato che fosse una cosa buona anche per la mia famiglia ma, alla fine, le regole sono cambiate e sono rimasta con il cerino in mano». Poi, grazie al lavoro della dottoressa Bove che ha avuto carta bianca dall’ex-vicesindaco Dealessandri e, ora, dall’assessore Stefano Lo Russo, si è arrivati all’asta.

Non è stato facile. Al Monumentale dove, tra loculi e cellette, riposa un quarto di milione di persone, e dove le tombe di famiglia sono circa 7.500, cioè oltre il 90% delle esistenti in tutti e 6 i camposanti torinesi, il passaggio delle tombe di famiglia avviene ormai solo per via testamentaria mentre, prima che lo vietasse la legge, era possibile la vendita tra vivi. Il problema, capirete, inizia così a sorgere quando la famiglia proprietaria della tomba si estingue. E diventa improcrastinabile quando l’edificio vacilla arrivando a minacciare alla sicurezza di chi frequenta il cimitero.

E a quel punto che inizia la procedura per dichiarare «decaduta» la concessione, che per le più antiche è eterna mentre i subentri hanno un tetto di 99 anni. Avvisi sull’Albo Pretorio e ricerche storiche per individuare eventuali eredi attraverso l’Anagrafe, hanno permesso di dichiarare decadute già 156 tombe, mentre per altre 141 la pratica è in corso e sono già stati rintracciati gli eredi dei proprietari di 17 di esse. Il fatto che il Comune abbia messo all’asta solo 10 «decadute» è stata una scelta per testare il mercato.

E le 10 proposte sono indubbiamente le migliori, le più belle rispetto a tombe di famiglia che, spesso, si riducono a cripte sotterranee di, diciamo, scarso appeal e di difficile gestione. I nuovi proprietari devono ovviamente risistemare l’edificio e rispettare le caratteristiche originarie del manufatto, compreso il nome dei precedenti proprietari. L’avvocato Polliotto, ad esempio, dovrà rispettare «il bassorilievo, presumibilmente in bronzo e di forma circolare - si legge nella relazione tecnica - che raffigura i busti dei coniugi concessionari». Il nuovo proprietario deve provvedere anche alle spoglie conservate nella tomba: o tenendole o curandone la sistemazione in altre parti del cimitero.

L’acquisto è un affare
Le tombe «usate», perché di questo alla fin fine si tratta, sono anche convenienti: le tre aggiudicate hanno fatto incassare al Comune oltre 190 mila euro: la più «economica» è andata via a 51 mila euro, le altre a 69 e 74 mila euro. Va da sé che bisogna aggiungere il costo dei lavori di sistemazione. Ma volete mettere la posizione? Se il Monumentale è paragonabile a un’«altra Torino», come sosteneva un cultore della materia qual è l’ex assessore Beppe Lodi che arrivava a sfoggiare una piccola bara sulla scrivania, le tombe messe all’asta sono nell’area che potremmo definire l’«altra Crocetta». 

Chi volesse farsi una tomba di famiglia ex-novo andrebbe incontro a una spesa analoga a quella affrontata dai tre pionieri di cui sopra. Ma finirebbe in una zona del cimitero più periferica, sul viale Brin, così chiamato perché la prima tomba è quella dell’ammiraglio Benedetto Brin. Anche l’edificio che ci verrà proposto dall’Afc, l’Azienda che cura i cimiteri, non costerà di meno e, prefabbricata com’è, sarà di dubbia personalità. Altri tempi quando, nell’imminenza della ricorrenza dei morti, il critico della «Stampa» recensiva le tombe più belle.

Il mio ricordo di Berlinguer, il "santo" rosso

Libero


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Mi ha sbalordito l’ondata di culto quasi religioso che ha accolto il film di Walter Veltroni su Enrico Berlinguer. Una folla di vip si è inchinata davanti all’ombra del segretario del Pci come si usa fare con i santi. E dopo l’inchino si prega, si chiede una grazia, si piange commossi. Ma Berlinguer era davvero un santo? No, era un leader politico di prima fila, nonostante i molti errori compiuti e l’handicap di non aver mai battuto il partito avversario, la Balena bianca democristiana. E penso che, almeno per me, l’unico modo per rendergli giustizia, senza inutili piaggerie, sia quello di ricordarlo in due o tre casi che ho vissuto anch’io.

La prima volta che intervistai Berlinguer era il giugno 1976, vigilia elettorale. Lavoravo per il Corriere della sera e mi presentai alle Botteghe oscure con un quaderno, una biro e un elenco di domande. Mi accolse Tonino Tatò, l’assistente, l’angelo custode, il suor Pasqualino di re Enrico, sempre all’erta. Era l’opposto del principale: un incrocio tra il centurione e il barbiere di lusso, aitante e sboccato. Mi accolse a muso duro: «Hai scritto sul partito delle formidabili stronzate! Chi te le ha raccontate tutte ’ste balle su Enrico che ho letto nella tua inchiesta sul Pci?». Cominciò a scorrere le mie domande alla velocità del suono. Poi emise il primo giudizio: «Cazzo!». Non gli piaceva la domanda su Dubcek, il leader cecoslovacco messo a terra dai carri armati sovietici nel 1968: «Lascia perdere Dubcek, porta jella!». E meno che mai quella sulla Nato: «Che c’entra la Nato con l’obbligo di sconfiggere ’sti cazzo di democristiani?».

Invece Berlinguer rispose a tutte le mie domande, e a proposito della Nato disse di sentirsi più sicuro in Occidente che sotto il Patto di Varsavia. Mi diede un’intervista coraggiosa, anche se conosceva più di tutti il peso dell’Unione sovietica. Infatti il testo del nostro colloquio (cinque ore di lavoro, compreso il lungo controllo della prima stesura, e le tantissime Turmac fumate dal segretario) venne subito inviato all’ambasciata sovietica di Roma. Nella persona di Enrico Smirnov, il primo segretario, un funzionario intelligente che parlava alla perfezione l’italiano.

Che cosa accadde dopo quel secondo controllo, lo compresi quando l’intervista apparve la stessa mattina sul Corriere e l’Unità. Nel testo pubblicato dal quotidiano comunista erano scomparse tutte le domande e le risposte sulla Nato, proprio quelle che stavano provocando un dibattito alla grande sul «Nato-comunismo» di Berlinguer. Allora telefonai al direttore dell’Unità, Luca Pavolini, e gli chiesi conto della censura. Replicò con una risata: «Pensi davvero che un povero direttore possa censurare il segretario generale del Pci?». Compresi che domande e risposte erano state sbianchettate per ordine di re Enrico e su richiesta dell’ambasciata dell’Urss. Certe eresie non potevano apparire sul giornale ufficiale del partito, una specie di Vangelo intoccabile.

Rispetto all’Urss, anche Berlinguer poteva godere appena di una sovranità limitata. Persino quando azzardò il famoso strappo, dichiarando che la forza propulsiva del comunismo sovietico si era esaurita, non gli fu possibile mutare campo per incontrarsi con i socialdemocratici europei. Del resto aveva ingaggiato una guerra all’ultimo sangue con il leader dei socialisti italiani, Bettino Craxi. Il nemico vero del Pci non era la Dc, ma il segretario del Psi. Ed è una favola che li dividesse la questione morale. Anche il Pci si finanziava con le tangenti, poiché i generosi contributi di Mosca non bastavano mai. Craxi era considerato un nemico perché insidiava la forza politica dei comunisti. In una nota riservata del 1978, scritta da Tatò per Berlinguer, veniva dipinto così: «Un avventuriero, anzi un avventurista, un abile maneggione e ricattatore, un figuro moralmente miserevole e squallido, del tutto estraneo alla classe operaia».

Nel 1984, quando Craxi diventò presidente del Consiglio e presentò un decreto legge sulla scala mobile, diretto a far calare l’inflazione, con una riduzione molto modesta dei salari, contro il leader del Psi Berlinguer scatenò una guerra senza quartiere. Il segretario del Pci, di solito molto misurato nel parlare, arrivò a dire: «L’ostinazione di Craxi nel tenere in piedi quel decreto rasenta i limiti di un atto osceno in luogo pubblico». E il 20 febbraio di quell’anno, quattro mesi prima di morire, sparò una raffica di accuse contro il segretario socialista: non tollera il Parlamento, pratica metodi autoritari, il suo decreto è un attentato a una delle libertà irrinunciabili della democrazia repubblicana. Morale: Craxi cerca una crisi politico istituzionale che può essere di proporzioni impensabili. Più di una volta ho visto Berlinguer scherzare col fuoco. Era accaduto anche nell’ottobre 1980, quando la Triplice sindacale decise di bloccare la Fiat Mirafiori. Il segretario del Pci non era per niente d’accordo con il blocco: lo considerava una battaglia perduta.

E non aveva nessuna voglia di muoversi dalle Botteghe oscure per correre a Torino. Poi si convinse che non andarci avrebbe leso la sua immagine di capo supremo della sinistra. Si presentò al cancello 5 di Mirafiori, avendo a fianco l’inseparabile Tatò, più che mai aitante, e uno scheletrico Piero Fassino, che allora era il funzionario del Pci torinese incaricato di seguire le fabbriche. E regalò ai blocchisti qualche parola che a molti cronisti, me compreso, sembrarono davvero incaute: «Se si arriverà all’occupazione della Fiat, dovremo organizzare un grande movimento di solidarietà in tutta l’Italia. Esistono esperienze di un passato non più vicino, ma che il Pci non ha dimenticato. Noi metteremo al servizio della classe operaia il nostro impegno politico, organizzativo e di idee».

La promessa ebbe un seguito che mi venne raccontato dal leader della Cgil, Luciano Lama. Lui non voleva l’occupazione della Fiat e chiese a Berlinguer: «Credi di aver fatto bene ad andare al cancello di Mirafiori?». Con una smorfia di fastidio, re Enrico rispose: «In questo momento bisogna spendere tutto e dare ai lavoratori la prova che noi siamo con loro. E poi guarda che io non ho detto che loro dovevano occupare la Fiat. Ho soltanto sostenuto che, se l’avessero fatto, il Pci sarebbe stato con gli operai». Però Lama era un romagnolo e non accettava di essere preso in giro dal segretario del suo partito. Gli replicò: «Caro Berlinguer, la differenza c’è. Ma per chi ti ha ascoltato quel giorno davanti alla Fiat non è poi così grande». Berlinguer non aprì bocca. E offrì a Lama soltanto il proprio aspetto: una figura smilza, da adolescente che non ha mai giocato a pallone, le spallucce un tantino incassate, la schiena già curva, un viso più vecchio dei suoi 58 anni, un pallore grigio da fatica, occhiaie, rughe, una barba da fine giornata pressoché bianca, il solito vestito un po’ informe, la cravatta rossiccia annodata alla meglio.

Se fosse ancora in vita, oggi Berlinguer avrebbe 92 anni. A Matteo Renzi non servirebbe rottamarlo. Del resto, i giovani di oggi non sanno più chi sia questo politico sardo che si è trovato al centro di mille tempeste. Per fortuna, esistono ancora i vecchi cronisti, come il sottoscritto. Veltroni dovrebbe ringraziarci uno per uno poiché diamo un senso alla sua nuova vita da regista di documentari.

di Giampaolo Pansa

Apple alza il prezzo dell'iPhone 6: 100 dollari in più rispetto al 5S

Il Mattino


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ROMA - Il nuovo iPhone 6 potrebbe costare decisamente di più rispetto al 5S. Secondo i rumors la Apple vorrebbe lanciare il nuovo smartphone a 100 dollari in più rispetto alla versione precedente. La notizia proviene da Andy Hargreaves della Pacific Crest, il quale ha ipotizzato un aumento di prezzo intorno ai 100 dollari, il prezzo obiettivo raggiungerebbe quindi i 635 dollari. Il motivo dell’aumento di prezzo, sempre secondo Hargreaves, risiede nel fatto che gli utenti Apple sono relativamente ricchi.

lunedì 24 marzo 2014 - 08:46

Chromecast, cos’è e come funziona la tv di Google

La Stampa
bruno ruffilli

Un gadget economico, semplice da usare, versatile che permette di creare un palinsesto su misura. E più ampio di quel che sembri a prima vista


Chromecast
Basta infilare la chiavetta nella porta Hdmi, lanciare l’app, e anche il televisore più stupido diventa intelligente. Il miracolo costa 35 euro e si compie grazie a Chromecast, lanciato da Google qualche mese fa negli Usa e appena arrivato in Italia. Permette di vedere in tv i contenuti audio e video di apparecchi Android, iPad e iPhone, si connette a internet per riprodurre filmati da YouTube. Dietro il televisore scompare completamente alla vista, anche con i modelli più sottili, e per funzionare non ha nemmeno bisogno dell’alimentatore, a patto che l’apparecchio abbia una porta Usb libera da cui ricavare l’energia necessaria. Chrome cast è la risposta di Mountain View all’Apple tv , e soprattutto, è la chiave che apre le porte del Play Store, il negozio online di Google dove noleggiare o acquistare film. 

Così ognuno può crearsi un palinsesto su misura, mettendo insieme serie tv, film, video dalle fonti più diverse. Era già possibile farlo con Apple tv, con un televisore smart, di quelli che si connettono direttamente a internet, con le console per videogiochi (sia Xbox che Playstation hanno i loro store online per film se serie tv). Ma con Chromecast la scelta è più ampia, intanto perché il catalogo dei film sullo store non è male, poi perché YouTube offre gratuitamente interi film e contenuti da varie emittenti televisive (c’è La 7, Rai e altri, e l’offerta in inglese è molto più ricca). Ancora, perché con Chromecast si può accedere a Vevo, Red Bull TV, Viki, Post TV (la tv del Washington Post), senza contare le tante app musicali. I servizi aumenteranno, ma per ora in Italia mancano quelli che in America sono più diffusi: Hulu, HBO, Netflix, che con un piccolo canone mensile permettono di noleggiare film appena usciti e serie tv esclusive, come «House Of Cards». 


Accordi con Sky, Mediaset o Rai, avrebbero permesso di avere altri contenuti sul Chromecast: forse arriveranno, ma l’asso nella manica del gadget di Mountain View sta nella possibilità di portare in tv tutto quello che è sullo schermo di qualsiasi computer dove sia installato il browser Chrome. E quindi anche altri servizi di noleggio film online, ad esempio Chili.tv o Infinity.tv (che richiede un abbonamento, oltre al costo del singolo titolo). Abbiamo testato la funzionalità con il sito della Rai, e l’apparecchio ha trasmesso senza problemi le immagini, proprio come avere un cavo collegato direttamente tra computer e televisore. 

In questo modo si aprono prospettive potenzialmente infinite per Chromecast, anche se non tutte legali. Nulla vieta, ad esempio, che in una finestra del browser Chrome sia aperto un sito di streaming pirata: e qui l’offerta è strabordante. Gratis, senza complicate procedure di registrazioni, senza clausole punitive, così frequenti invece nei servizi legali. Perché, ad esempio, un film noleggiato deve essere visto per forza entro due giorni? Perché alcuni titoli sugli store online si possono solo acquistare, e solo dopo tre o quattro ore di attesa per il download? Perché a volte il file digitale di un film costa più del corrispondente disco blu-ray, per non dire del biglietto del cinema? Misteri della distribuzione cinematografica.

Che pare non aver ancora imparato la lezione degli Mp3: all’inizio esisteva solo la pirateria, e fu solo con l’arrivo di iTunes Store di Apple che cominciò a farsi strada nel pubblico l’idea di un servizio semplice ed economico per acquistare legalmente musica online. Google Play e gli altri servizi disponibili oggi in Italia sono un passo nelle giusta direzione, ma studios cinematografici ed emittenti televisive dovranno faticare molto per recuperare il tempo perduto a litigare su diritti e formati. E le alternative illegali sono ancora troppo facili da trovare: per una curiosa ironia del mondo digitale, basta digitare su Google per arrivarci. 

L’ex ispettore e i misteri del caso Moro “Parlerò solo con pm e in Parlamento”

La Stampa
grazia longo e massimo numa

Enrico Rossi aveva indagato su una lettera inviata nel 2009 a La Stampa. Al centro i due motociclisti sulle Honda comparsi in via Fani. C’era un torinese?



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L’ex ispettore della Digos Enrico Rossi sa di essere, da poche ore, al centro dell’attenzione. Ha rivelato all’Ansa alcuni retroscena del caso Moro, in particolare sul ruolo - mai chiarito - di un motociclista, in sella a una Honda, comparso in via Fani nell’ora X del rapimento di Aldo Moro e della strage della sua scorta. Deciso a raccontare la «sua» verità, perchè gli accertamenti che furono svolti in allora dai suoi colleghi in modo scrupoloso non portarono a nulla. «Tutto è partito - ha detto Rossi all’Ansa - da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani quando fu rapito Moro. Diede riscontri per arrivare all’altro. Dovevano proteggere le Br da ogni disturbo. Dipendevano dal colonnello del Sismi che era lì». 

Le ricerche dell’ispettore sono nate da una lettera anonima inviata nell’ottobre 2009 alla redazione de La Stampa. Questo il testo: «Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia.

La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente...Tanto io posso dire, sta a voi decidere se saperne di più». La polizia avviò così le prime indagini.

In una casa di Cuneo, dove l’uomo ha vissuto con la prima moglie, vengono trovate due armi regolarmente denunciate: una Beretta e una Drulov, un’automatica di precisione di fabbricazione cecoslovacca. E le pagine originali di Repubblica dei giorni del sequestro Moro. Rossi afferma di aver chiesto di sentire la coppia e di ordinare una perizia sulle armi. Ma non accadde nulla. Sui dettagli dell’indagine Rossi è pronto a testimoniare . «Ma solo con la magistratura e nelle commissioni parlamentari. Aspetto di essere convocato».

Che l’Honda blu presente in via Fani il 16 marzo del 1978 rappresenti un mistero è un dato assodato. Tutte da chiarire sono invece le rivelazioni di Rossi: la procura di Roma, che si sta occupando del caso, non ha per ora trovato riscontri. L’attività degli inquirenti, comunque, prosegue. Intanto la memoria ricorre a pochi mesi fa, quando - il 6 novembre scorso - l’ex brigadiere della Guardia di Finanza Giovanni Ladu è stato indagato per calunnia dalla procura della capitale proprio perché, secondo la pubblica accusa, aveva fornito informazioni false sul caso Moro . 



La moto Honda di via Fani. Un mistero lungo 36 anni
La Stampa

Le rivelazioni di un ex poliziotto: “A bordo c’erano due 007”


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Per una volta sono tutti d’accordo: magistrati e Br. La Honda blu presente in via Fani il 16 marzo del 1978 è un mistero. I capi brigatisti hanno sempre negato che a bordo ci fossero due loro uomini, ma da quella moto si spararono - sicuramente - gli unici colpi verso un “civile” presente sulla scena del rapimento, l’ingegner Alessandro Marini, uno dei testimoni più citati dalla sentenza del primo processo Moro. Mario Moretti e Valerio Morucci sono stati sempre chiarissimi su quella moto blu di grossa cilindrata: «Non è certamente roba nostra». L’ingegner Marini si salvò solo perché cadde di lato quando una raffica partita da un piccolo mitra fu scaricata contro di lui “ad altezza d’uomo” proprio da uno dei due che viaggiavano sulla moto. I proiettili frantumarono il parabrezza del suo motorino con il quale l’ingegnere cercava di “passare” all’incrocio tra via Fani e via Stresa.

Marini fu interrogato alle 10.15 del 16 marzo. Il conducente della moto - disse - era un giovane di 20-22 anni, molto magro, con il viso lungo e le guance scavate, che a Marini ricordò «l’immagine dell’attore Edoardo De Filippo». Dietro, sulla moto blu, un uomo con il passamontagna scuro che esplose colpi di mitra nella direzione dell’ingegnere perdendo poi il caricatore che cadde dal piccolo mitra durante la fuga. La sera a casa Marini arrivò la prima telefonata di minacce: `Devi stare zitto´. Per giorni le intimidazioni continuarono. Si rafforzarono quando tornò a testimoniare ad aprile e giugno. Poi l’ingegnere capì l’aria, si trasferì in Svizzera per tre anni e cambiò lavoro.

Il caricatore cadde certamente dalla moto e Marini, dicono le carte, lo fece ritrovare ma questo non sembra essere stato messo a raffronto con i tre mitra (ritrovati in covi Br) che spararono in via Fani (ce ne è anche un quarto, mai ritrovato). Di certo da quella moto si sparò per uccidere Marini, tanto che i brigatisti sono stati condannati in via definitiva anche per il tentato omicidio dell’ingegnere. Marini d’altra parte confermò più volte durante i processi il suo racconto e consegnò il parabrezza trapassato dai proiettili. A terra in via Fani rimasero quindi anche i proiettili sparati dal piccolo mitra ma le perizie sembrano tacere su questo particolare. Sarebbe questa l’ottava arma usata in via Fani: 4 mitra, 2 pistole, oltre alla pistola dell’agente Zizzi, che scortava Moro, e quella in mano all’uomo della Honda: il piccolo mitra.

Su chi fossero i due sulla Honda tante ipotesi finora: due autonomi romani in “cerca di gloria” (ma perché allora sparare per uccidere?); due uomini della `ndrangheta (ma non si è andati oltre l’ipotesi); o, come ha ventilato anche il pm romano Antonio Marini che ha indagato a lungo sulla vicenda, uomini dei servizi segreti o della malavita. I Br negano ma, ha detto il magistrato, «una spiegazione deve pur esserci. Io vedo un solo motivo: che si tratti di un argomento inconfessabile». Uomini della malavita o dei servizi? «Allora tutto si spiegherebbe».

Certo che quella mattina a pochi passi da via Fani c’era, per sua stessa ammissione, Camillo Guglielmi, indicato alternativamente come addestratore di Gladio o uomo dei servizi segreti, invitato a pranzo alle 9.15 di mattina da un suo collega. E Guglielmi è proprio l’uomo dei servizi chiamato in causa nella lettera anonima che ha dato il via a Torino agli accertamenti sui due uomini a bordo Honda, poi trasferiti a Roma. A Guglielmi si è addebitata anche la guida di un gruppo clandestino del Sismi incaricato di “gestire” il rapimento Moro secondo un’inchiesta che è anche nell’archivio della Commissione stragi, in Parlamento.

Tanti auguri “Okay”: da 175 anni è espressione universale

Il Mattino
di Anna Guaita

Prima di Internet, erano i giornali a creare la fortuna di idee o parole. E fu proprio un giornale, per scherzo, a creare la parola più usata in assoluto al mondo: OK (per esteso: Okay). Oggi, domenica 23 marzo è l'"Ok Day", il giorno in cui si festeggia il 175esimo compleanno della parola che tutti usiamo per dire «sì, va bene». Un compleanno un po' artificiale a dire il vero, perché OK si diceva già da tempo, ma quel marzo del 1839 fu effettivamente la prima volta che la parola comparve nero su bianco sulle pagine di un giornale. Era stata usata, ma mai ufficializzata.


20140323_c4_okIl fatto che il direttore del “Boston Morning Post”, allora un quotidiano molto popolare, avesse deciso di includerla in un articolo servì a sdoganarne l'uso dappertutto. Entro la fine del '39, OK era comparso sul “Boston Evening Transcript”, sul ”New York Evening Tattler” e sul “Philadelphia Gazette”. Il termine diventava di uso comune, almeno in tutta la costa est. Ma ci vollero le presidenziali dell’anno seguente, del 1840, perché mettesse radici al livello nazionale.

Il presidente Martin Van Buren correva per la rielezione, contro un eroe di guerra molto popolare, William Henry Harrison. Van Buren era nato e cresciuto nella cittadina di Kinderhook, ed era stato soprannominato "Old Kinderhook", così i suoi simpatizzanti usarono le iniziali, O e K, e crearono lo slogan elettorale «OK Van Buren!» fondando anche gli "OK club" che lo sostenevano. Van Buren in realtà non ce la fece. La crisi economica favorì Harrison, che però fu sfortunatissimo lo stesso: morì neanche un mese dopo essere stato inaugurato.

Ma la parolina a quel punto non la schiodò più nessuno: nei 26 Stati che allora costituivano gli Stati Uniti (oggi sono 50) divenne di uso comune dire OK, per significare «sì, va bene». Certo non era considerata un'espressione molto elegante. Negli anni tanti studiosi di linguistica hanno cercato di identificare l'origine della parola, e sono corse varie ipotesi, ad esempio che venisse dal greco «Ola Kalà», tutto bene. O dallo scozzese «Och Aye», certo. Ma è stato il professor Allen Walker Read, lessicografo, professore alla Columbia University e presidente della società americana di semiotica, a scoprire nel 1941 la vera origine popolare del termine. La creazione di OK, inizialmente scritto O.K., era avvenuta per uno scherzo.

L’ottocento Nell'Ottocento, fra i giovani eruditi e alla moda di Boston si era affermata l'abitudine di creare acronimi volutamente errati. O.K. voleva significare All Correct : cioé «tutto giusto», ma ovviamente tutto giusto non era, visto che nelle due parole all correct non compaiono le iniziali O e K. Simili acronimi "errati" erano in uso, come KG per dire «non va bene», dalle parole Know Go, o KY per dire «è inutile» da Know Yuse. E' difficile spiegarne l'ironia oggi, ma si può fare un paragone con gli acronimi usati in Internet nei nostri giorni: lol per dire «laughing out loud» (gran risata) o yolo per dire «you only live once» («si vive solo una volta»).

Ma come lol o yolo sono viste oggi come espressioni poco eleganti, così OK ottenne uno status più elevato solo quando la usò pubblicamente il presidente Woodrow Wilson nel 1918. Il professor Allan Metcalf, docente di letteratura inglese al MacMurray College, nell’Illinois, considerato oggi la massima autorità mondiale della storia e dell’uso della parola OK, su cui ha anche scritto un bestseller (OK: The Improbable Story of America's Greatest Word, Oxford University Press, 2010) ha provato che i grandi autori americani dell’Ottocento snobbarono volutamente quella parolina, e solo Wilson la nobilitò.

L’intonazione Da allora però è finita dappertutto. Ed è forse l'unica parola che viene capita in tutte le lingue del mondo, basta darle un'intonazione diversa: Ok? Ok! E non viene usata solo per parlare, diventa un'affermazione positiva: ovunque troverete un "Ok Restaurant", o un "Ok Motel", un "Ok Caffè". Negli Usa c'è anche un "Ok Magazine" dedicato ai pettegolezzi di Hollywood. Popolarissimo è il gruppo musicale di Chicago, "Ok Go", che su YouTube è famoso per i suoi video originali e scherzosi. La brevità ed efficienza di "ok" nel definire uno stato d’animo o una situazione si è inoltre rivelata preziosa ora che dilagano le comunicazioni concise con i cellulari, gli sms, i whatsapp, i tweet, dove cioè bisogna risparmiare spazio. Si può anzi dire che il Web abbia assicurato una seconda gioventù a questa parolina vecchia 175 anni. Ok?

domenica 23 marzo 2014 - 18:48   Ultimo agg.: 18:51

La T-Shirt compie cent'anni

Paolo Stefanato - Dom, 23/03/2014 - 16:54

Dalla maglietta intima dei Marines alla grande industria, storia di un indumento che ha l'età di una bisnonna, ma non la dimostra affatto.

Talvolta conviviamo, senza pensarci, con autentici pezzi si storia. Pensate alla T-Shirt: semplice, economica, allegra. Chi non ne possiede almeno una? Chi non ne ha fatto un souvenir al rientro da un viaggio? Chi non si è soffermato a leggervi uno slogan stampato fronte-retro o ad ammirarvi un van Gogh? La T-Shirt compie cent'anni e merita degne celebrazioni: fa parte della fisionomia dei nostri giorni, ha partecipato ai più impetuosi moti di libertà, ha accompagnato le folle in tanti momenti di gioia o di protesta.


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Quel secolo tondo tondo lo ha messo per iscritto Cristina Taccani in un libro che s'intitola “I love (col cuoricino) T-Shirt”, edito dalla Biblioteca della moda (128 pagine, 10 euro). Una via di mezzo tra il saggetto storico, informato ma non noioso, il trattatello di costume, la lieve analisi sociologica: del resto, Cristina Taccani è una giornalista di bellezza e di stili di vita, come poteva non cavalcare con disinvoltura un tema così trasversale a classi, culture, generazioni, ideologie? Il libro è coerente con la maglietta che celebra: vivace, illustrato, ricco, pieno di curiosità, bell'oggetto da tenere in mano.

Cent'anni fa la produzione della T Shirt è cominciata in larga scala. Qualche antesignana c'era già prima, ma era di lana, decisamente un'altra cosa. Il vero lancio ha la patenità dell'esercito americano, che alla vigilia della Prima guerra mondiale dotò il corpo dei Marines di questo indumento “di sotto”, semplice, igienico, piacevole: e, soprattutto, di cotone, quindi leggero, fresco, sottile sulla pelle. I Marines la indossavano sotto alla divisa, ma se toglievano la divisa il bianco del cotone rischiava di luccicare troppo a favore del nemico: cominciarono così a tingerla, a sporcarla con i fondi del caffè, e divenne mimetica e, soprattutto, si capì che era versatile. I soldati se la portarono a casa, e qui diventò un indumento civile: nei campi, nelle fabbriche, nelle stalle, nel tempo libero. Così facile da indossare, entrò di slancio nel mondo dello sport, anche nella versione con colletto, poi diventata Polo.

Di un prodotto dotato di questa forza spontanea non potevano non accorgersi grande industria commerciale, mass media, cinema, arte. Fin dagli anni Trenta la T-Shirt diventò una protagonista dell'abbigliamento casual, e in America fu venduta in massa a domicilio grazie ai cataloghi dei grandi brand di ordini per corrispondenza. Il suo uso si allargò in maniera prepotente. Nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale, nel 1942 Life dedicò una copertina a un soldato americano vestito della sua T-Shirt e con un mitra in mano: diventò un'icona più sexy che bellica (molto simile al mitra imbracciato in una pubblicità dal David di Michelangelo che tanto scalpore ha sollevato). Nel 1948 Thomas E. Dewey, allora governatore di New York, fu il primo a utilizzare la maglietta come supporto per un messaggio politico, per sostenere la sua candidatura alla Casa Bianca; fu sconfitto, ma non per colpa della maglietta.

Tanto è vero che nel 1952 lo imitò Dwight D. Eisenhower, e vinse. Quello della T-Shirt è un viaggio tra le generazioni e all'interno di queste. Marlon Brando, James Dean, ma anche i giovani in rivolta contro la guerra del Vietnam, i figli dei fiori: tutti con la T-Shirt, spesso autodecorata in maniera grossolana. E poi i sessantottini a Parigi, i Beatles, Eric Clapton, gli sterminati e variopinti raduni per i concerti di Woodstock, Brigitte Bardot, Audrey Hepburn. E' diventata un supporto di comunicazione, come un foglio bianco, un media al servizio di pubblicità e propaganda, tela per artisti. La stessa T-Shirt di cui si sono accorti anche gli stilisti, sempre lei: costa poco, è versatile, piace a tutti. Non ce n'è uno che non l'abbia inserita nei suoi cataloghi di stagione. Armani la indossa con ostentata indifferenza sotto la giacca, ma ben consapevole che è un tocco di stile e di gioventù.

Resta un unico mistero: perchè si chiama T-Shirt? L'opinione corrente è che sia la forma ad averle appiccicato il nome, per via di quella T stilizzata che disegna le spalle. Ma c'è anche chi pensa che la T derivi da Training, come dire maglietta d'allenamento, oppure che la T stia per Teen, giovane. Quest'ultima tesi è suggestiva: perché la T shirt ha l'età di una bisnonna, ma non la dimostra affatto.

Ma la Patria non si sfascia

Marcello Veneziani - Dom, 23/03/2014 - 18:09

Cari italiani del Veneto, va bene reagire alla crisi ma lasciate stare la secessione

Italiani di Venezia, di Verona, del Veneto, lasciate stare la secessione. Non si reagisce alla crisi e al malgoverno sfasciando un Paese.


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Una patria non è un contratto che cambi gestore se l'offerta non è più vantaggiosa. Siamo uomini, non telefonini. Abbiamo dentro un cuore e una mente, non una sim-card. Una patria è la storia da cui provieni, la geografia in cui ti muovi, la lingua che parli, l'arte che vedi, la terra degli avi, i loro sacrifici, tuo padre, tua madre. Capisco la vostra esasperazione, ma per ragioni uguali e diverse è proprio quello che vi accomuna a tutti gli italiani. Proprio nella voglia di una rottura siete radicalmente italiani. Se volete la secessione perché vi fanno versare ingiustamente allo Stato più di quel che ricevete, allora perché applicare il criterio alle regioni, entità generali come le patrie, e non direttamente e più concretamente ai singoli cittadini?

Chi come me viene dal sud e vive a Roma ma paga molte più tasse dei servizi che riceve, cosa dovrebbe fare, proclamarsi una sua repubblica indipendente? Non siamo tutti squinzi, agnelli & moretti, che dopo aver campato sul marchio italiano, minacciano poi di fuggire all'estero. Vi rendete conto che ritorcendo lo stesso criterio sulla regione veneta, un domani le province più ricche del Veneto potranno chiedere di separarsi da quelle più povere, il Trevigiano dal Polesine, e via all'infinito? Ma poi, separandovi dall'Italia, dove andreste? Vi fate annettere dalla Russia, come una Crimea improvvisata, aderite con spirito retroattivo all'Impero Ottomano, o restate – com'è più probabile - in Europa e allora sfasciate una nazione per poi restare, da nani, sotto la stessa cappa che ci sta soffocando?

Credete davvero che se gli Stati nazione, con tutta la loro storia, la loro forza e il loro impatto, non riescono a tener testa ai poteri multinazionali e alle oligarchie tecno-finanziarie, ci possano riuscire gli staterelli regionali? La vostra voglia d'indipendenza sorge dopo il fallimento della Macroregione del Nord, la Padania, crollata in Piemonte e in mezza Lombardia per abusi propri e assalti giudiziari. Ma in Italia non ci vogliono le Macroregioni, semmai urgono le Magroregioni, regioni dimagrite di soldi e poteri. Almeno snellitele, le regioni, se non volete abolirle, come sarebbe decisamente meglio.

Il vostro referendum ha senso se è una clamorosa denuncia del malessere, se vuol essere un campanello d'allarme e un segnale per dare una scossa, ma non fate passi ulteriori, vi prego. Il Veneto è Italia, l'Adriatico è mare nostrum, Lepanto riguarda noi tutti, non solo voi veneti. Non si tratta di difendere semplicemente lo Stato unitario, e nemmeno solo una nazione, ma la civiltà italiana. E sarebbe uno sfregio proclamare l'indipendenza nell'anno che si accinge a ricordare la Grande Guerra, con milioni di italiani che vennero a nord per unire l'Italia, e migliaia di veneti, alpini e non solo, che combatterono per lo stesso motivo, lasciandoci la vita.

Non si può buttare a mare una patria perché non è più conveniente. E sbagliando pure il calcolo... Il Veneto è Italia da sempre e in Italia noi ci sentiamo quando veniamo a Venezia, a Verona, in provincia. Lo sappiamo pure noi pugliesi, affacciati per secoli sul Golfo di Venezia e vissuti a lungo all'ombra del Leone di San Marco. So che la minaccia non vi spaventerà, ma se vi sfilate dall'Italia cambio cognome. Via col Veneto è solo il brutto refuso di un bel film.