martedì 25 marzo 2014

Steve Jobs: «L'iPhone è fatto per durare due anni»

Il Messaggero


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Quanto dura un iPhone? Due anni. A dirlo fu lo stesso Steve Jobs che sostenne che lo smartphone aveva un cliclo di vita di due anni e che per questo motivo rappresentasse un’ottimo dispositivo in cui investire, a causa degli alti margini di guadagno.
 
Il dato è confermato anche oggi nel 2014. Secondo il report di Consumer Intelligence Research Partners gli utenti cambierebbero lo smartphone ogni due anni, un tempo decisamente più ampio rispetto a quello con cui i possessori di altri smartphone cambiano i loro dispositivi. I Mac sono sostituiti in media ogni 4 anni e gli iPad sono i dispositivi più riciclati.


Lunedì 24 Marzo 2014 - 09:36
Ultimo aggiornamento: Martedì 25 Marzo - 09:13

Windows Xp, stop agli aggiornamenti: ecco cosa può succedere

Libero


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Windows XP, il celebre sistema operativo di Microsoft, dal prossimo 8 aprile cesserà ufficialmente di essere aggiornato dalla casa di Redmonton (anche se per ancora un anno la software-house offrirà una protezione antivirus). Eppure, XP, stando alle statistiche è ancora il sistema utilizzato da un computer su tre (dopo di lui sono usciti Windows Vista, Seven e Windows 8). Insomma, dal prossimo 8 aprile i pirati informatici saranno liberi di infiltrarsi nei sistemi basati su XP un po' come vogliono: trovare o creare delle falle all'interno del sistema operativo potrebbe diventare un gioco da ragazzi. Il punto è che, come vi abbiamo spiegato in un precedente articolo, Windows XP è il sistema utilizzato dal 95% dei bancomat, che tra pochi giorni potrebbero esporre a un serio rischio clonazione le vostre carte.

Trasporti e aziende - Ma Windows XP non è il cervello soltanto dei bancomat. Già, perché per esempio è il sistema operativo delle stazioni e degli aeroporti: dietro i tabelloni di arrivi e partenze, nella stragrande maggioranza dei casi, c'è ancora il vecchio sistema Microsoft. E se un hacker volesse taroccare i tabelloni stessi, ora, potrebbe riuscire a farcela senza particolari impicci, con tutto ciò che ne potrebbe conseguire. Inoltre sono molte le aziende e, soprattutto, gli uffici della Pubblica amministrazione che, al pari delle reti di trasporto, non si sono ancora preparate al cambio, che avverrà tra una manciata di giorni.

Attacco planetario - La vicenda ricorda da vicino quella del Millennium Bug, il presunto "difetto" che, allo scoccare dell'anno 2000, avrebbe dovuto far impazzire i sistemi informatici di mezzo mondo (ma così non fu). Non resta che attendere e vedere quali saranno le conseguenze. A rischio ci sono enormi banche dati, i soldi dei bancomat e anche la sicurezza dei cittadini (si pensi ai trasporti). Il timore è che l'8 aprile sia il primo giorno di un gigantesco attacco hacker su scala globale. Non a caso, Microsoft invita tutti i soggetti interessati ad effettuare l'upgrade da XP a Windows 8.

I dati - Qualche dato, inoltre, lo snocciola Carlo Mauceli, responsabile Microsoft Italia della digitalizzazione in rapporto alla Pubblica amministrazione e al governo. Mauceli spiega a Repubblica: "In Italia ci sono aziende private e pubbliche che si sono messe al passo da tempo, ma tante altre non lo hanno fatto. Soprattutto nella Pubblica amministrazione, con una situazione critica nella sanità". Secondo i dati, infatti, il 24% delle Pmi del Belpaese utilizza XP per oltre l'80% dei computer. L'Enav, la società Nazionale per l'Assistenza al Volo, ha fatto sapere che "è in linea coi tempi e le modalità di passaggio da XP a Windows 7 su circa 2mila postazioni". Sulle altre lavora ancora Xp. Ma l'8 aprile è vicino...

Candy Crush e l’azzardo delle caramelle in borsa

Corriere della sera
di Marta Serafini


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Sembra passato un secolo. E invece era il 2012 quando venne rilasciata la prima versione di Candy Crush. Oggi a smanettare con le caramelle sono in 93 milioni ogni giorno. Un numero equivalente alla popolazione delle Filippine. Una cifra da capogiro che ha portato la software house inglese King a quotarsi in borsa. La società di cui l’italiano Riccardo Zacconi è co fondatore ha infatti deciso di quotarsi a Wall Street. E nelle prossime ore presenta la sua Ipo. Si parla di un’offerta pubblica iniziale da 22 milioni di proprie azioni (di cui 6,7 milioni di proprietà di azionisti già presenti nel lotto dei soci) per un incasso stimato in 613 milioni di dollari. Un’operazione che porterebbe il valore della società a 7,56 miliardi di dollari.E una cifra che corrisponde, come sottolinea Forbes, al valore di Hasbro, società produttrice di giochi come Scarabeo e Monopoli.

A portare la King in borsa è stato per lo più Candy Crush, anche se ovviamente la software house ha prodotto altri giochi. Ma nessuno ha avuto lo stesso successo e nessun altro ha fatto guadagnare alla società 633 mila dollari al giorno. Motivo per cui questa app è considerata uno dei colossi del social game in generale, mercato che secondo gli analisti nel 2015 raggiungerà le vette di 250 miliardi di incassi. A pensarci bene oggi basta prendere la metropolitana in qualsiasi città del mondo per rendersi conto di quanto le caramelle ci abbiano conquistati ( il principio del gioco è semplicissimo, si tratta di un puzzle in cui le pedine sono bon bon, liquerizie e cioccolatini, una sorta di Tetris dei giorni nostri). I passeggeri sono tutti lì, a testa ricurva sugli smartphone per cercare di passare il prossimo schema.  Perfino il Financial Times se n’è accorto e in occasione dell’Ipo ha dedicato un’intera pagina dal titolo Play it Again (che tradotto suona come “Giocalo ancora”).

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A contribuire alla diffusione dell’app è stata ovviamente la versione mobile (chiamata Candy Crush Saga, per distinguerla dalla versione browser Candy Crush) e la possibilità di giocare in modo interattivo con i propri contatti di Facebook (l’aiuto degli amici è infatti fondamentale nell’avanzamento del gioco a meno che non si scelga di pagare). Morale,  esattamente un anno fa Candy Crush ha superato con una media di 45,6 milioni di utenti al mese il concorrente numero uno Farmville, prodotto da Zynga.  E le caramelle inglesi sono diventate l’applicazione più scaricata dall’App Store del 2013. A dimostrazione che social game e social network vanno a braccetto. Con 375 milioni di persone che accedono a videogiochi collegati a Facebook da desktop e da mobile, e che ogni giorno vengono condivise una media di 735 attività legate giochi.
Se si guarda ancora al lato economico della faccenda e si pensa proprio a Farmville e a Zynga che ha seguito lo stesso percorso di quotazione in borsa in parallelo agli accordi con Mark Zuckerberg, viene però da pensare che basare tutto il proprio impero economico su un’applicazione sia una mossa avventata. Zynga infatti ha sofferto molto la mancanza di nuovi prodotti concorrenziali e ha perso quote di mercato soffrendo la mancanza di una strategia su piattaforma mobile. Più accorta sembra invece essere stata la finlandese Rovio, creatrice di un altro colosso del gioco, ossia Angry Birds, che ha preferito puntare sugli incassi da merchandising piuttosto che sugli investimenti finanziari e sulle partnership con la Silicon Valley. Per quanto riguarda poi Candy Crush va detto che oggi giochiamo tutti con le caramelle. Ma domani chissà. E c’è chi parla già di una nuova applicazione che prenderà il suo posto: 2048, creata da un altro italiano, il 19enne  Gabriele Cirulli.
Ma non temano i fanatici, in rete circolano anche gadget dedicati alle caramelle come le calze di Candy Crush, di dubbio gusto ma sicuramente colorate. Al di là delle mode, quel che è certo che intorno a Candy Crush si sono create tutta una serie  di aneddoti. In primis si dice, spesso scherzando che il gioco dia dipendenza (ne avevamo parlato qui). Ma non solo. La leggenda vuole che dietro i 544 livelli (più “Sognolandia”, il mondo parallelo che è stato creato di recente) ci siano studi matematici e scienziati al lavoro. Interessante è poi notare come il 32 per cento di chi gioca ammetta candidamente di ignorare durante la partita tutto ciò che gli avviene intorno.

In effetti chiunque si sia avventurato tra i castelli di croccante e i fiumi di cioccolato sa molto bene che a poco serve parlare ai giocatori mentre stanno affrontando il rompicapo. A contribuire al successo di Candy Crush è anche la possibilità di giocare con una mano sola e che l’applicazione funziona anche se non c’è copertura di rete. Il che porta a pensare che in tanti ne approfittino per una partita perfino durante le riunioni di lavoro, con lo smartphone sotto il tavolo per non far vedere al vicino che si è vittima di una droga colorata.

Twitter @martaserafini

Microsoft, Google e Facebook si proteggono dalle spie: da loro chi ci protegge?

La Stampa

claudio leonardi

I grandi del web fanno di tutto per rendere impenetrabili i loro dati all’NSA. Ma non sempre tutelano con altrettanto zelo la privacy di chi usa i loro servizi



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Le più grandi aziende online, da Google a Microsoft, si sono recentemente attrezzate per garantire i propri utenti da intrusioni indesiderate nella loro posta elettronica e nei loro dati personali, dopo lo scandalo che ha coinvolto la National Security Agency. Ma chi ci tutela dalle aziende stesse?  La scorsa settimana, Microsoft è stata al centro di nuove polemiche dopo aver rivelato una “sbirciatina” alla posta personale di un blogger francese sul suo account Hotmail. La società di Redmond ha giustificato l’operazione come parte di una indagine che aveva lo scopo di tutelare informazioni commerciali riservate: un ex dipendente di Windows RT, Alex Kibkalo, oggi agli arresti, era sospettato di fornire segreti commerciali al blogger francese tramite messaggi di posta elettronica su Hotmail. Sul punto, le regole del servizio di Microsoft chiariscono che è vietato usarli per caricare o rendere disponibili file che contengano software o altro materiale protetto dalle leggi sulla proprietà intellettuale.

Quindi, l’azienda ha agito nel suo pieno diritto. Questo, naturalmente, non ha messo a tacere le critiche e ha indotto i responsabili dell’immagine pubblica di Microsoft ad annunciare regole più trasparenti: un gruppo di legali dedicato che certifichi sufficienti indizi di reato e la ratifica di un avvocato, ex giudice federale, prima di effettuare qualunque incursione nei dati personali degli utenti. Di fatto, le aziende negli Usa non hanno bisogno di autorizzazioni dei tribunali per fare indagini al loro interno. Non ci sono leggi che impediscono a Microsoft di controllare i dati nei propri servizi e solo Microsoft può decidere quando è opportuno. In forme diverse, il problema si pone anche in altre aziende, tra cui Google e Yahoo.

La società di Mountain View, a dire il vero, da molto tempo ha applicato regole abbastanza chiare per tutelare i dati dei suoi iscritti, ma è ugualmente al centro di due class action che riguardano la scansione automatica effettuata dal motore di ricerca su tutte le mail dei suoi utenti per poter inviare messaggi pubblicitari ad hoc. Sotto accusa anche il modo in cui Google analizza i profili legati alle Apps for education, sfruttandoli a scopo di marketing secondo una denuncia di Education Week.
Il motore di ricerca ha più volte spiegato che la scansione delle mail a scopo pubblicitario avviene in modo automatico, alla ricerca di alcune parole chiave e resta sotto sicuro anonimato, associando gli utenti a numeri e mai a nomi e cognomi.

E questo è, comunque, il prezzo da pagare per sfruttare un grande servizio senza spendere un centesimo. Identici sospetti colpiscono Facebook, accusata di setacciare i messaggi privati dei cittadini per crearne profili destinati alle aziende. L’azienda di Mark Zuckerberg ha garantito di usare cautele tecnologiche che proteggono l’identità dei suoi iscritti, ma sono ancora molti gli utenti dei grandi network online a non sentirsi del tutto sicuri.

Con l’eccezione di alcuni tipi di informazioni come le cartelle cliniche, i dati sarebbero praticamente tutti disponibili, secondo Lorrie Faith Cranor, professore associato di informatica e di ingegneria e di politica pubblica presso la Carnegie Mellon University e direttore del CyLab utilizzabile Privacy e Security Lab, ascoltato da Computerworld Usa. “Ci sono alcune restrizioni legali su ciò che le grandi aziende possono fare con i vostri dati personali” ha spiegato, ma “Che cosa si acquista, quali siti web si visitano... non c’è nessuna legge che impone di non guardare queste informazioni”.

Il codice sulla privacy in vigore in Italia, in realtà, prevede che qualunque uso dei dati personali (comprese abitudini di acquisto e di navigazione) sia reso noto all’utente e sottoposto alla sua approvazione. Ma se si va a guardare nei contratti chilometrici, che molto spesso sottoscriviamo senza leggere, che regolano l’uso dei grandi servizi online, probabilmente troveremo anche quello. Molti siti chiedono il permesso di scaricare dei cookies sul nostro computer, vale a dire piccoli programmi che monitorano le nostre attività online: quasi sempre noi accettiamo l’intruso perché più interessati alla proposta del sito che a possibili (e in fondo remote) conseguenze sulla nostra privacy.

E in effetti, esistono intrusioni che hanno esiti positivi sulla nostra esperienza online, come le scansioni che consentono di individuare spam e di relegarlo in una cartella a parte della nostra posta. In ogni caso, è sostanzialmente vero che i giganti del web stanno alzando gli scudi contro minacce esterne: Google questa settimana ha annunciato la rimozione dell’opzione per disattivare la sua crittografia HTTPS, per rendere più difficile spiare le e-mail, e un mese fa Microsoft ha annunciato la disponibilità del suo programma di Office 365 Encryption in grado di cifrare le e-mail e garantirle da indesiderate intercettazioni.

Edward Snowden, l’informatore che ha innescato lo scandalo dello spionaggio online da parte della Nsa, ha però osservato, nel corso di una videointervista, che la crittografia HTTPS non impedisce ai fornitori di servizi di attingere a dati archiviati sui propri server. I nostri dati sono il petrolio della web economy. Quindi, le aziende più grandi che si permettono di offrirci gigabyte su gigabyte di spazio per archiviare e comunicare, si riserveranno sempre il diritto, pur con qualche garanzia, di sfruttare quell’enorme giacimento che rende personalizzabile la pubblicità sul web.

Piccole realtà come Syme, un servizio simile a Facebook ma criptato, o l’applicazione di messaggistica Wickr, che afferma di non avere modo di leggere i dati delle persone, garantiscono temporaneamente maggiore privacy. Ma per quanto tempo? Forse dovremmo iniziare a domandarci quante informazioni, spontaneamente e senza forzature legali, noi stessi regaliamo alle multinazionali della Rete.

Grazie a una app ritrova l'Ipad rubato nella sua abitazionezie a una app ritrova l'Ipad rubato nella sua abitazione

Il Mattino


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BATTIPAGLIA - Seguendo le tracce dell’applicazione "trova il mio Ipad" i carabinieri della stazione di Gffoni Sei Casali hanno recuperato un Ipad rubato a Salerno il 18 marzo scorso. I ladri erano penetrati all’interno dell’abitazione di una ragazza trentenne sita a Pastena, asportando, oltre ad alcuni valori, anche l’apparecchiatura informatica sulla quale era stata però installata l’applicazione che ha condotto i Carabinieri, dopo la denuncia prodotta dalla ragazza, nella cameretta di un giovane incensurato di Giffoni Sei Casali, trovato proprio mentre stava utilizzando l’Ipad che è stato sequestrato e restituito alla vittima del furto.

Per l’incensurato una denuncia per ricettazione, mentre sono ancora in corso le indagini per cercare di giungere all’identità degli autori del furto. Intanto a Pontecagnano, sempre i carabinieri, dando esecuzione ad ordinanza di aggravamento della misura cautelare degli arresti domiciliari emessa dal gip del Tribunale di Salerno, hanno tratto in arresto il cittadino marocchino, pregiudicato, Draidi Mohamed 49enne, residente a Pontecagnano. già sottoposto alla detenzione domiciliare per spaccio di stupefacenti.

lunedì 24 marzo 2014 - 12:18   Ultimo agg.: 18:08

Corriere, Scott Jovine si assegna un bonus da 92 milioni per aver tagliato giornalisti e stipendi

Libero


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"Una beffa vergognosa ed eticamente inaccettabile". E' così che il comitato di redazione del Corriere della Sera bolla l'ordine del giorno del consiglio di amministrazione di Rcs MediaGroup che prevede l’attribuzione di consistenti bonus (premi) all’amministratore delegato Pietro Scott Jovane e a un’altra ventina di manager di vertice. "Questi premi sono la ricompensa per i "risparmi" da 92 milioni di euro realizzati finora, in massima parte, a spese dei lavoratori (o di molti ormai ex lavoratori) del gruppo", tuonano i giornalisti che da oggi sono in assemblea permanente. "Chiediamo di cancellare questo punto dell’ordine del giorno, ritenendolo una beffa vergognosa ed eticamente inaccettabile nei confronti dei dipendenti del gruppo e nei confronti di tutto il Paese, impegnato ad ogni livello in pesanti sacrifici e tagli".

Il Cdr torna poi a parlare della svendita della storica sede del quotidiano: "La redazione del Corriere", si legge nella nota del Cdr, ha dovuto assistere, nonostante proteste e scioperi, alla svendita del palazzo storico di via Solferino dove il Corriere risiede da oltre cento anni e che costituiva garanzia anche economica per tutti i lavoratori dell'azienda". Di fronte a questa ennesima provocazione hanno deciso di mobilitarsi ancora e in maniera ancora più dura: "L'assemblea deciderà tutte le azioni necessarie, di qui allo svolgimento del consiglio di amministrazione, per impedire il compimento di un atto che suonerebbe come una provocazione e una dichiarazione di totale ostilità nei riguardi di chi lavora al Corriere della Sera e dei suoi lettori".



Corriere della Sera, c'è una notizia: proteste contro Ferruccio De Bortoli

Libero
22 marzo 2014



Questa notizia non s’ha da pubblicare. Il famoso motto di manzoniana memoria - che pure conserva un’eco da parlata fiorentina - bene s’attaglia a quanto sembra essere capitato al Corriere della Sera e proprio a causa di quanto Libero ha scoperto sul conto di Matteo Renzi a Firenze.



UpkPfA5Il «caso» Renzi, infatti, tra le altre ripercussioni, sembra aver creato un certo scompiglio dentro la redazione del Corriere, da quel che sembra leggendo la lettera (il cui contenuto è stato rilanciato dal sito di Franco Abruzzo) che il comitato di redazione ha inviato al direttore Ferruccio De Bortoli. In sostanza, si ricorda al direttore che torna in ballo la questione delle collaborazioni dei colleghi dei «Corrieri» locali sul Corriere della Sera, collaborazioni interdette - ricorda il Cdr, da un «preciso accordo del febbraio 2011». Si intendeva discutere di un’eventuale nuova regolamentazione - e quindi nel frattempo era stato chiesto a De Bortoli la sospensione di tali collaborazioni. Ma, sottolineano i rappresentanti sindacali, la risposta di De Bortoli è stata quella della «pubblicazione di un pezzo di due colleghi del Corriere fiorentino con richiamo anche in prima pagina. Un pezzo che contiene un passaggio nuovo su una vicenda che, per il resto, da giorni viene trattata dal quotidiano Libero».

È vero che «per un giornale le notizie vengono prima di tutto», riconosce il Cdr, «ma in questo caso si poteva benissimo continuare a rispettare l’accordo del 2011 così com’è stato fatto negli ultimi tre anni. Per non dire che alla luce dei pezzi già pubblicati su Libero sarebbe stato più opportuno mandare subito un inviato a Firenze». Insomma, il direttore non avrebbe dovuto pubblicare quella notizia fornita dai colleghi del Corriere fiorentino, o quantomeno avrebbe dovuto aspettare di mandare un inviato dalla redazione nazionale in loco.

«A questo punto, ti invitiamo formalmente al pieno rispetto degli accordi sindacali in vigore, che possono sempre essere discussi ed eventualmente modificati, ma che al momento vanno rispettati senza incomprensibili forzature», si legge ancora nella lettera, che finisce con la sottolineatura del comportamento «molto grave» della direzione nei confronti del Cdr «e quindi di tutta la redazione che il Cdr rappresenta e ci riserviamo di trarre ogni relativa conseguenza». Insomma, una grana di non poco conto scoppiata nei corridoi di via Solferino a Milano, per una notizia da dare o da non dare, e su chi l’avrebbe dovuta dare, che contrappone, da quanto si evince proprio dalla lettera del Cdr, direttore e redazione, e coinvolge i delicati equilibri interni alla redazione stessa.

Caso curioso.

Ma sempre per curiosità guardiamo come i giornali all’estero parlano proprio di Renzi. Per esempio, il settimanale britannico The Economist lo giudica un «giocatore d’azzardo che va di fretta». È così infatti che definisce Renzi nell’articolo «Gambler in a rush», alle prese con una serie di sfide di governo molto difficili. «Questa settimana, infatti, sta chiedendo anche ai suoi colleghi leader della zona euro di scommettere», si legge nel settimanale. Nonostante la buona accoglienza internazionale, per il settimanale i leader si riservano di giudicare il «giovanile» Renzi e i suoi piani straordinariamente ambiziosi.

di Caterina Maniaci

Varenna, atolli-resort nel lago come a Dubai: «Fermate l’obbrobrio»

Corriere della sera

di Paolo Marelli

Progetto faraonico voluto dalla giunta di centrodestra: il Pgt prevede la costruzione di due isolotti artificiali. Insorgono opposizione e ambientalisti



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VARENNA (Lecco) - «Non siamo a Dubai», gli hanno gridato in coro: «Altro che atolli artificiali nel golfo di Olivedo». E giù una mitragliata di fischi e buu-buu. Mezzo paese e un esercito di ambientalisti lecchesi sono in rivolta contro il sindaco di Varenna, Carlo Molteni. Ma lui, come quei pugili che prima incassano e barcollano e poi sferrano il colpo del ko, sceso dal ring dell’incontro targato Fai e Legambiente, ventiquattr’ore dopo si è subito preso la rivincita: ha fatto approvare dal consiglio comunale il nuovo Pgt (piano di governo del territorio) del Comune, che prevede una destinazione turistica per la baia di Olivedo, uno scorcio da cartolina sul lago di Como, dove in futuro potrebbero venir su in mezzo all’acqua due isolotti artificiali su cui edificare un resort da 120 posti letto, più negozi, ristoranti, un maxi parcheggio e un porto.
«Addizione a lago»
Sui dépliant per le migliaia di turisti che ogni anno la prendono d’assalto, è definita la «perla» del Lario, ma Varenna, 859 abitanti, in queste settimane somiglia più a un vulcano in eruzione. Perché, quella che nelle carte e nelle planimetrie del neonato Pgt è stata definita l’«addizione a lago», sta spaccando in due il paese, tra favorevoli e contrari. Da una parte, c’è il partito del «sì», capeggiato dal sindaco Molteni, 59 anni, di centrodestra, al suo secondo mandato e di professione immobiliarista: «La riqualificazione della zona a lago è una scelta strategica per il futuro. Occorre pensare allo sviluppo e purtroppo qui non ci sono altri spazi».
Il fronte del «no»
Dall’altra, c’è il fronte del «no», con Fai (Fondo ambiente italiano) e Legambiente a gridare allo scempio, perché «si rischia di deturpare la bellezza del paesaggio». Un partito di contrari che ha raccolto 900 firme per bocciare l’idea e ha già inviato la petizione popolare «salva-Varenna» al presidente Napolitano e al governatore Maroni. Come a Dubai, dove nell’emirato arabo le tre isole a forma di palme le ha costruite la mano dell’uomo, così nello specchio di lago davanti alla località turistica il nuovo Pgt offre la possibilità di costruire due atolli di un diametro di 2-3 km, come spiega Gianfranco Scotti (Fai Lecco), con una superficie che potrebbe oscillare fra i 7 e i 13 mila metri quadrati. «Ma così - aggiunge - si distruggerebbe un angolo di paradiso, facendo pagare un prezzo altissimo a un territorio pittoresco». Secondo Pierfranco Mastalli (Legambiente) si tratterebbe di «uno spettacolo osceno», mentre il M5S sostiene che una tale infrastruttura sarebbe «non solo dannosa, ma anche inutile». Così come la proposta è osteggiata da commercianti e albergatori.
Il sindaco
Nella sua autodifesa del «polo turistico di Olivedo», il sindaco Molteni invece spiega che il nuovo Pgt vuole salvaguardare l’ambiente, promuovendo un turismo sostenibile. Sottolinea, inoltre, che le proteste sono infondate, perché non ci sono pericoli per il paesaggio, dato che il nuovo strumento urbanistico prevede «zero nuove costruzioni». Intanto, però, sia la Regione che l’amministrazione provinciale hanno chiesto di stralciare l’idea degli atolli artificiali dal Pgt, minacciando un ricorso al Tar pur di fermare i progetti faraonici e «arabeggianti» del sindaco di Varenna.

24 marzo 2014 | 19:11

Il sommergibile più grande del mondo nella baia più piccola del mondo | Le incredibili foto

Il Mattino


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Il più grande sommergibile del mondo si chiama Michigan ed è una nave della marina militare statunitense alimentata a energia nucleare
l'altro giorno questo gigante del mare è arivato nella minuscola Subic Bay che si trova a Olapongo nelle Filippine. Il contrasto è incredibile in queste foto diffuse dall'agenzia Epa.





martedì 25 marzo 2014 - 11:12   Ultimo agg.: 11:13

Sedere grosso? L'alimentazione non c'entra: "Stare troppo seduti fa aumentare le dimensioni"

Il Mattino


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ROMA - Tra i vari effetti collaterali di passare troppo tempo seduti, magari a una scrivania, ce n'è uno del tutto inedito: tante ore sulla sedia farebbero aumentare le dimensioni del posteriore. Secondo gli scieziati dell'Università di Tel Aviv, si tratterebbe di un processo di "espansione cellulare" per cui più tempo si passa seduti più il grasso delle natiche si espande. A provocare l'effetto, la pressione del corpo sulle cellule, che aumenterebbero fino al 50% di dimensioni. Tra gli obiettivi della ricerca, ha spiegato il professor Amit Gefen, del Dipartimento di Ingegneria Biomedica c'era quello di dimostrare che un cattivo stile di vita può essere più dannoso di una cattiva alimentazione.

martedì 25 marzo 2014 - 09:05   Ultimo agg.: 09:07

L'idea folle di Puricelli: una strada a pagamento fino ai laghi

Silvestri Enrico - Mar, 25/03/2014 - 13:07

Il 26 marzo 1923 iniziarono i lavori della futura A8, prima arteria riservata ai veicoli a motore. Inaugurata dopo un anno e mezzo da Vittorio Emanuele III, nel 1938 aveva già recuperato i 90 milioni di investimento iniziale

Quasi un secolo di polemiche per stabilire se il primato della prima autostrada al mondo sia da attribuire alla la Avus di Berlino e l'Autolaghi di Milano.


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Con buone ragioni per entrambe le contendenti. Se infatti si guarda strettamente l'anno di realizzazione vince la Germania, perché la sua struttura venne inaugurata il 24 settembre 1921, quando per quella italiana bisognerà attendere altri tre anni. Se invece si tiene conto del suo utilizzo pratico, la bilancia pende dalla nostra parte. La Avus infatti venne pensata come circuito automobilistico per prove e gare, mentre l'attuale A/8, fu progettata fin dall'inizio come autostrada. Tanto che in molti paesi un'arteria esclusivamente destinata al traffico veicolari, ha nomi che derivano dal termine italiano. In attesa di dipanare l'annosa questione, rimane forse il record di celerità nel completare i lavori: meno di 18 mesi a partire da quel 26 marzo 1923, quando fu posata la prima pietra.

Il progetto dell'autostrada nacque nella mente dell'ingegnere Pietro Puricelli che già nel 1922 aveva partecipato alla realizzazione del circuito di Monza, commissionato dall'Automobil club di Milano. Forte di questa esperienza, tirò fuori dal cassetto un progetto concepito l'anno prima e per il quale aveva fondato la Società Anonima Autostrade: un collegamento tra Milano e i laghi di Como e Maggiore. Puricelli aveva le idee chiare, doveva essere riservata alle sole automobili, quindi niente carri, carrozze, biciclette o pedoni. Un'idea un po' folle, considerando che in quegli anni circolavano meno di 90mila automezzi, metà dei quali autocarri e bus.

Invece l'ingegnere vinse la scommessa superando ostacoli in apparenza insormontabili, soprattutto di carattere burocratico. Basti pensare che per realizzare l'impresa fu necessario eseguire 3mila espropri. Ma dopo appena un anno e mezzo era tutto pronto, un nastro di cemento lungo 18 chilometri e largo dagli 11 a 14 metri. Costata 90 milioni, nei calcoli di Puricelli si sarebbe dovuta ripagare con i pedaggi: 9 lire per le moto, da 12 a 20 per le auto, da 40 a 60 per gli autobus con uno sconto del 20 per cento per il biglietto di andata e ritorno.

Per questo furono previsti 17 accessi, a cui montavano la guardia casellanti in divisa che «aprivano» alle 6 e «chiudevano» all'1, salutando militarmente ogni veicolo in entrata e uscita. Il 21 settembre 1923 a Lainate, l'autostrada fu inaugurata dalla Lancia Trikappa di Vittorio Emanuele III, accompagnato da Puricelli, e seguita dal lungo corteo di automobilisti invitati. Tra essi, l'inviato della «Tribuna di Roma» che nel suo pezzo descrisse un «Viaggio attraentissimo su un cemento liscio come un parquet, senza callaie insidiose o ciclisti o simili da mandare all'altro mondo....».

La scommessa di Puricelli fu poi vinta alla grande anche sul piano economico: nel 1938 l'investimento iniziale era stato interamente ammortizzato, grazie ai mille veicoli al giorno che ben presto iniziarono a fare su e giù tra Milano e i laghi. Nei successivi due anni furono aggiunti i 24 chilometri della Milano-Como, la futura A9, e gli 11 della Gallarate-Sesto Calende, ora A8/A26. Una rete stradale modernissima per l'epoca, che iniziò ad attrarre tecnici e amministratori da tutto il mondo, in pellegrinaggio per imparare come si fanno le autostrade. Questo si un primato che nessuna Avus tedesca riuscirà mai a toglierci.

Rientrano alla Biblioteca Universitaria di Napoli i volumi sottratti nel periodo bellico

Il Mattino


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Il passato che ritorna: rientrano alla Biblioteca Universitaria di Napoli i volumi sottratti nel periodo bellico. Alle ore 10,30 si terrà una conferenza stampa sulla vicenda di alcuni volumi sottratti alla Biblioteca Universitaria di Napoli durante l’ultimo conflitto e restituiti grazie alla Fondazione “Monuments Men Foundation for the Preservation of Art”. Sarà esposta da Maria Lucia Siragusa, responsabile dei fondi antichi della Biblioteca Universitaria e dal Capitano Carmine Elefante, Comandante del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Napoli.

Interverranno: Anna Bolognese, direttore della Biblioteca Universitaria di Napoli, Gianni Bonazzi, direttore del Servizio I del Segretariato Generale Ministero dei beni e le attività culturali e del turismo e Carlo Guardascione, in rappresentanza della Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici della Campania. I volumi saranno esposti dal 25 marzo al 2 aprile 2014, nella Sala Direzione della Biblioteca Universitaria.

martedì 25 marzo 2014 - 09:23   Ultimo agg.: 10:06

Le toghe vogliono l'immunità persino per il loro stipendio

Anna Maria Greco - Mar, 25/03/2014 - 08:07

Il governo pensa di tagliare le retribuzioni dei magistrati. Loro raccolgono le firme e scrivono al Guardasigilli: sarebbe uno sfregio, dalla nostra parte c'è la Costituzione

Giocano d'anticipo, i magistrati. Quella di un taglio ai loro stipendi, come a quelli dei dirigenti pubblici e dei grandi manager, è ancora un'ipotesi, ma si parla del 18 per cento e il terrore corre sul web.

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Il governo Renzi e il commissario per la spending review Carlo Cottarelli, si teme, stanno preparando un bel piattino alle 9mila toghe. E allora parte sulle mailing list una petizione «preventiva» che raccoglie le firme per chiedere al ministro della Giustizia Orlando, al Csm e all'Anm di muoversi subito per bloccare il progetto. Dal fine settimana si moltiplicano le adesioni via e-mail di magistrati di tutt'Italia, giudici e pm di ogni corrente, preoccupatissimi per gli annunciati interventi legislativi che prospettano «un pesante taglio delle retribuzioni ed il superamento del meccanismo di adeguamento automatico del trattamento economico», che evita alla categoria ogni contrattazione con il governo.

Tutto questo succede alla vigilia delle elezioni del Csm di luglio e nel pieno delle primarie per scegliere i candidati, che si tengono in tutt'Italia fino a giovedì. Così, si chiede ai
concorrenti di dichiarare che cosa intendano fare, in caso di elezione, per impedire questo «ennesimo sfregio» alla categoria.

Nella petizione si esprime «ferma ed incrollabile contrarietà» ai possibili tagli per gli «effetti ingiustamente penalizzanti per tutti i magistrati, ed in particolare per i più giovani». Soprattutto, si fa presente che il sistema di retribuzione delle toghe gode di una «speciale tutela costituzionale», perché è legato alla difesa dell'indipendenza e dell'autonomia della magistratura. Insomma, è intoccabile. E qui il documento cita la sentenza della Corte costituzionale del 2012, «che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo un intervento normativo analogo».

Dopo la Finanziaria 2010 i tagli degli stipendi ci furono e solo dopo aver vinto il ricorso alla Consulta i magistrati ottennero la restituzione del «maltolto», come lo definirono, minacciando un mare di ricorsi individuali. Ora la storia si ripete, ma forti dell'esperienza passata le toghe mettono le mani avanti: prima di subire diminuzioni delle retribuzioni, avvertono che le loro buste paga non si toccano.

«Il principio cardine, secondo una granitica ed univoca giurisprudenza costituzionale», scrivono nella petizione, è che la ratio del sistema di adeguamento automatico degli stipendi, giustificato dal «delicato» ruolo della magistratura e dall'equilibrio tra i poteri, sta nella «tutela non della categoria, ma dei cittadini e dello Stato». Al Guardasigilli chiedono di «farsi portavoce di immediati e non differibili chiarimenti in merito alle reali intenzioni del governo». Al Csm di aprire formalmente una pratica anche per «una valutazione preventiva della legittimità-costituzionalità dei preannunciati interventi».

All'Anm di «adottare tutte le iniziative utili ed opportune per la tutela dell'integrità retributiva della categoria». Sulle mailing list c'è già chi parla di sciopero e molti si lamentano dell'eccessiva «arrendevolezza» del sindacato delle toghe. C'è chi dice che bisognerebbe spiegare a Matteo Renzi e ai suoi consiglieri, che una cosa sono gli stipendi dei magistrati e un' altra è lo stipendio apicale per il primo presidente della Cassazione. E che c'è una differenza tra retribuzioni della magistratura ordinaria e delle altre magistrature.

Lady be good, l'aereo che si perse sul cielo di Napoli

Corriere del Mezzogiorno

Nel 1943: una vicenda che per alcuni versi ricorda quella del velivolo malese scomparso


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«Sabato, 10 Aprile 1943. Continuiamo a pregare nella speranza che qualcuno ci venga in soccorso. Nessun segno di vita. Una coppia di uccelli. Vento da Nord. Sono debolissimo ora, non posso camminare, dolori dappertutto. Tutti desiderano solo morire. Notti freddissime. Non riusciamo a dormire». È un frammento del drammatico diario di Robert F. Toner, copilota del «Lady Be Good», il bombardiere B24 sparito misteriosamente in Libia, la sera del 4 aprile del '43, dopo una missione nei cieli di Napoli. L'aereo, con nove persone di equipaggio, parte dalla base militare di Soluch in Cirenaica, insieme ad altri B24, col compito di smantellare le attrezzature del porto della città partenopea e colpire le navi tedesche alla fonda.

Una tempesta di sabbia riduce a zero la visibilità, tanto che alcuni velivoli sono costretti a tornare indietro. Il «Lady Be Good» continua invece la sua corsa, per giungere in vista di Napoli alle 19,50, quando è già buio e dalla città si levano le fiamme degli edifici sventrati. Più ondate di aerei d'alta quota hanno infatti colpito duramente la città quel giorno, non solo il porto con i moli, ma anche piazza Amedeo, il corso Vittorio Emanuele, Forcella, via Medina dove le bombe hanno centrato la chiesa di San Diego all'Ospedaletto e l'antico Hotel Isotta § Genève. Il «Lady Be Good» ha appena il tempo di alleggerirsi del carico di bombe, che finiranno la maggior parte in mare, poi ecco una lunga virata per rientrare nottetempo a Soluch.

Qualche minuto dopo la mezzanotte il comandante William J. Hatton lancia un messaggio a stento percepito: il radiogoniometro è fuori uso, impossibile mantenere la rotta e individuare di conseguenza Soluch. Dalla base militare nel deserto lanciano traccianti di riconoscimento, ma il «Lady Be Good», che aveva preso il suo nome elegante dal music-hall famoso di George e Ira Gershwin e che sulla fusoliera aveva la figura ammaliante di una ragazza scosciata (la «lady») in veste di divinità protettrice, fa perdere definitivamente le sue tracce.

È stata l'emittente televisiva inglese Bbc news, qualche giorno fa, a paragonare il destino dell'aereo malesiano sparito a quello del «Lady Be Good» e così hanno fatto, l'uno dopo l'altro, i media americani. Ma torniamo al 1943. I ricognitori inglesi e americani cercheranno a lungo, per settimane, il quadrimotore «fantasma», prima nel Mediterraneo, poi in Cirenaica, seguendo la linea di rotta tra Tobruk e Soluch. Niente da fare. Alla fine prevarrà la tesi dell'inabissamento del velivolo, o per un guasto meccanico (un motore fuori uso ad esempio) o per esaurimento del carburante o perché abbattutto sul mare dai caccia tedeschi.


Novembre 1958. Un aereo inglese di una compagnia petrolifera che sta sorvolando la Cirenaica individua una carcassa di bombardiere a 700 chilometri a sud di Soluch. Sulla fusoliera si legge chiaramente il numero 64 che era la sigla del B24 scomparso. È lui, ritrovato dopo quindici anni! Soltanto nel maggio dell'anno successivo, però, gli uomini della base americana di Wheelus in Libia potranno raggiungere il velivolo adagiato fra le dune. All'interno nessun corpo. L'aereo è relativamente in buone condizioni. C'è sabbia dappertutto, ma la cabina di comando sembra intatta con tutte le sue strumentazioni; in un angolo il thermos del caffè. In buone condizioni, sia pure a distanza di tanti anni, i motori con le pale ripiegate, la gabbia di plexiglass, la coda con le alette.

Ora il compito è quello di ritrovare i corpi del comandante Hatton e dei suoi sfortunati compagni e rendere loro gli onori militari prima del seppellimento, ma solo nel 1960 saranno ritrovati i resti calcificati di otto uomini dell'equipaggio, che ad un certo punto, nella disperata ricerca di una via di salvezza, s'era diviso in due gruppi, come testimoniano le ultime pagine del diario del copilota Robert F. Toner ritrovato nella sabbia.

Dal diario, oggi conservato nell'American Airpower Museum di Long Island, emerge la tragedia di quegli estremi giorni nell'inferno del Sahara. Alle due di notte del 5 aprile l'equipaggio abbandona l'aereo ormai ingovernabile, ma un paracadute ahimè non si apre, quello di John S. Woravka. I superstiti non hanno viveri, solo una borraccia d'acqua. Di giorno il caldo è implacabile, dopo il tramonto si gela. Scrive il copilota Toner: «Domenica 11. Aspettiamo ancora aiuto, continuiamo a pregare, gli occhi fanno male, perso tutto il peso. Potremmo forse farcela se avessimo acqua. Ne è rimasta soltanto per bagnare la lingua.

Non abbiamo più alcuna speranza...» e il giorno seguente, forse il giorno della morte o quello che precede la morte, due righe soltanto, ma con la grafia che si fa più incerta: «Lunedì 12 aprile. Ancora nessun aiuto. (Qui una parola illeggibile). Notte fredda». L'odissea del «Lady Be Good» ha ispirato in America saggi, inchieste televisive, romanzi, nonché un paio di film, tra cui «Sole Survivor», uscito nel 1970 per la regia di Paul Stanley (qui si racconta di un «solo sopravvissuto» a differenza di quanto accadrà nella realtà). Una decina di anni fa, per ordine del colonnello Gheddafi, la carcassa dell'aereo fu portata nella caserma «Gamal Abdul El Nasser» a sud di Tobruk.

24 marzo 2014

La moneta da un centesimo che vale 2500 euro

Libero


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Potreste avere in tasca 2500 euro a vostra insaputa. Attenzione infatti a trattare con superficialità le monetine da 1 centesimo. Circa 7.000 pezzi in virtù di un errore della zecca di Stato, hanno un valore 250.000 superiore, cioè 2.500 euro. In circolazione esistono alcune monetine da 1 centesimo che per i collezionisti valgono almeno 2.500 euro, e una di queste è stata pagata addirittura 6.600 euro nel corso del 2013. In tutta Europa è ovviamente cominciata la ricerca alla moneta preziosa. 

L'errore - Ma come nasce la moneta che vale 2500 euro? La Zecca di Stato ha commesso un errore stampando sul retro di alcune centinaia di monete da 1 centesimo la Mole Antonelliana di Torino anziché Castel del Monte (edificio del XIII secolo sito ad Andria, in Puglia). La Mole Antonelliana di Torino è infatti correttamente stampata sulla moneta da 2 centesimi ma non su quella da un centesimo. Così il valore della monetina è schizzato alle stelle. E benché la moneta in questione sia stata prontamente messa fuori produzione, in circolazione ci sono ancora più di 7.000 pezzi che valgono una fortuna. 

Il valore - Ovviamente a far lievitare il valore è il mercato dei collezionisti. Ed è stato proprio un collezionista a sborsare i 6.600 euro di cui sopra per accaparrarsene una. Insomma, prima di darle al supermercato o di conservarle in un salvadanaio, è sempre meglio dare un'occhiata al retro delle monetine da 1 centesimo. Se trovate la Mole Antonelliana contattate un collezionista per incassare almeno 2500 euro.

Sequestro Moro, il fantomatico 007 era un fotografo che viveva a Bra

La Stampa
massimo numa

Secondo l’autore della lettera anonima c’era lui sulla moto. Ma l’ex moglie: “Nel ’78 era sempre a casa con la sua famiglia”


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Nome: Antonio Fissore, originario di Bra (Cuneo), morto a Firenze nell’agosto 2012. A marzo aveva compiuto 67 anni. Sarebbe lui l’agente X che, in sella a una Honda blu, con un «collega» avrebbe partecipato al sequestro Moro, il 16 marzo 1978, proteggendo la fuga dei killer delle Br. La moglie separata, Franca Faccin, lo difende: «Nel ’78 era a casa con noi, a Bra, mai stato nei Servizi».

Fotografo e regista tv
Professione fotografo, regista tv, esperto di comunicazione, commesso dal 2001 al 2010 in un negozio di dischi-video nel quartiere San Paolo a Torino. Aveva conseguito il brevetto di pilota civile nella scuola di volo dell’aeroporto di Levaldigi. Alle spalle una famiglia benestante di coltivatori. Sposato con Franca Faccin, 68 anni, padre di due figli già grandi, Flavio (titolare di una società di produzione tv, la Fimedia) e Davide, operaio. Nel 2000 si separa e inizia una relazione (durata sino al 2010) con Tiziana A., torinese, commessa nello stesso negozio. Poi si lega a una terza donna, Monica M. e va a vivere con lei a Firenze, non lontano da via Villamagna. Un uomo alto 1,90, calvo, baffi. Distinto. Secondo l’autore della lettera anonima inviata alla redazione de La Stampa nell’ottobre 2009, Fissore sarebbe stato lo 007 che spianò una mitraglietta contro un testimone, per indurlo ad allontanarsi. L’anonimo era in fin di vita, gravemente malato. Non conosceva il nome del collega con cui operò in via Fani ma offriva indicazioni per identificarlo come il «marito» della commessa del negozio.

«Le armi prese dalla polizia»
La moglie, Franca Faccin, 68 anni, vive ancora nella villetta sulla collina di Bra. Accetta di rispondere a tre domande. Nei primi Anni 70, in particolare nel ’78, dov’era suo marito? «Qui con noi a Bra, non si è mai allontanato, di certo non andò mai a Roma». E la militanza nei Servizi Segreti? Ha mai avuto percezione di una sua doppia vita? «Non ha mai lavorato per i Servizi, era fotografo e regista tv». Pare in una tv privata piemontese. Le armi. Sapeva che in casa erano custodite una pistola cecoslovacca, rara, e una semi-automatica Beretta? «Certo, le ha prese la polizia, in casa non ho più neppure una sua foto». 

Rintracciato grazie all’amante
L’autore della lettera anonima spiega di essersi deciso, prima di morire, per il rimorso di avere partecipato alla strage della scorta di Moro, di rivelare la verità. Non sa il nome del collega con cui era sulla Honda ma tutti e due - sostiene l’anonimo - erano al comando del colonnello dell’Ufficio R del Sismi, Camillo Guglielmi, che, quella mattina alle 9.15 era effettivamente in via Fani («Stavo andando a trovare un collega», aveva poi detto ai pm romani) dunque per caso. I due agenti avrebbero dovuto proteggere la fuga dei killer dopo la strage. La Digos di Torino individua subito Antonio Fissore, attraverso la sua ex amante di Torino. Si mettono in contatto con lui, sanno che aveva denunciato il possesso di due armi. Le vanno a cercare, il 24 maggio 2012, nella villetta di Bra. Trovate in una scatola di cartone. C’è anche una copia di Repubblica del 16 marzo 1978. Poi libri e saggi su temi-storico politici e ritagli di giornale, sempre su fatti di grande rilievo, come la prima guerra in Iraq di Bush padre.

Il foglio dell’on. Franco Mazzola
Poi una busta con un foglio dell’ex parlamentare dc Franco Mazzola, nel ’78 sottosegretario alla Difesa, ritenuto uno dei depositari dei segreti del caso Moro. Fissore viene denunciato per «incauta custodia» delle armi ma il procedimento della procura di Alba viene archiviato dopo la sua morte. Gli elementi dell’indagine finiscono in una nota inviata alla procura di Torino che, per competenza, trasferisce il fascicolo a Roma. L’indagine viene archiviata. Non erano emersi infatti, al di là degli elementi «suggestivi» e «sospetti» contenuti nella lettera, alcun indizio che potesse collegare il fotografo a via Fani. Chiude il sindaco di Bra, Bruna Sibille: «Faceva il fotografo nei matrimoni, ha lavorato in un negozio nel centro. Una persona gentile e riservata. Lui uno 007? Impossibile».

L’Antico Caffè Greco di Roma tra modernità e tradizione

La Stampa
Di Stefano Intreccialagli e Claudia guarino

Fondato nel 1760 è il secondo caffè più antico d’Italia. Da sempre ritrovo di artisti e letterati



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I più grandi artisti degli ultimi 250 anni sono passati dall’Antico Caffè Greco di Roma, storico locale di via Condotti. Moravia, Goethe, Andersen, D’annunzio sono solo alcuni dei celebri nomi raccolti nell’archivio delle grandi firme custodito dal Caffè Greco, insieme a quelli dei grandi dello spettacolo e dei potenti del mondo.


Passeggiando tra i tavoli sembra di trovarsi in una galleria d’arte. Le sale sono decorate con quadri e stampe d’epoca. Le tazzine e i bicchieri hanno mantenuto l’aspetto di una volta. Tanta tradizione, ma anche un pizzico di modernità: tra i progetti futuri infatti, c’è la nascita di un blog di arte e letteratura. L’intento del progetto è quello di portare l’atmosfera di fermento culturale del passato sulle nuove piattaforme tecnologiche. Damiano Manili, direttore del Caffè Greco, ci ha raccontato la storia, gli ospiti e i progetti futuri dello storico locale romano.

I sette amici che scavarono un museo sotto la cantina

La Stampa

tonia mastrobuoni

Si raccontano in un libro i giovani di Colonia che negli anni 60, lavorando di nascosto, portarono alla luce il mausoleo del legionario Lucio Publicio


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Neanche lo sceneggiatore più fantasioso avrebbe potuto immaginare una storia così. Colonia, metà degli Anni Sessanta. Uno studente di ingegneria, Josef Gens, scende in cantina con un piccone. I genitori vogliono capire se le fondamenta accanto alla loro casa sono abbastanza solide da sostenere un nuovo edificio: quello vecchio è stato bombardato durante la guerra. Ci vorrebbero esperti, scavi, periti, ma i soldi scarseggiano e la famiglia decide di fidarsi del giudizio del figlio ventunenne. Lui comincia a sondare il terreno e trova un primo ostacolo: un pozzo. In un momento di disattenzione, il piccone gli scivola dalle mani e finisce là dentro. Josef si insospettisce: nessuno della famiglia gliene aveva mai parlato. Con il fratello Heinz inizia a scavare, anzitutto per capire se quei tre metri sono davvero il fondo del pozzo. Non è così. 

Ai Gens si aggiungono poi cinque amici, i tre fratelli Hermann, Günther Goldenberg e Bernhard Straesser, e insieme realizzeranno la straordinaria avventura del ritrovamento di uno dei più importanti reperti archeologici a Nord delle Alpi. Quando cominciano a scavare, trovano subito di tutto: resti di vasi, ossa, pezzi di capitelli, reperti inconfondibili di epoca romana. Capiscono che quel pozzo ha aperto loro un varco verso un universo sepolto da duemila anni. A metà agosto, però, vanno a sbattere contro una pietra molto più grande delle altre, impossibile da muovere. I sette si guardano stupefatti, continuano a scavare per due ore senza dire una parola, sopraffatti dall’emozione. Trovano un busto, le braccia, un flauto di Pan, una statua del dio dei pastori.

Non lo sanno ancora, ma hanno trovato i resti del mausoleo di Lucio Publicio, legionario morto nel primo secolo dopo Cristo. Prima di continuare a scavare, i sette amici si rivolgono al Museo romano-germanico della loro città. Il direttore, Otto Doppelfeld si precipita nella cantina con quattro collaboratori e rimane basito: «È incredibile», mormora. Gli scavi proseguono per un po’, con l’entusiasmo di tutti, dilettanti e professionisti, studenti di ingegneria e archeologi di professione. Finché questi ultimi non ordinano: basta. Niente più scavi. Rischiano di compromettere la stabilità degli edifici e mettono in pericolo i ragazzi. 

Loro si rassegnano, capiscono che probabilmente i professionisti vogliono continuare a esplorare il sito da soli, ma non smettono di appassionarsi alla materia, divorano libri di archeologia, di storia. Passano i mesi, però, senza che nessuno si faccia più vivo. La gente del museo è sparita. Probabilmente non se la sentono di prendersi la responsabilità di portare alla luce un sito nascosto sotto un paio di edifici abitati. Alla fine - racconta Josef Gens in un appassionante libro che ricostruisce tutta la storia, Grabungsfieber (tradotto: «Febbre da scavo», edito ora in Germania da Kiepenheuer & Witsch) - i ragazzi prendono una decisione azzardata. Pensano che rafforzando le fondamenta, puntellando la cantina nei punti giusti, possono continuare a scavare, riducendo i rischi al minimo.

Ai genitori raccontano di voler rimettere a posto la cantina per farci le feste. I Gens si sono impegnati per iscritto a fermare i lavori di scavo dei sette: la bugia è inevitabile. Con i soldi risparmiati e, in parte, ereditati dai nonni, si mettono al lavoro. Comprano 35 metri di acciaio, sette metri cubi di cemento armato, 10 mila mattoni e 90 sacchi di cemento. Piano piano, giorno dopo giorno, lavorando di nascosto, i sette riescono a rafforzare la cantina che diventa una sorta di cava attraversata da decine di tunnel e nascosta alla superficie da un armadio che diventa il loro ingresso segreto. Naturalmente, proseguono anche i lavori per la cantina delle feste.

I giovani archeologi per passione trovano numerosissimi altri reperti, tra cui la statua di Lucio Publicio, il veterano della Quinta legione nato a Roma e morto a Colonia, sotto l’imperatore Claudio. Due anni dopo, nel 1967, sono pronti per uscire allo scoperto, per illustrare al mondo le loro meraviglie. Organizzano una conferenza stampa e una mostra. Secondo la legge prussiana che regolamenta ancora gli scavi, i ritrovamenti sono di loro proprietà. Della scoperta parlano tutti i giornali, anche il Time. Un americano si fa avanti e offre un milione di marchi, una cifra stellare, soltanto per la statua di Lucio Publicio. Ma loro rifiutano, donano tutto alla città. «Lo facemmo per passione, mai per i soldi» spiega Josef Gens. E volevano anche essere certi che quei resti rimanessero a Colonia. Grazie a loro, si possono ammirare ancora oggi nel Museo romano-germanico della città renana.