mercoledì 2 aprile 2014

Samsung: "Steve Jobs voleva una guerra santa contro Google"

Ivan Francese - Mer, 02/04/2014 - 11:44

Al processo contro Apple, Samsung presenta alcune mail in cui Jobs esprimeva preoccupazione per i successi di Google e Samsung

È un triangolo complicato, quello delineatosi tra Apple, Google e Samsung.

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Tre colossi della tecnologia, legati da una rivalità commerciale che in qualche caso è stata addirittura descritta come una "guerra santa". Lo sostiene la Samsung, che in questi termini ha descritto le idee di Steve Jobs nei confronti di Google e degli smartphone Android. Il defunto fondatore di Apple avrebbe voluto una "guerra santa" contro Mountain View, almeno stando alla versione fornita dall'azienda sudcoreana nel corso del processo in corso proprio contro Apple.

In tribunale, Samsung ha presentato alcune email inviate da Steve Jobs - al tempo ancora amministratore delegato del gruppo di Cupertino - in cui si affrontava il problema del "dilemma dell'innovazione" posto dal vantaggio che Google avrebbe avuto nell'integrazione dei servizi cloud. Il fondatore di Apple avrebbe scritto che la propria azienda avrebbe dovuto "riprendere Android" nelle aree in cui iPhone era rimasto indietro, come le note, il wireless e il riconoscimento vocale. Samsung inoltre ha mostrato un'altro messaggio di posta elettronica risalente all'anno scorso, in cui il responsabile marketing di Apple, Phil Schiller, avrebbe esposto timori per i successi della Samsung.
Nel processo l'azienda di Cupertino accusa la rivale Samsung di violazione dei brevetti, ed ha richiesto un danno per due miliardi di dollari.

Super pensione e benefici dell'austero Zagrebelsky

Anna Maria Greco - Mer, 02/04/2014 - 08:07

Il costituzionalista piemontese, nuova icona del grillismo dopo esserlo stato per la sinistra, è stato nominato dal presidente della Repubblica il 9 settembre 1995 alla Consulta e ne è diventato presidente il 28 gennaio 2004. Il 13 settembre successivo ha lasciato la carica

Roma - Otto mesi. L'austero Gustavo Zagrebelsky, fustigatore dei tagli e difensore dello status quo di Senato e non solo, è stato uno dei presidenti della Corte costituzionale di breve periodo.


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Una lunga schiera, che oggi percepisce pensioni d'oro grazie a una forsennata rotazione sullo scranno più alto, per assicurare al maggior numero possibile di giudici il massimo degli scatti retributivi. Il costituzionalista piemontese, diventato icona del grillismo dopo esserlo stato della sinistra, è stato nominato dal presidente della Repubblica il 9 settembre 1995 alla Consulta e ne è diventato primus inter pares il 28 gennaio 2004. Il 13 settembre successivo ha lasciato la carica.

Il presidente dei Quindici di regola dovrebbe rimanere al suo posto per 3 anni, ma giusto Paolo Rossi negli anni '70 è arrivato ai 2 anni e mezzo, mentre soprattutto negli ultimi decenni si è arrivati senza remore moraliste a presidenze di pochi mesi, addirittura sotto i 30 giorni. Zagrebelsky non si è sottratto a questa regola-privilegio. D'altronde, il primo della Consulta ha un'indennità di rappresentanza pari a un quinto della già ricca retribuzione degli altri. E si va via dal Palazzo con una lauta pensione che grava non poco sulle casse dello Stato.

In più, ai tempi suoi e fino a tutto il 2011, c'era il diritto all'auto blu a vita, poi ridotto a un solo anno dopo la fine del mandato. E se è vero che oggi il servizio vettura più due autisti a rotazione costa circa 750 euro al giorno, come ha calcolato il consigliere del premier Matteo Renzi, Roberto Perotti, si arriva a cifre siderali solo calcolando il suo utilizzo di questo benefit nei 7 anni di pensione. Se si riflette sul fatto che oggi circolano ancora una ventina di presidenti emeriti, pensionati d'oro, si può capire quanti danni possa aver fatto la regola della presidenza-lampo. Non si ricordano interventi del professore contro questa consuetudine, sempre più consolidata tra i giudici delle leggi. Né tantomeno autocritiche alle spese della mastodontica macchina che sorregge il lavoro dei supergiudici custodi della Costituzione. Non si ricordano né allora né oggi, che la parola d'ordine per tutti i normali cittadini è spending review.

Anche su questo punto, evidentemente, per Zagrebelsky andava salvaguardato lo status quo, pure se costruito su privilegi ingiustificabili soprattutto in periodi di crisi e di sacrifici chiesti anche agli ultimi del Paese. Oggi gli italiani pagano la pensione a 235 persone della Consulta, ma solo per i 22 ex giudici costituzionali e i 9 coniugi superstiti se ne vanno circa 6 milioni di euro, secondo Perotti, che calcola in 200mila euro l'anno la pensione media (quando quella per il personale, che già gode di livelli retributivi molto alti, è di 68mila euro). Il fatto che su 22 giudici pensionati ben 20 siano presidenti emeriti la dice lunga. Solo dagli anni '80 a oggi di «numero uno» se ne sono contati ben 28 e in pochi hanno superato l'anno di carica. Pochi mesi sono diventati la norma. Anche per i più moralisti dei moralisti.



Altro che taglio, ci costerà ancora 450 milioni

Antonio Signorini - Mer, 02/04/2014 - 08:23


Un carrozzone di dipendenti, maestranze e funzionari. Che la riforma non cancellerà



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Roma - Si chiamerà Senato delle autonomie, non sarà eletto e cambieranno radicalmente le sue funzioni, ma la struttura rimarrà in piedi. Dirigenti, funzionari, maestranze, potranno al massimo essere un po' ridotti di numero, non negli stipendi da mandarini. È una vecchia storia; nella pubblica amministrazione italiana vige un principio molto simile alla legge fisica della «conservazione della massa» (nulla si crea o si distrugge, tutto si trasforma). Nella versione del Palazzo, un nuovo ente si può tranquillamente inventare, un'istituzione può al limite cambiare nome, ma abolire un pezzo di Stato proprio no. Il premier Matteo Renzi ha annunciato che si andrà verso una «restrizione» del Senato, ma «nessuno licenzierà i funzionari». Al massimo, la trasformazione dal punto di vista organizzativo, si trasformerà i una «cura dimagrante degli uffici».

Già ritornare alla situazione del 2001 sarebbe una bella dieta. Palazzo Madama ha conosciuto un boom delle spese nell'ultimo quindicennio. Dai 374 milioni di inizio millennio si è passati ai 546 milioni del 2011. Un salto del 45% che non è giustificabile e fa perdere peso alle riduzioni di spesa degli ultimi tre anni. Nel bilancio previsionale del 2013 era previsto un calo del 4,5%. Al netto dei rimborsi elettorali, la macchina di un Senato, sia pure riformata, continuerebbe a costare sopra i 450 milioni.

In linea teorica potrebbero scomparire i circa 43 milioni all'anno che ora servono a versare gli «stipendi» da senatori. Ma i 21 milioni per rimborsi e spese varie potrebbero essere confermati, se non aumentati, visto che i prossimi senatori saranno quasi tutti fuori sede. Difficile prevedere che fine faranno i 14 milioni per le segreterie particolari. Ma la tentazione di avere un «ufficio di diretta collaborazione» stipendiato a Roma sarà fortissima per i neo senatori.

Da pagare, i 77 milioni a favore dei senatori che hanno cessato il mandato. Sarebbero 57 al netto dei contributi, ma con la nuova Camera alta nessuno li verserà più e tutta la rendita degli ex senatori potrebbe finire tra le spese del nuovo Palazzo Madama. In un primo momento la spesa per i senatori «pensionati» potrebbe aumentare, visto che molti di quelli in carica non troveranno altre collocazioni.

Ma poi, con il tempo, la spesa per il sistema pensionistico più generoso del mondo (a memoria di cronista) dovrebbe calare. A meno che non si voglia riconoscere un vitalizio da senatori anche ai sindaci e governatori. Altra tentazione per sindaci e presidenti delle regioni. Se non ci saranno esuberi - come ha detto Renzi e come accade invece per le aziende private dove cessa un'attività - il nuovo Senato non cancellerà i 240 milioni all'anno che i contribuenti pagano per i dipendenti del Senato (comprese le pensioni), ai quali vanno aggiunti altri 32 milioni di contributi.

Un presidio di democrazia costosissimo, l'apparato amministrativo al servizio del Parlamento. Al Senato i redditi uno stenografo arriva a 290mila euro all'anno. Uno stipendio che in passato ha fatto scandalo, paragonato a quello, del Re spagnolo Juan Carlos, superiore a quello del Presidente della Repubblica. Il personale di livello più basso appena entra a Palazzo Madama, può contare su un assegno mensile lordo da 2.400 euro che sale rapidamente sopra i 3.000. Quando gli italiani pensano all'abolizione del Senato, immaginano anche la fine di questi privilegi.

Manette ed emarginazione. Così fu zittito Guareschi

Matteo Sacchi - Mer, 02/04/2014 - 09:01

Lo scontro in tribunale con De Gasperi si concluse con quattrocento giorni di carcere. Il papà di Don Camillo fu trasformato in un nemico pubblico

Aprile di sessant'anni fa. Si sta svolgendo per direttissima un processo che farà la storia del giornalismo italiano. Giovannino Guareschi il padre di Don Camillo e Peppone, nonché direttore del settimanale umoristico Candido, è stato citato per diffamazione da Alcide De Gasperi.


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Non è la prima volta. Un'innocua vignetta sul presidente Einaudi, nel 1950, era già costata a Guareschi 8 mesi con la condizionale. Proprio sul Candido Guareschi ora ha pubblicato due lettere, a presunta firma dell'ex presidente del consiglio democristiano. Una è autografa, l'altra dattiloscritta, sono datate 1944. In una di esse, il futuro leader della Dc avrebbe chiesto agli Alleati di bombardare Roma per demoralizzare i collaborazionisti dei tedeschi. Perché Guareschi ha pubblicato le lettere, nonostante abbia appoggiato De Gasperi e abbia dato un contributo fondamentale, e creativo, alla campagna elettorale della Dc nel 1948? Non gradisce la creazione dei governi di centrosinistra, li percepisce come una deriva. Perché De Gasperi reagisce duramente? Il suo astro politico è in declino e un attacco alla sua credibilità è qualcosa che non può tollerare.

Come si chiuse la vicenda è noto: il 15 aprile il processo arrivò alla sentenza, a tempo di record. Guareschi, a cui non fu concesso di mettere agli atti la perizia prodotta da quella che all'epoca era un'autorità della grafologia, Umberto Focaccia, venne dichiarato colpevole di diffamazione. Il giornalista rifiutò di fare ricorso o di chiedere la grazia. «No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume... Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente». Così varcò la soglia del carcere di San Francesco del Prato a Parma e vi rimase per più di 400 giorni.

Molti dei risvolti di quella vicenda restano ancora misteriosi, a partire dall'origine delle lettere che appartenevano a un misterioso faldone nascosto in Svizzera da un ex tenente della Rsi, Enrico De Toma, legato ad ambienti dei servizi segreti. Proprio su questi temi ha recentemente lavorato lo storico Mimmo Franzinelli di cui a breve arriverà in libreria Bombardate Roma! Indagine su un giallo della Prima Repubblica (Mondadori). Come ha spiegato al Giornale: «Sicuramente nel processo pesarono fattori politici. Mi sono concentrato molto sul fatto che la possibilità di presentare una perizia grafologica sia stata rifiutata. Ci furono pressioni per avere un processo rapido e la perizia avrebbe impedito di procedere per direttissima». Franzinelli ha poi consultato anche l'archivio di De Gasperi recuperando documenti inediti: «Per De Gasperi la questione era fondamentale, di fronte ad un attacco del genere non aveva altra via che la querela.

Però appunti e riflessioni coeve al processo dimostrano che sul tema ci fu una sua intima sofferenza». Franzinelli non ha nemmeno dubbi sull'esistenza di manovratori occulti che misero la «polpetta avvelenata» nelle mani di Guareschi. «Ci fu sicuramente un intervento di personaggi del Sifar. I servizi non erano un corpo omogeneo, c'erano cordate concorrenziali. Una di queste usò Guareschi per colpire De Gasperi». Guareschi ci cascò: «Della provenienza delle carte sapeva poco. Certo le credeva autentiche anche per la perizia. Era sicuro della documentazione, anche se a torto. Nel mio libro presento una nuova perizia che dimostra chiaramente che erano dei falsi. Però Guareschi con grande dignità, dopo essere stato isolato e bersagliato dalla stampa cattolica, pagò sulla sua pelle. Un coraggio che nel mondo dell'informazione di oggi secondo me non esiste più».

Anche il ricordo dei figli di Guareschi, Carlotta e Alberto, è nitido: «Grazie all'intelligenza e alla sensibilità dei nostri genitori siamo usciti dalla vicenda senza subire alcun trauma. Il peggio è toccato a loro e in modo particolare a nostro padre che ne uscì distrutto fisicamente e per molto tempo non riuscì più a riprendere regolarmente il suo lavoro». Quanto alla modalità della sentenza: «Vogliamo premettere che per noi figli non ha nessuna importanza il fatto che le due lettere fossero autentiche o false perché, in ogni caso, nostro padre ha pagato e strapagato senza sconti. La cosa che ci ferisce ancora è legata allo svolgimento del processo nel corso del quale nostro padre non ha potuto difendersi...». Quanto alla scelta di De Gasperi di reagire con tanta durezza, l'appunto di Guareschi che pubblichiamo in questa pagina offre lumi su come la pensasse Giovannino: secondo lui a spingere De Gasperi verso la querela era stato Enrico Mattei. Guareschi scrive, nel 1957: «Fu Mattei a costringere D. G .a querelarmi. Fu Mattei a fornirgli l'avvocato...».

Quei cristiani d'Israele arruolati contro la jihad

Fiamma Nirenstein - Mer, 02/04/2014 - 07:33

Perseguitati dagli arabi, che bruciano chiese e monasteri, molti giovani fedeli entrano nell'esercito: "Per difendere la nostra patria minacciata dall'islamismo"

Nazareth - Coraggio, sprezzo del conformismo e del pericolo, e soprattutto un senso di urgenza. Il tempo stringe, il Medio Oriente assedia i cristiani che cercano una nuova strategia di salvezza di fronte allo jihadismo montante.

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Pensavano che l'Occidente sarebbe corso al loro salvataggio, poi l'illusione è caduta. I cristiani, come degli ebrei, sono in Medio Oriente nemici da battere, da eliminare. «Ci perseguitano fino all'omicidio sistematico, ci bruciano le chiese e i monasteri» denuncia Shady Hallul, cristiano maronita che vive ai confini del Libano. Non è più il tempo del panarabismo, le prediche dei clerici indicano la strada della violenza.

Adesso ogni giorno in Siria, in Irak, in Libano e più lontano, nel mondo musulmano, i cristiani sono la vittima predestinata e la prossima venuta del Papa in Medio Oriente li spinge a parlare forte e chiaro: almeno dove possono, dove c'è libertà di farlo, in Israele: «Vogliamo che i giovani cristiani di questo Paese siano completamente integrati nella società» dice a Nazareth severo e autorevole nella sua veste dagli orli dorati e l'alto cappello nero padre Gabriel Nadaf, un prete e leader Greco Ortodosso, il bel viso molto corrucciato. È giudice della corte religiosa, ex portavoce del patriarca Greco in Israele e prete attivo a Haifa, Acco, Nazareth.

«Vogliamo porre fine alla menzogna che ci definisce arabi. Non lo siamo: siamo cristiani israeliani, non arabi israeliani. Per 65 anni ci hanno raccontato questa menzogna. Noi siamo di stirpe cristiana, dopo gli ebrei la più antica nell'aerea. Soggiogati e spesso convertiti con la forza, ci siamo adeguati alla richiesta di essere uno scudo e un cavallo di troia. Gli arabi, persino i parlamentari eletti, dai banchi della Knesset disprezzano la loro incredibile fortuna, vogliono la guerra contro Israele, mentre ricevono assicurazioni, pensione, stipendi alti e, soprattutto, libertà. Sanno che questa libertà c'è solo qui, ma minacciano Israele di morte, e dicono di difedere musulmani e cristiani. Ma contro chi? Noi abbiamo bisogno di essere difesi da loro, che ci aggrediscono e ci perseguitano. Cosa siamo noi? Cristiani israeliani. Come i cristiani italiani, o americani, o in qualsiasi altro paese del mondo, noi siamo puramente israeliani».

Gabriel Nadaf vive con la moglie e due figli a Nazareth, dove solo il 20 per cento della popolazione è cristiano: «Vivo in mezzo al fuoco», dice spiegando il rischio che corre ogni volta che esce. «Ci vuole coraggio» ammette ma è deciso a andare fino in fondo: «Il nostro futuro è intrecciato con quello di Israele. Immaginiamoci che i nemici di questo paese avessero la meglio: sarebbe la fine per tutti i cristiani dell'area. Dunque, non ci limitiamo a chiaccherare, agiamo, combattiamo nell'esercito israeliano: come cittadini con eguali diritti e doveri, vogliamo che i nostri giovani servano nell'esercito d'Israele come tutti gli altri». Un'autentica rivoluzione.

Padre Nadaf, il cui braccio destro è un energetico cristiano maronita senza paura, Shady Hassan, paracadudista che oggi serve nelle riserve e vive sul confine del Libano, ha fondato un «Forum per il reclutamento della comunità cristiana». Uno scandalo concettuale senza remissione: uno dei due figli di Nadaf è stato addirittura rapito e poi rilasciato dopo che gli è stata rotta una mano, ma il ragazzo, diciassette anni, è sempre più deciso a servire nell'esercito. La maggiore obiezione è di essere traditori pronti a puntare le armi sui loro fratelli arabi.

Hadash e Balad, i due partiti arabi, hanno lanciato i loro anatema. Il membro del parlamento Basel Ghattas è stato denunciato per aver incitato alla violenza contro padre Nadaf. «Non chiamateci arabi, è uno svisamento storico che dimentica che in Terra Santa, nel grande giuoco del “prima” e del “dopo”, noi eravamo qui ben prima dell'invasione islamica che ne costrinse parte a convertirsi, e parte a lasciarsi irretire in un giuoco che è durato fino a ieri. Io sono solo un cristiano aramaico», dice Shady Hallul e mi recita il “Padre nostro” in aramaico, come lo recitava l'ebreo Gesù. Ma la cosa più importante è l'esercito, il vero segnale di appartenenza senza scherzi, senza rinvii. «Il Papa è benvenuto, è una grande personalità, speriamo tuttavia che cessi dal linguaggio diplomatico e passi a quello della difesa dei cristiani: deve parlare contro l'odio omicidia, deve spingere l'Unione Europea a difendere davvero i diritti umani non a chiacchere, ma nella realtà».

Nazareth è una difficile casbah. «Non abbiamo paura di niente, persino tante ragazze -dice Nadaf- vogliono entrare nelle unità combattenti, alcune già ci sono». «In Israele siamo 160mila cristiani. In un anno -dice entusiasta Shadi- da 35 ragazzi che si arruolavano ogni anno, siamo arrivati a 100, di questi 10 sono ragazze! Abbiamo biosgno di tutto per sostenere i ragazzi e le loro famiglie, quando si arruolano nell'esercito o nel servizio civile e quando ne escono. Li aspetta un mondo grande, ostile, pericoloso. Solo la fede e l'aiuto di tutto il mondo può sostenerli».

2048 esiste grazie a Threes”

La Stampa

Lo rivendicano i creatori dell’originale, frustrati dal successo del gioco italiano



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E’ grazie a Threes che 2048 esiste. Lo rivendicano i creatori del gioco originale, sul quale si basa il puzzle digitale, rilasciato ai primi di marzo e diventato in breve un vero e proprio fenomeno, pari a Flappy Bird .

“L’imitazione è la più grande forma di adulazione, ma idealmente arriva quando il difficile momento della scalata alla vetta è già alle spalle”, hanno detto al Guardian Asher Vollmer e Greg Wohlwend, sentendosi derubati di un’idea che ha reso popolarissimo un giovane sviluppatore italiano. Secondo i primi sviluppatori del gioco, il motivo per cui 2048 ha potuto essere creato in un solo week-end, come anche il Los Angeles Times ha riferito con meraviglia, è perché il gioco in realtà sfruttava un lavoro durato più di un anno.

Frustrati dal successo di 2048, oltre alle lamentele per e-mail , i due programmatori, in possesso di moltissimo materiale, che dimostrerebbe le fasi di sviluppo di Threes, hanno twittato con disappunto che è per un passo falso (non aver rilasciato il gioco gratuitamente) che oggi si trovano privati dell’occasione «di essere parte della cultura globale».

E dire che il clone open source - o meglio un clone di un clone di un clone - realizzato dal 19enne Gabriele Cirulli non sarebbe neanche la prima copia. Come abbiamo già ricordato , parlando della comune ispirazione, da Threes, pubblicato sull’iOS App Store il 23 gennaio, deriva anche 1024, uscito circa un mese dopo, che ne replica l’aspetto, semplificando alcuni degli elementi più complessi del gioco. Ma soprattutto è a costo zero ed è la prima versione resa disponibile per i dispositivi Android.

E la lista potrebbe allungarsi. Basti citare il sito Us vs Th3m , che ha pubblicato una pagina da dove chiunque può creare rapidamente il proprio 2048 personalizzato, e i molti che si sono cimentati a fonderlo con altri giochi, per creare «Flappy 2048 » e varie versioni ibride.




2048, ecco il gioco italiano che fa impazzire il mondo



(Agb)

Candy Crush e l’industria dei videogiochi, tra cloni, “free” e il potere delle (poche) idee

Corriere della sera

Federico Fasce, game designer e fondatore di Urustar, ha scritto un commento molto interessante sullo stato attuale dell’industria dei videogiochi. Commento che mi ha inviato e che con grande piacere pubblico sul blog.



Pochi giorni fa King, il colosso del divertimento che produce Candy Crush Saga, ha fatto il suo debutto in borsa. Debutto freddino, va detto, visto che le azioni hanno perso il 15% e fatto alzare qualche sopracciglio tra chi pensava a un inizio scoppiettante. La software house è da mesi al centro dei riflettori, forse proprio per la storia di successo che rappresenta King che si è trasformata rapidamente da piccola produttrice di social game in colosso dell’industria in grado di fare impallidire perfino Zynga. Eppure le critiche non mancano; da quelle relative alla registrazione di marchi come le parole “Candy” e “Saga”, al sistema di monetizzazione, fino alla violazione del copyright.

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LOTTE DI MARCHIO – A inizio anno, King ha chiesto di poter registrare la parola “Candy”, con l’obiettivo di scoraggiare la pubblicazione di cloni del suo celebre videogioco. Le conseguenze però non si sono fatte attendere: registrare come marchio una parola così comune avrebbe significato un vero e proprio ostacolo anche per gli sviluppatori più onesti che volevano inserirela nel titolo del proprio gioco. Parallelamente sono state anche avviate azioni legali contro la software house Stoic, produttrice del videogioco indipendente The Banner Saga, che non ha nulla a che vedere con le caramelle di King, se non per quella singola parola, “Saga”. In entrambi i casi, è stato generato un ritorno di immagine tanto negativo da costringere King a fare marcia indietro e rinunciare a due trademark quantomeno discutibili. In gergo, queste azioni di registrare un marchio gia noto, in modo da ottenere ulteriori guadagni dalle battaglie legali, si chiamano “patent troll” e hanno ben poco a che vedere con la difesa dai plagi.

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I GIOCHI (QUASI) GRATIS – Un altro lato oscuro di King riguarda il sistema di monetizzazione. Giochi come Candy Crush Saga sono distribuiti gratuitamente sui negozi App Store e Google Play: il gioco diventa un bene indifferenziato – una commodity – ma è possibile pagare piccole somme di denaro per accelerare alcuni processi all’interno del videogame (per esempio il tempo necessario a costruire qualcosa), per cambiarne l’aspetto grafico o per ottenere una serie di vantaggi. Questo sistema di monetizzazione non è certo una prerogativa di King. Anche Electronic Arts lo ha usato recentemente per il suo remake di Dungeon Keeper, titolo tanto amato nella sua incarnazione originale quanto detestato in quella moderna.

Per chi gioca da anni, infatti, questo modello è quasi l’antitesi del divertimento: di fatto si paga per giocare meno, o nei casi più eclatanti addirittura per trasformare un prodotto deliberatamente reso poco fruibile in qualcosa di divertente. A sentire i venture capitalist o le voci dal mondo delle start-up questo sembra davvero l’unico modello di monetizzazione possibile: agendo su meccanismi psicologici non dissimili rispetto a quelli delle slot machine o del gioco d’azzardo, i prodotti free-to-play ottengono risultati economici notevoli che immediatamente fanno notizia. Ma nel lungo periodo il free-to-play rischia di avere sempre meno presa sul pubblico – sempre più consapevole del pagamento che lo attende al prossimo clic – e quindi di rivelarsi un investimento non così lungimirante come sembrano dimostrare anche la parabola discendente di Zynga e il pessimo debutto di King in borsa. Senza dimenticare che solo poche settimane fa la Commissione Europea ha anticipato future regolamentazioni per il free-to-play, un termine che risulta ingannevole.

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L’ESEMPIO OLANDESE – Cosa resta allora? In attesa di trovare nuovi modelli di monetizzazione forse sarebbe il caso di non abbandonare del tutto quelli esistenti. Nella scorsa settimana ha debuttato su PlayStation Vita, PlayStation 3 e PC Luftrausers, un gioco di battaglie aeree creato dal duo olandese Vlambeer. Il titolo ha richiesto un anno e mezzo di lavoro ma è riuscito a guadagnare abbastanza da coprire i costi in soli tre giorni; un risultato non facile soprattutto tenendo conto delle dimensioni del team. Recentemente Rami Ismail di Vlambeer ha dichiarato che l’azienda funziona bene e che se il duo smettesse di produrre giochi avrebbe di che vivere bene per i prossimi dodici anni.

Forse non è una notizia da prima pagina, probabilmente non è di grande interesse per i venture capitalist, ma quello che questi due ragazzi stanno facendo è creare delle fondamenta solide per continuare a sfornare prodotti di ottimo livello (e incidentalmente questo ha ripercussioni positive anche sull’industria del gaming indipendente olandese). Come è riuscita Vlambeer a ottenere un risultato così importante? Gran parte del merito sta nell’essere riusciti ad aggregare una solida community di fan, usando la rete in modo intelligente, piuttosto che costringendo le persone a condividere furiosamente richieste sui social network per poter avanzare nel gioco. La community è la chiave di volta per un’industria più sana: riuscendo a raggiungere esattamente le persone interessate a un certo modo di giocare, Vlambeer non solo ha massimizzato i profitti, ma ha costruito una base di fan su cui sanno di poter contare potenzialmene a ogni nuovo titolo.

LA GUERRA DEI CLONI – Infine, c’è il tema – molto caldo negli ultimi giorni – dei plagi. King era già stata accusata in gennaio di avere copiato un gioco, Pac-Avoid, da un altro sviluppatore, Matthew Cox. La situazione, da subito ingarbugliata, si è conclusa con il ritiro dal mercato di Pac-Avoid da parte di King. Ma qualche settimana più tardi un altro sviluppatore, tale Albert Ransom, ha scritto una lettera aperta nella quale imputava a King di aver plagiato il suo CandySwipe. Anche qui la situazione non è del tutto chiara, visto che dopo pochi giorni Ransom ha tolto la lettera dal sito senza ulteriori comunicazioni. Capita spesso nel settore videoludico, perché una delle caratteristiche più importanti di un gioco sono le sue meccaniche, ovvero le regole interne che definiscono il comportamento di ogni elemento.

Ma le meccaniche non sono in alcun modo brevettabili. Si tratta di una scelta precisa per incentivare la creazione di nuovi prodotti e l’evoluzione dei generi. Funziona un po’ come per le ricette: se vogliamo che la cucina si evolva dobbiamo fare in modo che tutti possano creare la loro versione di un certo piatto. Se le meccaniche di gioco fossero brevettabili, per esempio, Nintendo avrebbe potuto brevettare il salto e la corsa in un gioco basato sulle piattaforme. E oggi avremmo sempre Super Mario Bros., ma non Sonic o Rayman, o neppure Braid o Fez né tutti quei giochi che hanno costruito qualcosa di nuovo su quelle semplici regole.

IL CASO 2048 – Recentemente Gabriele Cirulli, ha fatto quello che tanti giovani aspiranti sviluppatori di giochi fanno. Ha preso un titolo che gli piaceva e ha provato a realizzarne una sua versione. Poi lo ha rilasciato gratuitamente online, scrivendo chiaramente sul sito da chi aveva tratto ispirazione. È successo un po’ di tutto: il gioco è diventato virale, Gabriele è diventato una notizia, ha ricevuto offerte di lavoro e ha ottenuto una grande notorietà in pochissimo tempo. Il gioco che ha creato, 2048, è un clone di Threes, un gioco per iOS e Android di Asher Vollmer, Greg Wohlwend e Jimmi Hinson. I tre hanno lavorato per un anno e mezzo al puzzle game, provando e riprovando le meccaniche fino a trovare il giusto mix che rendesse il gioco fruibile e divertente. Nel giro di pochissimi giorni gli store di Apple e di Android sono stati invasi da una pletora di cloni più o meno giocabili. Tra questi figurava anche 1024, dal quale Gabriele ha preso spunto per creare 2048, come lui stesso ha ammesso.

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DALL’IDEA AL GIOCO – Pochi giorni fa Asher Vollmer ha pubblicato un post nel quale paragona Threes a 2048 in cui condivide l’immagine di 570 mail scambiate con i colleghi sviluppatori come emblema della lunga e difficile gestazione del gioco. Vollmer ha dichiarato di non avere alcun problema a vedere il suo gioco clonato, specialmente da chi lo fa per imparare. Threes ha già ottenuto i profitti che gli sviluppatori avevano previsto, ha avuto un buon successo anche a livello di critica e resta un progetto positivo per il trio, sebbene si parli sempre più spesso dei cloni che non dell’originale. Quello che ha voluto rimarcare, però, è il lavoro necessario a elaborare un’idea così elegante e all’apparenza semplice. Questo tipo di giochi, più difficili da concepire che da realizzare a livello di programmazione, presta il fianco alla nascita incontrollata di cloni. In questo senso l’unica speranza è che esista sempre un lasso di tempo che permetta al prodotto originale di capitalizzare l’investimento richiesto per la ricerca prima che le masse comincino a produrre copie nel tentativo di cavalcare l’onda.

POTERE ALLE COMMUNITY – Come per il discorso relativo alla monetizzazione, queste distorsioni possono essere combattute attraverso una migliore gestione delle community che gravitano attorno ai giochi. L’abbassamento delle barriere relative alla pubblicazione di un gioco e la democratizzazione degli strumenti di sviluppo (attraverso software che permettono di ridurre molto i tempi e i costi necessari alla creazione di un gioco) ha come effetto collaterale la saturazione dei negozi digitali; quest’ultimi, di contro, non hanno interesse a operare una selezione all’ingresso, per ovvi motivi legati alla massimizzazione dei profitti. Se un gioco raggiunge il successo è grazie a chi lo promuove online: dalla stampa (generalista o specializzata) ai canali di YouTube, dalle celebrity fino alle community come per Vlambeer, come per Hacker News che ha dato la prima spinta a 2048. Tutti questi soggetti hanno – oggi più che mai – la responsabilità di affrontare un fenomeno in modo approfondito, cercando di risalire alle fonti, di controllare le origini di un certo prodotto e di evidenziare anche i possibili lati oscuri degli apparenti casi di successo. Solo così l’industria videoludica potrà continuare a crescere sana e a offrire prodotti ben costruiti e di valore.

Nato a Genova nel 1975, Federico Fasce ha lavorato a lungo come game designer per alcuni sviluppatori di videogiochi italiani; in seguito i suoi interessi si sono spostati verso il web e in particolare verso la progettazione di community utilizzando tecniche di game design. Nel 2010 ha fondato Urustar, una società di progettazione e sviluppo di giochi con la quale cerca di esplorare le nuove frontiere dell’intrattenimento. Ad oggi con Urustar ha sviluppato diversi giochi nell’ambito della comunicazione e dell’awareness su temi sociali e culturali. È stato docente di game design presso lo IULM di Milano, lo IED di Torino e Digital Accademia.

G+ e LinkedIn battono Facebook per qualità di traffico

Corriere della sera
Nicola Di Turi



Google Plus e LinkedIn battono Facebook e Twitter. Sorpresa tra i dati dell’ultimo report firmato Shareaholic. Pagine visitate, frequenza di “rimbalzo“, permanenza online: i fratelli minori battono i big dei social network su molti fronti. Ma soprattutto, è la qualità del traffico generato a far svettare LinkedIn e Google Plus. Se Facebook, insomma, resta irraggiungibile con i suoi 1.2 miliardi di iscritti nel mondo, i due competitor se la giocano alla pari sugli altri fronti. E con risultati più che lusinghieri.

Secondo quanto emerge dallo studio, infatti, gli iscritti a Google Plus restano in assoluto i più fedeli alla piattaforma frequentata. Ciascun utente trascorre più di 3 minuti ogni volta che naviga sul social targato Google. Inoltre, gli iscritti a Google Plus cliccano 2.45 pagine a visita, con una percentuale di abbandono del social che tocca il 50.63% dei visitatori, la più bassa in assoluto. Numeri che richiamano anche la performance realizzata da LinkedIn, i cui iscritti non lasciano la piattaforma prima di averci trascorso almeno 2 minuti. Ciascun utente del social network per professionisti visita 2.23 pagine alla volta, e LinkedIn resta simile a Google Plus anche per quanto riguarda la frequenza d’abbandono della piattaforma, ferma al 51.28%.

Ma scorrendo la classifica stilata da Shareaholic si arriva, ovviamente, anche ai due social più famosi. Neanche in questo caso mancano le analogie, come dimostra il risultato simile realizzato sia sul tempo speso dagli utenti (2.07 minuti su Facebook e 2.03 su Twitter), sia riguardo il totale delle pagine viste in occasione di ciascuna visita (2.03 e 2.15). Identica, infine, anche la frequenza d’abbandono dei due social da parte degli utenti, pari al 56.35%. In coda a tutti, invece, Pinterest, con 1.71 pagine viste per utente e 1.04 minuti trascorsi sulla piattaforma durante ciascuna visita.

Partita lo scorso settembre e condotta per sei mesi fino allo scorso febbraio, la ricerca riporta anche i risultati conseguiti da giganti come YouTube, esclusi volontariamente dalla competizione tra social per la diversa peculiarità e categoria di riferimento. La piattaforma video online più nota al mondo, infatti, avrebbe sbaragliato tutti competitor social con una frequenza di abbandono del sito molto bassa (43.19%), una permanenza vicina ai 4 minuti per utente e 3 pagine circa cliccate in occasione di ogni visita. Ma con la piattaforma video fuori dai giochi, a svettare su tutti restano proprio loro, LinkedIn e Google Plus, i fratelli social minori.


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M5S, ecco gli "obiettivi raggiunti" in un anno di governo

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Giuravano: "Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno". Promettevano, insomma, di cambiare l'Italia. Di cambiare tutto. Di scardinare il sistema. Di rivoluzionare il Belpaese. Di far fuori la Casta. Lo facevano all'indomani dell'indiscusso trionfo alle ultime elezioni politiche dello scorso febbraio. Loro sono i grillini, il Movimento 5 Stelle, e si presentavano con un lungo programma, punto per punto, che potete leggere cliccando qui. Bene, dopo più di un anno, quelli che "apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno", che cosa hanno fatto? Nulla di nulla. Ce li ricordiamo più che altro per le gaffe, gli scivoloni, le sparate, i duelli interni, le ribellioni al grande capo Beppe Grillo, le "okkupazioni" e le liti furiose nelle loro riunioni a Roma o nell'agriturismo di turno.

Che fanno? - Certo, non sono al mica al governo. Non ci hanno voluto andare, nemmeno per idea, sbertucciando Pier Luigi Bersani prima e spernacchiando Matteo Renzi poi. La coerenza, va detto, almeno al "grande capo" Beppe non manca (i ribelli, invece, spuntano come funghi). Però, dopo più di un anno in Parlamento, chi ha votato il Movimento 5 Stelle potrebbe voler sapere che cosa è stato realizzato, di quel programma. D'altronde i grillini sono la terza pattuglia tra Camera e Senato. Insomma un certo peso ce l'hanno. Avrebbero almeno potuto provare a giocare di sponda, in qualche caso, e portare a casa dei risultati. Invece ciccia. Niente. Zero (o quasi). Del lungo elenco di punti elencati nel programma ("Stato e cittadini Energia Informazione Economia Trasporti Salute Istruzione) si scopre ne hanno "realizzati" soltanto tre.

A zero - Il primo, "abolizione del Lodo Alfano", non si capisce perché sia stato inserito nel programma del Movimento (clicca qui per vedere la pagina da cui si accede al programma, il link parla chiaro: "Elezioni politiche 2013"). Infatti il Lodo Alfano fu abolito nel 2009 con sentenza della Corte Costituzionale, dunque non si capisce che meriti abbiano i grillini. Il secondo obiettivo "raggiunto" è l'abolizione del decreto Pisanu sulla limitazione all'accesso wi-fi. Idem come sopra: l'abolizione risale al dicembre 2010, e dunque che c'azzecca col programma? Il terzo obiettivo "raggiunto" è il "blocco immediato del Ponte sullo stretto", che risale al 26 febbraio 2013, quando il governo (Monti) stabilì che non ci sarebbe stata alcuna proroga al decreto che prevedeva i contratti per realizzare l'opera. Dunque, anche per il terzo obiettivo "raggiunto", i grillini, intesi come forza politica, non hanno mosso un dito. E gli "obiettivi raggiunti" si fermano a tre. Punto e stop.

W il Senato - La curiosità di andare a spulciare il programma politico dei pentastellati era sorta per verificare la posizione originaria del Movimento sull'abolizione-riforma del Senato. Quella riforma, carta canta, non era prevista nel manifesto dei Cinque Stelle. Eppure, oggi, è piuttosto curioso osservare come il paladino anti-Casta, il Savonarola che giura lotta dura al Palazzo, si sia trasformato in alfiere dei privilegi. Beppe Grillo - e i suoi soldatini per lui, come Luigi Di Maio sul Corriere della Sera -, infatti, si schiera in difesa di Palazzo Madama. Sul suo blog, dopo aver ripetuto la necessità di abbassare stipendi, diarie indennità e numero dei senatori, spiega ai suoi adepti che, però, il Senato deve restare: "Ci vuole un organo di controllo oltre alla Camera. C'è in tutta Europa e nel mondo". Grillo difende lo status-quo. E chi lo ha votato cosa ne pensa? I grillini si vogliono tenere il Senato? Il sospetto, che assomiglia sinistramente a una certezza, è che nel Movimento 5 Stelle i fatti (si vada a leggere il programma) restano a zero, proprio come, almeno nella testa del leader, resterà il Senato...

Coltivare marijuana e immigrazione clandestina non saranno più reati

La Stampa
francesco grignetti

Via al piano di depenalizzazione. Lega e Fdi contro


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Diventa legge una delle riforme impostate a inizio di legislatura: salvo colpi di scena, con il voto di stamani alla Camera si vara la messa in prova, un sistema per venire incontro a chi finisce sotto processo per la prima volta, limitatamente a reati con pena fino a 4 anni, e che può concordare con lo Stato un percorso di riabilitazione e di lavori socialmente utili. Al termine, se le cose saranno andate bene, il reato risulterà estinto, il processo non si sarà celebrato e il soggetto non avrà fatto una sola notte di carcere. 
«Un indubbio passo avanti in termini di civiltà giuridica», dice il vice ministro della Giustizia, Enrico Costa, Ncd. «Con questo e altri provvedimenti passiamo da un sistema troppo ingessato, e incentrato sulla detenzione in carcere, a uno più flessibile. La messa in prova ci aiuterà nel deflazionare i tribunali e ad alleviare il sovraffollamento delle carceri. Ovviamente ci aiuterà anche con l’Europa che ci tiene sotto osservazione». 

È il sovraffollamento carcerario, al solito, l’incubo del governo. Quel sovraffollamento che ieri mattina, per dire, ha convinto un tribunale svizzero, a Bellinzona, a negare l’estradizione per un cittadino italiano, arrestato su mandato di cattura internazionale, perché in patria le carceri non sarebbero all’altezza di standard democratici. Ed è solo l’ultimo caso di una serie. 
Con il pensiero al sovraffollamento carcerario, sempre ieri, il ministro della Giustizia Andrea Orlando è volato in Marocco dove ha firmato un accordo bilaterale per cui sarà possibile far scontare gli ultimi due anni di pena ai detenuti marocchini a casa loro. «La popolazione marocchina nelle carceri italiane - dice il ministro - sfiora i 4000 detenuti. Questo accordo, siglato nel rispetto delle Convenzioni Internazionali, può contribuire, a regime, ad affrontare le problematiche condizioni del nostro sistema penitenziario».

Anche se la stragrande maggioranza del Parlamento è favorevole a questo ddl, però, ieri è stata una giornata di battaglia. Tra le pieghe del provvedimento, infatti, ci sono alcune depenalizzazioni significative per tutti i reati che prevedono, in caso di condanna,la sola pena della multa o dell’ammenda. Due in particolare: si depenalizzano il reato di immigrazione clandestina e quello di coltivazione di piante dagli effetti stupefacenti e quindi vietate. La legge prevede una delega al governo per introdurre sanzioni amministrative e civili alternative al reato penale. 

Ma se sulla depenalizzazione della coltivazione di marijuana nessuno si scandalizza, sulla depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina, «creazione» di Roberto Maroni, i leghisti fanno le barricate. Il segretario Matteo Salvini già annuncia un referendum: «La Lega non si arrende». Il vulcanico leghista Gianluca Buonanno, poi, durante il suo intervento tira fuori una spigola e la sventola per aria: «Sentiti certi discorsi, pensavo che fossimo davanti ad un pesce d’Aprile. Qui c’è chi si lamenta del fatto che gli immigrati sono trattati peggio dei turisti. Allora diamo le spigole ai nostri poveri». Espulso. 

Anche Fratelli d’Italia, però, si batte. Ignazio La Russa attacca gli “alleati” di Forza Italia: «Non mi meraviglia la sinistra, che è sempre stata coerente nella sua posizione, ma Forza Italia. Capisco gli esponenti dell’Ncd che sono al governo e che hanno quindi un obbligo di permanenza, non quelli di Fi che dicono di stare all’opposizione».



Droghe leggere - Droghe pesanti. Due esperti a confronto
La Stampa

C’è chi sostiene che i danni sono gravi in entrambi i casi, e chi invece mette in relazione il livello di pericolosità con il diverso tipo di droga assunta.
13/02/2014

«Il problema non sono i tipi di droga, ma l’assuefazione»

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Anna Maria Giannini è docente ordinario di psicologia all’Università La Sapienza di Roma e direttore dell’Osservatorio di psicologia della legalità sempre alla Sapienza.

Professoressa, cannabis e hashish sono meno dannose delle droghe pesanti?
«Se osserviamo il problema dal punto di vista degli effetti sulla salute e sulla dipendenza, i due generi di droghe sembrano diversi, ma non è così. Droghe leggere e pesanti sono ugualmente dannose».

Perché?
«L’assuefazione è in continuità e questo ci conferma che quando cannabis e hashish vengono assunte con frequenza il passaggio a cocaina ed eroina può essere breve».

Su quali presupposti poggiano le sue considerazioni?
«In assenza di studi scientifici sul passaggio dalle droghe leggere a quelle pesanti, ci si basa sulla loro pericolosità. Che è molto alta anche in caso di sostanze stupefacenti leggere. Basta pensare agli effetti che esse hanno su comportamenti come la guida o compiti che richiedono attenzione per rendersi conto che la continuità dell’assuefazione è rapida. Molto di più fra gli adolescenti: in una fascia adulta e consapevole può esserci una forma di autocontrollo, nei ragazzini no».


«No all’equiparazione, siamo di fronte a un’ipocrisia mondiale»


Lo psichiatra Paolo Jarre è direttore del Dipartimento patologie delle dipendenze dell’Asl torinese TO3.

Dottore, cannabis e hashish sono meno dannose delle droghe pesanti?
«Sì. La loro distinzione pone in modo troppo semplicistico un problema diverso: non è differente il danno, ma il contesto di chi le usa e la frequenza con cui lo fa. Droghe leggere e pesanti non vanno assolutamente equiparate».

Perché?
«La vera distinzione è la diffusione epidemiologica. Cannabis e hashish vengono fumate dal 50% degli adolescenti italiani, circa 1 milione. Mentre solo il 3% dei ragazzi tra i 15 e 19 anni ricorre a cocaina ed eroina. E non è vero che chi fuma uno spinello poi diventa tossicodipendente. Circa 900 mila adolescenti fumano al massimo un paio di volte alla settimana e una volta diventati adulti si buttano alle spalle questa fase di sperimentatori».

Su quali presupposti poggiano le sue considerazioni?
«C’è un’ipocrisia mondiale per cui è un illecito penale, oltre che lo spaccio, anche l’acquisto delle cosiddette droghe leggere mentre il loro consumo non è punibile. Al di là della pericolosità delle sostanze, equiparare la cannabis all’eroina porta ad una analfabetizzazione tra i giovani sui grandi rischi nei confronti dell’eroina».

NSA e privacy: le vie dello spionaggio sono infinite

La Stampa
antonino caffo

Obama promette di limitare il monitoraggio della National Security Agency ai metadati, ma il sito Ars Technica ha scoperto che anche così si possono ottenere informazioni riservate. Ecco quali


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Come anticipato nel suo discorso di gennaio, Barack Obama avvierà presto il processo di riforma della National Security Agency, con l’obiettivo di ridurre il campo d’azione dell’Intelligence americana. Giusto una settimana fa il presidente ha confermato un piano che prevede la fine della raccolta delle intercettazioni telefoniche di massa, ammettendo come la fiducia nella macchina di sicurezza nazionale sia andata persa gradualmente a seguito delle rivelazioni di Edward Snowden nell’estate del 2013.
Nonostante i propositi di un nuovo corso della NSA, non è ancora ben chiaro cosa realmente l’agenzia di sicurezza smetterà di fare. È una certezza che non vi saranno più elenchi sconfinati di telefonate raccolte senza motivo, ma a quanto pare non sarà eliminata la possibilità di conservare i metadati degli utenti della rete.

Come Obama e tutta la NSA hanno sempre affermato, questa è una misura cautelativa “minore”, che non prevede la raccolta di informazioni precise sugli utenti, come il contenuto delle email, degli sms o delle chat, ma solo le “coordinate” ovvero a che ora è stata inviata una mail (un SMS, un messaggio di chat) e a chi, senza andare nello specifico del contenuto. Sembra un male sopportabile, ma nei mesi scorsi diversi esperti di sicurezza hanno accennato alla pericolosità di avere a disposizione i metadati, perché dicono molto di più di quello che si vorrebbe far credere. L’ultimo esempio arriva dal sito Ars Technica che per 11 giorni ha raccolto i metadati di un suo giornalista ottenendo informazioni tutt’altro che superficiali. 

Si parte da una prassi comune nei siti web: nel momento in cui si effettua l’accesso, magari per commentare un articolo o scrivere sul forum interno, vengono registrate alcune informazioni fondamentali come la data, l’ora e l’indirizzo IP dell’utente che ha fatto login. In particolare vengono conservate solo le ultime informazioni per ogni utente, sovrascrivendo quelle precedenti: se ho effettuato un accesso ieri e un altro oggi, il sito mantiene solo le informazioni su quest’ultimo, cancellando i dati più vecchi. La pratica può essere facilmente corrotta, attivando la funzione di registrazione perenne degli accessi di un singolo utente così che l’amministratore del sito può sempre sapere in che data e a che ora si è effettuato l’accesso al portale, ogni giorno dell’anno.

È quello che, come test, ha fatto Ars Technica nel giro di 11 giorni. Dalla tabella ottenuta dal tracking giornaliero risultano alcuni elementi basilari quanto unici: oltre all’orario di accesso al sito, i metadati mostrano anche l’area geografica da cui si è effettuato l’accesso oltre al tipo di linea internet utilizzata. In questo modo, Ars Technica ha potuto ricostruire una mappa degli spostamenti del suo giornalista traendo anche alcune supposizioni verosimili. Considerando la frequenza dell’accesso da una determinata area e con un certo tipo di connessione (generalmente “residenziale”), il sito ha potuto stabilire dove si trovasse la casa del giornalista e dove il luogo di lavoro, proprio basandosi sulle abitudini di connessione. 

Nella relazione prodotta, Ars Technica spiega come ad oggi il miglior metodo per sfuggire a tale tipo di monitoraggio sia utilizzare software di crittografia per codificare non solo il contenuto di una conversazione ma tutto il contesto, ovvero non permettere che si sappia da dove siamo connessi alla rete. In questo senso uno dei migliori, a detta della stessa NSA, è TOR che riesce a mascherare la reale localizzazione di un utente. “I dati di Ars Technica non mi dicono nulla di nuovo sul sito ma mostrano quando un utente entra, cosa fa e dove va quando è connesso. Questo è il motivo per cui i metadati sono la sorveglianza” – ha spiegato Nicholas Weaver, il ricercatore di sicurezza che ha analizzato i dati raccolti durante la simulazione di monitoraggio.

Cinesi avvistati nei campi dell’Iowa Usa allarmati per lo spionaggio agricolo

La Stampa
paolo mastrolilli

La Cina è diventata importatrice di riso perché non riesce più a coltivarne a sufficienza. Da qui la necessità di sviluppare nuove tecniche di coltivazione e nuovi semi. E dove la ricerca non arriva, possono supplire le spie che rubano i segreti altrui


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Il primo caso avvenne in Iowa, nel maggio del 2011. Il manager di una grande campo coltivato notò un cinese che stava inginocchiato fra le piante, e andò a chiedere chi fosse. L’uomo, che si chiamava Mo Hailong, disse di essere uno studioso della University of Iowa, diretto ad un convegno poco lontano. Appena il manager si fermò per rispondere ad una telefonata sul cellulare, Mo saltò sulla propria auto e scappò.
Quello non era un campo qualunque, ma un centro di ricerca della DuPont, dove si sviluppavano i semi per un tipo di mais particolarmente nutritivo e resistente. Quindi il manager aveva dato l’allarme, coinvolgendo persino l’Fbi. Il Bureau aveva messo sotto sorveglianza il signor Mo, che viveva in Florida e lavorava come mercante di semi, e aveva scoperto che in realtà il suo referente era il Beijing Dabeinong Technology Group, cioè un gruppo cinese impegnato nello sviluppo delle nuove tecnologie agricole. Qualche tempo dopo era stato arrestato, con l’accusa di trasferire a Pechino semi particolari sviluppati dai ricercatori americani.

E’ stato solo il primo caso, perché da allora gli agenti cinesi arrestati con la stessa accusa sono saliti a circa una decina. Lo spionaggio agricolo infatti sta emergendo come la nuova frontiera delle attività illecite di Pechino, dopo quello nei settori ritenuti più strategici come la difesa o la tecnologia digitale. Il problema è che la popolazione cinese continua a crescere, e le risorse alimentari faticano a tenere il passo di questa esplosione demografica. Basti pensare che la Cina, assimilata per antonomasia alla produzione del riso, è diventata una importatrice dei preziosi chicchi, perché non riesce più a coltivarne una quantità sufficiente a soddisfare i consumi dei suoi cittadini. Da qui la necessità di sviluppare nuove tecniche di coltivazione e nuovi semi. E dove la ricerca locale non arriva, possono supplire le spie che rubano i segreti altrui.

Creare uno di quei semi che il signor Mo voleva portare via dall’Iowa costa tra cinque e otto anni di lavoro, e almeno 40 milioni di dollari da investire negli studi. Rubarli a chi li ha già prodotti è più semplice, rapido ed economico. L’allarme degli americani ormai è tale, che l’Fbi ha allertato i servizi segreti dei paesi amici, affinché si proteggano dallo spionaggio agricolo cinese e aiutino i colleghi americani nelle indagini. Gli agenti americani chiedono agli europei di tenere sotto controllo i sospettati cinesi, verificare se hanno attirato l’attenzione nei loro paesi con qualche comportamento illecito, in sostanza pedinarli a livello globale. E’ la nuova frontiera della sfida fra le potenze internazionali, in un mondo dove la lotta per le risorse naturali sta diventando un terreno strategico di confronto. 

La medicina dei nazisti e le atrocità sugli ebrei si studiano all’università

Corriere della sera

di Paolo Conti
 

Il primo corso si terrà alla Sapienza Il professore «Molto soddisfatti, pronti altri Atenei», Marcello Pezzetti portavoce per la didattica della Shoah


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Il titolo basta per capire la sostanza: «Medicina e Shoah».Lunedì 14 aprile alle 15, nell’Aula A1 del Dipartimento di Scienze odontostomatologiche e maxillo facciali della facoltà di Medicina de «La Sapienza» di Roma in via Caserta 6, comincerà il primo corso universitario al mondo dedicato alla catastrofe dell’Olocausto esaminata attraverso la medicina, in particolare quella inumanamente applicata ad Auschwitz-Birkenau: l’atroce vicenda delle sperimentazioni scientifiche sulle donne e gli uomini ebrei.

Le inquietanti figure di Josef Mengele, che usò come cavie umane persino i bambini internati per i suoi esperimenti di eugenetica, e di Carl Clauberg, il ginecologo che proprio ad Auschwitz-Birkenau condusse le sue «ricerche» sulla sterilizzazione costringendo centinaia di donne a sottoporsi a un suo «metodo» che provocava giorni e giorni di indicibili dolori alle ovaie, portando quasi sempre a una terribile morte. Si studierà insomma il rapporto tra scienza medica e ideologia nazista, e le sue ripercussioni nelle persecuzioni razziali.

Racconta Marcello Pezzetti, direttore scientifico del Museo della Shoah, professore dell’Università di studi sulla Shoah situata presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme, portavoce per l’Italia della Task force internazionale per la didattica della Shoah in Europa: «Sono sinceramente molto soddisfatto. Questo esordio assoluto sta interessando numerose realtà didattiche non solo italiane. Stiamo già chiudendo un accordo con l’Università di Trieste che, interessatissima, ci ha chiesto di organizzare un corso analogo, creando così una triangolazione tra le due università e il Museo della Shoah».

Tutto è nato, racconta Pezzetti, due anni fa con alcuni incontri all’università «La Sapienza» dedicati proprio al tema dei campi di concentramento e soprattutto al ruolo di medici e infermieri tedeschi nel progetto T4, l’operazione eutanasia che coinvolse prima i disabili poi i Rom e infine gli ebrei internati. Pizzetti racconta che l’interesse fu enorme e portò anche a un viaggio ad Auschwitz al quale parteciparono medici e infermieri ebrei e non ebrei sia della facoltà di medicina de «La Sapienza» che dell’Ospedale Israelitico di Roma: «Di lì nacque l’idea di un corso di aggiornamento scientifico per il personale medico, che ebbe 120 iscrizioni. E quel successo ci convinse che sarebbe stato possibile dare vita a un vero e proprio corso universitario, con tanto di lezioni, di esami e di voti finali. Stavolta il consenso è stato persino maggiore: superiamo le 200 adesioni». La direzione scientifica del corso è stata affidata a Fabio Gaj, docente di Chirurgia generale a «La Sapienza» e presidente dell’Associazione Medici Ebrei, e a Silvia Marinozzi, storica della medicina.

Ma le diverse lezioni verranno tenute da vari studiosi. Lunedì 14 aprile, per esempio, il primo incontro su «T4 - l’Operazione eutanasia- dall’uccisione dei disabili allo sterminio degli ebrei, uno sguardo sui persecutori» verrà tenuta da Sara Berger, ricercatrice della Fondazione Museo della Shoah. Il 28 aprile Libera Picchianti, sempre della Fondazione Museo della Shoah, e Fabio Gaj illustreranno la storia delle cavie umane sottoposte alla sperimentazione nazista e quindi si affronterà il nodo delle sterilizzazione di massa. Infine il 5 maggio Antonio Pizzuti, ordinario di Genetica Medica, parlerà su «Eugenetica, le origini del razzismo biologico» e Gilberto Corbellini, studioso di Bioetica ed Epistemologia Medica, partirà dal processo di Norimberga per approdare alla bioetica contemporanea e al consenso informale. L’orario delle lezioni sarà dalle 15 alle 17.30.

Per l’occasione, Marcello Pezzetti e il museo della Shoah hanno ristampato il volume di Désire Haffner «Aspetti patologici del campo di Auschwitz-Birkenau». Si tratta di una tesi di laurea dello stesso Haffner, medico ebreo deportato ad Auschwitz nel 1942 e laureatosi dopo la Liberazione, che la pubblicò clandestinamente in Francia quattro anni dopo. Il volume è stato presentato a più riprese qui a Roma nel 2012. Ma oggi assume una rinnovata, straordinaria valenza come tassello anche storico-scientifico del tragico affresco della Memoria legata alla tragedia della Shoah.

2 aprile 2014 | 10:08

La morte diventa social, ecco le app per gli amanti del macabro

Il Messaggero
di Costanza Ignazzi


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Anche la morte diventa social. Per simpatizzanti dark e amanti del macabro le app su morte e dintorni si sprecano: da quella che prevede - in base a parametri di dubbia accuratezza - il giorno del decesso a quella che suggerisce le frasi di circostanza da dispensare ad amici e conoscenti durante i funerali. Fino ad un’app per il suicidio virtuale: ‘Social Roulette’, basata sullo stesso principio della roulette russa, con una possibilità su 6 di cancellare l’account di Facebook del giocatore e 5 su 6 di “sopravvivere”. Quest’ultima ha però avuto vita breve – appunto – essendo stata disattivata dal social di Mark Zuckerberg, che avrà sudato freddo all’idea di dover ripristinare tutti gli account eventualmente cancellati.

Il premio per la app più inquietante va senza ombra di dubbio a Eterni.me, piattaforma in corso di sviluppo che permetterà di crearsi un “avatar” che interagisca con gli altri dopo la morte a partire dai dati forniti quando si era ancora in vita. Se invece siete curiosi di sapere quando la nera signora arriverà per voi potete scaricare sul vostro smartphone l’app ‘Il giorno della tua morte’, che vi annuncerà con sconcertante precisione anno e giorno della vostra dipartita.

I fan dei morti viventi possono anche crearsi un look da zombie con ‘The Walking Dead: Dead yourself’, ispirata dalla nota serie tv. Ma, volendo andare meno sul raccapricciante, se volete essere informati in tempo reale sulle morti celebri, Rip Vip vi avvertirà istantaneamente del decesso fresco fresco della celebrità di turno, così potrete essere il primo a postare il vostro personale ricordo sul vostro social network preferito. Per chi invece avesse problemi a ritrovare il proprio caro estinto, iCemetery è una vera e proprio guida interattiva dei cimiteri che vi dice dove trovare la tomba del bisnonno caduta nell’oblio attraverso un database costantemente aggiornato. Se state per partecipare ad un funerale e siete disperatamente in cerca della cosa giusta da dire, ‘Just to say’ fa al caso vostro con la sua lista di banalità da lutto, a patto di saper tradurre dall’inglese.

E chi avesse paura di morire senza aver realizzato i propri desideri più cari da oggi può tenerli a portata di smartphone con iWish, promemoria permanente che vi ricorderà costantemente di quel salto col paracadute che non avete avuto il coraggio di fare finora. Gli amanti del genere poliziesco, invece, andranno in brodo di giuggiole per Murder Map, app che vi aggiornerà su tutte le strade della vostra città dove è stato ucciso qualcuno, senza dimenticare le modalità dell’omicidio. Infine, una menzione particolare va a Tikker, l’orologio che non segna l’ora attuale ma quella della propria morte, tanto per non essere colti di sorpresa e gestire al meglio il tempo che vi resta.


Martedì 01 Aprile 2014 - 15:15

Manifesti di morte per Luigi de Magistris Cattivo gusto. E spunta il contromanifesto

Corriere del Mezzogiorno

MACABRO PESCE D'APRILE | lUI: NON E' UNO SCHERZO MA ATTACCO POLITICO
 

Firma del Club Forza Silvio. Un «cittadino normale» risponde: «Caro Silvio, cu tutt 'e sord ca tieni si' semp 'nu pover omme». Bassolino: «È solo una schifezza»


NAPOLI - Il manifesto è secco ed inequivocabile e a Palazzo San Giacomo sono certamente scattati i riti apotropaici. «È venuto a mancare Luigi de Magistris di anni 45 ex magistrato attuale sindaco di Napoli. Ne danno il triste annuncio: la moglie, i fratelli, le sorelle, i nipoti e parenti tutti. I funerali si terranno il giorno 1 Aprile alle ore 10.30 a Palazzo San Giacomo».

I manifesti di morte sono firmati Club Forza Silvio Napoli, con sede in via Nicola Amore.


Morto de Magistris, macabro pesce d'aprile

Il sito di Forza Silvio NapoliLo scherzo al sindaco






IL CONTROMANIFESTO - E, tempo d'uno scongiuro, spuntano anche i contromanifesti firmati: «Un cittadino normale». Titolo: «Indice MEDIO di gradimento (metodo Santanché)». Testo: «Caro Silvio, cu tutt 'e sord ca tieni... si' semp nu pover omme».

LA SOLIDARIETA' DI BASSOLINO - «No funny, il manifesto mortuario su de Magistris è solo una schifezza». È il tweet di solidarietà firmato da Antonio Bassolino, l'ex governatore della Campania e sindaco di Napoli in genere sempre molto acido con de Magistris.

LA LETTERA: EGREGIO SINDACO - Sul sito del club Forza Silvio Napoli si legge chiaramente che trattasi di pesce d'aprile. E vi si trova anche una lettera al sindaco: «Egregio sindaco Luigi de Magistris, spero che lo scherzo del manifesto funebre non l’abbia irritata, se così fosse ci dispiace, ma allo stesso tempo vuol dire che lei ha uno scarsissimo senso dell’umorismo e negherà quindi di aver contribuito a far sorridere buona parte dei napoletani, che ultimamente sembrano aver perso anche il sorriso..! Il presente scherzo vuole essere anche una provocazione ed un invito a svegliare gli animi della sua giunta, nello specifico: gli aumenti delle bollette dei servizi a più del 150% con le tariffe dei tributi comunali più alte d'Italia e con i servizi peggiori che si possano avere e talvolta inesistenti. Sono centinaia le strade rotte e i semafori non funzionanti! La polizia municipale è ormai impiegata solo per fare multe ai veicoli in sosta! Non vi sono più i vigili agli incroci per gestire il traffico e quindi rendere un servizio utile ai cittadini, questo chiaramente per favorire solo ed esclusivamente le scelte di cassa e naturalmente per riversare il fallimento della sinistra su tutti i cittadini napoletani che ogni giorno cadono nella trappola delle ZTL e delle multe». Eccetera eccetera fino alla richiesta di dimissioni.

E DE MAGISTRIS: NON E' SCHERZO MA ATTACCO POLITICO - «Non mi dà alcun fastidio, ma non lo considero uno scherzo». È il commento di de Magistris. «Io - ha detto il primo cittadino, a margine della presentazione del nuovo assessore alla Comunicazione - sono abituato a tutto, ma quanto accaduto è la dimostrazione che ci sono persone molto lontane da questa amministrazione che cercano in tutti i modi di interrompere questa innovativa esperienza amministrativa. Ogni giorno registro tentativi di questo genere. Alcuni possono sembrare scherzosi, altri, come questo, lo sono meno». Sugli autori dice: «Sappiamo perfettamente chi ci lavora contro e sono camorristi, affaristi e politicanti da cui prendiamo le distanze ogni giorno. Si tratta di un tasso d'odio che qualcuno vuole alimentare nella nostra città. Dispiace perché in questo modo non si scherza. Ma sono napoletano e mio nonno diceva sempre che questi annunci allungano la vita e io mi sento tonico e in perfetta forma».


MULTATI DUE ATTACCHINI, UNO E' UN COMUNALE - Intanto la polizia ha individuato e identificato due giovani che, nella centralissima piazza Salvo d'Acquisto, stavano affiggendo abusivamente alcuni dei falsi manifesti funebri per la morte del sindaco. Per i due maggiorenni è scattata subito la sanzione amministrativa. La posizione dei due sarà anche vagliata dall'autorità giudiziaria, alla quale la Digos trasmetterà gli atti relativi. Uno dei due giovani, secondo quanto si è appreso, è un dipendente comunale in servizio nella IV municipalità.

E IL COORDINAMENTO DEI CLUB SI DISSOCIA - E gli altri club italiani si dissociano: «Il Coordinamento nazionale dei Club Forza Silvio - si legge in una nota - prende nel modo più assoluto le distanze dagli autori del macabro scherzo, operato ai danni del sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. I finti manifesti funebri affissi in alcune strade della città partenopea e firmati Club Forza Silvio Napoli non rappresentano in alcun modo lo spirito per cui sono nati e con cui operano i Club».

01 aprile 2014

Chiuso un Windows (Xp) se ne apre un altro (9)

Corriere della sera

Le mosse di Microsoft sul proprio sistema operativo presente in oltre l’80% dei computer nel mondo

MILANO - Morto un Windows se ne fa un altro. Microsoft ha annunciato per l’8 aprile 2014 la definitiva dismissione di Windows XP, la versione più longeva del suo sistema operativo. Da quella data non saranno più rilasciati aggiornamenti e terminerà il supporto tecnico mandando di fatto in pensione un sistema operativo che vanta 12 anni di onorata carriera.


Windows 9
SUL 30% DEI COMPUTER - Nato nel 2001, XP è ancora presente sul 30 per cento dei PC di tutto il mondo, una quota troppo alta per un mondo in cui l’innovazione va alla velocità della luce. Con la sua dismissione Redmond spera di traghettare gli utenti verso sistemi più nuovi anche se il passaggio non sarà facile: i successori infatti pretendono hardware più potenti, troppo costosi per istituzioni come scuole e università o per i Paesi del Terzo mondo dove XP tutt’ora è il padrone incontrastato. A questo bisogna aggiungere il flop del suo successore, Vista, che per primo ha innescato aspre polemiche sulla necessità di aggiornarsi a tutti i costi quando un sistema tutto sommato va bene.

IL TONFO DI VISTA - Nato nel 2007 e ancora oggi riconosciuto come uno dei più clamorosi tonfi di Gates, Vista aveva tentato di rimpiazzare XP puntando soprattutto sull’interfaccia grafica Aero con i suoi colori accesi e le trasparenze, per altro già presenti in Linux e nell’OS X di Apple. Il problema però è che le novità si accompagnavano a richieste hardware esagerate, a una compatibilità ridotta con i programmi in commercio, a un consumo energetico esagerato e a una stabilità praticamente inesistente. Tutti aspetti che avevano convinto gli utenti a rimanere attaccati al vecchio sistema tanto che Vista oggi compare solo sul 5 per cento dei PC.

ARRIVA WINDOWS 9 - La morte di XP però porta con sé la nascita di un nuovo sistema operativo, già ribattezzato Windows 9, che dovrebbe essere lanciato nell’aprile del 2015. La sfida è superare le numerose critiche raccolte dal numero 8 a causa dell’interfaccia a mattonelle Metro e dall’assenza del tasto Start, ma soprattutto rimediare all’occasione persa con i tablet, dove Redmond stenta a decollare a causa dello strapotere di iOS e Android. Da ultimo poi il 9 dovrà fornire agli utenti un motivo valido per abbandonare Windows 7, la versione venuta dopo Vista nonché la più simile a XP che tutt’ora risulta come la più amata, dal momento che conta su una diffusione del 47 per cento dei PC.

Trent’anni di Windows, o quasiTrent’anni di Windows, o quasiTrent’anni di Windows, o quasiTrent’anni di Windows, o quasiTrent’anni di Windows, o quasi

RITORNO AL DESKTOP - Chiamato in codice «Treshold», dovrebbe segnare un ritorno al passato allontanandosi da quell’aspetto da tablet che non era piaciuto in Windows 8. Gli utenti infatti sembrano volere una chiara distinzione tra sistemi operativi mobile e desktop e il nuovo Windows si comporterà diversamente a seconda dei dispositivi su cui sarà installato: più leggero e touch su tablet e smartphone, più classico sui PC. Non a caso si parla già del ritorno del tasto Start. Da ultimo poi offrirà una maggiore integrazione con un altro prodotto di Microsoft, la Xbox One, e con gli store di Redmond. Lo scopo è cercare di costruire un sistema che fidelizzi l’utente come fatto egregiamente da Apple con iOS e da Google con Android. Probabilmente un primo concept sarà svelato alla BUILD, la conferenza annuale per gli sviluppatori organizzata dal 2 al 4 aprile prossimi al Moscone Center di San Francisco, storica roccaforte delle presentazioni della Mela.

14 gennaio 2014

L’Italia senza Internet: soluzioni in attesa della banda larga

La Stampa
claudio leonardi

In anteprima i dati di uno studio di Sos tariffe: tra Wireless fisso e mobile spunta anche il satellite



ca
Banda larga? Sì grazie, e se possibile anche ultralarga, ma in Italia non è ancora così semplice. Le infrastrutture mancano e le offerte, talvolta, promettono più di quello che possono realmente mantenere, creando qualche dubbio sulla definizione stessa di collegamento Internet ad alta velocità. 

Il massimo della velocità in download attualmente disponibile, che corrisponde a 100 Mbps (Megabit al secondo), richiede un collegamento in fibra ottica in grado di raggiungere direttamente la nostra casa, opzione che non tutti i cittadini di questo Paese hanno già. Anzi, stiamo parlando di un privilegio di cui, in termini così netti e garantiti, possono usufruire circa due milioni di persone, raggiunte dalla rete storica di Fastweb, a cui se ne aggiunge qualche centinaio di migliaia, nella sola Milano, grazie a Telecom e Metroweb. Di questo e d’altro si occupa uno studio di Sos Tariffe , sito specializzato nel confronto tra le offerte, di cui La Stampa pubblica i dati in anteprima. 





La ricerca ha lo scopo di fare chiarezza tra le proposte di connessioni su fibra ottica e Adsl, nonché sulle alternative ai collegamenti via cavo per quelle zone ancore afflitte dal cosiddetto “digital divide”. Si parte dal dato Istat secondo cui in Italia il 59,7% delle famiglie può connettersi tramite ADSL in banda larga. Siamo però lontanissimi dai 100 Megabit, perché nella definizione rientrano velocità di collegamento da 2 Mbps. Esiste poi un 4% di connazionali (2,3 Milioni secondo dati Agcom) per cui collegarsi a Internet via cavo è ancora impossibile. 

Lo studio distingue le tecnologie di collegamento via cavo in ADSL, VDSL e Fibra ottica. La VDSL (Very High Speed Digital Subscriber Line) è quella che consente ad alcune statistiche di attribuire al 15% della popolazione circa la possibilità della banda ultralarga. Attualmente, però, si parla già di Vdsl2. Questa tecnologia si basa sul cosiddetto sistema FTTC, acronimo di Fiber to the Cabinet. Tradotto in termini più semplici, significa che il cavo in fibra ottica su cui viaggiano i dati Internet arriva fino a una centrale telefonica (armadi si chiamano in italiano), da cui partono poi i cavi in rame che raggiungono fisicamente le singole utenze. 

Per garantire un servizio realmente efficiente e velocità di download prossime a quelle pubblicizzate, dovrebbero trovarsi a circa 300 metri dalla propria casa. Ed è spesso questo un potenziale elemento di confusione, perché al crescere della distanza peggiorano le prestazioni. In ogni caso, tale approccio consente connessioni molto veloci, calcolate mediamente tra i 60 e gli 80 Mbps, ma, con qualche difficoltà, ci si può perfino avvicinare ai fatidici 100 Mbps.

Una linea Adsl normale non può promettere più di 20 Mbps, raramente toccati realmente (da 20 si può scendere anche sotto i 7 Mbps) e comunque legati alla imprevedibile variabile del traffico online, ovvero da quanta gente si collega contemporaneamente. A questo si aggiunga che, in caso di congestione delle linee, alcuni operatori (lo studio cita Telecom) possono decidere di redistribuire le risorse in base al tipo di traffico. Tradotto: la condivisione di file, meglio nota come file sharing, può finire in coda alle priorità e risultare impossibile. 

La fibra ottica pura, invece, funziona con sistema FTTH (Fiber to the home), grazie al quale la fibra arriva dritta dritta fino alle mure di casa vostra. Alcuni test sembrano confermare che la velocità di download con questo tipo di collegamento sfiora realmente i 100 Mbps. Lo studio di Sos Tariffe dedica poi una voce delle sue tabelle comparative alle offerte ADD, Anti-Digital Divide, un espediente che “soprattutto Telecom Italia usa per raggiungere con un’ADSL di base alcune zone svantaggiate perché collegate da centraline non raggiunte dalla fibra”, si legge nella documentazione. Succede così che “queste centraline siano collegate ad altre relativamente vicine (pochi km), che sono invece raggiunte dalla fibra creando un collegamento con cavo di rame”. Il risultato, però, non supererebbe i 640 Kbps, a prezzi “leggermente più economici” delle Adsl tradizionali.

Esistono poi le connessioni mobili, per esempio tramite chiavetta. Si tratta, di fatto, di modem esterni collegabili alla porta Usb dei pc, che si agganciano al segnale 3G o 4G dei telefonini. Nei luoghi in cui il 4G è già disponibile, si possono raggiungere velocità di collegamento seconde solo alla fibra ottica, misurabili in circa 60 Mbps, secondo Sos Tariffe. Peccato che il segnale 4G sia ancora male distribuito in Italia (30% della popolazione) e, in ogni caso, che chi usa una chiavetta debba fare i conti con contratti che pongono limiti mensili di traffico e confrontarsi con una certa instabilità delle prestazioni. 

C’è però una ulteriore alternativa per chi non è raggiunto da linee Adsl in grado di fornire adeguate prestazioni, o è escluso, tout-court, dalla Rete. È la soluzione satellitare. Gli operatori del settore, finora, si sono sempre concentrati sulle piccole imprese, ma forse qualcosa sta cambiando. Secondo i dati riportati da Sos Tariffe, il collegamento a Internet tramite parabola può garantire da 1 a 20 Mbps reali. Le proposte che abbiamo controllato direttamente noi, senza ovviamente testarle, si muovevano, in effetti tra questi valori. 

La proposta WebSat di Digitaria offre tre pacchetti da 30 fino a 70 euro mensili che spaziano da 10 a 20 Megabit al secondo (teorici). I prodotti Satlink , invece, variano da 512 Kbit a 8 Mbps con una bella escursione, però, tra il canone minimo a quello massimo: da 39 a 129 euro. Europe Online fa poi un’offerta composita, che include anche accesso a contenuti quali film e giochi, per un canone annuale di 189 euro e 2 Mbps di velocità garantita. A tutto ciò si devono sempre aggiungere i costi di installazione e di acquisto o noleggio del kit satellitare. E si parla di cifre che possono variare, per l’acquisto, da poco più di 300 euro fino a più di 700. Lo studio di Sos tariffe si concentra invece su un solo prodotto, sia pure distribuito da diversi rivenditori: Tooway, con tariffe comprese tra 32 e 85 euro circa.

Come rilevato dallo studio “quasi tutte le offerte, anche quelle più costose, hanno un limite mensile di gigabyte che per alcuni può risultare molto abbondante, per altri può risultare particolarmente restrittivo”. Anche il sistema di trasmissione dati satellitare rischia di degradare se è congestionato o saturo, e a questo si devono i limiti sopra menzionati, onde evitare una cattiva distribuzione del servizio fra i diversi utenti. Un secondo problema evidenziato dallo studio è il tempo di latenza di questo tipo di collegamenti: “il dato deve essere inviato a un satellite che dista 35mila km e ricevuto dallo stesso”. Quindi “i tempi di latenza rendono poco reattiva la navigazione e impediscono o limitano fortemente certi utilizzi come il gioco on-line e la videoconferenza”.

Malgrado ciò, la conclusione di Sos tariffe è che la soluzione satellitare “è una delle opzioni principali da tenere in considerazione, dato che si tratta di una delle tecnologie che ha subito una forte evoluzione in positivo negli ultimi anni, divenendo oggi adatta anche alla clientela consumer”.
È certamente vero i satelliti sono in grado di raggiungere anche aree montane e rurali finora escluse dalle normali linee Adsl e, magari, coperte con difficoltà dalle reti di telefonia mobile. Non bisogna dimenticare che l’Italia condivide gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea, tra cui quello di permettere, entro il 2020, di fare navigare tutti i cittadini europei a 30 Mbps. E in Italia gli operatori lavorano per coprire con la banda ultralarga almeno metà del Paese entro il 2016.