domenica 6 aprile 2014

E' morto il cane in carrellino adottato dal disabile

Il Mattino
di Mauro Favaro

Vissuto in gabbia per 14 anni, i volontari dell'Enpa che ora gestiscono la struttura di Ponzano: «Abbiamo provato di tutto per curarlo»


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PONZANO - Il cane in carrozzina adottato da un 44enne di Fontanafredda (Pordenone), a sua volta in sedia a rotelle, è morto due mesi dopo aver lasciato il canile di Ponzano dove era rimasto rinchiuso per oltre 14 anni. Esattamente 5.259 giorni. Praticamente tutta la vita. Nel tempo, infatti, Gabriele aveva perso l'uso delle zampe posteriori.

I volontari dell'Enpa nel giro di un mese e mezzo, dopo aver assunto la gestione del canile, l'hanno messo su un carrellino per cani disabili. Gabriele ha ripreso a fare qualche passeggiata. Piccole escursioni che a metà febbraio, idealmente, l'hanno portato verso Debora e Jean Pierre Cucchiaro, in sedia a rotelle da quando ne aveva 20 a causa di un incidente in moto. «È stato provato di tutto per curarlo. L'unico rimpianto è di non essere arrivati prima - spiegano i volontari dell'Enpa - ma sicuramente in questi ultimi mesi è stato seguito e coccolato come non lo era stato mai».

domenica 6 aprile 2014 - 14:00   Ultimo agg.: 14:02

Se essere contro le nozze omo fa perdere il posto

Camillo Langone - Dom, 06/04/2014 - 09:34

Mozilla come Barilla: Eich, l'ideatore di Java cacciato per mille dollari donati nel 2008 al comitato per il referendum californiano contro le nozze omosessuali

Mozilla come Barilla. L'autunno scorso Guido Barilla ha dovuto prodursi in un'umiliante retromarcia dopo aver detto, alla radio: «A noi piace la famiglia tradizionale».
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Identificando col famigerato aggettivo la famiglia basata sul matrimonio di un uomo e di una donna: un concetto ovvio dall'alba della civiltà ma che da qualche tempo è pericoloso palesare e forse addirittura pensare. Adesso è primavera però dal punto di vista della libertà di espressione la stagione è ancora più grigia e così Brendan Eich, il capo di Mozilla che a dispetto del nome da mostro giapponese è una grossa azienda dell'informatica americana, ha dovuto dimettersi per una colpa analoga.

Ma cos'ha fatto di preciso? Nel 2008 aveva donato 1.000 dollari al comitato per il referendum californiano contro le nozze omosessuali. Tutto qui. Non dichiarazioni pubbliche, non discriminazioni sul luogo di lavoro: solo un vecchio contributo a un vecchio comitato nell'ambito di una normale dialettica democratica. Ma la nuova inquisizione omosessualista non prevede prescrizione, né attenuanti per la modestia dell'impegno (che cosa sono 1.000 dollari per un megadirigente di Silicon Valley?), né il fatto che quel referendum venne vinto dai sostenitori della famiglia naturale, o tradizionale per dirla alla Barilla, e che pertanto la maggioranza dei cittadini la pensava proprio come Eich. Il pensiero unico considera la democrazia un dettaglio obsoleto e ha dato mandato al suo braccio secolare, ossia internet, di scatenare un vero e proprio linciaggio al grido di «Dagli all'omofobo!», il corrispettivo contemporaneo del manzoniano «Dagli all'untore!».

Dopo pochi giorni Eich ha dovuto gettare la spugna, affinché l'azienda non naufragasse in un mare di boicottaggi. Definire assurde queste vicende è insufficiente e riduttivo. È come se a metà Ottocento si fosse definito assurdo «Il manifesto del partito comunista» o negli anni Venti il «Mein kampf»: certo, in quei testi circolava della follia ma era una follia che sarebbe stato meglio non prendere sottogamba. Le ideologie totalitarie vanno combattute subito, appena si manifestano, perché altrimenti prendono il sopravvento approfittando della naturale tendenza dell'uomo al conformismo e al quieto vivere, e addio libertà. Forse con l'omosessualismo siamo al punto di non ritorno: così come il caso-Barilla, anche il caso-Eich non ha suscitato reazioni significative. Segno che già oggi, della libertà di espressione, non gliene frega niente a nessuno.

Il futuro di Mozilla sarà Firefox Os - giochi e prezzi contenuti per tentare la scalata al mobile - aveva dichiarato, nemmeno due settimane fa, fresco di nomina, Brendan Eich, neo ad di Mozilla, l'impresa filantropica madre di Firefox. L'azienda americana ci aveva impiegato quasi un anno (dall'uscita di scena di Gary Kovacs) a decidere chi sarebbe stato il nuovo ad, e alla fine la scelta era caduta sul suo nome: Eich, geniale cofondatore, padre del linguaggio Java, l'uomo che da sempre sedeva nel consiglio che controlla la Foundation. La sua vocazione di tecnico sembrava una garanzia. Firefox la è il secondo sistema di navigazione Internet più diffuso al mondo. Che ha cacciato un genio per aver sostenuto le sue idee sulla famiglia donando 1.000 dollari.

Ora posso dirlo con certezza: la mia Caterina è resuscitata"

Stefano Lorenzetto - Dom, 06/04/2014 - 10:01

"Ragiona, ricorda, parla, ride eppure il suo cuore si fermò per un'ora e mezzo". Lo scrittore Antonio Socci indaga sul mistero dei "tornati dall'aldilà": 3 milioni solo in Italia

Caterina Socci, 24 anni, morì il 12 settembre 2009. Il 24 si sarebbe dovuta laureare in architettura. Quella sera, intorno alle 20, lei e le altre universitarie, con le quali condivideva un appartamento a Firenze, stavano decidendo se cucinarsi gli spaghetti o recarsi in pizzeria. Ebbe appena il tempo di dire: «Oddio, mi sento male». Le amiche la afferrarono al volo, impedendo che sbattesse la testa sul pavimento. Il cuore s'era fermato, il respiro pure. Suo padre, il giornalista e scrittore Antonio Socci, fu avvertito soltanto alle 21.30.


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Ancora gli vibrano nella testa lo squillo del telefono, il tramestio che d'improvviso scrollò la casa, l'urlo straziato della moglie Alessandra, subito seguito dal suo: «Gesùmionooooooooo!». E poi la folle corsa in auto da Siena a Firenze. «Aritmia fatale», fu la diagnosi. Nessuna malformazione congenita. Escluse cause virali o tossicologiche. Era semplicemente cessato, senza motivo, l'impulso elettrico che fa contrarre il muscolo della vita. Per tentare di ripristinarlo, i soccorritori del 118 usarono il defibrillatore più e più volte, con ostinazione. Dal momento dell'arresto cardiaco, le probabilità che questa manovra di rianimazione sortisca qualche effetto decadono del 7-10 per cento ogni 60 secondi. Dieci minuti, un quarto d'ora al massimo, e sei spacciato. E se per caso negli istanti successivi riescono a riacciuffarti, i danni al cervello provocati dalla mancata ossigenazione delle cellule nervose sono già irreversibili.

È il coma profondo o lo stato vegetativo permanente. Caterina era morta da un'ora e mezzo quando giunse sul posto don Andrea Bellandi, assistente spirituale degli studenti di Comunione e liberazione. S'inginocchiò sul pavimento e cominciò a recitare il rosario. L'équipe medica gli fece capire che era fiato sprecato, che non c'era più nulla da fare. Ma alla seconda, o terza, Ave Maria, «il miracolo», è così che lo chiama papà Socci: «Il cuore riprese a pulsare di colpo. Un battito forte, regolare, non deboli segnali come avviene subito dopo una defibrillazione. Tornata di botto normalissima anche la pressione arteriosa. Due eventi scientificamente inspiegabili.

Perché mia figlia era morta, capisce? Morta». Antonio Socci non ha paura di scomodare una parola impegnativa: resurrezione. Finora aveva sempre fermamente creduto che questo evento soprannaturale si fosse manifestato solo nei tre redivivi di cui narra il Vangelo, riportati in vita da Gesù: la figlia di Giairo, il figlio della vedova di Nain e Lazzaro. Ma oggi che Caterina ha 29 anni, si regge sulle proprie gambe, ragiona, ascolta, capisce, si commuove, ride, chiama per nome i genitori e s'impegna giorno dopo giorno in un lento ma strabiliante ritorno alla normalità, che cosa poteva concludere un padre se non che la sua primogenita è tornata all'aldilà? E proprio da questa figlia «resuscitata» prende le mosse.

Tornati dall'Aldilà (Rizzoli), il saggio che Socci, dal 2004 direttore della Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia, ha mandato in libreria quattro giorni fa e che si leggerebbe come un romanzo se non si sapesse in partenza che quanto vi è descritto è tutto vero, tutto documentato, a cominciare dalle molteplici testimonianze di quelle che la scienza classifica come Nde (near-death experience), esperienze vicine alla morte. «Quando la sorte mi ha costretto a occuparmene, sono rimasto sbalordito dai numeri: si calcola che circa il 5 per cento della popolazione mondiale abbia avuto una Nde. Quindi 3 milioni di persone soltanto in Italia. Il sondaggio l'ha svolto la Gallup, il più antico e autorevole istituto di statistica statunitense.

Io stesso, nella ristretta cerchia d'una ventina di amici, ho scoperto cinque casi, tre dei quali sono riportati nel libro». Socci, 55 anni, sposato con Alessandra Gianni, docente di iconografia medievale nell'ateneo di Siena che gli ha dato anche Maria, 28 anni, e Michelangelo, 16, è abituato a scavare in profondità. Eredità di famiglia: «Mio nonno Adriano era minatore, estraeva carbone nel Chianti. Mio padre Silvano lo stesso: a 9 anni già lavorava, a 14 scese in miniera. Era un cattolico vero, aveva capito cos'è il comunismo. Restò disoccupato con tre figli a carico, mentre mia madre aspettava me e mia sorella gemella, eppure non perse mai la speranza. È stato il mio master universitario».

Perché «aldilà» nel titolo del libro è scritto con la maiuscola?
«Perché è un posto eminente. Il luogo della realtà vera. Quella attuale è solo un teatro di ombre. Ho ascoltato l'ultima canzone di Vasco Rossi, Dannate nuvole: “Quando cammino in questa valle di lacrime vedo che tutto si deve abbandonare. Niente dura, niente dura. E questo lo sai, però non ti ci abitui mai. Chissà perché?”. Davanti alla fragilità del mondo, dentro di noi sentiamo la certezza d'essere fatti per qualcosa che dura».

I racconti dei «ritornati» non potrebbero essere sogni creati da una residua attività encefalica? In fin dei conti la scienza ignora circa l'80 per cento delle potenzialità cerebrali.
«Non dopo l'indagine dell'équipe olandese coordinata dal cardiologo Pim van Lommel su 344 pazienti rianimati in seguito a un arresto cardiaco, 62 dei quali avevano avuto una Nde nonostante fossero tutti clinicamente morti. Come si può spiegare una coscienza lucida fuori dal corpo nel momento in cui il cervello non funziona più e l'elettroencefalogramma è piatto? Su The Lancet, la Bibbia dei positivisti, van Lommel fu costretto ad ammettere che “si dovrebbe includere la trascendenza, come concetto e come prospettiva, all'interno di un tentativo complessivo di spiegazione di queste esperienze”. E il neurofisiologo John Eccles, premio Nobel per la medicina, ha concluso che non si può ricondurre la coscienza alla chimica dei neuroni: “Dobbiamo riconoscere che siamo esseri spirituali con un'anima che esistono in un mondo spirituale, così come esseri materiali con un corpo e un cervello che esistono in un mondo materiale”».

Fra i «resuscitati» lei cita gli attori Peter Sellers, Elizabeth Taylor, Sharon Stone e Jane Seymour.
«Anche il soldato Er, presente nella Repubblica di Platone, che risale al 380 avanti Cristo: si risvegliò a 12 giorni dal decesso e riferì di aver visitato l'aldilà. E Umberto Scapagnini, che fu parlamentare, sindaco di Catania e medico personale di Silvio Berlusconi. Da specialista di neuroscienze, spiegava che durante la sua Nde incontrò la madre, morta un anno prima, e poi padre Pio, il quale gli ordinò di tornare alla vita terrena, dicendogli: “Guagliò, che ci fai tu qui?”. E Cino Tortorella, il mago Zurlì».

Conosco bene Tortorella. Parla di «un'immersione nella chiarità», avvolto da «una matassa di voci di persone care». E si stupisce molto, lui che è ateo, dello scetticismo altrui.
«Una signora mi ha scritto un'ora dopo che avevo annunciato su Facebook l'uscita di Tornati dall'Aldilà: “Se ci riuscirò, un giorno le racconterò che cosa ho visto”. Molti tacciono proprio perché non trovano le parole per dirlo e temono di non essere creduti».

Qual è la Nde che più l'ha colpita?
«Quella di Vicki. Nasce prematura nel 1951, con bulbi oculari e nervo ottico atrofizzati e incompleto sviluppo della corteccia cerebrale visiva. Totalmente cieca. Nel 1973, a 22 anni, è coinvolta in un incidente d'auto. Tentano inutilmente di rianimarla. “Esce” da sé stessa. Non avendone esperienza, subito non distingue il suo corpo steso in barella. Poi lo identifica dall'anello che aveva conosciuto con il tatto. Al suo risveglio descrive con precisione il furgone Volkswagen contro cui s'è schiantata l'auto su cui viaggiava e i volti di persone defunte, “fatte di luce”, che non aveva mai visto in vita sua: la nonna, due amichette del collegio per non vedenti, due anziani. In pratica una prova scientifica dell'esistenza dell'anima contro coloro che liquidano le Nde come allucinazioni prodotte dall'encefalo. Nel cervello di Vicki non poteva esservi memoria delle immagini che invece ha saputo dettagliare».

Lei pensa che sua figlia sia tornata dall'aldilà?
«Ne sono fermamente convinto. Quando ricevetti la telefonata, il cuore era fermo da più di un'ora: una situazione incompatibile con la vita. Per una frazione di secondo ebbi chiaro nella testa un solo concetto: Dio può tutto. E supplicai i medici del 118 di continuare nei tentativi di rianimarla, pur sapendo che mi avrebbero restituito un corpo in stato vegetativo».

E oggi invece come sta?
«È perfettamente cosciente, ilare, vivace, tranquilla. Ha recuperato la memoria che aveva perso. Pronuncia parole, dice “mamma” e “papà”, si fa capire con i “sì” e con i “no”. È espressiva nel commentare i telegiornali. Sa che la riabilitazione sarà lunga, ma è certissima di uscirne. È impegnata nella logopedia e nella fisioterapia con il metodo Bobath che ridà il giusto allineamento al corpo. E resta incredibilmente bella».

Anche Caterina crede d'essere tornata a vivere per un miracolo?
«Certo, frutto d'una catena di preghiere incessanti che ha coinvolto quattro continenti. C'entra anche padre Pio. Undici giorni dopo la tragedia, cadeva la sua festa. Quella mattina mi aggrappai alla tonaca del santo di Pietrelcina. Dopo 10 minuti ricevetti una telefonata da Marija Pavlovic, una dei sei veggenti di Medjugorje. Venne a trovare Caterina e lì, in terapia intensiva, ebbe la sua visione quotidiana: la Madonna le apparve in cima al letto. L'indomani, mentre mia moglie e io accarezzavamo nostra figlia e le parlavamo, il suo viso avvampò, il cuore prese a galoppare, la pressione sanguigna e il respiro fecero scattare gli allarmi dei dispositivi di monitoraggio emodinamico. Strinse le nostre mani, come le avevamo chiesto di fare. I suoi occhi non erano più persi nel vuoto».

Vi aveva riconosciuto.
«Ma il risveglio cominciò solo verso Natale. Fu agitato, travagliato. Urlava. Nel gennaio 2010, mentre la madre le leggeva una pagina del Giovane Holden, Caterina proruppe in una risata fragorosa, lunghissima, che commosse tutto il reparto. Quattro giorni dopo le fu tolto il respiratore. Ricordava tutto. “Ha spazzato via ogni nostra previsione”, si stupì il professor Roberto Piperno, primario dell'unità di neuroriabilitazione dell'ospedale Maggiore di Bologna».

Vi ha spiegato com'è fatto l'aldilà?
«Sì. Una testimonianza che ci ha molto impressionato. Un giorno sarà lei a raccontarla in prima persona, se lo vorrà».

Ai genitori che perdono per sempre i loro figli che cosa si sente di dire?
«Che nulla è per sempre. Che la separazione è temporanea. Che la comunione dei santi li rende vicini nel tempo e nello spazio. Che tutte le lacrime saranno asciugate. Che siamo nati e non moriremo mai più, come disse Chiara Corbella, la quale rifiutò le cure antitumorali pericolose per la gravidanza pur di mettere al mondo il suo Francesco, sacrificando così la propria vita. Quando sento dire che non vi è niente di peggio della morte, io rispondo che la sofferenza di un figlio è ben peggiore. Chi, padre o madre, non direbbe a Dio: “Prendi la mia vita adesso, ma guariscilo”? È l'esperienza che il Padreterno ha messo nella natura per farci capire che cos'è l'amore vero, quello che non prende, che non possiede, che è pronto a immolare sé stesso».

Perché Dio pretenderebbe di farci credere nella vita eterna senza fornirci un briciolo di prova?
«Di prove ce ne ha date a iosa e la principale si chiama Gesù Cristo. Come ha ben spiegato il filosofo Henri Bergson, se fossimo assolutamente sicuri di sopravvivere, non potremmo più pensare ad altro. I piaceri sussisterebbero, ma offuscati e sbiaditi. Impallidirebbero, perché la loro intensità non sarebbe che l'attenzione da noi fissata su di essi».

Con quale carne risorgeremo? A che età?
«Le modalità restano un mistero. Ma nemmeno i dati biologici sono certi. Nell'arco di sette anni tutte le cellule del nostro corpo cambiano, eppure restiamo sempre noi stessi. Come si spiega?».

Pensa davvero che la scienza possa provare l'esistenza dell'anima e magari darle persino un peso, 21 grammi, come nel film con Sean Penn?
«Dal punto di vista empirico è un'esistenza già dimostrata dal fatto che tutti i desideri del nostro cuore non trovano appagamento su questa terra. Che cos'è il ricorso alla droga se non una ricerca di estasi? E le utopie politiche non sognano forse un altro mondo? Per non parlare del sesso: gli animali lo vivono come un semplice bisogno fisiologico, noi come un'ossessione che sfocia nella maniacalità. Questa può essere solo un'insoddisfazione dell'anima, non certo del corpo. Siamo stati fatti per una felicità infinita, non per qualcosa di meno».

Per passare alla Storia bisogna essere bugiardi

Matteo Sacchi - Dom, 06/04/2014 - 09:31

Dalla Guerra di Spagna al revisionismo sul Giappone: nel suo nuovo saggio Arrigo Petacco indaga inganni e intrighi del Novecento


Il primo ad accorgersene davvero, teorizzandoci sopra, fu lo storico francese Marc Bloch (1866-1944) fondatore degli Annales. Nessuna circostanza genera bugie come una bel conflitto armato. Tant'è che proprio Bloch su quel tema ha firmato un saggio piccolo piccolo, ma fondamentale per la storiografia: La guerra e le false notizie.

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A volte la disinformazione è così efficace che la verità può restarne alterata per sempre. Esempio lampante è una delle battaglie più antiche, quella di Quadesh (Egizi e Ittiti si giocavano il controllo del medioriente). Ramesse II in tutti i templi che ha fatto costruire racconta di averla vinta alla grandissima. Indovinate cosa dicono i «reportage» ittiti? L'esatto contrario. Gli storici di oggi propendono per la patta, ma è un modo per dire che non siamo più in grado di scoprire la verità. Ecco, sulla scia di Bloch si è messo uno dei più noti tra i divulgatori storici italiani, Arrigo Petacco, che arriva in libreria con La Storia ci ha mentito (Mondadori, pagg. 216, euro 19). Ha scelto come ambito di ricerca solo il XX secolo, ma anche così di bugie, soprattutto guerresche, ne ha raccolte tantissime. E da alcune di queste sono nati misteri davvero intricati, miti che anche lo storico fa fatica a smontare.

Vediamo qualcuno dei casi più clamorosi che Petacco esamina. La guerra civile spagnola ha generato menzogne infinite. A raccontare quello scontro, violento, ideologico e fratricida, sono accorsi centinaia di cronisti. Tutti hanno sposato l'ideologia di una delle due parti in lotta. I massacri rossi sparivano dalla stampa di sinistra, mentre su quella degli alleati di Franco i falangisti diventavano agnellini. Un giorno il comunistissimo editore Willi Münzenberg, racconta Petacco, aggredì Arthur Koestler allora reporter per la Tass: «Troppo blando! Troppo obiettivo!

Devi scrivere che schiacciano i prigionieri con i carri armati, che li evirano... devi far inorridire i lettori». Non contento lo inseguì sventolando un ritaglio di giornale italiano. Il testo recitava: «La milizia rossa distribuisce dei buoni del valore di una peseta. Ogni buono dà diritto a uno stupro...». E Münzenberg: «Impara, compagno. Questo è giornalismo. Loro sanno fare propaganda molto meglio di noi!». Nella ridda delle falsità finirono tutti, persino Hemingway che si rifiutava di ammettere che per la repubblica era finita. Solo Orwell si ostinava a scrivere la verità, anche sui crimini degli stalinisti, infatti nessuno voleva leggerlo...

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Ma a volte dietro le bugie o le omissioni c'è un piano di rimozione che arriva a coinvolgere un'intera nazione. È quello che è successo in Giappone con l'occupazione delle forze statunitensi. Per dieci anni la storia, spiega Petacco, non è stata più insegnata. E dopo, per altri venti, il periodo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale è stato sottoposto a filtri pesantissimi. Insomma i giapponesi dovevano assumere su di sé tutte le colpe ed equipararsi ai nazisti. Solo negli ultimi anni sono stati liberi di ripensare la loro Storia.

E il risultato è stato un notevole revisionismo. Ovviamente tirano acqua al loro mulino. Però è un fatto che, in parte, la loro fosse anche una reazione ai colonizzatori bianchi che da oltre un secolo cercavano di mettere le mani sul loro Paese. E l'alleanza con i tedeschi e gli italiani era men che strumentale... Basta constatare come i giapponesi non intervenissero affatto attaccando i sovietici. O come Hitler, che coltivò sempre la speranza di una pace con l'Inghilterra, frustrasse i tentativi Tokyo di organizzare un'insurrezione in India.

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E anche attorno a Pearl Harbor si è sviluppata una tale cortina di bugie che difficilmente si riuscirà a superarla. Di certo a Washington era noto che un attacco giapponese era imminente, Roosevelt aveva bloccato tutti i rifornimenti petroliferi al Sol levante. Forse il presidente non sapeva nulla del fatto che le portaerei giapponesi stavano per colpire la flotta alle Hawaii (i bersagli possibili erano tanti) ma c'era chi lo aveva scritto nero su bianco in un rapporto del gennaio '41: «È assai probabile che le ostilità con il Giappone si aprano con un attacco brusco contro la nostra flotta di Pearl Harbor, che precederà la dichiarazione di guerra... I precedenti dimostrano che le forze dell'Asse attaccano preferibilmente di sabato o domenica...».

Ma a volte furono i successi militari a restare celati, come il sistema di decrittazione dei servizi segreti inglesi «Ultra» e il computer Colossus. Anche dopo la guerra a Londra si guardarono bene da renderne note le capacità e, per anni, in Italia e Germania si parlò di traditori che non c'erano.
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Sono solo alcune delle tante mistificazioni della storia su cui si cimenta Petacco. Ci sono anche l'invasione Sovietica della Polonia che nessuno vuole ricordare, i rapporti tra il Duce e Hitler, i documenti segreti del Duce... E nel maneggiare cotanto materiale, ogni tanto, ci scappa anche l'errorino - come chiamare ammiraglio il segretario della marina di Roosevelt, Frank Knox (si occupava di marina ma era un ex maggiore d'artiglieria e un editore)- o l'interpretazione molto personale. Però il libro resta godibile e fa riflettere sul fatto che molta gente si è molto sforzata per superare i limiti della menzogna tracciati da Abramo Lincoln. Il presidente diceva: «Potete ingannare tutti per qualche tempo e qualcuno per sempre, ma non potete ingannare tutti per sempre». Forse era ottimista.

Europa, ecco le spese d'oro, a ogni onorevole 12mila euro netti. Rimborsi anche per gli ospiti

Il Mattino
di David Carretta


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​La democrazia costa. Ancora di più quando è transnazionale e un Parlamento è composto da 766 deputati eletti in 28 Paesi, in cui si parlano 24 lingue ufficiali. Ammonta a 1,7 miliardi il bilancio per il 2014 dell'Europarlamento, per il cui rinnovo si voterà il 25 maggio. Una cifra significativa, in continua espansione, dovuta in parte alla necessità di avere due sedi pienamente operative (Strasburgo e Bruxelles), con un aggravio di circa 200 milioni l'anno. A sentire gli europarlamentari italiani, la scure dell'austerità si è abbattuta su di loro già cinque anni fa, con un taglio dello stipendio fino ad allora allineato a quello di Camera e Senato. La crisi ha peggiorato le cose, con il congelamento dal 2011 dei salari di eurodeputati e funzionari, come gesto di solidarietà nei confronti dei cittadini in difficoltà. «Farsi eleggere a Bruxelles e Strasburgo non è più una pacchia, quei tempi sono finiti», ripetono in molti, arrivati nel 2009 convinti che la casta europea avesse lo stesso profilo di quella italiana o addirittura che godesse di maggiori privilegi.

100 MILA EURO PER UN SEGGIO
In realtà, farsi eleggere all'Europarlamento è ancora un affare. Perfino più che alla Camera. Non è un caso se c'è chi è disposto a investire oltre 100.000 mila euro per strappare le preferenze necessarie a vincere il biglietto per Bruxelles e Strasburgo. «La campagna elettorale mi costerà 150.000 euro», dice uno dei fortunati di 5 anni fa. La retribuzione parlamentare lorda mensile di un deputato della Repubblica italiana ammonta a 10.435 euro, molto più dei 7.957 euro di un parlamentare europeo. Ma, grazie al fatto che gli eletti europei pagano le tasse al bilancio comunitario, lo stipendio netto diventa più alto: 6.200 netti contro i 5.246 della Camera. Idem per la diaria giornaliera per vitto e alloggio.

IL BOTTINO
La Camera attribuisce 3.503 euro al mese a ciascun deputato, da cui vengono decurtati 206 euro per ogni giorno di assenza da sedute in cui sono previste votazioni elettroniche. All'Europarlamento funziona all'inverso: 304 euro per ogni firma di presenza (dimezzati se non si partecipa a più della metà delle votazioni elettroniche in plenaria) che, moltiplicati per 20 giorni, diventano un bottino da oltre 6.000 euro al mese.

BUSINESS RIMBORSATA
Difficilmente un deputato europeo lavora a Strasburgo o Bruxelles 20 giorni al mese. È necessario curare il collegio e l'Europarlamento rimborsa il biglietto aereo in classe business, fino a due andata e ritorno a settimana, più 50 centesimi a chilometro per raggiungere l'aeroporto. A Strasburgo, dove il Parlamento si riunisce una volta al mese per quattro giorni, il giovedì all'ora di pranzo, subito dopo il voto, c'è il fuggi-fuggi generale per correre a prendere l'aereo e tornare a casa, anche se la sessione prosegue nel pomeriggio. Il lunedì mattina e il venerdì è difficile incrociare un europarlamentare italiano anche nella sede di Bruxelles ma, pur di far la cresta sulla diaria, alcuni parlamentari sono disposti a tutto. C'è chi pianifica l'arrivo entro le 18h30, giusto in tempo per firmare il registro delle presenze, e chi prenota l'aereo di rientro alle 10,00, per un passaggio mattutino a incassare l'emolumento.

TRUCCHI DA EURODEP
Anche i gruppi di visitatori possono essere una manna: l'Europarlamento mette a disposizione di ogni deputato un rimborso forfettario chilometrico – circa 262 euro a testa da Roma a Bruxelles – per un massimo di 110 persone l'anno. Alcuni usano la somma per organizzare riunioni politiche a Bruxelles, altri per semplici gite elettorali. A Strasburgo, dove i prezzi degli alberghi oscillano tra gli 80 e i 300 euro, alcuni eurodeputati vanno a dormire in Germania o nei motel low cost lungo l'autostrada, dove la notte può scendere a 30 euro. Uno dei primi consigli che riceve un neo-eletto quando sbarca a Bruxelles è di comprarsi casa, «perché i prezzi sono bassi» (2-3000 euro al metro) e «la diaria è meglio metterla in un mutuo che in un residence o in un albergo». La diaria serve anche a rimborsare i pasti. Per chi vuole, è a disposizione il «ristorante dei membri», dove si accede su invito e i prezzi sono in linea con quelli fuori dal palazzo. Ma c'è sempre l'alternativa delle mense a «prezzo politico» dell'Europarlamento i cui prezzi, sia a Strasburgo sia a Bruxelles, oscillano tra i 5 e i 15 euro.

domenica 6 aprile 2014 - 09:30   Ultimo agg.: 12:23

Assistenza clienti su Facebook e Twitter La prova sul campo: promossi e bocciati

La Stampa
elisa barberis

Crescono le aziende che usano i social per stabilire un contatto diretto con i consumatori. Per alcune è una vetrina, per altre un impegno serio: ecco come alcune hanno risposto alle nostre richieste di risolvere disagi e inconvenienti




Dimenticate le eterne telefonate al call center o i giorni in attesa di una risposta via mail che non arriva mai. Se avete un problema con la fornitura di luce e gas, dovete cambiare biglietto aereo o volete informazioni su un prodotto acquistato, chiedete aiuto sui social network. Sono sempre di più le aziende che li utilizzano non solo per promuoversi, ma soprattutto per ascoltare le opinioni dei clienti, instaurare con loro un dialogo e offrire un aiuto (quasi) immediato in caso di necessità. Obiettivo: perfezionare l’esperienza di brand e di prodotto grazie a consigli e critiche delle piazze virtuali che, rimettendo al centro gli individui con le loro passioni, relazioni e azioni, costringono le imprese a ripensare il loro modello di business. Nell’era del “social caring” quante sono però quelle pronte a rispondere 24 ore su 24 alle decine – o centinaia– di segnalazioni che arrivano ogni giorno? Sull’onda della ricerca di Blogmeter, che ha analizzato 2.519 pagine Facebook e 1.167 profili Twitter, abbiamo messo alla prova anche noi i più importanti marchi che operano in Italia. E se l’intenzione di migliorare il coinvolgimento del consumatori c’è, non sempre, tuttavia, il risultato è soddisfacente.

Promossi…
Rapidità nel fornire assistenza, precisione nell’esposizione delle eventuali soluzioni, tono informale e cordiale: ecco i parametri con cui abbiamo valutato il feedback a ipotetiche domande che i consumatori potrebbero porre ogni giorno. Tra gli account più attivi, meritano di essere segnalati quelli delle compagnie telefoniche – Vodafone in testa, seguito da Wind , Tim e 3 Assistenza Clienti –, che privilegiano di solito l’interazione su Facebook, mentre su Twitter chiedono in cambio un follow prima di replicare alle segnalazioni che spaziano dai problemi di connessione a informazioni sulle tariffe alla richiesta di disattivazione di servizi. Precise, veloci ed esaustive pure le reazioni di PosteMobile e Alitalia: in particolare, la compagnia di bandiera sceglie un approccio “a tu per tu” (eventualmente anche multilingue) per rispondere ai reclami contro la cancellazione o il ritardo di voli, bagagli danneggiati o dispersi, check-in che non funzionano, mancato accredito dei punti MilleMiglia e centralini difficili da contattare. Anche le banche si distinguono per l’immediatezza nell’aiutare i propri clienti, ma se Unicredit preferisce utilizzare il sito di microblogging (chiudendo alla possibilità di lasciare un commento sulla pagina Facebook) e uno stile espressivo più ufficiale, la scelta di Intesa Sanpaolo è diametralmente opposta: un contatto personalizzato, esclusivamente tramite il social network di Zuckerberg, appena 5 minuti di attesa. Dettagliata e coinvolgente pure l’assistenza – solo su Twitter – ai viaggiatori che si muovono con Trenitalia.

Sul fronte alimentare, se Carrefour sceglie di comunicare solo in 140 caratteri così come Nestlè, che però lascia la possibilità di inviare messaggi privati su Facebook, Barilla cerca di far sentire i clienti “a casa propria” anche sui social network, attraverso un linguaggio informale, diretto, fatto di emoticons e fotografie. L’obiettivo è instaurare un dialogo continuo con i clienti che chiedono maggiori informazioni su ingredienti e ricette, proprio come Ferrero cerca di fidelizzare i consumatori grazie all’interazione dinamica e divertente sui profili dei suoi prodotti di punta, dai Ferrero Rocher ai Pocket Coffee.

…e bocciati
Tempi di risposta ancora troppo lunghi, invece, per chi chiede assistenza ai fornitori di luce e gas, Enel ed Eni, sei giorni per un feedback su Facebook dal primo, ancora più difficile contattare il secondo, presente esclusivamente su Twitter. A dispetto della massiccia diffusione dei propri dispositivi ed elettrodomestici, poi, deludono i colossi dell’hi-tech: Apple fornisce un aiuto solo attraverso il sito e i propri negozi (l’unico profilo ufficiale è quello dedicato all’App Store, nessuna replica da Samsung, che consente solo un eventuale scambio di messaggi in forma privata, più veloce ma telegrafica invece quella di Lg dopo tre giorni. Come il gigante di Cupertino, anche Amazon – tramite Twitter – rimanda alla tradizionale assistenza sulla versione italiana del portale, mentre conviene chiedere aiuto via Facebook: neanche un’ora per un riscontro.

Tace anche il settore moda, così come quello farmaceutico: nessuna traccia di dialogo con i consumatori per L’Oreal, H&M e Novartis - gli account di questi ultimi due sono soltanto in lingua inglese –, una risposta arriva solo da Tezenis ma rimanda a un’e-mail di servizio anche per le domande più banali.

Un nuovo modello aziendale
Se è vero che i social network possono spesso rivelarsi un’arma a doppio taglio, sono ancora troppe le imprese che non hanno colto la potenzialità di interagire con costanza con i propri clienti. “In generale, su Facebook e Twitter le aziende parlano in modo unicamente promozionale, come se fossero dei cartelloni pubblicitari online”, spiega Vincenzo Cosenza, analista di Blogmeter. Tranne poche eccellenze come i colossi delle telecomunicazioni, “che devono sì gestire una mole elevata di domande ma sono anche più abituate culturalmente a questo tipo di servizio”, alcune imprese di trasporti e del settore bancario, i margini di miglioramento sono decisamente ampi. “I consumatori hanno capito che possono utilizzare le reti social non solo per trovare una soluzione ai loro quesiti, ma soprattutto per esercitare una pressione sociale sulle aziende – continua –.

Ogni singolo feedback, poi, va a beneficio di tutti gli utenti, diversamente dalla chiamata al call center, spesso da ripetere più volte per avere una risposta univoca dagli operatori”. Tra chi ha deciso fin da subito di rivolgersi a un’utenza di massa tramite Facebook o chi ha voluto cogliere le esigenze di un target di nicchia come quello di Twitter, il più delle volte, però, il problema sta nella mancata integrazione tra le diverse anime dell’azienda: “Questo tipo di attività necessita un ripensamento di processi interni – conclude Cosenza –: non si possono più pensare come separate le funzioni di web marketing e quelle di customer care, così come non si potrà più prescindere dalla conoscenza del profilo digitale dei clienti e da una gestione assolutamente trasparente dell’interazione con loro”.

Windows cambia ancora: ecco le novità in arrivo l’8 aprile

Corriere della sera
di Alessio Lana


Windows riparte dall’8.1. Dopo l’aggiornamento per Windows Phone, Redmond porta una ventata di freschezza anche nei PC con Windows 8.1 Update, aggiornamento gratuito che verrà rilasciato l’8 aprile, il giorno in cui verrà dismesso definitivamente XP Tra le tante novità introdotte la più interessante è poter avviare Windows direttamente in modalità desktop. Un passo indietro rispetto alle “mattonelle” che tentavano di avvicinare il PC ai tablet permette di tornare a usare il computer come siamo abituati: con la scrivania, la barra delle applicazioni nella parte inferiore e le icone in ordine.

La prima novità del sistema operativo è di tipo estetico. Nella schermata Start ora troviamo i pulsanti di accensione e di ricerca nell’angolo superiore destro, accanto all’immagine del proprio account. Così non dobbiamo più fare tre passaggi per spegnere ibernare il PC. Sulla barra delle applicazioni ora possiamo aggiungere i siti preferiti e qualsiasi app per aprirle con un clic e passare da una all’altra rapidamente. Novità anche nei controlli: ora basta spostare il mouse sulla parte superiore dello schermo per chiudere o ridurre un’applicazione. Spostandolo nella parte inferiore invece comparirà la barra delle applicazioni.

Dalla barra possiamo anche controllare la riproduzione di contenuti multimediali come video e musica. Basta ora un clic con il pulsante destro per visualizzare il menu di scelta rapida di un’applicazione e le operazioni che possiamo eseguire come la rimozione dalla schermata Start, l’aggiunta alla barra delle applicazioni, la modifica delle dimensioni o la disinstallazione. Proprio come sul desktop. Visto che le app sono il cuore di ogni sistema operativo, ora l’icona del Windows Store è sulla barra delle applicazioni.

Una mattonella dedicata ai settaggi ci consente di controllare le impostazioni del PC al volo.
Una volta scaricata una nuova app, una notifica ci avverte dell’avvenuta istallazione. Le nuove app poi vengono evidenziate per riconoscerle a colpo d’occhio. Con il mouse possiamo selezionare più mattonelle e spostarle tutte insieme. La barra di ricerca consente ora di cercare oggetti non solo tra i contenuti del PC ma anche tra le applicazioni del Windows Store.

Novità anche da Exlorer 11. Il browser ora si adatta al device rilevando la dimensione dello schermo e la periferica di input (mouse e tastiera o touch screen) oltre all’orientamento del display. Vista l’attenzione del nuovo CEO Nadella verso le imprese, il nuovo Windows gode di due funzioni chiamate EMIE (Enterprise Mode Internet Explorer) e MDM (Mobile Device Management). Il primo abilita la compatibilità di Internet Explorer 8 in Internet Explorer 11 per fare in modo che le aziende siano in grado di eseguire facilmente app basate sul Web su dispositivi con Windows 8.1. L’MDM invece porta nuove impostazioni di policy aggiuntive, con elenchi di app del Windows Store e di siti Web consentiti o meno.


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Fisco, le 8 aree dell’evasione: in 11 milioni ad altissimo rischio

Corriere della sera

L’Agenzia delle Entrate suddivide l’Italia in 8 zone in base al rapporto con l’amministrazione fiscale: da «Rischio totale» a «Stanno tutti bene»




L’Italia per il Fisco può essere divisa in otto: da aree a «Rischio totale» a quelle in cui «Stanno tutti bene» passando per «Niente da dichiarare?». A stilare la «nuova» mappa, che accumuna gruppi di province per indicatori di fisco,criminalità ed economia è l’Agenzia delle Entrate. Obiettivo:lotta all’evasione e migliori servizi.
Lo studio
Lo studio, che il cui obiettivo non è quello strettamente repressivo dell’evasione ma punta al miglioramento dell’efficenza sul territorio dell’Agenzia delle Entrate, attribuisce suggestivi nomi di fantasia ai diversi gruppi di province, ma nasce da una seria e rigida analisti statistica che ha utilizzato 245 variabili raccolte da fonti ufficiali. Nessuna scorciatoia statistica per criminalizzare le diverse aree, ma la volontà di comprensione di realtà complesse che richiedono una diversa risposta dell’amministrazione fiscale, anche in termini di servizi resi sotto forma di assistenza e comprensione dei problemi.
La suddivisione
Da «Pericolo Totale» a «Stanno tutti bene», la scala tonale della mappa tracciata sullo stivalone italiano dagli esperti dell’Agenzia delle Entrate ha tantissime sfumature: passa per le aree a basso sviluppo ed alta evasione («Niente da dichiarare?» è il nome del gruppo) a quelle con molte attività manifatturiere («L’industriale»), dalle province «Equilibriste» alle due aree metropolitane di Roma e Milano («Metropolis»), per esaminare anche i due gruppi «Rischiose abitudini» e «Non siamo angeli», quest’ ultima con un tasso di pericolosità fiscale intermedia, ma non certo ottimale. Lo studio non conta i residenti, ma basta sovrapporre una mappa ai dati dell’Istat per scoprire che ci sono 11,2 milioni di residenti che abitano nelle province «Rischio Totale», dove l’alta pericolosità fiscale e sociale si sposa con un bassissimo tenore di vita.

Subito dopo ci sono 9,4 milioni di cittadini di altri due gruppi: i «Metropolis», con i 7,1 milioni di residenti delle province di Roma e Milano e i «Niente da dichiarare»`. Tutti e due hanno un rischio di evasione medio alto, ma sono profondamente divisi dal tenore di vita e dalla pericolosità sociale, più alta nelle due grandi città. Sono queste le aree che pesano di più nei 90 miliardi di tax gap calcolati dall’Agenzia in un altro studio consegnato in Parlamento questa settimana e che misura il divario tra quello che il fisco dovrebbe incassare e quello che raccoglie concretamente: colpa non solo dell’evasione ma anche di errori e di impossibilità a pagare il dovuto per mancanza di liquidità. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia.

Ci sono 23,3 milioni di cittadini che abitano in province che il fisco considera tranquille: sono il gruppo «Industriale» e «Stanno tutti bene», nelle quali la pericolosità fiscale è bassissima così come il rischio sociale: in ordine alfabetico spaziano da Aosta a Udine ma riguardano province del centro nord spesso lontane dai grandi centri. Lo spaccato dello studio dell’Agenzia delle Entrate, del resto, fa proprio questo. Entra dentro le diverse realtà, indagando sette diversi filoni -

1) Dimensioni e popolosità del bacino,
2) pericolosità fiscale,
3) pericolosità sociale,
4) tenore di vita,
5) struttura produttiva,
6) l’accesso a servizi tecnologici,
7) presenza di infrastrutture - e, anche se potrà avere un risvolto nel misurare meglio le forze nella lotta all’evasione, potrebbe rappresentare un contrappasso per i dipendenti del fisco. Già perché - è scritto nello studio - nella valutazione dell’efficienza delle «direzioni provinciali dell’Agenzia «una Direzione provinciale può essere leader nella propria regione ma risultare poco efficiente nell’ambito del gruppo di appartenenza».

5 aprile 2014 | 15:25

L’analisi del dna di Eva Braun “La moglie di Hitler era ebrea”

La Stampa

Il test su un campione di capelli ritrovato nella residenza del Fuhrer: «Sequenza simile a quella degli askenaziti»

pa.it
Eva Braun, la moglie di Adolf Hitler, avrebbe origini ebraiche, in base a nuove analisi del dna effettuate per un documentario che verrà diffuso mercoledì dalla rete britannica Channel 4. La tesi si basa sull’analisi di capelli provenienti da una spazzola ritrovata a Berghof, la residenza di Hitler in Baviera dove Eva Braun ha vissuto negli anni della seconda guerra mondiale.
Sui capelli in questione, i ricercatori hanno identificato una sequenza specifica di dna «fortemente associata» agli ebrei askenaziti, che rappresentano l’80% circa della popolazione ebraica. In Germania numerosi ebrei askenaziti si erano convertiti al cattolicesimo nell’Ottocento.

Per confermare al 100% l’ipotesi si dovrebbe paragonare il dna di Braun a quello delle due sue discendenti ancora vive, ma fino ad oggi hanno rifiutato di sottoporsi al test.

Per loro sono soltanto un rifugiato di serie B"

Luca Romano - Sab, 05/04/2014 - 18:57

Perseguitato a Cuba e diventato cittadino italiano nel 2004: ecco l'odissea burocratica di Carlos Carralero

Mentre Laura Boldrini si scandalizza del trattamento riservato agli immigrati a fronte dei "servizi di lusso" offerti ai turisti, non tutti i rifugiati politici vengono trattati allo stesso modo, nemmeno dall'Unhcr di cui la presidente della Camera era rappresentante italiana.


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È la storia di Carlos Enrique Carralero Almaguer, rifugiato politico cubano che vive a Milano e che ha scritto una lettera al quotidiano online L'Intraprendente per raccontare la sua vicenda.

Carlos è diventato un cittadino italiano nel 2004, ma si ritiene un rifugiato di serie B. "Arrivato in Italia, dopo esser stato incarcerato a Cuba per manifestazioni pacifiche e poi esiliato, incontrai brave persone, ma non altrettanto posso dire della crudele e cieca burocrazia", racconta, "Comincerò col dire che sono laureato in Scienze dell’Alimentazione, ma in Italia non ho potuto convalidare il mio titolo e l’integrazione professionale per il conseguimento di tale obiettivo è impossibile per chi non se la può economicamente permettere".

Dopo le persecuzioni in carcere, infatti, l'uomo - in Italia dal 1995 - ha subìto una serie di persecuzioni burocratiche. A partire dalla domanda di asilo politico, rifiutata in un primo momento senza motivo. "Le ragioni? Con amarezza mi verrebbe da pensare che per paradosso forse fu perché sono un vero dissidente, un vero perseguitato da un regime che ormai si sa essere feroce. Nonostante la presentazione di nove documenti, di cui ho copia, ottenuti in modo rocambolesco tramite un amico, che fu anche testimone delle mie vicissitudini cubane, tramite paesi terzi, per eludere i servizi segreti del regime castrista, la mia pratica era in stallo, cioè in fondo alla torre delle altre domande che continuavano ad arrivare dopo la mia". Alla fine la situazione si sbloccò quando - coincidenza? - morì il presidente della Commissione.

Poi nuovo intoppo: il ricongiungimento familiare, chiesto due anni dopo il raggiungimento dello status di rifugiato. "Per poter far partire mia moglie ed i miei figli da Cuba, inviai alle autorità cubane i nulla osta ottenuti in Italia, ma come sempre accade con i paesi sotto regime, queste cominciarono con il giochetto ricattatorio dei rimbalzi di firme per ritardare una pratica che in realtà si sarebbe dovuta risolvere in meno di un mese. Feci presente la situazione all’Acnur di Roma, ma stranamente la situazione si oscurò ancor più e la pratica finì nelle mani dei servizi segreti castristi, complicandosi sempre più". Solo l'intervento di Lamberto Dini - racconta sempre Carlos - permise di sbloccare la situazione.

Ma per i figli la situazione burocratica non fu semplice: la più piccola fu registrata come "illegittima", gli altri due sono stati cancellati dall’anagrafe del Comune di Milano. E dopo una serie di altre vicende, ecco l'ultima: "Nel settembre scorso ho inoltrato una domanda di assegno sociale, data la situazione economica della famiglia, ma ho poche speranze: nonostante abbia lavorato in regola per 28 anni, in Italia posso contare su un periodo di contribuzione di soli 12 anni. Sono in grado di svolgere vari lavori, tranne quelli pesanti, a causa alcune patologie e ciò che il regime carcerario cubano ha lasciato al mio fisico. Avrei il mio prodotto da offrire, i miei libri e ciò che per tanti sarebbe una spesa da poco, qualche euro, per me sarebbe l’uscita dal tunnel, ma pare che a qualcuno non piaccia che il mio libro sul castrismo venga comprato e letto. Difficile continuare sulla retta via, come in tutta la mia vita e in quella dei miei familiari, in queste condizioni".

Ambasciatori russi al telefono: «Dopo la Crimea, vogliamo il Veneto»

Il Messaggero
di Gianluca Salvagno





La notizia è stata pubblicata on line ieri pomeriggio dal prestigioso quotidiano britannico The Guardian con tanto di telefonata intercettata e pubblicata su YouTube.Nella registrazione i due presunti ambasciatori russi Igor Chubarov (ambasciatore in Eritrea) e Sergei Bakharev (ambasciatore dello Zimbabwe e Malawi) rivelerebbero mire espansionistiche dopo l'annessione della Crimea.
«Abbiamo la Crimea - dicono al telefono - ma in futuro faremo benissimo a prenderci anche la Catalogna e il Veneto, ma anche la Scozia e l'Alaska», dice Chubarov ridendo. Parlano di Venezia (Venice) nella telefonata, ma in realtà si riferiscono al referendum on line degli indipendentisti lanciato dal sito plebiscito.eu. e che tanta eco aveva avuto anche sui media esteri.

Chubarov spiega che la Russia aiuterà ad annettersi tutti quei paesi di confine, come l'Estonia, la Romania e la Bulgaria, anche se alla fine però - tra il serio e il faceto - si dicono d'accordo che probabilmente al momento sarebbe meglio lasciare la Bulgaria e la Romania in Europa e sarebbe più interessante optare per la California o Miami. I due poi divagano a parlare di affari internazionali e dei Paesi che aiutano la Russia. Secondo il Guardian è possibile che la pubblicazione della registrazione sia una vendetta dopo la recente chiamata trapelata tra l'assistente segretario di Stato Usa, Victoria Nuland, e l'ambasciatore Usa a Kiev in cui Nuland aveva detto al telefono "fuck the EU" in riferimento alle differenze sulla politica dell'Ucraina.

La reazione di Mosca alla telefonata tra ambasciatori africani - scrive sempre il Guardian - è stata più di divertimento che rabbia. Maria Zakharova, vice portavoce del ministero degli esteri russo, ha scritto su Facebook di non aver idea di chi parla in questa telefonata, ma ha osservato che la fotografia allegata al video di YouTube di Bakharev non somiglia a quello vero. Anzi insinua che la registrazione sia stata un'opera maldestra degli Stati Uniti. Insomma, vera o finta che sia l'intercettazione, il referendum indipendentista veneto continua a parlare russo.


Sabato 05 Aprile 2014 - 19:26
Ultimo aggiornamento: 19:37

Ancora bluff: il premier chiude le ambasciate mai aperte

Fabrizio Ravoni - Sab, 05/04/2014 - 15:29

I tagli ai distacchi sindacali? Solo venti persone. Stabilizzati 4.500 docenti di sostegno e 9mila tra bidelli e amministrativi

Roma - Mao diceva: ogni lunga marcia inizia con un piccolo passo. E Matteo Renzi sembra applicare alla lettera il principio del Grande Timoniere.
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La conferma viene dalle scelte del consiglio dei ministri. Primi, piccoli, passi appunto. Il comunicato di Palazzo Chigi dà conto della chiusura di 4 ambasciate, in linea con il decreto legge sulla spending review del governo Monti. Le sedi da chiudere vengono citate dalla nota ufficiale. E sono le ambasciate di Tegucigalpa (Honduras), Reykjavik (Islanda), Santo Domingo (Repubblica Dominicana), Nouakchott (Mauritania). Piccolo particolare. In nessuna di esse oggi c'è un ambasciatore (in Honduras ed a Santo Domingo c'è un incaricato d'affari). Non solo. Reykjavik e Nouakchott non sono nemmeno mai state aperte. In compenso, vengono cancellate dalla pianta organica del ministero degli Esteri, così da puntare ad avere maggiori margini e contenere così i futuri tagli alla spesa, previsti per la Farnesina.

In compenso, vengono unificate le rappresentanze di Unesco ed Ocse a Parigi. Con il risultato che l'ambasciatore dell'Unesco (nominato nel settembre dello scorso anno, una donna) rimarrà un paio d'anni e poi verrà richiamato a Roma. Anche la (presunta) chiusura delle ambasciate diventa argomento per i parlamentari grillini di tirare in ballo gli aerei F35 e polemizzare con il governo. Dello stesso tono anche le altre misure adottate dal Consiglio dei ministri. Il comunicato di Palazzo Chigi annuncia che il governo ha dato mandato al ministro della Funzione pubblica Maria Anna Madia di firmare il contratto collettivo per la ripartizione dei permessi sindacali per i dirigenti della pubblica amministrazione.

Piccolo particolare. La norma originaria è del 1998. Viene applicata ad una settantina di persone, per lo più medici. Categoria che non ha mai accettato di misurarsi con le rappresentane sindacali unitarie, in quanto non si riconosceva pienamente nel ruolo di Cgil, Cisl e Uil. Ora, dopo 16 anni, lo ha fatto. E la Madia deve certificarlo con la propria firma. L'impatto provocherà una riduzione dei distacchi sindacali nell'ordine di una ventina di unità. Il Consiglio dei ministri poi approva l'assunzione a tempo indeterminato di 4.447 docenti di sostegno per alunni con disabilità e di oltre 9 mila dipendenti amministrativi (bidelli, impiegati, contabili).

In realtà, il decreto di assunzione di questa schiera di docenti e non docenti è del 14 marzo, firmato da Maria Chiara Carrozza. Tant'è che molti di loro già lavorano. Assunti dal pianeta Scuola anche 43 assistenti amministrativi, 19 coadiutori, 2 direttori ed un collaboratore. Tutti destinati «alle esigenze delle Istituzioni di alta formazione artistica, musicale, coreutica». Matteo Renzi è poi riuscito a nominare formalmente Raffaele Cantone quale presidente dell'Authority anticorruzione, dopo averlo annunciato più volte. Infine, Franco Gallo sostituisce Giuliano Amato alla guida dell'Enciclopedia italiana, la Treccani. Lo decide il consiglio dei ministri. Da notare che Gallo è stato componente della Corte Costituzionale, come Amato. Ma è stato anche ministro delle Finanze: incarico che Amato non ha mai rivestito, «limitandosi» al Tesoro ed alla presidenza del Consiglio.

Milano, i call center contro Pisapia: paghe da fame

Libero


russi
Presente «Tutta la vita davanti», il film di Virzì ambientato in un call center della periferia romana? Con Massimo Ghini e Sabrina Ferilli che fanno la parte dei carnefici, in mezzo a giovani neo laureati con lode costretti a uno dei lavori peggio pagati e più alienanti che esistano? Nella Milano del 2014, a interpretare la parte del cattivo, è il sindaco eletto in quota Sel, ex Rifondazione comunista, Giuliano Pisapia. La sua responsabilità non è diretta, ma il caso rischia di essere esplosivo. Colpa di un bando di gara per l’affidamento del servizio di call center del Comune, che secondo le denunce dell’associazione di categoria delle società di call center, la Assocontact (aderente a Confindustria digitale) ha un prezzo base d’asta talmente basso da non consentire di pagare i lavoratori in base al contratto nazionale di categoria.

«La base d’asta, cui poi andranno aggiunti i ribassi - denuncia il presidente di Assocontact, Umberto Costamagna - non comprende neanche il costo del personale». Fatti due conti, pare sia proprio così. Il bando prevede un costo massimo per minuto lavorato dagli operatori di 45 centesimi. Poiché in media un lavoratore del call center lavora tra i 40 e i 45 minuti in un’ora (il resto del tempo sono le pause tra una telefonata e l’altra e le attese per contattare i clienti), il conto è presto fatto: si oscilla tra 18 e 20 euro all’ora.

«Come si fa ad accettare una proposta del genere, se a noi i lavoratori, inquadrati al terzo livello con il contratto delle tlc, costano 17,79 euro l’ora?» si domanda Costamagna. Naturalmente si parla di cifre lorde (quindi quello che resta in tasca un lavoratore è ancora meno). La rappresaglia contro il Comune di Milano di Assocontact è stata spietata. «Invitiamo le aziende del settore a non partecipare alla gara per il call center del Comune di Milano, a meno che il Comune di Milano non torni sulla sua decisione».

Il bando si è chiuso il 31 marzo, le buste sono state aperte il primo aprile, ma da Palazzo Marino, sede dell’amministrazione guidata da Pisapia, non hanno saputo dire quante aziende hanno partecipato e quali sono i termini delle offerte. Ad ogni modo si difendono. «I prezzi indicati come base d’asta nel bando sono in linea con quelli Consip» spiega l’ufficio stampa del Comune di Milano. Ma non solo: il nuovo bando, che prevede di non impiegare più il servizio di call center tutto in esterno, ma di sfruttare anche i dipendenti del Comune di Milano («per offrire un servizio più competente sulle singole materie», spiegano), «farà risparmiare alle casse comunali 2,2 milioni di euro l’anno a parità di servizio erogato» sottolineano da Palazzo Marino.

Argomenti che non convincono una delle principali società del settore, la Almaviva Contact. Si tratta dell’azienda che negli ultimi 7 anni ha gestito il servizio infoline 020202 del Comune di Milano, ma ha scelto di non partecipare alla gara. «È impossibile fare un’offerta, con questi parametri non viene rispettata la dignità dei lavoratori e delle aziende in regola». Il dubbio è che per aderire a un contratto con parametri economici così stretti si debba ricorrere alla pratica di esternalizzare parte del servizio all’estero; per esempio in paesi comunitari come la Romania, dove il costo orario di un lavoratore del call center è molto più basso.

Una prassi già molto diffusa, soprattutto tra le grandi aziende. La pensa così anche il consigliere comunale di Fratelli d’Italia, Marco Osnato: «Attuando la pratica del massimo ribasso, si finisce per favorire la prassi del lavoro nero». La cosiddetta rivoluzione dell’Infoline del Comune di Milano doveva essere la prima operazione di alto management del nuovo direttore generale del Comune di Milano, Giuseppe Tomarchio. Il manager, entrato in carica da meno di un anno per sostituire Davide Corritore, si è occupato del dossier. Ora resta da scoprire quante offerte sono arrivate (le buste sono state aperte il primo aprile), e indicare il vincitore. Sarà interessante scoprire a che livello di ribasso è giunta l’offerta. Come detto, la base d’asta era di 0,45 euro per minuto lavorato.

di Michela Ravalico



Gli islamici litigano. E Pisapia gli fa due moschee

Libero
01 aprile 2014


C’era una volta una moschea a Milano. C’era, perché per l’Expo sembra che ce ne saranno due: la prima in via Sant’Elia, nei pressi del Palasharp, la seconda in un’area non meglio precisata in zona viale Certosa. La notizia, che circola negli ambienti comunali ma che non ha ancora conferme ufficiali, spiazza i rappresentanti delle comunità islamiche, quasi storditi.
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«Sono incredulo», commenta a caldo Yahya Pallavicini del Coreis (Comunità religiosa islamica), che si dice comunque disponibile a seguire le piste del Comune. «Il problema è che sapevamo di una sola pista, ovvero quella del Palasharp. Un mese fa il vice sindaco Ada Lucia De Cesaris ha invitato le comunità per parlare del progetto di un consorzio tra le associazioni islamiche. In buona sostanza l’idea era di creare uno spazio per tutte le sigle, ma il Caim (il Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, ndr) ha preteso una sorta di esclusiva, facendosi così da parte. Il Palasharp doveva essere il progetto aperto a chiunque volesse aderire e il Caim era l’unico autoescluso. Invece ora scopriamo che tutti gli altri sono stati esclusi tranne loro. Non capisco».
 
La perplessità di Pallavicini è dovuta al fatto che il Caim è considerato da sempre vicino alle posizioni più estreme del mondo islamico, compresi i Fratelli Musulmani. A tal proposito basta ricordare che in occasione della chiusura dello scorso Ramadan, il Caim ha invitato per la preghiera finale all’interno dell’Arena Civica (con l’ok del Comune) l’imam Shaikh Riyad Al Bustanji, che in un video aveva parlato con entusiasmo dei bambini-suicidi che si immolano per lo jihad.

Per cui il presunto slancio della giunta verso il Coordinamento a sfavore di tutti gli altri, non può che essere accolto con sospetto. «I centri di via Padova e di via Meda - rimarca Pallavicini, che gestisce il secondo centro – hanno ottenuto l’Ambrogino d’oro e non hanno mai avuto problemi legali o di infiltrazioni di estremisti. Eppure preferiscono il Caim, incredibile. Bisogna essere realisti: con l’Expo arriveranno centinaia di migliaia di persone dal mondo islamico, e Pisapia dovrà spiegare alle delegazioni come mai nella sua città non c’è neppure un luogo riconosciuto per la preghiera. Questo dimostra scarsa lungimiranza politica».

Si dice invece «sorpreso» dell’ipotesi doppia moschea Abdel Hamid Shaari, fondatore nel 1989 dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner. «Non ho ancora ricevuto una comunicazione in proposito da parte del Comune ma mi sembra troppo bello per essere vero. Di viale Certosa non so niente, mentre la questione del Palasharp è aperta da anni e rimane ferma. Con Pisapia abbiamo fatto un percorso assieme e tanti bla bla bla, ma di concreto non c’è mai nulla. Forse ci siamo illusi all’inizio con lui».

Tutto fermo finora, ma con l’Expo sempre più vicino il Comune è costretto ad accelerare per maggio 2015 e a rivedere quel dossier moschee che ormai è diventato grosso come un’enciclopedia. La struttura di via Sant’Elia sarebbe costruita su un’area pubblica con soldi privati raccolti dal Caim, la seconda avrebbe addirittura il sostegno del consolato del Marocco e della Giordania. Tra le due, anche in virtù della presenza istituzionale, sembra che abbia maggiori speranze di successo quest’ultima. Ma è sufficiente un anno per un progetto di simile portata?

«Io non credo, e comunque non sono ottimista», spiega Shaari, che dice di accontentarsi anche «di un capannone qualunque». «Chiunque la spunti per noi va bene, saremo felici di sostenerlo. La moschea non riguarda solo l’Expo, ma il diritto di una comunità di 100mila musulmani che vivono a Milano e che vogliono pregare liberamente. Se la città non riuscirà a farlo l’Expo amplificherà soltanto la figuraccia col mondo di Pisapia e dei milanesi».

«Fino a quando ci sarà un consigliere della Lega a Milano – ribatte il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini - non concederemo un metro quadro di spazio per una moschea. Almeno finché l’Islam tratterà la donna come un essere umano di serie B». Realista come Pallavicini è Riccardo De Corato (Fdi): «La moschea è un non problema perché dei 100mila musulmani a Milano solo 4mila sono praticanti. Gli altri sono laici o pregano per i fatti loro. La verità è che in un anno non si costruisce proprio nulla e per l’Expo, al massimo, verrà concessa una tenda».

di Salvatore Garzillo