lunedì 7 aprile 2014

Tutti spendono tranne Apple

Corriere della sera

L’azienda di Cupertino ha la liquidità più elevata, 159 miliardi di dollari. Ma a differenza di Google o Facebook non fa costose acquisizioni. Ma potrebbe andare da sola su Marte


Sezioni
Quello che non si può inventare e sviluppare si può comprare, soprattutto se ti chiami Google o Facebook. Mountain View, ad esempio, ha delegato la sua nuova ossessione per la robotica a otto società acquistate a cavallo fra il 2013 e il 2014. Non si sa quanto abbia speso, ma sono noti i 3,2 miliardi di dollari sborsati per rilevare Nest e muovere i primi passi nel campo della domotica. La mania dello shopping di Mark Zuckerberg è piuttosto recente e negli ultimi mesi ha alleggerito le casse di Facebook di 23 miliardi, fra Whatsapp e Oculus passando per i droni per azzerare il digital divide.

 



Sfida tra colossi: fotostoria dei padroni del Web Sfida tra colossi: fotostoria dei padroni del Web
Sfida tra colossi: fotostoria dei padroni del Web Sfida tra colossi: fotostoria dei padroni del Web

Sfida tra colossi: fotostoria dei padroni del Web
 
Yahoo! e le serie televisive
Non badano a spese, guardando a un futuro in cui i confini fra i differenti campi d’azione saranno sempre più labili, anche Microsoft e Yahoo!. I primi hanno messo mano al portafoglio per 5,44 miliardi per acquistare Nokia e recuperare il terreno perso nel mobile e i secondi , notizia delle ultime ore, sono pronti a investire da 700mila a qualche milione di dollari per episodi di serie televisive originali e sfidare Netflix e Amazon.
Il tesoretto di Cupertino
Più parsimoniosa Apple. Secondo una ricerca di Moody, Cupertino guida la graduatoria delle società americane, settore finanziario escluso, che hanno chiuso il 2013 con maggiore liquidità. L’impressionante totale, dominato dalle aziende tech, è di 1,64 trilioni di dollari. Apple guarda tutti dall’alto in basso con 159 miliardi accumulati quasi tutti negli ultimi dieci anni. Si pensi che quando è stato lanciato il primo iPhone, era il 2007, nelle casse c’erano “solo” 5,5 miliardi. Accumula, acquista - sono 15 le società rilevate nell’ultimo anno fiscale - ma spende molto meno rispetto ai concorrenti. A (costose) realtà avviate con prodotti fatti, finiti e di grido preferisce startup e tecnologie specifiche. L’ultima della lista è Novauria, che con il suo software di riconoscimento vocale dovrebbe rinvigorire Siri in vista della battaglia con Cortana di Microsoft.
Da Tesla a Telecom Italia
Quello che ci si chiede è cosa intenda fare con il gruzzoletto messo da parte, mentre gli investitori pressano e i concorrenti volano alto pensando a robotica, realtà virtuale e droni. Nel rapporto di Moody, l’analista Rick Lane sottolinea come Apple si è probabilmente costruita la sua assicurazione per eventuali periodi poco felici. Non si può però non provare a immaginare come giocherà le partite future e sarà capace di reinvenarsi al pari dei rivali. Come fa notare il New York Times, potrebbe persino sbarcare su Marte: la Nasa ha recentemente quantificato in 160 miliardi la cifra necessaria a colonizzare il Pianeta rosso. Perché, invece, non investire il 20% del tesoretto e rilevare Tesla per 30 miliardi e cominciare a dire la propria nel mercato delle auto connesse? Guardando, fra l’altro, a quelle senza conducente che Google prepara da anni? Avendo basato gran parte del suo successo degli ultimi anni sulla diffusione di contenuti digitali sui (suoi) dispositivi mobili potrebbe addirittura pensare di fare a meno degli operatori e portarsi a casa realtà come T-Mobile, che in fondo costa “solo” 26 miliardi di dollari. Rimanendo negli Stati Uniti, potrebbe permettersi anche la più costosa Sprint, 37 miliardi. O rilevare entrambe e non pensarci più. Se poi a Tim Cook, magari dopo una vacanza sulle coste toscane, venisse in mente di investire sulle nostre di reti potrebbe con una cifra intorno ai 15 miliardi di euro mettere le mani su quella di Telecom Italia.

7 aprile 2014 | 15:47

Gappisti di via Rasella senza tomba. La figlia di Bentivegna: le ceneri nel Tevere

Il Messaggero

La storia tragica di via Rasella e delle Fosse Ardeatine continua anche molto tempo dopo la morte di due dei suoi protagonisti. Non riescono a trovare sepoltura i resti di Rosario Bentivegna e Carla Capponi, compagni nella lotta partigiana e nella vita, che il 23 marzo del '44 parteciparono all'attentato contro una colonna di nazisti a Roma, uccidendone 33. Il comando tedesco rispose a quell'azione con l'eccidio di 335 civili e militari italiani il giorno dopo, alle Fosse Ardeatine.


asellaBentivegna, morto nel 2012, e Capponi, scomparsa nel 2000, desideravano essere seppelliti nel Cimitero Acattolico di Roma ma da lì è arrivato un chiaro no. Il protocollo è rigido, mancavano alcuni presupposti, secondo quanto trapelato. E così Elena Bentivegna, figlia della coppia di 'gappisti' (da Gap - Gruppi di azione patriottica), ha annunciato che disperderà le ceneri dei genitori nel Tevere. Nel farlo ha usato parole dure e polemiche. «Il 5 giugno, anniversario della Liberazione di Roma, disperderò le ceneri di mio padre e mia madre nel Tevere, come era nei loro desideri - ha detto la donna -. Quel 'no' del Cimitero acattolico mi risolve parecchi problemi. I miei genitori avevano espresso come primo desiderio quello di avere le loro ceneri disperse nel Tevere, perchè così avrebbero attraversato per l'ultima volta Roma e sarebbero giunti al mare che piaceva ad entrambi. In seconda battuta, avevano chiesto di essere sepolti al Cimitero acattolico per lasciare un punto di riferimento ai posteri. Ma visto che si sta anche cancellando la Costituzione per la quale loro avevano rischiato la vita, mi sembra giusto disperdere le ceneri come loro volevano».

Il no del cimitero Acattolico - che si trova nel popolare quartiere di Testaccio e dove sono sepolti tra gli altri Antonio Gramsci, Carlo Emilio Gadda e John Keats - è stato riferito dalla direttrice, Amanda Thursfield. Quest'ultima ha attribuito la responsabilità alla presidente di turno del cimitero per stranieri, l'ambasciatrice del Sudafrica Nomatemba Tambo. «La risposta del cimitero acattolico va rispettata, c'è un protocollo molto rigido, è una struttura internazionale - ha spiegato il vicepresidente della Regione Lazio Massimiliano Smeriglio -. Hanno risposto che mancavano alcuni presupposti. Cercheremo delle soluzioni con la figlia».

Dell'appello lanciato di recente dalla figlia di Bentivegna e Capponi affinchè si trovasse degna sepoltura ai genitori si erano interessati anche il governatore del Lazio Nicola Zingaretti e il sindaco di Roma Ignazio Marino, che avevano scritto una lettera a Tambo. E dopo il no alla richiesta anche il Campidoglio starebbe lavorando per una nuova soluzione che sia condivisa con la figlia dei due eroi della Resistenza.

«Il rifiuto della ambasciatrice del Sud Africa, a nome del cimitero acattolico, di accogliere le ceneri dei due gappisti Rosario Bentivegna e Carla Capponi, per l'Anpi di Roma è fonte di amarezza e sconcerto» - dichiara il presidente Ernesto Nassi - «è una decisione che non tiene conto della volontà dei due partigiani nè della loro città, Medaglia d'Oro per la Resistenza contro il nazifascismo, per cui sono stati decorati anche da nazioni che fanno parte della gestione del cimitero acattolico di Roma».


Domenica 06 Aprile 2014 - 19:51
Ultimo aggiornamento: 20:14

MejorDesnudosQue (1)

La Stampa
yoani sanchez



mejordesnudosque
Una donna con i seni scoperti funge da oracolo in un’opera d’arte effimera. Siamo nell’Avana degli anni Ottanta, lo scandalo che solleva l’esposizione “Nove Alchimisti e un Cieco” ne provoca la chiusura e la demonizzazione di diversi artisti. La pelle scoperta è una sfida, una protesta, in un paese dove ancora oggi il potere si basa su uniformi verde oliva, maniche lunghe, opprimenti abiti che nascondono, invece di mostrare

Gli autoritarismi sono a disagio con la nudità. La sentono impura, sudicia, umiliante, mentre in realtà è lo stato naturale e primitivo dell’essere umano. Sono bigotti i totalitari, bigotti e bacchettoni. Si spaventano di fronte a ogni gesto libertario e percepiscono l’eccessiva quantità di pelle esibita come un gesto di sfida. Pensano così, perché - in fondo - vedono il corpo umano come un oggetto impuro e osceno. Per questo spogliare gli avversari è sempre stata una delle pratiche repressive più utilizzate. Privandolo dei suoi indumenti, credono di trasformare l’oppositore in un animale. È lo stesso meccanismo mentale per cui gli autoritari definiscono le persone non allineate con gli appellativi di “vermi”, “bestie” o “scarafaggi”.

In una cella senza finestre una guardia obbliga un prigioniero politico a spogliarsi; in una stanza dove nessuno può ascoltare le grida, tre donne frugano sotto gli indumenti intimi di una cittadina appena catturata (http://lageneraciony.com/rumpelstiltskin/); in un convitto di un liceo di campagna le docce sono prive di tende perché nessun studente deve avere un rapporto intimo con il proprio corpo; in una sala fredda e grigia gli ebrei venivano spogliati dei loro indumenti prima di entrare nelle camere a gas. Denudare per umiliare, denudare per togliere umanità, denudare per uccidere. 

Le immagini che giungono dal Venezuela (https://www.youtube.com/watch?v=8SxhkC6Hfbg), confermano che la privazione dei vestiti è ancora praticata come forma di castigo morale. Un giovane viene denudato da un gruppo che cerca di degradarlo esibendo ogni centimetro della sua pelle. Tuttavia, finiscono per trasformarlo in un’icona bellissima, pura e candida. Non c’è sporcizia nel corpo umano, non c’è niente da vergognarsi nel restare di fronte agli altri proprio come siamo venuti al mondo! 

Sono gli autoritari che devono vergognarsi, quelle persone nascoste dietro uniformi, carcasse e gradi militari che si sono assegnati da soli. Devono vergognarsi loro che si nascondono dietro gli indecenti abiti della paura! 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Nota del traduttore:

(1) Lascio il titolo in spagnolo perché è il link per collegarsi a Twitter e parlare di questo argomento. La traduzione letterale è: Meglio nudi che.

Firenze. Annuncio choc su Ebay: «Cercasi baristi, astenersi meridionali»

Il Mattino
di Giuseppe Crimaldi


L'annuncio parla chiaro: «Cercasi baristi a tempo indeterminato, astenersi meridionali». Sì, avete letto bene: niente meridionali. Non siamo in una riunione semicarbonara animata da «serenissimi» secessionisti che avvitano bulloni a un trattore da trasformare in improbabile carrarmato d'assalto; e nemmeno siamo tornati indietro di mezzo secolo, in una delle tante città del Nord che esibivano sulle vetrine di negozi e pensioni gli avvisi rivolti a chi emigrava in cerca di occupazione. No. Stavolta l'invito arriva nientemeno che da Firenze.
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Sta scatenando polemiche e furiose reazioni tra il popolo del web l'annuncio choc che è comparso nelle pagine online di Ebay. A darne notizia è il sito www.nove.firenze.it che ha scovato tra le offerte di lavoro il messaggio dal sapore decisamente agro. Su internet ormai si cerca anche lavoro attraverso le piattaforme messe a disposizione da alcuni portali. «Cercando in Toscana - si legge sul sito di news - su Firenze si può incappare in questo annuncio che offre un lavoro nella ristorazione a tempo indeterminato, tre posizioni libere come barista banconiere: "Per prestigiosa Location nel centro storico cerchiamo banconieri settore enogastronomico, richiesta conoscenza del settore. Indispensabile conoscenza lingua inglese". E fin qui ci siamo, sono i requisiti canonici: salvo l'opportunità per le giovani leve inesperte, per il resto è tutto chiaro».

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Chi ha postato l'annuncio specifica anche che chi fa domanda di assunzione deve essere animato da «grande voglia e passione per il lavoro»: e anche questo, ovviamente ci sta tutto. Poi arriva, come un cazzotto in pieno stomaco, un passaggio che fa sobbalzare: «No stranieri o Sud Italia». Se non è uno scherzo, allora la cosa si fa seria. L'annuncio sta facendo anche il giro dei social network, provocando indignazione, a cominciare proprio dai fiorentini e dai toscani. Certo, resta il rammarico e l'amarezza nel constatare che mentre si parla di unità tra i popoli d'Europa ci sia ancora qualcuno convinto che l'accesso al lavoro possa essere regolato delle latitudini o, peggio ancora, agevolato dai certificati di nascita. Ma d'altronde lo aveva già detto Konrad Adenauer sessant'anni fa: «Pare che certa gente abbia fatto la fila per tre volte quando il buon Dio ha distribuito la stupidità».


lunedì 7 aprile 2014 - 10:00   Ultimo agg.: 10:21

Repubblica, il cdr contro Il Fatto per le accuse di Grillo a De Benedetti

Libero


oioioi
Una guerra a colpi di comunicati del comitato di redazione. Repubblica contro Il Fatto Quotidiano. Il motivo? Le accuse di Beppe Grillo contro l'editore di Repubblica, De Benedett pubblicato in prima pagina dal quotidiano di Travaglio. Tutto ha inizio con un comunicato del cdr di Repubblica che recita: "Con sprezzo del ridicolo, che conferma, ammesso ce ne fosse bisogno, la qualità dei suoi argomenti, Beppe Grillo, in un'intervista al Fatto quotidiano cui viene data la dignità dell'apertura e del titolo di testata del numero in edicola ieri (sabato 5 aprile, ndr), indica l'Editore di Repubblica quale mandante di misteriosi dossier contro il suo guru Casaleggio e, contestualmente, i giornalisti dell'intero Gruppo l'Espresso (dunque anche la redazione di questo giornale) quali volontari e supini propalatori di tale fango.

Buon senso consiglierebbe di non replicare a tale paccottiglia tuttavia ci sentiamo obbligati a segnalare all'uomo , due o tre cose sulla redazione di Repubblica e la sua integrità. Non fosse altro per evitare che il silenzio venga confuso con cattiva coscienza. E dunque: a) I giornalisti di Repubblica fanno del giornalismo, che può piacere o no, ma che è, resta e resterà giornalismo. Senza eccezioni.

E questo vale e continuerà a valere dunque anche per Grillo, Casaleggio e il suo M5S. b) In democrazia e in un Paese libero, raccogliere informazioni su un protagonista della vita pubblica, e sugli aspetti di rilevanza pubblica che l'opinione pubblica ha diritto di conoscere, non ha nulla a che fare con il dossieraggio. E in proposito, consigliamo a Grillo di andare a riprendersi qualche numero passato di Repubblica quando i suoi giornalisti, in splendida solitudine, smascherarono chi, come, quando e perché avvelenava la vita pubblica con i dossier. Indicando fatti, documenti, nomi.

Erano tempi in cui Grillo faceva ancora il comico e si preparava a raccogliere i dividendi di quello svelamento". Il comunicato si conclude una previsione foschissima per Grillo: "Vorremmo infine dare una notizia a Grillo e a quanti, come lui, vivono con fastidio il giornalismo non genuflesso. Come ogni politico che ha calcato la scena pubblica, Grillo e il suo M5S passeranno. I giornali resteranno. La redazione di Repubblica continuerà a fare il suo lavoro senza lasciarsi né distrarre, né intimidire, né condizionare nel suo giornalismo da chi distilla veleni».

La replica - A stretto giro è arrivata la replica del Fatto. Sempre via cdr. Poche righe per liquidare la polemica: "Il Cdr di Repubblica protesta perché alle accuse di Grillo contro De Benedetti è stata data dal Fatto 'la dignità dell'apertura e del titolo di testata'. Vorrà dire che la prossima volta, prima di mettere in pagina e titolare un articolo che potrebbe essere non gradito ai colleghi e a De Benedetti, ci atterremo al loro giudizio preventivo".

Il “Dottor Zivago” arma segreta della Cia per abbattere l’Urss

La Stampa
paolo mastrolilli

Gli agenti fecero arrivare nel 1958 centinaia di copie oltrecortina



LaStampa.it
Più delle bombe atomiche, avrebbe potuto il «Dottor Zivago». Così pensava la Cia, che negli Anni Cinquanta aveva ordito un complotto internazionale per diffondere il romanzo di Boris Pasternak nell’Urss, sperando che aiutasse a minare le fondamenta del regime sovietico.

Tutto era cominciato con Giangiacomo Feltrinelli e il suo agente Sergio D’Angelo, secondo nuovi documenti della Central Inteligence Agency, pubblicati nel libro «The Zhivago Affair» e anticipati dal «Washington Post». D’Angelo era stato il primo a scoprire Pasternak, bandito a Mosca, e Feltrinelli aveva sfidato le ire del Partito comunista per pubblicarlo in Italia. Era il 1957 e la Cia, molto attenta allora al soft power della letteratura, lo aveva subito notato. Un anno dopo, infatti, il capo della Soviet Russia Division, John Maury, aveva inviato un memo ai suoi capi per sollecitarli ad approvare un’operazione finalizzata a trafugare il testo originale nell’Urss: «Il messaggio umanistico di Pasternak - secondo cui ogni persona ha diritto ad una vita privata e al rispetto come essere umano, indipendentemente dal livello della sua lealtà politica e del contributo allo Stato - pone una sfida fondamentale all’etica sovietica del sacrificio dell’individuo per il sistema comunista».

I superiori avevano concordato, aggiungendo che bisognava fare il possibile per sostenere la candidatura al Nobel di un autore capace di imbarazzare Mosca. La proposta era arrivata fino alla Casa Bianca, che aveva dato luce verde. Inviare direttamente il romanzo oltre cortina non era possibile, ma si poteva trovare il modo di consegnarlo a cittadini sovietici, che poi lo avrebbero portato di nascosto in patria e fatto circolare tra amici e conoscenti. L’occasione giusta era parsa l’Esposizione universale di Bruxelles, appunto nel 1958, dove erano attesi circa 16.000 visitatori russi. Quindi la Cia contattò il servizio segreto olandese Bvd, chiedendo la cortesia di stampare il più in fretta possibile alcune centinaia di copie in lingua originale. Una volta ricevuti i romanzi rilegati, gli americani avrebbero potuto distribuirli tramite il loro padiglione, ma questo sarebbe stato un affronto smaccato che avrebbe provocato solo polemiche.

Allora la Cia chiese aiuto al Vaticano, che consentì di distribuire il Dottor Zivago ai russi cristiani che avrebbero frequentato il suo padiglione all’expo di Bruxelles, chiamato Civitas Dei. In poche ore le copie erano andate a ruba, e i secchi della spazzatura della mostra si erano riempiti delle copertine del libro: i lettori le avevano tagliate per renderlo più facile da nascondere. L’operazione era stata un successo. Le copie clandestine del romanzo di Pasternak erano diventate una merce così ambita fra intellettuali e giovani, che la stessa Cia aveva stampato un’altra edizione economica da trafugare. L’unico infuriato era proprio Feltrinelli, perché aveva scatenato la prima battaglia culturale della Guerra Fredda, ma nessuno gli aveva pagato i diritti.

Il nuovo malessere del Nord Est Tanko, referendum e partite Iva

La Stampa
fabio poletti

Così rabbia e galassia di sigle diventano ancora sogni rivoluzionari


LaStampa.it (2)
Ex leghisti, venetisti, sardisti, secessionisti, indipendentisti, giornalisti e pure carristi. Perché alla fine questo Veneto che ancora sogna San Marco e il «glorioso Doge Marcantonio Bragadin», gira e rigira si trova a dover far sempre i conti con i mezzi pesanti dotati di obice a 12 millimetri. L’elettricista Flavio Contin che nel 1997 avevano preso sul campanile di San Marco mentre gli altri Serenissimi se la giocavano in piazza a Venezia con il «tanko», un trattore dotato di blindatura e bandierina del Leone di San Marco, adesso sognava ancora più in grande. In un capannone di questo paesone di cinquemila abitanti - Patria del mobile e dell’antiquariato è scritto all’ingresso - teneva un altro «tanko» versione 2.0 costruito partendo da una benna. Ma il pezzo forte lo teneva nel giardino della sua villetta bianca. Proprio il «tanko» originale che si era ricomperato ad un’asta giudiziaria un po’ di tempo fa pagandolo 6 mila e 600 euro. E che solo sei anni fa era riapparso a Cittadella in una festa di «Raixe venete», Radici venete per dirla con la lingua dell’invasore.

Alla fine ci vorrebbe un antropologo per spiegare questo malpancismo veneto che tutto tiene insieme. Ma a guardar bene è assai diviso in mille rivoli. Perché se fossero davvero tutti d’accordo i 2 milioni 102 mila e 969 votanti al referendum promosso da plebiscito.eu che vorrebbero un Veneto indipendente e sovrano, il confine di Stato sarebbe già a Desenzano. Qualcuno ci ha riso su. Ma intanto due giorni fa - primo aprile, ricorderà la Storia - la Commissione Affari Costituzionali della Regione Veneto lo ha fatto proprio e lo farà discutere in aula. Gianluca Busato che lo ha promosso voleva scendere in piazza ieri a fianco degli arrestati ma gli han detto che era meglio di no: «Volevo solo che noi veneti tenessimo la testa alta mentre lo Stato italiano perde la sua». Per ora se ne fa niente ma il serissimo assessore leghista Franco Manzato vuol regalare ai veneti la bandiera di San Marco.

Matteo Salvini chiama alla mobilitazione a Verona per domenica: «Lo Stato libera mafiosi e clandestini e processa le idee». E alla fine si capisce che della Lega del Veneto, c’è molto in questa storia di carri armati di latta e solide ideologie. Che tra gli arrestati ci sia pure Franco Rocchetta non ha stupito nessuno. Dopo aver militato nel pri di La Malfa, in Lotta Continua di Sofri, nella Lega di Bossi e aver fondato la Liga Veneta adesso faceva due conti sulla possibilità di fare la secessione. Nel ’64 lo avevano preso a scrivere sui muri contro l’Italia nella Grande Guerra. Pochi anni fa in un’intervista aveva sibilato: «Il Veneto non è Italia». Ora sognava di aprire ambasciate in Croazia e Slovenia. Ma siccome la pugna era di quelle toste tanto valeva guardare alle alleanze senza andare troppo per il sottile.

Felice Pasi, il ministro della repubblica Malu Entru era venuto fino a qui nella Bassa Padovana dalla Sardegna. Dicono che a cena apprezzasse pure il baccalà. Stesso tavola, stessa smorfia antiitaliana, divideva il pane e l’idea di un moschetto pure con quelli del Life, i Liberi Imprenditori Federalisti Europei, il popolo delle partite Iva che oggi nel Nord Est guida la protesta dei forconi. In carcere sono finiti Lucio Chiavegato di Bovolone che infiammava la protesta degli allevatori a Soave. E pure la segretaria del movimento Patria Badii, che due giorni fa era in Senato per essere ascoltata in Commissione Agricoltura.

Ma il sogno dei veneti era molto più grande. Sforava fino alla Lombardia. E fa niente se della Padania a questi qui ne fregava poco. Memorabile la frase di un leader di Raixe Venete che a chiedergli del Sole delle Alpi di Umberto Bossi sibilava: «Per noi c’è solo il Leone di San Marco, mica quella ruota di bicicletta lì». Ma siccome pecunia non olet a metterci buona parte dei fondi era il milanese Roberto Bernardelli, consigliere comunale a Palazzo Marino e poi parlamentare della Lega prima di rompere e finire con Unione Padana diventata poi Indipendenza lombarda. Bernardelli è finito in carcere. L’ex direttore de La Padania Gianluca Marchi solo nel registro degli indagati dopo una perquisizione di otto carabinieri del Ros alle cinque del mattino: «Sei mesi fa li avevo visti a cena. Non mi avevano detto dei loro progetti ma si capiva che volevano fare qualcosa.

Allora il referendum non c’era ancora, ma figuriamoci se gli poteva interessare...». Oggi l’ex direttore dirige L’indipendenza, un giornale on line che già dal nome si capisce il programma. Ma alla fine anche se le idee sono sempre quelle, mica è facile trovare una strada comune. Divisi tra referendum istituzionali e calibro 12 come sono. Perché a dirla con le parole di Davide Lovat, l’ideologo e indipendentista veneto ma che c’entra niente con quest’inchiesta, che sui mal di pancia del Nord Est ci ha scritto un libro dal titolo «Lo stato dei veneti» prima di vincere ci sono tre nemici da battere: «I pregiudizi e il senso di inferiorità che ci hanno inculcato dalla nascita, i padroni schiavisti e gli altri schiavi che si sono abituati al giogo». Pure troppi da far fuori con due trattori blindati e un vecchio residuato bellico.

Quei nazisti “diversi” della Palestina

La Stampa
maurizio molinari

Catalogati e digitalizzati i documenti che raccontano come viveva negli anni trenta la comunità tedesca nella Palestina sotto mandato britannico



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Le foto di Heinrich Nus divengono accessibili e gettano nuova luce sul nazismo della comunità tedesca che viveva negli anni Trenta nella Palestina sotto mandato britannico. I titolari di passaporto tedesco erano all’epoca circa 2000 e quando nel 1938 Adolf Hitler inscenò il referendum per legittimare l’annessione dell’Austria alla Germania vennero anch’essi chiamati a votare. Ma le autorità britanniche non volevano in alcuna maniera facilitare la consultazione nazista e così vietarono a chiunque di partecipare. 

La soluzione trovata dal regime tedesco fu di trasportare con dei bus tutti i propri cittadini fino al porto di Haifa, imbarcarli sulla nave americana Milwaukee e salpare per arrivare fuori il limite delle acque territoriali palestinesi, dove il voto avrebbe potuto avvenire. I registri di bordo dell’epoca attestano che fra i passeggeri imbarcati “per votare” 1173 si pronunciarono a favore dell’”Anschluss” e fra loro vi erano 53 austriaci. I contrari invece furono 6 mentre una singola scheda venne annullata.

Negli scatti di Nus arrivati fino a noi si vede la fila di autobus affittati dai tedeschi, diretti verso il porto di Haifa, così come gli elettori riuniti sul ponte della nave sotto una scritta in tedesco il cui significato è “Un popolo, un Reich e un Fuehrer” ovvero il motto del Terzo Reich. Per il partito nazista in Palestina il voto sull’annessione dell’Austria - che era stata invasa dalle truppe tedesche - fu l’attività più importante ma anche una sorta di canto del cigno perché le autorità militari britanniche espulsero tutti i tedeschi quando, nel settembre del 1939, l’aggressione alla Polonia diede inizio alla Seconda Guerra Mondiale.

A giudicare dalla foto Nus, impiegato nell’orfanotrofio di Gerusalemme che era gestito dalla famiglia Schneller, si trattava di un ardente nazista: lo si vede infatti indossare svastiche, partecipando a raduni e marce durante i viaggi in Germania. La pubblicazione dei suoi diari, da parte dell’istituto “Yad Ben Zvi” di Gerusalemme, consente tuttavia di avere una visione più articolata del personaggio, che era anzitutto membro del movimento dei templari, un gruppo millenaristico che a metà dell’Ottocento era stato espulso dalla Chiesa tedesca. Dagli stessi diari emerge come il nazismo il Palestina fosse “diverso da quello in Germania” come osserva Yossi Ben Artzi, storico dell’Università di Haifa e studioso dei templari, spiegando che “sebbene vi fossero dei nazisti e l’Hitler Jugend organizzò dei campeggi con marce e bandiere” in realtà i templari “sostennero Hitler assai meno di quanto in genere si ritiene”.

Deportato in Australia, assieme agli altri cittadini tedeschi, Nus lasciò diari e fotografia nell’orfanotrofio di Gerusalemme dove aveva lavorato, che venne requisito dagli inglesi nel 1939. Ma solo dopo la nascita di Israele nel 1948, quando le forze israeliane vi arrivarono, i documenti vennero ritrovati, finendo nelle mani di Ben Zvi che ora ha terminato di catalogarli, digitalizzandoli e rendendoli accessibili online.

La spia di Stalin che imbarazza Berlino

La Stampa
matteo alviti

Tra i ritratti degli eroi tedeschi manca quello dell’agente Ilse Stöbe, giustiziata in una prigione nel 1924. Ma presto potrebbe essere riabilitata
02/10/2013


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Durante il nazismo è stata una delle spie tedesche più importanti del dittatore sovietico Josef Stalin. Per le sue attività anti-regime ha perso la vita, giustiziata nel 1942 nella prigione berlinese di Plötzensee. Eppure ancora oggi, a oltre settant’anni dalla sua morte, la Germania stenta a celebrare la memoria dell’agente Ilse Stöbe, nome in codice Alta: si può considerare un’eroina chi servì l’Unione sovietica, fino al 1941 “complice” del Reich millenario di Adolf Hitler.

Al primo piano del ministero degli Esteri tedesco, a Berlino, c’è una parete bianca con dodici ritratti, scrive il sito dello Spiegel nel raccontare la vicenda: dodici dipendenti del ministero e oppositori del regime hitleriano uccisi per la loro attività di resistenza. Tra questi manca il bel volto dell’agente Alta, che pure per gli Esteri aveva lavorato, nel 1940. Presto le cose potrebbero però cambiare, come chiede da tempo anche il partito tedesco della sinistra radicale Die Linke. Una nuova ricerca che l’Istituto storico di Monaco ha preparato per il 

ministro Guido Westerwelle (alla fine del suo mandato) giudica infatti con favore l’operato di Stöbe.
Restano però molti dubbi sull’opportunità che la coraggiosa, affascinante e preparata spia venga celebrata con onore dalla Germania. La sua attività di oppositrice si è in fondo concentrata sul passaggio di notizie riservate al Gru, i servizi segreti sovietici. Stöbe ha più volte messo in guardia Mosca dai piani di invasione hitleriani. E se da una parte lo studio dell’istituto di Monaco pone la spia sullo stesso piano dei fratelli Scholl - gli studenti della Rosa bianca uccisi ventenni per la loro opposizione al nazismo -, sulla figura di Stöbe resta un’ombra pesante. Nessuno, finora, ha potuto consultare ciò che gli archivi sovietici contengono sulla sua attività.

Quel che si sa oggi non parla completamente a suo favore: l’agente Alta ha iniziato a collaborare con il Gru già dal 1931, due anni prima della presa del potere nazista e in pieno regime staliniano. All’epoca Stöbe lavorava come segretaria per il direttore del Berliner Tagesblatt, il liberale Theodor Wolff, e le sue attività si concentravano sulla vita di redazione e le notizie che di lì passavano. La vera vita da spia di primo livello inizierà dopo il 1939, in seguito alla spartizione della Polonia, quando la vicinanza a un diplomatico le permise di passare importantissime informazioni ai sovietici.

Alcuni storici si chiedono oggi se sia opportuno celebrare come oppositrice una donna che ha lavorato fino al 1941 per un Paese, l’Unione sovietica, che con il patto Molotov-Ribbentrop aveva trovato un accordo di non belligeranza con Berlino che comprendeva la spartizione della Polonia. Cosa penserebbe, si chiede lo Spiegel, l’ambasciatore polacco in visita al ministero degli Esteri vedendo il ritratto di Stöbe? Del resto, considerano i sostenitori della memoria della spia, anche gli attentatori  di Hitler del 20 luglio 1944 erano stati fieri e convinti nazisti.L’Unione sovietica ha già scelto da oltre 40 anni di celebrare la memoria postuma di Ilse Stöbe, nel 1969. Ora tocca al ministero degli Esteri di Berlino decidere quale posto assegnare nella sua storia a quel volto di donna.

Come aggiornare XP al nuovo Windows

La Stampa

Da domani Microsoft ha annunciato la fine del supporto per il vecchio sistema operativo. Ecco una guida per passare a quello più recente, i motivi per farlo e i passi da seguire



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Mancano poche ore alla fine del supporto di Windows XP. Microsoft ha avviato, già da mesi, una campagna di comunicazione per invitare gli utenti ad aggiornare i computer su cui è presente il vecchio sistema operativo. Fine del supporto non vuol dire che dall’8 aprile il computer non funzionerà più, ma che non ci saranno più quella serie di piccoli e periodici aggiornamenti che mantenevano il sistema protetto contro minacce e pericoli esterni, come virus e malware, oltre agli aggiornamenti sulla compatibilità con le varie periferiche come mouse, tastiere, webcam, gamepad, e così via. Basterebbero questi motivi per salutare Windows XP e prepararsi ad utilizzare un OS più recente, come Windows 7 e Windows 8, ma non è tutto così semplice. 


Cominciamo con il dire che non tutti i computer sono aggiornabili ai nuovi Windows. Per quanto riguarda l’ultimo Windows 8, ad esempio, le specifiche tecniche minime sono un processore da 1 GHz o superiore con supporto per PAE, NX e SSE2, 1 GB (per sistemi a 32 bit) o 2 GB (per sistemi a 64 bit) di RAM, 16 GB (32 bit) o 20 GB (64 bit) di spazio libero sul disco rigido e una scheda grafica che supporti le DirectX 9 con driver WDDM. Al giorno d’oggi nulla di complicato ma se a casa si ha un computer datato, senza queste caratteristiche minime, allora le cose sono due: tenersi Windows XP o pensare decisamente di aggiornare anche l’hardware con un nuovo acquisto.

Windows 8 o Windows 7?
Una volta convinti a dire ciao a Windows XP (l’hashtag ufficiale che Microsoft Italia ha lanciato per raccogliere i dubbi e le domande sulla fine del supporto è proprio #CiaoXP) bisogna scegliere tra i due sistemi operativi più recenti: Windows 7 o Windows 8. La scelta non è semplice ma con le dovute considerazioni ci si può indirizzare sulla giusta via. Se si utilizza Windows sul computer di casa (invece di un Mac o Linux) e si possiede un Windows Phone o un Surface (anche una Xbox), allora la scelta è quasi obbligata: Windows 8 è l’ecosistema che unisce diversi dispositivi dalla stessa anima. Accedendo ad ogni device con lo stesso nome utente e password si potranno sincronizzare app e impostazioni, così da avere un medesimo ambiente di lavoro e svago, senza rinunciare ad alcuni dei software più apprezzati dell’azienda di Redmond, come Office e Outlook. 


Se invece a casa si hanno una serie di dispositivi con sistemi operativi diversi: come smartphone o tablet Android, iPhone, iPad o BlackBerry, allora Windows 7 può essere una buona scelta e, da non sottovalutare, quella che si avvicina di più a Windows XP. Infatti Windows 8 porta con sé la nuova interfaccia Modern UI, progettata per schermi touch e non immediatissima dove, seppur si possa utilizzare la classica modalità desktop, mancherà un pulsante finora fondamentale che ha fatto la storia del personal computing: lo Start.

Banconote antiche? Ecco come riconoscere quelle «preziose»

Il Mattino
di Emanuela Vernetti


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NAPOLI - Occhio al «suono delle banconote». Per gli appassionati della cartamoneta il Gianluca Coppola, titolare di uno studio filatelico specializzato nel settore del collezionismo, suggerisce un metodo empirico per verificare che la banconota sia di “fior di stampa” cioè appena stampata dal poligrafico. Infatti, sventolando in aria le banconote, il fruscìo derivante dal movimento delle stesse ne indica la loro eventuale “rigidità”, assente, invece, in quelle già circolate.

«Lo stato di conservazione delle banconote, e quindi il fior di stampa, - spiega Gianluca Coppola - è una fattore importantissimo nella valutazione. Infatti, essendo un elemento cartaceo, la banconota è più soggetta al deterioramento e quindi alla svalutazione. Così come scritte o segni di graffette sulla superficie possono far calare di molto il valore».

Non solo. Per determinare la rarità di una cartamoneta, con un buon catalogo alla mano e armati di una lente d’ingrandimento, è necessario poi aguzzare la vista sul numero seriale che indica l’anno di emissione della banconota o sulla firma del governatore della banca d’Italia o dei cassieri.

Lire e banconote antiche, ecco i consigli dell'esperto




«Ogni firma è associata a una determinata emissione che può essere stata inferiore o maggiore rispetto alla precedente. La stessa 1000 lire può valere di più o meno a seconda del numero di banconote emesse con quella firma». Perciò, attenzione alle facili conclusioni, perché non è mica detto che la più datata 1000 lire di Giuseppe Verdi sia anche più di valore rispetto alla 1000 lire più recente di Marco Polo o di Montessori. 

sabato 5 aprile 2014 - 14:59   Ultimo agg.: lunedì 7 aprile 2014 09:49