martedì 8 aprile 2014

Enti soppressi, storia dell’Eipli In liquidazione da 35 anni

Corriere della sera

di Mario Gerevini

Il trasferimento di funzioni a Acqua spa è cominciato nel 2002. Un commissario guida 140 dipendenti


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Come la gramigna: pensi di averla estirpata ma ricresce, si acquatta, resiste al calpestamento e succhia il nutrimento ad altre piante. Così sono gli enti inutili (o impropri) che ancora sopravvivono, magari dimagriti o ridotti all’osso ma pur sempre inutili. La guerra per toglierli di mezzo dura da 58 anni. Correva l’anno 1956 (nascevano, tra gli altri, Maurizio Gasparri, Roberto Calderoli e Giancarlo Galan), e sulla Gazzetta Ufficiale venne pubblicata la legge numero 1404. Vale la pena citare per intero l’articolo 1: «Gli enti di diritto pubblico e gli altri enti sotto qualsiasi forma costituiti, soggetti a vigilanza dello Stato e interessanti comunque la finanza statale, i cui scopi sono cessati o non più perseguibili, o che si trovano in condizioni economiche di grave dissesto o sono nella impossibilità concreta di attuare i propri fini statutari, devono essere soppressi e posti in liquidazione con le modalità stabilite dalla presente legge ovvero i ncorporati in enti similari».
I casi
Il bello è che da allora c’è stato un boom di enti inutili con un saldo tra nascite e soppressioni ampiamente favorevole alle prime. La società Linee Aeree Transcontinentali Italiane-Lati, per dirne una tra mille, è stata cancellata solo nel 2007 dopo 50 anni di liquidazione durante i quali il ministero dell’Economia, titolare del 100% del capitale, l’aveva utilizzata anche come parcheggio di un pacchetto di film di Amedeo Nazzari. Era una compagnia aerea voluta da Benito Mussolini nel 1939 per collegare l’Italia al Brasile. Cessò l’attività due anni dopo ma per chiuderla del tutto (con relativi costi) ci sono voluti altri 66 anni.
Dossier parlamentari e rapporti della Corte dei Conti hanno fotografato più volte i ritardi e le difficoltà nel bonificare la palude degli enti-zombi.
L’ente
Tra i tanti casi, noti o meno noti, spicca forse quello dell’«Eipli-Ente per lo sviluppo dell’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Irpinia». Il suo compito è dare soluzioni al problema dell’approvvigionamento idrico. Non è soppresso ma nemmeno pienamente attivo: solo per alcune funzioni, comunque importanti come la gestione delle gare d’appalto. Eppure quest’anno sono 35 anni che è stato messo in liquidazione da una legge dello Stato. Lo stesso “azionista” che però ne proroga l’attività (con poltrone e costi) decreto dopo decreto. Scrive la Corte dei Conti: “Dal 2002 è attiva Acqua spa, società a capitale pubblico cui sono state formalmente, ma non ancora effettivamente, trasferite le funzioni del soppresso Eipli».
La strategia
L’ente è talmente vivo che il commissario straordinario lo considera strategico e «indispensabile al Mezzogiorno d’Italia». Il commissario Saverio Riccardi (circa 30 mila euro di compenso, 15 mila i subcommissari) non è uno arrivato lì per caso: rappresenta il governo. Si deve concludere che Eipli è un caso complicato di ente considerato inutile ma «indispensabile» seppure in fase di soppressione da 17 anni, con commissari in carica e 140 dipendenti. Uno di questi - come ha scritto 15 giorni fa «il Quotidiano della Basilicata» in un articolo dal titolo «Eipli, un altro stipendio d’oro» -, il geometra Gaetano Di Noia, 39 anni, ha ricevuto dal commissario liquidatore una promozione sul campo: «Responsabile dell’Ufficio di gabinetto» con stipendio quasi quintuplicato (circa 100 mila euro) rispetto all’inquadramento iniziale. Una specie di supersegretario del commissario. Forse ce n’era bisogno, forse no. L’Eipli intanto tira avanti.

8 aprile 2014 | 11:03

Chiude Windows Xp, allarme virus per i computer di tutto il mondo

Il Mattino


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Mentre scivoliamo con le dita sugli schermi di un tablet come aliscafi, l'arca di Noè va in pensione proprio quando la tempesta potrebbe essere appena cominciata. “Fine del supporto”, un capolinea storico per Windows Xp, per il quale da oggi non sarà disponibile nessuna assistenza o correzione per contrastare nuovi virus o programmi spyware, inventati per rubare informazioni sensibili e personali. Già, proprio lui, il sistema operativo nato nel 2001 per fornire una ”Xp”, una esperienza più coinvolgente in quella che era una epoca di computer tradizionali da proiettare verso un futuro social e connesso senza fili. Quel che poi è successo, grazie ad una interfaccia facile da usare che ha convinto ad investire in progetti per tutti, come Facebook o Youtube, nati nell'epoca Xp e che devono tutto ad un ambiente che sappiamo essere ormai vecchio, ma non immaginavamo diventasse un problema di dimensioni colossali. Il programma della collina verde e il cielo blu oggi diventa ufficialmente insicuro, fragile, ma purtroppo resta ancora ovunque. Nonostante tre differenti prodotti (Vista, 7 e 8) abbiano tentato di raccogliere la sua eredità, Xp risulta installato su un terzo dei computer del mondo, circa 400 milioni di PC recensiti ufficialmente, a cui ne vanno aggiunti almeno altrettanti figli dell'abbondanza che da sempre ha accompagnato un programma facile da ottenere in versioni pirata. Anche loro, comunque nei guai.

LE DIFESE Tim Rains, direttore del gruppo Trustworthy Computing di Microsoft avvisa che «Già dal mese successivo al ritiro di Windows Xp criminali informatici di tutto il mondo inizieranno a verificare se tutti i punti deboli dei sistemi operativi più recenti siano invece ancora presenti su Windows Xp». Tutto questo senza che nessuno si occupi di rendere disponibile alcuna difesa. Neppure i produttori tradizionali di antivirus, questo è chiaro, invogliati dalla stessa Microsoft ad investire su prodotti più recenti. Le sorprese non mancano, perchè è il Wall Street Journal a dirci che Windows Xp è ancora presente su circa il 10% dei computer governativi Usa, dunque nel cuore del potere, ma banalizzando anche all'Italia, la situazione appare intricata com'è. Il 24% delle piccole e medie imprese nostrane ha installato questo sistema operativo sull'80% dei propri pc. La percentuale sale oltre il 30% nel Centro Sud e arriva a punte del 50% per esempio in Puglia. Il privato può reagire, ma il settore pubblico ha perfino l'ostacolo della spending review. Windows Xp nelle sue diverse versioni dirige una galassia di apparecchi che va dalla banale biglietteria elettronica fino alle più sofisticate apparecchiature ospedaliere come una TAC, non aggiornabili a costi ragionevoli e senza neppure alternative valide sul mercato.

LA FINANZA
Difficile e spigolosa la questione Xp diventa anche negli ambienti finanziari, dove rischia di abbattersi come una mannaia sulla sensazione di fiducia che i consumatori ripongono nella moneta elettronica. In sintesi, il 95% dei bancomat utilizza questa versione di Windows, una percentuale da analizzare con i giusti distinguo, ma sensata. Secondo Carlo Mauceli, National Digital Officer di Microsoft, non tutti gli sportelli utilizzano la stessa versione. Quella critica è l’edizione Windows Xp Professional for Embedded Systems, il cui supporto terminerà appunto l’8 Aprile. Ma la versione successiva, Windows Xp Embedded Service Pack 3, per esempio, andrà definitivamente in pensione il 12 Gennaio 2016. Sembra esserci tempo, ma meno per le contromisure. Negli Stati Uniti le autorità federali hanno già intimato agli istituti bancari che, in caso di qualsiasi tipo di furto di informazioni dei correntisti a causa del mancato aggiornamento del sistema operativo, la responsabilità penale ricadrà esclusivamente su di loro. In Italia, a vigilare sarà il Garante della privacy e il Consorzio Bancomat ha rassicurato sulla affidabilità dei 40.000 sportelli sul nostro territorio. Royal Bank of Scotland, HSBC, Barclays and Santander hanno invece scelto la via maestra, aggirare l'ostacolo e pagare a Microsoft un supporto di sviluppo, in sostanza di prolungare la protezione dei propri apparecchi Windows in forma privata, come una assicurazione sulla vita.

BOTNET
Accordi e avvocati saranno invece inutili per arginare il fronte più pericoloso nell'uscita di scena di Windows Xp, un vero lato oscuro della rete su cui punta il dito James Forshaw, esperto della Context Information Security, che garbatamente ricorda delle decine di milioni di computer con il vecchio sistema operativo sono ancora circolanti sul mercato cinese, tendenzialmente mai aggiornati e dunque terreno florido per il più perfido dei disegni di pirati informatici attrezzati e creativi. Gli esperti definiscono botnet una rete di pc che agiscono sotto un controllo unico per sferrare attacchi come fosse un esercito in grado di intasare anche le strutture web più grandi come i siti di banche, governi e organizzazioni internazionali. Allontanandoli molto dalla pace di colline verdi.

Gianluigi Giannetti
martedì 8 aprile 2014 - 10:54

Sul Titanic anche 12 cani: salvi solo quelli dei ricchi

Il Mattino

Quando la classe fa la differenza. E può salvare la vita. Almeno una dozzina di passaggeri a bordo del Titanic era a quattro zampe. Dodici quelli che viaggiavano in prima classe. Tutti di proprietari facoltosi. E proprio grazie al biglietto costoso - è la terribile rivelazione - hanno avuto una chance in più. Una mostra dell'università della Pennsylvania ha voluto ricordare tutti quei cuccioli dimenticati che ebbero la sfortuna di partecipare al naufragio nel lontano 15 aprile del 1912.


20140407_titanicJoseph Edgette, curatore dell'evento, ha raccontato all'Huffington Post: "Non credo che nessuna mostra sul Titanic abbia mai esaminato il rapporto tra i naufraghi e i propri animali domestici, soprattutto quelli che persero la vita in crociera". Morirono almeno nove cani quando il Titanic andò giù ma l'esposizione mette in evidenza i tre sopravvissuti: due volpini di pomerania e un pechinese". I tre erano: "Lady", un pomerania che era stata acquistata a Parigi poco prima della partenza da Margaret Bechstein Hays, una newyorkese di 24 anni che, dopo un viaggio in Europa con gli amici, tornava a casa sul Titanic.

Un altro pomerania, di proprietà della famiglia del magnate dell'abbigliamento Martin Rothschild e di sua moglie, Jane Elizabeth Anne Rothschild. Martin non sopravvisse al naufragio, sua moglie invece sì. E riuscì a salvare anche il suo cane, tenendolo nascosto sino al mattino dopo. E "Sun Yat-Sen", un pechinese di proprietà di Henry Harper, erede della casa editrice Harper & Row e di sua moglie, Myna Harper. La coppia stava tornando da un giro in Europa e in Asia. Harper commentò così il salvataggio del cane "non occupava spazio nelle scialuppe e nessuno ebbe da ridire".

Erano tutti cani "ricchi" che viaggiavano in prima classe e per questo è più semplice ricostruire le storie. Ma è molto probabile che ce ne fossero stati molti altri nelle classi inferiori, rimasti intrappolati. "Alcuni cani sono stati abbandonati nelle cabine, altri semplicemente lasciati al proprio destino. Quelli di cui abbiamo notizie sono solo 12", ha spiegato Edge. "Tra gli altri, un fox-terrier di nome Dog, un airedale denominato Kitty e un bulldog francese di nome Gamin di Pycombe. Tra i tanti, il ricordo di Ann Elizabeth Isham, una passeggera rifiutò di lasciare il Titanic senza il suo alano, troppo grande per salire su una scialuppa di salvataggio. Il suo corpo fu trovato al largo: galleggiava accanto al suo cane.

lunedì 7 aprile 2014 - 19:49   Ultimo agg.: martedì 8 aprile 2014 00:22

Il documento riservato di Apple: «Ci serve un iPhone più grande»

Corriere della sera

di Alessio Lana

Uno studio interno studia possibilità di crescita nel mercato ormai saturo


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Cosa fare quando «i consumatori vogliono ciò che non abbiamo?». La domanda, imprevista e imprevedibile, arriva da Apple che in un documento interno studia le possibilità di crescita nel mercato ormai saturo degli smartphone. Le conclusioni sono due: puntare a dispositivi sotto i 300 dollari e muoversi su telefoni sopra i quattro pollici. La prima la accantoniamo, non ci sembra in linea con la filosofia elitaria dell’azienda, ma la seconda è gustosa. Conferma infatti i rumors di questi giorni circa l’apparizione dell’iPhone con una doppia veste: da 4,7 e 5,5 pollici.

Arrotondato e con sensore: ecco l’iPhone 6
 
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È il momento dei phablet
Va detto che il documento risale al 2012 e un anno a livello tecnologico equivale a un’era. Nel mentre la Mela potrebbe aver cambiato strategia visto che i phablet sono ormai una realtà e che i prezzi sono scesi parecchio. Oppure Apple avrebbe potuto orami perdere quel treno che ne avrebbe garantito la crescita. La terza ipotesi, la più accreditata, considera questo documento come ancora valido, con l’azienda di Jobs sempre più proiettata verso i phablet per contrastare quei «concorrenti che hanno migliorato drasticamente l’hardware e in alcuni casi anche i loro ecosistemi». Il riferimento è ovviamente all’accoppiata Android-Samsung e ai loro Galaxy S e Note ma per avere una conferma del nuovo terreno di scontro dovremo aspettare almeno cinque mesi. E siamo certi che saranno più lunghi del solito.

7 aprile 2014 | 18:29

Verona «scippa» la pastiera a Napoli: ecco la versione in scatola. E sul web i partenopei insorgono

Il mattino


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Il dolce napoletano per eccellenza, in "versione" veronese. Proprio così: parliamo della pastiera, pietanza ormai leggendaria sulle sponde partenopee, soprattutto nel periodo di Pasqua. Leggendaria perché, secondo un antico mito, in periodo primaverile alcune fanciulle greche offrivano ai piedi della tomba della sirena Partenope farina, ricotta, uova, grano, acqua di fiori d’arancio, spezie e zucchero. Nacque così, mescolando questi doni della natura, la sublime pastiera. E in questi giorni sta destando scalpore, soprattutto sul web, il fatto che sia in commercio una nuova "rielaborazione" della pastiera secondo la Melegatti, azienda dolciaria veronese nota spercialmente per i pandori.

Sulla confezione del dolce (simile, per amor del vero, a una comunissima torta, più che alla pastiera napoletana) si legge così: "Deliziosa torta con grano saraceno e arancia condita, con cuore di crema alla ricotta". Un'iniziativa, quella veronese, che ha scatenato una bufera sui social network, da parte di molti napoletani "puristi", che si sono visiti "scippare" il loro dolce-simbolo.Non è la prima volta che si verifica un "caso" del genere: lo scorso anno, nell'"occhio del ciclone" finì la Bauli per aver utilizzato, in un suo prodotto, i limoni di Sorrento. Ne scaturirono altrettante polemiche.


lunedì 7 aprile 2014 - 19:16   Ultimo agg.: 23:13



La pastiera di Verona? Non è uno scippo

Corriere del Mezzogiorno

di ANTONIO POLITO

Questa storia è, piuttosto, una esemplificazione perfetta del problema del Mezzogiorno

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Adesso protestano i puristi, si scatenano i corsivisti, si indignano i sudisti, si preoccupano i meridionalisti, inorridiscono i tradizionalisti. E, ovviamente, insorge il web. Ma la storia della Melegatti che confeziona una «deliziosa torta con grano saraceno» e la battezza pastiera, non è la storia di uno scippo. Certo, avvocati, ricorsi e carte bollate potranno tentare di eccepire che «pastiera» è un nome registrato e di origine controllata, e che se è protetto il parmigiano reggiano lo stesso dovrebbe valere per la pastiera, e magari faranno causa alla ditta veronese dei pandori, la stessa che aveva osato mettere in commercio perfino i babà. La verità è che questa storia è piuttosto una esemplificazione perfetta del problema del Mezzogiorno.

Che consiste in questo: non basta avere le cose più belle del mondo, il mare, il sole, la pizza, il pomodoro, per vendere con successo le cose più belle del mondo, trasformarle in reddito e in prodotto. Per riuscirci, oltre alla cose più belle del mondo, ci vogliono imprenditori, capitali, know how, marketing. Lo si potrebbe chiamare, parafrasando il titolo di un libro di qualche anno fa di Giuliano da Empoli, il complesso di Meucci. Tutti sanno chi è Antonio Meucci: il geniale inventore italiano del telefono. Solo che Meucci era così solo e così a corto di capitali che non riuscì neanche a pagare la modesta cifra necessaria a conservargli il brevetto, il quale passò allo scozzese Alexander Bell, che lo trasformò nell'invenzione del secolo e diventò una delle figure ancora oggi considerate più influenti nella storia dell'umanità.

Tutto ciò accadeva nell'800. Figuriamoci che può accadere nel mondo di oggi, globalizzato sui mercati e in tempo reale sulla Rete. Oggi perfino le scoperte scientifiche diventano patrimonio comune dell'umanità nello spazio di poche ore, il tempo di pubblicarle su Nature. Oggi non esistono più prodotti nazionali, che puoi definire tedeschi o francesi, coreani o cinesi, perché ogni prodotto è l'esito globale di un insieme di operazioni e funzioni che avvengono in tutto il mondo e si ricompongono da qualche parte del mondo. E voi pensate che, in un mondo così, si possa conservare per noi la pastiera, come una ricetta della nonna, un'invenzione locale protetta, impedendo a chi ne ha la capacità di farci un po' di soldi?

Se indignazione deve provocare questa storia, è perché mai nessuno qui da noi, con capitale del Mezzogiorno, con lavoratori napoletani, producendo reddito che resta al Sud, abbia avuto la stessa semplicissima idea della Melegatti o abbia trovato i mezzi per metterla in pratica: trasformando cioè l'artigianato in industria e la tradizione in marketing. Perché questo solo conta, in economia. Poi, ovviamente, a Pasqua ci mangeremo la pastiera di mammà, l'unica veramente degna del nome, e malediremo le sue imitazioni in scatola. Inutilmente.

08 aprile 2014

Lo strano viaggio negli Usa dei giudici Esposito

Luca Fazzo - Mar, 08/04/2014 - 08:36

Nel 2011 la Niaf invitò le tre toghe della famiglia a Washington. E spunta l'ombra di Wikileaks

Milano - Tutti insieme a Washington, spesati di tutto punto, a incontrare, dialogare, essere ricevuti. Tre Esposito in una volta sola: praticamente l'intera famiglia di giudici, allora nota in Italia solo tra gli addetti ai lavori, ma amata e riverita oltreoceano.

Sezioni
Ai fasti del processo Berlusconi, con Antonio Esposito che per primo in Italia condanna in via definitiva il Cavaliere, mancavano ancora un paio d'anni; e ancor più in là da venire erano le vicissitudini di Ferdinando, figlio di Antonio, messo sotto impeachment per i suoi prestiti allegri e soprattutto per le sue visite ad Arcore, a casa dello stesso Berlusconi che il babbo avrebbe condannato. Allora, si parla dell'ottobre 2011, la stella più brillante della famiglia era ancora il membro più anziano, Vitaliano, procuratore generale della Cassazione, fratello di Antonio (da lui amabilmente chiamato frateme parlandone con amici e sponsor) e zio di Ferdinando. La gita in America avvenne in occasione della consueta cena di gala con cui ogni autunno la Niaf premia gli italiani e gli italoamericani che più si sono distinti nel mondo. Nei comunicati ufficiali, Vitaliano Esposito è indicato tra gli ospiti alla cena di gala, insieme al sindaco di Roma Gianni Alemanno, e alla presenza di Barack Obama. Il tutto, al Washington Hilton.

Alla Niaf, però, amano fare le cose in grande. Così insieme al procuratore generale Esposito hanno la gentilezza di invitare anche suo fratello Antonio e suo nipote Ferdinando (ognuno dei tre, poi, si porta appresso altri parenti: ma questi a spese loro). Anche per i consueti standard della potente associazione italoamericana, è un trattamento di riguardo. Certo, si potrebbe notare che nel board della Niaf siede un compaesano degli Esposito: Matthew Di Domenico, che ha il nonno di Salerno e la nonna di Scafati, e che l'anno dopo, nel 2012, viene premiato insieme a Antonio Esposito a Salerno dalla associazione «Salernitani illustri nel mondo». Nella foto della cerimonia spicca un altro vip della zona, il giornalista Michele Santoro. Cosa ci vanno a fare, tutti gli Esposito, in America, nell'ottobre 2011? Gita di piacere e basta? Un dato di fatto, è che ci vanno a scrocco: evidentemente ritengono che viaggio e albergo non rientrino tra i «vantaggi personali» che il codice etico dell'Associazione nazionale magistrati vieta all'articolo 2 di ricevere in virtù della propria qualifica.

Allora la cosa passò sotto silenzio. Ma adesso quel viaggio torna al centro della complessa vicenda che coinvolge da una parte il giovane del gruppo, il pm milanese Ferdinando Esposito, per le sue frequentazioni un po' spensierate; e dall'altro suo padre Antonio, sotto procedimento disciplinare per l'intervista in cui preannunciò prima ancora di averle scritte le motivazioni della condanna di Berlusconi. Un esposto arrivato in questi giorni alla Procura di Perugia - competente per i reati commessi dai giudici di Roma, Cassazione compresa - mette in relazione la gita americana degli Esposito con l'insofferenza, raccontata dai cablo finiti poi su Wikileaks, dell'ambasciata americana a Roma per la inaffidabilità del governo Berlusconi, e in particolare per i flirt del Cavaliere con il premier russo Vladimir Putin. Fu in quell'occasione, ipotizza l'esposto, che gli Esposito capirono che una soluzione per via giudiziaria dell'anomalia Berlusconi avrebbe avuto la benedizione a stelle e strisce. Fantapolitica giudiziaria? Può darsi. Ma è il caso di ricordare che, a oltre ventitrè anni di distanza, ancora non si è capito se il placet americano accompagnò la caduta di Craxi. E anche quella volta c'era di mezzo la Niaf.

L’italiana Sonia Gandhi, il vero ostacolo per i marò

Corriere della sera

di Danilo Taino

«È stata innanzitutto la signora Gandhi a non volere cedere a un negoziato con l’Italia», dice un funzionario coinvolto nel caso. L’essere italiana per lei è una penalizzazione


Sezioni
NEW DELHI (India) — La domanda che deve passare per la mente in questi giorni ai due marò trattenuti a New Delhi, e molto presente nelle analisi della diplomazia italiana, è questa: è meglio che le elezioni in corso in India le vincano Sonia Gandhi e il suo partito o è preferibile una vittoria (probabile) del leader nazionalista indù Narendra Modi? Se si guarda ai fatti, si può dire che l’italiana Sonia Gandhi, presidente del partito del Congresso oggi al governo, è stata di gran lunga il maggiore ostacolo a una soluzione concordata del caso. Politicamente ma — a quanto risulta alCorriere— anche direttamente.

Alla base del suo modo di agire c’è un fatto noto. L’essere italiana la penalizza. Viene indicata dall’opposizione come una straniera al potere grazie al matrimonio nella famiglia più eminente del Paese, i Nehru-Gandhi: già tre primi ministri dal 1947 e un quarto, Rahul, in corsa ora. Per gli avversari, un’usurpatrice: nei giorni scorsi Modi non ha esitato ad attaccare la sua italianità proprio in relazione al caso dei marò (a suo parere sarebbero trattati troppo bene). Sonia, dunque, si tiene lontana miglia da tutto ciò che ha a che fare con l’Italia e la possa fare sembrare non indiana a 360 gradi. Non parla mai in italiano, nemmeno se incontra un politico o un diplomatico in missione da Roma. Quando la vicenda dei due fucilieri di Marina è diventata un caso politico, dunque, è andata su tutte le furie — secondo un funzionario del Congresso.

Era il marzo del 2013 e il governo Monti decise (per un breve periodo) che i due marò, in Italia in licenza elettorale, non sarebbero tornati a Delhi a differenza di quanto promesso: in quel momento il caso diventò una disputa seria tra Italia e India. Sonia, trascinatavi per i capelli, ne colse immediatamente il rischio politico. Chiamò il primo ministro Manmohan Singh, che emise un comunicato durissimo. Diede indicazione al partito di trattare la questione con la massima fermezza. Protestò con Roma. Sostenne che il comportamento di sfida del governo italiano era «del tutto inaccettabile». E che nessun Paese può permettersi di umiliare l’India: «Devono essere usati tutti i mezzi per fare in modo che l’impegno del governo italiano (di rimandare i marò a Delhi, ndr) sia onorato», disse. La Corte Suprema intimò all’ambasciatore italiano, Daniele Mancini, di non lasciare l’India e sue fotografie furono mandate negli aeroporti.

L’opposizione attaccò il governo. Ma furono i membri di quest’ultimo ad assumere le posizioni più intransigenti, con la parziale eccezione del ministro degli Esteri Salman Khurshid, preoccupato per la reputazione internazionale del suo Paese. La durissima e inaspettata reazione pretesa da Sonia raggiunse un obiettivo immediato: il 22 marzo 2013 Salvatore Girone e Massimiliano Latorre furono rimandati a Delhi. Ma anche uno di lungo termine: da allora, tutto il partito del Congresso e l’Amministrazione sanno che sulla vicenda non si può dare l’impressione di essere deboli, che l’italianità di Sonia non deve diventare una vulnerabilità politica. L’avvicinarsi delle elezioni indiane — iniziate ieri per proseguire fino al 12 maggio — ha reso ancora più rigida la prescrizione. «È stata innanzitutto la signora Gandhi a non volere cedere a un negoziato con l’Italia», dice un funzionario coinvolto nel caso.

Che esito elettorale preferiscano i due marò non ha senso chiederglielo. Il governo di Roma e la sua diplomazia a questo punto sanno però due cose. Innanzitutto, che ormai la vicenda non si chiuderà prima della fine della tornata elettorale indiana e della formazione di un nuovo governo. A quel punto, di fronte alla pressione di un possibile ricorso unilaterale italiano alla giustizia internazionale, il nuovo potere a Delhi potrà forse decidere di seguire una strada veloce per liberarsi della imbarazzante questione dei due Italian Marines. Secondo, sanno che se vincesse il Congresso, contare sulla benevolenza di Sonia sarebbe un’ingenuità; se vincesse Modi, come dicono i sondaggi, ci sarebbe almeno il vantaggio che non ha abiti italiani nell’armadio. Il guaio è che sapere due cose non significa sapere tutto.

8 aprile 2014 | 08:32



Marò, udienza rinviata il 31 luglio. Modi a Gandhi: perché sono liberi?

Corriere della sera

Il tribunale speciale fa slittare la seduta in piena estate. Il candidato: «Chi li ha aiutati a lasciare il Paese?»


Un disegno dei bimbi per i marò
NEW DELHI - Il tribunale speciale indiano che si sta occupando dell'incidente in cui sono coinvolti i marò ha deciso di rinviare l'udienza al 31 luglio dopo aver preso atto della sospensione del procedimento penale decisa tre giorni fa dalla Corte Suprema.

LA DISPUTA POLITICA - Il candidato premier del Bjp indiano Narendra Modi ha attaccato oggi la presidente del partito del Congresso, Sonia Gandhi, sulla questione dei marò. Durante un comizio in Arunachal Pradesh Modi ha chiesto alla leader italo-indiana: «Perché i due Fucilieri italiani accusati di avere ucciso due pescatori non sono in carcere?». Non è la prima volta che Modi, favorito per le elezioni legislative indiane che cominceranno il 7 aprile e si concluderanno il 14 maggio, critica la Gandhi per il trattamento, a suo dire, blando riservato a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Tornando sull'argomento, il leader del Bjp ha ironizzato così: «La signora Sonia dice che certa gente dovrebbe essere più patriottica, ma dobbiamo andare dalla signora Sonia per imparare il patriottismo?». «Illustrissima Sonia - ha aggiunto - noi non abbiamo bisogno del tuo certificato. Quando due pescatori sono stati uccisi da militari italiani chi li ha aiutati, dimmelo per favore, a lasciare il Paese? E perché oggi non sono in carcere?».

(fonte Ansa)
31 marzo 2014





Una via di uscita per i nostri marò soltanto dopo le elezioni in India

Corriere della sera
di Antonio Armellini

In un’ipotetica classifica sulle inefficienze delle magistrature di diversi Paesi, la competizione fra Italia e India sarebbe molto serrata. I ritardi della magistratura italiana sono per così dire strutturali; quella indiana è certamente indipendente, ma non è estranea ai richiami della politica. Così come non lo è la Corte suprema, che assomma in qualche misura le competenze esercitate da noi dalla Corte di cassazione e dalla Corte costituzionale.

La campagna elettorale in India è entrata nel vivo ed è bastato che il ministro degli Esteri, Salman Khurshid, dicesse qualche parola distensiva, perché venisse attaccato come succube della «mafia italiana» di Sonia Gandhi. Il ministro della Difesa, A.K. Antony, fiutato il vento da vecchio boiardo del Congresso sopravvissuto a mille battaglie, non ha perso tempo nel negare la possibilità di sottrarre il processo ai giudici indiani. Da qui al termine delle elezioni i toni si faranno più accesi: che l’Italia possa influenzarne indirettamente l’esito potrà stupire, né certo si tratta del tipo di influenza che sarebbe utile. Ma tant’è: l’arma polemica della «straniera» pronta a favorire gli interessi italiani a danno dell’India, per quanto immaginaria, continua ad avere sull’elettorato una presa che nessuno può permettersi di sottovalutare.

Rinunciando ad applicare la legge antiterrorismo ma lasciando alla Nia (National investigative agency, la polizia antiterrorismo dell’Unione indiana) la responsabilità delle indagini, la Corte suprema ha aggiunto un ulteriore garbuglio ad una situazione già assai aggrovigliata. Lo spazio per un ennesimo rinvio procedurale c’è tutto e, in ogni caso, per la formulazione del capo d’accusa sarà necessario altro tempo. Quanto basta perché le cose si trascinino almeno sino alla metà di maggio, quando si saprà chi avrà vinto le elezioni e governerà il Paese per i prossimi cinque anni. L’azione più decisa dell’Italia qualche frutto lo sta dando. Le proteste dell’Unione Europea e della Nato hanno creato imbarazzo nel governo di Delhi, il quale comincia a rendersi conto che non gli sarà possibile gestire la vicenda bilateralmente con un avversario reputato più debole.

Sulla effettiva portata del sostegno dei nostri partner comunitari e atlantici sarà bene mantenersi prudenti, ma resta il fatto che per la prima volta nei giorni scorsi la Segretario generale del ministero degli Esteri indiano, Sujata Singh, ha manifestato la preoccupazione del suo governo di «ristabilire al più presto normali rapporti cordiali» con l’Italia. La pressione per l’internazionalizzazione della vicenda è uno strumento efficace sia sul piano politico, sia su quello giudiziario. A condizione di avere bene a mente le alternative possibili. Tolto di mezzo lo spauracchio della pena di morte, rimane l’ipotesi principe di un ricorso al tribunale sul diritto del mare, per difetto di giurisdizione e per l’eccessiva lunghezza della procedura.

La priorità è quella di far sì che i nostri marò possano lasciare l’India nelle more del ricorso: visto come sono andate le cose l’ultima volta, è improbabile che ci possa essere un consenso per il loro rientro in Italia. C’è la possibilità di chiedere il trasferimento in un Paese terzo, ma potrebbero sorgere delle complicazioni. La gabola della «mafia italiana» trae origine da Ottavio Quattrocchi, un imprenditore italiano recentemente scomparso che negli anni Ottanta, grazie alla stretta amicizia con Sonia e Rajiv Gandhi, aveva acquisito una enorme influenza in India.

Fu coinvolto in uno scandalo di tangenti che sfiorò Rajiv Gandhi, divenuto nel frattempo Primo Ministro: le accuse contro di lui non vennero mai provate e molti ritennero che ciò fu dovuto alla copertura assicuratagli da Quattrocchi, il quale fuggì in un Paese terzo (la Malaysia), dal quale riuscì a non farsi mai estradare. La memoria di questa vicenda continua a pesare sull’immagine di Sonia Gandhi e l’opinione pubblica indiana — pensando alla «Italian connection» — potrebbe reagire negativamente all’idea che a due italiani accusati di un grave reato fosse permesso di attendere liberi in un Paese terzo la conclusione della loro vicenda giudiziaria.

Se la via dell’arbitrato dovesse essere accolta, sarebbe un importante successo, ma rimarrebbe il problema della permanenza forzata a Delhi dei marò per un tempo imprevedibile. I tempi lunghi si porrebbero anche nel caso che il processo si tenesse in India, con la possibilità di scontare l’eventuale pena in patria (una soluzione che oggi l’Italia rifiuta, dopo averla accettata in un primo tempo). A parte ogni considerazione sull’incertezza dell’esito finale (evocare la denegata giustizia a causa dell’eccessiva lunghezza della procedura potrebbe risultare scivoloso per noi), nessuna di queste soluzioni sembrerebbe garantire di per sé un rapido rientro di Latorre e Girone in Italia.

È difficile che la situazione possa sbloccarsi prima della formazione del nuovo governo indiano, in maggio o giugno. Fino ad allora dovremo tenere alta la guardia delle proteste, che hanno mostrato di funzionare, e insistere sulla via del rimedio giurisdizionale internazionale. Dovremo però pensare a come mettere a punto un «piano B», sapendo che la via dell’internazionaliz zazione rischia di essere non solo lunga, ma incerta. Sia nel caso di una vittoria di Sonia Gandhi sia in quello della coalizione guidata dal leader nazionalista Narendra Modi, il nuovo governo potrebbe non avere più interesse ad alimentare una querelle che rischierebbe di creargli un crescente imbarazzo.

Arbitrato, processo, derubricazione dei capi d’accusa potrebbero essere altrettanti capitoli di un negoziato condotto nel reciproco interesse fuori dal fascio dei riflettori. La democrazia indiana rispetta le regole dello Stato di diritto, ma prima ancora riconosce la logica dei rapporti di forza; nel tenere una posizione di basso profilo, l’Italia aveva dato l’impressione di non saper opporre alcun serio argomento di forza alle tesi, per la verità prevaricatorie, indiane. Ora che le cose sembrano cambiare, si apre per noi la possibilità di un confronto equilibrato, evitando isterismi nazionalistici e scorciatoie che verrebbero lette come segnali di debolezza. Ci sarà tempo, dopo, per chiarire le ragioni del guazzabuglio e stabilire le responsabilità.

Ambasciatore italiano in India dal 2004 al 2008

5 marzo 2014 | 09:45



L’India, la sua reputazione e la partita sulla pena capitale
Corriere della sera


A questo punto, non è il caso di scandalizzarsi per un nuovo rinvio nel caso dei due marò italiani trattenuti in India: la situazione si è messa in movimento. Ieri, la Corte Suprema di New Delhi ha dato al proprio governo due settimane di tempo per risolvere i dubbi e i contrasti tra ministeri che stanno bloccando l’inizio del processo a Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Non è piacevole un ulteriore allungamento dei tempi: il rinvio, però, era atteso e l’impressione è che da qualche giorno si sia usciti dalla morta gora nella quale la vicenda galleggiava da un anno.

Sezioni
Illustr. di Doriano SolinasNon solo entro il 3 febbraio il governo indiano dovrà dire sulla base di quale legislazione intende processare i due fucilieri, se quella antiterrorismo e antipirateria (Sua Act) che comporta automaticamente la pena capitale in caso di condanna o un’altra. La novità è che avere portato, in modo deciso, il caso livello internazionale, come ha fatto il governo italiano, ha messo l’esecutivo di Delhi di fronte alle sue ambiguità: l’idea che si condannino a morte due militari nell’esercizio delle loro funzioni antipirateria è inaccettabile per la comunità mondiale; se tiene in essere ancora per un po’ la minaccia di pena di morte, l’India rischia seriamente di risultare un attore inaffidabile nelle relazioni tra Paesi. Tra azioni amiche e pacifiche — ma più in generale tra membri della comunità internazionale — non ci si comporta così. A maggior ragione se si ha la (giusta) pretesa di essere considerati una potenza emergente.

Negli ultimi giorni, Delhi ha mostrato di essere consapevole di questo rischio: anche perché dispute piuttosto odiose, su questioni diverse, le sta avendo allo stesso tempo anche con gli Stati Uniti e con il Regno Unito. Ciò significa che le probabilità che Girone e Latorre siano condannati a morte sono ovviamente vicine allo zero. Lo erano anche prima. L’elemento nuovo è che ora Delhi pagherebbe un prezzo di reputazione molto alto se anche solo li processasse con il Sua Act: significherebbe che li considera terroristi o corsari mentre erano in missione contro i pirati, qualcosa che dovrebbe preoccupare le Nazioni Unite e ogni Paese che ha navi che incrociano nell’Oceano Indiano.

La possibilità che il Sua Act non venga utilizzato, dunque, in questi giorni ha preso forza. Niente è scontato, però: nel contrasto tra ministero degli Esteri indiano (che ha assicurato che la pena di morte non è una possibilità) e ministero degli Interni (che controlla la Nia, l’agenzia che ha istruito il processo e che può solo condurre un caso sulla base del Sua Act), potrebbe succedere che spunti qualche escamotage legale per il quale si finisca con il procedere attraverso la legislazione antiterrorismo ma escludendo fin dall’inizio la pena capitale. Sarebbe inaccettabile, come dire che l’Italia i suoi militari sono terroristi. Per questa ragione, è il caso che Roma tenga aperte «tutte le opzioni» fino a quando la situazione non sarà chiarita, come ha ribadito ancora ieri il ministro degli Esteri Emma Bonino.

Un’opzione — che in questo quadro sembra piuttosto forte e che irriterebbe parecchio Delhi e dunque va tenuta come ultima carta — è la possibilità di porre la questione della «promozione» di Delhi a un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, obiettivo di grande prestigio enormemente sentito in India. In caso estremo, la diplomazia italiana potrebbe condurre un’offensiva diplomatica per dire che un Paese indeterminato sulle regole non deve sedersi al tavolo dei grandi. È però un’opzione che alzerebbe parecchio lo scontro con Delhi; meglio essere decisi ma non incattivire inutilmente, fino a che si può, i rapporti con un grande Paese, con il quale sarebbe invece bene avere ottimi rapporti (che saranno da ricostruire, alla fine di questa vicenda: sia le relazioni commerciali che i flussi turistici ne stanno soffrendo parecchio).

In questo senso, sarebbe bene che anche la polemica politica in Italia abbassasse i toni. È indiscutibile che nella gestione della vicenda siano stati fatti, soprattutto in passato, errori gravi: da criticare, ma non per questo il caso può diventare un elemento di facile (e spesso insostenibile) propaganda partitica a suon di slogan. In fondo, non siamo nemmeno di fronte a una questione di orgoglio nazionale: non sono in gioco i muscoli dell’Italia ma la possibilità di arrivare a un processo giusto, condotto secondo regole indiscutibili, per stabilire cosa successe il 15 febbraio 2012, quando due pescatori indiani furono uccisi al largo delle coste dello Stato del Kerala. Girone e Latorre sono già per molti versi ostaggi della politica indiana. Ogni volta che fa cenno al caso, il leader dell’opposizione nazionalista indù, Narendra Modi, dice che il governo guidato dal partito del Congresso — del quale è presidente l’italiana Sonia Gandhi — è troppo benevolo con i due: e — aggiunge sornione — «per ovvi motivi». Facciamo in modo che gli slogan e le avventure non li rendano ostaggi anche della politica italiana.

21 gennaio 2014

L'acqua del mare diventa carburante»: il 'miracolo' energetico della Us Navy

Il Mattino

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WASHINGTON - Quasi un 'miracolo' da alchimisti del Medioevo. Ma a realizzarlo, nei laboratori di massima sicurezza della Marina americana, sono stati esperti chimici in uniforme: gli scienziati sono riusciti a trasformare l'acqua dell'oceano in carburante. La scoperta viene definita dagli alti ranghi della Us Navy una 'pietra miliare' che rivoluzionerà il rifornimento delle navi da guerra in alto mare, rendendole più sicure ed efficienti e successivamente verrà applicata anche agli aeroplani da guerra. Dopo decenni di ricerca in questo senso, un team di scienziati del Naval Research Laboratory, guidato da Heather Willaur, ha messo a punto una nuova tecnologia che per la prima volta ha estratto anidride carbonica e gas idrogeno dall'acqua del mare.

L'ANNUNCIO A darne l'annuncio è stato il viceammiraglio Philip Cullom: «Abbiamo sviluppato una tecnologia che cambierà le regole del gioco - ha dichiarato - e ne abbiamo dimostrato l'efficacia, ora dobbiamo aumentarne la produzione». «Dopo aver vissuto gli ultimi 60 anni con un accesso continuo a fonti di energia che ritenevamo illimitate e trattando l'energia come fosse aria sempre disponibile - ha proseguito - abbiamo capito che non è così, e ora stiamo pensando in maniera ben più creativa a come creare energia». I ricercatori della Us Navy hanno usato un trasformatore catalitico, per convertire le sostanze gassose ottenute dall'acqua dell'oceano in liquido, ed hanno cosi dato vita alla nuova 'benzina del marè che ha già fatto volare un aereo-modello.

Al momento, per rifornire la navi della Marina Usa, si usano 15 petroliere: ma le navi si devono accostare in alto mare, con manovre spesso pericolose e che fanno perdere tempo prezioso nelle fasi di combattimento. La Navy si aspetta che per usare il nuovo carburante sulla intera flotta ci vorranno una decina di anni. «Il carburante creato dall'acqua ha lo stesso aspetto e persino odore di quello regolare - ha detto l'autrice principale della ricerca Heather Willaur - abbiamo dimostrato che funziona ma ora dobbiamo riuscire a produrlo in quantità industriali».

lunedì 7 aprile 2014 - 21:01   Ultimo agg.: 21:02

Chaplin, le radici del successo nell’infanzia miserabile a Londra

La Stampa
vittorio sabadin

Nella nuova biografia scritta da Peter Ackroyd il racconto dell’abbandono da parte della madre: da quella sofferenza l’impulso verso la gloria futura


Sezioni
Le biografie di Charlie Chaplin sono centinaia, compresa quella, forse non completamente sincera, che scrisse lui stesso nel 1964. Ora Peter Ackroyd, uno dei più prolifici e interessanti scrittori inglesi, ne ha realizzata un’altra per dimostrare una tesi: tutto quello che Chaplin è diventato nel bene e nel male, il suo genio e la sua crudeltà, la tenerezza e i tremendi scatti d’ira, il senso etico e le continue violazioni che ne faceva, le 2000 donne che ha avuto e maltrattato, le minorenni che ha sedotto e plasmato; tutto, ma proprio tutto, trova una ragione e spiegazione nell’abisso della sua infanzia, trascorsa in una povertà infinita, priva di affetto e di speranze. 

Già si sapeva molto di sua madre Hannah, che partorì Charlie nel 1889 non si sa dove e da quale padre. Era una modesta cantante e attrice con sangue zingaro nelle vene, che si esibiva nei locali a Sud del Tamigi, tra i luoghi più malfamati di Londra. Ackroyd sostiene che per mantenere se stessa, Charlie e l’altro figlio Sydney, si prostituisse nelle strade di tanto in tanto, come erano costrette a fare molte donne nelle sue stesse condizioni. Le cose erano andate un po’ meglio quando aveva frequentato un tale Chaplin, un discreto attore che morì ubriaco a 39 anni ma diede il cognome a suoi figli, pur non essendone il padre. Charlie ha raccontato che non potendo pagare l’affitto, cambiavano abitazione ogni mese, caricandosi i materassi sulle spalle solo per finire nell’ennesima lurida cantina. 

Non potendo più badare ai figli, Hannah li lasciò all’Hanwell School for Orphans and Destituite Children, un istituto vittoriano rimasto aperto fino a metà del ‘900. A quei tempi i bambini venivano rasati a zero, picchiati con canne di bambù e costretti a sopportare un disciplina molto simile a quella raccontata da Dickens all’inizio di Oliver Twis t. Per Charlie, che aveva 7 anni, non erano tanto le condizioni di vita all’interno dell’orfanotrofio a renderlo insopportabile: il cibo non era certo buono, ma almeno ce n’era. Era l’abbandono, l’assenza della madre che non si fece mai vedere per 18 mesi a tormentarlo. Definì questo tempo i suoi «anni di prigione» e confessò più avanti che a permettergli di resistere fu la convinzione che sarebbe un giorno diventato un grande attore, il più bravo e il più famoso di tutti. 

Sembra un’affermazione inventata a posteriori per dare un tono profetico alle sofferenze della sua infanzia, ma non è così. Charlie amava già allora esibirsi, ballare davanti ai pub, fare pantomime. Osservava i clown e i mimi per ore e ne imparava e ripeteva i movimenti e le espressioni. 
Quando nel 1903 una bambina venne ad avvisarlo che la madre era impazzita e stava distribuendo pezzi di carbone in ogni casa, la sua infanzia finì per sempre. Hannah fu ricoverata in un manicomio, dal quale uscì 17 anni dopo. Charlie per vivere aveva rubato cibo e denaro, e sarebbe potuto finire davvero male. Fu una compagnia teatrale che portava Sherlock

Dieci anni dopo era in America, ingaggiato da Mack Sennett per le pantomime della Keystone a 175 dollari la settimana. A 26 anni ne guadagnava 60 mila al mese e il personaggio del Vagabondo era diventato un’icona globale. «Mi conoscono in paesi – diceva Chaplin – dove non sanno chi è Gesù». Il denaro e la fama lo resero una compagnia ambita, soprattutto dalle donne. Era alto poco più di un metro e sessanta e aveva una testa un po’ grossa rispetto al corpo, ma i suoi occhi azzurri erano svelti e intelligenti e il sorriso irresistibile. Cercava di conquistare ogni donna che incontrava e raccontò di averne sedotte 2000, senza accorgersi che la maggior parte di loro aveva sedotto lui. Gli piacevano acerbe e principianti, come Mildred Harris, 16 anni, Rita Grey (15), Paulette Goddard (17), Edna Purviance (19). L’unica un po’ scafata che frequentò fu Peggy Hopkins, che aveva già divorziato da cinque miliardari e per la quale era stata coniata l’espressione di «gold digger», cercatrice d’oro.

Quando si videro per la prima volta, Peggy disse a Chaplin: «Ma è vero quello che dicono di te tutte le ragazze, che sei superdotato?». Paulette Goddard confermò che Charlie era una «sex machine», capace di maratone notturne inenarrabili.Una volta gli chiesero quale fosse la sua donna ideale. «Deve essere una – rispose – che io non amo del tutto, ma che è totalmente pazza di me». Le trattava tutte male, facendole piangere, ma aveva anche atteggiamenti teneri e irresistibili. Il suo difetto principale era la gelosia, che causò scenate terribili per un nonnulla. Sul set era un tiranno, che pretendeva la perfezione assoluta. Fece ripetere per due anni interi e per complessivi 342 ciak la scena iniziale di Luci della città, quella in cui la fioraia cieca offre un fiore al Vagabondo: di certo aveva ragione, è ancora un capolavoro di dolcezza e di leggera armonia di movimenti. 

Per Ackroyd tutto si spiega con quell’infanzia crudele e spezzata: anche il tema della sopravvivenza in un mondo ostile comune nei suoi film, e la sfida continua all’autorità del Vagabondo, che si comporta come se fosse invincibile. E il bisogno insaziabile di compagnia femminile, compensazione di una madre assente che lo aveva abbandonato al suo inatteso, meraviglioso destino. 

Addio stipendi e pensioni La Difesa toglie le stellette ai cappellani militari

La Stampa
francesco grignetti

“Costano troppo”. La Santa Sede disponibile all’accordo


Stampa.it
Il ghiaccio è stato rotto. I primi colloqui, molto cordiali. All’insegna della disponibilità. E non era scontato. No, non era affatto scontato che il nuovo ordinario militare, l’arcivescovo monsignor Santo Marcianò, accettasse il principio che i cappellani militari rinuncino ai gradi. Inquadrati nelle forze armate ci sono infatti 173 tra generali, colonnelli, e capitani con la tonaca. Si muovono senza armi. Il loro compito, garantito dal Concordato, è fornire «assistenza spirituale» ai militari. E però costano cari: una ventina di milioni di euro all’anno. Colpa, o merito, del grado. 
Il cardinale Angelo Bagnasco, per dire, vescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, essendo stato ordinario militare dal 2003 al 2006, ovvero comandante dei cappellani, fu automaticamente nominato generale di corpo d’armata (oggi tenente generale), prendeva lo stipendio conseguente al grado ed è andato in pensione con il trattamento commisurato. Il cardinale ha dichiarato che non trattiene un euro per sè da quella pensione. Va tutto in beneficenza. Ma il suo caso serve a capire il meccanismo. 

È una legge a regolare la struttura dell’ordinariato militare, che è allo stesso tempo una diocesi della Chiesa e un ufficio dello Stato. Il comandante, l’ordinario, assume il grado militare di tenente generale. È assistito da un Vicario, che ha il grado di maggiore generale, e da due Ispettori, con funzioni di vigilanza, i quali ottengono il grado di brigadiere generale. E così via per li rami: nei reparti ci sono i primi cappellani capi con il grado di maggiore, i cappellani capi con il grado di capitano e i cappellani addetti con il grado di tenente. Ovviamente gli stipendi e poi le pensioni vanno di pari passo con gli avanzamenti.

Ebbene, grazie anche al nuovo corso francescano della Chiesa, si sente aria nuova anche all’ordinariato militare. L’arcivescovo Santo Marcianò, giunto al vertice dell’ordinariato nell’ottobre 2013, ha fatto capire, nei colloqui con il ministero della Difesa, che i cappellani potrebbero anche rinunciare ai gradi. Purché sia garantita l’essenza della loro missione pastorale, che è quella di assistere «spiritualmente» gli uomini e le donne che servono lo Stato in armi. Non che sia una rinuncia facile. Non foss’altro perché «i gradi sono il grimaldello della gerarchia militare», come ha spiegato qualche tempo fa don Angelo Frigerio, ispettore dell’ordinariato. «Un passe-partout». 

Don Angelo, grado di brigadiere generale, equivalente a generale di brigata, aveva accettato un invito nella tana del lupo. Parlava cioè ai microfoni di Radio radicale, intervistato da Luca Comellini, un ex maresciallo dell’Aeronautica che ha dato vita a un Partito per la Tutela dei Diritti dei Militari e Forze di Polizia. Comellini, che è di area radicale, è stato il primo a scoprire che dal 1984, siglato il nuovo Concordato tra Stato e Chiesa, manca una Intesa sullo status dei cappellani militari. «Ed è uno scandalo», dice. «Oltretutto negato negli anni scorsi, quando i deputati radicali avevano proposto di passare la spesa per i cappellani militari dal bilancio della Difesa a quello della Chiesa».

Sono trent’anni, insomma, che si va avanti per inerzia. E che si fa finta di niente. Finalmente, con monsignor Marcianò e il ministro Roberta Pinotti sembra giunto il tempo di sedersi attorno a un tavolo e modificare la vecchia Intesa sui cappellani militari (figlia dei Patti Lateranensi del 1929). I tempi magnificamente raccontati da Ernesto Rossi nel suo “Il manganello e l’aspersorio”. Nella prossima revisione dello status del cappellano militare ci sarà anche modo di ripensare all’assetto gerarchico. Monsignor Marcianò ha dato la sua disponibilità a rinunciare al grado; ne ha accennato anche in un’intervista alle «Iene». E alla Difesa, sotto spending review, l’idea di una limatina alle spese per i cappellani piace anzichenò.