mercoledì 16 aprile 2014

L’iPhone è per ricchi, Android per i fanatici dell’hi-tech

La Stampa
bruno ruffilli

Negli Usa un sondaggio analizza le differenze tra i due tipi di utenti e spiega perché gli sviluppatori investono di più sulla piattaforma Apple

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La scelta tra iPhone o uno smartphone Android può essere legata a diversi motivi: caratteristiche, prezzo, prestazioni, moda, disponibilità, convenienza, familiarità e mille altri. Ma certo è che nel mondo oggi quella di Google è la piattaforma più diffusa, e anche negli Usa ha sorpassato Apple. Perché allora molte app arrivano prima per iOS e solo dopo per il sistema di Mountain View? Se lo è chiesto Forbes, e per evitare congetture infondate, ha utilizzato i dati di CivicScience, un servizio che propone sondaggi su vari siti web americani. I numeri non vengono da un sondaggio ad hoc, ma sono ricavati incrociando i dati di oltre 300 milioni di risposte da 27 milioni di persone.
Le percentuali non sono assolute, ma indicano la divergenza, in più o in meno, rispetto alla media americana. 

Ecco i risultati

Chi ha un iPhone è più colto di chi possiede uno smartphone Android. Più 27 per cento di laureati rispetto alla media americana, contro il + 8 per cento.

Chi ha un iPhone è più ricco. Rispetto alla media di chi guadagna oltre i 75 mila dollari l’anno, gli utenti di iPhone sono sopra dell’11 per cento, e addirittura del 48 per centro rispetto a chi ha un reddito superiore ai 125 mila dollari. Il confronto è impietoso: Android arriva al massimo al 14 per cento. Per l’età, invece, non si riscontrano sostanziali differenze tra le due piattaforme.

Occupazione: usano l’iPhone professionisti e manager, scelgono Android quelli più impegnati in mestieri tecnici e scientifici (+ 50 per cento rispetto alla media). E sono più appassionati di notizie tecnologiche.

Tra gli utenti iPhone, uno su quattro ha detto addio alla linea telefonica fissa, ma tra quelli che hanno Android la percentuale sale al 30 per cento.

Tra le curiosità segnaliamo poi che nei dati di CivicScience chi sceglie l’iPhone possiede di solito meno auto (ed è più probabile quindi che abiti in un’area urbana), ma se chi sceglie Android è più incline a bere superalcolici.

Due utenti iPhone su tre confessano di essere “dipendenti” dal proprio apparecchio; tra chi usa Android la percentuale scende al 37 per cento.

E infine, le donne si orientano più spesso su iPhone, gli uomini sono più inclini ad acquistare Android.

E arriva la risposta alla domanda iniziale: secondo questa ricerca, la maggior parte del denaro che gira sulle piattaforme mobili passa per iPhone, e per questo gli sviluppatori di app preferiscono ancora iOS rispetto ad Android.

Così non è una sorpresa se l’ultima indiscrezione che riguarda l’iPhone 6, di cui si sa ancora poco, riguarda il prezzo: potrebbe costare 100 dollari in più del modello attuale. “Apple ha avviato le trattative con gli operatori, ma la risposta iniziale è stata negativa”, spiega l’analista Peter Misek, citato da Business Insider. E tuttavia la situazione potrebbe cambiare, perché a Cupertino sanno bene che quest’anno l’iPhone 6 sarà il solo smartphone a guadagnarsi i titoli dei giornali, in un mercato che non sembra più capace di offrire grandi innovazioni, ma solo evoluzioni di prodotti esistenti (come nel caso dei nuovi Samsung, Htc e Sony top di gamma). 

Facebook, linea dura della Consulta “Insulti anonimi sono diffamazione”

La Stampa

Annullata l’assoluzione di un finanziere che aveva offeso un collega senza nominarlo: la reputazione è lesa se la vittima è riconoscibile anche da pochi

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La diffamazione via facebook si realizza anche se avviene in forma anonima. Lo sottolinea la Cassazione, nell’annullare l’assoluzione accordata ad un maresciallo della Gdf di San Miniato che sui social network aveva offeso la reputazione di un collega, pur senza nominarlo, esprimendo giudizi poco lusinghieri sul suo conto. Su Fb il finanziere aveva scritto di essere stato «attualmente defenestrato a causa dell’arrivo di un collega raccomandato e leccac... ma me ne fotto per vendetta...». 

Il finanziere, condannato a tre mesi di reclusione militare (con i doppi benefici) per diffamazione pluriaggravata, era stato assolto dalla Corte militare d’appello della capitale dato l’anonimato delle offese sul social network che impediva di arrivare al diretto interessato. Contro l’assoluzione ha fatto ricorso con successo il pg presso la Corte militare d’appello di Roma sostenendo che, al di là dell’anonimato delle offese, le frasi erano circolate su un social network con la conseguente diffamazione per il diretto interessato. «Ai fini dell’integrazione del reato di diffamazione - si legge nella sentenza depositata oggi - è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone indipendentemente dalla indicazione nominativa».

La Quinta sezione penale ha giudicato «fondato» il ricorso del pm e, rinviando il caso al giudice d’appello, ha osservato che «il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico, essendo sufficiente, ai fini della valutazione, che non può non tenersi conto nell’utilizzazione del social network, come la stessa Corte ha rilevato, a nulla rilevando che non si tratti di strumento finalizzato a contatti istituzionali tra appartenenti alla Gdf, né in concreto la circostanza che la frase sia stata letta solo da una persona». 

Taglia la coda al suo cucciolo, condannato a tre mesi di prigione

La Stampa
FULVIO CERUTTI (AGB)

L’uomo è stato ritenuto responsabile di “crudeltà verso gli animali” e gli è stato vietato di avere un cane per i prossimi dieci anni

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Un uomo è stato condannato a dodici settimane di prigione per aver tagliato parte della coda del suo cucciolo di otto settimane. Il tutto è capitato a Uckfield, città nel sud dell’Inghilterra. Walter Doe, 24 anni, è stato ritenuto colpevole di “crudeltà verso gli animali” e, oltre alla prigione, gli è stato anche vietato di poter avere un cane per i prossimi dieci anni.
A denunciare il tutto è stata la RSPCA (Royal Society for the Prevention of Cruelty to Animals), associazione no profit per la tutela del benessere animale operante in Inghilterra. I volontari dell’organizzazione, chiamati nel luglio scorso, avevano trovato il cucciolo di jack-russel privo parte della coda e in preda a dolori lancinanti. 

«La condanna al carcere riflette quanto seriamente il giudice abbia considerato il dolore inflitto al cucciolo - commentano dal RSPCA -. Non abbiamo prove di quanto abbia utilizzato per tagliare la coda, ma se ha usato un coltello o un paio di forbici, il cucciolo ha di certo provato un grande dolore. Oltre alla pena sofferta, tagliarle la coda è un gesto completamente inutile e priva l’animale di uno dei suoi migliori strumenti di espressione e di equilibrio»

twitter@fulviocerutti

ll telefono per pagare: arriva Tim

Corriere della sera

Dopo Vodafone, che esordirà il 29 del mese, Telecom mette sul piatto Tim Wallet, il portafoglio virtuale per effettuare transazioni con gli smartphone con tecnologia Nfc


Web-Sezioni
Botta, di Vodafone, e risposta, di Telecom Italia. I primi partono il 29 aprile con i pagamenti con smartphone Nfc associati (solo) alla carta Vodafone Smartpass, per poi aggiungere nei mesi estivi anche altre banche. I secondi, come anticipato dal Corriere della Sera e ufficializzato nelle ultime ore, hanno previsto il debutto del portafoglio virtuale Tim Wallet in luglio con a bordo Intesa Sanpaolo, Banca Mediolanum, Bnl, Ubi Banca e CartaSi. Come la rivale, Telecom metterà a disposizione anche una sua carta prepagata sviluppata in collaborazione con Visa e Intesa Sanpaolo. L’offerta sarà quindi accessibile ai clienti degli istituti citati o semplicemente a chi deciderà di acquistare Tim Smartpay, così si chiama la prepagata, fra i 31 milioni di clienti dell’operatore.
Sotto i 25 euro senza pin
“La scelta della tecnologia Nfc è alla base dell’ecosistema tra banche e operatori mobili e una garanzia di sicurezza. Le stime di mercato indicano che nel 2016 un utente mobile su due disporrà di un telefonino Nfc, i Pos abilitati a questa tecnologia saranno tra i 400mila e i 600mila, e che il 10% degli utenti utilizzerà i servizi di mobile proximity payment”, dichiara Cesare Sironi, responsabile Innovation di Telecom Italia. Il gruppo anticipa anche di essere al lavoro anche con aziende nel settore dei trasporti o della vendita al dettaglio per darci la possibilità di utilizzare lo smartphone quando dobbiamo obliterare biglietti o abbonamenti e sfoderare buoni pasto o carte fedeltà. Come per le iniziative analoghe, le cifre sotto i 25 euro non chiederanno la digitazione di alcun Pin mentre per una spesa superiore sarà necessaria la verifica del codice di sicurezza.
In attesa di 3 e Wind
Mancano a questo punto all’appello 3 Italia e Wind, che come Vodafone e Telecom si sono mosse in questi mesi per testare la tecnologia. L’offerta commerciale di 3 è attesa il prossimo autunno.
16 aprile 2014 | 10:34

Arriva lo smartphone con l’antifurto

La Stampa


I dispositivi avranno una tecnologia che consentirà di cancellare dati da remoto e rendere inutilizzabile il telefono. Saranno distribuiti negli Usa a partire dal luglio 2015

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A partire dal luglio 2015 negli Usa gli smartphone saranno distribuiti con una sorta di antifurto integrato: è l’impegno che hanno preso colossi del calibro di Apple, Google, Microsoft, Samsung siglando un accordo con i cinque maggiori operatori di telefonia mobile statunitensi. I dispositivi avranno una tecnologia che - in caso di furto o smarrimento - consentirà di cancellare dati da remoto e rendere inutilizzabile il telefono.

Gli operatori si sono impegnati a facilitare queste funzioni. Dal prossimo anno i telefoni che saranno distribuiti su suolo americano avranno un sistema tipo «Trova il mio iPhone» o il blocco dell’attivazione già esistente per iOS di Apple e un servizio simile da poco adottato per i dispositivi basati su Android di Google. Fra i produttori che hanno aderito ci sono anche Huawei, Htc, Motorola, Nokia, mentre gli operatori di tlc coinvolti sono Verizon, AT&T, Sprint, T-Mobile e U.S. Cellular. L’obiettivo è quello di combattere i furti di telefoni intelligenti e di proteggere le proprie informazioni personali anche in caso di smarrimento.

La tecnologia che sarà implementata prevede quindi che gli utenti siano in grado di ripulire da remoto il dispositivo dei propri dati, di rendere inutilizzabile il telefono in modo che non possa essere usato senza una password o un codice, di impedire la riattivazione dello smartphone senza una particolare autorizzazione e infine di poter riattivare il telefono una volta ritrovato e poter ripristinare i propri dati (salvati in un sistema cloud). Oltre a questi «must» gli utenti potranno poi usufruire anche di altri servizi specifici messi a disposizione dai singoli produttori.

(Ansa)

La Nutella ha 50 anni. E noi vi sveliamo il suo vero segreto

Andrea Cuomo - Mer, 16/04/2014 - 09:15

Da anni si cerca l'ingrediente misterioso. Che non c'è: il suo gusto è parte della nostra memoria comune. Ecco perché non teme confronti

È una signora di mezza età del color dell'ebano che sta per compiere mezzo secolo ma non ha mai smesso di piacere.

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E senza lifting. Certo, c'è quel segreto su cui tutti da anni s'interrogano. Poco importa se esiste o no, perché il vero segreto è essere rimasta sempre uguale a se stessa e nutrire il nostro immaginario, che non teme calorie. La Nutella (sì, parliamo di lei) sarà celebrata il prossimo 14 maggio al Tempio di Adriano di Roma tra vip col cucchiaino sguainato. L'inizio di un giubileo che prevede barattoli celebrativi «fluo» e un sito (nutellastories.com) dove ognuno potrà lasciare pensieri o ricordi.
Nutella è il nome che molti danno alla felicità spalmabile. Riserva in barattolo di serotonina, antidepressivo senza bisogno di prescrizione.

Tra pochi giorni saranno 50 anni dal giorno in cui, il 30 aprile 1964, il primo barattolo contenente l'oro marrone uscì dallo stabilimento della Ferrero ad Alba. A pensarci ora non c'è simbolo più felice per riassume plasticamente (e spalmabilmente) gli anni del boom: quel mix di ottimismo, incoscienza, gioia di vivere confezionato in un bicchiere trasparente. Dapprincipio fu il Gianduja, tipo di cioccolata arricchita dalla locale Nocciola tonda gentile inventato ai primi dell'Ottocento nelle Langhe. Quasi un secolo e mezzo dopo i Ferrero, pasticcieri ad Alba, decisero di crearne una versione spalmabile e la chiamarono Supercrema.

Fuochino. Nel 1963 l'intuizione del giovane Michele Ferrero: la Supercrema divenne Nutella (dalla parola inglese per nocciola, ovvero nut) e pochi mesi dopo partì alla conquista del mondo. Oggi ovunque Nutella è nome comune: qualsiasi prodotto simile deve rassegnarsi a esserne sempre la copia sbiadita e rinunciare a prescindere a fargli davvero concorrenza. E ci hanno provato in tanti. Anche da noi. Il flop è comprovato da ciò: in Italia la Nutella vanta una quota di mercato dell'86 per cento e le sue vendite sono considerate anelastiche. Non risentono, cioè, di crisi e variazioni di prezzo.

Se ne sono accorti anche in Nuova Caledonia, dove per proteggere la versione locale, l'imperdibile Biscochoc, è vietato l'import del capolavoro italiano. Non sono giunte notizie di rivolte popolari, ma solo perché i neocaledoniesi (o come diavolo si chiamano) non sanno che cosa si perdono. Il successo della Nutella è frutto - come sempre - di genio e caso in eguali dosi. È naturalmente buonissima - e hai detto niente. Costa relativamente poco. È un prodotto che fa casa e famiglia. È rimasto sempre uguale a sé stesso. Ha creato un legame con il suo pubblico attraverso l'uso di bicchieri da riutilizzare.

E però comunque resta il mistero: gli ingredienti sono zucchero, nocciole, cacao magro, latte scremato, siero di latte, lecitina di soia, aromi, olio di palma. Tutte le aziende che hanno puntato su una maggiore qualità, ad esempio aumentando la quota di nocciole (l'ingrediente nobile), hanno forse convinto qualche isolato gourmet ma non conquistato il pubblico «drogato» dal sapore e dalla consistenza della «n» nera. E allora vuol proprio dire che è l'ingrediente misterioso il quid. Se digitate su Google «segreto della Nutella» avrete 229.000 risultati zeppi di teorie bizzarre: dalla zucca alle larve di mosca. «Ho sentito dire - scrive un'ingenuotta su un blog - k se sapessimo l'ingrediente smetteremmo di mangiarla». Scommettiamo che invece la mangeremmo comunque?

Tv e viaggi: cosa può fare il Cav

Libero


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«Almeno una volta alla settimana e per un tempo non inferiore a quattro ore consecutive». Su base mensile, fanno sedici ore. Ecco il tempo che Silvio Berlusconi dovrà dedicare all’assistenza di anziani non autosufficienti cui ieri l’ha destinato il tribunale di Sorveglianza di Milano. I giudici, infatti, hanno accolto la richiesta dell’ex premier di scontare con l’affidamento in prova ai servizi sociali la condanna ricevuta il 1° agosto 2013 a quattro anni di reclusione - di cui tre condonati dall’indulto - per il processo sui diritti tv Mediaset. Ma al di fuori del tempo che passerà presso la fondazione «Sacra Famiglia» di Cesano Boscone, come potrà comportarsi Berlusconi? Cosa cambierà per lui, in concreto, sul fronte dell’agibilità politica a poco più di un mese dalle elezioni Europee? Quali le sue possibilità di movimento? Ecco un vademecum per capire come cambierà la vita del Cavaliere.

A quali prescrizioni dovrà attenersi il leader forzista?

Una volta alla settimana, per almeno quattro ore, dovrà scontare la sua condanna nell’istituto per disabili indicato dall’Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe): la fondazione «Sacra Famiglia» di Cesano Boscone, alle porte di Milano. Berlusconi dovrà anche rispettare gli orari imposti a qualsiasi detenuto in prova, ovvero non uscire dalla propria abitazione, in questo caso villa San Martino ad Arcore, tra le ore 23 e le 6 del mattino successivo.(...)



Berlusconi e tutti i divieti della pena da scontare

Libero

Dopo la condanna arriveranno presto le restrizioni e i divieti. Silvio Berlusconi, come detto, dovrà scontare la sua pena in una struttura per il recupero di anziani e disabili a Cesano Boscone alle porte di Milano. Durante i quasi dieci mesi in cui sconterà la pena residua per la condanna Mediaset Berlusconi non potrà incontrare pregiudicati (cioè chi ha una condanna definitiva) e tossicodipendenti, o scatteranno i tanto temuti arresti domiciliari. Il settimanale Oggi, in edicola da mercoledì 16 aprile ha cercato di capire come cambierà la vita dell'ex premier e soprattutto chi sono le persone che il Cav non potrà incontrare.

La lista dei nomi 

Berlusconi ad esempio non potrebbe più incontrare il cofondatore di Forza Italia

Marcello Dell'Utri, condannato in via definitiva per un vecchio processo su false fatture. Stessa storia per l'ex avvocato  
Cesare Previti (condannato al processo Imi-Sir e a quello sul Lodo Mondadori),  
Giuseppe Ciarrapico (quattro condanne definitive). Tra i colleghi di partito, dovrà evitare  
Salvatore Sciascia (2 anni e 6 mesi per tangenti alla Guardia di Finanza) e  
Renato Farina (ha patteggiato 6 mesi per favoreggiamento nel sequestro dell'ex imam di Milano Abu Omar). Ma fuori da Forza Italia ci sono altri "big" della politica che Berlusconi non potrà incontrare. Uno su tutti: Umberto Bossi. Il Senatùr ha due condanne definitive (corruzione e istigazione a delinquere); il suo ex delfino, attuale presidente della Regione Lombardia,  
Roberto Maroni, ha una vecchia condanna per resistenza a pubblico ufficiale. Berlusconi, infine, non potrà incontrare neanche il leader del M5S  
Beppe Grillo (condannato per omicidio colposo) e il vicedirettore del Fatto  
Marco Travaglio, condannato per diffamazione. Per 9 mesi, niente più scontro in diretta nell'arena di Santoro...

I giornalisti 

I divieti ovviamente valgono anche per gli incontri con i giornalisti. L'ex Cavaliere dovrà evitare anche i direttori di due giornali di famiglia, Panorama e Il Giornale.  
Giorgio Mulè e  
Alessandro Sallusti, infatti, sono entrambi stati condannati in via definitiva per diffamazione e omesso controllo. Anche il giro delle ospitate in tv dovrà forse essere rivisto. I conduttori di Servizio Pubblico, Piazzapulita e Ballarò, se vorranno invitare Berlusconi dovranno fare a meno, sempre secondo quanto racconta Oggi, di alcuni degli ospiti più assidui, pregiudicati come ad esempio Vittorio Sgarbi. Nella lista dei vietati c'è anche il direttore di Libero  
Maurizio Belpietro, condannato per diffamazione e assolto dalla Corte europea dei diritti dell'uomo.



Severina Panarello, la donna che seguirà Berlusconi ai servizi sociali

Libero


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Chi è affidato in prova ai servizi sociali, chi deve scontare una pena fuori dal carcere a Milano, deve andare al numero 1 di piazza Venino, a pochi passi da San Vittore. E lì, nella sede dell'Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) che chi ha subito una condanna ma non viene sbattuto in carcere, verrà definito il suo destino. Un destino che potrebbe riguardare Silvio Berlusconi, condannato nel processo Mediaset, e sul quale il tribunale di sorveglianza di Milano deciderà a ore: arresti domiciliari (poco probabili) o affidamento a servizi sociali.

La "carceriera" - Se il Cav diventerà un lavoratore socialmente utile, dovrà recarsi all'Uepe di Milano per colloqui periodici con assistenti sociali, criminologi e psicologi. E come scrive il Fatto Quotidiano c'è una donna che, al pari di tutti gli altri "affidati", seguirà Berlusconi: è la dottoressa Severina Panarello, che dirige l'Uepe meneghino dopo aver diretto quello di Brescia. L'ex premier parlerà con lei, la attenderà in una sala d'aspetto al primo piano della struttura.

Nero su bianco - Negli uffici dell'Uepe, inoltre, è stato scritto il rapporto su Berlusconi che verrà esaminato dal tribunale di sorveglianza. Infatti la Panarello e il suo staff hanno scritto un rapporto sul Cav su precisa richiesta del Tribunale di sorveglianza, nonostante la pena effettiva che il Cav dovrà scontare sarà di nove mesi (tre anni indultati, restano 12 mesi ai quali verranno presumibilmente applicati degli sconti). Nel rapporto, il "progetto di giustizia riparativa", si mette nero su bianco un'ipotesi di percorso di "riparazione sociale", che passa attraverso il volontariato in una struttura che assiste anziani disabili, una di quelle strutture convenzionate con l'Uepe.

Numeri - Berlusconi, se sarà "affidato", dovrà presentarsi periodicamente negli uffici di piazza Venino, dove sarà uno dei 4.133 utenti della struttura guidata dalla Panarello. Di questi, poco più della metà scontano una pena alternativa al carcere (nel 2013, ricorda il Fatto, erano 2.190). Gli altri affidati ai servizi sociali, invece, non hanno una condanna definitiva: molti di loro, infatti, pagano il loro debito con la società per aver guidato in stato di ebbrezza.

La ricerca sui giovani: Ask è pericoloso e il 10% degli utenti lo usa per offendere

Il Mattino

skask
Nonostante la metà dei giovani italiani dai 17 ai 19 anni ritenga Ask.fm pericoloso, circa il 14% dei ragazzi lo utilizza comunque, quasi quanto Twitter (19,7%). E nel 10% dei casi per offendere qualcuno. Sono i dati anticipati oggi da Link Lab, il Laboratorio di Ricerca Socio Economica della Link Campus University, che presenterà domani a Roma l’indagine completa “Generazione Proteo. Giovani italiani: solisti fuoriclasse”.

La ricerca, effettuata su un campione di 2.500 ragazzi iscritti agli ultimi 2 anni delle scuole secondarie di secondo grado di 7 città italiane (Roma, Napoli, Genova, Torino, Catania, Latina e Gela) è uno spaccato che racconta i nuovi giovani e la loro visione su web, politica, affetti, paure e lavoro.

La percentuale sull’uso di Ask.fm, che ormai tallona Twitter, desta preoccupazione – ha detto il sociologo e direttore di Link Lab, Nicola Ferrigni – data la pericolosità e i rischi di questo social network, al quale sono legati diversi casi di cronaca degli ultimi mesi. Non ultimo quello della giovane ragazza di Torino, suicida a 14 anni, che tre mesi fa avrebbe ricevuto insulti a causa del suo aspetto fisico proprio su Ask.fm”. Secondo l’indagine il 10,5% dei ragazzi intervistati dichiara di aver subito offese anonime sul social. L’indagine completa “Generazione Proteo. Giovani italiani: solisti fuoriclasse” sarà presentata a Roma domani all’auditorium della Link Campus University

martedì 15 aprile 2014 - 14:24

Il dialogo in Venezuela da un punto di vista cubano

La Stampa
yoani sanchez



LaStampa.it
Il dialogo tra l’opposizione venezuelana e Nicolás Maduro è in pieno sviluppo. I suoi critici sono molti, mentre è facile prevedere lo sconfitto di turno: il governo cubano. Per un sistema che in oltre mezzo secolo ha squalificato e represso la dissidenza, quel tavolo di confronto suona come un doloroso riconoscimento della propria incapacità.

Gli attoniti telespettatori cubani, giovedì scorso hanno potuto assistere a un dibattito tra parte delle forze oppositrici venezuelane e i rappresentanti ufficiali. Il polemico incontro è stato trasmesso dal canale TeleSur, da sempre sostegno informativo del chavismo. In questa occasione, tuttavia, si è visto obbligato a diffondere anche le preoccupazioni e gli argomenti della controparte. 

Il fatto che le telecamere e i microfoni fossero presenti alla discussione, ha rappresentato una magnifica vittoria politica degli avversari di Maduro. Gli spettatori sono stati partecipi del dialogo ed è stato più difficile pubblicare versioni modificate a posteriori. I partecipanti di entrambe le fazioni potevano contare su dieci minuti a testa per esporre i loro argomenti, un esercizio di sintesi che il presidente venezuelano, come si può immaginare, non è stato in grado di praticare.

Per i disinformati cubani, va messo in evidenza l’alto livello di argomenti che l’opposizione ha messo sul tavolo. Cifre, statistiche ed esempi concreti sono stati esposti nel quadro di un discorso ben articolato. Il giorno successivo, il commento più ripetuto nelle strade avanere era l’espressione popolare: “Hanno pulito il pavimento con Maduro”. Una chiara allusione alle umilianti critiche esposte dai suoi rivali. Le tesi ufficiali, invece, erano timide e sostenute da slogan. 

Questo tavolo di confronto è stato senza dubbio un calice amaro per chi fino a un’ora prima accusava gli avversari politici di essere “fascisti” e “nemici della patria”. Il Venezuela d’ora in avanti non sarà più lo stesso, anche se il tavolo dei negoziati finirà senza un accordo e Nicolás Maduro tornerà a prendere il microfono per distribuire insulti a destra e a manca. Una discussione è cominciata, e già questo segna una distanza enorme tra quel che è accaduto in Piazza della Rivoluzione e le nuove tendenze di Miraflores. E a Cuba? È possibile una cosa simile? 

Mentre procedeva la trasmissione del dialogo venezuelano, molti di noi si chiedevano se qualcosa di simile sarebbe potuto mai accadere nel nostro scenario politico. Anche se da un lato la stampa ufficiale mostra queste conversazioni come un segnale di forza da parte del chavismo, dall’altro ha preso le distanze in maniera sufficiente affinché non ci facciamo illusioni su possibili dialoghi in salsa cubana. 

È meno fantasioso immaginare Raúl Castro mentre prende un aereo per fuggire dal paese, che pensarlo seduto a un tavolo con quelle persone che ha sempre chiamato controrivoluzionari. Per oltre cinquant’anni, sia lui che il fratello, si sono dedicati a demonizzare le voci dissidenti, per questo adesso non possono accettare una conversazione con i loro critici. Il pericolo che implica l’impossibilità di un negoziato, è che lascia aperto solo il percorso dell’insurrezione con la conseguente scia di caos e violenza. 

Malgrado ciò, non sono soltanto le figure principali del regime cubano a mostrarsi restie a ogni tavolo di contrattazione. La maggior parte dell’opposizione dell’Isola non vuole neppure sentir parlare di quel tema. Di fronte a un doppio rifiuto, l’agenda di un’impossibile riunione non riesce a prendere corpo. I partiti oppositori non hanno ancora costruito un progetto di paese da difendere con coerenza in qualsiasi negoziato e non sono in grado di rappresentare un’alternativa praticabile. Noi membri dell’emergente società civile abbiamo buoni motivi per essere preoccupati. Sono preparati i politici che oggi operano nell’illegalità per sostenere un dibattito? Sono capaci di convincere un uditorio? Quando arriverà il momento, potranno rappresentarci degnamente?

Avremo una risposta a queste domande solo quando se ne presenterà l’opportunità. Fino a oggi la dissidenza cubana si è concentrata più a distruggere che a elaborare strategie per costruire, la maggior parte delle sue energie è stata spesa per opporsi al partito di governo invece che a fare proselitismo tra la popolazione. Di fronte alle limitazioni per diffondere i loro programmi e alle tante restrizioni materiali di cui soffrono, questi gruppi non hanno potuto far giungere il loro messaggio a un numero significativo di cubani. Certo, la responsabilità non è tutta loro, ma devono essere consapevoli degli ostacoli rappresentati da tali deficienze. 

Se domani stesso fosse approntato un tavolo per il dialogo, sarebbe poco probabile ascoltare un discorso così ben articolato nell’opposizione cubana come quello fatto dai colleghi venezuelani. Tuttavia, anche se il negoziato non si presenta ancora come una possibilità, nessuno deve sottrarsi all’obbligo di prepararsi per tale eventualità. Cuba ha bisogno che davanti a quei teorici microfoni si trovino coloro che meglio rappresentano gli interessi della nazione, le sue preoccupazioni, i suoi sogni. Parlino per conto nostro i cittadini, ma che lo facciano - per favore - con coerenza, senza violenza verbale e con argomenti convincenti. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Google si precipitò a modificare Android appena vide l’iPhone

Corriere della sera

di Martina Pennisi

La rivelazione dai documenti del processo che contrappone Apple a Samsung. Dai documenti emerge che i rivali di Cupertino non avevano previsto il Melafonino


Leggenda narra che, mentre Steve Jobs stava presentando il primo iPhone a San Francisco, il papà di Android Andy Rubin, attualmente al lavoro sul progetto di robotica di Google, si trovasse in un taxi diretto a Las Vegas. «Oh m...a, noi non stiamo lanciando un telefono come questo», avrebbe affermato, come racconta Fred Vogelstein nel suo libro Dogfight, al cospetto di quello che sarebbe diventato l’oggetto da battere nel settore smartphone. E da emulare. La reazione di Rubin, che nei mesi successivi si è tradotta in un ripensamento delle funzioni del sistema operativo del robottino verde, ha trovato conferma in queste ore nei documenti presentati durante l’ennesima sfida legale tra Apple e Samsung.

I documenti: prima dell’iPhone Android non prevedeva il touch screen
 
I documenti: prima dell’iPhone Android non prevedeva il touch screen
 
I documenti: prima dell’iPhone Android non prevedeva il touch screen
 
Più simile a Blackberry?
All’inizio di processo di San Jose attualmente in corso, uno dei fattori a destare maggiore curiosità era la presenza al banco dei testimoni di alcuni degli ingegneri di Google: nell’eterno braccio di ferro fra il produttore americano e quello asiatico sulla paternità di molte delle funzioni che utilizziamo quotidianamente il ruolo di Mountain View è infatti tutt’altro che marginale. La curiosità della vigilia non è stata disattesa e stanno emergendo alcuni particolari succulenti. A partire dall’aspetto di Android nei progetti precedenti al 2007. Come si legge in un documento consegnato al tribunale californiano, il sistema operativo era inizialmente pensato per ricevere comandi da una tradizionale tastiera: «Il touchscreen non sarà supportato». Solo dopo il debutto del melafonino è stata inserita la dicitura «un touchscreen per la navigazione con le dita, compresa la possibilità di utilizzare il moulti-touch, è necessario».

Non è in realtà la prima volta che fa capolino un’idea di Android molto più simile ai Blackberry che ai Samsung o agli Htc che si sono poi imposti sul mercato. Proprio nel 2007 Gizmodo mostrava al mondo un prototipo con tastiera QWERTY. E l’anno successivo ha visto la luce un primo androide targato Htc e T-Mobile e chiamato Htc Dream o G1 T-Mobile, il nome dipende dalle zone di commercializzazione, con schermo touch da 3,2 pollici e - ancora - una tastiera vera e propria. Lettere e numeri “fisici” sono stati eliminati con l’Htc Magic, arrivato nel 2009; il primo ad assomigliare agli smartphone che oggi vanno per la maggiore. E a tenere a battesimo la generazione di telefoni cellulari intelligenti Android trascinati più volte in tribunale da Apple.

15 aprile 2014 | 15:40

Strage di piazza della Loggia, Cassazione: troppo garantiti i neofascisti

Il Messaggero


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I neofascisti imputati per la strage di Brescia - quanto meno il medico veneziano Carlo Maria Maggi, e Maurizio Tramonte, il presunto infiltrato nelle file ordinoviste che sembra più un «intraneo» della destra eversiva che un confidente dei servizi - sono stati assolti da un «ipergarantismo distorsivo» che ha finito per «svilire» tutti i numerosi indizi raccolti contro di loro. Sono severe e amare le motivazioni con le quali la Cassazione - con la sentenza 16397 depositata oggi e relativa all'udienza del 21 febbraio - spiega perchè ha rinviato nuovamente a giudizio Maggi e Tramonte come mandanti e forse anche come esecutori materiali dell'eccidio causato dalla bomba che a Piazza della Loggia, quaranta anni fa, la mattina del 28 maggio 1974, uccise otto persone e ne ferì altre cento esplodendo in un cestino dei rifiuti durante una manifestazione sindacale antifascista di Cgil, Cisl e Uil.

Ad avviso dei supremi giudici, che hanno criticato in molti passaggi le conclusioni «assolutamente illogiche e apodittiche» raggiunge dai giudici della Corte di Assise di Appello di Brescia nel verdetto assolutorio del 14 aprile 2012, Tramonte era un soggetto troppo «intraneo» alla destra eversiva per essere un semplice informatore, che peraltro «non raccontava al maresciallo Felli tutto ciò che sapeva o aveva fatto». Quanto a Maggi, sono stati «sviliti» numerosi indizi, come il sostegno allo stragismo eversivo di destra del quale era un «propugnatore».

Ad esempio, sulla circostanza - «un dato di fatto importantissimo che muta notevolmente il quadro indiziario rispetto al giudizio di primo grado» - che «l'ordigno esplosivo sia stato confezionato utilizzando la gelignite di proprietà di Maggi e Digilio, conservata presso lo Scalinetto», la Corte di Appello «non ha tratto da questa diversa ricostruzione in fatto le necessarie implicazioni sul piano probatorio». L' «erronea applicazione della legge processuale» è - scrive il relatore Paolo Giovanni Demarchi Albengo - «un vizio ricorrente nel processo per la strage di Piazza della Loggia se si pensa che anche nel procedimento cautelare sulla misura irrogata a Tramonte, Zorzi e Maggi, la Cassazione ebbe a osservare l'esasperata opera di segmentazione del quadro complessivo» che «rifuggiva dalle regole di coerenza e completezza».

«Ingiustificabili e superficiali» sono, per la Cassazione, le conclusioni assolutorie tratte per Maggi, nonostante la «gravità indiziaria» delle dichiarazioni di Battiston che unite ad altri elementi finiscono per fornire una «visione complessiva» di «straordinaria capacità dimostrativa» delle accuse. E ancora: la presenza di Tramonte nella piazza, poco dopo l'esplosione, è «certamente un elemento di grande rilievo, sia al fine di stabilire il suo ruolo nella vicenda, sia ai fini di valutazione di attendibilità delle dichiarazioni relative alla organizzazione ed esecuzione della strage».

Eppure non sono stati fatti approfondimenti. Comunque, sottolinea la Cassazione, il giudice del rinvio potrò anche stabilire che Tramonte era un «infiltrato non punibile» ma deve tenere conto che solo dal 2006 esiste una normativa che lo scriminerebbe mentre per gli anni Settanta non esisteva nulla del genere, anzi si era «restii» a riconoscere la «collaborazione dei soggetti privati, estranei agli organismi di polizia giudiziaria, e soprattutto in assenza di formali autorizzazioni e di rigida regolamentazione dei limiti di operatività».

«La Corte di Assise di Appello - sintetizza la Cassazione salvando solo il lavoro di motivazione sulle assoluzioni di Delfo Zorzi e del generale Francesco Delfino - ogni volta che si è trovata a valutare un indizio di colpevolezza a carico degli imputati, si è soffermata sulla potenziale esistenza di diversi significati, così distruggendo proprio il valore probatorio che il nostro sistema giudiziario attribuisce alla valutazione complessiva di tali messi di prova». Sottovalutate, infine, le dichiarazioni del collaboratore Carlo Digilio e «liquidata troppo frettolosamente la ritrattazione di Tramonte».


Martedì 15 Aprile 2014 - 19:10

Antonio De Curtis, in arte Totò: 47 anni fa moriva il Principe della risata

Il Mattino

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Sono passati 47 anni da quel 15 aprile che ha reso il mondo della risata più triste: era il 1967 e Antonio De Curtis, in arte Totò, moriva lontano dalla sua Napoli. Proprio alla sua città, secondo quanto hanno raccontato i testimoni dei suoi ultimi istanti, è andato il pensiero prima di spirare. Al cugino Eduardo, infatti, disse: «Eduà, Eduà mi raccomando. Quella promessa: portami a Napoli». Proprio a Napoli, infatti, si svolsero i funerali, ai quali partecipò una marea di gente commossa: tremila persone all'interno della Basilica del Carmine Maggiore, circa centomila nel piazzale antistante la chiesa.

L'orazione funebre, memorabile, fu pronunciata da Nino Taranto: «Amico mio questo non è un monologo, ma un dialogo perché sono certo che mi senti e mi rispondi. La tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l'hai onorata. Perché non l'hai dimenticata mai, perché sei riuscito dal palcoscenico della tua vita a scrollarle di dosso quella cappa di malinconia che l'avvolge. Tu, amico hai fatto sorridere la tua città, sei stato grande, le hai dato la gioia, la felicità, l'allegria di un'ora, di un giorno, tutte cose di cui Napoli ha tanto bisogno. I tuoi napoletani, il tuo pubblico è qui. Ha voluto che il suo Totò facesse a Napoli l'ultimo "esaurito" della sua carriera e tu, tu maestro del buonumore, questa volta ci stai facendo piangere tutti. Addio Totò, addio amico mio. Napoli, questa tua Napoli affranta dal dolore vuole farti sapere che sei stato uno dei suoi figli migliori e non ti scorderà mai. Addio amico mio, addio Totò».

martedì 15 aprile 2014 - 16:25   Ultimo agg.: 16:48

Heartbleed, tutto quello che c’è da sapere sul baco

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Dalla definizione alle istruzioni per difendersi dal malfunzionamento del sistema OpenSSL che mette a rischio le passworl


Esattamente una settimana fa, lunedì 7 aprile, il mondo intero è venuto a conoscenza del baco Heartbleed, malfunzionamento del sistema OpenSSL che mette a rischio password e dati personali transitati in Rete negli ultimi due anni. Di seguito le risposte alle domande più importanti sul grave problema che non va sottovalutato sia da chi gestisce i portali sia dai singoli utenti.
Che cos’è?
Heartbleed è una mancanza di controllo formale nella comunicazione fra i server che utilizzano il protocollo OpenSSL per criptare le informazioni online. Il nome, che vuol dire cuore sanguinante, deriva da Heartbeat, il sistema con cui - come detto - i differenti server a cui si appoggia un portale dialogano per capire se sono attivi e in grado di svolgere adeguatamente le operazioni. Se tutto funziona come dovrebbe il server A chiede al server B di certificare il suo funzionamento con, ad esempio, la parola “ciao” di 4 lettere. E B risponde dimostrando di essere attivo e reattivo. La falla si è verificata nel momento in cui A ha chiesto a B di rispondere con quella stessa parola ma domandando molti più caratteri. Senza rendersi conto della discrepanza della richiesta, il secondo server ha iniziato a rispondere con il termine in questione e attingendo alla sua memoria in chiaro per coprire i restanti caratteri. Ed è così, a fronte di milioni di botta e risposta, che le informazioni registrate sui server sono a disposizione di hacker e malintenzionati.
Come è potuto accadare?
C’è un responsabile, ha un nome e un cognome e si è subito fatto avanti. Si tratta dello sviluppatore tedesco Robin Seggelman. Due anni fa stava lavorando al progetto OpenSSL e ha commesso un «banale errore» di cui «sfortunatamente nessuno si è accorto». A scoprirlo solo recentemente i ricercatori della società finlandese Codenomicon e di Google Security. Appena la notizia è diventata di pubblico dominio ha fatto capolino online un sito ad hoc contenente le informazioni principali.
Quali siti sono stati colpiti?
Quali siti sono stati colpiti? Si stima che sia coinvolto almeno il 66% della Rete. Nei giorni scorsi tra comunicati spontanei delle principali Web company e test effettuati è stato possibile compilare una lista delle vittime più illustri, da Yahoo! a Gmail passando per Dropbox (l’abbiamo riportata qui).
I siti italiani sono sicuri?
Non c’è stato alcun comunicato ufficiale da parte di banche o pubbliche amministrazioni che quotidianamente utilizziamo per effettuare pagamenti e compilare e inviare modulistica. «Purtroppo in Italia non c’è l’abitudine di comunicare i malfunzionamenti ai propri clienti, è una questione di approccio culturale. Altra brutta abitudine è quella di intervenire solo quando il problema è molto grave», dichiara Matteo Flora, esperto di sicurezza in Rete e amministratore delegato di The Floor.
I dispositivi sono al sicuro?
Società come Cisco e Juniper hanno annunciato che anche alcuni prodotti della loro gamma, come sistemi per la video sorveglianza o legati alla comunicazione Ip, sono coinvolti nella falla. Le applicazioni sono sicure? Collegandosi a server esattamente come i portali le iconcine sono altrettanto a rischio. Apple ha assicurato che il suo sistema operativo è al riparo. Trend Micro ha invece trovato 7mila app presenti su Google Play legate a fonti vulnerabili. Google ha confermato che (solo) la versione 4.1.1 di Android è stata colpita e che le informazioni per risolvere il problema sono già state inviate a chi lavora con il sistema operativo.
Cosa rischiamo?
Flora spiega come siano tre i livelli di rischio: se un sito è stato programmato senza seguire i migliori standard di sicurezza chi ha sfruttato la falla ha avuto accesso a nome utente e password. Nel caso in cui il portale sia fatto un pochino meglio a finire in pasto dei malintenzionati è l’id di sessione, ovvero quel sistema che ci consente di chiudere e riaprire il browser senza dover ogni volta inserire le credenziali. Il terzo scenario, «quello che mi preoccupa di più», permette di decifrare tutto il traffico registrato negli ultimi anni.
Cosa possiamo fare?
Le piattaforme principali hanno già provveduto a tappare la falla con l’aggiornamento del protocollo e per tutelarsi gli utenti devono cambiare la password di accesso. Diverso è il discorso per i portali che non hanno ancora chiarito se ci sia stata o meno violazione e se hanno preso provvedimenti: con il sito di Filippo Valsorda (qui la sua storia) si può verificare se un sito è vulnerabile in quel determinato momento, ma non sapere se in passato lo è stato o meno. Anche nel caso in cui le piattaforme siano sane nel momento in cui effettuate il test conviene comunque cambiare la password. Farlo, invece, mentre il problema è esistente è controproducente. Conviene in questo caso aspettare e, soprattutto se si tratta di siti o app in cui sono coinvolte transazioni di denaro, limitare l’uso al mimino.
La Nsa lo sapeva?
Ad alimentare il dubbio, smentito fin dalle prime ore da Seggelman, che dietro al “buco” ci fosse la National Security Agency americana è stata Bloomberg, secondo cui la vulnerabilità è stata utilizzata regolarmente negli ultimi due anni per raccogliere informazioni sensibili sugli scambi fra gli utenti di tutto il mondo. L’agenzia e la Casa Bianca hanno prontamente smentito e chiarito che quando emergono problemi di questo tipo vengono condivisi con i produttori di hardware e software per trovare una soluzione. Secondo ilNew York Times , tuttavia, il presidente Barack Obama avrebbe dato alla Nsa il potere di non divulgare informazioni su questioni di questo genere nel caso in cui ci sia di mezzo la sicurezza nazionale. Non è inoltre più un mistero, dopo la divulgazione delle informazioni da parte di Edward Snowden, che è proprio due anni fa la Nsa stava lavorando esattamente a una falla che aggirasse la crittografia delle comunicazioni in Rete. Il programma si chiamava Bullrun, ma potrebbe aver trovato supporto o addirittura la sua naturale evoluzione in Heartbleed.

14 aprile 2014 | 15:42