giovedì 17 aprile 2014

Franceschini ci rifila la tassa sui telefoni

Gian Maria De Francesco - Gio, 17/04/2014 - 12:35

Nuova stangata da 200 milioni per chi acquista cellulari, pc o tablet. Il ministro promette: "Aggiornerò l'equo compenso. Faremo un tavolo con tutte le parti interessate e poi prenderò una decisione"

Roma - È proprio vero: il potere trasforma le persone. Non solo esteticamente, ma anche nell'intimo delle proprie convinzioni morali.

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E il premier Matteo Renzi non fa eccezione a questa regola. Fintantoché il suo ruolo era quello del «Pierino» che tirava i calci negli stinchi ai rottamandi del Pd e del governo (i vari Enrico Letta e D'Alema) qualsiasi nuova tassa l'esecutivo intendesse varare veniva definita una «porcata». Ora che a Palazzo Chigi c'è lui in persona, il profilo è molto più basso anche in tema di tassazione. Poco importa, quindi, che 200 milioni possano essere spremuti da chi compra smartphone, tablet e personal computer.

Certo, a Renzi mettere la faccia su questioni che incidono in negativo sulle tasche dei consumatori non piace. Meglio mandare avanti qualcun altro e, in questo caso, l'ingrato compito è toccato al ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini. Il tema non è nuovo per il lettori del Giornale: si tratta dell'equo compenso dovuto alla Siae dai produttori di supporti digitali. In pratica quando si acquista un cellulare, un tablet, un pc o un altro supporto di memoria si paga dal 2009 una quota fissa alla società (statale) degli autori ed editori per le copie private (di canzoni, film, libri, ecc.) che su quel dispositivo verranno copiati.

La tabella dell'equo compenso doveva essere aggiornata già dal 2012, ma il governo Monti era in tutt'altre faccende affaccendato e così la patata bollente era passata alla fine del 2013 nelle mani di Enrico Letta e del predecessore di Franceschini, il dalemiano Massimo Bray. A febbraio era tutto pronto: il decreto avrebbe accolto i desiderata della Siae guidata da Gino Paoli (sì, proprio lui). La gabella sugli smartphone sarebbe passata da 0,9 a 5,2 euro (+478%); idem per i tablet (da 1,9 a 5,2 euro) e per le smart tv (da zero a 5 euro). Sui computer il balzello sarebbe salito a 6 euro (da 1,9 per quelli senza masterizzatore e da 2,4 per quelli con), mentre il prelievo sulle memorie portatili come le chiavette Usb sarebbe quasi raddoppiato (da 0,5 a 0,9 euro per Gigabyte). Un totale, come detto, da quasi 200 milioni, più che doppio rispetto all'attuale prelievo. Una stangata da realizzarsi in tempi di crisi e, per altro, in un mercato non competitivo come quello italiano dove l'acquisto di un iPhone senza sostegno dell'operatore è più oneroso che altrove.

Ma tant'è. Il ministro Dario Franceschini ha sfidato il Parlamento (a parte la sinistra Pd, sul tema la maggioranza è la divisa) e ha sentenziato: «L'equo compenso verrà aggiornato. Faremo un tavolo con tutte le parti interessate e poi prenderò una decisione. Probabilmente mi prenderò fischi da tutti». Intanto alle interrogazioni scettiche di Scelta Civica ha mandato a rispondere il sottosegretario alla Giustizia, Enrico Costa. L'appuntamento con Siae e Confindustria Digitale è fissato per il 23 aprile. Poi sarà quel che sarà. L'industria dei media punta molto sull'aggiornamento al rialzo delle tabelle perché consente di recuperare qualcosa in un contesto non proprio roseo per i ricavi nel quale i download illegali su internet rappresentano la bestia nera. Eppure una recentissima sentenza della Corte di Giustizia Ue ha stabilito che l'equo compenso non può surrogare una sorta di risarcimento della pirateria.

«Il ministro ha detto che ascolterà le ragioni di tutte le parti in causa». Cristiano Radaelli, presidente di Anitec (l'associazione delle aziende di informatica e tlc) e vicepresidente di Confindustria Digitale, non si abbandona allo scoramento. Ma fissa paletti ben precisi. «L'utilizzo e la riproduzione di un'opera d'ingegno devono essere ricompresi nel suo prezzo senza ricadere sui consumatori che acquistano un supporto digitale», aggiunge. Qualche mese fa la pensava così anche il senatore renziano Andrea Marcucci. «L'Italia ha bisogno di più digitale a prezzi accessibili», dichiarò. Oggi avrà cambiato verso anche lui.

Project Ara, lo smartphone di Google nel 2015

La Stampa
BRUNO RUFFILLI


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La prima conferenza degli sviluppatori del Project Ara si è conclusa ieri a Mountain View, e mai come oggi lo smartphone modulare di Google sembra un prodotto destinato davvero ad arrivare sul mercato. C’è anche una data: gennaio del 2015, per il primo dei due modelli, quello più piccolo, mentre un terzo potrebbe affiancarsi in seguito.

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Lo smartphone è costruito intorno a uno scheletro che contiene l’antenna e serve per garantire rigidità strutturale, mentre una serie di moduli quadrati si possono inserire e sostituire a piacimento. Ognuno contiene una parte essenziale o un accessorio dello smartphone: c’è quello con processore e memoria ram, quello con la batteria, oltre ad altri con sensori di tutti i tipi, dall’accelerometro e il giroscopio a a quello per misurare pressione e temperature corporee.

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Quando poi si decidesse, ad esempio, di migliorare la fotocamera, basterà sostituire il relativo modulo con un altro più recente. In questo modo, secondo Google, la durata media dello smartphone potrebbe anche superare i cinque anni, senza che l’apparecchio diventi obsoleto, un po’ come succede con i computer assemblati. E va senza dire che le riparazioni saranno molto più semplici.

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I vari moduli si incastrano come un puzzle e sono tenuti insieme da un sistema di magneti attivati elettronicamente; i segnali non passano attraverso conduttori elettrici ma attraverso un sofisticato sistema di trasmissione dati a onde elettromagnetiche. Il sistema operativo sarà ovviamente Android, sia pure in una versione speciale per il Project Ara, mentre per assemblare i vari moduli ci sarà un’app apposita.
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E qui è forse la novità più intrigante dell’apparecchio: ogni produttore potrà realizzare i suoi moduli, purché ovviamente rispetti gli standard rigidissimi di Google. Perciò, ad esempio, la fotocamera potrebbe essere realizzata da Sony, il processore da Qualcomm o Intel, ma ci sarò spazio anche per piccoli produttori specializzati.

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Ma nulla esclude che dallo smartphone e dal phablet (i due modelli attualmente previsti) si possa passare a realizzare un tablet o un vero computer o chissà che altro, a partire dai vari moduli.

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Potenzialmente è una rivoluzione, democratica ed ecologica. E anche poco costosa: si partirà da 50 dollari per il modello base.

Il blogger greco: “Con i Playmobil alla guerra contro la Germania”

La Stampa
tonia mastrobuoni

Nikos Papadopoulos si diverte a costruire scenette satiriche anti-tedesche con i Lego. Ma l’azienda di giocattoli danese frena: “Non usate i nostri pupazzetti a scopi politici”

aStampa.it
Una vicenda incredibile, una sfida tra Davide e Golia dai risvolti grotteschi. Protagonisti: una potente azienda tedesca e un blogger greco. Quando i media di tutto il mondo hanno festeggiato il ritorno di Atene sui mercati finanziari, Nikos Papadopoulos ha costruito una scenetta con i playmobil e l’ha fotografata per il suo blog. Titolo “la Grecia torna sui mercati”: un pupazzo seminudo con una busta di plastica guarda un negozio con la saracinesca abbassata, che ha tutta l’aria di essere fallito. 
Nelle stesse ore, Angela Merkel è arrivata ad Atene per un faccia a faccia col premier Samaras: Papadopoulos l’ha ritratta, sempre con le mini bambole di plastica, seduta su un asino mentre frusta sorridente il popolo, prono ai suoi piedi. Titolo: “Venerdì delle Palme”. Il blogger greco ha anche fotografato playmobil che manifestano a Syntagma, davanti al Parlamento, con cartelli che recitano “Dio, ho paura della fame”, altri che si scontrano con la polizia o che si suicidano buttandosi dalla finestra. Feroce satira, ma satira. 

Playmobil, che in questi mesi si sta godendo un revival mondiale, non ha gradito. Ha ricordato che l’azienda è politicamente “neutra” e vuole che i pupazzi con le mani a conca lo siano altrettanto. Facebook gli ha chiuso il sito senza troppi complimenti. E Papadopoulos è stato costretto a cambiare il titolo del blog, da “Playmobilium” a “Plasticomobil” e a scrivere che il sito “non è di proprietà, né è gestito, sponsorizzato o autorizzato” dal produttore tedesco di giocattoli. Inoltre, ha rifondato una pagina Facebook, sempre con il titolo Plasticomobil al posto di Playmobilism. L’idea gli venne nel 2013, per denunciare la miseria crescente nel suo Paese, ma anche “anche come terapia”, racconta, rivendicando il suo “diritto di espressione”.

Come sempre, quando la tentazione della censura obnubila la ragione, Playmobil ha ottenuto l’effetto contrario a quello voluto. Se finora il blog era amatissimo da un pubblico di nicchia, dopo il tentativo di oscurarlo è rimbalzato già sui media tedeschi e inglesi e rischia ora di conquistare una fama mondiale.

Quel bacio con il boss che imbarazza Angelino

Francesco Cramer - Gio, 17/04/2014 - 08:15

L'Ora della Calabria pubblica una foto scattata nel 1996 alle nozze della figlia  del mafioso Croce Napoli. Alfano nega tutto, poi ricorda: "Ma non lo conoscevo"

Roma - È l'Ora dei baci per Angelino. Più che Perugina al curaro. Il quotidiano L'Ora della Calabria, infatti, scudiscia Alfano in prima pagina.

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Titolo: «Ora dice no ai voti mafiosi. Ma baciò il boss Croce Napoli». C'è tanto di foto: un giovane Angelino, sorridente e occhialuto, si abbassa a baciare un canuto signore; guancia sinistra e poi guancia destra. Uno scatto che scotta. La notizia, già nota, va inserita nel contesto: tra il quotidiano e gli uomini di Alfano da tempo son botte da orbi. Il senatore calabro e alfaniano Tonino Gentile, infatti, è accusato di aver fatto pressioni all'editore del quotidiano per stoppare l'uscita di un articolo dove si raccontava di un indagine sul figlio Andrea. Il direttore del giornale, Luciano Regolo, ha denunciato tutto e acceso la miccia che ha fatto scoppiare il caso. Tanto che Gentile, appena nominato sottosegretario ai Trasporti, ha fatto le valigie per dimettersi dal ministero a tempo di record. Agli alfaniani, calabri e non, non è andato giù.

Così, ieri l'Ora della Calabria dà un'altra sberla ai diversamente berlusconiani. Ma come? «Al Palafiera di Roma Alfano urlava “non vogliamo i voti delle mafie” e in prima fila c'era il numero due dell'Ncd, Renato Schifani, indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa». «Amnesie?», si chiede il giornale. Forse sì, come quel bacio scomodo quanto un sasso nelle scarpe. La vicenda è stata raccontata nel 2002 da Repubblica. Correva l'anno 1996 e Angelino, giovane e promettente consigliere regionale, viene pizzicato a un banchetto nuziale inopportuno. Si tratta del matrimonio di Gabriella, figlia del boss di Palma di Montechiaro, Croce Napoli, che festeggia a Villa Athena, spettacolare albergo della Valle dei Templi. Il boss agrigentino, sbaciucchiato da Alfano e deceduto nel 2001, ha un curriculum imbarazzante: manette per associazione mafiosa, concorso in sequestro di persona, omicidio.

Inizialmente Alfano nega: «Mai conosciuto Croce Napoli. Mai partecipato al matrimonio della figlia». A chi cresce in un campo infestato da ortiche può capitare di pungersi. Anche inavvertitamente. E, va detto, senza alcuna responsabilità penalmente rilevante. Nega, però. Peccato che di quel bacio pericoloso ci sia pure un video, mandato in giro da qualche avversario politico di Angelino. Alfano si concentra meglio e quindi trova la memoria: «Ah, sì. Ora ricordo. Ricordo di esserci stato ma su invito dello sposo, non della sposa. Non conoscevo la sposa, men che meno suo padre che, ovviamente, mi fu presentato lì dallo sposo e che solo adesso apprendo essere tale Croce Napoli».

«Mascariamento», la definisce Alfano: ossia la tecnica per la quale in Sicilia si getta un'ombra su una persona, facendola sospettare di collusione con la mafia. Nel suo libro La mafia uccide d'estate, Angelino ritorna su quelle nozze che definisce «La mia piccola croce». Racconta quell'inconsapevole passo falso: «Ricevevo numerosi inviti a eventi: matrimoni, battesimi, prime comunioni, cresime». A comprare regali per tutti, per cortesia che si usa al Sud, era la madre. Una sera Angelino sta uscendo per andare a un altro matrimonio ma la madre lo chiama:

«“I regali che ho comprato per te mi fanno confusione in casa: per favore, liberamene! E visto che stai andando al matrimonio di Germano, passa anche da villa Athena e consegna il regalo a un tale Francesco Provenzani che si sposa proprio stasera”. Lo feci. Consegnai il regalo, feci gli auguri agli sposi e me ne andai». Di tale Francesco Provenzani, Alfano dice che gli sembrava un bravo ragazzo e penso che lo sia stato e lo sia ancora. «Ma non l'ho più visto. Ha sposato la donna che amava e dovuto subire l'effetto collaterale del suocero sbagliato». E il ministro dell'Interno gli effetti del party sbagliato.

E voi lo sapete come si fa uno spumante?

di Paolo Porfidio


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Compleanno, capodanno, laurea, matrimonio... Ogni scusa è buona per far saltare in aria il tappo e brindare, ammirando le affascinanti bollicine che risalgono il calice festosamente. Ma come nascono questi vini così pregiati? Tutti almeno una volta abbiamo fatto partire il tappo di uno spumante per festeggiare un avvenimento importante. Ma sappiamo realmente da dove deriva la pressione che permette al tappo di schizzare via a tutta velocità?

Le bollicine che ravvivano gli spumanti sono ottenute con metodi diversi:
• il metodo Classico o Champenoise, che prevede la rifermentazione del vino-base in bottiglia
• il metodo Martinotti o Charmat, che prevede la rifermentazione in autoclavi, grandi recipienti mantenuti in sovrapressione.

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Il processo di produzione secondo il metodo Martinotti o Charmat


Il più comune e il più pregiato è sicuramente il metodo Classico, utilizzato per la produzione dei grandi Champagne e Franciacorta. Questo metodo prevede una prima fermentazione del mosto, ottenuto dalla spremitura soffice delle uve raccolte a mano in cassette con molta cura ed evitando lesioni della buccia, al fine di ottenere un vino definito "base". Questo vino-base viene conservato fino a marzo/aprile dell'anno successivo alla vendemmia a basse temperature. A questo punto si arriva al momento dell'assemblaggio. Vi è infatti un assemblaggio di diverse annate e varietà al fine di ottenere le caratteristiche precise volute dall'enologo, ottenendo la cosiddetta cuvèe (nonostante i vini delle diverse annate abbiano caratteri differenti, ogni anno si cerca di riprodurre lo stesso stile riproponendolo nel tempo).

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Alcune bottiglie di tipo "champagnotta" in ghiaccio


A questo punto il vino viene imbottigliato nella classica bottiglia "champagnotta" e viene aggiunto ad una miscela di zucchero e lieviti definita "liqueur de tirage". Grazie questa miscela, una volta chiusa la bottiglia, i lieviti presenti procederanno alla trasformazione degli zuccheri in alcol ed alla formazione delle bollicine. Questo processo viene chiamato "presa di spuma". Infatti durante la fermentazione i lieviti generano anidride carbonica che, non potendo disperdersi nell'aria, genera la tipica schiuma all'interno della bottiglia.

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La presa di spuma sulle tradizionale pupitre


Terminato il processo di fermentazione, i lieviti vanno incontro alla morte e quindi ad un autolisi che permetterà la liberazione di sostanze che andranno ad arricchire la componente aromatica del vino. Questo passaggio viene definito "riposo sui lieviti". Questo periodo è variabile e può durare da 1 anno fino a decine di anni, per la produzione di vini spumanti più pregiati. Questi conferiranno il classico sentore di "scorza di pane" riscontrabile nella maggior parte dei vini spumantizzati con metodo classico.

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Un vignaiolo durante l'opera d remouage che precede la sboccatura


Quando si ritiene pronto, il vino viene aperto ed effettuato il "degorgement" (o "sboccatura"), che consiste nell'eliminazione dei lieviti sedimentati nella parte superiore del tappo, eliminando il torbido. Inevitabilmente, questa procedura prevede una minima perdita di vino, che verrà rimpiazzato con la "liqueur d'expedition", ricetta composta da zucchero, vino e altri ingredienti spesso mantenuti segreti dai diversi produttori, che doneranno unicità al proprio prodotto. Questo determinerà anche il residuo zuccherino...Di cui vi parlerò la volta prossima!

Se "nomade" è un'offesa, allora "rom" cos'e?

Vittorio Sgarbi - Gio, 17/04/2014 - 08:42

Condivido la perplessità di Luca Mastrantonio rispetto alla scelta del sindaco Marino di abolire la parola dal vocabolario di Roma Capitale

Può apparire singolare che, dopo anni di finzioni e ipocrisie, una semplice verità venga dalla pagina «Lettere e commenti» della Stampa, martedì 15 aprile.

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Il signor Cristiano Urbani, in polemica con Gustavo Zagrebelsky che chiede «una corte (Costituzionale, ndA) più efficace», ci dice serenamente che «avere un figlio non è un diritto, così come non è un diritto avere un marito, non è un diritto avere una casa e così via. Sono tutte legittime aspirazioni, da tutelare ma non certo da imporre. Le coppie che non possono avere figli non sono certo “martoriate” da una legge. Ed il loro martirio potrebbe essere superato attraverso una adozione legale: il figlio adottivo è per sua natura “eterologo” e da sempre risolve il desiderio legittimo (non diritto, per carità...) di avere un bimbo cui voler bene».

Un limpido buon senso che misura come in questi anni si sia abusato di diritti, non solo rispetto ai figli, ma anche rispetto al matrimonio, e in particolare alle unioni gay. Diversamente dal diritto alla salute, allo studio e al lavoro, essenziali e prioritari per garantire libertà e indipendenza agli individui, il matrimonio è un contratto sia per le coppie eterosessuali sia per quelle omosessuali. E non è necessario che le seconde scimmiottino le prime, negando l'evidenza stessa del rapporto fra uomo e donna, nella famiglia e del «matrimonio», letteralmente il dono della madre, quindi, configurabile in prospettiva della maternità. Altra cosa sono le unioni gay. Altra cosa le adozioni. Altra cosa le fecondazioni. Tutte opportunità, possibilità, eventualità, non diritti.

Al di là dell'apparentemente opposta finalità, mi chiedo perché nessuno abbia aspramente contestato la promozione della Fondazione Ant, che assiste gratuitamente ogni giorno 4 mila malati di tumore. Vediamo la Gioconda di Leonardo pelata, come dopo un trattamento di chemioterapia. Una immagine molto efficace, ma nessuno ha obiettato per la rivendicazione dei diritti dell'originale. L'immagine, infatti, è un'altra. E altrettanto suggestiva e riuscita. Leonardo ha semplicemente offerto uno spunto agli intelligenti pubblicitari che hanno interpretato le esigenze della Fondazione committente.

Abbiamo osservato che Michele Serra si compiace di evitare, come «luoghi di tenebre», ristoranti romani mal frequentati, dove «il puzzo del potere sovrasta quello delle fritture più grevi». Non vedremo Serra all'Assunta Madre, per la necessità, alta e nobile di vivere «una vita normale, con normali ambizioni, normali lavori, normali conversazioni a tavola». E, infine, «per il piacere di vivere», rispetto a Dell'Utri e ai suoi simili, «altrove». Se ne conclude che chi va da Assunta Madre non è «normale». Eppure io sono certo che Serra sui troverebbe benissimo nell'appartato, dimesso e popolare Antico Falcone, in via Trionfale. Lo provi. Poi, per non rovinargli lo stomaco e la «normalità», condivisa con tanti, gli dirò un giorno chi lo frequentava.

Condivido la perplessità di Luca Mastrantonio rispetto alla scelta del sindaco Marino di abolire la parola «nomadi» dal vocabolario di Roma Capitale. Il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, apprezza invece la decisione. Non è chiaro con cosa intendono sostituirla, ma io ne sento ancora tutto il significato evocativo. Lo spirito nomade è una condizione dello spirito, ma sarebbe impertinente per Nourì perché «la quasi totalità dei rom non ha o non ha più uno stile di vita nomadico, come riconosciuto in un rapporto del Senato del 2011 e dalla Strategia nazionale di inclusione dei rom presentata dall'Italia all'Unione europea nel 2012». Trovo più inquietante la parla «rom», tronca, come mutilata. Io sono «nomade», per temperamento, natura e abitudini, e non mi sento offeso.

press@vittoriosgarbi.it

Milioni di foto per il riconoscimento facciale nel database dell’Fbi

La Stampa
carlo lavalle

L’organizzazione rivolta alla tutela dei diritti digitali EFF denuncia il pericolo per la privacy


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L’FBI, agenzia del Dipartimento di giustizia Usa, sta realizzando un’enorme banca dati per il riconoscimento facciale che conterrà nel 2015 le immagini di 52 milioni di persone, comprese quelle non coinvolte in vicende criminali. Lo riferisce Electronic Frontier Foundation che ha ottenuto questa informazione in risposta ad una richiesta avanzata in sede legale nel quadro del Freedom of information act.

I documenti ottenuti dall’organizzazione internazionale no-profit, impegnata da sempre nella difesa della libertà di espressione e della privacy nel mondo digitale, mostrano che il programma NGI (Next Generation Identification) , portato avanti dall’FBI, sta accumulando in modo massivo i dati biometrici di milioni di cittadini, incensurati e non. 
La registrazione di queste informazioni - relative a impronte digitali e del palmo della mano, scansione dell’iride e riconoscimento facciale - confluisce in un unico database che contiene file di profili individuali a cui sono associati anche dati personali e biografici (nome, cognome, età, indirizzo di residenza ecc.).

Una schedatura di massa condivisa con altre agenzie statali e forze dell’ordine locali degli Stati Uniti.
I record in possesso di EFF indicano, inoltre, che la componente delle foto personali sta crescendo in maniera esponenziale con continue aggiunte consentendo di condurre decine di migliaia di ricerche e controlli ogni giorno per indagini non solo di natura penale. In passato, tanto per chiarire meglio ciò che sta accadendo, le impronte digitali rilasciate per motivi lavorativi venivano inviate all’FBI che archiviava questo dato, senza foto segnaletiche collegate, in un database a parte, separato da quello riservato ai criminali. Con la creazione del programma NGI le cose sono cambiate. I dati vengono adesso memorizzati unificandoli, con la possibilità di una ricerca per una eventuale identificazione sull’insieme dei record della banca dati che include civili e criminali.

Questo significa che anche le immagini allegate ai curriculum spediti da normali cittadini, mai accusati o arrestati per un crimine, potranno essere oggetto dell’attività investigativa e considerate nella lista dei possibili sospetti di un reato. EFF teme che l’esigenza di sicurezza possa entrare in contrasto con i diritti connessi alla libertà individuale e alla privacy. C’è poca trasparenza sulla provenienza di centinaia di migliaia di foto raccolte dall’FBI, sostengono i rappresentanti dell’associazione, e manca una più precisa regolamentazione dell’accesso e dell’utilizzo dei dati collezionati. 

Secondo Jennifer Lynch, ad esempio, non ci sono ad oggi restrizioni o norme scritte che impediscano al sistema di reperire immagini dai siti di social network e, del resto, la verifica dell’impatto sulla privacy del metodo di riconoscimento facciale non è stato soggetto ad aggiornamento in quanto le regole cui fa riferimento il Federal Bureau of Investigation sono del 2008 e perciò datate.
D’altra parte, il sistema biometrico di individuazione di persone ricercate non esclude il rischio di errori come quello dei falsi positivi che tendono ad aumentare in rapporto al crescere delle dimensioni di un dataset. Nonostante le assicurazioni dei responsabili dell’FBI non è improbabile quindi che molti cittadini, anche se innocenti, possano rimanere coinvolti in inchieste penali loro malgrado. 

Il giudice: «Via chi ha più di 25 anni, Abercrombie discrimina dipendenti»

Corriere della sera

Per il magistrato, che ha ordinato di reintegrare un 27enne, l’azienda li assume con contratti svantaggiosi e li licenzia quando superano l’età


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Abercrombie, marchio di moda «made in Usa» tra i preferiti dagli adolescenti italiani e non solo, discrimina i lavoratori con meno di 25 anni perché li assume con contratti di lavoro particolarmente svantaggiosi, approfittando proprio della loro giovane età. Lo ha stabilito al Corte d’Appello di Milano che ha condannato l’azienda a reintegrare un 27enne italiano assunto nel 2010 con un contratto a chiamata, quando in realtà svolgeva un lavoro a tempo determinato con orario part-time. Abercrombie ha però deciso di licenziare il lavoratore quando ha compiuto 25 anni.
Sentenza
Il collegio presieduto da Laura Curcio nel dispositivo della sentenza «dichiara la natura discriminatoria del comportamento tenuto da Abercrombie Fitch Italia srl per aver assunto il ricorrente in forza della sola età anagrafica» e «ordina alla convenuta di cessare tale comportamento discriminatorio e, accertato che tra le parti è in corso dal 14 dicembre 2010 un rapporto di lavoro subordinato ordinario con inquadramento quarto livello Ccnl Commercio e orario part-time, condanna la convenuta a riammettere» il ricorrente assistito dagli avvocati Alberto Guariso e Maria Cristina Romano «nel posto di lavoro e a pagare a titolo di risarcimento del danno un importo pari a 14.450 euro». Il ricorso era stato respinto in primo grado.
Il decreto del 2003
I giudici con il dispositivo della sentenza ordinano a Abercrombie&Fitch di «riammettere» il giovane «nel posto di lavoro» in forza di «un rapporto di lavoro subordinato» part-time. Il giovane era stato assunto, il 14 dicembre del 2010, con un «contratto di assunzione a chiamata a tempo determinato della durata di 4 mesi», come si legge nel ricorso dei legali, assunzione con tale forma di contratto “precario” motivata dall’azienda spiegando che «il candidato ha meno di 25 anni ed è disoccupato», sulla base di un decreto legislativo del 2003. Secondo i legali, poi, il contratto è stato prorogato fino al dicembre 2011 ed è poi stato trasformato in un «indeterminato» il primo gennaio 2012, fino a che il giovane non è stato licenziato nell’agosto 2012.
Turni di notte
Secondo i legali, però, anche quando il giovane era «a chiamata», «ha sempre lavorato svolgendo turni notturni presso il magazzino di Carugate: si occupava dello stoccaggio vestiti, ripiegatura, sistemazione della merce in magazzino secondo le direttive impartite dai responsabili». I legali hanno fatto causa contro l’azienda perché venisse accertato il carattere «discriminatorio» dell’assunzione «a chiamata» del giovane motivata solo con il fatto che aveva meno di 25 anni. Secondo la difesa, infatti, anche in base alle normative europee, non si può fissare questo parametro «in clamorosa contraddizione proprio con la finalità di facilitare l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro».

16 aprile 2014 | 17:50

E’ ora di cambiare treno (di gomme)

Corriere della sera

di Roberto Iasoni

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Le cime delle montagne sono ancora imbiancate, ma giù, a valle, nelle città, le temperature hanno preso a salire. E chi in ottobre/novembre ha fatto montare sull’auto, responsabilmente, le gomme invernali è invitato a rifare il cambio di stagione: adesso tocca ai pneumatici estivi. Per ragioni di sicurezza, innanzitutto.
I dati di Assogomma sulla frenata
Con il caldo, i vantaggi delle coperture invernali si trasformano in svantaggi. Basti considerare la frenata: con la gomma estiva si riduce del 25 per cento. Il dato è di Assogomma e deriva da test compiuti su fondo asciutto, con temperatura superiore a 20 gradi e partendo dalla velocità di 60 orari. Stesso discorso in caso di pioggia: su fondo bagnato, da 80 orari, sempre oltre i 20 gradi, lo spazio di frenata dell’estivo è inferiore del 18 per cento. La frenata, tuttavia, non è l’unico aspetto: a risentirne sono anche la precisione di guida e il consumo di carburante. Senza contare che la «morbidezza» del battistrada lamellare, che in inverno assicura la tenuta di strada, in primavera/estate favorisce il consumo della gomma stessa. Insomma: non si rischia la multa circolando in piena estate con un treno fuori stagione, ma è un pessimo affare sia per la sicurezza sia per il portafoglio.
C’è anche il ritiro della carta di circolazione
Il rischio multa riguarda invece coloro che hanno scelto i pneumatici M+S con codice di velocità inferiore a quello riportato sulla carta di circolazione dell’auto. L’uso è consentito dalla legge «nel periodo stagionale di riferimento», come deroga alle norma che prevede l’adozione di pneumatici con caratteristiche uguali o superiori a quelle indicate sulla carta. Ma l’eccezione ha spinto molti automobilisti a estendere a tutto l’anno l’uso degli M+S non «di serie». Errore. Nel gennaio scorso una circolare del ministero dei Trasporti ha chiarito la faccenda: gli M+S con codice di velocità inferiore a quanto indicato in carta di circolazione sono ammessi soltanto al 15 ottobre al 15 maggio. Viene concesso un mese prima e dopo la vigenza delle ordinanze, ma dal 16 maggio e sino al 14 ottobre successivo stop. L’infrazione comporta sia una multa pesante (da 419 euro a 1.682) sia il ritiro della carta di circolazione e l’invio in revisione del veicolo.

16 aprile 2014 | 16:49

Hai scommesso su Masterchef? Hai commesso reato

Corriere della sera

di Ilaria Morani e Olga Mascolo

Dal Grande Fratello all’Isola dei Famosi: l’80% delle scommesse su programmi televisivi è illegale


Cattura
Anche se in Italia oltre il 90 per cento delle giocate, online o nelle agenzie fisiche, riguarda calcio, ippica e altri sport, esiste una piccola e resistente nicchia di chi ama puntare sul vincitore dei programmi televisivi. Reality e Festival di Sanremo in testa, ma anche il Festival del Cinema di Venezia e Roma e, buttando un occhio Oltreoceano, gli Oscar. L’80 per cento di chi scommette su questo genere di eventi, però, commette un reato. La maggior parte delle volte inconsapevolmente. Questo succede per una netta mancanza di trasparenza tra le leggi italiane e quelle comunitarie. Ecco cosa accade nello specifico

LE SOCIETA’ DI SCOMMESSE - Per aprire una società di scommesse in Italia servono parecchi soldi: bisogna partecipare a una gara pubblica regolamentata da norme comunitarie. Chi passa questo concorso ha in mano la certificazione dello Stato e della polizia italiana, in questo modo può operare sia su rete fisica che online. Proprio per evitare tasse troppo alte e limitazioni forti sul palinsesto (è lo Stato che decide su cosa si può scommette, mentre all’estero vale tutto, dal gossip alle previsioni del tempo) nasce il mondo delle scommesse considerate illegali dall’Italia. Società di gioco che prendono sede all’estero. A Malta e in Irlanda soprattutto. Per lo Stato italiano solo le case di scommesse autorizzate dall’Aams, l’agenzia delle dogane e del monopolio, organo del Ministero delle Finanze, possono operare in Italia. Lo stesso privilegio però è concesso dalle normative di libera circolazione dei servizi in ambito comunitario: per cui anche le agenzie straniere o con sede all’estero possono lavorare in Italia (anche senza il via libera dell’Aams). Risultato: per l’Italia queste sono illegali, ma per l’Europa no.

COSA E’ LEGALE O NO - Chiunque, quindi, ha deciso di puntare denaro su Masterchef (tanto per fare l’esempio di un caso che ha sollevato la questione delle scommesse su programmi tv) ha commesso un’illegalità. Ed è perseguibile per legge. Non solo lui, ma, sempre nel caso del talent show culinario, anche la Bet 1128, società di scommesse con base a Malta che accetta giocate sia online e che nelle agenzie distribuite nelle città. Bet 1128 non è l’unica. Anche su rete fisica sono circa 6.000 le agenzie aperte in Italia senza permessi: un danno per chi invece lavora con le autorizzazioni. Il cittadino che scommette è inconsapevole. Certo, l’Aams chiede a chi è in possesso della certificazione di apporre sia sul sito web sia sulla vetrina del punto vendita un adesivo di riconoscimento, ma non tutti lo fanno. E chi vuole scommettere lo fa senza chiedere se il negozio ha i requisiti adatti o meno. L’Aams, per mantenere un controllo rigoroso sui palinsesti di scommesse, apre le giocate solo su pochissimi eventi extra sportivi. Nel 2013 erano permesse puntate solo sui vincitori degli Oscar, Festival di Sanremo, Eurovision Song Contest, XFactor e Ballando con le Stelle. Tutto il resto è illegale. Il ministero vieta in ogni caso giocate sulla politica, religione e su ogni avvenimento «con risvolti morali», secondo quanto detto dal direttore giochi Aams, Roberto Fanelli.

IL CASO MASTERCHEF - Da un anno a questa parte i bookmaker (autorizzati) possono avanzare proposte di nuove giocate, che però devo sempre rientrare nei criteri (non scritti) dell’agenzia delle dogane. Riferendosi al caso specifico di Masterchef (la società maltese Bet1128 aveva deciso di bloccare le giocate perché erano state registrate scommesse troppo alte, da 10mila euro - la puntata media è di 8 euro -, sul concorrente che da lì a poco avrebbe vinto, Federico) c’è da aggiungere una precisazione importante. Esiste una sorta di legge non scritta per i bookmaker stranieri: non si aprono scommesse su eventi già conclusi, quindi registrati. Masterchef non era in diretta, i vincitori erano già stati decisi sette mesi prima. Probabile, in questo frangente, una fuga di notizie che «corrompe» le giocate.

Facebook compra WhatsApp e lo spegne? "Obbligherà gli utenti a scaricare Messenger"

Il Mattino


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ROMA - Facebook compra Whatsapp e lo spegne? La clamorosa indiscrezione viene direttamente dal giornale britannico Daily Mail, che parla di come il colosso guidato da Mark Zuckerberg, dopo aver acquisito la app di chat per la cifra enorme di 19 miliardi di dollari, avrebbe ora intenzione di staccargli la spina, per tentare di lanciare, senza più concorrenti, la sua app proprietaria, 'Messenger', disponibile per gli smartphone da 3 anni senza grandi risultati.

Una notizia incredibile, che se vera avrebbe davvero del clamoroso. Secondo il Daily Mail l'obiettivo sarebbe ovviamente quello di obbligare gli utenti di WhatsApp ad usare l'altra app, non è chiaro se gratis, pur di aumentare gli 1,2 miliardi di utenti. Non sarebbe ancora chiara la data dello switch, ma la decisione dovrebbe partire dagli utenti in Europa, sia Android che Apple.

Rai 3, il programma «Blob» compie 25 anni

Il Mattino


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Compie 25 anni, domani, Blob, lo storico programma di Rai3, antesignano di un modo di fare tv originale, un "racconto sbieco" della realtà. È nato il 17 aprile 1989 come un tentativo di fare una rassegna della televisione del giorno prima. Nel corso degli anni l'obiettivo non è cambiato, anche se il linguaggio del programma si è progressivamente affinato, il montaggio si è velocizzato, e i contenuti politici sono diventati prevalenti.

Ideato da Angelo Gugliemi che in quegli anni era il direttore di Rai3, insieme a due critici cinematografici, Enrico Ghezzi e Marco Giusti e un gruppo di autori, Blob puntando sull'estetica, della bruttezza, soprattutto, ha mostrato in sequenza una panoramica del '"peggio di'" e tracciandola in orizzontale senza distinzioni tra servizio pubblico e tv private, in una sorta di "Blob Condicio" Scrive Ghezzi in puro ghezzese

L'ex ministro Pecoraro Scanio rinviato a giudizio per finanziamento illecito

Il Mattino


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L'ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio rinviato a giudizio per finanziamento illecito. Oggi il processo è stato fissato per il 29 settembre prossimo. Lo ha deciso il gup di Roma Giulia Proto a sei anni di distanza dai fatti. Insieme con l'ex ministro sarà processato per corruzione suo fratello Marco, già senatore, mentre per concorso nel finanziamento illecito saranno processati otto imprenditori che avrebbero fornito benefici ed utilità allo stesso Pecoraro.

L'ex autista. Insieme a Pecoraro Scanio sono stati rinviati a giudizio Mattia Fella, Marco Gisotti, Gualtiero Masini, Francesco Ferrara, Carlo Pangia, nonchè l'ex autista del ministro, Cosimo Ventruti, il perito tecnico Gianfranco Chiavani e Vincenzo Napoli.

Vacanze pagate, elicottero e terreni. Secondo quanto emerso dall'inchiesta cominciata sei anni fa l'ex ministro in cambio di favori avrebbe ottenuto l'uso di un elicottero per un trasferimento, vacanze pagate e l'acquisto di un terreno nella zona del lago di Bolsena. Qui doveva, secondo un progetto, essere costruito un agriturismo ma l'immobile non fu mai realizzato. Per quanto riguarda la corruzione del fratello Marco l'imputazione è stata contestata in seguito al suo intervento per far ottenere un appalto per la bonifica di un terreno a Crotone per la società dell'imprenditori Ferrara e Masini.

Maltrattamento di astici e granchi: condannato ristoratore

Il Mattino


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Un ristoratore di Campi Bisenzio (Firenze) è stato condannato dal tribunale di Firenze a un'ammenda da 5 mila euro perchè teneva in frigo astici e granchi vivi e con le chele legate. L'accusa è maltrattamento di animali. La vicenda giudiziaria nasce da un esposto presentato dalla Lav nell'ottobre 2012 a cui fece seguito un sopralluogo della polizia municipale. Dentro dei frigo, gli agenti trovarono astici e granchi vivi, con le chele legate, a temperature tra l'1,1 e i 4,8 gradi.

«Il Tribunale di Firenze - commenta l'avvocato Francesca Gramazio, dell'ufficio legale Lav - conferma anche a livello giuridico la teoria sostenuta da sempre più esponenti del mondo scientifico e difesa dalla Lav: le aragoste mantenute sul ghiaccio sono in uno stato di malessere e stress e pertanto chi le sottopone a tali condizioni causa loro una sofferenza punibile ai sensi della legge 18904 dal titolo: Disposizioni concernenti il divieto di maltrattamento degli animali, nonchè di impiego degli stessi in combattimenti clandestini o competizioni non autorizzate». «Questa sentenza - conclude l'avvocato Gramazio - dimostra chiaramente che le norme sul maltrattamento possono riguardare tutti gli animali, compresi i crostacei, e che è necessaria una spinta all'applicazione della norma anche in questo ambito».

Ancona, nonnina prega Gesù e Krishna. Il parroco: «Non devi venire più a messa»

Il Mattino


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ANCONA - Nonnina di 80 anni prega Gesù, la Madonna e Krishna. Il parroco le ordina di non andare più a messa. E' successo ad Ancona. Il prete era andato a benedire la casa di una fedele, in una zona semi-centrale della città. Sul tavolo dell'anziana le immagini di Gesù, della Madonna e Krishna, una delle principali divinità della religione induista. Amareggiato il sacerdote l'ha invitata a non presentarsi più in chiesa perché la sua fede non è ritenuta pura. L'episodio, avvenuto la settima scorsa durante le benedizioni in vista della Pasqua, in una parrocchia fuori dal centro, riguarda una 80enne che da allora non si dà pace. «Per me sono tutti uguali - si è giustificata l'anziana con il sacerdote - la preghiera è la preghiera». Si tratta di una donna con una fede profonda, dopo una vita di sofferenza, minata da cinque lutti familiari e alleviata a quanto sembra solo dalla fede e dalla preghiera.

«La vicenda è molto personale - ha risposto il parroco contattato dal Messaggero - non mi sento di dire nulla». Il caso ha scosso il mondo religioso dove c'è chi ha capito, pur non conoscendo l'anziana direttamente, le vere intenzioni dell'80enne. «Ci troviamo di fronte ad una donna ingenua - commenta don Paolo Sconocchini, presidente diocesano del Gris, il gruppo di ricerca e informazioni socio religiose che studia i diversi culti - che per la sua età non ha compreso che se si crede nella religione cristiana non si può venerare anche Krishna perché sono su due fronti diversi. La sintonia sulla figura di Dio è solo apparente tra le due religioni. Ci sono dei punti che contrastano in modo evidente. Un esempio è quello della reincarnazione, messa fuori gioco dal cristianesimo ma non dalla divinità induista».

Sorella Alberto Sordi, sequestrati 400 mila euro donati all'autista

Il Messaggero


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Aurelia Sordi, 95 anni, sorella dell'attore Alberto morto nel 2003, donò allo storico autista Arturo Artadi 400centomila euro. L'uomo era a conoscenza del suo stato di infermità mentale. Ecco perchè oggi quei soldi sono stati sequestrati.

A dare il via libera al sequestro è stato il tribunale del riesame di Roma, accogliendo in parte la richiesta avanzata dal pm Eugenio Albamonte, disponendo anche il congelamento preventivo di circa diecimila euro e di altri 18 mila rispettivamente al notaio Gabriele Sciumbata e dell' avvocato Francesca Piccolella. Si tratta del denaro che i due professionisti incassarono come onorari per aver stipulato l'atto di donazione a favore di Artadi.

Per un altro milione e mezzo di euro il pm aveva sollecitato il sequestro. La cifra andò nella disponibilità dei sei componenti il personale di servizio di casa Sordi ma su questo punto il Riesame ha ritenuto non configurabile nei loro confronti il reato di ricettazione. Sempre il Riesame ha, inoltre, dato l'ok ad una serie di misure cautelari (non ancora esecutive) a carico di Artadi, Sciumbata e Piccolella, indagati per circonvenzione di incapace. I giudici hanno disposto per Artadi il divieto di avvicinarsi alla casa di Sordi e di comunicare con lei, nei confronti degli altri due, invece, è stato disposto il divieto temporaneo di esercitare la professione per due mesi.

Circonvenzione di incapace. La vicenda giudiziaria inizia a gennaio dello scorso anno, quando l'autista storico di Alberto Sordi, Arturo Artadi, si presentò agli sportelli di due banche romane dove sono depositati i conti della famiglia Sordi con in mano una procura generale firmata da Aurelia e sottoscritta dal notaio di famiglia Sciumbata. Con quel foglio l'autista spiegava di essere l'unico titolare autorizzato a usare i soldi per le spese vive della famiglia. Ma il direttore della banca si insospettì e decise di presentare un esposto in procura, mosso dal dubbio di trovarsi di fronte a un caso di circonvenzione d'incapace ai danni della signorina Aurelia. E da lì è partita l'indagine.

Le arriva una pensione da 2 euro. Beffata un'anziana di Rimini

Il Messaggero


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Una pensione da due euro. Non è un errore: la pensionata Liliana Fanti, riminese di 76 anni ha ricevuto l'assegno Indpadp di aprile. Ma quando lo ha aperto ha pensato a una beffa. A confermare la notizia è il figlio Willer Dolorati, professionista bolognese da tanti anni residente a Rimini, che visto la cedola di pagamento si è attivato per avere una spiegazione attraverso il numero verde Inps.

La pensione della signora Liliana è stata decurtata alla voce «conguaglio fiscale» di 781,61 euro. Cifra che sommata alle altre trattenute «come addizionale comunale, acconto addizionale comunale, addizionale regionale, cessione ad altri istituti, Irpef netta - spiega il figlio - di fatto le ha azzerato la pensione che altrimenti sarebbe stata di 974.01 euro». Totale, al netto delle trattenute, fa una pensione da 2 euro.

Il figlio: «Non metto in discussione le trattenute o i conteggi – dice il figlio della donna, Willer Dolorati - quello che mi pare oltremodo assurdo è il metodo. Mia mamma avrebbe potuto avere una dilazione, oppure avrebbe potuto essere avvisata in tempo utile, e invece nulla. Questo mese non potrà comprare da mangiare». «Al numero verde dell'Inps per chiedere spiegazioni - continua Dolorati - Non mi hanno saputo dare alcuna risposta, mi hanno solo detto che questo capita, a causa di inconvenienti contabili regolati senza alcun contraddittorio, a chi ha ricevuto una reversibilità per il defunto consorte».

Non è la prima volta che l'Inps di Rimini invia cedolini «impazziti». Solo nell'ottobre scorso, la lettera di recupero dell'indebito di 1 centesimo inviata a un pensionato di Riccione, era costato il provvedimento di rimozione del direttore di sede e l'avvio di procedimenti disciplinari nei confronti dei funzionari.

Quadraro, settant'anni dopo il rastrellamento il racconto dei sopravvissuti nel libro di Pietrafesa

Il Messaggero


quadraro
A settant'anni dalla strage del Quadraro un libro racconta la storia del più imponente rastrellamento organizzato dai tedeschi nella città occupata. «Il comando nazista scelse di colpire una piccola borgata sulla Tuscolana», racconta Luca Pietrafesa, giornalista, autore del libro “Dal Quadraro all’Inferno e ritorno”, edito da Reality Book. «Il Quadraro era una borgata definita con disprezzo dagli ufficiali delle SS 'nido di vespe', perché era qui che i partigiani trovavano rifugio e organizzavano azioni contro gli occupanti». Furono arrestati in più di 1500, deportati in 947. Ancora oggi non è stato possibile accertare il numero esatto delle vittime.

Nelle parole di sei degli ultimi sette sopravvissuti, quell’esperienza viene raccontata con dovizia di particolari, dolore e coraggio: quel coraggio che permise loro di tornare a Roma, al Quadraro, al termine di un viaggio avventuroso durato tre mesi. «Ci caricarono a mo' di immondizia: passavano i camion, quando erano pieni i mezzi partivano e ci portavano al cinema Quadraro. Oggi quel cinema non c'è più ma quell'immagine, quando arrivammo, ce l'ho ben chiara in testa: vidi tutta 'sta massa di persone nel cinema e pensai a quale angheria ci stavano facendo i tedeschi», racconta Romano Levantini che aveva 16 anni, quel 17 aprile del 1944.

All’alba del 17 aprile 1944 gli uomini diretti da Kappler circondarono l’intero quartiere, con l’ordine di chiudere ogni via di fuga. Alle 05.00 in punto scattò il rastrellamento, casa per casa. Dai documenti di Pubblica Sicurezza risulta che furono fermati circa duemila uomini validi, cioè tra i quindici e i cinquantacinque anni. Tra i rilasci nelle ore successive e qualche fuga, ne furono deportati novecentoquarantasette, ritenuti “abili” al lavoro: portati prima nel campo di smistamento di Fossoli, poi trasferiti in Germania, dove furono costretti a lavorare in condizioni disumane.

Il bilancio delle vittime dirette, morte durante quegli oltre dodici mesi di prigionia, e di quelle indirette, decedute a causa delle conseguenze patite dalla deportazione, risulta a tutt’oggi impossibile.

Fare il giudice è stressante". Così la mamma di De Magistris ottiene la pensione del marito

Sergio Rame - Mer, 16/04/2014 - 12:57

Nunzia Russo ottiene la pensione di reversibilità privilegiata. Secondo la donna, l'attività del marito magistrato avrebbe determinato uno stato di ipertensione arteriosa

 

La mamma di Luigi De Magistris sfida il Consiglio superiore della magistratura e il ministero della Giustizia.

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E vince. Nunzia Russo è, infatti, riuscita a farsi riconoscere la pensione di reversibilità privilegiata stata avanzata il 27 dicembre 2002 dopo la morte del marito Giuseppe. Come riferisce il Corriere del Mezzogiorno, la donna avrebbe dimostrato al Csm che l'attività professionale del consorte ha concorso "in maniera significativa nel determinare uno stato di ipertensione arteriosa, a sua volta determinante nell'insorgenza di gravi fenomeni ischemici".

Il braccio di ferro ha inizio qualche anno fa. È il 2006 quando l'istanza viene respinta con un decreto emanato dal ministero della Giustizia che non accoglie la richiesta di equo indennizzo inoltrata dalla vedova. La mamma di De Magistris, però, torna alla carica facendo ricorso al Tar Campania e denunciando "violazioni di legge ed eccesso di potere nel provvedimento di diniego adottato in sede ministeriale". Manco a dirlo, il Tar le dà ragione annullando il provvedimento del dicastero di via Arenula. Il Csm e il ministero si presentano a loro volta in appello ribadendo l'inesistenza di un qualsiasi nesso causale tra la malattia dell'uomo e il lavoro da magistrato.

Lo scorso 18 marzo l'ultimo atto del braccio di ferro con il presidente della sezione quarta, Paolo Numerico, che conferma la decisione del Tar e respinge il ricorso. Come spiega il Corriere del Mezzogiorno, poi ripreso anche da Dagospia, il provvedimento fa riferimento alle conclusioni del consulente tecnico di ufficio, il cardiologo Maurizio Cappelli Bigazzi che scrive: "L'ipertensione arteriosa deve essere ritenuta certamente una concausa efficiente nel determinismo della grave insufficienza cerebrovascolare che ha condotto al decesso. Lo stress lavorativo legato alle grosse responsabilità professionali del dottor de Magistris può certamente rappresentare una concausa, anch'essa efficiente, nello sviluppo dell'ipertensione arteriosa". Proprio per questo, secondo, i magistrati del Consiglio di Stato, "la sussistenza della patologia neoplastica non si pone come causa esclusiva dell'exitus".