domenica 20 aprile 2014

Via i clan dalla processione” E il paese rinuncia al rito

La Stampa
gaetano mazzuca

Vibo Valentia, la Prefettura l’aveva affidata alla Protezione civile

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In terra di ’ndrangheta anche la Pasqua diventa materia per magistrati, prefetti e forze dell’ordine. Così capita che il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica di Vibo Valentia debba prendere una decisione senza precedenti: “commissariare” le processioni dell’Affruntata che si svolgono a Sant’Onofrio e a Stefanaconi. Una scelta necessaria per sottrarre i riti religiosi al giogo imposto dalle cosche del territorio. Una decisione, però, che ha provocato la ferma reazione dei cittadini di Sant’Onofrio contro la decisione delle autorità: per la prima volta le tre statue del Cristo risorto, della Madonna addolorata e di San Giovanni non sfileranno per le vie del paese. L’Affruntata non ci sarà, si terrà solo la messa officiata dal vescovo Luigi Renzo.

Termina così la particolare settimana di passione dei due paesi calabresi. Già le cerimonie di venerdì avevano visto come protagonisti i volontari della Protezione civile che avevano sfilato sotto gli occhi attenti di poliziotti e carabinieri in borghese. A far scattare l’allarme è stato l’esito del sorteggio di quelli che avrebbero dovuto portare le tre statue dell’Affruntata. Dall’urna sarebbe venuto fuori un nome ritenuto dagli inquirenti troppo vicino ad ambienti della criminalità organizzata, un giovane parente del clan egemone dei Patania. Il rischio è che si ripetesse quanto era già accaduto e che è stato svelato dalle carte dell’inchiesta “Romanzo Criminale”: il clan Patania aveva il potere assoluto sulla gestione della processione.

A riscontro gli investigatori dell’Arma hanno raccolto anche i filmati delle edizioni precedenti nelle quali si vede la presenza di un esponente del clan Patania, al fianco dell’allora parroco, don Salvatore Santaguida. Il prete per il quale la Dda aveva anche chiesto l’arresto (rigettato poi dal gip). Come ha raccontato la collaboratrice di giustizia Loredana Patania: «Da sempre mio zio Fortunato, fino alla sua morte, ha sempre finanziato tale processione». In particolare, la statua di San Giovanni, sarebbe stata appannaggio delle giovani leve del clan che «dovevano portarla obbligatoriamente e non poteva essere presa da soggetti estranei alla cosca».

Elementi che hanno portato il comitato provinciale di Vibo a prendere la decisione di sostituire i “portatori” con i volontari della Protezione civile. Il procuratore della Repubblica di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, aveva invitato la chiesa «alla massima vigilanza e attenzione per evitare strumentalizzazioni».

Anche la presidente della commissione parlamentare Antimafia, Rosy Bindi, ha sostenuto la scelta del Comitato, «coerente con la netta presa di distanza dalla cultura e dalla violenza ’ndranghetiste che i vescovi calabresi hanno ribadito nell’ultimo documento, in cui hanno anche annunciato l’avvio di corsi sul rapporto tra ’ndrangheta e Chiesa nei seminari della Calabria». Ieri, infine, la presa di posizione dei cittadini di Sant’Onofrio, le statue resteranno nella chiesa matrice. Nel piccolo centro del Vibonese la “resurrezione” è rinviata. 

Hallstatt, il villaggio austriaco clonato dalla Cina

La Stampa
giulia mattioli

Il villaggio alpino di Hallstatt, Patrimonio Unesco, è stato replicato per intero in una località cinese


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Hallstatt è un paesino talmente pittoresco che l’UNESCO lo ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità, decine di migliaia di turisti lo visitano ogni anno per godere del panorama sul lago, aggirarsi nei viottoli tra le case con i tetti di legno, respirare a pieni polmoni l’aria alpina. Ai cinesi è piaciuto talmente tanto che non solo hanno deciso di andarci in vacanza, ma di ricostruirlo per intero in Cina! L’arte della replica costituisce una buona fetta dell’industria cinese, ma se di solito si tratta di borse e tecnologia, o di souvenir che inspiegabilmente in ogni parte del mondo portano l’etichetta Made in China, questa volta ci si sono messi architetti e paesaggisti a portare un pezzetto d’Europa in estremo Oriente.

Il villaggio (originale) di Hallstatt si trova in Alta Austria, sulle rive del lago omonimo. Oltre ad essere suggestivo per le sue case colorate con i tetti a punta, i balconi in legno intagliato, le chiese antiche, il panorama mozzafiato, Hallstatt ha un’importante eredità storica: è questo il luogo che ha dato il nome alla Cultura di Hallstatt, risalente all’età del ferro. Proprio nei suoi dintorni è stata rinvenuta una grande necropoli preistorica, la più grande testimonianza di questa cultura. Insomma i cittadini di Hallstatt ne hanno di motivi per essere orgogliosi del proprio paese, e difatti non hanno per nulla apprezzato l’iniziativa cinese, soprattutto per il fatto che non era stata annunciata. Pare addirittura che frotte di ‘spie’ si mimetizzassero con i turisti mentre prendevano nota, fotografavano, studiavano i dettagli del paesino per creare il progetto cinese.

Ovviamente non è bastato il disappunto austriaco a fermare il progetto, ed ecco che dal 2012 l’Hallstatt cinese, situata nella provincia di Guadong, è aperta al pubblico. Secondo l’agenzia Reuters, la sua edificazione è costata 940 milioni di dollari, scenario alpino incluso: non si è badato a spese. Gli edifici sono stati copiati con precisione millimetrica, colombe e cavalli da traino sono stati importati per dare quel tocco in più di ‘antica Europa’, il municipio, la chiesa, tutto sarebbe replicato alla perfezione, se non fosse per il cielo ingrigito dalle industrie poco lontane che non ricordano esattamente le azzurre cupole alpine.

Se questa notizia vi fa rabbrividire, c’è da dire che non è la prima volta che le bellezze dell’Europa vengono copiate altrove nel mondo: saprete che esiste una Venice (Venezia) a Las Vegas, con tanto di gondole, in Giappone c’è un parco a tema che replica Huis Ten Bosch, villaggio olandese. Ma la Cina sembra avere una vera e propria fissazione con le repliche europee: la Reggia di Versailles, la Tour Eiffel, il Campanile di San Marco, ma anche cittadine intere della Provenza, Oxford, la gettonatissima Toscana. Sono talmente tante le copie cinesi da essere considerate un vero e proprio ‘fenomeno architettonico’, che Bianca Bosker, senior editor all’Huffington Post, ha raccolto in un interessante libro intitolato 'Original Copies'.

Quel gioco sporco della spia Snowden

Gian Micalessin - Dom, 20/04/2014 - 09:20

Così Snowden si trasferisce armi e bagagli a casa del "nemico" mettendogli a disposizione una valigia di segreti

«Altro che traditore. Chi crede nella democrazia deve gratitudine a Edward Snowden. Sono uomini come lui che trascinano il mondo in meglio».

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Il tweet del 28 ottobre conservato nel blog di Gad Lerner è la variante italiota della paradossale confusione che agita il pensiero progressista su scala globale. Un pensiero così abituato a dar per scontata l'insindacabile certezza delle proprie opinioni e l'universale virtù dei propri eroi da non porsi dubbi neppure di fronte al singolare connubio tra un Edward Snowden, eretto a nuovo simbolo delle libertà civili, e un Vladimir Putin dipinto dalla vulgata liberal come il peggior nemico della democrazia. Un connubio nuovamente alla ribalta da giovedì scorso quando l'ex spione infedele riparato a Mosca accetta il ruolo di reggicoda del proprio protettore nel corso dell'annuale siparietto televisivo in cui zar Vladimir risponde alle domande dei propri sudditi dagli schermi di Russia Today.

E lì il povero Edward evidentemente esausto dopo aver trascinato «il mondo in meglio» si trasforma in uno spudorato leccapiedi pronto ad esibire il peggio di sé. Di fronte ad un presidente russo dipinto come il nuovo tiranno colpevole di perseguitare gli oppositori, minacciare l'Ucraina e metter a rischio la stabilità mondiale, l'«eroe» Edward non trova di meglio che chiedergli se anche lui si diletta, come Obama, ad intercettar telefonate e mail dei propri cittadini. Una domanda talmente banale ed inoffensiva, vista l'impossibilità di un contradditorio, da spingere un divertito Putin a ricordargli il comune passato di spie assicurandogli che mai e poi mai si permetterà d'invadere la sfera personale dei cittadini russi.

Di fronte alla piaggeria di questo «salvatore della democrazia» trasformatosi in addomesticato leccapiedi del nuovo padrone qualcuno all'interno di quel mondo liberal così avvezzo alle autocritiche farebbe meglio tornar alle vecchie abitudini. Certo è un passo difficile. Anche perché i tweet un po' avventati sparati sul versante italiano sono ben poca cosa di fronte al Premio Pulitzer elargito su scala mondiale a chi ha spacciato per scoop la scopiazzatura dei documenti trafugati da uno spione infedele. E sono nulla rispetto alla visionaria comicità di Baard Vegar Solhjell e Snorre Vale, due deputati socialisti norvegesi decisi mesi fa a candidarlo al Nobel per la Pace. O alla disinvolta leggerezza con cui tempo fa il deputato di Sinistra e Libertà Claudio Fava, membro del Comitato parlamentare per i servizi segreti, perorava la sua accoglienza in Italia giustificandola come «un atto dovuto per riaffermare l'inviolabilità del diritto alla riservatezza di ogni persona».

Le sviste sul caso Snowden, uno spione che invece di ritirarsi a vita privata si trasferisce armi e bagagli a casa del «nemico» mettendogli a disposizione una valigia di segreti e vendendone altrettanti alla stampa internazionale, sono però sviste assai pericolose. Anche perché fanno il paio con gli errori altrettanto pacchiani e altrettanto pericolosi inanellati negli ultimi anni da quella tribù liberal, benpensante e sinceramente democratica che annovera tra le proprie fila non pochi esponenti di governo europei. La devozione in uno spione elevato a salvatore del mondo va, infatti, di pari passo con la miopia di chi intravvedeva il trionfo della democrazia dietro le rivolte arabe manovrate dal fondamentalismo dei fratelli musulmani. O sognava di metter fine al regime di Bashar Assad armando quei ribelli legati ad Al Qaida che hanno trasformato la Siria in tragico mattatoio. Dando retta a chi santifica Snowden e compagni si rischia, insomma, di risvegliarci all'inferno sognando il Paradiso.

La Cina scopre il cioccolato E il cacao ora non basta più

Luciano Gulli - Dom, 20/04/2014 - 09:22

I produttori non riescono a soddisfare la domanda del gigante asiatico. Il mercato mondiale va in crisi

La lunga quaresima comunista ha lasciato ai cinesi un retrogusto di carcere, campi di “rieducazione”, miseria e paura.

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C'è da stupirsi che ora, dopo aver assaporato il gusto della libertà e dello shopping (chi può) abbiano deciso di rifarsi la bocca ingozzandosi di cioccolatini? Buon per noi, verrebbe da dire, visto che la Cina è diventata il mercato numero uno per la vendita dei Ferrero Rocher. Però attenti, dicono da Londra quelli del Times. Perché la domanda che viene dall'Asia, Cina in testa, sta sopravanzando l'offerta di così tante lunghezze, che già dalla prossima Pasqua gli inglesi –ma non solo loro- si vedranno costretti a mangiare uova di gran lunga più piccole del solito e più care; oppure realizzate con non meglio specificati “ingredienti alternativi”. Quest'anno, dice Will Hayflar della OC&C Strategy Consultants, “i prezzi previsti sono già del 20 per cento più alti dell'anno scorso”. Altro che cioccolato amaro. Amarissimo. Perché non è finita qui, viste le stime della International Cocoa Organisation, secondo le quali la penuria di prodotto sul mercato, stimata in 115 mila tonnellate, si è già tradotta in una sensibile impennata dei prezzi: da 2680 dollari la tonnellata a gennaio ai 3031 di marzo.

Insomma: l'impennata della domanda di cioccolato (“Chinese chocoholics”, titola il Times, per dire della dipendenza cinese dal prodotto) fa temere che nei prossimi 3-4 anni non si riuscirà a tener dietro alla produzione, mentre le aziende del settore immaginano già guadagni piramidali. Nel 2013, le vendite in Cina (dopo essere raddoppiate negli ultimi dieci anni) sono aumentate del 6,9% e per l'anno in corso si attende un incremento ulteriore del 6,1. Mentre nell'Europa occidentale la crescita è stata dello 0,5% quest'anno e sarà dello 0,6% il prossimo anno.

Ballano più denari nelle tasche della middle class cinese, e la libidine da consumo fa sì che la richiesta di beni voluttuari, soprattutto se è una svogliatura a costo modesto come può essere una cioccolata calda o una barretta di cioccolato, sia entrata nell'irrinunciabile “paniere” del cittadino medio. Bene, si dirà. Ma non si potrebbero convincere i contadini ghanesi, ivoriani, camerunensi (è da queste regioni d'Africa che viene soprattutto il cacao) a incrementare la produzione? Si potrebbe, ma andrebbe rivoluzionata una filiera all'inizio della quale ci sono i 2 (due!) dollari al giorno guadagnati dai contadini, i cui figli, vista la fame che si fa in campagna, vengono sempre più attratti dalle città.

A differenza di un misterioso insetto che in campagna si trova benone, e dei semi di cacao, che danno luogo al cioccolato, è non meno ghiotto dei cinesi. E anche questo è un problema. Ottime notizie per la Ferrero, si diceva però. Ma anche per la Icam di Lecco, che dopo aver vistosamente aumentato il fatturato creerà nuova occupazione grazie alla cinese Guangming Food di Shanghai, la più grande food corporation cinese per la produzione di cioccolato, che ha individuato in Italia i centri di eccellenza nella produzione industriale di qualità. Ma perché la passione dei cinesi proprio per il cioccolatino reso celebre da noi dalla pubblicità della gran dama che si fa scarrozzare da Ambrogio, l'autista? Dice l'ex ambasciatore Francesco Paolo Fulci, presidente di Ferrero Azienda Italia spa, che il segreto sta “nell'incarto dorato, sinonimo di ricchezza, e nella forma sferica, che è di buon auspicio. Per non dire che in mandarino il nome Ferrero Rocher richiama quello di «sabbia dorata». Un triplete vincente.

Donne, intrighi e potere La storia segreta del Pci

Roberto Festorazzi - Dom, 20/04/2014 - 09:14

Gino, figlio di Luigi, lo storico segretario comunista, rivela oltre 70 anni di "dolce vita" del Partito. A partire dagli amorazzi moscoviti di Togliatti

«Fu in quel mese di agosto del 1935 che mi recai, con mia madre e con l'autobus sgangherato del Comintern, alla festa dell'aviazione a Tushino, che era allora, se non sbaglio, un aerodromo». Così scrive, introducendo i suoi ricordi piccanti sull'amore moscovita di Palmiro Togliatti, un testimone d'eccezione, Gino Longo, figlio di Luigi, segretario del Pci dopo il Migliore, dal 1964 al 1972.

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Gino Longo ha prodotto una narrazione sterminata lunga 4000 pagine, tutte inedite. Nato nel 1923, da una coppia di «rivoluzionari di professione», come si chiamavano allora i dirigenti del Pci, Longo e Teresa Noce, ha attraversato indenne la tempesta infuocata del Ventesimo secolo, vissuta da una poltrona di prima fila. E ora si gode il meritato riposo nel suo buen retiro vicino a Como. Due mogli russe, naturalmente in successione, è tra i rari sopravvissuti dell'era del Comintern, e può piantare la sua selva di bandierine sull'atlante storico del Novecento, per dire: «io c'ero». Era, infatti, a Berlino, nel '32, alla vigilia della conquista del potere da parte di Hitler. Esule con i genitori in Francia, passò nell'Urss di Stalin proprio nel '32, per tornare a Parigi nell'agosto del '38.

Fu di nuovo a Mosca, all'inizio del '41, quando era ancora in vigore il patto Ribbentrop-Molotov. «Figlio» della Terza Internazionale, fu allevato in Unione Sovietica, nei convitti del Soccorso Rosso e, nel '42-43, seguì gli ultimi corsi della scuola-quadri del Comintern, per poi passare alle dipendenze della Direzione politica centrale dell'Armata Rossa. Tornato in Italia nel '45, fu dapprima segretario di redazione all'Unità e poi lavorò alla sede di corrispondenza romana dell'agenzia di stampa sovietica Tass. Fece in tempo a rientrare in Russia, per assistere al tramonto di Stalin del quale fu interprete, al Cremlino. Racconta: «Conobbi, oltre all'intero gruppo dirigente del Pci clandestino, anche personaggi di primo piano del comunismo internazionale come Maurice Thorez, Mathias Rakosi, Dimitri Manuilsky, Dolores Ibarruri, Walter Ulbricht, Ho Chi Minh. Vissi con i figli di Mao, sono stato compagno di studi di Markus Wolf \».

Di sé oggi dice: «Sono un marxiano edonista», libertario in politica e libertino nel privato. E, in effetti, si racconta come un sensuale adoratore dei piaceri della vita: letteratura, sesso, viaggi, cucina. Un uomo, insomma, che si è divertito moltissimo, passando indenne attraverso le macerie e i lutti del secolo breve. Nelle sue memorie autobiografiche narra la propria esistenza di sradicato, senza famiglia, abituato a cavarsela da solo fin dall'infanzia, all'ombra delle «istituzioni totali» che allevavano, in vitro, la nuova generazione della futura nomenclatura dell'internazional-comunismo.

Questa sua acuta precocità lo rese un ragazzino alquanto sveglio, curioso di tutto e interessato a gettare ponti verso l'altro sesso. Ecco perché, nel '35, nel pieno dell'esplosione puberale, si trovò a covare bramosie non proprio stilnovistiche nei confronti di una donna sposata che diverrà l'amante di Togliatti. Quel giorno d'estate, mentre viaggiava sul torpedone del Comintern, fu attratto da una passeggera esibizionista, una russa sui trent'anni che si strusciava su un uomo che non era certo suo marito. Era una brunetta con un corpo da urlo, snella e sinuosa.

Sbronza, sembrava voler provocare l'accompagnatore, suscitando la riprovazione di Teresa Noce, che portava il figliolo alla festa dell'aviazione. Gino bombardò di domande la madre, che gli raccontò la verità su quella donna, Elena Lebedeva, Lena per gli amici. Scoprì che era sposata a un dirigente comunista, Davide Maggioni, alias Marcucci, ben conosciuto dalla moglie di Longo in quanto avevano insieme frequentato la scuola leninista di Mosca. A quel tempo Maggioni era rappresentante italiano al Kim, l'Internazionale della gioventù comunista. Perché Teresa Noce biasimava il comportamento di Elena?

Perché, pur essendo marxista e rivoluzionaria, la signora Longo, che nel dopoguerra sarebbe poi stata ripudiata dal marito, era austera in fatto di costumi sessuali. Quindi disapprovava il patto che i due coniugi licenziosi, Maggioni e Lebedeva, avevano stretto quando si era sposati: marito e moglie, sì, ma con ampia facoltà di cornificarsi a vicenda. Scoppiò la guerra civile spagnola, e sia i Longo sia la coppia «di larghe vedute» andarono a combattere nella penisola iberica, con i repubblicani. Luigi Longo vi divenne ispettore generale delle Brigate internazionali, cioè responsabile politico di circa 50mila miliziani di 52 Paesi che facevano pratica di lotta armata, e di terrorismo di massa. Nel '37, la tragedia. Davide Maggioni ebbe un accesso di gelosia verso Elena, che faceva l'interprete, ma soprattutto la sgualdrina, racconta Longo junior, dedicandosi «a biondi piloti russi, galanti ufficiali di collegamento spagnoli, compagni delle brigate e probabilmente anche qualche politico».

Tra i coniugi scoppiò un litigio. Lui alzò le mani contro di lei, e lei lo abbandonò. Maggioni, disperato, si rivolse a Longo, scongiurandolo di far intervenire Teresa Noce per riportare la pace. Ma l'intervento per ragioni di forza maggiore non fu tempestivo, e Davide si uccise sparandosi un colpo di pistola. Nell'autunno del '43 Gino Longo avrebbe ritrovato la Lebedeva, che proveniva da una famiglia ebraica di intellettuali, alla redazione di Alba, un foglio di propaganda finalizzato alla rieducazione politica dei prigionieri italiani dell'Armir. Al giornale, diretto da Togliatti-Ercoli, lavorava anche Elena, che allora aveva già avviato una relazione con il Migliore. Il compagno Ercoli, che al tempo era il vice del bulgaro Georgi Dimitrov alla segreteria generale del Comintern, non mancava mai alle riunioni di redazione, forse per intrecciare languidi sguardi con l'amante.

Benché facessero di tutto per nascondere la loro intimità, Elena e Palmiro apparivano come una coppia affiatata. Per quanto sposato con la compagna Rita Montagnana, evidentemente il leader comunista desiderava concedersi a un amorazzo moscovita. Quasi uno sfizio da cinquantenne: al suo ritorno in Italia avrebbe ripudiato la Montagnana, per concedersi a Nilde Iotti. Gino Longo seguitò a corteggiare la Lebedeva. Un giorno lei lo attrasse nella sua tela, invitandolo nella sua stanza all'Hotel Lux: «Varcai così la soglia della sua camera da vergine, anzi da puttanella solitaria. Vidi anche, buttate con negligenza su una poltrona, un paio di calze trasparenti di seta, e mutandine di rosa tea guarnite di pizzo, molto suggestive che Lena si affrettò a far scomparire, arrossendo e scusandosi». Ma quella volta lei lo mandò in bianco. Un conto era tradire Maggioni. Un altro fare fesso il Migliore.

La vigilessa, il giudice e il sindaco: la storia che imbarazza Renzi

Giampaolo Rossi - Dom, 20/04/2014 - 09:07

Il premier vuole la Manzione a Palazzo Chigi. Ma lei provocò l'arresto ingiusto, grazie al fratello pm, dell'ex primo cittadino di Pietrasanta

La vigilessa si chiama Antonella Manzione, è stata il comandante dei vigili urbani di Firenze, oltre che direttore generale del Comune quando era sindaco Matteo Renzi.

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Ora potrebbe diventare una delle donne più potenti d'Italia. Il premier la voleva a capo del Dagl (il Dipartimento affari giuridici e legislativi di Palazzo Chigi, luogo nevralgico per l'attività di governo) ma la Corte dei Conti ha bloccato la nomina per mancanza di requisiti. Renzi sta scatenando l'inferno per lei: dapprima ha cercato di modificare la legge 400, quella che regola il Dipartimento, ma la cosa non è riuscita; ora sembra che abbia chiesto la testa del Segretario generale di Palazzo Chigi, reo di non aver garantito la nomina della vigilessa, per sostituirlo proprio con lei. Ma perché tanta attenzione per la signora? Per capire chi è dobbiamo raccontare una storia molto italiana: quella della vigilessa, del sindaco e del magistrato.

Della vigilessa abbiamo parlato. Il sindaco, invece, si chiama Massimo Mallegni ed è un albergatore toscano. Eletto a 32 anni nelle file di Forza Italia (allora il più giovane sindaco italiano) dal 2000 al 2010 ha guidato Pietrasanta, il gioiello della Versilia chiamata la «piccola Atene» per la quantità d'artisti italiani e stranieri che lì abitano e lavorano. La sua brillante carriera politica s'interrompe nel gennaio del 2006, quando viene arrestato per un'indagine che lo vede accusato di 51 reati, tra cui: corruzione, associazione a delinquere, truffa, abuso di ufficio, lesioni a pubblico ufficiale ed estorsione.

Mallegni si fa 39 giorni di carcere e quasi 120 d'arresti domiciliari. Insieme a lui vengono arrestati suo padre, un assessore, tre dirigenti comunali, qualche imprenditore ed indagate altre 35 persone. A scatenare questa tempesta è un esposto del 2002 della comandante della polizia municipale di Pietrasanta, Antonella Manzione, appunto; tra i due vi era una vecchia ruggine generata dalla convinzione della donna di aver subito pressioni e minacce dal sindaco che si sarebbero trasformate in mobbing. Dopo l'esposto gli investigatori raccolgono informazioni su presunti abusi edilizi ed urbanistici in tre inchieste distinte (tra cui quella che porterà agli arresti) a Lucca, Firenze e Genova.

L'ordine d'arresto del sindaco viene firmato da un magistrato di Lucca di nome Domenico Manzione, «casualmente» fratello della vigilessa. L'immagine di un sindaco che litiga con la vigilessa e che viene arrestato dal fratello magistrato di lei lascia la sensazione inquietante di un potere che non ha pudore. Contro il sindaco scende in campo anche il moralismo questurino di Travaglio che definisce «galeotto» un uomo messo in galera prima di essere giudicato. I processi si sono conclusi con l'assoluzione di Massimo Mallegni, «perché i fatti non sussistevano».

Il presunto comitato d'affari che avrebbe inquinato la piccola Atene non è mai esistito, come l'azione di mobbing nei confronti della vigilessa. Di reale c'è solo il suo arresto che la Cassazione ha persino giudicato illegittimo (e per il quale ora lo Stato, cioè noi cittadini, dovrà risarcirlo). Dopo questi fatti Massimo Mallegni è tornato a fare l'albergatore, mentre per i fratelli Manzione è iniziata una sfolgorante carriera: una volta a Firenze alla corte di re Renzi la vigilessa è stata contestata persino dal Pd perché i gli incarichi di comandante dei Vigili urbani e direttore generale del Comune sono incompatibili per legge

Anche il fratello magistrato ha fatto carriera: è diventato sottosegretario all'Interno nel governo Letta, «in quota renziana», come lui stesso ha specificato in un'intervista, cioè «per indicazione derivante da Renzi basata su ragioni di conoscenza, di affetto, di amicizia e di stima personale»; ovvie ragioni che spiegano perché il suo amico affettuoso e riconoscente, una volta divenuto premier, lo ha riconfermato.

Sarno, pitbull deforme abbandonata. Salva: sarà operata al Nord

Il Mattino


a.it
E' comparsa all'improvviso per le vie del piccolo centro Foce del Sarno, in Campania. Una giovanissima pitbull di neanche un anno con una grave malfornazione alle zampe anteriori. Facile intuire il perché del suo abbandono. Chi l'ha mollata in strada condannandola ad una lenta agonia non ha avuto un briciolo di cuore pensando al suo grave handicap. Stavolta però la macchina della solidarietà è partita in quarta. Un gruppo di volontari ha cambiato il destino della povera creatura. L'Associazione Zoofila Nocerina, il Canile di Cava e gli animalisti del gruppo di Sarno, hanno unito le forze e fatto il miracolo: la Pit è salva. Valentina Legnaro del Pitbull Amstaff Rescue-Italia si è offerta di accogliere la piccola al Nord, di farla operare e poi trovarle una famiglia che l'ami per sempre.

Della serie: non giratevi mai dall'altra parte



sabato 19 aprile 2014 - 22:34   Ultimo agg.: domenica 20 aprile 2014 02:02

La fantasia dei parlamentari va dal mandolino ai nudisti

La Stampa
marco bresolin

Le innumerevoli (e bizzarre) proposte di legge presentate



a.it
Poi vallo a spiegare ai tedeschi che «italiani tutti pizza e mandolino» è solo uno stereotipo. Perché se fosse per Luigi Gallo, deputato campano del Movimento Cinque Stelle, in tutte le scuole medie d’Italia i professori dovrebbero insegnare a suonare il celebre strumento a corde. E per dimostrare che non scherza, ha depositato alla Camera una proposta di legge per rendere obbligatorie le lezioni. Uno dei tanti ddl «creativi» che nell’ultimo anno sono stati presentati in Parlamento, a partire dalle assistenti sessuali del senatore Razzi.

Chissà cosa ne pensa del mandolino obbligatorio Stefano Allasia, leghista di Torino, che invece vorrebbe la «tutela della lingua e della cultura delle popolazioni parlanti il piemontese», esattamente come accade per quelle che parlano l’occitano o il ladino. Del resto, fosse per lui, la capitale dovrebbe tornare a Torino. Ha scritto pure una legge per istituire la «Giornata in memoria delle vittime della repressione delle manifestazioni di protesta per il trasferimento della capitale d’Italia da Torino a Firenze» (23 settembre). Ma Allasia è inarrestabile e, mentre porta avanti la sua battaglia per togliere definitivamente ogni divieto alla produzione artigianale di grappa, ha pronto pure il ddl per istituire la giornata in memoria dei caduti del Grande Torino (4 maggio). 

Il pallone, si sa, è patrimonio nazionale. Ma ci sono alcuni deputati leghisti che non amano il calcio moderno. Non sopportano i presidenti-padroni, men che meno quelli stranieri alla Tohir. E allora hanno scritto nuove regole del gioco: è vietato a un solo soggetto avere più del 30 per cento del capitale sociale di una società sportiva. Un modo per favorire l’azionariato diffuso, per mettere i club nelle mani dei tifosi. Ma anche per promuovere il «made in Italy»: «Probabilmente – sostengono - si vedrebbero diminuire gli acquisti degli atleti sudamericani (…) e diminuirebbe la richiesta di giocatori bulgari, cossovari o serbi».

Ecco, così finalmente diremo basta agli oriundi come Camoranesi che si rifiutano di cantare l’inno prima delle partite della Nazionale. Tra l’altro, visto che l’inno di Mameli non è riconosciuto ufficialmente, l’onorevole Nastri ha pronta la sua soluzione: mettiamo per iscritto che «Fratelli d’Italia» è il nostro inno nazionale (che Fratelli d’Italia sia anche il partito di Nastri è solo un caso). Altro che schiavi di Roma: Umberto Bossi punta a scrivere in Costituzione il «divieto di sottomissione all’Unione Europea» e Tremonti vuole addirittura «cancellare dalla Costituzione ogni riferimento all’Europa».

Poi c’è il capitolo costi della politica. Da un lato si cerca di tagliare e accorpare, dall’altro c’è chi – come l’onorevole Laffranco (Forza Italia) – vuole rendere incompatibile la carica di consigliere comunale con quella di assessore. E se Davide Caparini (Lega) chiede di sopprimere il ministero delle Politiche Agricole e Forestali, il forzista Catanoso Genoese ne vuole aggiungere un altro: il ministero del Mare. Magari avrà anche competenze sui nudisti, al centro della proposta di legge dell’onorevole Lacquanti (Sel). Per «riconoscere e sviluppare la pratica del naturismo», favorendo appositi spazi in «spiagge marine, lacustri, fluviali, boschi e in altri ambienti naturali». Così il turismo ne beneficerà.

Arriva invece da Bolzano l’idea di quattro deputati Svp, evidentemente poco pazienti. Vogliono aggiungere una quarta luce ai semafori, o meglio, un’ulteriore segnalazione: «Accendere il rosso e il giallo insieme per avvertire l’automobilista di prepararsi alla partenza». Così non si perde tempo, non si inquina, il traffico è più fluido e a Milano nessuno suonerà più il clacson. Infine, il capitolo aldilà. Elvira Sannino (Forza Italia) ha scritto una dettagliatissima proposta di legge per disciplinare «i cimiteri per animali di affezione»: cani, gatti, criceti, ma anche uccellini da gabbia. Ben 14 articoli in cui si regolamenta tutto, dalla tumulazione alla cremazione. E sempre di tombe tratta la proposta di Francesco Amoruso (Forza Italia): l’allievo di Pinuccio Tatarella chiede di riportare in Italia (al Pantheon di Roma) le salme di Vittorio Emanuele III (e consorte) e di Umberto II (e consorte). Anche perché, scrive Amoruso a proposito del referendum del 1946 che pose fine alla monarchia, «tuttora permangono molti dubbi sulla regolarità di quel voto».

Acquisti e regali di gruppo online con Growish

La Stampa


a.it
Growish offre il primo servizio in Italia per raccogliere denaro tra amici sul web e acquistare un regalo, tramite il metodo della raccolta online. Grazie al supporto dell’incubatore Digital Magics, il servizio italiano di «collective payment» rinnova la piattaforma tecnologica e lancia un nuovo modello di business. Sul sito , amici, parenti e colleghi, anche distanti fra loro, potranno condividere la spesa, acquistando «in quote» un regalo per qualsiasi occasione in modo automatico, semplice e sicuro grazie alla piattaforma tecnologica sviluppata da Growish, che permette agli utenti di utilizzare per la raccolta un istituto europeo autorizzato all’emissione di moneta elettronica.

Una volta aperta una «colletta», si potranno invitare gli altri partecipanti via e-mail o tramite Facebook. Growish permette agli utenti di raccogliere denaro, conservarlo sotto forma di moneta elettronica e destinarlo successivamente all’organizzatore, al destinatario o alle aziende partner della startup per acquistare il regalo.