lunedì 21 aprile 2014

Game boy, 25 anni di videogiochi in tasca

La Stampa
marco consoli

La console portatile Nintendo fu lanciata nel 1989: non era la prima sul mercato, ma fu la sola a diventare un’icona. E cambiò per sempre il mondo dei videogame


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Sono trascorsi esattamente 25 anni da quando Nintendo lanciò sul mercato giapponese Game Boy, ovvero quella che sarebbe divenuta la console portatile per i videogame di maggior successo della storia: 118 milioni di unità vendute, nella sua prima incarnazione a cristalli liquidi monocromatici prima e a colori poi, e 81 milioni nella sua evoluzione chiamata Advance. Un successo tale che nel 2007, tra il dispiacere di molti fan, Nintendo ha ritirato il nome, come si fa con le maglie di quei campioni dello sport che sono state le stelle del club e hanno mietuto inarrivabili successi.

La prima console portatile ad arrivare sul mercato, addirittura 10 anni prima, fu la Microvision, che però sparì in fretta per i problemi tecnici e la mancanza di giochi, così fu la Game Boy a sdoganare presso le masse il concetto di videogioco tascabile. All’uscita ha raccolto l’eredità degli apparecchi Game&Watch sempre di Nintendo, in grado però di offrire una sola avventura ciascuno, mentre Game Boy poteva alternare titoli interattivi diversi grazie alle cartucce da alloggiare nell’apposito vano. È stata proprio la vastissima scelta dei giochi a disposizione (a partire da Tetris, compreso nella confezione iniziale) e il consumo limitato di energia (si poteva giocare fino a 20 ore prima di cambiare o ricaricare le batterie) a decretarne il successo mondiale, anche ai danni della coeva Atari Lynx, tecnologicamente più avanzata perché con un display già a colori. Una strategia che sarebbe diventata fondamentale per il successo di ogni console a venire: al lancio sul mercato non contano tanto le specifiche tecniche strabilianti rispetto agli avversari, ma soprattutto la disponibilità nel tempo di giochi per sfruttarla.

Così, oltre a ingrossare il fatturato della casa giapponese grazie all’hardware venduto, Game Boy ha realizzato il miracolo di far vendere milioni di cartucce di giochi, spesso realizzati proprio da Nintendo: oltre 50 milioni delle varie avventure di Pokemon, 18 di Super Mario Land, 11 di Super Mario Land 2, solo per citare i titoli entrati nella storia. Performance che oggi sono solo un lontano ricordo per la casa giapponese, entrata in una fase di crisi dopo altri lanci leggendari (come quello della DS, che ha sostituito la Game Boy nel segmento delle portatili, e della Wii, in quello delle console da salotto). Il tentativo di mescolare l’esperienza casalinga e quella portatile avvenuto con la Wii U ha prodotto risultati ben al di sotto delle aspettative, e la diffusione sempre più ampia dei videogame su smartphone e tablet, con giochi che costano solo pochi spiccioli (a confronto con le decine di euro di un titolo Nintendo) ha pericolosamente eroso anche il dominio nel settore delle console tascabili, da sempre terreno di conquista dell’azienda di Super Mario , che era riuscita anche a contrastare le mosse di Sony (PlayStation Portable e Vita). 


E così per la prima volta dopo molti anni, Nintendo sta valutando l’ipotesi di aprire i suoi marchi più famosi, come Mario, Zelda e gli altri, al mercato delle app. «Adoro l’espressione “ogni momento di crisi è un’opportunità”», ha dichiarato di recente il presidente e Ceo Satoru Iwata, parlando a proposito del lancio di un nuovo capitolo di Mario Kart. «Spesso capita che le cose non vadano come previsto, ma, cambiando prospettiva, possono diventare opportunità per fare qualcosa che di norma non si sperimenterebbe». E chissà che già al prossimo E3 di Los Angeles, dove saranno annunciate tutte le novità future del mercato dei videogame, Nintendo non possa sperimentare proponendo qualche sorpresa, magari ispirata al successo della piccola ma rivoluzionaria console capace di svezzare milioni di videogiocatori. E non solo: col suo incredibile successo, la Gameboy è diventata presto un’icona culturale, finendo su copertine di riviste e dischi, su t-shirt e film. Dalla storia dell’elettronica di consumo è passata alla storia e basta, come il Walkman prima e l’iPod poi. 

Volantini nazisti e antisemiti a Milano celebrano il compleanno di Hitler

Il Mattino
di Marco Pasqua


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Volantini nazisti e di stampo antisemita sono apparsi, nella notte tra sabato e domenica, a Milano e in provincia. Ad affiggerli, secondo quanto rivendicato dagli stessi autori del gesto, sono stati i militanti dell'NSAB-Movimento Nazionalsocialista dei Lavoratori, un gruppo di ispirazione hitleriana nato nel 2002 e radicato prevalentemente nella provincia di Varese. Alcuni dei volantini apparsi in zona Moscova celebrano il 125° compleanno di Adolf Hitler (nato il 20 aprile del 1889) e riproducono tre foto d'epoca. Volantini «colmi d'amore», come li definiscono i neonazisti lombardi del clone del partito di Hitler, che portò alla nascita del Terzo Reich.

«Dopo lo striscione dell’anno scorso («Hitler per Mille anni»), abbiamo voluto onorare con questo semplice gesto il ricordo del nostro Führer - scrivono nella delirante rivendicazione del gesto, fatta circolare in queste ore sui social network - il più grande condottiero che l’Europa abbia fin qui conosciuto. Sebbene non sia un’azione militante volta a risvegliare gli animi del Popolo europeo o a far aprire gli occhi su certi argomenti, come il resto delle nostre attività politiche, ci sentiamo ogni anno in dovere di omaggiare un uomo venuto dal Popolo, che ha saputo prendere per mano una Nazione intera e guidarla alla riscossa, fino al tragico epilogo. Buon compleanno! Il Nostro Onore si chiama Fedeltà».

ANTISEMITI. Un secondo volantino del NSAB, il cui leader è dichiaratamente nazista, riproduce lo stereotipo di matrice antisemita dell'ebreo con il naso adunco e la kippah sulla testa, con in mano un mazzo di banconote, accompagnato dalla scritta: «Stampare denaro dal nulla e prestarlo agli Stati a tassi da usuraio è un crimine che schiavizza i popolo». Manifesto che, sui social network, è stato salutato dal tedesco "Achtung Juden", "attenzione ebrei", un chiaro richiamo al periodo nazista e alle persecuzioni di cui furono vittima gli ebrei.

I PRECEDENTI. In passato, gli emuli lombardi del Führer avevano già fatto apparire per le strade di Milano altri manifesti di natura xenofoba, accompagnati da svastiche. A livello locale, negli ultimi anni sono anche riusciti a far eleggere dei loro rappresentanti in piccoli Comuni, da Como a Novara.


lunedì 21 aprile 2014 - 13:37   Ultimo agg.: 13:38

Violenza e discorso pubblico

La Stampa
yoani sanchez


aStampa.it
A un angolo di strada, una donna colpisce con una bastonata un bambino che sembra suo figlio. I passanti non si intromettono. Cento metri più avanti, due uomini si accapigliano perché uno ha pestato i piedi all’altro. Rientro in casa riflettendo su questa aggressività, a fior di pelle, che si nota per strada. Per rilassarmi dopo tanta esasperazione, leggo l’ultimo numero della rivista Convivencia che ha appena compiuto sei anni dalla fondazione. Sfogliando le pagine, incontro un articolo di Miriam Celaya, che casualmente affronta il tema della “pericolosa spirale” di percosse, grida e irritazione che ci circonda. 

Sotto il titolo di “Appunti sull’origine della violenza a Cuba”, la perspicace analista studia i precedenti storici e culturali del fenomeno. Il nostro stesso percorso nazionale, costruito con “sangue e fuoco”, non è di grande aiuto quando si tratta di promuovere comportamenti come il pacifismo, la concordia e la conciliazione. Dagli orrori della schiavitù durante il periodo coloniale, passando per le guerre d’indipendenza con le cariche impugnando il machete guidate da prepotenti condottieri, per arrivare ai violenti accadimenti che hanno caratterizzato la repubblica. Nel suo testo, la giornalista elenca in modo magistrale una lunga lista di dissidi, percosse, armi e insulti che hanno forgiato la nostra attitudine alla violenza. 

Un capitolo a parte riguarda il processo cominciato nel gennaio del 1959, che ha messo odio di classe ed eliminazione del diverso alla base del discorso politico. Per questo motivo, ancora oggi, la maggior parte delle ricorrenze celebrate dal governo, riguardano battaglie, conflitti bellici, morti e “brucianti sconfitte inflitte” all’avversario. Il culto della collera è tale, che lo stesso linguaggio ufficiale non si rende neppure conto del grado di rancore che promuove e trasmette.

Fate attenzione! Una volta fomentato, l’odio non si può “telecomandare”. Quando si scatena il rancore nei confronti di un altro paese, si finisce per esasperare anche il malanimo verso il vicino la cui parete confina con la nostra casa. Noi che siamo cresciuti in una società dove l’atto di ripudio è stato giustificato come “legittima difesa del popolo rivoluzionario”, possiamo pensare che le percosse e le grida siano la sola maniera di rapportarci con le persone che non comprendiamo. In questo panorama di violenza, l’armonia potrà sembrare sinonimo di resa e la convivenza pacifica una trappola nella quale “il nemico” vuol farci cadere. 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Israele, meno tank e più satelliti

La Stampa

In pieno svolgimento la rivoluzione nelle forze armate. Diminuiscono carri armati, blindati e jet: aumentano truppe speciali, cyber-armi, droni e soprattutto intelligence. Per affrontare le nuove sfide strategiche



aStampa.it
In Israele quasi tutti lo sanno, pochi ne parlano e solo qualcuno ne fa trapelare dettagli: le forze armate sono impegnate da almeno un anno in una imponente ristrutturazione che ha portato a rischrivere quasi tutti gli "ordini di battaglia". A gestirla è Benny Gantz, il più popolare capo di Stato Maggiore dell’"Israeli Defense Force" (Idf) degli ultimi dieci anni, e le misure in via di applicazione sono di tale entità da lasciar intendere un massiccio impegno delle unità di planning di tutte le armi nonché l’autorizzazione personale del capo del governo, Benjamin Netanyahu, coadiuvato dai più stretti consiglieri sulla sicurezza a cominciare dal ministro della Difesa, Moshe Yaalon. 

Esaminiamo dunque cosa trapela dalle poche rivelazioni che affiorano dal tam tam locale. Si parte dal pensionamento, avvenuto senza eccessivo chiasso, di numerose unità delle forze convenzionali: un numero considerevole di carri armati, mezzi blindati, pezzi di artiglieria pesante, jeep e aerei, da trasporto e da combattimento, sono stati eliminati. Unità pre-esistenti non sono più operative, alcune basi sono state chiuse ed altre accorpate. A non esserci più è l’imponente esercito tradizionale con cui Israele si preparava a difendersi da possibili invasioni di terra dal fronte orientale - Siria e Iraq - e da quello meridionale con l’Egitto. Poiché per ogni generale l’incubo peggiore è trovarsi a combattere la prossima guerra con i mezzi e le strategie dell’ultimo conflitto, ad andare in pensione è l’esercito che Israele si diede dopo la guerra del Kippur del 1973, quando le avanzate iniziali di siriani a Nord e egiziani nel Sud avevano fatto temere per l’esistenza dello Stato.

Al suo posto sono state create nuove unità di truppe speciali e fanteria leggera, capaci di essere impiegate ovunque in tempi molto rapidi per fronteggiare le minacce che vengono dai gruppi della "Jihad globale" che operano in particolare nei territori di Siria, Libano del Sud, Striscia di Gaza e Sinai. Per rendere più efficace tale dispiegamento le forze armate israeliane hanno investito nell’intelligence militare in maniera che non ha precedenti. Satelliti, sensori, super-antenne, radar e droni di ultima generazione, come altri gioielli digitali protetti dal più stretto riserbo, consentono di controllare in tempo reale territori vicini e lontani dai confini nazionali fino a poter garantire, secondo fonti militari occidentali, interventi costanti con mezzi noti e non noti in Sudan, Siria, Libano e "altrove". Ciò significa che il blitz che ha portato in marzo alla cattura della nave "Klos C" nelle acque internazionali davanti alle coste del Sudan non è stato casuale: ne avvengono probabilmente altri, di entità minore, di cui nessuno ha notizia.

Tranne i gruppi jihadisti che ne soffrono le conseguenze e non hanno interesse a rivelarlo. L’integrazione fra truppe speciali e intelligence avviene attraverso dei "Bet Midrash" (classi) ovvero degli spazi digitali nei quali tutte le informazioni utili ad ogni singola unità vengono condivisi fra ufficiali e soldati di più armi per consentirgli di conoscere nei dettagli cosa avviene nel poprio settore di competenza. E’ un modello che ricorda l’integrazione fra "National Security Agency" (Nsa) e forze del Pentagono. Così come a ripetere il modello americano è in dialogo in tempo reale fra piloti di jet ad alta quota e comandanti di piccole unità impegnate in operazioni di combattimento, per coordinare movimenti ed obiettivi. Il forziere dell’intelligence militare israeliana è l’Unità 8200, divenuta secondo alcune fonti la più numerosa e specializzata delle intere forze armate, perché da una parte raccoglie informazioni su ogni possibile avversario e dall’altra opera come un’arma cibernetica per colpire obiettivi avversari. 

All’orizzonte di tale trasformazione digitale c’è l’attesa nascita di un network Internet dedicato solo all’esercito israeliano, una sorta di "Google militare" dove ogni ufficiale potrà accedere e chiedere informazioni su un’area, un sospetto o un obiettivo.L’integrazione fra militari e comunicazioni digitali porta le truppe speciali a usare sistemi avveniristici per operare in zona di pericolo.  Ma non è tutto perché fra i cambiamenti in atto c’è anche quello nell’aeronautica in quanto con quattro jet F-16 è possibile oggi pattugliare i cieli di Israele tenendo sotto osservazione più possibili bersagli contemporaneamente mentre in passato sarebbero serviti interi squadroni di veivoli. Infine, la Marina: la scoperta dei giacimenti di gas nelle acque territoriali e le fibrillazioni di Gaza, Libano e Turchia sulla sovranità delle aree confinanti lasciano presagire, per la prima volta dal 1948, la possibilità di conflitti marittimi. E’ improbabile che Israele alzi il velo sulla revisione strategica il corso ma possono esserci pochi dubbi sul fatto che sue le forze armate si stanno preparando a combattere la prossima guerra.

Quante botte e umiliazioni mi è costata la fedeltà al re"

Stefano Lorenzetto - Lun, 21/04/2014 - 08:16

A 20 anni raggiunse Umberto nell'esilio di Cascais, 2.500 chilometri in motorino Oggi presiede la Consulta dei senatori del Regno: "Solo sei erano deambulanti..."

Il professor Pier Luigi Duvina, medico dal 1959, specializzato in pediatria, cardiologia, reumatologia, pneumologia e tisiologia, a 80 anni rimane quello che è sempre stato: un monarchico. Ne aveva 20 quando, in sella a un motorino Nsu, si fece in tre giorni Firenze-Cascais, 2.500 chilometri, per raggiungere Umberto II nell'esilio portoghese. «Giunsi mentre usciva da Villa Italia con il suo aiutante di campo, generale Piero Santoro, e osai presentarmi: buongiorno, Maestà. Incredibilmente, il Re di maggio si mise a sedere con me su un muretto.

duvina
Mi chiese da dove arrivassi, prese nota dell'indirizzo, e da allora rimanemmo in corrispondenza. Poi disse: “Venga, le mostro l'Atlantico”. Cominciò a scendere una scaletta ripida che conduceva a un terrazzo. Le onde si frangevano sugli scogli con un fragore assordante. Mi fermai dopo pochi gradini. Maestà, non posso proseguire, l'oceano mi fa impressione, pigolai. Sorrise e tornò indietro». Quella fu l'unica volta che Duvina non se la sentì di seguire il suo sovrano. Per il resto, continua ad andargli dietro anche ora che l'ultimo dei regnanti sabaudi - rimasto sul trono solo 36 giorni, dal 9 maggio al 13 giugno 1946 - è morto da 31 anni. Un mese fa Duvina ha guidato da solo l'auto fino all'abbazia di Hautecombe, nella Savoia francese. «Era in programma l'annuale messa di suffragio per la sua anima. È sepolto all'ingresso - sotto la regina Maria José, sua consorte - in quel tempio di un gotico fiammeggiante, una trina, che volle donare alla Chiesa insieme con la Sindone».

Nella sequela del re, a parte l'attimo di paralisi sulla scalinata che conduceva al belvedere di Cascais, a Duvina non ha mai fatto difetto il coraggio. La prima volta che fu picchiato dai comunisti era appena tredicenne. Aveva montato sulla propria Legnano un cartellone di compensato con la foto della famiglia reale e batteva a piedi le vie di Firenze sospingendo la bici, nella speranza di convincere gli elettori a votare per la monarchia nel referendum del 2 giugno 1946, che invece decretò la nascita della repubblica.

Due anni dopo, vide che i rossi strappavano dai muri i manifesti della Dc e pertanto si convinse che quello di Alcide De Gasperi fosse il partito da aiutare. S'improvvisò attacchino e rimediò un'altra pestata in zona San Gaggio, contribuendo però alla travolgente vittoria del 18 aprile sui socialcomunisti del Fronte popolare. Passati altri cinque anni, furono gli agenti della Pubblica sicurezza a fermarlo durante la Mille miglia mentre sventolava un tricolore con la stemma sabaudo. Alla morte di Umberto II, il 18 marzo 1983, espose al balcone di casa la stessa bandiera listata a lutto, «eccola qua, un po' malconcia, ma sul retro reca la firma di Sua Maestà, vede?». Risultato: 48 ore dopo gli incendiarono due automobili.

Tante persecuzioni subite per amore della corona non potevano che meritare al professor Duvina il più ambito dei riconoscimenti: la nomina, da parte di Sua Altezza Reale il principe Vittorio Emanuele di Savoia, a presidente della Consulta dei senatori del Regno, fondata nel 1955 da circa 160 rappresentanti monarchici che erano stati espropriati del laticlavio sette anni prima con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana. L'ultimo dei senatori ad aver servito il Regno per davvero, Giovanni de Giovanni Greuther, duca di Santa Severina, è morto nel 2002 a quasi 97 anni. Oggi i 104 componenti della Consulta sono privati cittadini che vengono cooptati per le loro benemerenze nella difesa della monarchia, previa ratifica da parte del principe Vittorio Emanuele.

Duvina è succeduto a illustri accademici, come l'economista Giuseppe Ugo Papi, il latinista Ettore Paratore e l'etnologo Vinigi Grottanelli, che erano stati designati da Umberto II in persona. «Quando nel 2007 suo figlio mi convocò a Ginevra per conferirmi l'alto incarico, i consultori erano rimasti appena 25, di cui soltanto 6 deambulanti. Ricordo che, tornato a casa, telefonai a uno di loro per invitarlo a un incontro. Mi rispose: “Benedico i principi e benedico lei. Ma non so se potrò intervenire, perché ho 99 anni”».

Siete sempre stati tutti monarchici nella vostra famiglia? «Sempre, compresi i miei sei figli. L'unica pecora nera fu un cugino che divenne vicepodestà di Firenze. I Duvina non vollero mai saperne di prendere la tessera del Partito fascista. Mio padre Michele finì per questo nelle mani della famigerata Banda Carità. La prima volta fu riempito di botte e olio di ricino, la seconda venne affidato alle “cure” del tenente Mario Perotto, che comandava la “squadra della labbrata”. Alla fine stavano per fucilarlo. Fu salvato da mio nonno Luigi, che versò agli aguzzini un riscatto enorme, 1,3 milioni di lire dell'epoca, circa mezzo milione di euro a valori di oggi».

Suo nonno era piuttosto benestante.
«Le dico solo questo: mia madre Tina implorò il suocero, attraverso mia nonna Bianca, affinché trovasse un lavoro al mio babbo. Al che il nonno rispose: “Lavoro? Lavoro? Nessuno ha mai lavorato in casa Duvina!”. Poi mio padre mise in piedi un import-export di coloniali».

Per la vostra fedeltà ai Savoia, le avete prese da tutti, neri e rossi. «Ho fatto il medico per quasi mezzo secolo, però lontano da Firenze: qui era troppo pericoloso. Sono stato primario a Castelnuovo Garfagnana e Pescia. Soltanto negli ultimi anni della carriera sono potuto ritornare nella mia città, prima all'ospedale Meyer e poi al San Giovanni di Dio come direttore della pediatria e della terapia intensiva neonatale».

Umberto Brindani, direttore di Oggi, dice che sono tornate di moda le copertine con le famiglie reali. «Mi fa piacere. C'è in giro un gran bisogno di pulizia. La disonestà è imperante a tutti i livelli. Combatto le Regioni fin dal 1968. Ero certo che avrebbero diviso l'Italia e decuplicato ruberie e sprechi».

Ora alcune, come il Veneto che non ha mai digerito il plebiscito-farsa del 1866 per l'annessione al Regno d'Italia, reclamano l'indipendenza.
«Non è il rimedio. Più si porta il denaro in periferia e più aumenta la corruzione. Agli amici veneti ricordo che il corpo di spedizione toscano a Curtatone, Montanara e Goito era composto da circa 7.000 uomini: tre compagnie fiorentine che subirono il 44 per cento di perdite, due compagnie lucchesi, una compagnia pisano-senese, una di fucilieri napoletani, una di fanteria campana e una di volontari siciliani. Tutti morti per la libertà della Padania, ottenuta grazie a Casa Savoia. Ancor oggi il cappello degli universitari di Pisa ha la punta mozzata in ricordo dei giovani studenti che sacrificarono la vita nelle battaglie risorgimentali».

Se alle elezioni 6.417.580 italiani votassero per il Pd e 690 per Forza Italia, lei che cosa penserebbe?
«Che è tornata l'Urss».

E se la informassero che 20 milioni di elettori non si sono recati ai seggi?
«Penserei a un suicidio democratico».

Divida per 10. È precisamente ciò che accadde al Veneto nel plebiscito del 20 ottobre 1866: fu annesso al Regno d'Italia con 641.758 sì e 69 no.
«Fin dai tempi di Pitagora, Virgilio e Dante, l'Italia fu un sentimento coltivato solo dalle persone colte. Per ottenere l'unità vi furono delle forzature. Ma nessuno può negare che con Carlo Alberto e lo Statuto albertino nel 1848 nacque il primo regno democratico d'Italia. Nella contabilità della storia, tutti perdono qualcosa. La famiglia sabauda cedette a Napoleone III l'intera Savoia e la contea di Nizza, che era la più ricca d'Europa, solo in cambio di una promessa d'aiuto nella guerra d'indipendenza».

E il referendum monarchia-repubblica del 1946 fu inficiato da brogli?
«Lo ammise persino Giuseppe Romita, ministro dell'Interno, in un libro uscito postumo 13 anni dopo. Nella notte dello spoglio, i monarchici erano avanti di 400.000 voti. Romita telefonò allarmato a Pietro Nenni e a Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia. Quest'ultimo, astutissimo, aveva suddiviso l'Italia in 31 circoscrizioni, mettendoci a capo uomini di fiducia. I risultati affluivano al suo dicastero. Alla fine saltarono fuori 2 milioni di schede in più, non dico altro. La verità è che quel referendum non lo vinse nessuno, perché venne addirittura a mancare il quorum. Togliatti, interpellato dalla Cassazione sui voti nulli, arrivò al punto di dichiarare che non ce n'erano. È a verbale. Dopo 48 ore, siccome la Corte suprema non demordeva, il leader comunista ne fece saltar fuori 1.498.136 e il Consiglio dei ministri, nella notte fra il 12 e il 13 giugno, tolse i poteri costituzionali a re Umberto. Questo non gli era consentito, perché la Cassazione si sarebbe pronunciata solo sei giorni dopo. Fu un colpo di Stato per impedire il ricontrollo delle schede».

Che compiti ha la Consulta dei senatori del Regno?
  «Ristabilire la verità storica su Casa Savoia. Esempio: si accusa Vittorio Emanuele III di aver consegnato il potere a Benito Mussolini, nominandolo capo del governo. Ma nessuno mai ricorda che il re fece 27 tentativi, diconsi 27, per affidare l'incarico a un primo ministro diverso, l'ultimo dei quali il giorno stesso in cui si rassegnò a darlo al Duce, dopo aver chiesto invano al senatore Antonio Salandra di formare un nuovo esecutivo. Si dimentica che il primo governo Mussolini, pur avendo il Partito fascista 35 deputati in tutto, ebbe 306 voti a favore, 116 contrari e 7 astensioni. Votò la fiducia persino De Gasperi. In altre parole il dittatore fu eletto democraticamente dal Parlamento. Che c'entra il re?».

Ma dopo l'8 settembre 1943 scappò.
«Ringraziamo Dio che lo fece! Se non avesse raggiunto Pescara, e poi Brindisi, l'esercito avrebbe dovuto difenderlo e Roma sarebbe stata messa a ferro e fuoco dai nazisti. Non capisco: Pio IX nel 1848 scappa da Roma travestito da prete per rifugiarsi a Gaeta e lo beatificano; Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini fuggono alla caduta della Repubblica romana e diventano eroi; i reali di Norvegia, Olanda, Grecia e Jugoslavia riparano all'estero dopo che i loro Paesi sono stati invasi dal nemico e nessuno li accusa di alcunché. Però tutti se la prendono solo con Vittorio Emanuele III».

Nel 1938 firmò le leggi razziali.
«Ecco, lì sbagliò, su pressione di Mussolini. Non avrebbe dovuto promulgarle. Non si transige sulle questioni non negoziabili. Va però detto che nel 1943, appena arrivato a Pescara, chiese a Pietro Badoglio di abolirle, ma il capo del governo non lo fece per paura dei tedeschi».

Pensa davvero che le cose in Italia andrebbero meglio se ci fosse il re anziché il presidente della Repubblica?
«Non essendo tributario di nessuno, il re è davvero super partes. Non è ricattabile, non deve concedere favori per essere eletto o rieletto, quindi può impedire la corruzione. Il suo interesse coincide con quello dello Stato che incarna. Per questo, pur non avendo nulla contro la Repubblica, mi dichiaro preferibilmente monarchico, come Luigi Einaudi».

Giorgio Napolitano passerà alla storia come il presidente che volle farsi re: comanda tutti a bacchetta. «Va a suo merito. Riempie spazi lasciati vuoti da un potere politico imbelle».

Qualcuno intravede in lui una certa somiglianza con Umberto II. C'è chi sospetta che sia figlio illegittimo dell'ultimo re: la madre, contessa di Napoli, sarebbe stata una delle dame di compagnia della regina Maria José.
«Infatti si presenta benissimo».

Lo scrittore Giovanni Nuvoletti, che era amico di Umberto, mi fece capire che il sovrano fosse incline più alle passioni maschili che femminili.
«Varie avventure che ebbe con giovani napoletane smentiscono la leggenda».

Il figlio Vittorio Emanuele vi ha arrecato molti dispiaceri: l'omicidio dello studente Dirk Hamer, traffico di armi, corruzione, sfruttamento della prostituzione, falso, ingiurie.
«Tutte inchieste che sono state archiviate o accuse da cui è stato assolto».

L'erede al trono, il principe ballerino Emanuele Filiberto, sarebbe un buon sovrano?
«Un giorno ero con lui in corso Zanardelli a Roma. I fan lo inseguivano per avere un autografo. Mi ha detto: “In Italia mi erano ostili perché sono un Savoia. Ma da quando ho partecipato a Ballando con le stelle su Rai 1 tutti mi vogliono bene. Che altro potevo fare per essere accettato?”. Non ho saputo dargli torto».

È contento che il suo concittadino Matteo Renzi sia diventato premier?
«Contentissimo. E sa perché? Rottamerà gli ultimi pezzi ideologici del Pci. Motivo per cui, trovandomi a Parigi, sono andato a votare per lui alle primarie, in rue Montorgueil. Peccato che abbia concordato con Silvio Berlusconi riforme che non riuscirà a fare».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Il Tribunale chiude Rojadirecta «Diffusione abusiva di partite»

Corriere della sera

di Giacomo Valtolina

Il gip ordina il blocco del sito spagnolo «pirata»


La sua icona è un piccolo arbitro delle fattezze di Pierluigi Collina, cartellino rosso in mano, la targeta roja appunto, esibita in faccia al navigatore che - certo non per caso - arriva su questo sito «pirata» già al centro di battaglie legali nel mondo, dalla Spagna, dov’è stato fondato, agli Usa (ha già cambiato numerosi domini, da «.com» a «.org» fino all’ultimo, il montenegrino «.me»). Si chiama Rojadirecta ed è il portale di riferimento per chi ama gli sport ma non può (o non vuole) pagare l’abbonamento a Sky , le ricaricabili di Mediaset , o che magari non ha neppure la televisione ma soltanto un personal computer .
Provider
Il Tribunale di Milano qualche giorno fa ha infatti ordinato il blocco del Dns, il che significa che i provider italiani (Telecom, Fastweb, ecc.) hanno iniziato a rifiutare gli accessi al sito Internet, su richiesta del gip milanese Andrea Ghinetti che aveva già sequestrato, l’anno scorso, il raccoglitore di link «illegali», in quanto «portale per l’abusiva diffusione di eventi sportivi in violazione degli altrui diritti di privativa» con l’aggravante di «appropriarsi anche di volumi di traffico, lucrando sulle numerose inserzioni pubblicitarie». Ciò ha provocato la reazione dei gestori del sito (l’indicizzazione di link «non è proibita», dicono, forti di «libertà costituzionali»). Ma anche degli internauti, pronti ad aggirare i «sigilli» (anche se da venerdì i provider avevano già tolto il blocco). Basta transitare dai motori di ricerca «anonimi» che passano da altri Paesi per continuare a vedere tutti gli eventi sportivi di questi giorni: dal golf in Malesia alla Copa del Rey di calcio, dall’Eurolega del basket al torneo Atp di Montecarlo.

20 aprile 2014 | 11:22

Privacy, proprietà intellettuale e sicurezza: ecco le questioni aperte dai Google Glass

La Stampa
luca castelli

Gli occhiali intelligenti di Mountain View mettono in discussione leggi e abitudini sociali, tanto che negli Stati Uniti cresce il numero di aggressioni a chi li indossa in luoghi pubblici. Ma qual è lo scenario giuridico in Italia? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Carlo Rossi Chauvenet, esperto di nuove tecnologie

LaStampa.it
I Google Glass, gli occhiali “intelligenti” di Google, stanno per fare il grande passo: da costoso prototipo per pochi a prodotto disponibile sul mercato. Le possibilità offerte dal nuovo dispositivo sono numerose e riguardano settori che vanno dalla comunicazione all’informazione, dalla medicina all’educazione, dalla sicurezza all’intrattenimento. Con i Google Glass si può anche provare a reinventare il giornalismo, per esempio realizzando un’intervista mentre si rimane in contatto con i lettori, riportandone in diretta commenti, tweet, domande (vedi il colloquio tra il direttore de La Stampa Mario Calabresi e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ) , primo esempio di intervista con i Google Glass a un capo di governo).

Come e più di molte altre innovazioni tecnologiche, però, i Google Glass portano anche una serie di incognite legate all’accettazione sociale del nuovo dispositivo (negli USA si sono già registrati casi di insofferenza pubblica nei confronti degli occhiali e alcuni locali ne hanno vietato l’uso) e alla sua conflittualità con materie come privacy, proprietà intellettuale, sicurezza. Abbiamo chiesto il parere di Carlo Rossi Chauvenet, avvocato ed esperto di privacy e nuove tecnologie. Cominciando dalla domanda più secca, semplicistica e un po’ provocatoria:

Esistono dei criteri o delle ragioni secondo cui i Google Glass potrebbero essere considerati illegali?
“In sé, i Google Glass sono uno strumento neutro: come sempre è l’utilizzo che può comportare dei problemi. Nei Glass c’è però un elemento di novità rispetto ad altri dispositivi: la natura di wearable device, cioè di oggetto che si indossa. I Google Glass hanno un contatto diretto e continuativo con l’utente, quindi permettono di raccogliere dati che per quantità e natura sono potenzialmente diversi da quelli di altri dispositivi. Questo è il primo profilo di ansia del prodotto e riguarda il possessore, il volume e la natura dei dati raccolti: per esempio, informazioni dettagliate sullo stato di salute dell’utente, su ritmi di veglia e di sonno, sugli stili di vita”.

Dati che potrebbero essere usati anche da soggetti terzi.
“Sì, il problema delle nuove tecnologie è che spesso intrecciano diversi ordini di problemi. Questo non vale solo per i Glass. Anche nel mondo degli smartphone e dei tablet c’è molta attenzione sul rischio che sviluppatori di applicazioni esterne possano sfruttare il mezzo tecnologico per raccogliere e sfruttare un’enorme quantità di dati. Il modello dei Google Glass non è poi così diverso: ci sono già entità terze che stanno sviluppando software e programmi da utilizzare sui device. Le problematiche maggiori potrebbero derivare dall’incrocio tra: la raccolta di dati; il loro utilizzo in contesti difficili da controllare, al di fuori dai territori nazionali su server distribuiti a livello globale; l’eventualità, tipica delle piattaforme aperte, che qualcuno provi a sfruttare bug e backdoor del sistema. Esattamente ciò che accade sui nostri laptop in futuro potrebbe accadere su dispositivi con cui abbiamo un contatto molto più intimo, ma tramite i quali siamo comunque connessi in Rete”.

Ci sono però anche elementi specifici dei Google Glass che sollevano questioni legate alla privacy e alle abitudini di convivenza sociale. Il più esplicito è la possibilità di registrare video e scattare foto – in modo molto naturale – mentre si sta parlando con qualcuno. Questa è probabilmente la ragione degli “attacchi” in luoghi pubblici contro possessori di Google Glass di cui si parla molto in questi giorni negli Stati Uniti.
“Anche questo è un problema che abbiamo vissuto in passato con altre tecnologie, dalle telecamere ai telefonini agli smartphone. Se non altro però c’era il movimento del sollevare il device e puntarlo verso l’oggetto da fotografare che funzionava da campanello d’allarme. Nel caso dei Google Glass, i garanti europei hanno insistito e stanno insistendo per l’implementazione di elementi che segnalino al pubblico l’attivazione della registrazione video e fotografica. Il piccolo led che si accende quando parte il video, per esempio. Quello che non si poteva riprendere con telefonini e fotocamere, comunque, non si può riprendere nemmeno con i Google Glass. Ma non bisogna pensare a limitazioni univoche e rigidissime.

Molte persone sono terrorizzate dalla possibilità che i Google Glass possano riprendere conversazioni private: eppure questo tipo di riprese sono già ammesse, come una sorta di diritto di prendere appunti. Il problema arriva con la diffusione delle informazioni: le tecnologie ci hanno messo a disposizione strumenti immediati non solo per catturare ma anche per pubblicare dati sensibili. Sempre in tema di privacy, c’è poi un aspetto specifico dei Google Glass che preoccupa più degli altri ed è già stato segnalato dai garanti europei: il rischio che vengano sviluppati software di riconoscimento facciale. Fotografare persone, confrontare immediatamente i volti con archivi di decine di migliaia di immagini, riconoscerle, ricevere nomi e informazioni: lì sì che entra in gioco in modo rilevante la violazione della privacy (Google vieta questo tipo di applicazioni, ma gli esempi non mancano, vedi NameTag)”.

Un’altra materia che negli ultimi vent’anni è stata messa sotto pressione dalle tecnologie digitali è la proprietà intellettuale. Arrivano già le prime notizie di Glass sequestrati all’ingresso dei cinema . È legale vietare l’ingresso in sala con gli occhiali, che tra l’altro possono essere graduati e quindi potrebbero servire allo spettatore per vedere il film?
“I cinema, così come i teatri o i musei, possono decidere di porre cautele specifiche per tutelare la proprietà intellettuale dei contenuti che offrono al pubblico (cautele che possono arrivare all’obbligo di rinchiudere i dispositivi digitali in buste di plastica, come accade alle proiezioni di anteprima o nei festival, NdI). In questo modo si cerca di evitare alla radice la discriminante di verificare e dimostrare in concreto che un dispositivo venga utilizzato in maniera illecita”.

Che è la stessa discriminante che ha permesso a una cittadina americana di annullare una multa ricevuta perché indossava i Google Glass alla guida di un automobile . Anche da quel punto di vista si potrebbe verificare un corto circuito legale?
“In effetti è possibile che venga deciso di adottare delle limitazioni specifiche per la circolazione stradale. Non sarebbe la prima volta, se consideriamo il divieto di usare gli auricolari quando si guida un’automobile o mentre si va in bicicletta. Attribuire un ruolo negativo all’utilizzo dei Google Glass alla guida sembra abbastanza naturale e scontato. In realtà, ci potrebbero essere delle situazioni in cui il nuovo device offre soluzioni persino più sicure rispetto a quelle adottate oggi e permesse dalla legge: per esempio, la visione periferica di indicazioni di guida sulla lente dell’occhiale potrebbe essere meno distraente rispetto a quella di navigatori satellitari che spesso sono collocati in posti che costringono il conducente a distogliere lo sguardo dalla strada”.

Man mano che i Google Glass o dispositivi simili si diffonderanno sul mercato, è prevedibile un deciso intervento normativo per regolarne/limitarne l’uso?
“È difficile dirlo. Con i telefonini e gli smartphone non è che ci sia stato un grande intervento. Credo che molto dipenderà dalla capacità di Google e dei media di informare ed educare il pubblico all’utilizzo del nuovo strumento. Un’adozione virtuosa del device non richiederà interventi particolari, salvo che gli utilizzi distorti divengano numerosi. Come molte tecnologie, ma in modo ancora più evidente vista la loro natura “wearable”, i Google Glass potenziano la capacità dell’individuo che li indossa e creano una sorta di automatico senso d’inferiorità e di timore nelle altre persone. Forse è questa la ragione che ha indotto i fenomeni di persone allontanate dai ristoranti o gli altri episodi di violenza di cui leggiamo in questi giorni”.

Romania, a 13 anni usa Facebook per salvare i cani randagi

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

Ana-Maria Ciulcu spende tutto il suo tempo libero in favore dei quattrozampe


Stampa.it
Passa molto tempo su Facebook. È normale per essere una ragazza di 13 anni. Ma lei è un’adolescente particolare perché lei condivide le foto e le storie di cani. Non i suoi cani, ma quelli randagi di Bucharest. È la storia di Ana-Maria Ciulcu, ragazzina dalla straordinaria sensibilità che ha deciso di spendere tutto il suo tempo libero a favore dei quattrozampe. Il dramma dei randagi in Romania è purtroppo ormai noto: nel settembre scorso viene approvata una legge che mira a ridurre drasticamente il problema del randagismo, ma che, di fatto, è una strage quotidiana di animali: invece di sterilizzare gli animali come hanno fatto per anni molte associazioni animaliste, vengono rinchiusi in canili in attesa solo di essere soppressi. Foto e video mostrano la situazioni per le vie del Paese, ma Ana-Maria le vede in prima persona, quotidianamente. 

La ragazza si chiama Ana-Maria Ciulcu ed ha aperto una pagina Facebook (clicca qui) dove posta tutte le immagini dei randagi che incontra. Ogni giorno passa due ore del suo tempo a selezionare chi si fa avanti per l’adozione perché ci tiene molto al futuro dei “suoi cani”: «Mi piace pensare che i miei cani andranno a coricarsi sul divano di casa - racconta la ragazza alla Reuters -. Per questo motivo la prima domanda che faccio è: “Lo terrai alla catena?”». Ana-Maria parla perfettamente tedesco e anche per questo è stato più facile riuscire a far trovare casa a 150 cani in Germania e Austria. Uno sforzo importante visto che tutti i costi per le medicine, vaccinazioni, sterelizzazioni, microchip e passaporti sono sostenuti dalla famiglia di Ana-Maria (circa 150 euro a cane). Il trasporto del cane alla nuova famiglia è a carica di chi effettua l’adozione.

REUTERS 


È una goccia rispetto al mare dei 60mila cani che si muovono senza meta alla ricerca di cibo e acqua per le strade di Bucarest. Ma di certo è una soluzione migliore rispetto ai soldi spesi dallo Stato per la cattura e la soppressione dei cani che entro due settimane non vengono reclamati o adottati: in due mesi ne sono stati uccisi duemila animali, mentre altri 800 sono in attesa della triste fine. 

twitter@fulviocerutti

Le 5 applicazioni per spiare chi vuoi

Libero


13-0
Internet e privacy, eterno problema. E se da un lato si cerca di rendere sempre meno trasparente il trasparentissimo mondo del web - anche con diverse applicazioni che servono a salvaguardare la propria privacy e i propri dati personali -, dall'altro ecco spuntare applicazioni che servono a "controllare" le persone di cui vogliamo, o vorremmo, sapere tutto. Un incubo, per alcuni; un sogno (un po' perverso) per gli altri. Ipotizziamo, per esempio, che il nostro datore di lavoro o il fidanzato/fidanzata sappia sempre tutto di noi: non il massimo della vita. Dunque, meglio fare attenzione. In particolare fare attenzioni a cinque applicazioni, analizzate da Market Watch, in grado di spiare chiunque.

Connect - La prima si chiama Connect, funziona sia su iPhone sia su iPad, e serve a tenere sotto controllo chiunque sia su Facebook, Twitter, Instagram, Google Contacts e Linkedin, insomma tutti i principali social network. In buona sostanza l'applicazione è in grado di connettere tutti i social e, di conseguenza, di "concentrare" l'enorme mole di informazioni su una persona che contengono. Cosa importante: non è necessario che chi volete "controllare" sia a sua volta su Connect oppure accetti un invito.

Find My Friend - La seconda app per spioni è Find My Friend, per iPhone e Android, e offre la possibilità di tenere sotto controllo i movimenti di una persona: sia quando esce di casa, giusto per fare un paio di esempi, sia quando esce da lavoro (o dice di farlo). La "magia" è possibile grazie all'uso delle mappe e alla sincronizzazione dell'applicazione con la rubrica del telefono. L'applicazione, infine, è in grado di rintracciare il vosto iPhone nel caso venisse perduto o rubato.

Trick or Tracker - Il terzo programmino è Trick or Tracker, pensato per genitori super preoccupati e iper protettivi. Ideata da Wayne Irving, padre di quattro figli e presidente della società Laguna Niguel, l'applicazione permette di monitorare i movimenti dei propri figli, soprattutto quando sono giovanissimi. Disponoibile su Android o iPhone, Trick or Tracker può essere utilizzato per sette membri della famiglia contemporaneamente, ma deve essere scaricato sugli smartphone con il consenso di entrambe le parti. Nel dettaglio, l'app invia degli avvisi quando vostro figlio si avventura al di fuori di una zona concordata, e inoltre permette di seguire il ragazzino fino a quando arriva a casa, sfruttando i dati di geolocalizzazione contenuti nei messaggi di testo, e informando così sulla posizione di una persona ogni 15 minuti.

Trackerphone - La quarta applicazione è Trackerphone app, studiata per i datori di lavoro che vogliono controllare in tutto e per tutto i propri dipendenti durante le ore lavorative. Questo avviene grazie alla mappatura e alla tecnologia Gps, con cui viene costantemente monitorato il telefono. Anche quando è spenta, l'applicazione riesce a individuare i movimenti della persona nelle ultime 24 ore e nel raggio di 10 metri. Infine, può anche registrare informazioni in un arco di tempo che va dai due ai 60 minuti.

Topspyapp - L'ultima app per "spioni" è anche quella più famosa, costosa, ed efficace. Si chiama Topspyapp e, si spiega sul sito, "è progettata per monitorare i vostri dipendenti, figli o altri su un dispositivo mobile o smartphone che possedete o che avete il diritto e consenso di monitorare". Il costo varia dai 6,99 a 33,99 dollari al mese, e l'app registra sostanzialmente tutto: chiamate, messaggi di testo, contatti, foto, video, attività su tutti i social network e anche la cronologia internet. L'app è scaricabile su Android, ma non è disponibile sull'App store.