martedì 22 aprile 2014

Giuliano Amato: "Abbiamo usato il debito per fini politici"

Libero


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"Abbiamo sbagliato tutto". Giuliano Amato riconosce le sue colpe. La crisi, il crollo del Pil e l'impennata del debito pubblico hanno radici lontane nel tempo. Alan Friedman prova a ricostruirle nel suo libro Ammazziamo il Gattopardo e dopo le interviste a Mario Monti e a Romano Prodi che tanto hanno fatto discutere, adesso arriva quella al dottor Sottile. Il Corriere.it pubblica un colloquio tra Friedman e l'ex premier in cui viene affrontato il problema del debito pubblico galoppante del Belpaese e dell'impennata del rapporto tra il deficit e il Pil. Giuliano Amato, oggi membro della Corte Costituzionale, parla della politica economica portata avanti dai governi democristiani e socialisti tra la fine degli anni ottanta e l'inizio degli anni novanta. Quella di Amato è un'ammissione di colpa senza giri di parole.

"Ho usato il debito per fini politici" - Friedman come detto incontra Amato, ex-consigliere economico di Bettino Craxi, premier nel 1992 (anno in cui mise le mani nei nostri conti correnti con un prelievo forzoso che ancora brucia agli italiani), spiega come i socialisti e i democristiani "hanno usato la spesa pubblica contro il Pci, facendo salire il debito nel tentativo di attirare voti". Amato spiega anche perché nessun governo è riuscito a fare le riforme strutturali di vasta portata, e cita Massimo D’Alema che sostiene che "gli italiani non hanno capito che entrare nell’Euro non è arrivare a un traguardo ma salire su un ring".

"Tutta colpa di D'Alema" - Ma è proprio su D'Alema che Amato punta il dito. Secondo quanto racconta Friedman, nel 2000 Amato in un'intervista all'Herald Tribune affermava che le riforme in Italia sul fronte del lavoro non erano state fatte perché "c'era il rischio che la sinistra di Massimo mi fa fuori in due minuti". Insomma anche quando tra il 2000 e il 2001 Amato è tornato a palazzo Chigi ammette di non aver fatto le riforme necessarie per fini elettorali. Il "dono" che Amato e i suoi governi ci lasciano sono un'impennata del rapporto deficit Pil a livelli record. Dall’inizio degli anni Ottanta all’inizio degli anni Novanta il rapporto debito-Pil è balzato dal 60 percento ad oltre il 100 percento. Qualche miglioramento c’è stato durante i governi Berlusconi e Prodi, ma oggi il rapporto è arrivato a un livello del 133 percento, e solo la Grecia ha un rapporto peggiore di noi. Una palla al piede per le nostre tasche per la quale dobbiamo dire solo "grazie Giuliano".



Amato, ecco tutte le sue poltrone

Libero
03 marzo 2014



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"Quando ero al governo io e gli altri partiti non abbiamo capito niente. Abbiamo sbagliato". Giuliano Amato si confessa nel libro di Alan Friedman "Ammazziamo il Gattopardo" e racconta da dove arrivano gli errori fatai dei governi di fine anni ottanta e primi anni novanta (di cui lui stesso faceva parte) che hanno provocato l'impennata del rapporto debito-Pil. Nonostante l'ammissione di colpa Amato continua a collezionare poltrone, manco fosse un "salvatore della patria". L'ennesima gli si è infilata sotto le chiappe è quella di giudice della Corte costituzionale, gentilmente offertagli ('prego si accomodi') dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un incarico di prestigio assoluto, che "vale" infatti la bellezza di 403.840 euro (lordi) all'anno, pari a 33.583 euro mensili.

Ai quali Amato affianca una pensione da 22mila euro e un vitalizio da 9mila euro al mese. Per un totale di 64mila euro al mese (lordi, per carità). Il nuovo incarico, poi, porta con sè anche 3 assistenti, 3 segretarie, telefonino, computer e auto blu. Quella per le poltrone è una passione che accompagna Amato sin da giovane. Dal 1983 al 1994 è stato deputato Psi, dal 1983 al 1987 sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Bettino Craxi, dal 1987 al 1989 ministro del Tesoro con Goria e De Mita, dal 1992 al 1993 presidente del Consiglio (ricordate il prelievo straordinario dai conti correnti e la finanziaria da 93mila miliardi di lire?), dal 1992 al 1994 presidente dell'Aspen Institute, dal 1994 al 1997 presidente dell'Antitrust, dal 1998 al 2000 ministro per le Riforme istituzionali e poi del Tesoro con D'Alema, al quale succede come premier tra 2000 e 2001. Dal 2001 al 2006 è stato senatore con l'Ulivo, dal 2006 al 2008 ancora ministro nel governo Prodi, dal 2011 al 2013 guida il comitato per le celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia, dal 2009 è presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia Treccani e dal 2012 presidente pure della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Tutto meritato, sia chiaro. H santo i conti. Di casa sua...

Renzi toglie il segreto sulle stragi “Dovere verso le famiglie delle vittime”

La Stampa
francesco grignetti

Desecretati tutti gli atti finora coperti per legge. Il premier dà via libera. La Calipari: «Un segnale verso i cittadini italiani». Ecco che cosa cambierà. Saranno aperti gli archivi su piazza Fontana, l’Italicus e la bomba alla stazione di Bologna. Senza dimenticare Ustica, Peteano, Gioia Tauro, il rapido 904.


tampa.it
Via i segreti dalle stragi. Matteo Renzi ha firmato l’attesa direttiva che dispone la declassificazione degli atti finora coperti da segreto di Stato. «Era un dovere nei confronti dei cittadini e dei familiari delle vittime di episodi che restano una macchia oscura nella nostra memoria comune», ha affermato il premier. «Uno dei nostri punti qualificanti è proprio quello della trasparenza e dell’apertura». In questo modo saranno aperti gli archivi su tante stragi che hanno segnato la storia della seconda metà del secolo scorso in Italia: i fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, la stazione di Bologna, il rapido 904. Il presidente del Consiglio, in una nota di Palazzo Chigi, spiega: «Secondo quanto stabilito nel Cisr, Il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, dello scorso venerdì, la direttiva consente il versamento anticipato di carte classificate in possesso di tutte le amministrazioni dello Stato che rappresentano un importante contributo alla memoria storica del Paese. I documenti verranno versati secondo un criterio cronologico (dal più antico ai tempi più recenti), superando l’ostacolo posto dal limite minimo dei 40 anni previsti dalla legge (fatto che vale per tutte le Amministrazioni) prima di poter destinare una unità archivistica all’Archivio Centrale».

«Un segnale verso i cittadini»
Già ieri l’onorevole Rosa Villecco Calipari, del Pd, membro del comitato di controllo sui servizi segreti, aveva espresso tutta la sua soddisfazione «perché è davvero un bel segnale verso i cittadini. In Parlamento da tempo chiedevamo attenzione al tema. Sono felice che questo segnale sia arrivato, grazie a una convergenza tra Copasir, che sta lavorando in grande armonia, il premier Renzi, il sottosegretario Minniti, il direttore dei servizi segreti Massolo». Attenzione alle parole, dunque. Trattasi di «un segnale», non di una rivoluzione. Ma la direzione è quella giusta. «Io ho sostenuto con convinzione la raccolta delle firme per una petizione sull’apertura degli archivi che precede questa decisione. È necessario superare il silenzio sulle stragi». 

Il segreto di Stato
Una premessa indispensabile: in Italia c’è un groviglio di norme, anche contraddittorie, che finora ha impedito la trasparenza nei casi più delicati per la storia del Paese. Per legge, sulle stragi non può esserci segreto di Stato. Che infatti non c’è. Il segreto di Stato in effetti è stato apposto poche decine di volte nella vita della Repubblica: sul golpe bianco di Edgardo Sogno, sui rapporti con i palestinesi, sul caso Eni-Petromin. Più di recente è stato sollevato sul caso Abu Omar o su villa Certosa di Silvio Berlusconi.

Il paradosso
A ben guardare, però, mancano all’appello troppi documenti. «Ciò dipende - spiega l’onorevole Calipari - dal contrasto tra due leggi. Un vero paradosso giuridico. Il segreto di Stato, il vincolo più forte che ci sia su un documento, secondo una legge del 2007 può durare al massimo 30 anni. La legge sui Beni culturali del 2008, però, quella che regolamenta gli archivi, stabilisce che un documento può essere reso pubblico soltanto dopo 40 anni se tratta di procedimenti penali; 50 anni se ha implicazioni di politica interna o estera; addirittura 70 anni se cita dati sensibili ai fini della privacy, tipo orientamento sessuale, malattie, rapporti interni di famiglia». È evidente, insomma, che la legge italiana è avanzatissima quando si tratta di liberalizzare i massimi segreti di Stato, ma è immensamente più tirchia quando si vanno a toccare i singoli. Inoltre le classificazioni di portata inferiore quali «riservato», «riservatissimo», «segreto» e «segretissimo» non hanno scadenza temporale. Così altri documenti, non meno importanti ai fini della conoscenza storica, possono restare chiusi in archivio all’infinito. Finché almeno qualcuno non ne chieda la de-secretazione e le autorità preposte non li liberalizzino. 

I dubbi
Ecco spiegata, dunque, la cautela con cui molti famigliari di vittime hanno accolto l’annuncio di Matteo Renzi. A Firenze, dice la presidente dell’associazione vittime di via dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli: «Sulle stragi di mafia del ’93-’94 non c’è segreto di Stato, ma ci sono documenti nascosti in qualche cassetto o in qualche armadio». A Bologna, Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage alla stazione, nonché parlamentare Pd, ha subito precisato: «Bisognerebbe avere la disponibilità degli archivi militari, degli archivi del ministero degli Esteri e di quello dei carabinieri». Sanno sulla loro pelle che il vero nemico, in questo caso, è il muro di gomma. 

Troppa dietrologia
«Trovo fondamentale - conclude Rosa Calipari - un particolare tecnico che a molti sarà sfuggito: la de-secretazione è stata decisa da un Comitato interministeriale. Significa che questa volta tocca anche agli Esteri, alla Difesa, all’Interno. Ai tanti archivi nascosti dietro i portoni ministeriali. Non saprei nemmeno io dire quanti documenti interesserà». Mille o centomila fogli? «Aspettiamo e vediamo. In ogni caso, vorrei concludere così: questo Paese non deve avere paura della verità, ma dell’oscurità, che alimenta solo le dietrologie. E di dietrologie l’Italia sta morendo».


Renzi su Twitter annuncia la declassificazione degli atti coperti da segreto di Stato:

Abbiamo 'declassificato' i documenti su alcune delle pagine più oscure della storia italiana pic.twitter.com/pisMLOurk1
— Matteo Renzi (@matteorenzi) 22 Aprile 2014

Nokia addio, sarà Microsoft Mobile

Corriere della sera
di Alessio Lana

La formalizzazione dell’accordo da 5,44 miliardi di euro dovrebbe arrivare il 25 aprile ma il cambio di nome è stato già rivelato da un documento dei finlandesi



Il marchio Nokia potrebbe essere giunto al capolinea. Dopo l’acquisizione di Nokia Devices and Services da parte di Microsoft la denominazione societaria Nokia Oyj (Julkinen osakeyhtiö, Spa) sarà sostituita da Microsoft Mobile Oy, trasformando il comparto mobile dei finlandesi in una sussidiaria dell’impresa di Bill Gates.
Si cambia dal 25 aprile
La formalizzazione dell’accordo da 5,44 miliardi di euro dovrebbe arrivare il 25 aprile ma il cambio di nome è stato già rivelato da un documento dei finlandesi rivolto ai propri fornitori. “Secondo le condizioni di vendita, Microsoft assumerà tutti i diritti, i benefici e gli obblighi di Nokia Devices and Services, compresi gli accordi di Nokia con fornitori, clienti e partner che appartengono al comparto Devices and Services”, si legge nel testo. “Si prega di notare che al momento della chiusura della transazione tra Microsoft e Nokia, il nome di Nokia Corporation / Nokia Oyj cambierà in Microsoft Mobile Oy”.
Nasce Microsoft Mobile
Microsoft insomma non disgregherà Nokia e fonderà l’azienda finlandese con il proprio comparto mobile dando vita a un nuovo soggetto, Microsoft Mobile, che avrà a disposizione anche il marchio Lumia. È probabile quindi che in futuro vedremo scomparire il marchio europeo da smartphone e tablet, sostituito dalla bandierina di Gates. Microsoft inoltre gestirà direttamente il sito Nokia.com e tutte le attività dei social media “per il bene di entrambe le compagnie e dei rispettivi clienti” per almeno un anno, una mossa che dovrebbe aiutare a diffondere gli Windows Phone a livello globale e a fare un passo avanti nella sfida contro iOS e Android. Stephen Elop, attuale CEO di Nokia, diventerà invece il responsabile del settore mobile di Microsoft.
Per Nokia solo Reti e mappe
L’unica certezza è che dal 25 aprile quelle cinque lettere che ci hanno accompagnato nella comunicazione mobile fin dagli albori rimarranno solo in pochi settori. Nokia infatti terrà per sé solo NSN, la divisione che si occupa di banda larga mobile, i servizi di geolocalizzazione e mappe HERE e la neonata unità Advanced Technology dedicata alla scoperta e all’esplorazione delle tecnologie emergenti. Al momento l’accordo sembra piacere ai mercati: sulla Borsa di Helsinki il titolo Nokia mostra un progresso di circa 2 punti percentuali.

22 aprile 2014 | 12:18

Berlino non ce la fa col salario minimo

La Stampa
tonia mastrobuoni

8,50 euro l’ora sono troppi anche in Germania


LaStampa.it
Èstata la bandiera dei socialdemocratici in campagna elettorale, un nodo qualificante del contratto di coalizione del Merkel-ter ed è stato puntualmente approvato dal governo nelle settimane scorse. Ma in Germania il salario minimo non ha vita facile. Non è contenta l’industria, che paventa il rischio di far andare migliaia di posti di lavoro in fumo. Ma anche una parte del partito di Angela Merkel vorrebbe modificarlo in Parlamento, limitando la platea di lavoratori che avrebbe diritto al “Mindestlohn”: 8,50 euro l’ora da gennaio 2015. La cancelliera ha difeso senza riserve - almeno pubblicamente - la riforma disegnata dalla ministra del Lavoro Andrea Nahles.

Ma in questi giorni ha fatto discutere un rapporto che proviene proprio dalla cancelleria e che lancia pesanti accuse agli estensori della legge. Il “Normenkontrollamt”, una commissione di dieci esperti indipendenti istituita nel 2006 presso il Kanzleramt - c’è anche l’ex presidente dell’istituto di statistica Hahlen - sostiene che nella proposta sul salario minimo formulata dal ministero «il calcolo dei costi è lacunoso» e «mancano le alternative». In sostanza, mentre autorevoli istituti hanno calcolato gli oneri per l’industria, il Diw ad esempio sostiene che potrebbe ammontare a 16 miliardi di euro per i datori di lavoro, il governo avrebbe parlato solo di «costi burocratici», quasi nulli. Poco credibile, sostiene la commissione. Perché, suggerisce dunque, non partire inizialmente da un livello più basso, magari stabilito da un organismo indipendente?

Tito Boeri, notoriamente tra i principali sostenitori in Italia di un salario minimo orario, concorda sul fatto che il salario minimo «andrebbe limitato di più, modulandolo attraverso criteri non manipolabili come l’età». In Germania, con poche eccezioni, gli 8,50 euro all’ora verranno applicati invece dai 18 anni in su. Al contrario, in Olanda o nel Regno Unito, ricorda l’economista della Bocconi, il salario minimo è fissato per chi ha 16 anni al 30% e con ogni anno di età la quota sale, fino a raggiungere il 100% soltanto a 23 anni; un criterio simile viene anche adottato nel Regno Unito. Della stessa idea anche Paolo Guerrieri, che ritiene «generoso» anche l’importo generale di 8,50 euro all’ora: «è evidente anche nel confronto con gli altri Paesi», precisa. In Germania quella cifra corrisponde «circa al 60% del salario mediano; una quota simile a quella francese, che è ritenuta, generalmente, troppo alta».

Ancora una volta, sostiene l’economista della Sapienza, meglio ispirarsi al Regno Unito, «dove il salario minimo rispecchia circa il 40-45% del salario mediano». Entrambi, Boeri e Guerrieri, ritengono gli stessi 8,50 euro una cifra già enorme per la Germania, e «molto, molto difficile da applicare in Italia», sintetizza l’economista milanese, che tuttavia ricorda che «per moltissimi lavoratori già il fatto di guadagnare 5 euro all’ora sarebbe un enorme miglioramento, rispetto ai livelli attuali». E Guerrieri, «contrario a una differenziazione territoriale», sottolinea però che il divario tra Nord e Sud è rilevante, nel nostro Paese, e non si può ignorare nel momento in cui si riflette su un’ipotesi di salario minimo. 

Boeri, inventore del contratto unico, concorda anche con l’idea del Normenkontrollamt tedesco che debba essere una commissione indipendente a stabilire i criteri, non il governo, né le parti sociali. 
«I sindacati tendono in particolare o a rifiutare l’idea del salario minimo per tutti o a stabilire livelli troppo alti: sarebbe importante seguire il modello inglese, dove a decidere è stata una commissione mista, composta per un terzo da esperti indipendenti, un terzo dalle parti sociali e un terzo da membri di nomina politica».

Per il senatore del Pd Guerrieri, infine, con la riforma Nahles la Germania ha dimostrato di voler correggere un grosso difetto del sistema, «cioè il fatto che ormai circa 4-5 milioni di lavoratori in Germania, a partire dai cosiddetti “mini-jobber, sono a rischio sfruttamento; una parte del miracolo tedesco è nascosto lì». E’ ora, quindi, che anche i lavoratori tedeschi si mettano nel portafoglio una piccola porzione di quel miracolo economico che fa volare la Germania.

Nasce «Beatrice», arriva il social network della lingua italiana

Il Mattino


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ROMA - La lingua italiana diventa un social network. A due anni dal lancio di 'Adotta una parola', durante il primo festival madrelingua, la Società Dante Alighieri presenta 'Beatrice', il social network della lingua italiana. Un progetto che si propone di estendere la comunità degli oltre 30mila utenti che hanno già adottato una parola e si sono impegnati a promuoverne l’uso. I 'paladini' della lingua italiana potranno così interagire in modo creativo tra loro e condividere le loro idee per promuovere e rendere sempre più vitale la nostra lingua.

Dopo aver creato un profilo, si potranno invitare i propri amici per discutere, proporre idee, postare commenti, immagini, video; nel sito è possibile organizzare la propria bacheca, mandare messaggi, gestire il proprio sito personale o quello della parola di cui si è custodi, interagire liberamente con altri utenti. Il social sarà presentato ufficialmente il 7 maggio durante la prima giornata del Festival Madrelingua, il primo evento del genere organizzato dal trimestrale di lingua, arte e cultura italiana della Società Dante Alighieri, realizzato in collaborazione con Limes, Istat, Feltrinelli e Aracne Editrice.

La pubblicazione ha carattere monografico e tratta i temi più attuali che, nel nostro paese e nel mondo, caratterizzano la discussione sulla lingua e la cultura italiana.

Ue: «Difendiamo l’Europa dalle specie aliene»

Corriere della sera

di Emanuela Di Pasqua

Il gambero killer, l’ailanto e la coccinella arlecchino tra quelle più invasive e pericolose per la flora e la fauna autoctone


Mogli e buoi dei paesi tuoi dice il proverbio che, nell’era della globalizzazione, è diventato decisamente demodé. Quel che è vero e per nulla fuori moda invece è che le piante e gli animali dovrebbero essere sempre nostrani, poiché accade che quando varcano i loro confini naturali, invadendo un altro territorio, causano squilibri determinanti e incalcolabili e mandano in tilt l’equilibrio di un habitat. È il fenomeno degli alieni, che il nostro continente sta provando a limitare.

Le specie aliene in Europa Le specie aliene in Europa
 
Le specie aliene in Europa Le specie aliene in Europa
Le specie aliene in Europa
Una guerra europea
Ci sono circa 12 mila specie aliene nel nostro continente, arrivate al seguito di viaggiatori, commercianti o carichi di zavorra, per caso o per volontà di qualcuno, che ora stanno mettendo radici a casa nostra, ma non vengono riconosciute familiari dal nostro habitat. Queste varietà invadono il nostro ambiente, modificandone il delicato equilibrio, propagando patologie sconosciute alle specie native, rubandone risorse e cibo. Sono le piante e gli animali alloctoni ai quali l’Europa ha dichiarato guerra, con una serie di provvedimenti finalizzati a bloccarne la proliferazione e a proteggere la biodiversità del continente europeo.
La lista nera
La lista nera dell’Unione Europea comprende una cinquantina di specie estranee e minacciose per l’ambiente e per la biodiversità e l’intenzione di arginare questi scomodi alieni è forte: il Parlamento Europeo divulgherà infatti la blacklist e sta votando in questi giorni una serie di divieti in materia di trasporto, possesso, vendita e coltivazione di queste specie alloctone. Spulciando la lista ci sono varietà floreali e faunistiche, tutte appartenenti a specie invasive che proliferano dopo aver colonizzato nuovi habitat, con un impatto ambientale ed economico preoccupante.
Esempi di alieni
Sfogliando il rapporto dell’Environmental Audit Committee si possono trovare preziose linee guida per combattere il fenomeno e una definizione specifica delle varietà alloctone. C’è per esempio il gambero assassino o gambero rosso della Louisiana, specie onnivora e vorace arrivata dalle zone fluviali degli Usa e del Messico e ora intenta a divorare la fauna ittica autoctona, c’è il barracuda, alieno ricorrente nei nostri mari, ci sono le alghe non native e l’ailanto o albero del Paradiso, una pianta dalle foglie lunghe e lanceolate sempre più comune nei nostri boschi, dove si propaga lungo greti e scarpate, crescendo in maniera smisurata e infestando il territorio. Altri alieni minacciosi sono la fallopia japonica, un’erbacea perenne, estremamente invasiva e in forte espansione, varie specie di rododendro e la coccinella arlecchino, coleottero di origine asiatica pericoloso per la salute dell’uomo e dei vigneti introdotta per il controllo biologico dei parassiti, divenendo poi un invasore che compete con le specie di coccinelle indigene. Inoltre c’è lo scoiattolo grigio nordamericano, che si sta diffondendo a dismisura a scapito del suo parente nostrano. Ma la lista è ancora lunghissima e la prevenzione e il controllo di queste specie non sarà un gioco da ragazzi.
Le specie alloctone
Le specie alloctone, dette anche aliene, sono dunque organismi estranei all’ecosistema dentro al quale sono stati introdotti. Sono la causa di una nuova forma di inquinamento detto biologico i cui danni sono certi e gravi, anche se difficili da calcolare: le conseguenze dell’introduzione di specie provenienti da differenti ecosistemi sono imprevedibili infatti a causa dell’estrema complessità delle interazioni tra organismi e habitat. Un equilibrio labile e perfetto che, una volta incrinato, può avere ripercussioni a catena e per molto tempo. Senza contare i danni puramente economici di questi alieni, stimati intorno ai 12 miliardi all’anno. Essenziale per intraprendere questa battaglia è un’alleanza e una cooperazione tra Stati membri, poiché chiaramente gli alieni non rispettano i confini geografici. Ma per capire come combattere le specie alloctone bisogna anche capire come arrivano da noi, anche se è chiaro che la globalizzazione significa anche questo.

17 aprile 2014 | 17:12

Un cartello contro i lavoratori fra i big del digitale in America”

La Stampa
luigi grassia

Class action dei dipendenti di Apple, Google, Intel, Adobe e altre aziende. Richiesti 3 miliardi di dollari, gli esperti legali prevedono un patteggiamento


a.it
I giganti dell’economia digitale (da Google a Apple, da Intel a Adobe e altri) sono nel mirino dei giudici americani, con l’accusa di aver stipulato accordi illeciti fra loro per tenere bassi i salari dei lavoratori del settore. Sul «cartello» pesa una class action, cioè una causa collettiva il cui verdetto, se sfavorevole alle aziende, darà diritto a tutti i lavoratori interessati di ottenere un risarcimento. In gioco sono 3 miliardi di dollari e molti esperti legali indipendenti prevedono che le aziende cercheranno di evitare la sentenza proponendo un patteggiamento.

Sia chiaro: l’accusa non equivale a colpevolezza. Tutto va provato. Ma secondo i lavoratori che si sono rivolti al tribunale, il patto fra i big del settore avrebbe lasciato traccia in e-mail che ora sono state rese pubbliche dal sito Pando.com. Il cartello non sarebbe stato creato a freddo ma come una specie di patto di non aggressione costruito pezzo a pezzo. Secondo la ricostruzione di Bloomberg l’inizio di tutto potrebbe essere stata una e-mail del fondatore della Apple, Steve Jobs, che nel 2005 avrebbe chiamato il co-fondatore di Google, Sergel Brin, minacciandolo di scatenare una «guerra» se avesse assunto un certo numero di dipendenti Apple. A quel punto, Google avrebbe chiesto aiuto a Bill Campbell, uno dei direttori della Apple, per stringere il patto. Più tardi, però, un cacciatore di teste, sempre di Google venne licenziato, proprio per aver violato quell’accordo. 

Questi fatti andranno eventualmente accertati in tribunale, e poi decideranno i giudici se sono leciti o no. Ma il processo, il cui inizio è fissato al 24 maggio, potrebbe essere evitato da un accordo preventivo. 

Boom di esorcisti in Italia: «Ne sono 250, le richieste sono in aumento»

La Stampa


Sono 250 i sacerdoti esorcisti ufficialmente presenti in Italia. E la cifra è in ascesa, stando anche alla testimonianza di Giuseppe Ferrari, direttore del Gris (Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa), che sottolinea come siano «in crescente aumento» le richieste da parte dei vescovi di nominare nuovi esorcisti.
 a.it
L'attenzione al mondo in lotta con il maligno è così alta che l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, da diversi anni a questa parte, organizza dei corsi per esorcisti. Aperti a sacerdoti e laici, i corsi, come registra il direttore del Gris, fanno breccia anche tra gli economisti. «La maggior parte delle adesioni - racconta Ferrari - sono da riferire ai sacerdoti che la richiedono per la loro preparazione ma abbiamo registrato anche l'attenzione da parte di economisti. Un interesse di natura pastorale ma legato anche, in alcuni casi, a chi fa attività di volontariato». Anche quest'anno, dunque, a partire dal 5 maggio, ripartiranno i corsi di esorcismo organizzati dall'Istituto Sacerdos del Regina Apostolorum in collaborazione con il Gruppo di ricerca e informazione socio religiosa di Bologna, al termine dei quali sarà rilasciato un attestato che servirà per i futuri esorcisti.

lunedì 21 aprile 2014 - 18:47   Ultimo agg.: 18:48

Vivo con un assegno da 230 euro al mese, per sopravvivere mangio una volta al giorno»

Il Mattino
di Sauro Ciarapica


a.it
SAN GINESIO - Vive con un assegno sociale di 230 euro al mese. Con un avviso di sfratto che gli pende sulla testa, con le bollette che non riesce a pagare e con un conto della spesa da saldare con un supermercato. E' la storia di Rino Cellini, pensionato di 65 anni che vice a San Ginesio, dove si è trasferito circa un anno fa. «Nella vita ho fatto il muratore - inizia a raccontare Rino - e a luglio dello scorso anno, a 65 anni compiuti, sono andato in pensione. Ma all'Inps mi hanno detto che, a causa delle ultime riforme pensionistiche, non potevo percepire la mia mensilità prima di aver compiuto 66 anni e tre mesi. Devo quindi aspettare il prossimo mese di novembre: in quella dato avrò circa 500 euro. Così, dal luglio scorso, mi è stato riconosciuto un assegno sociale di 230 euro al mese. Viene versato a chi non ha reddito. Per me, come penso per chiunque, è impossibile vivere con questa cifra».

Rino Cellini, che non è sposato e non ha figli, è originario di Foligno. Prima di andare in pensione, viveva a Porto Sant'Elpidio e aveva trovato un'occupazione in una casa di cura privata. Poi si è trasferito a San Ginesio, dove ha trovato una casa in affitto a poco prezzo. Poi è arrivata la mazzata della pensione e le cose si sono aggravate. La lista degli impegni a cui non riesce a far fronte è lunga e ogni mese il conto aumenta. «Dopo i primi mesi - continua nel suo racconto - sono iniziate le difficoltà. Da settembre del 2013 non riesco più a pagare l'affitto. Ho accumulato un debito con il proprietario di 1.200 euro fino ad ora.

Il proprietario, che ha capito la mia situazione, mi ha inviato un preavviso di sfratto. Ma anche lui vuole essere pagato. Se mi manda via, dove vado a dormire?» Ci sono poi le bollette: acqua, luce e metano. In tutto, circa 600 euro. «All'acqua e alla luce - spiega Cellini - forse riesco a far fronte, ma il conto del metano è di 460 euro. Mi è stata concessa la rateizzazione, ma se pago la rata di 150 euro, come sopravvivo poi?» C'è anche il buon cuore del titolare di un supermercato, che gli concede di fare la spesa. Il conto, però, è arrivato a circa 400 euro. «Ogni tanto la spesa la pago, ogni tanto il titolare la mette in conto. Dai servizi sociali non arrivano più neanche i pacchi alimentari. Non mi vergogno a dirlo: spesso mangio una volta al giorno, anche per poter far sopravvivere il mio cane», dice Rino con voce commossa.

Ma non è finita qui. Poco dopo essere arrivato a San Ginesio, si è rotta anche l'auto, che ora è ferma da un meccanico a Passo San Ginesio. «Con il mezzo mi potevo spostare e fare anche qualche lavoretto per racimolare qualche decina di euro e andare avanti. Ma ora non riesco ad aggiustarla. Chiedo un aiuto, anche delle istituzioni, che finora hanno solo fatto tante promesse. Cosa devo fare, vendere un rene?».

lunedì 21 aprile 2014 - 16:27   Ultimo agg.: 16:28

Nokia M510, il tablet del 2001

Corriere della sera
di Alessio Lana

Nokia aveva fatto un tablet 9 anni prima dell’iPad


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Apple pronta a vendere musica in alta risoluzione

Corriere della sera


itunes
Se il mondo della musica fosse un cane, l’high end audio sarebbe la coda del cane. E’ una metafora che ritorna spesso nelle riviste di settore. Ma che, presto, potrebbe essere smentita. Alcuni segnali infatti sembrano andare nella direzione opposta. L’ultimo arriva da Apple. Secondo numerose indiscrezioni infatti il 2 giugno prossimo, nel corso della Worldwide Developers Conference, annuale conferenza per sviluppatori, la casa di Cupertino dovrebbe annunciare che comincerà a vendere su iTunes file audio in alta risoluzione, fino a 24 bit 192 khz.

SVILUPPO – Quello di Apple sarebbe un passo avanti fondamentale per lo sviluppo della musica digitale. Renderebbe infatti accessibile al grande pubblico un livello di qualità sonora che finora veniva diffuso solo da realtà decisamente meno note. Costituendo, forse, quella spinta decisiva per scorporare la musica dall’oggetto fisico usato per riprodurla (cd, Lp, sacd, blu-ray ecc…), che rimarrà territorio di una nicchia di appassionati.Il paradosso è che da anni Apple aveva acquisito i diritti sui brani e la loro disponibilità in alta risoluzione, ma che aveva deciso di non metterli in vendita forse ritenendo il consumatore per lo più non in grado di capire (soprattutto in termini di prezzo) la necessità di spendere di più per ottenere lo stesso brano.

Il passo avanti di Apple potrebbe essere una spinta per ottenere un ulteriore incremento delle vendite dei nuovi device della casa di Cupertino (dall’iPhone 6 in avanti) visto che quelli attuali non sono in grado di gestire file musicali in alta risoluzione al di sopra dei 48 Khz.La scelta di Cupertino in realtà, avrebbe infatti, secondo indiscrezioni, motivazioni dettate soprattutto da fattori economici, con il fatturato del settore musica in calo di circa il 15% nei primi mesi dell’anno per l’affermarsi dei servizi di streaming che iTunes radio non sembra in grado di contrastare quanto si vorrebbe. Il passo avanti di Apple potrebbe essere quindi da un lato la possibilità di offrire un servizio che, finora, nessun colosso del web rende disponibile, dall’altro una spinta per ottenere un ulteriore incremento delle vendite dei nuovi device della casa di Cupertino (dall’iPhone 6 in avanti) visto che quelli attuali non sono in grado di gestire file musicali in alta risoluzione al di sopra dei 24 bit 48 Khz.

STREAMING – Ma proprio il passaggio che sta avvenendo dall’acquisto di singoli brani musicali all’abbonamento per ascoltare tutti i brani che si vuole che dovrebbe indurre ad una riflessione anche il mondo della tecnologia. Se la musica in file è stato il fattore trainante dell’affermarsi di intere schiere di prodotti (basti pensare ai lettori mp3) quella in streaming trova il suo punto di forza nella possibilità di sfruttare le connessioni senza fili (bluetooth, wi-fi). Che però al momento trovano una limitazione proprio nello sbarramento  introdotto in tanti congegni di uso comune (telefonini, tablet ecc…) che non permette di riprodurre musica ad altissima risoluzione.Limitazione che se per il bluetooth è in gran parte strutturale, non è così per il wi-fi. Che però è invece limitato dall’utilizzo che viene fatto dei formati proprietari. La decisione di Apple unita alla creazione di un protocollo wi-fi simile ad Airplay da parte di Google di cui si parla da tempo, potrebbe però cambiare la situazione. Con un Airplay che funzionerebbe al massimo delle possibilità (garantendo la trasmissione  di file audio in alta risoluzione)  all’interno del mondo Apple. E un equivalente sul versante Android. In modo da garantire in futuro il salto di qualità anche del mondo dello streaming. Di cui potrebbero beneficiare in molti. A cominciare dagli utenti.

Porta Pia, scoperta la collina da dove partì il "fuoco" che aprì la breccia

Il Messaggero
di Laura Larcan

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La memoria della Breccia di Porta Pia si arricchisce di un nuovo luogo romano. E il bello è che fino ad oggi era legato solo all’aura di una tradizione orale, tramandata di generazione in generazione. Fatta di nonni che raccontavano ai nipoti portati per mano: «La vedi questa collinetta di bosco secolare nel nostro cortile? Quando nel 1926 fu costruito il palazzo, venne circondata, salvata e rispettata dalle ruspe, perché era il luogo dove era stata piazzata la batteria di artiglieria che aveva aperto la breccia di Porta Pia nella battaglia del 20 settembre 1870».

Racconti, però, che oggi trovano piena conferma attraverso i documenti storici e una verifica certosina sulla cartografia. C’è molto più di una «leggenda» sentimentale, dunque, in quella collinetta boscosa chiusa all’interno del cortile definito dal palazzo su via Nomentana, via Cagliari, via Alessandria e via Reggio Emilia. Da qui, all’alba di quel 20 settembre risorgimentale, spararono i cannoni contro le Mura Aureliane su ordine del generale Cadorna. Dal “pincetto” nella vigna Capizzucchi, tra Porta Pia e Porta Salaria - come raccontano le cronache dell’epoca - un rialzo del terreno a poca distanza dall’obiettivo.

LA RICOSTRUZIONE 

Ora i residenti del palazzo che circonda il cortile con il ”pincetto” (soprattutto quelli del condominio con ingresso da via Cagliari) hanno lanciato una petizione per chiedere al Comune che sia riconosciuta la valenza storica del luogo, con l’apposizione di una targa commemorativa in ricordo dei fatti, e l’inserimento di quel luogo nelle prossime celebrazioni della Breccia di Porta Pia in programma a settembre. A farsi portavoce della vicenda sono i ricercatori del sito bunker di Roma (www.bunkerdiroma.it) che hanno effettuato le prime verifiche sui fatti. «La localizzazione del ”pincetto” trova pieno riscontro sulla cartografia delle indicazioni contenute nei documenti storici dove si parla di un rialzo del terreno con terrapieno posto a circa 500 metri dalle Mura Aureliane», dice il ricercatore Lorenzo Grassi che aggiunge: «La localizzazione della collina è coerente anche con l’episodio dei primi scontri a fuoco con il vicino avamposto delle truppe pontificie asserragliate a Villa Patrizi, l’edificio all’esterno di Porta Pia inizio Nomentana, poi demolito per la costruzione dell’attuale sede del ministero dei Trasporti».

Fu proprio da questo avamposto che partì (ore 5.10) una scarica di fucileria che fulminò il caporale Michele Plazzoli (prima vittima della giornata) mentre stava puntando verso le Mura il cannone a lui assegnato. «Dal punto di vista bellico la postazione della collinetta era ben rialzata e in perfetta linea con la parte più debole delle Mura Aureliane», osserva Grassi. Ma secondo la tradizione orale dei residenti, la collinetta fu scelta anche perché nelle vicine tenute degli aristocratici vi era stata diffidenza nel far piazzare i cannoni, per non parteggiare apertamente contro il Papa. Poi, l’attacco avrebbe preso di mira la vicina Villa Bonaparte, lanciando un segnale ben preciso ai francesi. I segni della battaglia sono ancora presenti sulle Mura Aureliane. In particolare, nel tratto di fronte a via Po e a via di Santa Teresa è ben visibile incastonata su un torrione una palla d’epoca perfettamente conservata.

Maalula, l'enclave dove si parla ancora l'aramaico, tesoro devastato dalla guerra

Il Messaggero
di Fabio Isman


Un’altra perla dell’umanità sventrata e vilipesa; ancora civili inermi uccisi, e sottoposti a terribili atrocità, soltanto e causa delle differenze religiose;
 

a.it
eccezionali monasteri stuprati dalla guerra. Accade di nuovo in Siria, in un’incredibile, piccolissima “enclave”, l’unica al mondo in cui si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù. A Maalula, 55 chilometri a nord est di Damasco: pochi giorni fa, è stata riconquistata dalle truppe di Bashar al-Assad, dopo essere stata a lungo occupata dai rivoltosi. Qui, il 3 dicembre, erano state rapite 14 suore, liberate dopo circa tre mesi. E le notizie che arrivano, sono terrificanti.

«Le guerre sono sempre terribili», dice Paolo Matthiae che ha scoperto l’antichissima Ebla, dove ha scavato dal 1964 al 2010 (dopo, è diventato impossibile per la guerra civile); «ma in questo caso, se possibile, è ancora peggio: vi è un danneggiamento intenzionale di opere d’inestimabili valore e significato, soltanto per odio di religione, di cultura e fede. Un po’ come accadde a Bamiyan, in Afghanistan, dove, nel 2001, furono distrutte le due gigantesche sculture che immortalavano Buddha».

La Radio vaticana ha intervistato una monaca, suor Raghida, attualmente a Parigi; racconta che gli Jihadisti impongono l’abiura ai civili: «A Maalula, uno che si è rifiutato, è stato crocefisso; dicono: morirete come il vostro maestro. In un altro luogo, hanno giocato al pallone con le teste di quelli che avevano ucciso». C’è in rete una foto terribile, che si ignora a quale data esattamente risalga: una donna uccisa, con un crocifisso conficcato in bocca. E Matthiae aggiunge: «Questo, in un Paese dove, finora, la pluralità religiosa era stata sempre osservata. In più, i gravi danni ai monasteri».

LE RELIQUIE
Maalula è in una gola, non lontana dalla strada che lega la capitale ad Aleppo: una regione essenziale per interrompere i rifornimenti dei rivoltosi, e che i governativi, poco a poco, stanno riconquistando. La città, abitata prima della guerra da cinquemila abitanti, è famosa per due monasteri: Mar Sarkis e Mar Takla, votati a San Sergio e Santa Tecla, di cui la cripta conserva anche le reliquie. Mar Sarkis, di fine V secolo, è dedicato a Sergio e Bacco, militari romani martirizzati per la loro fede da Galerio; è subito sotto l’albergo Al Safir, dove i rivoltosi avevano posto il loro quartiere generale, ormai interamente distrutto dai tanti combattimenti e bombardamenti.

L’ALTARE ROTONDO «Il pavimento del monastero è stato trovato cosparso di oggetti religiosi; le immagini e le reliquie hanno subito gravi danni; sono sparite le icone che erano in sacrestia, con la campana e con la croce già sulla sommità, almeno secondo le notizie diffuse finora», racconta ancora l’archeologo. Il luogo era amministrato da una comunità greo-melchita, e Maalula, in aramaico, significa “l’entrata”: quella alla gola tra i monti in cui il villaggio si trova. Il santuario possiede ancora un altare rotondo, che fu “riformato”, e vietato, dal Concilio di Nicea, del 325: significa che è ancora precedente ad esso.

L’ACQUA MIRACOLOSA
Greca-ortodossa è invece Santa Tecla. E, al contrario del precedente monastero, non si trova su un’altura, ma in una gola, quasi come inserita in una grotta: assai suggestivo. Qui si venera anche un’acqua “miracolosa”, che gocciola dal soffitto: avrebbe dissetato la santa, permettendole di vivere. Tecla era una vergine di Iconio, discepola di San Paolo, salva per due volte dalla morte violenta (prima dal rogo, poi perché data in pasto alle belve); era detta la protomartire delle donne, e a lei, figlia di un principe seleucida, era dedicata la chiesa su cui è poi sorto il Duomo di Milano. A Maalula, la cripta ne conserva le reliquie, che non si sa nemmeno se ci siano ancora. Anche per la lingua che si parla nel piccolo centro rupestre, Maalula è sempre stata considerata come il simbolo della presenza cristiana nella regione. «Per questo, e non solo a causa dei combattimenti, qui si sono scatenati infiniti vandalismi», conclude Matthiae.

L’APPELLO
Mesi fa, con Francesco Rutelli, l’archeologo aveva lanciato un forte appello e un’iniziativa internazionale proprio a difesa delle antichità siriane in pericolo. E il mondo sembra quasi insensibile a tante devastazioni in un Paese, che è «un bacino archeologico tra i più importanti al mondo» (Matthiae), da cui «proviene il modello delle città che oggi noi abitiamo», spiega Michel Gras, già direttore dell’Écôle Française: un’autentica culla della civiltà, proprio come la devastata Maalula costituisce incredibile testimonianza della sua millenaria evoluzione.

Cravatta, ecco come sceglierla, e portarla. In 10 mosse

Corriere della sera
di gianni cerutti

Regole e istinto. Nella scelta contano entrambi. Le dritte del nostro esperto per destreggiarsi tra i consigli di un commesso e il proprio gusto personale



Nodi, lunghezza, colore: le regole della cravatta


La scelta finale lasciatela al vostro istinto. Non fate calcoli né tanto meno studiate i possibili abbinamenti. Agite d’impulso, deve essere una questione di decimi di secondo. Solo così sarete in grado di possedere la cravatta che davvero piace a voi, altrimenti il rischio è dare spazio alla moglie, all’amico o al commesso.

Protesta di Piazza Tienanmen: 25 anni fa iniziava la rivolta degli studenti cinesi

La Stampa

Esattamente 25 anni fa, il 22 aprile 1989, scoccò la scintilla che avrebbe acceso la rivolta di piazza Tien An Men, in Cina. A provocare il primo accenno di protesta fu il funerale del «riformista» Hu Yaobang, una delle menti più aperte e liberali della leadership cinese dell'epoca, sostanzialmente epurato per le sue posizioni.

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La notizia della sua morte, il 15 aprile del 1989, aveva creato un'enorme emozione tra gli studenti cinesi e tra quanti, in un Paese che già da un decennio aveva iniziato a seguire l'esortazione di Deng Xiaoping, «arricchitevi!», oltre alla (parziale) libertà economica avevano a cuore anche quella politica. Hu, ex delfino di Mao, esponente illuminato del Partito comunista, del quale era stato segretario generale, caduto in disgrazia più volte per le sue aperture riformiste, incarnava l'ideale di leader moderno, che avrebbe potuto imprimere un passo nuovo all'impetuoso sviluppo della Cina. Quanti volevano ricordarlo iniziarono la sera stessa della sua morte a radunarsi in Piazza Tienanmen, a Pechino.

Non c'erano telefoni cellulari allora, non c'erano i social media e non c'era Weibo, il mix cinese tra Facebook e Twitter, che oggi le autorità comuniste tentano di tenere rigidamente sotto controllo, senza riuscirci del tutto. Si faceva affidamento sul passa parola. I manifestanti chiedevano al Partito di assumere una posizione ufficiale nei confronti di Hu, che già tre anni prima, nel 1986, aveva sostenuto le proteste degli studenti, pagando il prezzo dell'emarginazione politica. Tra il 18 e il 21 aprile, i numeri della protesta crescono. La folla comincia a riempire le strade di Pechino, mentre altre manifestazioni si diffondono in altre città del Paese. Non ci sono solo studenti, ma anche lavoratori e iscritti al Partito. Nei loro slogan si chiedono libertà e democrazia e la fine dell «dittatura» comunista. C'è anche chi, al fianco di parole d'ordine più nobili, chiede semplicemente salari migliori, meno inflazione, alloggi pubblici.

L'accelerazione avviene il 22 aprile, giorno dei funerali di Hu. Decine di migliaia di studenti si radunano davanti alla Grande Sala del Popolo, in piazza Tienanmen, nonostante le autorità abbiano messo in guardia i manifestanti dal rischio di severe punizioni. La sfida è ormai aperta e ha inizio il braccio di ferro che poi, nelle settimane successive, porterà alla violenta repressione comunista. Gli studenti chiedono di incontrare il primo ministro Li Peng e per tutta risposta ottengono un rifiuto e la censura totale dei media di regime. La risposta degli studenti sarà altrettanto netta, con la proclamazione di uno sciopero generale all'Università di Pechino. All'interno della leadership comunista cinese, non c'è unità di vedute. Il segretario generale del Partito, Zhao Ziyang, sembra disponibile a una qualche forma di dialogo con gli studenti, per scongiurare il rischio di violenze dall'esito imprevedibile.

Li Peng, animato da una paranoia di stampo sovietico, in un anno in cui l'impero di Mosca si appresta a vacillare e crollare, è convinto che la protesta sia manipolata dall'esterno. Per questo, la reazione non può che essere dura. Li Peng porta dalla sua parte Deng Xiaoping. L'anziano leader, che non ha più cariche ufficiali (a parte quella di presidnte della potente Commissione militare del Partito), rimane il personaggio politico più influente della Cina. Per questo, l'editoriale a sua firma che viene pubblicato il 26 aprile sul Quotidiano del Popolo, con il titolo «La necessità di una posizione netta nei confronti dei disordini», viene interpretato come un atto di guerra dagli studenti che, il giorno seguente, il 27 aprile, scendono ancora in massa nelle strade di Pechino. Chiedono che Deng ritratti le sue parole.

Una nuova manifestazione viene convocata per il 4 maggio. Gli studenti non ci stanno a farsi bollare come «controrivoluzionari» e marionette nelle mani delle potenze straniere. La data è simbolica, perché coincide con l'anniversario del Movimento del 4 Maggio 1919, con il quale settanta anni prima gli studenti cinesi avevano lanciato il loro manifesto anti-imperialista. Decine di migliaia di studenti inscenano a Pechino e in altre città la più vasta manifestazione di protesta mai vista in Cina dai giorni della presa del potere da parte dei comunisti, 40 anni prima. In centomila marciano per le strade della sola capitale cinese. Zhao Ziyang tenta ancora di raffreddare gli animi e a un meeting con un gruppo di banchieri asiatici, si dice convinto che la protesta sfumerà con il passare dei giorni.

A Pechino, intanto, per il 15 maggio è attesa la visita del presidente sovietico Michail Gorbachev. Il primo incontro al vertice tra le due potenze comuniste nell'arco di 30 anni, che dovrebbe mettere fine a decenni di ostilità politico-diplomatiche tra Mosca e Pechino. Gorbachev è per gli studenti cinesi un simbolo di apertura e rinnovamento, proprio quello che viene chiesto alla leadership cinese. Due giorni prima dell'arrivo del presidente sovietico, il 13 maggio, qualche migliaio di studenti si insedia a Piazza Tienanmen e proclama uno sciopero della fame a oltranza. Le parole d'ordine si fanno più radicali. Non solo riforme e libertà, ma vengono anche lanciate accuse di corruzione contro il Partito comunista e il tentativo restauratore di Deng Xiaoping e Li Peng.La piazza più importante di Pechino e di tutta la Cina, invasa da migliaia di manifestanti, diventa impraticabile per la prevista cerimonia di accoglienza a Gorbachev. Le autorità cinesi sono costrette a un imbarazzante cambio di programma.

La notte del 19 maggio, di fronte allo stallo e all'impossibilità di mettere fine alla protesta, l'ala dura del Partito comunista, guidata in maniera non ufficiale da Deng, decide di promulgare la legge marziale. Zhao Ziyang, rimasto favorevole alla linea del dialogo, fa un ultimo tentativo disperato e la mattina del 20 maggio, a Piazza Tienanmen, di fronte agli studenti in sciopero della fame e a migliaia di loro compagni, pronuncia le famose parole: «Sudenti, siamo arrivati troppo tardi. Ci dispiace». Sarà uno dei suoi ultimi atti politici. Le truppe militari cominciano a muovere verso il centro di Pechino. Molti civili tentano di fermarne l'avanzata, piazzando barricate per le strade. I soldati hanno ancora l'ordine di non aprire il fuoco sulla folla. Nei giorni seguenti, gli eventi subiscono una rapida e violenta accelerazione. Il 2 giugno il Partito comunista decide di mettere fine con la forza alla «rivolta controrivoluzionaria». Il 3 giugno, i militari avanzano con decisione verso la Piazza Tienanmen.

È sera quando l'esercito forza i blocchi stradali e inizia ad aprire il fuoco contro i civili. Il 4 giugno la Piazza è stata sgombrata, al prezzo di un bagno di sangue mai visto prima di allora nella Cina comunista. Il governo saluta l'intervento dell'esercito come una grande vittoria. I cinesi che hanno accesso alle notizie non controllate dal regime o che possono con i propri occhi vedere quanto è accaduto, e con loro il resto del mondo, sono sotto shock. Il 5 giugno, quando tutto sembra compiuto, c'è ancora spazio per un ultimo, straordinario gesto di ribellione pacifica. Un rivoltoso sconosciuto, divenuto famoso in tutto il mondo come l'"uomo del carro armato", viene filmato e fotografato mentre da solo si erge davanti a una colonna di carri cinesi che lungo la Chang'an Avenue si muove verso Piazza Tienanmen. Quell'immagine diviene il simbolo della rivolta. Non si saprà mai il suo nome, né si avranno mai cifre ufficiali sulle vittime della repressione. Molti anni dopo, nell'aprile 2010, Hu Yaobang sarà formalmente riabilitato.


Lunedì 21 Aprile 2014 - 16:03
Ultimo aggiornamento: 16:04

Se nei pub inglesi si beve birra italiana

Cristina Bassi - Lun, 21/04/2014 - 15:20

Non solo: se si confrontano le importazioni con le esportazioni, vendiamo più vino ai francesi di quanto ne compriamo, più tabacco ai turchi e più patate ai tedeschi

 

È un po' come il vecchio "vendere ghiaccioli agli eschimesi". L'Italia esporta birra nel Regno Unito più di quanta ne importi e nella bilancia commerciale le esportazioni superano le importazioni per molti altri prodotti e Paesi cui sono associati dall'immaginario collettivo.

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Vale per il nostro vino che piace ai francesi, il tabacco fumato persino dai turchi e le patate mangiate dai tedeschi. Non solo: vendiamo coltellini agli svizzeri più di quanto loro non facciano con noi, ruote e sellini per biciclette agli olandesi, mobili alla Svezia.

In un pub di Londra quindi è molto probabile bere una birra importata dall'Italia. Una ricerca dell'Ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza infatti ha preso in considerazione l'interscambio commerciale tra Paesi e ha stabilito che spesso le esportazioni del Made in Italy superano il valore delle merci importate. Proprio nel caso di prodotti simbolo come la birra in Inghilterra. L'Italia esporta nel Regno Unito birra per oltre 40 milioni di euro, contro i circa 23 milioni della stessa merce importata. La differenza a favore dell'export in Gran Bretagna vale anche per tè e caffè.

Pure i famosi coltellini svizzeri subiscono la concorrenza nostrana: l'Italia esporta in Svizzera coltelli per quasi 3 milioni di euro, dieci volte in più di quanto importa. Così le esportazioni di mobili italiani superano i prodotti di arredamento importati dalla Svezia (il rapporto è dell'1,82% in più), mentre i tedeschi amano le nostre patate (ne comprano da noi l'1,07% in più di quelle che ci vendono) e il duello tra Francia e Italia in fatto di vini finisce a nostro favore, se si considerano le esportazioni. I francesi non solo comprano le nostre etichette, ma anche le uve: ammonta a 97 milioni di euro il valore delle esportazioni dei nostri vini da tavola oltralpe (si fermano a 31 milioni le importazioni) e a più di 100 milioni l'export dell'uva italiana (contro i 2 milioni importati, il rapporto è del 48,8% in meno).

Chi fuma in Turchia è probabile che lo faccia con tabacco lavorato in Italia: l'export italiano verso la Turchia supera di tre volte il valore delle importazioni. Ad Amsterdam si gira in bici con selle e accessori made in Italy: 22 milioni di euro l'export di accessori per le due ruote verso i Paesi Bassi. Lo stesso per gli alcolici distillati venduti alla Russia (più 12,68% rispetto all'import), le pellicce spedite sempre nell'ex Unione Sovietica (più 111, 37%) e gli ombrelli forniti sempre agli inglesi (più 8,03%). La Camera di commercio di Monza e Brianza assiste le aziende nell'internazionalizzazione. "Rappresentiamo la porta d'ingresso delle imprese verso i mercati internazionali - spiega Carlo Edoardo Valli presidente dell'ente -. Dobbiamo dunque potenziare tutte quelle attività che sono in grado di rafforzare e consolidare i rapporti commerciali delle nostre aziende con l'estero". Un modo per affrontare la crisi e tornare a crescere.