lunedì 28 aprile 2014

Kyenge, è giallo sullo scatto con Wojtyla: è un fotomontaggio?

Ivan Francese - Lun, 28/04/2014 - 16:28

La rete si scaglia contro la foto postata sui social dall'ex ministro: "Quell'immagine è un falso"


È giallo sulla foto di Cécile Kyenge con Giovanni Paolo II. Ieri, mentre Papa Francesco canonizzava San Giovanni Paolo II, l'ex ministro dell'Integrazione pubblicava sui propri profili Facebook e Twitter un'immagine che la ritraeva insieme a Karol Wojtyla.

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La folla dei fan dell'ex ministro, però, ha risposto con scetticismo, accusando la Kyenge di aver postato un fotomontaggio. "Il Papa con tre mani. Se dico che è un fotomontaggio passo per razzista?", scrive caustico Matteo, mentre Roberto ironizza sull'appannaggio da ministro dell'ex titolare dell'Integrazione: "Con i soldi guadagnati avresti dovuto prendere un grafico più abile con Photoshop..."
Molti gli inviti a vergognarsi, mentre tra chi parla di fotomontaggio "grossolano ed evidente" qualcuno commenta semplicemente "che amarezza".

Alcuni ipotizzano che l'ipotetico fotomontaggio potrebbe servire a guadagnare i voti cattolici, mentre altri puntano il dito contro le "tre mani di Wojtyla" e le figure delle donne "chiaramente incollate".
Per ora la Kyenge non ha risposto a queste accuse, ma nel frattempo la rabbia degli internauti continua a montare.

Le vergogne di Scalfari

Alessandro Sallusti - Lun, 28/04/2014 - 14:27

Firmò la condanna a morte di Calabresi, si fece eleggere per evitare il carcere e quando Repubblica fu salvata...

Eugenio Scalfari, fondatore di La Repubblica, nei giorni scorsi ha festeggiato il novantesimo compleanno, una età alla quale a un uomo è quasi tutto permesso.
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Ma è anche una età nella quale la memoria tradisce. Se alla carenza di fosforo si aggiunge poi una cronica overdose di malafede, ecco che il pensiero diventa falso e l'uomo ridicolo. Ieri, sul suo giornale, Scalfari ha scritto «di provare vergogna per il mio Paese e per me che ne faccio parte» per la mitezza con cui è stata applicata la condanna di un anno per una presunta evasione fiscale a Silvio Berlusconi: «È grave -, scrive Scalfari - che l'uomo possa andare in televisione, alla radio o in qualunque altro luogo a occuparsi di politica in piena libertà».

Detto che Berlusconi, primo contribuente italiano, si è sempre proclamato innocente. Detto che il processo in questione, e tutto ciò che ne è seguito, è un concentrato di anomalie, forzature e illegalità. E detto che la legge prevede che qualunque condannato ai servizi sociali può tranquillamente continuare a svolgere il proprio lavoro (quello di Berlusconi è appunto fare politica), vorrei rinfrescare la mente a Scalfari su tre questioni.

La prima: provo vergogna per il mio Paese e per me che ne faccio parte che Scalfari non abbia mai pagato dazio per essere stato tra i primi firmatari del manifesto-condanna a morte che ha portato all'assassinio del commissario Calabresi. La seconda: provo vergogna per il mio Paese e per me che ne faccio parte che il condannato Eugenio Scalfari (15 mesi di prigione erogati nel 1968 per i falsi dell'inchiesta su un falso tentativo di colpo di Stato) per evitare il gabbio elemosinò alla casta della politica l'immunità parlamentare facendosi eleggere alla Camera nelle liste del Psi (a quei tempi funzionava così, caro il mio direttore).

La terza questione è più delicata e la meno conosciuta: Scalfari sa bene che deve proprio alla generosità e alla correttezza di Silvio Berlusconi se nulla è mai trapelato, dai tempi della trattativa Mondadori-Espresso, su fatti e accordi privati che quelli sì potrebbero gettare disonore e vergogna non sul Paese ma su di lui, poco irreprensibile moralizzatore (non) da quattro soldi. Anche Scalfari dovrebbe sapere che a novant'anni si può molto, ma non proprio tutto. Soprattutto alla fine di una vita da camaleonte come la sua.

Addio a Eldo, 54 anni in manicomio: Cristicchi gli dedicò la canzone «Ti regalerò una rosa»

Il Mattino


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«Giovanni Alina è il nuovo protagonista della mia canzone, insieme con l'Antonio che diventa libero col suo primo e ultimo volo. Antonio afferma la sua vita chiudendola, Giovanni - da tutti conosciuto come Eldo - gioca a carte e guarda il mondo come può guardarlo chi non l'ha mai visto, chi ha vissuto dentro». E' un brano della lettera che Simone Cristicchi, fresco di vittoria al festival di Sanremo del 2007 con la canzone "Ti regalerò una rosa", sofferto racconto ai reclsui nei manicomi d'Italia, aveva scritto idealmente a Eldo e pubblicata dal Mattino. Giovanni Alina detto "Eldo" aveva trascorso 54 anni in manicomio per avere lanciato sassi contro i passanti. Cristicchi aveva conosciuto la sua storia. L'aveva vista tragicamente uguale alle tante conosciute girando per manicomi.

Giovanni Alina è morto ieri a 93 anni a Olevano sul Tusciano, il paese che lo aveva accolto dopo le dimissioni dall'ospedale psichiatrico. Festa grande al suo arrivo, poi era diventato parte di quella comunità. Voluto bene da tutti, volendo egli bene a tutti. Vita normale dopo anni di inferno. L'allora sindaco di Olevano, Adriano Ciancio, aveva invitato sempre attraverso le colonne del Mattino, Cristicchi a Olevano per incontrare Eldo. Il cantuatore avrebbe voluto ma gli impegni di lavoro gli impedirono di recarsi nel piccolo paese.

«Vorrei incontrare Eldo - scrisse Cristicchi nella sua lettera pubblicata dal nostro giornale - quest'uomo rinato, ricostruire il suo viaggio nei manicomi, chiedergli se anche lui ha scritto lettere come quelle che mi hanno dato spunto per una canzone,comequella di Sanremo, un libro, un documentario, uno spettacolo. Ma la sua vita non è uno spettacolo, e ho pudore a pensare di portare in scena le sue sofferenze, come quelle di tanti altri uomini, così diversì, così normali. La rosa della mia canzone è dedicata a lui».

lunedì 28 aprile 2014 - 10:51   Ultimo agg.: 10:52

Colonnello a processo per mobbing contro maresciallo: «Insulti e minacce a un sottoposto»

Il Messaggero
di Michele Galvani



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​Ufficiale sì, ma tutt’altro che gentiluomo. Accusato dei reati di «ingiuria e minaccia a un inferiore continuate e aggravate», «nonché di diffamazione continuata e pluriaggravata», un colonnello dell’Aeronautica militare viene portato in tribunale da un maresciallo. Un caso di mobbing. Rarissimo nell’ambiente militare, dove per tradizione vengono considerati normali il nonnismo e l’abuso di autorità. Ma qui, in attesa di giudizio (l’udienza si terrà il 13 maggio presso la Corte militare di Appello di Roma), si è andati ben oltre. Il maresciallo Bruno Marrocco è stato congedato con la diagnosi di «grave depressione e disturbo dell’umore» per aver subìto a lungo minacce pesanti come «basta mi hai rotto i c...» oppure «ti rovino» come si legge negli atti giudiziari firmati dal sostituto procuratore militare di Roma Antonella Masala. L’ufficiale sotto accusa si difende: «Il maresciallo non aveva un comportamento consono e dava segni di stress psico-fisico».

L’AMERICA
Teatro della contesa è la base militare italiana di Sheppard, in Taxas: qui prestano servizio il colonnello G.P. e il maresciallo Bruno Marrocco. I fatti risalgono alla fine del 2009. Secondo il pm il colonnello «con più condotte esecutive di un medesimo disegno criminoso, offendeva prestigio, onore e dignità dell’inferiore in grado Marrocco Bruno». La reazione sarebbe dovuta alla richiesta del maresciallo di essere ricevuto a rapporto. Dal canto suo l’ufficiale comunica «a più autorità militari in Patria e negli Usa» i motivi della sua reazione: «Egli è stato oggetto di un richiamo per comportamento non consono, sia sotto il profilo disciplinare che per quello etico, avendo articolato con tono di voce aggressivo bestemmie che sono state udite anche dai colleghi, millantando un suo stato di salute precario». In più «sventolava in maniera plateale certificati medici peraltro mai ufficialmente consegnati al momento della contestazione». Il percorso per arrivare all’udienza è stato lungo e tortuoso. Prima la richiesta di rinvio a giudizio del pm Antonella Masala, poi la richiesta di non luogo a procedere formulata per ben tre volte, in distinte fasi del procedimento dal pm di udienza, per «difetto di condizione di procedibilità e perché il fatto non costituisce reato».

LE TAPPE
All’esito del dibattimento di primo grado conclusosi con l’assoluzione dell’imputato con la formula perché il fatto non sussiste, il Procuratore Capo della Procura Militare di Roma Marco De Paolis e il suo sostituto Antonella Masala, unitamente alla parte civile, difesa dall’avvocato Massimiliano Strampelli, appellavano la sentenza di proscioglimento non condividendo le conclusioni del pm di udienza. Insomma, una questione così delicata da far spaccare la Procura. La Procura militare nell’impugnare la sentenza di assoluzione ritiene «del tutto attendibile la deposizione di Marrocco: l’imputato proferiva al predetto Marrocco espressioni offensive». E scrive di una «confusa versione fornita dallo stesso G.P. il quale pare piuttosto stravolgere gli eventi». De Paolis chiede alla corte militare d’Appello di «riconoscere l’imputato responsabile di entrambi i reati contestatigli». L’avvocato di Marrocco, Strampelli parla di un «significativo segnale della Procura Militare di attenzione agli abusi dei superiori nella disciplina e nell’azione di comando del personale» e di una «richiesta danni che è parametrata a un danno permanente psichico del 15% e alla perdita dei benefici economici della missione». G.P. è difeso dall’avvocato Claudio Maria Polidori.


Lunedì 28 Aprile 2014 - 09:21
Ultimo aggiornamento: 09:22

Prelievo resti mortali per test del dna su Mona Lisa

Libero


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Domani alle 11, nella Basilica della Santissima Annunziata a Firenze, verranno effettuate le operazioni per consentire il prelievo del Dna dai resti mortali custoditi nella Cappella dei Martiri che accoglie i familiari di Lisa Gherardini del Giocondo, detta Monna Lisa. Un’equipe di esperti, si legge in una nota, dovrà poi verificare in laboratorio se in questa tomba siano custoditi anche i resti della nobildonna che fu la modella usata da Leonardo per il suo celebre dipinto. I prelievi verranno realizzati alla presenza di Giorgio Gruppioni, responsabile del laboratorio di Antropologia ossea della Università di Bologna (sede di Ravenna); di Antonio Moretti della Università dell’Aquila e dello staff scientifico del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici Culturali e Ambientali che ha svolto in modo autonomo la ricerca dei resti della Monna Lisa.

Sulla base dei documenti storici, oltre ai resti di Francesco del Giocondo (marito di Lisa Gherardini), la tomba di famiglia dovrebbe contenere anche le spoglie mortali del figlio Bartolomeo, avuto con la prima moglie. Inoltre vi dovrebbe essere sepolto anche il figlio Piero, avuto da Francesco Del Giocondo con Lisa Gherardini, la modella usata da Leonardo per il suo celeberrimo quadro. Una volta prelevati i resti mortali, si legge sempre nella nota, verranno trasferiti all’Università di Bologna, dove si procederà a verificare l’ipotesi che nella Cappella dei Martiri, contrariamente a quanto creduto finora, siano custoditi anche i resti della stessa Monna Lisa. Contemporaneamente sarà messo a confronto il Dna dei resti prelevati nella Basilica della SS Annunziata con quelli ritrovati durante la campagna archeologica svolta dalla Provincia di Firenze in vista del recupero edilizio del complesso di Sant’Orsola.

l confronto del Dna riguarderà alcuni reperti ossei rivenuti nell’ex convento di Sant’Orsola, in particolare con quelli ritenuti compatibili con l’età di morte di Lisa Gherardini e sui quali non è stato possibile effettuare l’esame del carbonio 14. "Con i prelievi dei resti mortali dei discendenti della Gioconda entriamo nella fase centrale della nostra lunga e complessa ricerca - ha commentato Silvano Vinceti, responsabile del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici Culturali e Ambientali - . Diverse sono le incognite che abbiamo di fronte: non sappiamo l’effettivo stato di conservazione dei resti mortali, quali difficoltà incontreremo per l’estrazione del Dna, ma questo è il fascino e il rischio presente in ogni ricerca difficile e

ricca di incognite". "Con i risultati degli esami di Bologna - continua Vinceti - si potrà a verificare la possibilità che fra questi resti della SS Annunziata possano esserci anche quelli della Lisa Gherardini. Sappiamo che verso la metà del seicento vi fu una radicale ristrutturazione della chiesetta di San. Orsola dove venne sepolta Lisa Gherardini e non si può escludere che i suoi resti mortali possano essere stati trasferiti nella tomba di famiglia, ecco perchè si procederà ad esaminare il Dna di tutti i resti mortali che verranno prelevati dalla cappella di famiglia e compararli tra di loro. Vi potrebbe essere una sorpresa inaspettata che una ricerca seria non può escludere".


La copia orginale della Gioconda

Stati Uniti, l'ex leader del Ku Klux Klan fece sesso con un transessuale nero

Libero


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Era uno dei personaggi di spicco del più temibile gruppo razzista e antisemita americano: il Ku Klux Klan. E' accusato di aver ucciso tre persone di religione ebraica nel Kansas, lo scorso 13 aprile, per motivi razzisti. Lo scorso fine settimana, a pochi giorni dal processo per l'assassinio dei tre fedeli, sono spuntati nuovi incredibili particolari su Frazier Glenn Miller. Verso la fine degli anni Ottanta fu beccato dagli agenti della polizia mentre faceva sesso sul sedile posteriore di una macchina con un transessuale nero. L'episodio con il gigolò di colore era stato insabbiato dalle stesse autorità federali americane, in cambio della collaborazione del fondatore dei Carolina Dragons - gruppo appartenente al Ku Klux Klan - e del White Patriot Party. Uno scheletro nell'armadio troppo grande, per chi del razzismo ha fatto la sua ragione di vita.

Il patteggiamento  - Negli anni Miller aveva dato una mano alla giustizia, per identificare e isolare le attività illegali del Ku Klux Klan. L'ex leader aveva così patteggiato per evitare la galera. Grazie alla collaborazione aveva cambiato nome in Frazier Glenn Cross ed era diventato un informatore dell'Fbi. Per questo motivo era stato cancellato dal suo profilo il dettaglio di quella notte. L'anno scorso, durante una telefonata con il Southern Poverty Law Center, Miller aveva spiegato al suo interlocutore di aver dato appuntamento al travestito con l'intenzione di picchiarlo. Eppure, in quella notte degli anni Ottanta, le cose andarono diversamente. Poi il "passaggio" all'Fbi, che non ha segnato alcuna svolta benevola: il concetto di "supremazia bianca" è rimasto centrale nella sua vita. Così, lo scorso 13 aprile, l'irruzione in due centri ebraici di Kansas City urlando "Heil Hitler", poi i colpi di pistola e la morte di due vittime, alle quali prima di aprire il fuoco aveva chiesto se fossero di religione ebraica.



Haribo ritira dal mercato la caramella "razzista"

Libero


Nel mirino le liquirizie a forma di maschere tribali: una ridicola censura

19 gennaio 2014

jpgPuò una caramella alla liquirizia essere razzista? Una domanda amena, ma c’è chi se l’è posta seriamente, d’altra parte la liquirizia è nera e quindi sensibile, e c’è chi ha risposto che sì, può esserlo, al punto che è meglio ritirarla dal mercato. È successo in Danimarca e in Svezia, dove la Haribo, azienda tedesca di punta nel settore delle caramelle gommose, ha dovuto ritirare le liquirizie “Skipper Mix” che raffiguravano maschere tribali africane, precolombiane e asiatiche. Sul pacchetto c’è l’illustrazione di un marinaio dei bei tempi andati, col suo bravo maglione a righe bianche e blu e pipa, a testimoniare l’idea del prodotto: un’esplorazione tra i popoli lontani, dal punto di vista occidentale. Un modo per giustificare la varietà delle caramelle, eppure c’è stato chi ha pensato che un bambino, masticandole, potesse diventare un teorico della superiorità della razza ariana. E che, comunque, quelle caramelle dai tratti primitivi erano offensive per gli africani, i cinesi, i messicani di oggi. 

Gli indignati hanno così cominciato a bombardare la Haribo, protestando su facebook e inviando mail affinché quelle liquirizie razziste fossero tolte di mezzo, come se la pace tra i popoli dipendesse dalle Skipper Mix. Quando si arriva al punto di censurare una liquirizia per la sua forma, perché si pensa che possa veicolare un messaggio troppo eurocentrico o addirittura razzistico, è evidente che bisognerebbe consultare uno psichiatra, il quale diagnosticherà una sindrome paranoica, oppure un delirio di persecuzione o probabilmente un’indigestione di liquirizie nella prima infanzia che ha portato a un trauma mai più superato. Invece, la Haribo, come del resto fece qui da noi Barilla quando scoppiò il grottesco caso della pubblicità sulle famiglie tradizionali preferite a quelle omosessuali, ha detto al suo buffo (e innocuo) marinaio sulle caramelle di fare indietro tutta, e ha fermato la produzione delle liquirizie Skipper Mix dal mercato danese e svedese.

Ola Dagliden, direttore di Haribo Svezia, ha dichiarato che, anche se l’azienda non ha mai voluto offendere alcuno, «è importante ascoltare la voce dei consumatori». Perciò anche se non ci sarà il ritiro dal mercato del prodotto (inevitabile solo se fosse nocivo) le liquirizie tribali, esaurite le scorte, spariranno dal mercato. Vittoria dunque per gli esagitati che vedono il razzismo nelle caramelle, che poi saranno gli stessi che si inquietarono sfogliando il catalogo natalizio dei grandi magazzini svedesi Ahléns, dove c’erano dei pupazzetti di perline effigianti una coppia di camerieri neri, ispirati ai biscotti di pan di zenzero, catalogo che naturalmente fu ritirato dopo essere caduto sotto la mannaia di chi vi rintracciò la mano della filiale di Stoccolma del Ku Klux Klan. Ora, accostare la sacrosanta battaglia per cancellare i pregiudizi razziali alle liquirizie non è solo ridicolo, è pericoloso.

E malissimo ha fatto Haribo a assecondare l’andazzo pur di non entrare in polemica con qualche chiassoso intollerante. Perché questa è la cara vecchia censura, quella che un tempo era affezionata solo ai centimetri di pelle scoperta, e che vedeva allusioni sessuali ovunque, tagliando pellicole, mandando al macero libri, proibendo spettacoli teatrali. Quegli individui tristi, risentiti, grigi, che passavano le giornate a caccia di dettagli pruriginosi da sanzionare, ora si sono mascherati (loro sì) da custodi dei neri e dei cinesi, degli omosessuali e del corpo della donna, messi a repentaglio da una liquirizia, da un rigatone, da un gioco da tavolo. Quelli scrutavano il pelo sotto le mutande, questi aguzzano l’orecchio se ti scappa negro, alla latina, invece di nero, e l’occhio se mangi una liquirizia con le maschere africane, che Freud collezionava, invece delle caramelle approvate dalla commissione liquirizie della censura, o se la tua immagine della donna non corrisponde a quella, cadaverica, che hanno loro. Pensano di liberare le minoranze oppresse, e invece vogliono solo creare nuovi servi.

di Giordano Tedoldi





Bruciata viva dal Ku Klux Klan. Clamoroso: si è inventata tutto

Libero


Sharmeka è stata ricoverata domenica sera con ustioni sul 60 per cento del corpo. Aveva raccontato di essere stata vittima del Kkk. Ma l'Fbi smentisce la ricostruzione

24 ottobre 2012


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I politologi si interrogano sugli effetti dell'episodio di cronaca sulle presidenziali. Il ritorno dell'organizzazione razzista sulla scena avrebbe danneggiato Romney. E ora?

Si sarebbe data fuoco da sola. Sharmeka Moffit, la ventenne ricoverata con ustioni di terzo grado sul 60 per cento del corpo a causa di una presunta aggressione del Ku Klux Klan, sarebbe una mitomane. Lo sostiene il portavoce dell'Fbi della Louisiana: "Si è inflitta da sola le ferite". Sharmeka ha raccontato alle forze dell'ordine di essere stata aggredita da tre uomini incappucciati, che l'hanno cosparsa di liquido infiammabile e dato fuoco. Anche le scritte "negra" e "kkk" sul cofano della sua auto, ritenute inizialmente la firma dell'agguato, sarebbero opera della ragazza.

Le sexy pin-up anni '50 e il ritocco di Photoshop

Libero



Su Imgur, la gallery delle pin-up usate come modelli dai creativi degli anni 50. A sinistra la modella in carne ed ossa, a destra il risultato finale.

Falla nel browser, Microsoft avvisa gli utenti di Internet Explorer

La Stampa

Il guasto ha fatto sì che alcuni cyber criminali potessero rubare dati degli utenti fingendosi siti amici


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Microsoft è al lavoro per risolvere un guasto nel suo browser Internet Explorer. 
La società ha emesso un avviso sabato per avvisare i clienti e ha cominciato a lavorare per correggere questo difetto che colpisce le versioni da 6 a 11 del suo browser, che rappresentano il 55% del mercato pc per la navigazione Internet, secondo la società di ricerca Netmarketshare.
La falla nel browser di Internet Explorer ha fatto sì che alcuni cyber criminali potessero rubare dati degli utenti fingendosi come siti amici e conosciuti. Lo riporta il Financial Times . «Chi attacca con successo sfruttando il difetto può acquisire gli stessi diritti dell’utilizzatore, assumendo anche il possibile intero controllo del sistema - ha avvertito Microsoft -. Chi attacca potrebbe anche essere in grado di installare programmi o creare nuovi account».

I pc che eseguono Windows Xp non riceveranno alcun aggiornamento perché Microsoft ha concluso l’8 aprile l’assistenza tecnica del sistema operativo lanciato tredici anni fa. Attualmente tra il 15 e il 25% dei computer di tutto il mondo hanno ancora in esecuzione Xp. 

Il Pd scorda lo ius soli: escluso un candidato perché è nato in Congo

Cristina Bassi - Lun, 28/04/2014 - 08:17

Alle Comunali di Tirano i democratici non fanno correre un alleato della lista Sel, medico con cittadinanza italiana: non è valtellinese doc

Chissà che ne pensa Cécile Kyenge della scelta del suo Pd di escludere dalle liste elettorali un candidato solo perché è nato in Congo.

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La paladina dello ius soli condivide molte cose con Vicky Tshimanga: oltre alla fede di centrosinistra, la terra d'origine e la professione di medico. Ma a quanto pare i principi democratici in tema di immigrazione e cittadinanza non vanno molto al di là dei cortili dei palazzi romani. Siamo a Tirano, nella ricca e nordica provincia di Sondrio. È qui che l'incandidabilità del cinquantenne dottor Tshimanga, discriminato dal Pd perché non è nato in Valtellina, è diventato un caso rilanciato dalla Provincia di Sondrio. Medico pneumologo all'ospedale di Sondalo dal lontano 1985, Tshimanga è nato in Congo ma è cittadino italiano da decenni ed è residente nel paese di 9mila abitanti dove vorrebbe correre alle Comunali del 25 maggio. Da qualche anno è impegnato in politica nelle file di Sel, con cui nel 2013 si è candidato alle Regionali. Per le prossime elezioni amministrative Sel ha dato vita a una lista insieme al Pd, «Rinnova Tirano», ma il requisito di «tiranesità» voluto dai democratici per comporre le liste ha messo automaticamente fuori gioco il medico di colore.


Che si è sfogato in conferenza stampa: «Non avrei mai pensato - ha dichiarato - che nel 2014 persone relativamente giovani e apparentemente colte e aperte di mente potessero per motivi elettorali sostenere una cosa del genere. Non potete immaginare la mia delusione di fronte a tali argomentazioni. In questi giorni sono stato contattato per formare una lista di sinistra, stavolta ci ho pensato ma ho rinunciato all'idea solo per onestà intellettuale. Spero che la mia denuncia servirà ad aprire la mente delle persone di buona volontà». Gli dà man forte la sezione di Sel di Sondrio, che accusa gli alleati di centrosinistra di discriminazione e razzismo. «Ebbene sì - attacca il coordinatore provinciale Vincenzo Servile - pur essendo entrati nel terzo millennio, la scelta dei candidati della lista civica Rinnova Tirano passa anche, ma soprattutto, per la “tiranesità”». Neppure la Lega ci avrebbe pensato.

Il candidato sindaco di Rinnova Tirano, Franco Spada, respinge le accuse e prova a riportare la rottura nella normale dialettica politica: «Tshimanga con presa di posizione all'interno del gruppo ha voluto rimarcare la propria appartenenza partitica a Sel e la necessità che il suo partito fosse rappresentato nella lista elettorale dimostrando non l'amore per Tirano ma l'interesse personale e di un partito. Quella di non includere in lista Tshimanga, peraltro successiva alla formalizzazione di dimissioni da parte dello stesso, è stata una mia scelta personale - conclude Spada - fatta in piena autonomia al fine di garantire l'assenza di interferenze da parte dei partiti». Da parte sua il segretario dei democratici lombardi, Alessandro Alfieri, ha dichiarato di non saperne nulla. «Ma - ha aggiunto - mi sembra strano che si parli di discriminazione». Tshimanga era stato tra i promotori della lista fin da settembre e dice di non considerarsi discriminato per il colore della propria pelle. Fa però una domanda imbarazzante per il Pd, non solo quello valtellinese: «Come si sentono i residenti di Tirano non nativi a sapere che una lista chiede il loro voto ma non li considera candidabili per il solo fatto che sono nati altrove?».

Il tuo partner ti tradisce? Ecco i cinque consigli chiave per scoprirlo

Il Mattino


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ROMA - Di tradimenti, scappatelle e 'corna' varie se ne sente parlare ogni giorno, eppure con un pizzico di attenzione ad alcuni particolari è facile scoprire se il proprio partner nasconde un'amante. Ecco cinque consigli, o più che altro cinque atteggiamenti o abitudini che possono destare sospetti e mettere la cosiddetta 'pulce nell'orecchio':

1- Telefono e pc. Se il vostro partner non lascia mai incustodito il proprio cellulare potrebbe nascondere qualcosa, inoltre basta fare attenzione se si prodiga a cancellare messaggi e conversazioni. Idem per il computer, se cancella spesso la cronologia e mette password impossibili da decifrare, magari non vuole che si scopra cosa nasconde.

2- Social network. Facebook e simili sono spesso causa di liti, ma non sempre si tratta di 'invenzioni' dovute alla paranoia. Se l'uomo nasconde il proprio stato sentimentale e evita commenti o foto con la propria fidanzata, forse vuole tenere nascosta la sua relazione.

3- Abitudini e aspetto. Se prima il vostro uomo era solito bivaccare tra letto e divano e poi inizia a frequentare la palestra come un aspirante body builder vuol dire che vuole rendersi più attraente. Ovviamente se fosse per il partner attuale, magari avrebbe iniziato già prima. Quindi è lecito pensare che lo faccia per qualcun'altro.

4- Sesso. Se per la donna è facile usare il mal di testa o il ciclo per evitare un rapporto, anche l'uomo adulterino usa spesso scuse banali per evitare il sesso con il partner.

5- Uscite. Se il lavoro inizia a chiedere sempre più tempo, l'amico ti chiede di uscire, il calcetto e gli eventi si accumulano. L'uomo sta cercando di evadere, e tutte queste scuse hanno sempre il nome di una donna.

domenica 27 aprile 2014 - 21:24   Ultimo agg.: 21:25

C'era una volta Sergio Leone, a 25 anni dalla morte il regista che ispirò un'epoca

Il Mattino
di Fabio Ferzetti


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Via Tiburtina 1138, stabilimenti della Technicolor, estate 1983. Due giovanotti freschi di studi varcano i cancelli. Sono lì per supervisionare la ristampa di alcune scene celebri destinate a una mostra sul cinema. Quel luogo mitico ma un poco asettico li mette vagamente a disagio. Anche se hanno letto e visto molto, hanno poca esperienza. I tecnici del laboratorio sono cortesi ma distaccati. Uno dei due ha i baffi, entrambi portano il grembiule, premono pulsanti, parlano all’interfono. La magia del cinema sembra lontana o nascosta chissà dove. In fondo per chi sviluppa, stampa e visiona chilometri di pellicola al giorno, la settima arte dev’essere soprattutto lavoro, tecnica, se non routine.

Poi parte la proiezione. Nella saletta di via Tiburtina danzano le prime, lentissime inquadrature di C’era una volta il West. I tre pistoleri aspettano il treno in una stazioncina deserta. Uno si fa scrocchiare le dita. Un altro beve l’acqua che cade goccia a goccia sul suo cappello. Il terzo gioca con una mosca che vola nella canna della pistola. Niente musica, solo ronzii, scricchiolii, il gemito di un dondolo. Per dieci interminabili minuti sullo schermo non c’è altro che vuoto, tempi morti. E attesa. Un’attesa che diventa un concentrato di tutte le attese del mondo. Anche nella saletta regna un silenzio assoluto e i due giovanotti pensano che quei virtuosismi di regia datati 1967 stiano annoiando a morte i tecnici. Invece quando si riaccende la luce quello con i baffi dice all’altro: «A Fra’, sai che me lo rivedrei tutto adesso?».


SCOMMESSA Per capire la grandezza di Sergio Leone, la sua paradossale e ormai indubbia classicità, basta tornare a questo episodio sepolto nella memoria di chi scrive. Nessuno più di lui, forse, ha saputo incantare spettatori tanto diversi e così a lungo, crescendo film dopo film fino a quel capolavoro che fu C’era una volta in America. Nessuno in Italia ha avuto più influenza sul gusto e sulla produzione cinematografica mondiale di questo regista romano, anzi trasteverino fino al midollo, che ha diretto solo 7 film andandosene ad appena 60 anni il 30 aprile del 1989.

Eppure tutta la sua avventura parte da una scommessa così grandiosa da sfiorare l’assurdo. Abbattere e ricostruire il genere fondante della prima cinematografia al mondo - il western - facendone tutt’altro. Non un’epopea nazionale, per quanto mitizzata dalla ripetizione e dal divismo, ma un macrogenere proiettato nelle zone più fantasiose ma universali del mito. La stampa dell’epoca battezzò le mirabolanti invenzioni stilistiche di Per un pugno di dollari e tutto ciò che seguì, inclusi i mille epigoni che variarono la formula nei modi più diversi, con l’epiteto di western spaghetti. Ma se c’è un genere che ha fatto più volte il giro del mondo, influenzando ancor oggi autori nati in tutti i continenti, questo è proprio l’italianissimo e proteiforme western spaghetti.

IRONIA E NOSTALGIA
Tanto che lo stesso Leone si sarebbe poco a poco allontanato dal western (non ne era neanche particolarmente appassionato, giurava) per esplorare altre epoche. Come disse una volta per tutte Bernardo Bertolucci: «Sergio è uno dei pochissimi registi che ha avuto sempre il passo, il ritmo, l’andatura dell’epos, e l’epicità è qualcosa che non si consuma con gli anni». Rivedere per credere i suoi film. Se Il buono, il brutto, il cattivo oggi ispira addirittura un sequel letterario, è perché tutto il cinema di Leone contiene e prevede la dimensione del gioco, la libera contaminazione di mondi e culture. Umberto Eco paragonò il suo lavoro sul western a quello compiuto da Ariosto col Medioevo. Un modo per dare sfogo a una nostalgia ironica e soprattutto «atea», diceva

Eco. Cioè radicalmente, definitivamente umana. I progetti rimasti incompiuti, nella loro gioiosa megalomania, parlano di ambizioni diverse. Ma dal kolossal sull’assedio di Leningrado all’adattamento di Cent’anni di solitudine in dieci puntate tv (bocciato dalla Rai), passando per La condizione umana di Malraux, il registro di fondo resta quello. L’epica come misura del quotidiano. Un mondo di eventi smisurati perché ricreati «con gli occhi di un bambino», come intuì un futuro grande che a Leone deve molto, Clint Eastwood. A 25 anni dalla morte, Leone ha vinto come regista, ma ha perso come produttore. Nessuno oggi, salvo forse Spielberg, può avere un controllo d’autore così capillare su progetti tanto giganteschi. Con Leone non se n’è andato solo un grande regista ma tutta un’epoca. Grandiosa e irripetibile.

lunedì 28 aprile 2014 - 08:27   Ultimo agg.: 08:51

Usa: a rischio la neutralità delle rete

La Stampa
federico guerrini

Fa discutere la proposta americana di introdurre una corsia preferenziale per i contenuti a pagamento: una norma che potrebbe cambiare - in peggio - il nostro modo di usare internet. Ecco perché

Stampa.it
Mentre il Brasile adotta un documento, il Marco Civil, con cui si ribadisce, fra altri punti, l’irrinunciabilità della cosiddetta “neutralità della Rete”, ovvero la possibilità per chiunque di accedere, a fronte di un abbonamento o di un canone, agli stessi tipi di contenuti, indipendentemente dalla quantità di banda consumata online, gli Stati Uniti sembrano avviarsi in direzione opposta.

Le indiscrezioni
Secondo indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, la Federal Communications Commission, l’ente che negli Usa regolamenta il settore, sarebbe pronta una bozza di legge in base alla quale i fornitori di connettività potrebbero fornire corsie preferenziali, a pagamento, ad alcuni produttori di contenuti, purché nell’ambito di accordi “commercialmente ragionevoli”. Cosa si intenda con quest’ultima espressione verrebbe meglio precisato a seguito di una consultazione con tutti i soggetti interessati, prima dell’emanazione del decreto vera e propria, e in seguito, lo deciderebbe, caso per caso, la stessa Fcc.

Quasi a dare un contentino ad attivisti e sostenitori delle libertà digitali, immediatamente insorti, ai provider verrebbe però impedito di rallentare o impedire del tutto l’accesso ai siti non paganti. In molti, hanno ricordato come Tom Wheeler, l’attuale presidente della Commissione e fautori della proposta, prima di essere nominato da Barack Obama al suo nuovo incarico, fosse stato in passato un lobbista per conto delle grandi società di telefonia e fornitura di servizi via cavo. “Circola troppa disinformazione – ha replicato lo stesso Wheeler, rispondendo alle critiche – la proposta non modifica gli obiettivi di fondo di trasparenza, non implica il blocco di contenuti legittimi e non prevede nessuna irragionevole discriminazione fra gli utenti”.

Un passo indietro
Una difesa che ha lasciato insoddisfatti molti, a partire dall’ex capo della Fcc, Michael Dobbs. “Se è vero, si tratta di un enorme passo indietro e la proposta va fermata – ha detto quest’ultimo, scordandosi però forse che era stata la precedente dirigenza a lasciare una porta aperta alla discriminazione, con una formulazione direbbe qualcuno “criminosa” di un provvedimento del 2010 battezzato “Open Internet Order”.
 
Affinché il provvedimento che doveva garantire la “neutralità” della Rete reggesse, la Commissione all’epoca avrebbe dovuto classificare come “telecommunications services”, quindi soggetti alla sua giurisdizione, anche quelli che oggi invece appartengono alla categoria degli “information services” - Twitter, Google e tutti quei servizi che si appoggiano sulle infrastrutture telematiche per essere erogati. Ma questo non fu fatto ed ebbero buon gioco gli operatori, Verizon in testa, a ribaltare in tribunale la decisione. Ora la proposta di Wheeler è al vaglio della commissione, e una prima versione ufficiale del provvedimento - da sottoporre al giudizio dei soggetti interessati e del pubblico, è prevista per metà maggio.

Che cos’è la “Neutralità della Rete”
Esistono varie definizioni di quest’espressione ma generalmente, quando la si adopera, ci si riferisce al fatto che tutti i tipi di “pacchetti” di dati trasmessi online, vengono trattati allo stesso modo da chi fornisce il servizio di connettività, indipendentemente dal tipo di traffico, si tratti cioè di video, email, semplice navigazione Web, o altro. La differenza nel consumo di banda è a carico di chi vuole offrire il servizio, ed è compresa nel canone base. Altre definizioni, come quella di Tim Berners-Lee, mettono invece l’accento sulla “neutralità” dei protocolli usati per comunicare, che devono far riferimento a modalità di interazioni universali e non proprietarie e poter essere adoperati da tutti.

Perché è controversa
Per teorici del Web come Lawrence Lessig, la neutralità della Rete (nell’accezione più comune) è il fondamento stesso di Internet così come la conosciamo oggi. È ciò che ha permesso il fiorire di una molteplicità di applicazione e servizi che adoperano il Web come piattaforma. Minare tale situazione significherebbe dar vita a un’Internet elitista e poco democratica, dove solo chi ha la possibilità di pagare abbastanza, riesce ad aver spazio. A rimetterci, oltre ai consumatori, sarebbero le piccole imprese e le startup, che, in mancanza di fondi, non potrebbero accedere agli stessi servizi disponibili ai grandi operatori.

I sostenitori di un accesso differenziato, sostengono invece che non dare la possibilità alle grandi società di telecomunicazioni di applicare tariffe diverse sulla base degli investimenti necessari, significherebbe invece danneggiare la ricerca e l’innovazione e si tradurrebbe in ultima analisi, in minori opportunità di scelta per gli stessi consumatori. Fanno notare inoltre che in parte, la discriminazione tariffaria esiste già, con grandi società come Google, Apple o Facebook che pagano già canoni ad hoc per poter far viaggiare i propri dati in maniera più veloce e sicura sulla grande Rete.

Cosa cambierebbe con la nuova proposta
Al momento siamo ancora allo stadio delle supposizioni. Da giovedì scorso circola alla Fcc una bozza per uso interno, ma non è stata ancora resa pubblica. Ci si basa perciò su quanto riportato dai giornali Usa. Se la linea dell’”uso commercialmente ragionevole” prevalesse è possibile che in un primo tempo i consumatori Usa non notino eccessive differenze nella propria esperienza d’uso. Si porrebbero però parecchi problemi nel caso di introduzione di nuovi servizi o nuove tecnologie particolarmente sofisticate che potrebbero essere resi disponibili dagli operatori solo dietro pagamento di canone “premium”. Potrebbe cioè introdursi una nuova forma di “digital divide”, non più causata da una mancanza di investimenti in infrastrutture, ma da un eccesso di investimenti in servizi di alta fascia, a scapito di quelli di base. Un po’ come avviene in Italia con i treni ad alta velocità e quelli per i pendolari. 

Ore 10.15, l’annuncio: "Sono santi". Bergamo e Milano, un solo applauso

Il Giorno

Confessioni di un finanziere "Incasso tangenti per lo Stato"

Libero

26 aprile 2014



iiii
Memorie di un finanziere della polizia tributaria. Si potrebbe intitolare così il sorprendente documento esclusivo che state per leggere. Si tratta della trascrizione, fedele alla lettera, del disarmante sfogo di un disincantato, onesto e preparato maresciallo della Guardia di Finanza, impegnato da diversi lustri nei temutissimi controlli alle imprese. L’uomo, di cui evitiamo di indicare dati anagrafici e curriculum per non renderlo riconoscibile, ha apparecchiato per Libero uno zibaldone di pensieri, suddiviso in capitoletti, sul suo lavoro di tutti i giorni. Che per lui è diventato un tran tran asfissiante, capace di condurlo quasi al rigetto. Il risultato è questa spietata radiografia che stupisce e, in un certo senso, preoccupa di un mestiere che tanto trambusto porta nelle vite degli italiani.

Infatti in questo sfogo il militare dipinge le ispezioni delle Fiamme gialle come un ineluttabile meccanismo stritola-imprenditori il cui obiettivo non sarebbe una vera e sana lotta alle frodi fiscali, ma una fantasiosa e famelica caccia al tesoro indispensabile a lanciare le carriere di molti professionisti dell’Antievasione. «Nel nostro lavoro ci sono forzature evidenti, a volte imbarazzanti», ammette con Libero il maresciallo. Che qui di seguito svela retroscena e segreti dei controlli che intralciano ogni giorno il lavoro di centinaia di imprenditori. Una lettura che potrebbe agitare qualcuno e far alzare il sopracciglio ad altri. Ma a tutti deve essere chiaro che non di fiction si tratta e che domani il nostro maresciallo e la sua pattuglia potrebbero bussare alla vostra porta. Preparatevi a leggere il testo di questo finanziere raccolto in esclusiva da Libero.

Ossessione numeri - Dietro alle verifiche ci sono enormi interessi economici: il dato del recupero dell’imposta serve a molti. Sia ai politici che ai finanzieri. Nella Guardia di Finanza il raggiungimento degli obiettivi legittima l’ottenimento dei premi incentivanti e gli stipendi stellari dei generali, che sono decine: uno per provincia, più uno per regione. Nel nostro Corpo esistono vere e proprie task-force che si occupano di fare previsioni di recupero d’imposta e a fine anno queste devono essere raggiunte, come se l’evasione fiscale si basasse su dei budget. Gli operatori sul territorio sono meno di chi elabora questa realtà virtuale, su 64 mila finanzieri siamo circa 4 mila a fare i controlli.

Indietro non si torna - A fine anno i generali chiedono il dato dell’imposta evasa constatata e lo confrontano con quello dell’anno prima. Il risultato non può essere inferiore a quello di 12 mesi prima. Se il dato scende bisogna dar conto al reparto centrale di Roma del perché si siano recuperati meno soldi e il comandante del reparto periferico rischia di vedersi bloccare la carriera. Per questo le nostre verifiche proseguono anche di fronte a evidenti illogicità. I nostri ufficiali parlano solo di numeri e quando hanno sentore di un risultato, magari per una previsione affrettata di un ispettore, corrono dai loro superiori anticipando che da quella verifica potrà venir fuori un certo risultato: a quel punto non si può più tornare indietro. Il verbale diventa subito una statistica, una voce acquisita e ufficiale di reddito non dichiarato.

Quando si prospetta un ventaglio di possibilità per risolvere una contestazione si concentrano le energie sempre su quella che porta il risultato più alto. Che sarebbe poco grave se fosse la strada giusta. Ma spesso non lo è. Per la Finanza quello che conta è il dio numero. Il nostro unico problema è come tirarlo fuori. Per riuscirci c’è un nuovo strumento infernale, la cosiddetta “mediana”, che va di gran moda tra gli ufficiali. La si pronuncia con rispetto e deferenza, anche perché da essa dipende la carriera di chi la evoca. Si tratta di uno studio fatto a tavolino, che stabilisce il valore medio della verifica necessario a raggiungere gli obiettivi, il tetto al di sotto del quale non si può andare. Se capiamo che in un’azienda il verbale sarà di entità inferiore alla mediana, derubrichiamo la verifica a controllo in modo che non entri nelle statistiche ufficiali. Alla Guardia di Finanza abbiamo uffici informatici che elaborano dati in continuazione.

Ma si tratta di numeri “drogati”, come lo sono quelli dei sequestri. Nei magazzini dei cinesi ho visto colleghi registrare alla voce “giocattoli” ogni singolo pallino delle pistole per bambini. Spesso questi servizi si fanno in occasione delle feste natalizie, così passa l’informazione che sul territorio c’è sicurezza. Con questi numeri i generali si riempiono la bocca il 21 giugno, giorno della festa del Corpo. Lo speaker spara cifre in presenza di tutte le autorità, dei presidenti dei tribunali, dei politici, ecc. ecc. Quel giorno è un tripudio di dati pronunciato con voce stentorea: recuperata tot Iva, scovati tot milioni di redditi non dichiarati, arrestati x emittenti fatture false. Una festa!

Normativa astrusa - La normativa tributaria italiana è talmente ingarbugliata che si presta alla nostra logica del risultato a ogni costo. Per noi è piuttosto semplice fare un rilievo visto che siamo aiutati da questa legislazione astrusa e abnorme, spesso contradditoria e conflittuale. Nel nostro Paese è quasi impossibile essere in regola e per chi lo sembra ci prendiamo più tempo per spulciare ogni carta. Infatti se una norma può apparire favorevole all'imprenditore, c’è sicuramente un’altra interpretabile in maniera opposta. E in questo ci aiuta l’oceanica produzione di sentenze, frutto di un eccessivo contenzioso. Un contratto, un’operazione possono essere interpretati in mille modi e alla fine trovi sempre una sentenza della Cassazione che ti permette di poter fondare un rilievo su basi giuridiche certe. Questo è il Paese delle sentenze.

Analizzando un bilancio, un’imperfezione si trova sempre. Magari per colpa dello stesso controllore che prima dice all’imprenditore di comportarsi in un modo e poi in un altro, inducendolo in errore. Per esempio, su nostro suggerimento, un’azienda non contabilizza più certe spese come pubblicità (deducibili), ma come spese di rappresentanza (deducibili solo in parte). Quindi arriva l’Agenzia delle Entrate e spiega che quelle non sono né l'una né l’altra. A volte succede che qualcuno abbia già subito un controllo, abbia aderito a un condono e, zac, arriviamo noi e contestiamo lo stesso aspetto, ma in modo diverso. Dopo i primi anni nel Corpo non ho più sentito di controlli chiusi con un nulla di fatto e in cui si torna a casa senza aver contestato qualcosa. Alla fine chi lavora impazzisce.

Chi sbaglia non paga - Come è possibile tutto questo? Semplice: perché chi sbaglia non paga, ma anche perché chi sbaglia non saprà mai di averlo fatto. Il motivo è semplice: noi non comunichiamo con l’Agenzia delle Entrate e non sappiamo mai che fine facciano i nostri verbali. Per questo se ho commesso un errore non lo verrò mai a sapere: il nostro è solo un verbale di constatazione, a renderlo esecutivo è l’Agenzia delle Entrate che lo trasforma in verbale di accertamento. Però raramente i nostri colleghi civili bocciano il nostro lavoro, anzi questo non succede nel 99,9 per cento delle situazioni. Si fidano di noi e, anche se sono molto più preparati, nella maggior parte dei casi prendono il nostro verbale e lo notificano, tale e quale, al contribuente. Quello che sappiamo per certo è che i nostri verbali, giusti o sbagliati che siano, diventano numeri e quindi non ci interessa che vengano annullati, tanto non ne verremo mai a conoscenza né saremo chiamati a risponderne. Per noi resta un grosso risultato. E visto che nessuno paga per i propri errori, il povero imprenditore continuerà a trovarsi ignaro in un castello kafkiano fatto di norme e risultati da ottenere.

Imprese sacrificali - Gli imprenditori con noi sono sempre gentili, ci accolgono con il caffè, sopportano di averci tra i piedi per settimane, ma si capisce che vorrebbero dirci: scusateci, ma avremmo pure da lavorare. A noi però questo non interessa: dobbiamo contestargli un verbale a qualsiasi costo e quando bussiamo alla loro porta sappiamo che non hanno praticamente speranza di salvezza. Per contrastare e contestare questa trappola infernale l’imprenditore è costretto a pagare consulenti costosissimi, ma noi rimaniamo sempre sulle nostre posizioni. A volte capita che per provare a difendersi il presunto evasore chiami in soccorso come consulenti ex finanzieri, ma spesso questo non gli evita la sanzione. Anzi. Negli ultimi anni ho notato una certa arrendevolezza da parte degli imprenditori: dopo un po’ si stancano. Capiscono, e ce lo dicono, che tanto dovranno fare ricorso perché noi non cambieremo idea.

Per tutti questi motivi molti di loro costituiscono a inizio anno un fondo in previsione della visita della Finanza. Sono coscienti che qualcosa dovranno comunque pagare. Chi fa veramente le grandi porcate, chi apre e chiude partite Iva, emette false fatture o costituisce società di comodo magari alle Cayman è molto più veloce di noi e per questo non lo incastriamo, mentre azzanniamo quelli che operano sul territorio e che sono regolarmente censiti nelle banche dati. Alla fine lo Stato colpisce sempre i soliti noti. Non è una nostra volontà, ma dipende dal fatto che non abbiamo risorse per fare la vera lotta all’evasione e in ogni caso dobbiamo fornire dei numeri al ministero per poter legittimare la nostra esistenza come istituzione. Anche in Europa.

Tangente di Stato - L’imprenditore, se accetta la proposta di adesione al verbale entro 60 giorni, paga solo un terzo di quanto gli viene contestato e spesso salda anche se non lo ritiene giusto, per togliersi il dente ed evitare ricorsi costosi (a volte più dei verbali) e sine die. In pratica accetta di pagare una tangente allo Stato. Agli imprenditori i ricorsi costano molto e se la commissione provinciale, il primo grado della giustizia tributaria, dà ragione allo Stato, l’imprenditore prima di ricorrere alla commissione regionale, il secondo grado, deve pagare metà del dovuto. Per questo chi lavora spesso preferisce chiudere la partita all’inizio, pagando un terzo.

Giustizia da farsa - Il contradditorio tra Guardia di Finanza e imprenditori durante le verifiche è una farsa, perché ognuno rimane sulla propria posizione, ma va fatto per legge. Nel contradditorio gli imprenditori non hanno scampo: quel numero, quell’ipotesi di evasione, ormai è stato venduto e non può più essere ridimensionato. È entrato nel sistema e nelle nostre statistiche. A noi non interessa se magari dopo anni quel verbale verrà annullato e non avrà prodotto alcun introito per lo Stato. Le cose non vanno meglio con la giustizia tributaria, gestita da commissioni composte da avvocati, commercialisti, ufficiali della Finanza in pensione che fanno i giudici tributari gratuitamente giusto per fare qualcosa o per sentirsi importanti.

È incredibile, ma in Italia il sistema economico-finanziario viene affidato a un servizio di “volontariato”. La verità è che un tale esercito di volontari senza gratificazioni economiche non se la sente di cassare completamente il lavoro di finanzieri e Agenzia delle Entrate e l’imprenditore qualcosa deve sempre pagare. Difficilmente questi giudici per hobby danno torto allo Stato. L’assurdità è che vengono pagati 30-40 euro per motivare sentenze complesse che hanno come oggetto verbali da milioni di euro, scritti da marescialli aizzati dal sistema.

Formazione assente - Il nostro vero problema è la mancanza di specializzazione di un Corpo che cerca di riscattarsi nel modo sbagliato, provando a portare a casa grandi risultati, sebbene “storti”. A volte l’ignoranza aiuta a far montare un rilievo che non sta né in cielo né in terra. Sulla nostra formazione non ho niente da dire, perché non esiste. Eppure dobbiamo confrontarci con specialisti agguerriti, leggere documenti in lingue straniere, e la gran parte di noi non sa una parola in inglese. Non ci forniscono nemmeno i codici tributari aggiornati, mentre spendono milioni per farci esercitare ai poligoni, visto che siamo inspiegabilmente ancora una polizia militare, come solo in Equador e Portogallo.

Un commercialista lavora 12 ore al giorno e si forma continuamente. Dall’altra parte della barricata c’è gente come noi che non vede l’ora di scappare via dall’ufficio, dove spesso non ha neppure a disposizione una scrivania o la deve condividere con altri colleghi. In questo modo il lavoro diventa l’ultimo dei pensieri. I più bravi vanno in pensione appena possono, per riciclarsi come professionisti al soldo delle aziende. Ci vuole una fortissima motivazione per studiare una materia terribile come il diritto tributario.

Avvocati e commercialisti trovano gli stimoli nelle parcelle, da noi un maresciallo con vent’anni di servizio guadagna 1.700 euro. Gli incentivi li dobbiamo trovare dentro di noi, magari pensando di sfruttare il sistema per trovare un altro lavoro. È illogico che un mestiere così delicato, dove si contestano milioni di euro d’evasione, sia affidato a gente sottopagata e impreparata. L’unico modo di tenersi aggiornati è quello di studiare a proprie spese, pagandosi master e corsi. Purtroppo la formazione è costosissima e spesso ci rinunciamo.

È chiaro che un sistema del genere presti il fianco al rischio della corruzione. In più bisogna considerare che per noi le verifiche sono particolarmente rischiose. In base alla mia esperienza non le facciamo con la giusta professionalità, possiamo commettere errori in buona fede, essere invischiati in fatti che neanche capiamo. Per esempio alcuni di noi sono stati accusati di aver ammorbidito un verbale per un tornaconto, in realtà lo avevano fatto per ignoranza e per questo ora quasi nessuno vuole più fare questo tipo di lavoro.

Risorse all'osso - I nostri capi hanno budget di spesa sempre più ristretti. Nonostante ciò ogni ufficiale deve portare a casa i risultati con i soldi e le pattuglie che ha. Risultati almeno uguali a quelli dell’anno precedente. A causa di questa mancanza di mezzi siamo costretti a portare via dalle aziende penne, risme di carta, spillatrici. E secondo me gli imprenditori se ne accorgono, ma non dicono nulla per compassione. Onestamente gli ufficiali non sono responsabili di questa penuria di risorse, visto che i fondi destinati alla lotta all’evasione vengono decisi dai politici. Ma la frustrazione dei nostri superiori viene compensata da ottimi stipendi personali che lievitano grazie ai risultati conseguiti. Cosa che ovviamente non succede a noi.

Nel nostro lavoro, la mattina, ammesso che trovi una macchina libera, devi prima fare car-sharing e accompagnare diversi colleghi ai reparti, quindi ti restano due o tre ore per fare visita a un’azienda. Quando rientriamo da una verifica il nostro principale problema è segnare sul registro quanti chilometri abbiamo fatto e quanta benzina abbiamo consumato. Arriveremo al paradosso di fare le verifiche in ufficio a contribuenti trovati su Google.

Lontani dalla realtà - I nostri vertici sono lontani dalla realtà, sono convinti che noi facciamo “lotta all'evasione”. C’è una distanza siderale tra chi sta in trincea, come me, e chi vive nei salotti. Un maresciallo può parlare solo con il tenente e non con i gradi superiori. Il nostro messaggio viene filtrato e arriva al vertice completamente distorto. Nel nostro sistema militare non conta quello che pensi del tuo lavoro, ma il grado che hai sulle spalle. L’ufficiale non va a riferire al superiore se l’ispettore gli ha detto che un controllo potrebbe non portare a niente. Al contrario insinua nei vertici la speranza che un risultato arriverà. E così chi va in giro per aziende deve ingegnarsi per trovare il cavillo che porti al risultato, solo per sentirsi dire bravo o per una pacca sulla spalla. L’animo umano si accontenta di poco. In questa catena di comando in cui tutti devono fare carriera non sono ammessi dubbi od obiezioni, l’informazione reale resta a valle, al generale arriva quella virtuale, il famoso “numero”. In nome del quale vengono immolati molti evasori virtuali.



Guardia di Finanza, le imprese: "Stato di polizia". E' caccia al maresciallo gola profonda

Libero
27 aprile 2014


iiii
ha scatenato la protesta e la rabbia degli imprenditori. "Quelle rivelazioni non stupiscono", spiega il presidente di Confapi Industria Paolo Galassi. Per Mario Pozza (Confartigianato Treviso) "non c'è libertà d'impresa", mentre Alberto Marchiori (politiche comunitarie di Confcommercio) parla di "vessazioni continue e regole incerte". Di fatto, è la denuncia di chi fa impresa, "l'Italia è uno Stato di polizia". L'ammissione del finanziere ("Incasso tangenti per lo Stato, quando arrivo l'imprenditore sa già che è spacciato, paga anche se ha ragione") obbliga anche il governo ad ammettere che la lotta all'illegalità ormai si è snaturata. "La riscossione va cambiata - è il commento del sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti - lo chiedono anche a Equitalia. Padoan supporti la mia riforma: più garanzie per i contribuenti". E intanto tra le Fiamme Gialle è scattata la caccia alla gola profonda. Il Comando generale della Gdf è in subbuglio, molti finanzieri contestano la confessioni ma per alcuni è "sintomo di un disagio vero".