martedì 6 maggio 2014

ECommerce, Google sfida Amazon

Corriere della sera
di Greta Sclaunich

Mentre Bezos annuncia l’accordo con Twitter per la lista della spesa “social”, Big G rilancia con la notifica su smartphone di prodotti quando si passa vicino ai negozi


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Amazon non ha fatto in tempo ad annunciare la partnership con Twitter per lo shopping a 140 caratteri che già Google rilanciava, promettendo nuovi servizi per lo Shopping Express. I due colossi, così, si sfidano per diventare il nostro “carrello” virtuale del futuro: compreremo attraverso la piattaforma di Bezos o useremo gli strumenti di Page e Brin? Difficile a dirsi, per il momento. Nella loro corsa per la conquista del mercato i due big stanno sviluppando servizi nuovi ed originali, ma come saranno accolti dagli utenti è ancora tutto da vedere.
Consegne sempre più veloci
Ordini online e il pacco arriva poche ore dopo. Solo pochi anni fa sembrava fantascienza, poi è arrivato Amazon che con il suo servizio same-day ha abituato i consumatori ad aspettarsi consegne sempre più veloci. Poteva Google essere da meno? No, e infatti Big G aveva risposto lanciando il suo Shopping Express. Il servizio (per ora disponibile solo negli Usa) è lo stesso, ma l’approccio dei due big molto diverso. Amazon si appoggia alla sua rete di consegna tradizionale, con il vantaggio di avere sempre sotto controllo l’intero processo di consegna. Google invece ha stretto accordi con negozi e catene, in questo modo risparmia sulla gestione di magazzini ad hoc. Entrambi per il momento si limitano ad offrire cibi freschi ed altri prodotti di largo consumo (per esempio pannolini per bambini). Ma entrambi hanno mire ben più ambiziose. Google, per esempio, cerca di conquistare i clienti offrendo il servizio gratis per i primi sei mesi; Amazon, invece, aumenta di continuo il numero dei prodotti disponibili in catalogo. La guerra, insomma, dalla Rete è passata al mondo reale. Amazon per ora è presente in una dozzina di aree degli Stati Uniti, da Seattle a San Francisco. Tra queste ci sono anche Manhattan e Los Angeles, dove Google sta muovendo i primi passi.
Wallet o Twitter?
Poi c’è il metodo di pagamento. Mountain View ha inaugurato nel 2011 il suo Wallet, sistema per utilizzare lo smartphone al posto delle carte di credito. Grazie all’omonima app il cellulare diventa una sorta di portafogli virtuale dove riporre carte di credito e coupon: per pagare basta avvicinare il telefonino ad uno speciale sensore ed il gioco è fatto. Per quanto riguarda la prenotazione, invece, il più originale finora è stato Amazon. Nei giorni scorsi il colosso di Jeff Bezos ha annunciato una partnership con Twitter che riguarda proprio la possibilità di aggiungere un prodotto al carrello con un tweet. Basta collegare i profili personali sulle due piattaforme ed inserire l’hashtag #AmazonCart (per gli Usa, mentre per il Regno Unito la parola d’ordine sarà #AmazonBasket) nei tweet contenenti link ai prodotti Amazon. Il sistema è ancora in fase di rodaggio e bisognerà capire se gli utenti saranno disposti ad avere la propria “lista della spesa” a disposizione di chiunque in Rete. Quello della privacy è un nodo che anche Google dovrà risolvere a breve: se il suo Wallet non ha ancora ottenuto il successo sperato è anche a causa dei timori degli utenti per quanto riguarda la gestione dei loro dati personali.
Shopping ovunque, 7 giorni su 7
Ma soprattutto, sia Amazon che Google puntano ad abbattere tutte le possibili barriere tra lo shopping e i consumatori. Il primo aveva lanciato, pochi mesi fa, le consegne domenicali. E per il futuro ha un asso nella manica: l’utilizzo di droni, grazie ai quali i pacchi potrebbero essere consegnati in soli 30 minuti dall’acquisto online (anche se molti restano scettici sulla reale fattibilità dell’operazione). Sistemata la questione della consegna, Jeff Bezos ha deciso di provare anche ad anticipare gli ordini degli utenti grazie ad un sistema di rilevamento su scelte e ricerche fatte dai clienti nel passato. Mountain View invece ha appena annunciato una nuova funzione di notifica per Google Now: se hai cercato un prodotto online e passi accanto ad un negozio dove è disponibile ricevi un alert sullo smartphone. I dettagli non sono ancora stati resi noti ma la strategia di Big G sembra chiara: accaparrarsi l’intero processo di shopping degli utenti, dalla ricerca in Rete del prodotto alla sua “scoperta” nel mondo reale (con la nuova funzione) al pagamento (grazie al Wallet).

6 maggio 2014 | 16:29

Gli archeologi sulle vette della Grande Guerra. Dallo Stelvio all'Isonzo si scava sul fronte

Il Messaggero
di Stefano Ardito


«A emozionarmi, nel tunnel della Linke, è stato l’odore. Il sudore, i panni bagnati, il grasso per ungere la teleferica e i fucili. In un sito dove l’uomo ha vissuto millenni fa tutto è minerale, asettico. Nei luoghi della Grande Guerra si annusano la sporcizia, la fatica, la vita». Nicola Cappellozza, nato in Veneto e residente in Trentino, è un uomo dai due mestieri. Archeologo per formazione e alpinista per passione, ha ottenuto il diploma di guida alpina. Da qualche anno, oltre ad accompagnare i clienti sulle vette, si occupa di scavi archeologici ad alta quota.

593x443Duemila e più metri sul Pasubio, 3200 sul Corno di Cavento, nei pressi dell’Adamello. E 3562 sulla Linke, sui ghiacciai del Cevedale. Qui, la stazione intermedia di una teleferica austro-ungarica in funzione tra il 1915 e il 1918 è diventata da qualche anno un sito archeologico straordinario. «Mi sono occupato a lungo, e mi occupo ancora, di siti romani o preistorici del Trentino, come le palafitte di Ledro e Fiavé», spiega Franco Nicolis, direttore dell’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Trento. «Da qualche anno, come altri colleghi di tutta Europa, ho iniziato a esplorare con metodi archeologici i luoghi della Grande Guerra. Le trincee e i cannoni sono facili da trovare, e quasi sempre già conosciuti. Le armi, gli oggetti di vita quotidiana, le foto delle persone care, la posizione di ogni oggetto rispetto agli altri, rendono la storia concreta, tangibile, umana».

IL MONTE GRAPPA
Il fronte alpino, lungo il quale il Regno d’Italia e l’Impero austro-ungarico si sono combattuti per tre anni e mezzo, si allungava dallo Stelvio fino all’Isonzo. Comprendeva vette rocciose come le Dolomiti, le Prealpi (Ortigara, Pasubio, Monte Grappa), le Alpi Carniche e Giulie. E massicci rivestiti da ghiacciai, come l’Ortles e l’Adamello. Sulle prime le postazioni e le trincee sono rimaste visibili, sono state setacciate dai “recuperanti” degli anni tra le due guerre mondiali, sono oggi visitate dagli escursionisti. Nel ghiaccio, postazioni e reperti sono rimasti nascosti per decenni. Da qualche anno, però, il ritiro dei ghiacciai le sta portando in superficie. Il primo intervento in alta quota degli archeologi trentini, insieme ai volontari del Museo della Guerra Bianca di Pejo, è avvenuto nel 2007 sul Piz Giumella, 3593 metri, dov’era un caposaldo austriaco. Un anno dopo Nicola Cappellozza ha seguito i volontari della SAT, la Società degli Alpinisti Tridentini, nel tunnel del Corno di Cavento, scavato dagli Austriaci e passato di mano per tre volte dopo sanguinose battaglie.

LE BUFERE
E’ stato Maurizio Vicenzi, il direttore del Museo di Pejo, a segnalare agli archeologi la Linke, un cocuzzolo di 3562 metri di fronte alle vette del San Matteo, del Cevedale e del Monte Vioz. «Il ritiro del ghiacciaio ha fatto emergere strutture in legno e altro materiale. Ci abbiamo lavorato tra il 2009 e il 2013» spiega Franco Nicolis. Non è stata un’impresa facile. «Abbiamo lavorato un mese o poco più all’anno, fino a dodici ore al giorno, ma fermandoci in caso di bufera. Per scavare nel ghiaccio abbiamo usato dei diffusori di calore», racconta Cappellozza. Dal ghiaccio sono emersi il motore della teleferica, fatto saltare prima di abbandonare la posizione. E poi armi, lettere, vestiti e soprascarpe di corda necessarie per sopravvivere al gelo dell’inverno, quando le vedette potevano restare di guardia per non più di venti minuti.

LA CARTOLINA «Ci ha commosso una cartolina in lingua ceca, attaccata a un’asse, in cui un sergente veniva salutato dal “suo amore abbandonato”, e che abbiamo decifrato grazie a un alpinista di origine boema», continua Cappellozza. Nella prossima estate, la Linke potrà essere visitata con partenza dal vicino rifugio Vioz. In autunno i reperti saranno esposti nella mostra sulla Grande Guerra in programma al MART di Rovereto. Saranno esposti anche le armi e gli elmetti dei militari italiani morti nel 1916 sul Corno Battisti, una cima del Pasubio, e recuperati tre anni fa dagli archeologi trentini. E i cimeli accanto ai due soldati austriaci trovati nel 2012 in un crepaccio del ghiacciaio del Presena. «Entrambi, sul cranio, avevano il foro di una pallottola. Erano tutti e due giovanissimi, sui diciott’anni», spiega Franco Nicolis. L’archeologia della guerra ispira soprattutto pietà.

Scegliete Tyson, scaricato in cambio di un lavoro

Il Mattrino


sontre
E' disperato povero dolce Tyson! In canile nel box di cemento e grate che vedete nelle foto, piange. Piange in continuazione. Non si rassegna Quello che credeva essere il suo amico umano lo ha mollato senza pietà. Ed è partito trasferendosi all'estero. Già: gli hanno offerto un lavoro. Ma per lui non c'era più spazio nella sua nuova vita. E così addio. Lo ha scaricato in canile. E tanti saluti. Tyson è uno dei trovatelli della campagna di adozioni promossa dal Mattino: «L'amore non si compra, si adotta».
E' un bellissimo cagnolone di cinque anni. Dolce, bravissimo anche con i bambini. Sano, vaccinato e chippato. Sarà affidato con regolare modulo di adozione e libretto sanitario. E' a Napoli ma può essere adottato in tutt'Italia. Tiratelo fuori di lì! Merita di tornare a vivere. Ma stavolta davvero


Per info: 3491840478

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lunedì 5 maggio 2014 - 21:54   Ultimo agg.: 22:49

Coca-Cola, via l’ingrediente sospetto da tutte le sue bevande

Corriere della sera

La decisione dopo la petizione di un studentessa 17enne per la rimozione dai drink dei Bvo, sostanze considerate nocive per la salute. L’azienda: «Nessun pericolo»


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Alla fine i consumatori hanno vinto. Dopo la Pepsi, anche la Coca-Cola ha annunciato che entro la fine dell’anno modificherà la composizione di alcune delle sue bibite - tra cui Fanta e Powerade - rimuovendo da tutte le ricette uno degli ingredienti più controversi: gli oli vegetali bromurati, i cosiddetti Bvo. Sostanze considerate da tempo nocive per la salute, vietate in Giappone e in Europa, ma utilizzate, negli Stati Uniti, per esaltare aromi e sapori di alcune bevande aromatizzate. L’azienda ha capitolato dopo il successo di una campagna su Change.org organizzata da una studentessa americana. Ma rassicura: «I nostri drink sono sempre stati sicuri».
Una battaglia a colpi di clic
Già l’anno scorso, la rivale Pepsi aveva cedute alle richieste delle associazioni di rimuovere i Bvo dal Gatorade, uno dei suoi prodotti più noti. Una decisione seguita a una durissima battaglia online tra consumatori e colosso dei drink, combattuta a colpi di clic sulla piattaforma Change.org. Dove, la combattiva Sarah Kavanagh, studentessa diciassettenne del Missisippi, aveva lanciato una petizione per chiedere la rimozione di questo ingrediente. L’accusa: i Bvo sono ritardanti di fiamma, vietati da anni nell’Unione Europea e in Giappone. Il risultato: migliaia di firme raccolte e l’annuncio di Pepsi: via i Bvo dal Gatorade. Poi, una nuova campagna. Questa volta contro Coca-Cola. Un altro trionfo. E anche il colosso di Atlanta è stato costretto a capitolare. Continuando però a difendere la bontà dei suoi ingredienti:

«Tutte le nostre bibite sono sicure, lo sono sempre state, e sono in regola con tutte le normative in vigore nei paesi dove sono vendute», ha detto uno dei portavoce dell’azienda. «Sicurezza e qualità dei nostri prodotti sono la nostra priorità». Parole rassicuranti. Cui però è seguita la decisione di dire stop all’ingrediente incriminato. I sostituti dei Bvo sono già stati individuati: saccarosio acetato isobutirrico, utilizzato in alcune bibite da più di 14 anni, e estere di glicerolo delle resina, usato di solito i chewing gum e bevande.

6 maggio 2014 | 12:08

Fassinocchio

La Stampa


Pare abbia suscitato un certo scandalo la decisione del sindaco Fassino di mostrare il dito medio a un gruppo di tifosi del Toro che lo stavano insultando. Pare anche che il dito medio ricordasse la silhouette ossuta del suo titolare, tanto che a qualcuno dei presenti è sembrato che l’ex segretario dei Ds stesse sollevando verso il cielo una copia in scala di se stesso. Forse solo un monaco zen avrebbe diritto di fargli la morale: sfido chiunque a rimanere impassibile mentre ti insultano il parentado stretto. Persino se ti trovi in un luogo sacro, quale in effetti è il terreno su cui sorgeva e risorgerà (anche grazie a Fassino) lo stadio del Grande Torino. Senza contare che a sinistra il gestaccio non è considerato un insulto, a meno che lo facciano Bossi e Santanché. Il problema di Fassino non è dunque il dito. E’ il naso. Della stessa foggia di quello di Pinocchio. 

Quando la notizia ha cominciato a circolare, il sindaco ha mandato una smentita. Avrebbe dovuto sapere che nell’era dei telefonini le bugie hanno le gambe opposte alle sue, cioè cortissime. In Rete giravano già foto compromettenti del dito in libera uscita e ai Cinquestelle non è parso vero di poter postare un video che immortalava la scena. Nei Paesi di cultura protestante, tanto sarebbe bastato per costringere il primo cittadino di Torino a dare le dimissioni: lì sono ancora arretrati e un politico scoperto a mentire su qualcosa viene ritenuto capace di mentire anche su tutte le altre. Ma per fortuna in Italia la bugia è una forma di legittima difesa, un titolo di merito, e a colpi di menzogne ben assestate si può arrivare ovunque, un domani persino al Quirinale.

Il popolo o lo Stato Le Chiese di Bergoglio

Corriere della sera


Il papato missionario e sudamericano tenta di smontare l’immagine governativa Che si trincera nella dimensione curiale



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C’è un’involontaria contraddizione nel fatto che il Salone del libro di Torino ospiti uno Stato estero, la Santa Sede, ritornata in auge nel segno di un Pontefice incline a smontare la dimensione statuale di questa istituzione. L’immagine della cupola di San Pietro ricostruita con un mosaico di pagine è efficace. E la quantità di pubblicazioni portate dalla Libreria editrice vaticana, dai Musei, dall’Archivio segreto, dagli uffici che stampano francobolli e coniano monete, è destinata a trasmettere una sensazione di potenza anche culturale e letteraria. Il numero di saggi e biografie su Papa Bergoglio è tale da far pensare a un’inflazione inarrestabile e inevitabile, visto il successo popolare. E l’«effetto Francesco» è una sorta di sottotitolo tacito di ognuna delle manifestazioni.

Eppure, il Pontefice argentino, assente ma onnipresente nei dibattiti che cominciano l’8 maggio, appare un’icona issata un po’ d’ufficio sulla manifestazione: quasi incollata su una cornice già prestabilita, per garantire un successo ancora più grande. La sola idea di essere percepito come un sovrano, infatti, gli è abbastanza estranea: si è visto perfino domenica 27 aprile, quando celebrava la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Il diaframma collettivo di capi di Stato e di nomenklatura ecclesiastica che lo separava dalla folla sembrava frenarne il buonumore. Le parole sui due predecessori sono state ridotte all’essenziale. Su un piano più generale, la sensazione è che nella sua «teologia del popolo» di stampo latinoamericano, una certa cultura italiana e curiale, impastata di erudizione ed elitaria quasi per antonomasia, si inserisca come un’esperienza a lui estranea, se non sgradita.

Francesco è una sorta di Papa global-popolare, che non sceglie un interlocutore escludendo gli altri, né si lascia scegliere: un atteggiamento un po’ diverso da quello di una Curia che tuttora, almeno nei livelli intermedi, è tentata di definire «graditi» o «non grati» alcuni autori, a seconda del grado di subalternità che esprimono. L’accessibilità è una chiave che fa apparire la sconfinata pubblicistica sul Pontefice non solo la conseguenza di una personalità nuova, spiazzante e dunque studiata e analizzata senza tregua. È anche il prodotto di un papato da internet, «orizzontale», più da rete che da salone librario; più da pulpito di piazza che da dibattito in salotto. L’approccio di Jorge Mario Bergoglio è distante da quello del Cortile dei Gentili, gli incontri rarefatti organizzati durante la stagione di Joseph Ratzinger dal «ministro della Cultura» del Vaticano, Gianfranco Ravasi, regista del padiglione torinese: iniziative che sembrano più una coda del «papato intellettuale» di Benedetto XVI, che non l’incarnazione di quello francescano.

La presenza di questo particolarissimo «Stato estero» come ospite d’onore a Torino potrebbe dunque diventare, per paradosso, l’occasione per misurare sintonie, distanze e assonanze tra il Papa e la Roma pontificia; tra la sua idea di Vaticano impregnato dallo «spirito di Casa Santa Marta», anticamente pensata come lazzaretto per malati di colera, dove vive, e l’eterna mentalità «istituzionale», «governativa» e «romana» che sta cercando disperatamente di cambiare; tra il «modello latinoamericano» e una cultura cattolica che rimane tuttora corazzata nel suo eurocentrismo, nonostante il Conclave. È un guscio mentale che Victor Manuel Fernandez, rettore della Universidad Catolica Argentina di Buenos Aires, e alter ego di Bergoglio nella megalopoli, ha additato di recente come un ostacolo per il Papa argentino. Il rettore della Uca ha ritenuto di cogliere in una vecchia intervista di Ravasi nel 2013 gli indizi di una persistente differenza di opinioni sul pontificato.

Secondo monsignor Fernandez, la tesi del cardinale era che «un Pontefice latinoamericano può essere eletto una volta, ma poi bisogna tornare a qualcuno in grado di esprimere la cultura europea»; e che sarebbe «necessaria maggiore elaborazione culturale da parte di Francesco, contrapponendo l’elemento nazionalpopolare bergogliano al rigore teologico e scientifico dei “pastori occidentali”, intesi come europei. Il Papa sa — assicurava Fernandez — che questa ottica eurocentrica persiste, nella Curia e anche altrove». Certamente, lo sforzo generoso che il Vaticano ha fatto e farà a Torino metterà in ombra questi potenziali malintesi. Ma rimane il sospetto che Francesco guardi da lontano il modo in cui sarà presentato il profilo del «suo» Stato. Eppure saranno presenti esegeti qualificati del suo pensiero come il gesuita Antonio Spadaro, direttore di «Civiltà Cattolica», il quindicinale della Compagnia di Gesù, che ha curato la raccolta delle omelie mattutine del Papa a Santa Marta.

E parteciperà al Salone il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, «primo ministro» della Santa Sede e stretto e apprezzato collaboratore di Francesco. Il contesto, tuttavia, rimane connotato da una forte «italianità» che riflette la realtà vaticana precedente al Conclave, e non la determinazione di Bergoglio e dei suoi «grandi elettori» degli episcopati mondiali di renderla sempre più internazionale. Soprattutto, potrebbe risultare appena accennata quella profonda impronta sudamericana senza la quale è difficile comprendere il papato dell’ex arcivescovo di Buenos Aires; le dinamiche che hanno portato alla sua elezione; e il carattere «missionario» che il cattolicesimo americano australe si attribuisce rispetto a un’Italia e a un’Europa considerate secolarizzate ed esangui.

Probabilmente era inevitabile: tredici mesi e poco più di pontificato sono stati molto significativi e innovativi sul piano dei gesti. Ma per cambiare la mentalità, le strutture, e riplasmare lo Stato papalino occorrerà più tempo: sebbene risulti sempre più chiaro che la sfida anche culturale di Papa Francesco sarà vinta solo se riuscirà a vincerla a Roma.

Massimo Franco

Rendere più veloce il pc in 10 mosse (Windows)

La Stampa


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Google X, uno sguardo nel laboratorio segreto di Mountain View

La Stampa
francesco semprini

Da qui sono usciti i Glass, le lenti a contatto per controllare il diabete, i palloni aerostatici per il wi-fi e la Supercar del nuovo millennio che si guida da sola. Sbagliando e riprovando mille volte

a.it
Quella mattina, come tante altre da quando lavora in Google, Astro Teller si è dovuto alzare molto presto per partecipare a un incontro con il co-fondatore di Mountain View, Sergey Brin, e il direttore finanziario, Patrick Pichette. «Vogliono essere informati delle novità il prima possibile - racconta Teller al magazine Fast Company - specie quando non sono positive». 

Quella mattina a Teller, timoniere di Google X spettava l’ingrato compito di riferire ai vertici una notizia poco gradevole, ovvero che una delle squadre al suo comando aveva incontrato serie difficoltà, che c’era bisogno di un intervento e che questo sarebbe costato una cifra non certo trascurabile. «Grazie di avermi avvertito il prima possibile - gli risponde Pichette - Faremo in modo che tutto funzioni a dovere». Dalla reazione composta e pacata del Cfo sembrerebbe che nei confronti di Google X ci sia una tolleranza e una comprensione fuori da ogni standard aziendale, ma in realtà questa spiegazione è incompleta. 

Una volta terminato l’incontro, i tre sono usciti in uno dei giardini di Mountain View, si sono tolti le scarpe e si sono cimentati camminando su una corda tesa tra due alberi. «Pichette è molto bravo a fare questo esercizio, Brin un po’ meno, io per nulla», racconta Teller, 43 anni, spiegando però che ognuno di loro provava, cadeva e riprovava di nuovo con estrema naturalezza. E’ proprio questo il senso di Google X: quando la leadership è pronta a cadere e rialzarsi sotto gli occhi di tutti «concede in maniera implicita a ognuno dei propri lavoratori di essere simile a loro, ovvero di sbagliare, rialzarsi e riprovare», perché questo serve per centrare l’obiettivo. 

Ma che cosa è Google X? Lo definiscono «Intensive private innovation lab», ma non è un laboratorio come gli altri, è stato pensato per «fornire soluzioni inconsuete a grandi problemi di carattere globale». E anche il personale che vi lavora non è inquadrato in maniera tradizionale. Teller, che ne è il responsabile, non è direttore né presidente, ma sul suo biglietto da visita compare la qualifica di «Captain of Moonshots», termine quest’ultimo con cui si identificano quelle innovazioni che hanno scarsa possibilità di riuscita, ma se hanno successo possono rivoluzionare il mondo. Al servizio del capitano non ci sono i soliti «espertoni» di Silicon Valley, anche perché Google ha già una grande divisione di ricerca, Google Research, che si occupa dello sviluppo di tecnologie Internet e informatiche. 

La distinzione può essere fatta in questo modo: «Google Research studia il dettaglio, Google X approfondisce su dimensioni grandi come un atomo». La sede è ai margini del campus di Google, in un anonima palazzina di tre piani in mattoncini rossi, senza insegne come non ci sono siti Internet ufficiali per il laboratorio. L’entrata principale porta direttamente in un piccolo coffee bar a self service, l’estetica è moderna, austera, industriale, ma tutto è informatizzato. Così da riflettere la natura con cui era stato concepito nel 2009, quando Brin e Larry Page vollero istituire una nuova posizione, «Director of Other». La spina dorsale del laboratorio dell’impossibile è Google X Rapid Evaluation Team, chiamato anche «Rapid Eval», ovvero quella squadra di persone che sperimentano i prototipi facendo tutto ciò che di umano e tecnologico è possibile per farli fallire. 

Alla guida c’è Rich De Vaul, un tipo genialoide con la passione per lo skateboard, il quale ama dire: «Se c’è un’idea pazza e stramba, molto probabilmente è la mia». «La definizione classica di esperto è una persona che conosce sempre di più su sempre meno cose, sino a conoscere tutto di nulla. Si tratta di persone che possono essere utili su cose sempre più specifiche, ma non sono “X people”. - dice De Vaul - Noi vogliamo in qualche modo essere persone che sanno sempre meno di meno su sempre più cose». Una riflessione che sembra parafrasare in qualche modo Oscar Wilde, ma che tradotta in termini ha riscontri chiari e forti. 

Per dirne solo quattro, da Google X sono usciti i Google Glass, le lenti a contatto per controllare il glucosio e quindi il diabete, i palloni aerostatici per il wi-fi e la Supercar del nuovo millennio che si guida da sola. Non solo innovazioni ma rivoluzioni, difficili certo, come camminare su una corda tesa tra due alberi. Il punto è che basta essere pronti a cadere, rialzarsi e riprovare. Ecco perché quando si chiede a Teller come mai Google ha deciso di investire in X piuttosto che in qualche altra cosa che poteva essere più ammaliante per Wall Street lui risponde con un obliquo sorriso: «Non è una vera scelta». Come dire, sulla corda abbiamo deciso di salirci e basta.

Quei compagni disobbedienti eliminati dai partigiani rossi"

Roberto Festorazzi - Mar, 06/05/2014 - 09:13

Un libro spezza la cappa di silenzio sulla vicenda di "Gianna" e "Neri" uccisi dopo i fatti di Dongo. Anche l'Anpi ha cancellato i loro nomi

Il 7 maggio 1945, sparisce nel nulla Luigi Canali, il capitano «Neri», comunista e capo carismatico della Resistenza comasca, che aveva avuto un ruolo di primo piano nelle vicende della fine di Mussolini: dall'arresto all'esecuzione.

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Il 23 giugno viene gettata da una scogliera a picco sul lago la sua compagna di battaglie e di vita, la partigiana Giuseppina Tuissi, «Gianna». Insieme avevano lottato per un ideale condiviso gli orrori della carcerazione e della tortura, insieme avevano contabilizzato l'oro di Dongo sottratto al Duce. Per poi accorgersi, in ultimo, che il partito per il quale avevano sacrificato se stessi, era un universo fatto di violenza dove regnava la legge del terrore. Insorti contro l'illegalità, i furti degli ori e dei documenti, erano stati assassinati. Lui, per aver rotto la linea dell'obbedienza assoluta, lei per aver cercato, con ostinazione, la verità sulla sua morte.

Entrambi, dopo essere stati condannati a morte da un tribunale partigiano rosso, colpiti dall'accusa di essere traditori. Mirella Serri, nel suo nuovo Un amore partigiano. Storia di Neri e Gianna eroi scomodi della Resistenza (Longanesi, pagg. 220, euro 16,40), solleva il coperchio su questa pagina del comunismo italiano a lungo rimossa, dedicando una particolare attenzione alle figure femminili. Scrive l'autrice: «La tragica avventura di “Gianna” e “Neri” si presenta non solo come un episodio della Resistenza ma anche della post-Resistenza, un periodo durato anni, in cui ci si rifiutò di far luce su quell'intreccio di omertà, paure e reciproche coperture che alla fine frutteranno carriere, riconoscimenti onori». E, a loro riguardo, parla di una «cancellazione della memoria» che tuttora resiste.

Serri, finora la si conosceva come storiografa, ma questo libro segna il suo esordio come narratrice di storie...
«Ho cercato di raccontare una storia che, di per sé, ha una trama avvincente. Ci sono tutti gli ingredienti di una grande vicenda umana: l'amore, il tradimento, il dramma. Nel libro, ho raccontato il primo amore di “Gianna”, quello con il partigiano milanese Gianni Alippi, che viene ucciso dai fascisti, e nel cui ricordo lei assume quel nome di battaglia. C'è poi la relazione di “Gianna” con il capitano “Neri”, che viene avversata dai loro stessi compagni di battaglia. Ho raccontato anche le molestie che “Gianna” riceve da un garibaldino, Siro Rosi. Ne risulta il ritratto di un ambiente, che è come lo raccontava Calvino: nei gruppi partigiani, del resto, c'era di tutto: i ladri, i gentiluomini, e gli assassini. Poi, naturalmente, ci sono anche le violenze che “Neri” e “Gianna” subirono, in carcere, da parte dei nazifascisti».

Lei ha incrociato la tragedia di “Neri” e “Gianna” con l'altro grande dramma che corre in parallelo, anche temporale: l'epilogo di Mussolini e Claretta. «Tutti gli storici, anche di sinistra, come Franzinelli, che si sono soffermati sulla figura di Claretta, l'hanno celebrata come un tipo di donna interamente dedita al proprio uomo. Ma la personalità autentica della Petacci è quella che emerge dalle sue lettere a Mussolini del periodo di Salò. Il Duce stesso riconosce che lei è la persona più odiata dagli italiani, più di lui stesso. E in effetti è vero. Era detestata tanto dai fascisti quanto dagli antifascisti. Claretta, più antisemita e filonazista dello stesso Duce, sembra avere in pugno Benito. Gli chiede di lasciare la moglie, Donna Rachele, e lui negli ultimi tempi sembra essere disponibile a tale soluzione. Poi, alla fine, lei scappa con otto milioni: vabbé, si doveva pure mantenere, ma, insomma... Agli storici con i pantaloni è sempre piaciuta Claretta, donna devota, che si sacrifica per amore del suo uomo. Per carità, c'è anche questo, ma pure dell'altro».

E a lei la Petacci pare l'esatto contrario di «Gianna», donna idealista in tutto e per tutto.
«Ecco, “Gianna” si sacrifica veramente per amore. Viene imprigionata dai partigiani garibaldini che, dopo la scomparsa di “Neri”, le impediscono di andare in cerca del suo uomo. Una volta liberata, lei però insiste nella sua determinazione e, perciò, viene uccisa nel giorno del suo ventiduesimo compleanno».

Qui si giunge all'apice del dramma, l'eliminazione di «Gianna» e «Neri» da parte dei loro stessi compagni. Lei scrive che «i mandanti e gli assassini sono passati nei libri di storia come protagonisti eroici della lotta armata». Perché è potuto accadere?
«Va ricordato che le loro famiglie erano comuniste, soprattutto quella di “Neri”; credono nel partito, nella sua onestà, e continuano, per anni, a inviare petizioni per cercare di fare luce sui delitti. La madre di Canali incontrò Togliatti, poi sua moglie Rita Montagnana. Togliatti promise che avrebbe reso giustizia, ma non fece nulla. Ancora oggi, sul sito Internet dell'Anpi, spicca l'assenza delle biografie di “Neri” e “Gianna”. Mi domando perché e mi piacerebbe partecipare a un dibattito con l'Anpi, per discutere. Per converso, sul sito della stessa Associazione personaggi come Vergani, Gorreri, Moretti, che hanno un ruolo in queste oscure trame, sono tutti elogiati. Sono rimasta impressionata, ad esempio, dalla figura di Giuseppe Frangi, il partigiano “Lino”, che montò la guardia a Mussolini l'ultima notte. Sembra in preda a una follia omicida».

E lei, allora, come li descriverebbe i responsabile della fine di «Gianna» e «Neri»?
«Una combriccola dedita al malaffare. Da questa vicenda, d'altra parte, emergono molti interessi personali che con la politica hanno nulla a che vedere».

Proibito origliare una confessione". E la Cassazione assolve un assassino

Luca Fazzo - Lun, 05/05/2014 - 17:16

Nel 2009 un uomo aveva sentito distintamente l’uccisore di suo fratello indicare nome e cognome del complice. Ma ora la condanna viene annullata dalla Suprema Corte

Raramente è dato leggere in un atto processuale una tale serie di insensate brutalità come quelle che vengono meticolosamente ricostruite nella sentenza sull’uccisione di Fabrizio Greco, bruciato vivo nel marzo 2009 a Rende, in Calabria, al termine di un litigio tra ubriachi.

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A colpire è la determinazione con cui il poveretto viene dato alle fiamme sostanzialmente senza motivo, se non per punire gli insulti lanciati nei confronti di due conoscenti dopo una serata ad alto tasso alcoolico. L’uomo che gli diede fuoco è già stato condannato con sentenza definitiva. Quello accusato di averlo tenuto fermo invece potrebbe farla franca, anche se i carabinieri lo trovarono ancora puzzolente di benzina. Motivo: secondo la Cassazione, le dichiarazioni del complice che confessava e lo accusava erano state rese in assenza di un difensore, e quindi non potevano essere impiegate contro nessuno dei due imputati. Una sentenza forse tecnicamente esatta, ma che rischia di lasciare in libertà un uomo della cui colpevolezza, a leggere le carte, sembra difficile dubitare.

A chiamare i carabinieri, quella sera di marzo, fu lo stesso assassino, tale Camillo De Maddis: «Venite, c’è un uomo avvolto dalle fiamme». Quando arrivò il 112, lo sventurato era già morto. «Dagli accertamenti medico-legali risultava che Greco, mentre era ancora in vita, era stato cosparso di liquido infiammabile nelle ragioni craniali, del tronco, dell’addome, agli arti superiori e inferiori». De Maddis ammette quasi subito, anche perché puzza di benzina lontano un miglio. Poco distante, in una cantina, viene trovato un altro uomo,

Pasquale Gaccione, che urla per le ustioni alle mani. Ha le scarpe inzuppate di benzina e il giubbotto bruciato. Insomma, che fosse presente al delitto sembra ovvio. Anche perché, caricati su un furgone per essere portati in caserma, senza sapere di essere intercettati De Maddis e Gaccione parlano liberamente e concordano la linea. De Maddis promette al complice di prendersi tutta la colpa e di scagionarlo. In realtà, poi, appena arrivati in caserma, De Maddis oltre a consegnare ai carabinieri l’accendino dice che l’amico lo ha aiutato a immobilizzare la vittima.

Le indagini scoprono che i tre avevano passato la sera a bere tutti insieme, fino a quando avevano litigato. A quel punto De Maddis e Gaccione erano tornati in un bar e si erano fatti prestare prima una bottiglia e poi addirittura una tanica da riempire di benzina, spiegando di essere rimasti a secco. Poi erano tornati dal povero Greco dove De Maddis «aveva cosparso la vittima di benzina mentre Gaccione la teneva immobilizzata; quindi, dopo avere risposto con un tranquillizzante cenno dell’occhio alle perplessità di Gaccione, gli aveva fatto cenno di allontanarsi e aveva appiccato fuoco a Greco».

Difficile immaginare un contesto di prove più solido. Ma la Cassazione (giudice estensore Margherita Cassano) ha stabilito che «la confessione di De Maddis è stata acquisita dai carabinieri in palese violazione» del codice di procedura penale, visto che l’uomo doveva essere sentito come indagato. I giudici di primo e secondo grado avevano aggirato l’ostacolo, utilizzando come prova non la confessione di De Maddis, ma il racconto del fratello della vittima che in quel momento si trovava in caserma, e aveva sentito chiaramente raccontare per filo e per segno come era stato commesso il delitto. Ma niente da fare: per la Cassazione anche la testimonianza del fratello è inutilizzabile: «Tale sanzione si propaga necessariamente alle dichiarazioni del teste che, per circostanze fortuite, sia in grado di percepirle e di riferire il loro contenuto alla autorità giudiziaria».

È stato ordinato quindi un nuovo processo: e poiché la stessa Cassazione scrive che quella deposizione h avuto «efficacia dimostrativa determinante ai fini decisori», il complice di De Maddis, l’uomo accusato di avere tenuto ferma la vittima fino a inzupparsi lui stesso di benzina e a ustionarsi le mani, potrebbe venire assolto.