lunedì 9 giugno 2014

Mare Nostrum, dieci militari positivi al test della Tbc

Libero


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"Sono una decina i militari della Marina impegnati nelle operazioni Mare Nostrum risultati positivi al test di Mantoux, la prova di screening che individua la presenza di una infezione latente del microbatterio della tubercolosi". La notizia viene rilanciata dall'agenzia di stampa Adnkronos, che cita fonti della Marina Militare. Una decina di militari italiani, dunque, infettati dalla Tbc. "Nessuno di questi casi - continuano le fonti della Marina - è in fase attiva o contagiosa, sono risultati positivi a questo screening precauzionale e continuano a lavorare. Quindi nessun campanello d'allarme, perché in operazioni così complesse e dove sono impegnati migliaia di uomini questo dato è fisiologico". Secondo quanto si è appreso, tra i dieci casi non c'è nessun medico né operatore sanitario impegnati nei soccorsi a bordo delle navi.

La denuncia della Lega - Eppure, anche se la richiesta è quella di far tacere ogni "campanello d'allarme", alla luce di questa notizia forse a qualcuno verrà in mente l'allarme lanciato da Matteo Salvini e dalla Lega Nord nel corso della campagna elettorale delle ultime elezioni Europee: la nuova ondata di immigrati, denunciava il segretario del Carroccio, riporta in Italia malattie dimenticate da anni. "La tubercolosi e la scabbia - spiegava Salvini - non arrivano dalla Finlandia. Purtroppo con una sanità arretrata in Nordafrica questa gente riporta malattie che avevamo sconfitto da anni". Frasi che a Salvini erano costate le ironie di Ilaria D'Amico, conduttrice di Tango su SkyTg24, alla quale il segretario della Lega rispose: "Se le prenda lei, la tbc". Insomma, quelle di chi denunciava la possibilità che gli sbarchi dei clandestini potessero portarci "in dote" malattie che credevamo debellate non sembrano più "sparate da bar" buone per far campagna elettorale, e oggi arriva una prima prova.

Mare Nostrum - Significativo il fatto che i militari contaminati siano impegnati in Mare Nostrum, l'operazione militare di soccorso in mare degli immigrati iniziata nell'ottobre del 2013 e da tempo nel mirino sia di Forza Italia sia della Lega Nord. Recenti le critiche di Maurizio Gasparri e Paolo Romani, che hanno chiesto al ministro dell'Interno, Angelino Alfano, di prendere atto del fallimento di Mare Nostrum e di riferirne in Parlamento: "L'operazione - spiegavano i due azzurri in una nota conginuta -, così come si sta sviluppando, travalica gli scopi umanitari e sta diventando un trasporto gratui

Le ossessioni di Saviano fanno il gioco della mafia

Alessandro Sallusti - Lun, 09/06/2014 - 15:13

Il fatto che al Nord ci sia la mafia non vuole dire in alcun modo che il Nord sia mafioso, e neppure che rischi di essere contaminato


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Saviano, lo scrittore di mafia, gode come un matto. È entusiasta perché una recente sentenza della Cassazione ha stabilito, per legge, che la 'ndrangheta del Nord non è una parente povera della 'ndrangheta del Sud, ma è la stessa cosa.
«Avevo ragione io - dice e scrive in queste ore -, il Nord è in mano alla mafia».

Quella di Saviano ormai è una ossessione, direi un tifo interessato: senza la mafia non saprebbe che scrivere e addio libri, articoli, conferenze e incontri antimafia. Ora io non metto in dubbio le parole della Cassazione, è che mi sembra la scoperta dell'acqua calda. Mi sembra ovvio che la mafia ci sia, evidente che ci sono i mafiosi ma, addetti ai lavori a parte - direi maniaci a parte -, chi se ne importa se i clan che operano a Milano sono gli stessi o solo cugini di quelli che comandano a Corleone o a Reggio Calabria.

Quello che Saviano non vuole capire - o finge di non capire - è che il fatto che al Nord ci sia la mafia non vuole dire in alcun modo che il Nord sia mafioso, e neppure che rischi di essere contaminato. Un conto è infiltrarsi in un appalto, riuscire a inserire con l'inganno un proprio esponente in una struttura pubblica o politica, altro è inquinare il vivere della comunità, comandare, disporre della vita e della testa delle persone. Fattene una ragione, caro Saviano, noi al Nord non siamo e non potremo mai essere in balia della mafia.

Sappiamo combatterla ed estirparla non appena ne individuiamo una cellula. Non siamo omertosi, non siamo solidali, non applaudiamo i mafiosi all'uscita dalle caserme quando vengono arrestati, non insultiamo né aggrediamo - come avviene purtroppo in tante, troppe zone del Sud - i poliziotti che ammanettano i boss. Ci possono essere in giro - e probabilmente ci sono - anche migliaia di mafiosi, ma restano un corpo estraneo alla comunità. Al Nord un mafioso non è un padrino e neppure un uomo d'onore: è solo un criminale da assicurare alla giustizia il più presto possibile.

Capiamo che chi ha costruito la sua fortuna economica e professionale sull'antimafia sia costretto a soffiare sul fuoco per tenere alti tensione e interesse. Buttafuoco, raffinato scrittore siciliano, di recente ha scritto che ci sono due tipi di mafia: la mafia e la mafia dell'antimafia. Un suo celebre conterraneo, Leonardo Sciascia, sostenne questa tesi già nel 1987, e per questo fu cacciato dal Corriere della Sera e linciato dai suoi amici comunisti. Chi sostiene che «tutto è mafia» porta inevitabilmente la gente all'assuefazione che «nulla è mafia». A vantaggio, caro Saviano, della mafia.

I giudici con il doppio stipendio

Libero


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Extra e anche ben remunerate che permettono di far crescere il già sostanzioso stipendio. Lezioni all'Università, corsi di formazione, consulenze. Sono un migliaio le toghe che, autorizzate dal Csm, svolgono il "doppio lavoro". La notizia è riportata dal quotidiano Il Giornale che sottolinea come si tratta di attività del tutto regolari ma che tuttavia lasciano spazio ad alcuni dubbi. Ci si chiede se tutti gli impregni extra non rubino tempo all'attività principale dei magistrati, contribuendo ad aumentare le giacenze di fascicoli da smaltire.

Il quotidiano di via Negri spiega che il Csm ha reso noto un volume di 362 pagine che contiene l'ultimo aggiornamento delle attività extragiudiziarie autorizzate dal 14 novembre 2013 al 13 maggio del 2014. Si citano 1.085 incarichi, più che raddoppiati rispetto ai 961 autorizzati nello stesso semestre di un anno fa. Molti incarichi sono assegnati - dietro ricompensa economica - da Università, società private ma anche  centri di potere. E' legittimo quindi farsi delle domande anche sulla "terzietà": se un magistrato viene pagato da un ente, da una società, siamo sicuri che mantenga la sua indipendenza nel momento in cui viene chiamato a svolgere il suo lavoro

I magistrati forzano le leggi. Ormai è scontro con lo Stato"

Giancarlo Perna - Lun, 09/06/2014 - 08:00

Giorgio Spangher, esperto di Procedura: "L'esempio di conflitto è il processo a Napolitano sulla trattativa Stato-mafia. Non c'è più equilibrio tra le parti, nei processi i giudici stanno con l'accusa"


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Quando incontri una persona, c'è un prima e un dopo. Il prima è l'infarinatura che hai di lei senza conoscerla. Il dopo è quando ti sta davanti agli occhi. Del professor Giorgio Spangher sapevo che è un numero uno della Procedura penale di cui, dopo averla insegnata a Sassari e Trieste (sua città natale), è ordinario alla Sapienza di Roma, supremo punto d'arrivo universitario. Al telefono mi ero fatto anche l'idea che fosse autoritario, perché di poche parole e ipermattiniero al punto che ho rischiato un appuntamento alle 7.30, spostato alle 8,30 con abile trattativa. Alla fine mi sono detto che a settant'anni, tanti ne ha Spangher, ha il diritto di essere bacchettone. Con questo bagaglio cognitivo, mi sono presentato da lui.

Incontro uno di quei settantenni che madre natura moltiplica ai nostri giorni: dimostra a stento cinquant'anni. Ha parlantina torrentizia, è caratterialmente cordiale e propone, da bon vivant, di andare nel giardino a goderci il sole romano anziché starcene nella hall del suo albergo come due grami mediatori d'affari. Mentre sediamo, è lui a ricordarmi ciò che ho omesso nella presentazione.
Ossia che, oltre a essere docente, è anche preside della Facoltà di Legge. Però lo dice solo per pregarmi di non scriverlo - ma come faccio? - perché lui, parlando di Giustizia, vuole farlo a nome suo, senza le cautele cui una veste istituzionale, come quella di preside, lo costringerebbe.

Insomma, è unicamente il prof che parla. Stavo per fargli una domanda scemetta, tanto per rompere il ghiaccio, quando metto meglio a fuoco il suo aspetto. Ha barba nera, occhi vigili e un paio di jeans. Sembra il personaggio di un western. Così, adattandomi alla scoperta, ho sparato a bruciapelo una domanda micidiale: «Se fosse incriminato, direbbe: “Ho la massima fiducia nella magistratura?”». Spangher reagisce con un sorriso tirato, ci pensa su e dice: «Non mi sbilancerei con una affermazione così netta».

Vuole dire che, se gli capitasse, sarebbe stravolto, conoscendo i suoi polli. Ma usa garbate circonlocuzioni. Lo farà spesso. È quindi utile che vi dica subito come ho capito io che la pensa Spangher, anche quando si esprime in modo cripitico-docenziale. Il professore è più che convinto che la Giustizia sia malata e i magistrati eccedano. Ma anche che la gente è dalla loro parte e non accetta distinguo. È furiosa per le ruberie dei politici, tanto più odiose in tempi di crisi. Invoca la ramazza e osanna chi la usa. Perciò, pensa con amarezza Spangher, è il momento peggiore per sognare riforme garantiste. Leggete dunque l'intervista con queste lenti.

Il giudice è più vicino al pm che ai diritti della difesa?
«Sostanzialmente vero. Il grande problema del processo è l'equilibrio dei poteri, tra difesa, pm e giudice».

Equilibrio che manca.
«Spesso il giudice si schiera più sulle tesi accusatorie. Ma c'è anche un altro equilibrio in crisi».

Cioè?
«Quello tra la magistratura e gli altri poteri dello Stato. Quando nasce un conflitto tra Procura di Palermo e capo dello Stato (trattativa Stato-mafia, ndr) o tra Procura di Milano e Governo (sul segreto di Stato nel caso Abu Omar, ndr), significa che il livello di guardia è superato».

C'è abuso del carcere prima del processo? «Il nuovo codice di procedura aveva sostituito la carcerazione preventiva, ossia l'anticipo della pena, con la custodia cautelare, semplice misura di precauzione che non sottintendeva la probabilità della condanna. Ma le leggi successive ci hanno, di fatto, riportati al carcere preventivo. La galera non è più l'ultima ratio».

C'è abuso di intercettazioni?
«Spesso non sono rispettati i presupposti di legge per farle».

I giudici violano le leggi?
«Le forzano. Di fronte alle obiezioni della difesa, vanno avanti per la loro strada. Se nei codici c'è scritto “immediato”, che per me significa subito, il giudice interpreta dieci giorni; se c'è scritto “assolutamente indispensabile”, il magistrato interpreta opportuno, utile».

Pura illegalità. Bisognerebbe scendere in piazza.
«Ci andrebbe da solo. La gente no, perché capisce che si sta facendo pulizia. Sentito parlare della Rivoluzione francese? Quelli che andavano a vedere le esecuzioni? Siamo lì. Il processo penale è sensibilissimo a questi umori».

È tollerabile la legislazione speciale per i mafiosi, dai processi di massa al carcere duro? «Il doppio binario è accettabile. Ci ha fatto uscire dal terrorismo, vincendolo per via giudiziaria, pur piegando le norme con leggi di emergenza. Ha consentito di restare nella legalità. Altri hanno impiccato i terroristi in carcere».

Con la scusa dei mafiosi si è finito per colpire i non mafiosi con il reato inventato del concorso esterno. Costituzionale?
«Dirmi perplesso è un eufemismo. I poliziotti, per esempio, per svolgere i loro compiti, devono navigare in una zona grigia: il caso Contrada».

Cuffaro e Dell'Utri hanno sette anni a testa per concorso esterno.
«Il diritto penale deve distinguere tra l'illecito e il grigio. Il cosiddetto concorso esterno non è nella zona illecita, ma in quella grigia. Come tale, non è sanzionabile».

L'Università come si schiera di fronte a queste bestiali forzature?
«Salvo eccezioni, sviluppa una linea garantista. Guarda al sistema, non all'emergenza. Docenti e studenti hanno metabolizzato i principi di garanzia della Convenzione Ue».

La magistratura dilaga dalla politica industriale (Ilva) alla camera da letto (Ruby). Perché? «Vuole moralizzare la società, mentre dovrebbe solo applicare la legge».

Le colpe della politica per le invasioni di campo? «Enormi! Ha delegato alle toghe funzioni proprie. Ma, soprattutto, con la sua corruzione, fa sempre più emergere la magistratura».

L'ultimo Guardasigilli degno del nome? «Giuliano Vassalli. Introdusse il nuovo codice di procedura penale».

Separazione delle carriere tra giudici e pm?
«Certo. Nella logica dell'equilibrio dei poteri. Oggi, i muscoli sono solo da una parte: quella delle toghe contro i difensori».

Pensiero finale. «Grande confusione sotto il cielo».

L'assenteista Piano deride i senatori a "tempo perso"

Andrea Cuomo - Lun, 09/06/2014 - 08:05

Il parlamentare a vita non si vede mai in Aula ma pontifica sul futuro di Palazzo Madama. E i suoi colleghi non fanno meglio: numeri impietosi per Monti, si salva solo la Cattaneo


piano
La sua sedia, in prima fila, è sempre vuota. Qualche capatina simbolica, poi più nulla. Il suo pulsante per le votazioni elettroniche ha ancora il cellophane (metaforico): lo ha pigiato solo dieci volte su 3431 votazioni elettroniche a cui avrebbe potuto prendere parte, per una percentuale dello 0,29 per cento.
Il senatore a vita Piano Renzo, nominato nell'ultima infornata di parlamentari ad honorem voluta dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed entrata in servizio lo scorso 30 agosto, la strada per Palazzo Madama non sa nemmeno qual è.

Eppure risulta regolarmente iscritto al gruppo misto e appartenente alla tredicesima commissione permanente (Territorio, Ambiente, Beni ambientali), dove sono abituati a fare a meno di lui. Eppure pontifica sul futuro dell'ente a cui appartiene in contumacia, difendendo in un'intervista al Corriere della Sera l'esistenza del Senato («l'abbiamo inventato noi, l'abbiamo esportato nel mondo»), ammettendo che sì, il numero dei senatori va dimezzato («non occorrono 300 e passa senatori, così come non occorrono 900 e passa parlamentari») ma rifiutandosi di pensare a un Palazzo Madama abitato solo da perdigiorno («l'idea di un senatore a tempo perso mi pare inconcepibile.

Un senatore è uno che deve fare un buon lavoro»). Tutte opinioni degnissime. Che però suonano un po' strane se escono dalla bocca di uno che appunto il senatore lo fa a tempo peso. In realtà, l'archistar genovese, ha la coda di paglia. E mette le mani avanti: «Un senatore a vita fa sempre un altro mestiere. Almeno così ho inteso il ruolo e così lo sto facendo. Io vado regolarmente in Senato. Vado poco in Aula ma spesso nel mio ufficio che è a cinquanta metri dall'aula». Ricapitoliamo: a Palazzo Madama Piano non ci va ma all'ufficio di rappresentanza al centro di Roma certo non rinuncia: «Lì ci sono i giovani architetti che remunero con la mia indennità e che seguono il progetto di rammento delle periferie, che sono le città del futuro».

Insomma, Piano il ruolo di senatore a vita lo interpreta a suo piacimento, quasi fosse una dependance del suo studio professionale. E non è che i suoi colleghi senatori a vita si guadagnino sul campo la medaglia. La più secchiona, la scienziata Elena Cattaneo, ha votato 1106 volte su 3431, con una percentuale del 32,24 per cento. Segue il Nobel per la fisica Carlo Rubbia, che ha premuto quel pulsante 629 volte su 3431, con una percentuale del 18,66. Ma la performance peggiore è quella di Mario Monti, per il quale la politica già da un bel po' non è più un hobby o un secondo lavoro: ebbene, il seggio di senatore a vita da lui preteso in cambio della salita a Palazzo Chigi da salvatore della patria nel novembre 2011, è stato quasi sempre disertato.

Il Professore ha una percentuale di presenzialismo bassissima, pari al 7,45 per cento, dato che deriva dalle sole 347 partecipazioni al voto su un totale di 4658 votazione svoltesi dall'inizio della legislatura. E nemmeno i colleghi nel frattempo scomparsi erano degli habitué di Palazzo Madama. Il direttore d'orchestra Claudio Abbado, insediatosi già malato al Senato il 30 agosto e deceduto il 20 gennaio 2014, in quei quattro mesi e passa non ha mai avuto modo di affacciarsi a Palazzo Madama. E Emilio Colombo, morto il 24 giugno, ha partecipato a sole 3 votazioni delle 181 svoltesi nel primo scorcio di legislatura. Ma lo storico esponente della Dc aveva 93 anni suonati e quindi era giustificato a prescindere.

Sono dati che fanno riflettere su un istituto, quello del senatore a vita, che l'Italia condivide con pochi altri Paesi, a parte il Regno Unito (dove quasi tutti i membri della Camera dei Lord lo sono a vita) nessuno appartenente al Gotha della democrazia mondiale: Burundi, Congo, Paraguay e Ruanda. Peraltro in questi sistemi il ruolo è previsto solo per gli ex presidenti della Repubblica, e nemmeno sempre in automatico: in Ruanda è necessaria un'istanza alla Corte Suprema, mentre in Paraguay i senatori a vita non hanno diritto di voto e non concorrono alla formazione della maggioranza. Insomma, il senatore a vita è un'anomalia tutta italiana.

Berlinguer, santificato perché moralista

Libero


Mario Cervi ha cercato di diradare la nuvola di incenso rosso diffusa da alcune sagrestie in occasione del trentesimo anniversario della morte di Enrico Berlinguer. Da appassionato di storia contemporanea, Cervi ha ricordato gli esordi del segretario del Pci, descrivendo un capo comunista molto diverso dall’icona buonista che viene tramandata dalla triade composta da Unità, Repubblica e Espresso. Berlinguer fu l’uomo del compromesso storico, ma ai tempi della sua scalata ai vertici del partito fu anche un seguace cieco dell’Unione sovietica, fedele all’ortodossia stalinista prima e brezneviana poi. Altro che strappo da Mosca: il compagno Enrico si cucì addosso l’abito comunista, facendoselo andar bene per diverse stagioni.

Nell’articolo, l’ex direttore del Giornale tratteggia con maestria l’immagine di un aristocratico rosso, che guardò sempre dall’alto in basso la rivoluzione, un po’ come lo dipinse Giorgio Forattini, rappresentandolo in giacca da camera che sorseggia un the mentre in basso la classe operaia sciopera. Se posso aggiungere qualche parola a quelle di Cervi, già molto efficaci, vorrei dire che l’ex segretario, oltre che un burocrate comunista, fu anche un pessimo stratega, nel senso che se si analizzano le scelte da lui fatte quanto era alla guida del Pci, si capisce che le sbagliò tutte o quasi.

Esagero? Non credo.

Quando si estinsero gli italiani

Marcello Veneziani - Dom, 08/06/2014 - 14:42

Gli italiani erano una popolazione subeuropea che si estinse per eccesso di furbizia e difetto di natalità


Gli italiani erano una popolazione subeuropea che si estinse per eccesso di furbizia e difetto di natalità. Mangiarono per anni pane e volpe e restarono intossicati dai loro stessi veleni, il malaffare per i regnanti e il malanimo per i sudditi.

Non nascevano più opere né imprese perché tanta era la cresta che finivano i budget prima di partire. E non nascevano più figli perché gli italiani si autosterilizzarono per amor di sé; praticavano il sesso figurato o col selfie, copulavano col tablet procreando microchip, si fecero trans o single, si accoppiavano con lo stesso sesso o abortivano appena per errore si profilava una creatura. Sostituirono i figli coi cani e i gatti. Usarono il seme per farsi creme di bellezza e i feti per rigenerarsi la pelle.

Dopo le labbra si siliconarono il cervello. Passarono dalla dolce vita alla dolce morte; ma col dolcificante, perché lo zucchero fa male. Al culto preferirono i paraculti, di cui erano maestri. Senza prole scoppiarono di migranti. Ai giovani negarono il lavoro ma per garantire l'equità sociale tolsero agli anziani la pensione. Appena un italiano veniva sorpreso a lavorare era tartassato e multato fino a dissanguarlo. Chiusero le aziende e subentrò la cassa disintegrazione, la Fiat fuit e con gli arabi volò Alì-talia.

L'ultimo re passò i primi cinquant'anni di potere a promettere riforme. Poi, raggiunta l'età grave, fu rottamato al Quirinale. Prima di estinguersi, gli italiani organizzarono una memorabile festa d'addio e finirono in bignè di cremazione pasticcera.