martedì 10 giugno 2014

Diritto all'oblio, il Guardian: «Google segnalerà i link rimossi»

Il Mattino


google
Un avviso che il link è stato cancellato in osservanza alla sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 maggio scorso sul diritto all'oblio. Queste, secondo le indiscrezioni pubblicate per primo dal Guardian, le modalità con cui Google dovrebbe segnalare online che determinate ricerche sono state rimosse.

Una modalità, quella dell«alert», che dovrebbe essere simile a quella che l'azienda già utilizza per i contenuti oscurati in violazione del copyright. Google ha messo online dal 30 giugno un modulo per chiedere la cancellazione di link ritenuti "inadeguati o irrilevanti". Solo il primo giorno sono arrivate 12mila richieste, oltre 41mila in quattro giorni, in pratica una media di 10mila richieste al giorno. Secondo il Financial Times, la maggior parte delle domande arriverebbe da Regno Unito e Germania. I primi link dovrebbero essere rimossi dal web a partire dalla metà di giugno.

Secondo le indiscrezioni del Guardian, oltre all'avviso in fondo alla pagina Internet, Google starebbe anche pensando di includere le informazioni sul diritto all'oblio nel suo "Transparency report" in cui rivela il numero delle richieste dei governi di tutto il mondo di rimuovere materiale dai risultati del motore di ricerca. Inoltre, per il quotidiano inglese, tra le 41mila richieste ricevute ci sarebbe anche quella di un politico con un passato oscuro, di un pedofilo condannato e un uomo che aveva tentato di uccidere la sua famiglia.

Secondo l'amministratore delegato di Google, Larry Page, un terzo delle richieste di rimozione di link è riferito a frodi, un quinto a crimini importanti, il 12% ad arresti per pornografia infantile.

lunedì 9 giugno 2014 - 19:44   Ultimo agg.: 19:45

Noi di Google non siamo complici del sistema di sorveglianza di massa»

Corriere della sera

di Beppe Severgnini

Eric Schimdt, a capo del colosso di Mountain View: «Su internet imparate dall’Estonia, l’intero paese lo usa»


Google non ha un ufficio a Roma. L’incontro è al quarto piano di un palazzo vetri e alluminio vicino al ministero dell’Agricoltura. Nessuna insegna, niente scritte. Fuori un caldo sfacciato.

Sezioni
La scritta GOOGLE appare all’ingresso, su una parete interna. Tre stanze e un corridoio, ribattezzato Via YouTube (targa in finto marmo capitolino). La sobrietà in trasferta di una delle società più ricche e potenti del mondo. Eric Schmidt, il grande capo, 59 anni, camicia e cravatta, aspetta in sala-riunioni chino sul MacBookAir. Spiega che le foto dobbiamo farle prima o dopo l’intervista («Due cose insieme non riesco a farle»). È venuto, dice, per ragionare con l’Europa, «ma non posso dire come condurla». La prima domanda, quindi, è obbligatoria.

Dove condurrebbe l’Europa?
«Ho passato due settimane a parlare con molti leader europei, ma non c’è accordo sui problemi. E perciò non c’è accordo sulle soluzioni. Bisogna decidere quali sono i problemi. Al primo posto io metto la crescita economica».

Una domanda più facile — fino a un certo punto. Se lei fosse un editore tradizionale, proprietario di una testata affermata, cosa farebbe oggi?
«Lasci che le faccia io una domanda. Le vendite stanno aumentando o scendendo?»

Le vendite scendono, nonostante l’aumento delle copie digitali.
«Be’, dovrei prenderne atto: i cittadini si stanno muovendo verso il digitale e la gente che comprava i giornali oggi li legge su smartphone e tablet. Bisogna inventare una strategia basata sul fatto che i tuoi lettori stanno là. Ci sono tre modi per farlo: puoi avere un paywall, puoi usare un modello gratuito oppure trovare uno sponsor».

Come avrà letto nel rapporto Innovation del New York Times...
«Si sta riferendo al rapporto interno? Non l’ho letto. Pare sia un documento riservato e io non leggo leaked documents (fatti uscire di nascosto)».

D’accordo. Glielo dico io. In quel rapporto si legge: ormai i lettori arrivano agli articoli non più dalla homepage ma da link diretti. Spesso da Google News, il più grande aggregatore di notizie al mondo. Perché allora molti nei media non vi amano?
«Deve chiederlo a loro. Noi continuiamo a dirglielo: siamo i vostri migliori amici! Noi non produciamo notizie, mandiamo i lettori verso i vostri siti».

I giornali sono prevedibili?
«Molte notizie sono ripetitive. “Il presidente Obama ha tenuto un discorso annunciando il programma e poi è volato a Miami”: ci sono migliaia di siti che dicono questo, scritti da migliaia di giornalisti. Non c’è un vero insight, un’analisi, spesso manca un punto di vista. Le notizie normali hanno sempre meno rilevanza, troppa gente racconta le stesse cose. Mettiamola così: chi organizza i dieci titoli principali della giornata non offre un grande valore».

Lei è arrivato a Google nel 2001. Si aspettava che l’atteggiamento generale verso la vostra società cambiasse tanto in questi anni?
Quando sono arrivato a Google non avrei mai immaginato che avremmo avuto questo successo. E poiché il nostro prodotto è gratuito, mi ero illuso che tutti potessero essere gentili con noi... (sorride)».

È un atteggiamento che vi preoccupa? Per questo avete reagito tanto velocemente alla decisione della Corte di Giustizia Europea sul diritto all’oblio? «Lasci che le spieghi la questione. La decisione della Corte di Giustizia è chiara: se non sei una persona pubblica e l’informazione non è rilevante per l’opinione pubblica, puoi chiedere a Google di rimuovere quell’informazione. Questa decisione, le dirò, ci ha stupito. È un equilibrio delicato quello tra il diritto all’oblio e il diritto a sapere, e noi pensiamo che la Corte abbia trovato l’equilibrio nel punto sbagliato. Ma poiché siamo ligi alla legge e la legge è chiara, la rispettiamo; e abbiamo deciso di farlo nel modo migliore. Stiamo assumendo persone che guarderanno a ogni caso in base ai principi stabiliti dalla Corte. In settembre e ottobre organizzeremo un touchiedendo direttamente ai cittadini come affrontare i casi più complicati. Ci sarò anch’io».

E finanzierete voi tutto questo?
«Certo, non abbiamo scelta. Poniamo che un uomo abbia commesso un omicidio vent’anni fa e ora pretende che la notizia venga rimossa. Noi ci rifiutiamo e lui ci denuncia. Se l’autorità nazionale per la protezione dei dati gli dà ragione e ci ordina di farlo, noi rimuoviamo quell’informazione».

Poiché in America questo non è necessario, per sapere tutto di una persona molti andranno su Google.com anziché su Google.it. Non è così?
«Non ho una risposta a questa domanda. Noi mettiamo in pratica le decisioni europee. Deve parlarne con i suoi leader politici e con la Corte di Giustizia».

Ho intervistato Glenn Greenwald al Corriere: sostiene che non avete opposto resistenza alla sorveglianza di massa. «Lo so. Ho letto il suo libro. Si sbaglia. Voglio essere chiaro. Le affermazioni di Greenwald sono false e lui lo sa. Punto uno: non eravamo consapevoli che la Nsa (National security agency, Usa) o il Gchq (Government communications headquarters, Uk) avessero accesso ai nostri servizi interni. Punto due: non abbiamo collaborato con loro. Quando, tempo dopo, è uscito un documento da cui risultava che il Gchq in effetti intercettava il traffico tra i nostri server, immediatamente abbiamo criptato tutto, Gmail verso Gmail e sempre di più Gmail verso non Gmail. Ma queste intrusioni ci hanno fatto arrabbiare. Molto».

E oggi?
«Posso dirle: se vuole che qualcosa sia protetto, lo dia a Google. Una delle conseguenze di quello che io considero lo spionaggio illegale della Nsa è questa: la tech industry ora ha reso la vita molto difficile a chi vuole fare queste cose. Un pezzo recente nel Nyt racconta: Microsoft, che ha fatto cose cattive con la Nsa, adesso ha visto la luce ed è impegnata a criptare tutto! È una cosa che ho detto con chiarezza, al presidente Obama e ad altri: solo perché potete fare qualcosa non significa che dovete farlo. Pensavano di potersela cavare, che noi non avremmo reagito: è stato un errore».

«L’identità sarà il bene più prezioso per i cittadini del futuro, ed esisterà innanzitutto online».
«Lo so. L’ho scritto io». 

Un’altra frase che l’ha resa celebre, e non sta nel suo libro The new digital age: «Se c’è qualcosa che non volete far conoscere, forse quella cosa non avreste dovuto farla, tanto per cominciare». Mi dica: si applica anche al sesso?
«Conosco quella citazione. Mi domando perché non venga riportato l’intero paragrafo. Mi riferivo al Patriot Act, quindi alla sicurezza nazionale. Ecco perché questa cosa mi irrita tanto: viene usata contro di me fuori contesto».

Ha letto The Circle di Dave Eggers? Mi chiedevo se l’autore ce l’avesse con voi di Google, con Facebook, con Microsoft o con tutti quanti insieme. «Cerco di non vedere film e non leggere libri sulla mia industria».

Non ha letto neanche il libro su Steve Jobs? «Steve Jobs era un caro amico, non ho bisogno di leggere quel libro. Io sono nel libro».

Non ha visto neanche The Social Network, sulla nascita di Facebook? «Preferisco guardare i film italiani». 

Jeff Bezos racconta di aver capito l’importanza di Internet nel 1994, lo stesso dice Bill Gates... Lei quando ha capito che si trattava di una rivoluzione e non di una moda? «Quando mi hanno mostrato Mosaic (uno dei primi browser, ndr) nel gennaio 1991 (cerca su Google). Anzi no, era il 1993».

Lei ha incontrato leader di tutto il mondo. Conosce e viene ascoltato da Barack Obama. Chi capisce meglio la Rete?
«Il presidente di Singapore è un computer scientist. Il presidente dell’Estonia ha capito tutto. L’intero Paese è su Internet. Vediamo quant’è grande l’Estonia (cerca su Google): popolazione, 1,3 milioni. Formidabile».

In Italia potremmo migliorare?
«Il motore dell’Italia sono le piccole e medie imprese. Ma i clienti sono in tutto il mondo. Quindi: primo passo, un website e una connessione adeguata. Internet non è abbastanza veloce, è una questione che il vostro governo deve affrontare rapidamente. Tutti gli italiani devono andare online: subito».

(ha collaborato Stefania Chiale)
10 giugno 2014 | 06:52

A Montecitorio debutta il coiffeur per le deputate. Parità anche sulla messa in piega

Il Mattino


monte
Bastano 18 euro per uno shampoo e la messa in piega. Il figaro di Montecitorio si trasforma in parrucchiere per signore. Da oggi i 7 barbieri che lavorano alla Camera per spuntare baffi e tagliare capelli agli onorevoli parlamentari potranno ufficialmente acconciare anche le chiome delle deputate. Lo stipendio, però, in tempi di spending review, resterà invariato: circa 2mila 200 euro netti al mese (tutti sono al reparto barberia da 10 anni almeno, mentre il decano presta servizio da 30).

Il nuovo servizio è stato introdotto per volontà della presidente della Camera, Laura Boldrini, accontentando così le parlamentari che ora rappresentano il 30% degli eletti e da tempo si lamentavano di essere penalizzate rispetto ai colleghi. Di recente, il collegio dei questori ha dato il via libera definitivo all'«onorevole coiffeur», garantendo la pari opportunità anche sul taglio dei capelli. Il tariffario, dunque, è stato aggiornato con i 18 euro per lavare e acconciare i capelli delle deputate. Il listino per gli uomini resta uguale: taglio e shampoo 18 euro; frizione extra 6euro; barba 8 euro; shampoo 8 euro; taglio 15 euro.

Il servizio parrucchiere per signora, precisano fonti parlamentari, si affiancherà a quello di barbiere, aperto nel 1991 in un apposito salone in stile Liberty, al piano Aula di palazzo Montecitorio. Le 'postazionì di lavoro non cambieranno: saranno sempre sei, una è dedicata solo allo shampoo. Per aggiornarsi i sette 'figarò hanno dovuto fare un corso breve e accelerato specializzato in acconciatura femminile.

lunedì 9 giugno 2014 - 20:13   Ultimo agg.: 20:16

Gesmundo, la sua storia in un libro Bandito gentiluomo

Corriere della sera

di Severino Colombo

Uno dei «sette uomini d’oro di via Osoppo» racconta la sua storia in un libro: «Volevo raggiungere obiettivi onesti con mezzi disonesti»


gesmundo
Il 27 del mese, San Paganino, giorno di paga, è il migliore per una rapina. Come quella del 27 febbraio 1958: alle 9.15 in via Osoppo sette uomini armati di mitra, passamontagna in testa e indosso tute da operaio, assaltano il furgone di una banca e scappano senza aver sparato un colpo con il bottino: pare 614 milioni di lire tra soldi, titoli e assegni (circa 6 milioni di euro oggi). «La più sensazionale rapina che la cronaca milanese abbia registrato» titola il Corriere della Sera all’indomani. Arnaldo Gesmundo, 84 anni, milanese, fu uno dei «sette uomini d’oro», ideò e prese parte al colpo. La sua storia la racconta oggi per la prima volta nel libro «Il ragazzo di via Padova» (Milieu), autobiografia a due voci: la sua, lucida talvolta nostalgica, e quella del giornalista Matteo Speroni, perfetto «complice» che detta modi e tempi di una narrazione, insieme racconto di una persona, una città, un’epoca e specchio della Milano di oggi.

Signor Gesmundo, ha mai pensato che la sua vita avrebbe potuto prendere una piega diversa?
«Sì, da ragazzo non avrei dovuto lasciare la scuola, stavo per dare la maturità di Ragioneria ma sono scappato in Francia. La mia cattiva educazione nell’età della formazione ha influito. Mi ha segnato».

Da bambino cosa sogna di diventare? Che mestiere voleva fare?
«Guardavo ai colletti bianchi, all’autorità, al benessere. Avrei voluto diventare un ingegnere».

Che cosa le piace della Milano di oggi? «La città in divenire. Piena di novità. La vita. Non mi piacciono la droga, la prostituzione che sporcano la mia città. Detesto i sequestri di persona, uno dei reati più in voga negli anni Settanta e Ottanta, che ho sempre rifiutato».

Della Milano di ieri rimpiange?
«La socialità, la solidarietà e il rispetto fra pregiudicati».

Se non l’avessero arrestata cosa avrebbe fatto con la sua parte dei soldi, dopo la rapina? «Mi sarei sposato con una ragazza onesta e avrei aperto una attività commerciale onesta. Una famiglia. Volevo raggiungere obiettivi onesti con mezzi disonesti».

Ha mai pensato di far entrare una donna nella banda?
«No. Mai coinvolgere donne e affetti. Quando ho avuto un incidente a Bolzano, mia moglie pensava che fossi da tutt’altra parte».

Lei rappresenta il bandito gentiluomo, fuorilegge con un’etica. Si è meritato il rispetto della gente. Le fa piacere?
«Bah, sì. Se lo dite voi... Ero contrario alla violenza. Volevo solo impressionare per costringere i cassieri delle banche a darmi i soldi rapidamente. Mi è andata bene, non ho mai avuto bisogno di sparare. Ho sempre studiato bene obiettivi e vie di fuga».

Oggi ci sono fuorilegge che meritano rispetto? Quali?
«Gli emarginati. Sono costretti a delinquere per mangiare. I ragazzi di periferia che non sono seguiti dalle istituzioni»

Ci sono lezioni di vita, a partire dalla sua storia? «Due: nelle periferie, meno bar e più librerie e biblioteche. Per i giovani, più studio e meno valore al danaro».

9 giugno 2014 | 10:22

Comune senza soldi: si dovrà pagare per visitare i cimiteri

Marta Bravi - Mar, 10/06/2014 - 08:28

Nemmeno Père Lachaise a Parigi. Uno dei cimiteri più famosi del mondo e meta turistica da top ten della visita nella capitale francese.

cimitero
Vi sono sepolti da Oscar Wilde a Jim Morrison, da Bizet a Trintignant. Eppure l'ingresso è gratuito. Per visitare lo splendido cimitero Monumentale, che si chiama così non a caso, invece ora si dovrà pagare. Per carità forse non è il caso di paragonare luoghi di sepoltura, ma la decisione del Comune di richiedere un biglietto di ingresso «ai gruppi turistici in visita» appare quanto meno pretenziosa.
Questo quanto prevede il nuovo «Regolamento dei servizi funebri e cimiteriali del Comune di Milano» che sta affrontando l'esame delle zone.

Non solo, gli uffici di Palazzo Marino hanno anche previsto le «aree per la sosta e la socializzazione dei visitatori e spazi per la realizzazione di iniziative che valorizzino la memoria collettiva e gli aspetti storici e culturali dei cimiteri». Come se per scambiare due chiacchiere o conoscere qualcuno si andasse al cimitero...manca solo il punto ristoro e il camion bar con le salemelle e il vino, verrebbe da dire. Questa sera il testo, che differisce di poco dal precedente del 1997, sarà discusso e votato in consiglio di zona 6 per il parere. Una volta superato l'esame dei parlamentini di zona approderà in consiglio comunale.

Al capitolo I, articolo 2 dunque si legge «l'amministrazione comunale può istituire un biglietto a pagamento per l'ingresso al cimitero Monumentale da parte di gruppi turistici in visita». Mentre l'articolo 8 prevede appunto le aree di sosta per le folle in visita. Altra novità l'introduzione della fascia Isee per calcolare lo stato di indigenza o di stato di bisogno del defunto e dei suoi familiari, condizioni per le quali è l'amministrazione a provvedere a servizio funebre, sepoltura disbrigo delle pratiche ed esumazione ordinaria. Attenzione, anche il vecchio regolamento stabiliva che spettasse all'amministrazione assumersi l'onere dei servizi cimiteriali in caso di bisogno, ma lo stato di indigenza diciamo non veniva calcolato in base alla fascia Isee.

D'ora in poi l'ingresso ai cimiteri sarà consentito anche ai monopattini elettrici (in precedenza non previsto) oltre che alle biciclette e ai piccoli animali di affezione, oltre ai cani, sia di grandi - da tenere al guinzaglio e con museruola - che di piccola taglia.Per il resto non cambia granché, solo l'organizzazione degli argomenti, tanto che l'opposizione in zona 6 annuncia il v oto contrario.
«Modificare il regolamento è una spesa inutile - tuona Massimo Girtanner, capogruppo di Fratelli d'Italia - soprattutto per inserire solo la clausola del biglietto al Monumentale».

I costi? I gettoni di presenza per i consiglieri che partecipano alla commissione dedicata in ogni zona, la seduta del consiglio per il parere, e quelle del consiglio comunale, oltre ai costi burocratici legati al nuovo testo. Insomma un costo inutile la modifica del testo. Nel merito l'opposizione contesta l'introduzione del costo del biglietto di ingresso al camposanto: «non sembra che ci sia un tale flusso di turisti che necessiti di essere regolamentato - spiega ancora Massimo Girtanner-. Non avendo più denaro il Comune si mette a fare regolamenti. Dopo quelli sulla movida e sulle feste di via, toccherà anche a questo».

Svolta storica, un computer supera il test di Turing sull’intelligenza

La Stampa
bruno ruffilli

Un software si presenta come essere umano, la Royal Society non riesce a smascherarlo



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Si chiama Eugene Goostman, ha tredici anni e vive a San Pietroburgo. Questo almeno è quello che hanno creduto i giudici della Royal Society: in realtà a rispondere alle loro domande era un computer. 

Così per la prima volta un calcolatore ha passato il test di Turing, un esperimento ideato per distinguere l’intelligenza umana da quella artificiale. Il computer deve rispondere a domande specifiche, che vengono rivolte contemporaneamente anche a un uomo: i membri della giuria devono ogni volta cercare di capire chi dei due è il loro interlocutore. Se il computer riesce a ingannarli per oltre il 30 per cento delle risposte, il test si considera superato. È quello che è successo sabato scorso a Londra, dove Eugene ha sbaragliato gli altri quattro calcolatori e convinto il 33 per cento dei giudici di essere umano nel corso di 150 conversazioni. 

In realtà, più che un oggetto fisico, Eugene è un programma: un software ideato da Vladimir Veselov ed Eugene Demchenko, che già altre volte aveva partecipato al test piazzandosi sempre ai primi posti. 

L’idea che un cervello di silicio potesse pensare, ragionare, sentire come quello di un uomo circola da decenni (l’elenco è lunghissimo: da AI di Spielberg a Lei di Spike Jonze, e per la letteratura moderna parte da Samuel Butler, passa per Asimov e arriva a William Gibson). Un tema ricco di implicazioni sociali ed etiche, visto che una caratteristica fondamentale dell’intelligenza artificiale è quella di crescere e svilupparsi autonomamente. Per questo la convivenza tra uomo e macchina, già oggi non sempre facile, nei film e nei libri diventa a volte scontro aperto, rivolta, rivoluzione.

Prima di Eugene, era arrivata Eliza, un chatbot, ossia un robot programmato per chiacchierare: e non come una persona qualsiasi, ma come uno psicanalista lacaniano che risponde alle domande (spesso con altre domande). Aveva debuttato nel 1966 e ancora oggi, a cercare su internet, la si può trovare in qualche sito di curiosità per fanatici della tecnologia vintage. Un altro tentativo di imitare l’intelligenza umana fu quello di Ibm, con le sfide a scacchi tra uomo e computer. Oggi Watson, l’ultimo erede di Deep Blue, è in grado di rispondere a domande complesse e comprendere il contesto relativo a un argomento, ma anche di analizzare dati presi da internet ed elaborare una teoria senza nessun intervento umano.

Molti però hanno già in tasca un barlume di intelligenza artificiale, con gli assistenti vocali degli smartphone: Siri sull’iPhone, Google Now o Cortana, appena arrivato su Windows Phone. Nel 1950, quando Turing elaborò il suo test, i computer occupavano intere stanze, non gli spazi minuscoli dei chip attuali, ed erano soprattutto usati in ambito militare. E quello che oggi è famoso come uno dei padri dell’informatica, è anche l’uomo che smascherò “Enigma”, inventando una macchina per decrittare il codice usato dai tedeschi per le comunicazioni cifrate nella Seconda Guerra Mondiale. Matematico e scienziato, diede un contributo fondamentale alla fine della conflitto e lavorò al servizio del governo britannico per tutta la vita.

Aveva previsto che un giorno o l’altro un computer avrebbe superato il suo test, ma il criterio con cui una macchina viene equiparata a un essere umano non lusinga né l’una né l’altro: l’intelligenza artificiale è la capacità di ingannare gli uomini, di far credere di essere diversi da quello che si è. Turing scelse un’altra strada, e pagò il prezzo più caro. Nel 1952 fu arrestato e portato in tribunale con l’accusa di essere omosessuale; non negò nulla, non tentò di ingannare i giudici. Fu condannato e per un anno venne sottoposto a iniezioni di estrogeni che devastarono la sua mente e il suo corpo. L’8 giugno del 1954 fu ritrovato suicida nella sua stanza, avvelenato da una mela intrisa di cianuro. Solo sei mesi fa la Regina Elisabetta ha perdonato il suo reato. 

Twitter@BrunoRuffilli



No, un “supercomputer” non ha superato il Test di Turing


Fonte : Il Disinformatico

Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “sergio.tom*” e “dabogirl” ed è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale.


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Impazza ovunque la notizia che un computer, anzi un “supercomputer”, come titola Il Sole 24 Ore, avrebbe superato il mitico Test di Turing, dimostrando quindi di essere dotato d'intelligenza. È una balla spacciata da un ricercatore, Kevin Warwick, già noto per le sue dichiarazioni roboanti e del tutto prive di fondamento scientifico. Il test non è stato affatto superato, nonostante Warwick ne abbia alterato le regole a proprio favore.

hal9000-panelPrima di tutto, facciamo un ripassino veloce di cos'è il Test di Turing. Non ne esiste una definizione univoca, ma il matematico Alan Turing nel 1950 scrisse un celebre articolo, Computing Machinery and Intelligence, in cui proponeva il “gioco dell'imitazione”: un esaminatore conversa liberamente via chat (allora si pensava a una telescrivente) con un computer e con un essere umano. Se non riesce a distinguere quale dei due è il computer e quale è l'essere umano, allora si può concludere che il computer “pensa”, o perlomeno che è in grado di imitare perfettamente il pensiero umano e quindi è intelligente quanto un essere umano. Il test ha molti limiti, dovuti anche all'età: all'epoca l'intelligenza artificiale era un campo inesplorato.

Quello che è successo invece alla Royal Society di Londra, secondo il comunicato stampa dell'Università di Reading, è che il computer è riuscito a convincere soltanto il 33% degli esaminatori che era un essere umano. Uno su tre. Cito: “Eugene managed to convince 33% of the human judges that it was human.” L'altro 67% non s'è fatto fregare. Questo, a casa mia, non si chiama “superare” un test.

Non solo: il comunicato stampa dice che il test di Turing prevede che “se un computer viene scambiato per un essere umano più del 30% del tempo durante una serie di conversazioni via tastiera di cinque minuti, allora supera il test” (“If a computer is mistaken for a human more than 30% of the time during a series of five minute keyboard conversations it passes the test”). Falso: Turing non ha mai scritto una percentuale del genere come critero di superamento. Ha invece scritto che il test viene superato se l'esaminatore sbaglia con la stessa frequenza sia quando l'esaminatore deve distinguere fra un uomo e una donna, sia quando deve distinguere fra un essere umano e un computer.

L'unica cosa che si avvicina a quanto asserito dal comunicato stampa è una previsione di Turing, sempre in Computing Machinery and Intelligence, che entro il 2000 sarebbe stato possibile programmare un computer in modo che “un esaminatore medio non avrebbe avuto più del 70% di probabilità di fare un'identificazione corretta dopo cinque minuti di domande” (“I believe that in about fifty years' time it will be possible, to programme computers [...] to make them play the imitation game so well that an average interrogator will not have more than 70 per cent chance of making the right identification after five minutes of questioning”).

Ma non è una descrizione del criterio di superamento del test: Turing si limita a prevedere che fra cinquant'anni l'informatica sarà arrivata a questo livello. Tutto qui.
In altre parole, il test annunciato sui giornali non corrisponde affatto ai criteri originali enunciati da Turing, che non ponevano limiti di tempo, di argomento o di competenza all'esaminatore. Invece in questo evento:

– l'interrogatorio è stato limitato a sessioni di cinque minuti (forse ripetute);
– sono stati scelti alcuni giudici (forse cinque in tutto) non esperti nel valutare software d'intelligenza artificiale (tra cui l'attore Robert Llewellyn, noto come il robot Kryten di Red Dwarf; Aaron Sloman, professore d'informatica presso la University of Birmingham; e Lord Sharkey, che non sembra avere qualifiche nel settore dell'AI, anche se la BBC lo definisce “esperto” in questo campo);

– è stato detto ai giudici che dovevano decidere se stavano comunicando con un computer che simulava un bambino di tredici anni oppure con un vero tredicenne; ma la scelta di un adolescente equivale a barare, perché impedisce ai giudici di fare domande complesse di cultura o di etica e quindi semplifica molto il compito di imitare un essere umano;
– è stato inoltre comunicato ai giudici che “Eugene Goostman” non parlava bene l'inglese perché era ucraino: un trucco che permetteva di dare una spiegazione credibile alle sgrammaticature del software, incapace di formare frasi idiomatiche.

Infatti Time ha pubblicato una trascrizione di un dialogo con il software che avrebbe “superato” il Test di Turing: basta leggerla per notare che il programma non fa altro che produrre frasi preconfezionate, sviando le domande dell'intervistatore. Quando il software non trova nulla di utile nella domanda, risponde “Preferisco non parlare di questo”. Così son capaci tutti: questa non è intelligenza, è pura elaborazione meccanica. In pratica “Eugene Goostman” è un chatbot e nulla di più. Ne potete provare una versione qui (se il sito non è sovraccarico).

La contraddizione tra le affermazioni del comunicato stampa e la realtà dei fatti è resa particolarmente palese da questo articolo della BBC, nel quale gli organizzatori sottolineano che “le conversazioni non avevano restrizioni” (“crucially, the conversations were unrestricted”) e subito dopo dichiarano che simulare un tredicenne ucraino limitava astutamente la conversazione (“It was very clever ruse to pretend to be a 13-year-old Ukranian boy, which would constrain the conversation”). Decidetevi.

Non è finita: anche l'affermazione che “nessun computer è mai riuscito a ottenere questo risultato finora” (“No computer has ever achieved this, until now”) è falsa. Già tre anni fa il chatbot Cleverbot aveva convinto il 59% degli esaminatori che era un essere umano. Ben più del 33% di “Eugene”.

Il professor Warwick, inoltre, è già in sé una garanzia di bufala. Anni fa aveva annunciato di essere il primo cyborg perché s'era impiantato un chip in un braccio (se così fosse, tutti i cani e gatti con microchip sottocutaneo d'identificazione sarebbero dei cyborg). Poi aveva fatto la sparata di annunciare il primo essere umano infettato da un virus informatico: in realtà aveva semplicemente preso un chip contenente un virus informatico e l'aveva inserito nel braccio di un collega. Ne ha dette talmente tante che The Register ha una compilation delle stupidaggini sensazionaliste annunciate da Warwick.

Una cialtronata in piena regola, insomma, che è indegna della Royal Society e cavalca il sessantesimo anniversario della morte di Turing, causando soltanto confusione nell'opinione pubblica. Non c'è nessuna intelligenza artificiale in arrivo: continueremo a essere circondati dalla stupidità naturale e dall'ingenuità dei giornalisti boccaloni che scrivono di cose che non sanno e pubblicano qualunque cosa senza verificarla. E questo “test” dimostra semmai che se basta così poco per imitare un tredicenne, allora i tredicenni non sono esseri pensanti. Ho qualche dubbio in proposito anche su molti giornalisti.

Fonti aggiuntive: Techdirt, Ars Technica.

Etichette: antibufala, intelligenza artificiale
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Spara alla cagna che ha partorito e la chiude in gabbia con i cuccioli vivi

Il Mattino
di Francesca de Angelis

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Ha sparato senza pietà mirando alla testa.
E la ha uccisa sul colpo. Poi l'ha chiusa in gabbia insieme ai suoi cuccioli ancora vivi. La Polizia del Texas ha arrestato una donna colpevole del brutale gesto. La vittima era la sua cagnolina che aveva dato alla luce i piccoli solo una settimana prima. Dopo aver messo il corpo della madre in un gabbia accanto ai cuccioli ancora vivi e disperati, li ha abbandonati sul ciglio di una strada.
E' stato solo grazie ad un autista di scuolabus che ha visto la testa insanguinata della povera cagna, che i piccoli sono stati salvati e affidati ai volontari animalisti.

Le forze dell'ordine sono state messe sulla strada giusta per scoprire il colpevole dopo una segnalazione anonima. Tammy Green Douglas, l'assassina, ha ammesso di aver sparato al suo cane. Il motivo? Si commenta da solo: dopo il parto era diventata un po' aggressiva. La donna è uscita su cauzione. Ma presto sarà processata. E, diversamente da quel che accade in Italia per reati del genere, sarà condannata. Gli americani si sono già mobilitati. Sul web gira la petizione popolare per chiedere il massimo della pena.

L’Italia è terza al mondo per spam inviato

La Stampa
federico guerrini

Preceduta da Stati Uniti e Spagna. Lo rivela il report di Trend Micro




L’Italia riconferma il podio del 2013 a pari merito con l’Argentina, preceduta solo da Stati Uniti e Spagna. Questo è quanto rivela il report sulle minacce del primo trimestre di Trend Micro, specializzato nella sicurezza per il cloud. Il documento si intitola “La criminalità informatica colpisce obiettivi inattesi” e mostra anche come l’avidità stia portando i cyber criminali verso un approccio meno tradizionale nel selezionare i propri obiettivi. Ad esempio, sono in crescita gli attacchi avanzati ai terminali PoS in tutto il mondo.

I ricercatori Trend Micro hanno anche notato come i malware bancari continuano a proliferare in diversi gruppi e famiglie, ognuna con obiettivi e tecniche anti-rilevamento diverse. Anche il numero di malware per dispositivi mobili continua a crescere, dopo aver toccato nel mese di marzo il record di 2 milioni.

I numeri italiani del primo trimestre
•L’Italia è la terza nazione al mondo per spam inviato. Il nostro paese riconferma il podio del 2013 a pari merito con l’Argentina, preceduta solo da Stati Uniti e Spagna. 
•L’Italia è nella top ten dei paesi maggiormente colpiti da ransomware, un tipo particolare di malware che blocca il computer e chiede un riscatto.
•L’Italia è nella top ten dei paesi con il più alto numero di utenti che hanno cliccato link malevoli

I dati generali del primo trimestre
•Minacce mobile - Le minacce mobile continuano a crescere sempre più velocemente e hanno raggiunto il record di 2 milioni a fine marzo. L’esplosione delle app riconfezionate – ovvero quelle che sono state manomesse per passare i controlli di sicurezza – ha contribuito alla crescita esponenziale del volume di malware e applicazioni ad alto rischio
•Cyber crime e sommerso cyber criminale – il volume di malware di online banking questo trimestre è significativamente sceso, rispetto alla fine del 2013. La decrescita si può considerare normale: in assenza di festività che portano una crescita di operazioni finanziarie online, il numero di malware in questo settore si è riposizionato ai soliti livelli
•Campagne su obiettivi: negli Stati Uniti, in particolar modo negli ospedali e nel comparto retail, sono stati trovati numerosi sistemi PoS compromessi. In Corea del Sud attacchi hanno colpito le compagnie di carte di credito
•Digital life e Internet of Everything – sono in aumento le truffe di ingegneria sociale e le app maligne che coinvolgono l’Internet of Everything
•Nell’ultimo mese di marzo la Smart Protection Network, la rete globale per la raccolta e l’identificazione delle minacce di Trend Micro, ha bloccato:

-5 miliardi di indirizzi IP che mandavano spam
-248 milioni di siti maligni
-827 milioni di file maligni
-6,13 miliardi di minacce totali