venerdì 13 giugno 2014

All'Archivio di Stato i segreti di Cortés, l'uomo che annientò Montezuma e gli Aztechi

Corriere del Mezzogiorno

Restaurati importanti documenti della famiglia Pignatelli Aragona, tra le più rilevanti del Regno delle Due Sicilie


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NAPOLI - I segreti del conquistatore che annientò Montezuma e tutto l'impero Azteco spuntano da alcuni faldoni conservati all'Archivio di Stato di Napoli. Ma che ci fanno le carte del temutissimo Hernán Cortés in quel giacimento sempre più sorprendente di piazzetta Grande Archivio? La storia che ricostruisce la genesi di questo approdo è un'avventura nell'avventura, legata alla famiglia Pignatelli Aragona Cortes, fra le più importanti del Regno delle due Sicilie, discendente in linea diretta proprio del conquistatore del Messico.

LE CARTE DAL MESSICO A NAPOLI - «Verso la fine del 1923 — spiegano dall'Archivio — l'avvocato Orvañanos, nuovo procuratore in Messico dei Pignatelli, diede al professor Francisco Fernandez del Castillo, investigador oficial dell'Archivo General de la Naciòn e membro dell'Accademia messicana di Storia, l'incarico di esaminare l'Archivio di Cortés e dei suoi discendenti. Lo studioso trovò al suo interno sei documenti che ritenne di grande valore storico sia per il Messico che per la famiglia napoletana. In quell'occasione si decise di spedirli in Italia, al principe Diego Aragona Pignatelli Cortés con la valigia diplomatica tramite l'ambasciata italiana. Il ministero degli Esteri affidò al prefetto di Napoli il compito di recapitare il prezioso carico al destinatario finale, dove giunse il primo giugno 1924».

LA FIRMA DEL RE - Napoli, capitale culturale internazionale, si ritrova dove è sempre stata (fino a quando c'è stata), al centro della Grande Storia. Lo raccontano le sei carte originali del fondo Pignatelli, firmate direttamente dal sovrano — Yo el Rey — scritte fra il 15 ottobre 1522 e il 17 luglio 1529. I più antichi tra questi documenti sono furono vergati a Valladolid. «Il primo in ordine logico — chiariscono gli archivisti — è l'informativa inviata all'adelantado Diego Velazquez, capitano e luogotenente del governatore ‘en la ysla Fernandina, llamada Cuba', ed estesa a tutti i dignitari e sudditi, nonché agli indigeni (naturales).

LA «NOCHE TRISTE» - Il re ricorda le vicende della provincia di Aculuacàn en Ulua, ovvero la Nueva Espana, all'interno della quale si trovava la grande città Tenuxtitan-México (Tenochtitlàn), che avevano visto schierati su fronti contrapposti Velazquez e Cortés. Si tratta dei tragici eventi della Noche triste con l'assedio e la distruzione della stessa città di Tenochtitlàn fra il 1519 e il 1521». Per saperne di più bisogna aspettare l'undici giugno, domani, quando all'Archivio di Stato verrà presentato il restauro di questi sei preziosi documenti, realizzato grazie a Orietta Caracciolo di Melissano.

10 giugno 2014

Campi rom, ogni anno spesi 24 milioni Dal Comune 5mila euro per ogni abitante

Il Messaggero
di Lorenzo De Cicco

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Quasi 5mila euro all’anno per ogni abitante dei campi rom della Capitale. Soldi che tira fuori il Campidoglio e, di conseguenza, i romani. A spartirsi la torta è una selva di 35 organizzazioni, tra società, cooperative, enti pubblici, che impiegano un personale di oltre 400 operatori grazie ai finanziamenti comunali che arrivano a pioggia «per lo più attraverso affidamento diretto e non tramite bandi pubblici», denuncia l'associazione 21 luglio, che ieri ha presentato il report “Campi nomadi spa”. È la stessa organizzazione che tutela i diritti delle comunità rom e sinte a puntare il dito contro il «sistema campi», che «per le comunità rom non si traduce in alcun beneficio in termini di inclusione sociale».

IL BUSINESS

Dei 24.108.406 euro spesi dal Comune di Roma nel 2013 per affrontare la “questione rom” – 8 mila persone, la metà bambini – quasi 21 milioni (l’86,4%) sono stati utilizzati solo per la gestione e la vigilanza degli otto campi nomadi attivi in città. Micro-villaggi dove vivono appena 4.391 persone: significa per ogni abitante vengono spesi ogni anno 4.722 euro. Il più costoso è il campo di Castel Romano; per 989 rom il Campidoglio ha sborsato più di 5 milioni di euro solo nell'ultimo anno. Dalla sua nascita, nel 2005, per una famiglia composta da 5 persone il Comune ha già speso oltre 270mila euro.

Nel centro di via Amarilli per ognuno dei 130 abitanti il Comune tira fuori addirittura 906 euro al mese. Quasi 2 milioni invece i fondi utilizzati per gli sgomberi che nel 2013 sono stati 54 e hanno coinvolto circa 1.200 rom. Per l'associazione 21 aprile poi solo lo 0,4% dei finanziamenti è stato destinato all’inclusione sociale. Chi ci guadagna? I due destinatari principali dei finanziamenti, «quasi tutti senza bando», sono il Consorzio Casa della Solidarietà e Risorse per Roma: 4.242.028 euro il primo, 3.757.050 euro il secondo. Secondo 21 Aprile al posto dei villaggi bisognerebbe puntare su «progetti di auto-recupero attraverso alcuni edifici dismessi tra i 1.200 ettari di immobili abbandonati di Roma».

DISABILI

Nel frattempo il Comune ha appena stanziato un aumento di 522mila euro ai fondi per la scolarizzazione dei rom, che secondo una delibera di giunta approvata il 28 maggio, passeranno da 1,850 milioni a 2,372 milioni. Soldi inseriti nel “Piano di intervento per l'anno scolastico 2014/2015” alla voce «Interventi in favore dell'utenza disagiata», dove invece la quota destinata ai bambini e adolescenti disabili (3.682 studenti) scende invece da 8,750 milioni a 8,357: quasi 400mila euro in meno.


Venerdì 13 Giugno 2014 - 07:47

Rete Wind-Infostrada ko

Luca Romano - Ven, 13/06/2014 - 15:05

Da diverse ore la rete di telefonia mobile, fissa e dati di Wind Italia ha subito un black-out


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Disagi per gli utenti Wind. Da diverse ore la rete di telefonia mobile, fissa e dati di Wind Italia ha subito un black-out. Il crash della rete dell'operatore tlc, che oltre Wind gestisce anche la rete di telefonia fissa Infostrada, si è avviato a macchia di leopardo verso le 11. La rete prima rallentata è poi saltata del tutto verso mezzogiorno. Le uniche informazioni che per ora si ottengono sono quelle che Wind fornisce via Twitter, rispondendo con puntualità, ai milioni di clienti in difficoltà.

"Abbiamo ancora difficoltà generalizzate sulla rete: i nostri tecnici sono a lavoro. Comprendiamo e ci scusiamo per il grosso disagio", si legge sul profilo Twitter della compagnia. Non si conoscono per ora le cause dell'odierno black-out, né si possono fornire tempistiche per la ripartenza del servizio. Viene confermato che i disservizi avvengono a macchia di leopardo, colpendo a seconda delle zone i cellulari, i telefoni fissi o il traffico dati, o come in alcune zone tutti e tre i servizi contemporaneamente.

Su internet ovviamente fioccano i commenti negativi, tanto che la ricerca #infostrada è al momento in terza posizione tra i top trend di Twitter. Su blog e siti specialistici da tutt'Italia fiocanno le lamentele, di chi senza un motivo si è ritrovato completamente isolato. "L’Agcom e l’Antitrust chiedano spiegazioni a Wind per il pesante blackout che ha colpito la rete internet e della telefonia fissa e mobile". È quanto dichiara la deputata del Partito democratico componente della commissione Telecomunicazioni, Lorenza Bonaccorsi.

Alla fine Wind ha comunicato che "l’anomalia riscontrata sulla rete fissa e mobile è in via di risoluzione definitiva. Permangono alcune difficoltà, che l’azienda sta risolvendo, in isolate aree geografiche, sono in corso di verifica le cause che hanno determinato questa eccezionale anomalia".

Dai Navigli rimossa la statua del Cristo

Chiara Sarra - Ven, 13/06/2014 - 15:50

I residenti: "Installazione blasfema"


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Ha avuto vita breve il Cristo Redentore di Rio - simbolo del Brasile e in questi giorni dei Mondiali - piazzato sui navigli a Milano. La statua in vetroresina di quasi quattro metri è stata rimossa nella notte, mentre resta il maxischermo galleggiante per la diretta delle partite.

Dopo le proteste dei residenti che parlavano di blasfemia, infatti, la Soprintendenza ha "consigliato" agli organizzatori la rimozione della statua. "Evidentemente la nostra idea non è stata compresa, per questo abbiamo deciso per la rimozione", spiega al Corriere Stefano Suzzi, della società di comunicazione che ha ideato l'installazione. Solo qualche giorno fa alla Rai sono stati chiesti tra i 5 e i 7 milioni di euro di risarcimento per lo spot in cui il Cristo indossava la maglia numero 10 della Nazionale italiana.

Alla Camera 104 dipendenti guadagnano più di Re Giorgio

Fabrizio De Feo - Ven, 13/06/2014 - 10:31

Ben 104 tra documentaristi, tecnici e consiglieri sorpassano il tetto dei 238mila euro l'anno


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Eldorado Camera. Non è certo un mistero che il giardino incantato delle sontuose retribuzioni di Montecitorio abbia assunto nell'immaginario comune connotazioni quasi mitologiche. La realtà, però, molto spesso supera la fantasia. E andando a spulciare il quadro delle retribuzioni annue lorde dei dipendenti ci si rende conto che i titoli a effetto e le iperboli giornalistiche descrivono soltanto per difetto i contorni una vera e propria realtà parallela, lontana anni luce dal resto del pubblico impiego.

All'ombra di Montecitorio (e Palazzo Madama) dimora un piccolo esercito di lavoratori che può godere di ricchissimi trattamenti. Dipendenti con le più disparate qualifiche, uniti da un sistema di progressione degli stipendi così impetuoso da suscitare l'invidia di chiunque. Persino del Capo dello Stato. Sì, perché alla Camera ci sono ben 104 persone con stipendi superiori a quelli di «Re» Giorgio Napolitano, ovvero oltre i 238mila euro lordi, la soglia fissata come nuovo tetto massimo per le retribuzioni pubbliche. Un numero esorbitante che si compone di: 11 documentaristi-tecnici-ragionieri; 1 interprete-traduttore; 89 consiglieri-parlamentari. E poi naturalmente i due vicesegretari generali e il segretario generale, al vertice della piramide dorata.

Se il paragone con il presidente della Repubblica, surclassato dai terzi e quarti livelli di Montecitorio, è il dato più eclatante, appena meno clamoroso ma ugualmente stupefacente è il confronto con le retribuzioni dei tanto bistrattati parlamentari italiani. Basti pensare che i lavoratori di Montecitorio che guadagnano più dei nostri 630 deputati sono ben 522. Tra questi non solo documentaristi e consiglieri parlamentari - le fasce più elevate - ma anche semplici operatori tecnici, commessi, addetti alla vigilanza, assistenti parlamentari, collaboratori tecnici e segretari parlamentari. In sostanza più di un terzo dei dipendenti della Camera guadagna più dei parlamentari che pure sono lì pro-tempore e sono sottoposti alla prova del voto ogni cinque anni (salvo impreviste interruzioni della legislatura).

I fortunati vincitori del concorso per l'ingresso a Montecitorio, inoltre, possono godere di inesorabili progressioni della loro busta paga. Le responsabilità in capo a quadri e dirigenti non sono paragonabili a quelle di altre figure apicali della Pubblica Amministrazione. Tanto per recuperare un esempio già utilizzato in passato la busta paga dei 174 consiglieri parlamentari ha in media lo stesso peso di quella di un primario ospedaliero, ma a fine carriera supera i 400mila euro lordi l'anno. Sul primario, però, grava la responsabilità di un reparto, i consiglieri svolgono attività di studio, ricerca o assistenza giuridico-legale.

A questo punto dopo mesi di annunci la maggioranza governativa è attesa al varco. Alla luce delle nuove regole governative, la Camera - alla quale bisogna dare atto di aver iniziato un percorso di trasparenza con la pubblicazione dei dati sul suo sito internet, pratica poco frequentate da altre amministrazioni - è chiamata a procedere rapidamente al taglio delle buste paga. La prima mossa dovrebbe essere l'abbattimento delle «retribuzioni monstre», quelle dei 104 dipendenti oltre la «soglia Napolitano». Poi bisognerà fissare dei tetti, una sorta di «salary cap». Una battaglia complicatissima perché in base alla autodichia parlamentare lo Stato sovrano di Montecitorio dispone di un solido scudo con cui proteggersi dai tagli.

Forza Italia è pronta a tenere il punto su una battaglia contro i privilegi della Pubblica Amministrazione che il capogruppo Renato Brunetta ha sempre condotto in prima persona. Bisognerà vedere, invece, come si muoverà il Pd chiamato a una sorta di corpo a corpo con una platea di dipendenti che storicamente, nella sua maggioranza, guarda con attenzione a sinistra. A sferrare l'offensiva sarà Marina Sereni, vicepresidente della Camera con delega al personale.

«Siamo al lavoro per intervenire sulle retribuzioni. Fisseremo un tetto per i dirigenti e, proporzionalmente, anche per gli altri livelli». L'ipotesi è di introdurre almeno tre o quattro soglie che i dipendenti delle varie fasce non potranno superare neanche al culmine della carriera. Un intervento che vorrebbe essere realizzato mettendo d'accordo le dodici sigle sindacali interne. Una «missione impossibile» che secondo alcune previsioni potrebbe rischiare di tramutare l'annunciata «potatura» in una «spuntatina».

Ridateci Saddam e Gheddafi per sconfiggere Al Qaida

Livio Caputo - Ven, 13/06/2014 - 09:11

Le loro mani, come quelle di Assad, grondavano sangue ma abbatterli è stata una pessima idea: ora dilaga il terrore


Alla luce degli ultimi avvenimenti in Medio Oriente e dell'apparentemente irresistibile avanzata dei fanatici dello Stato Islamico di Iraq e Siria (Isis) verso Bagdad, ecco quattro domande politicamente scorrette:

1) Gli americani sono pentiti di avere scatenato la guerra contro l'Iraq (sulla base di false premesse) e abbattuto Saddam Hussein, che sia pure con metodi disumani riusciva a tenere insieme un Paese artificiale senza farlo precipitare, come sta accadendo oggi, nella guerra civile?
2) I politici occidentali si sono finalmente resi conto di quanto sconsiderato sia stato il loro intervento in Libia, neppure concordato in anticipo tra gli alleati, che ha portato alla caduta e all'assassinio di Gheddafi e in due anni ha trasformato il Paese in uno Stato fallito, ormai privo di un potere centrale, che invece di due milioni di barili di greggio riesce a malapena a produrne un decimo?
3) I politici americani ed europei si stanno infine rendendo conto di quanto sia stato imprudente appoggiare la rivolta contro Bashar el Assad, con il risultato di avere moltiplicato per dieci i morti in Siria, di avere messo in grave pericolo le minoranze etniche e religiose e di avere trasformato il Paese in un magnete per tutti i jihadisti del mondo che poi torneranno nei Paesi d'origine a commettere attentati?
4) La amministrazione Obama ha capito di avere sbagliato a scaricare da un'ora all'altra il vecchio e fedele alleato Mubarak, ad appoggiare - solo perché (apparentemente) eletto dal popolo - il presidente Morsi dei Fratelli musulmani e ora di snobbare il suo successore generale Al-Sisi, l'unico che sembra in grado di riportare l'ordine nel Paese, solo perché è arrivato al potere con un colpo di Stato?

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Ufficialmente, alla base di queste strategie occidentali stavano due obbiettivi: primo, salvare la popolazione civile in qualche modo coinvolta nella «primavera» dalle rappresaglie dei vari dittatori; secondo, convogliare i rispettivi Paesi verso la democrazia. Ebbene, è stato un fallimento su tutti i fronti. L'Iraq, non appena nel 2011 Obama ha ritirato le truppe americane, che avevano lasciato sul terreno molti morti e feriti, è scivolato gradualmente verso l'anarchia, con un governo a predominio sciita sempre più sottomesso all'Iran, incapace di trovare un minimo comun denominatore tra sciiti, sunniti e curdi e - come si sta vedendo in queste ore - di addestrare un esercito degno di questo nome nonostante 14 miliardi di aiuti statunitensi.

La Libia si è frammentata su linee tribali, con gli estremisti islamici sempre più influenti, più nessun controllo sulla partenza dei barconi carichi di immigranti africani verso l'Italia e quel che resta del governo centrale avviato alla bancarotta per il venir meno della rendita petrolifera: paradossalmente, l'unica speranza di un ritorno alla normalità è riposta in un altro potenziale «uomo forte», il generale Hefter sceso in campo per combattere i terroristi islamici; ma se un Occidente pentito non gli darà una mano, difficilmente riuscirà nel suo intento.

La Siria, poi, è il caso peggiore. Assad è sì un dittatore, è sicuramente responsabile per il massacro - perfino coi gas - di molti oppositori militari e civili ma, come si vede anche ora, godeva tutto sommato dell'appoggio di una buona parte della popolazione. Cercare di rimuoverlo ha contribuito alla frammentazione del Paese, alla morte di 180mila persone e alla creazione di 5-6 milioni di profughi e soprattutto ha permesso la costituzione di quell'Isis, considerato troppo estremista perfino dai vecchi quadri di Al Qaida, che oggi controlla un territorio vasto quasi quanto l'Italia e - se non contrastato in tempo - lo trasformerà in un nuovo Afghanistan molto più vicino all'Europa. Invece di combattere Assad, dovremmo aiutarlo a liberarci da questo incubo.

La lezione è che interferire con quanto avviene nel mondo arabo è sempre sbagliato. Perciò, lasciamo almeno in pace l'Egitto, che sia pure ritornando al passato sta ritrovando l'equilibrio e ha tutto l'interesse a che torni un po' d'ordine nei Paesi che lo circondano.

di Livio Caputo

Mazzetta rossa la trionferà: il Pd incassa un milione

Stefano Zurlo - Ven, 13/06/2014 - 08:14

Dal verbale di Orsoni emerge il sistema delle tangenti democratiche: finanziamenti illeciti dal Consorzio Venezia Nuova per la campagna elettorale nelle casse del partito in Veneto 


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«Faceva tutto il partito». Altro che pecora nera. Giorgio Orsoni non ci sta a recitare la parte del capro espiatorio e racconta ai magistrati un'altra verità, molto più semplice: il Pd prendeva soldi dal Consorzio Venezia Nuova, esattamente come gli altri partiti.

E ancora: «Giovanni Mazzacurati me lo ripeteva di continuo: “Ma cosa stai a preoccuparti, ho sempre fatto così, ho aiutato tutti i tuoi predecessori”». Orsoni si sente usato dai compagni che poi lo hanno scaricato al primo stormir di fronda. Lui in cella e loro a pontificare sul sindaco che aggirava la legge. È troppo. E nel verbale firmato lunedì il primo cittadino lascia trasparire la rabbia per questo abbandono e per l'ipocrisia sparsa a piene mani dalle prime e seconde file del Pd veneto. Non parla di Roma, perché non ne è a conoscenza, ma quel che accadeva in laguna lui ce l'ha chiaro. Fin troppo: «Mi hanno invitato a candidarmi. Ala fine ho ceduto. E in vista della campagna elettorale 2010, mi hanno detto di andare a battere cassa da Mazzacurati.

C'era bisogno di soldi. Tanti soldi. Io ho accettato, ma non ho visto un euro. Gestivano tutto loro». Chi? Orsoni, amareggiato e ormai con un diavolo per capello, fa i nomi. I tre nomi di chi ha gestito la sua elezione quando vinse il duello con Renato Brunetta: Michele Mognato, Giampietro Marchese, David Zoggia. In sostanza, il terzetto che aveva fra le mani il partito nel 2010. Mognato è deputato, Marchese è consigliere regionale ed è uno dei politici finiti in cella nella retata della scorsa settimana, Zoggia è pure parlamentare ed è il volto più noto fra i tre. All'epoca era responsabile Enti locali del Pd, perfettamente inserito negli ingranaggi della ditta bersaniana. Non solo: si era guadagnato una certa popolarità con la frequentazione dei salotti televisivi.

Ora Orsoni accusa tutti e tre. Quei tre erano il partito e gestivano in tutto e per tutto i suoi finanziamenti. Lui, se ha una colpa, è quella di aver prestato la propria faccia e la propria autorevolezza alla commedia degli equivoci. Oggi prova a ribattere punto su punto e a risollevare un'immagine offuscata. «Non possono confondermi con chi maneggiava i soldi pubblici – spiega ai pm – il partito spingeva, io ho ubbidito. Punto». I calcoli non sono così semplici, ma le cifre in gioco, fra contributi in bianco e in nero, superano quelle circolate sui giornali fin qui: in realtà il partito avrebbe incassato dal Consorzio quasi un milione di euro.

Parte con contributi illeciti, parte con contributi solo apparentemente leciti, perché anche in quel caso la norma veniva aggirata: per non far comparire la solita manona del Consorzio, i soldi formalmente uscivano dalle imprese che però li recuperavano attraverso il più che collaudato meccanismo delle false fatture. Era il partito a gestire tutti quei soldi. Anzi, il sindaco offre un dettaglio che la dice lunga sulla voracità della classe politica: «Alla fine qualcosa era avanzato». Una piccola parte dei contributi in chiaro. Qualche migliaio di euro, ancora in cassa alla fine della campagna elettorale. «Ma il Pd pretese anche quei soldi». Tutti. Fino all'ultimo spicciolo.

Hanno preso le distanze dal sindaco. Adesso è il primo cittadino che prende le distanze dal sistema Venezia, col Pd seduto alla grande mangiatoia del Consorzio Venezia Nuova. E la rapidissima scarcerazione disposta dal gip, con tanto di parere favorevole della procura, pare proprio il sigillo sul racconto di Orsoni. Di più, l'accordo che si profila, con una pena di soli 4 mesi, sembra delineare una clamorosa sproporzione fra accuse e realtà dei fatti. Quattro mesi, convertibili in pena pecuniaria, sono davvero il minimo sindacale. Insomma, chiarito il ruolo di Orsoni ora per la procura inizia una nuova fase. Esplorare gli ingranaggi del sistema delle mazzette in casa Pd. Certo, Mazzacurati, come afferma Orsoni davanti giudici, mostrava una grande consuetudine con i suoi compagni di partito. Il sistema funzionava da anni e nessuno l'aveva mai messo in discussione.

Per ora nei guai c'è Marchese, ribattezzato a torto o a ragione da qualche giornale il Greganti del Veneto. Si vedrà. In ogni caso le responsabilità di Orsoni si diluiscono dentro quelle del partito. E della sua nomenklatura, almeno in Veneto. Ma la ricerca dei riscontri comincia proprio dai finanziamenti per l'elezione del sindaco nel 2010. Un tesoretto da non sottovalutare: quasi un milione. Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita, della Mantovani, hanno sempre detto di aver preparato le buste per Orsoni. Buste che venivano smistate da Federico Sutto, il postino delle mazzette. A chi le consegnava Sutto? Finora il dipendente del Consorzio Venezia Nuova non ha dato una risposta chiara. Ora i pm hanno una pista che porta direttamente al partito.