sabato 14 giugno 2014

Apple sostituisce i caricabatteria difettosi degli iPhone

La Stampa

Il problema è il surriscaldamento: ecco come identificare i modelli a rischio



Apple ha appena avviato un programma di sostituzione gratuita per l’alimentatore USB fornito in dotazione con iPhone 3GS, iPhone 4 e iPhone 4s. In alcuni rari casi, si legge sul sito dell’azienda, “può surriscaldarsi e costituire un rischio per la sicurezza”. Il modello in questione è quello da 5W, distribuito tra ottobre 2009 e settembre 2012 in vari Paesi europei (tra cui l’Italia) e venduto anche come accessorio a parte.

“La sicurezza del cliente – prosegue il sito - è al primo posto fra le priorità di Apple; perciò, l’azienda ha volontariamente deciso di sostituire gratuitamente tutti gli alimentatori interessati dal problema con un alimentatore nuovo e riprogettato. Invitiamo i clienti a sostituire gli alimentatori interessati con uno nuovo il prima possibile usando la procedura di sostituzione illustrata di seguito”.
Per individuale se l’alimentatore è tra quelli affetti dal problema, Apple invita a controllare l’etichetta tra i denti dell’alimentatore: se la dicitura “CE” è grigia e il modello indicato è A1300, allora è da sostituire. Nel frattempo, Apple invita a caricare l’iPhone usando la porta Usb del computer. 



Se invece il numero del modello è A1400 e la dicitura “CE” è bianca, l’alimentatore non è da sostituire. La sostituzione è a carico di Apple: basta portare il vecchio alimentatore in un rivenditore autorizzato, un Apple Store o un negozio di un partner telefonico (Tre, Vodafone o Tim). È anche possibile contattare l’assistenza clienti e chiedere la sostituzione tramite corriere. Apple rimborserà eventuali sostituzioni a pagamento già effettuate, purché naturalmente si sia in grado di provare che il modello in questione era compreso nel programma. 

Obama in visita nella riserva dei Sioux: «Abbiamo fatto poco per i nativi americani»

Il Messaggero


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Basta ingannare e prendere in giro i nativi americani. Bisogna fare molto di più per aiutarli e permettere loro di continuare a vivere nelle terre dei loro padri.

Barack Obama parla davanti ai rappresentanti di decine di tribù venuti da tutti gli Stati Uniti e dal Canada per ascoltarlo. E parla da Cannon Ball, in North Dakota, all'interno della Standing Rock Indian Reservation, la riserva indiana dei Sioux, quella del leggendario capo Sitting Bull, Toro Seduto.

È la prima volta che da presidente incontra ai massimi vertici la nazione indiana. Una visita storica, la definiscono i media Usa. Anche se è il quarto inquilino della Casa Bianca a farlo: prima di lui Calvin Coolidge, Franklin Delano Roosevelt e Bill Clinton nel 1999. Obama, in realtà, aveva già incontrato i capi tribù nel 2008, quando era candidato alla presidenza.

E non si può dire che le promesse di allora siano state mantenute. Lo ammette lo stesso presidente, che parla di «carte truccate» contro la nazione indiana, per la quale Washington non ha fatto mai abbastanza. E il presidente, accompagnato dalla first lady Michelle, se ne accorge incontrando privatamente - prima della coloratissima cerimonia pubblica, fatta di danze e costumi tradizionali - i giovani Sioux e le loro famiglie. E toccando con mano le precarie condizioni di vita in cui vivono oggi gli indiani d'America, spesso sconfortanti, con alcol e droga che la fanno da padroni tra i ragazzi delle riserve.

Del resto i dati di gennaio del Bureau of Indian Affairs sono sconcertanti: il 63% dei nativi in età lavorativa che vivono a Standing Rock (in tutto poco più di 850 anime) è disoccupato. E la lotta per la casa, per le cure mediche e per l'istruzione è di tutti i giorni. Un fatto che Obama considera inaccettabile. «I giovani devono avere il diritto di vivere, lavorare e crescere una famiglia nella terra dei loro padri e delle loro madri», ha affermato, spiegando che «se il governo fa la sua parte, si può spezzare questo ciclo negativo».

Ecco allora l'impegno, ancora una volta, per più risorse e più investimenti per case, sanità e scuola, tra cui 70 milioni di dollari per migliorare le condizioni abitative dei nativi, anche sul fronte delle ristrutturazioni edilizie. Ma Obama assicura anche più soldi per rafforzare il sistema della giustizia nelle riserve indiane, sempre più piagate dalla microcriminalità. Il capo della nazione Sioux, David Archambault, indossando il tradizionale copricapo, lo ascolta e annuisce, ma lo sguardo resta severo.

Tante erano le speranze rivolte verso il primo presidente afroamericano della storia, anche tra gli indiani d'America, come tra tutte le minoranze grandi e piccole che vivono negli Stati Uniti. E ora che la presidenza Obama volge al termine, non c'è molto entusiasmo verso le ennesime promesse. Chissà se Toro Seduto alla fine avrebbe applaudito.

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Sabato 14 Giugno 2014 - 11:28
Ultimo aggiornamento: 11:32

Sì alla prescrizione (se è per Pisapia)

Redazione - Sab, 14/06/2014 - 09:07

C'è prescrizione e prescrizione. C'è la prescrizione dei processi penali, che ieri mattina il sindaco Giuliano Pisapia definisce testualmente «una vergogna», nel corso di un convegno a Palazzo di Giustizia.

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E c'è anche la prescrizione dei procedimenti amministrativi, sulla quale le opinioni del primo cittadino sono assai diverse, visto che proprio della prescrizione Pisapia si avvarrà per non versare al Comune di Milano mezzo milione di euro di multa per i manifesti a suo nome affissi un po' dappertutto durante la campagna elettorale del 2011 che lo portò a Palazzo Marino. Insomma, siamo davanti ad una vistosa diversità di valutazione da parte del sindaco sugli effetti che lo scorrere del tempo dovrebbe avere sulle colpe dei singoli: è ammesso il colpo di spugna sulle multe; invece è «una vergogna» se un cittadino pretende di essere prosciolto dopo l'inchiesta di un pm durata anni ed anni senza arrivare al dunque.

Che il mezzo milione di euro (510mila euro, per l'esattezza) dovuti da Pisapia al suo stesso Comune sia destinato a venire condonato appare ormai quasi inevitabile. Come ha denunciato il radicale Marco Cappato, la cartella con cui sarebbe stato presentato il conto delle affissioni abusive a tutti i candidati delle elezioni amministrative è stata bloccata da una determinazione dirigenziale appena due giorni prima che venisse notificata, a causa di un vizio di forma. Potrà venire nuovamente emessa, ma a quel punto i tempi per chiudere la pratica in tempo utile saranno insufficienti. Il sindaco risparmierà il salasso. E, cosa ancora più importante, eviterà il rischio di trovarsi in condizione di incompatibilità con la propria carica, come sarebbe accaduto se avesse presentato ricorso contro la sanzione. Il dilemma «scucire o dimettersi» viene risolto dalla prescrizione.

A questo punto, l'unica conseguenza concreta della valanga di manifesti illegali attacchinati nel corso delle elezioni 2010 potrebbe essere l'intervento della Corte dei Conti, sempre molto solerte nel chiamare i politici a rimborsare i danni causati all'erario, la quale - secondo una indiscrezione circolata ieri - starebbe valutando se aprire un fascicolo sui ritardi e gli errori che hanno di fatto azzerato il credito di Palazzo Marino. I responsabili della pratica potrebbero venire chiamati a rispondere di danno erariale e costretti a risarcire in proprio le somme che avrebbero dovuto versare Pisapia e gli altri candidati.

Più sbrigativo il metodo che l'altro esponente della giunta finito al centro degli articoli di questi giorni, l'assessore al Commercio Franco D'Alfonso, sta pensando di utilizzare per dare lo stop alle critiche: querela per diffamazione aggravata a mezzo stampa. L'assessore non ha gradito l'articolo del Giornale in cui si raccontava la strana storia del giro di sconti incrociati intorno al ristorante «Papà Francesco», che ha la sua sede accanto a Palazzo Marino in uno stabile di proprietà del Comune che fa parte del complesso della Galleria.

Il locale, di cui i membri della giunta sono assidui frequentatori, ha beneficiato di una riduzione del canone di affitto che ha suscitato l'interesse degli altri commercianti della zona, anch'essi inquilini del Comune, che adesso si aspettano anche loro una decurtazione del canone a causa della crisi. E intanto un cliente un po' ficcanaso del ristorante ha recuperato dal cestino la ricevuta fiscale di un pranzo consumato in loco da D'Alfonso: importo del pranzo 36 euro, sconto 26, totale da pagare dieci euro. Poco più di un ticket restaurant, per un pranzo in pieno centro.
É un trattamento che «Papà Francesco» riserva a tutti?

Le 10 cose che i prof vorrebbero dire ai genitori (ma non osano)

Corriere della sera
di Paolo Romano

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Chiudono le scuole oltre la Manica ed è tempo di bilanci anche da quelle parti. The Guardian, infatti, pubblica  lo sfogo di un maestro delle elementari britannico, che elenca le «10 cose che gli insegnanti vorrebbero dire ai genitori ma non possono». Si tratta, quasi sempre, di temi attualissimi anche sulle nostre sponde e più di una volta affrontati da Scuola di Vita. Ecco quali:

1- I figli non sono amici.
A forza di avere un approccio informale con i bambini, magari parlando del nuovo fidanzato di mamma o dei problemi economici di casa o simulando complicità relazionali, il rischio è quello di raccogliere, a posteriori, i cocci di una qualche forma di alienazione sociale, oltreché confrontarsi con problematicità varie nei banchi

2-Dare il tempo a figli e insegnanti di capirsi.
Il maestro, infatti, racconta l’ossessione di incontrare i genitori di bambini conosciuti ancora da poche settimane e sentirsi torturare da domande come “si è ambientato/a bene?”, “in classe è felice?”. Bisognerebbe, invece, dare il tempo ad entrambi per superare le reciproche diffidenze, considerare l’aspetto relazionale e aver fiducia nella capacità dell’insegnante nel tirar fuori quanto prima le propensioni dello studente.

3- Lasciarli andare.
A chi capita prima, a chi dopo e a prescindere dalle capacità scolastiche, gli anni delle scuole elementari sono quelle in cui i bambini iniziano a sperimentare con maggiore forza il senso di indipendenza. Capire quando accade e dargli la massima fiducia può portare a risultati sorprendenti alla breve e rimanere a bocca aperta quando a 10 anni dimostreranno di ricordarsi i compiti da fare, di fare lo zaino e di portarsi la merenda a scuola.

4-Videogiochi.
Va a finire che nei temi o nelle discussioni in classe piombino ragazzini alienati ancora convinti di dover combattere contro un cartello di narcotrafficanti colombiani o di doversi fingere morti per evitare che da una macchina ti sparino dei mafiosi. Ecco, a sei o sette anni, come dire, bisognerebbe evitare di metamorfosare i bambini in un joystick, alla ricerca di qualche ora di quiete. Banale, ma … repetita juvant.

5-John Terry non è un modello.
Facendo riferimento al celebre calciatore inglese, famoso anche per il suo esagerato gesticolare e i piagnistei quando ripreso in campo, viene ricordato ai genitori l’importanza di educare all’essere sgridati. In fondo, fare chiasso in classe può essere normale e fa parte del mestiere dell’insegnante il rimbrotto. Il problema nasce quando i bambini, manco fossero in uno stadio, si mettono a contestare con acrimonia l’ “arbitro”. E chi altri può fare qualcosa se non mamma e papà?

6- Fidanzati a otto anni?
Spesso i genitori, quando vedono e raccontano la (pur transitoria) tristezza del loro bambino, finiscono per concludere che è perché si è preso una “cotta” per un coetaneo dell’altro sesso. E ne parlano come se davvero non riuscissero a vedere che il codice di comportamento, a 8 anni, è ancora basato su un terreno di gioco o di diversa natura relazionale. Insomma, bisognerebbe consentire ai bambini di essere dei bambini, senza infliggergli necessariamente categorie adulte.

7 -I genitori che aiutano la classe Ben vengano, soprattutto nelle ore pomeridiane o ricreative, i genitori che danno una mano agli insegnanti. Chi invece non è benvenuto è chi lo fa per ficcare il naso  per giudicare l’insegnante, il suo lavoro, la classe. In quel caso, da risorsa a zavorra, il genitore finisce spesso per rovinare i risultati ottenuti dal gruppo.

8 – Pigri e «sattuttoni» Già è difficile insegnare a chi non vuole imparare, ma impossibile è insegnare a chi pensa di sapere già tutto. Sintomo, molto spesso, che si accompagna a quella che spesso viene confusa dai genitori come “stanchezza”. In realtà, nell’esperienza del prof inglese, molto spesso si tratta solo di “pigrizia”, un atteggiamento che andrebbe disincentivato in famiglia, magari sollevando gli spettri del “poi alle superiori sono guai”.

9 -Compiti a casa.
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uestione spinosa, al centro delle più violente guerre tra genitori e insegnanti. Comunque, fin tanto che i programmi ministeriali li prevedono, i compiti verranno assegnati, punto e basta. Per il resto, scrive in sostanza il Guardian, citofonare al Governo.

10 -Educazione Fisica
E’ una materia di importanza pari alle lettere o alla matematica; peccato che i genitori si spremano spesso in giustificazioni grottesche per esonerare i figli dal fare sport e, in via di fatto, non gli facciano portare tuta e scarpe da ginnastica così da risolvere a monte il problema. E poi, anche qua, è una materia di studio, perché combatterla?

Così Monti ingannò i marò per farli tornare in India"

Fausto Biloslavo - Sab, 14/06/2014 - 08:18

L'ex ministro degli Esteri Giulio Terzi: "Il premier li convinse assicurando il rientro in poche settimane. E quelle pressioni sulla magistratura..."


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«Basta con attendismi e furbizie» è l'appello che l'ex ministro degli Esteri, Giulio Terzi, lancia in vista della manifestazione di oggi a Roma per i marò.

«Bisogna intraprendere con decisione la strada dell'arbitrato internazionale per riportarli a casa» sottolinea Terzi. E rivela scabrose verità nascoste sulla gestione del caso ai tempi del governo Monti: «Nel marzo 2013 hanno vergognosamente convinto i marò a rientrare in India, dopo che si era deciso il contrario, assicurando che nel giro di poche settimane o mesi sarebbero tornati a casa». Terzi si dimise per protesta. In pratica il governo Monti aveva promesso a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, per tenerli buoni, che tutto si sarebbe risolto in fretta.

«Prima hanno deciso di rimandarli a Delhi su istigazione di un ministro che adesso vuole fondare un partito politico» spiega Terzi. Il riferimento è a Corrado Passera, allora responsabile dello Sviluppo economico, che paventava rappresaglie indiane sui nostri interessi in India. Poi per indorare la pillola ai marò «saltò fuori la tesi che gli indiani erano così contenti di avere ottenuto quello che volevano, che ci avrebbero rimandato indietro i marò in poco tempo. Invece non è stato così». Secondo Terzi «l'Italia continua a dar prova di confusione, indecisione o almeno attendismo. Per questo, la manifestazione di oggi organizzata dalle famiglie, alla quale hanno aderito con decisione le associazioni di ex militari, deve dire basta»

Per l'ex ministro degli Esteri «è sorprendente che uomini politici (come Pierferdinando Casini, ndr) difendano ancora Monti, che non solo ha deciso di rimandare i marò in India, ma li ha fatti assicurare che nel giro di pochissimi mesi il problema si sarebbe risolto». Per Terzi il governo Monti ha anche altre responsabilità fino ad ora taciute sul caso marò. «Al primo permesso natalizio concesso da Delhi avevo scritto una lettera al presidente del Consiglio, il ministro della Giustizia e quello della Difesa per sensibilizzare la magistratura che li avrebbe potuti trattenere in patria - racconta Terzi - Temo sia avvenuto il contrario».

Con l'arbitrato internazionale la vittoria dell'Italia, secondo schiere di esperti, dovrebbe essere già in tasca. «Letta ha seguito la linea dell'abbandono dei marò nelle mani degli indiani. Il governo Renzi un giorno parla di internazionalizzazione - sottolinea Terzi - e quello dopo il capo di stato maggiore della Marina dice che comunque il percorso va condiviso con l'India. Basta: che imbocchino definitivamente e celermente la strada giusta dell'arbitrato». Ieri il viceministro agli Esteri Lapo Pistelli ha confermato «che l'Italia non accetterà la giurisdizione indiana sulla vicenda». Pistelli ha rispolverato il vecchio cavallo di battaglia dell'immunità funzionale, un po' debole sul piano giuridico della Convenzione del diritto del mare che prevede l'arbitrato.

Paola Moschetti, compagna di Massimiliano Latorre, lancia un appello per la partecipazione «alla marcia tranquilla e solidale di oggi a Roma che partirà alle 16.45 da piazza della Bocca della Verità. Non sono stati invitati politici di nessuno schieramento. È una manifestazione libera, alla quale potrà aderire chiunque voglia tenere alta l'attenzione sui nostri fucilieri in India». IlGiornale, Libero e Il Tempo hanno aderito. L'associazione degli alpini paracadutisti porterà un grande paracadute con su scritto «marò liberi».

Nel sistema Pd delle tangenti spuntano anche le coop rosse

Stefano Zurlo - Sab, 14/06/2014 - 12:40

Altro che partito estraneo alle mazzette, nei brogliacci emerge la guerra tra i consorzi veneti ed emiliani. Pressing sul consigliere democrat: "Trova contatti a livello nazionale"


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«Abbiamo bisogno degli amici». Gli amici del Pd. Per inserirsi nel grande gioco del business servono le maniglie giuste. Maniglie Democratiche. Maniglie targate Pd.

Non va per le lunghe Franco Morbiolo, presidente del Coveco, Consorzio veneto costruzioni, in una conversazione con il consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese. È il 20 aprile 2012 e le cimici piazzate dagli investigatori veneziani captano il colloquio che si svolge negli uffici di Morbiolo. I due parlano e misurano le loro ambizioni, Morbiolo vorrebbe entrare dentro alcuni grandi appalti ma spiega all'amico, uno dei personaggi più influenti del Pd veneto, che la strada passa per Roma. Ora i due sono stati arrestati, per corruzione, e anzi Marchese è uno dei colonnelli del Pd contro cui punta il dito l'ormai ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. Secondo i magistrati, la copia Morbiolo-Marchese era inserita nel grande sistema del malaffare e questa conversazione, depositata al tribunale del riesame, ne sarebbe in qualche modo una controprova.

Certo, Morbiolo ha sogni di grandezza. Gli investigatori annotano che «Morbiolo si lamenta del CCC e del suo presidente Piero Collina indagato per la partita dell'Alta velocità e del fatto che il CCC ricatta le cooperative emiliane impedendo loro di lavorare con il Coveco». Dunque, all'interno del mondo cooperativo si combatte una guerra spietata. Il colosso emiliano CCC, Consorzio cooperative costruzioni, impedirebbe ai propri associati di fare affari con i veneti del Coveco. E Morbiolo cerca una strada per rompere questo embargo e per tentare il grande salto. «Qui da noi - afferma il presidente del Coveco - se il mercato in qualche maniera adesso, se c'è qualcosa che adesso riusciamo, abbiamo bisogno degli amici... Cosa è che ci manca?».

La risposta il presidente se la dà da sola: «Ci manca... qua bisogna che decidiamo e abbiamo un rapporto con il Pd... al Pd ... a livello nazionale e veniamo considerati in qualche maniera rispetto a quello che sono le opportunità». Insomma, sarà pure cambiata la ragione sociale della «ditta» e il vecchio Pci si è trasformato nel nuovo Pd ma le coop hanno sempre bisogno della solida stampella della politica per guadagnare qualche robusto appalto. Gli emiliani, a sentire Morbiolo, spadroneggiano e invece ci sono tanti fronti aperti e promettenti: «Adesso noi altri. Metrotranvia a Milano. Centotrenta milioni... facciamo l'Ati con Condotte noi al 20 per cento» e via elencando progetti.

L'inarrestabile Morbiolo riprende e chiama in causa, nientemeno, Primo Greganti, il mitico compagno G, arrestato a sua volta per la Tangentopoli dell'Expo. «Abbiamo fatto un incontro con Primo Greganti». Greganti, all'epoca dell'intercettazione libero, si dà da fare per le coop amiche ed è un possibile alleato. Può dare una mano, certo la pressione del CCC è intollerabile per il presidente del Coveco: «Bisogna spiegargli a 'sto ca... di CCC che è l'ora di finirla... perché siamo arrivati a un punto tale che a livello nazionale qualcuno ci crede in noi...». Marchese è perplesso. Morbiolo è incontenibile e cerca una sponda romana: «Ma guarda che CCC è in difficoltà. Allora commercialmente parlando in Friuli non conta più un c...

Chiama attraverso Roma, via Roma, hanno gli uomini, hanno gli uomini che fanno solo politica. Cioè per loro parlare di questo quaderno e parlare di un restauro... noi invece abbiamo la professionalità, tu la struttura se no non terremmo botta... Proprio sono in difficoltà. Fai un ragionamento: o il Pd crede, insomma a livelli, qualcosa anche a noi, no? Ma anche noi potremmo andare a lavorare anche a Roma. Anas potremmo avere rapporti. Rfi potremmo avere rapporti. Ma il solo ambiente che se si sente che c'è qualche altra campana... salterebbe dopo».

Insomma, il Coveco di Morbiolo vuole contare di più: «Qualcosa anche a noi». E il presidente insiste: «Bisogna vedere perché la fame è tanta in questo momento in giro. Se riesci a guardare questi discorsi qua». Poi Morbiolo accenna, senza chiarire a qualcosa che «il nostro vecchio Mazzacurati ha fatto una roba da galera in questi giorni e io non sono stato al gioco ed è venuto fuori un pandemonio». Di che cosa parla Morbiolo? Mistero. Ieri sera il presidente del Coveco e Marchese hanno ottenuto gli arresti domiciliari.

Politici all'Amatriciana". E il sindaco della pasta querela

Vittorio Macioce - Sab, 14/06/2014 - 08:54

Il primo cittadino di Amatrice: "Basta usare il nostro piatto come sinonimo di comportamenti da farabutto. Non scherzo: chi insiste finirà nei guai"


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Non nominate il nome dell'amatriciana invano. È una bestemmia. L'amatriciana si gusta, si mangia, si guarda, ci si tuffa, si prega, ti sfama, si sbrana, si sfida. L'amatriciana è un sospiro quando arriva il cameriere. È un esercizio di stile in equilibrio su sugo, pecorino e guanciale. È un appuntamento intimo a tarda sera. È una visione del mondo.
È sacra. Tutto il resto è un'offesa. Il sacerdote di questa religione è Sergio Pirozzi. È il sindaco di Amatrice, duemilaseicentotrenta abitanti d'inverno, diecimila d'estate, sessantaquattro frazioni, centocinquante chiese, patrono Santa Maria della Filetta ed è lì dove il reatino incontra l'Abruzzo, sui monti della Laga. Matrixmatricis come madre, come canale, come utero. Come la culla degli spaghetti all'amatriciana. Pirozzi pensa che chi insulta la madre è senza perdono. E allora querela. Querela tutti. Tutti. Chi scrive di mondiale all'amatriciana, di partito all'amatriciana, di antieuropeismo all'amatriciana, di expo, di politica, di intrallazzi, di giornalismo, di romanzi, di spy story, di intellighenzia tutti all'amatriciana.
Permaloso?
«Chi?»
Lei?
«Per niente. È che non sopporto il razzismo».
Razzismo?
«Certo. C'è un razzismo più sottile. Quello che non si vede. Io difendo Amatrice e l'amatriciana. Che vuol dire politica all'amatriciana? Che noi siamo farabutti? O pressapochisti? O pasticcioni? O volgari? O traffichini?»
Paesani. «Paesani. E fieri di esserlo. Qui la spending review l'abbiamo fatta davvero. Burocrazia zero. Le spese per l'illuminazione dimezzate, altro che Cottarelli. E con i risparmi le tasse diventano umane. Niente Tasi. Nessun aumento della Tares. Le tasse più basse d'Italia».
Come inizia questa storia delle querele? «Nel 2011. È l'epoca di svendopoli. Il Messaggero scrive di una classe dirigente all'Amatriciana. È la prima querela».
L'ultima?
«Striscia la notizia. Ficarra e Picone parlano di Expò all'amatriciana. In mezzo tra la prima e l'ultima c'è di tutto. Anche il suo giornale. Una sua collega ha disquisito di disabili gagliardi all'amatriciana. Un altro giornale ha definito la vendita del portiere della Roma Stekelenburg una farsa».
Una farsa. E allora? «Una farsa all'amatriciana».
È vero che per fare il sindaco ha rinunciato alla carriera di allenatore? «Vero. E ora mi accontento di 700 euro al mese».
Dove allenava?
«Sono stato per anni allenatore in seconda dell'Ascoli».
Come giocatore? «Poca fortuna. Ho giocato al massimo nella vecchia serie D. Sono un quasi cinquantenne. Un uomo d'altri tempi».
Per quale squadra tifa?
«Juventus».
Cosa pensa di Calciopoli? «Non mi è piaciuta»
Moggi era un dirigente all'amatriciana? «Nel senso buono. Sennò querelo anche lei».
Lotito è originario di Amatrice.
«Sì, la madre».
Ma lei conosce la ricetta della vera amatriciana?
«Guanciale e pecorino. Energetica. Serviva ai nostri pastori per fare un solo pasto al giorno».
Che tipo di pasta? «Spaghetti».
A Roma dicono bucatini.
«Vanno bene anche i bucatini, ormai. I pastori scendevano nell'Urbe e hanno insegnato questa ricetta ai romani. Metamorfosi. Ci sta».
Forse quando dicono all'amatriciana ce l'hanno con i romani. Ci ha mai pensato?
«Forse. E allora imparassero a dire: alla romana. Che c'entra Amatrice? Querelo ancora di più».
Cosa è assolutamente vietato nell'amatriciana? «Tre peccati mortali. Pancetta, aglio e parmigiano».
Le mezze maniche?
«Ammesse. Peccato veniale».
Un inno per l'amatriciana. «Le rispondo con Carlo Baccari. La pecora mite e il bravo maiale donarono insieme formaggio e guanciale».
Ma a lei piace l'amatriciana?
«Mmmmmmm».
Ci sta pensando?
«Quella in bianco».
La gricia!
«È la ricetta originale».



Il piatto povero reso famoso dai pastori

Redazione - Sab, 14/06/2014 - 07:45


Ecco la ricetta
L'amatriciana nasce con il condimento in bianco e solo alla fine del 1700, con l'avvento del pomodoro, il piatto è preparato con gli stessi ingredienti e l'aggiunta del pomodoro.



Erroneamente alcuni attribuiscono l'Amatriciana alla cucina Romana, dimenticando che furono i pastori, che con gli spostamenti della transumanza, fecero conoscere questa ricetta. Ecco come preparare il piatto (dosi per 4 persone): 500 g di spaghetti, 125 g di guanciale di Amatrice, un cucchiaio di olio, un goccio di vino bianco, 6 o 7 pomodori, peperoncino, 100 g di pecorino di Amatrice grattugiato, sale. La bontà della ricetta e la straordinaria professionalità di numerosi ristoratori romani originari di Amatrice hanno fatto diventare «gli spaghetti all'Amatriciana» parte fondamentale della cucina italiana.

Flavio Briatore, la crociata contro i vu' cumprà della Versilia

Libero


a.it
Mister Billionaire - o meglio, mister Twiga - lancia la sua personalissima crociata contro i vu' cumprà della Versilia. Lui è Flavio Briatore, e la campagna viaggia su Twitter, dove cinguetta: "#Versilia è inaccettabile l'invasione di ambulanti sulle spiagge, nessuno ci tutela dove sono i vigili...solo se alzi un po' la musica arrivano". L'ex manager della Formula 1, insomma, punta il dito contro i molti venditori che assediano le patinatissime spiagge della Versilia, tra Marina di Pietrasanta (dove c'è il suo Twiga, appunto) e Forte dei Marmi. Due luoghi esclusivi, dove i vu' cumprà, per super Flavio, stonano.

La soluzione - Il cinguettio di Briatore raccoglie molti re-tweet, ma anche la risposta di Domenico Lombardi, primo cittadino di Marina di Pietrasanta, che difende la polizia municipale tirata in ballo da Flavio, invitato a "guardare meno al particolare e più alla problematica nel suo insieme". Una risposta un po' evasiva, che non lascia intravedere soluzioni all'orizzonte. E Briatore rincara: "Se continua così a luglio/agosto ci saranno più ambulanti che clienti". Briatore, inoltre, a differenza del sindaco Pd, dimostra anche di avere una possibile soluzione: "Basterebbe assegnare zone di vendita ambulante sulla battigia per chi ha voglia di fare shopping e lasciare gli altri in pace".

Parole, parole, parole... - Un'idea sensata, quella di mister Twiga, che però non stuzzica il sindaco, il quale non risponde. Così Flavio continua la sua crociata, e rincara. Nel mirino ci finiscono pure i "massaggiatori" che zampettano da un ombrellone all'altro. "I massaggi 'ambulanti' sono orribilmente anti igienici. Non mi stupirei se a luglio/agosto proponessero l'agopuntura", scrive sempre su Twitter. Il sindaco Lombardi, però, continua a non raccogliere gli appelli. Temporeggia e spiega: "Ho chiesto al prefetto di Lucca una riunione del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza sul problema dei venditori abusivi. Ci incontreremo il prossimo 21 giugno. Ma il problema è molto più ampio e anche la soluzione non può essere solo quella di incrementare i controlli della polizia municipale. Serve un'azione coordinata tra le forze dell'ordine a 360 gradi". Scommettiamo che questa "azione coordinata" non la vedrà nessuno?

Arriva il supercomputer di Hp

La Stampa
claudio leonardi

Due modelli, concepiti per le aziende, che aprono un nuovo capitolo della lotta tra i titani dell’informatica per costruire elaboratori sempre più potenti. La sfida è tra Usa, Giappone e Cina, con una sorpresa Made in Italy


a.it
La storica produttrice di computer HP ha fatto il suo ingresso nel settore dei supercomputer. Sono così definiti calcolatori con una straordinaria potenza di calcolo, fisicamente costituiti da armadi e processori che “collaborano” per macinare enormi quantità di dati, solitamente misurati in Flops (Floating Point Operations), una unità che calcola, in sostanza, la quantità di operazioni matematiche svolte in un secondo.

HP aveva già prestato alcuni componenti hardware a questo mercato, ma è al suo debutto con prodotti appositamente sviluppati per convincere le imprese all’adozione dei supercomputer, finora patrimonio di enti governativi e centri di ricerca. Due i sistemi presentati dalla società californiana: l’Apollo 8000, dotato di raffreddamento ad aria, e l’Apollo 6000, raffreddato ad acqua, entrambi già “disponibili per l’ordine”, secondo quanto riferito da Jim Ganthier, responsabile del marketing globale per i server HP.

Le server farm e i supercomputer condividono lo stesso problema: il surriscaldamento e la necessità di raffreddamento. “A questo scopo - ha spiegato Ganthier - il liquido è molto più efficiente dell’aria”, purché il liquido, naturalmente, non possa danneggiare i circuiti. Anche IBM produce supercalcolatori che possono essere raffreddati ad acqua per specifiche funzioni, quali, per esempio, i sistemi Blue Gene e iDataPlex.

Il National Renewable Energy Lab (NREL) è uno dei primi clienti dell’Apollo 8000, usato, per esempio, per elaborare modelli climatici e analisi sull’impatto ambientale. Il sistema dell’NREL, noto come Peregrine, attualmente ha una capacità di calcolo di 582 teraflop, circa 582.000 miliardi di operazioni al secondo, che “può essere portarta fino a 1,19 petaflops, o migliaia di teraflop”, secondo HP.


In realtà, questo potrebbe essere solo l’antipasto di un progetto ben più ambizioso della Hewlett-Packard: la potenza di un intero data center in una sola macchina delle dimensioni di un frigorifero. Nei laboratori HP lo chiamano The Machine , dove la maiuscola dà il senso delle aspettative. Si tratterebbe di un nuovo tipo di architettura di computer che gli ingegneri dell’azienda sostengono sostituirà l’attuale design: un nuovo sistema operativo, un diverso tipo di memoria, e trasferimento dati superveloce. Per Martin Fink, responsabile del progetto e suo custode da due anni, sarà tutto o niente, successo o flop. Si sa che che è prevista una nuova forma di memoria detta “memristors” e un sistema di transizione dei dati tramite la luce al posto del rame. Anche il software sarà nuovo, frutto di studio su Windows, Linux, HP-UX, Tru64.

Il mercato dei supercomputer, finora, è stato una sorta di terreno d’avanguardia su cui si sono sfidate aziende e nazioni, confinato alle accademie e, naturalmente, alle applicazioni militari. Dopo un lungo monopolio statunitense, parzialmente contrastato dal Giappone, oggi è la Cina la principale avversaria da cui guardarsi. Se la corsa allo spazio era uno dei fronti della guerra fredda tra Usa e Urss, con un paragone un po’ azzardato potremmo dire che la corsa al supercomputing è una delle frontiere nella calda competizione economica con il colosso asiatico.

Nel novembre 2013 , la Top500 , l’organizzazione che ogni sei mesi misura le prestazioni dei computer più potenti del mondo, registrò per la seconda volta il primato del Tianhe-2, prodotto della cinese Udt (National University of Defense Technology), capace di elaborare 33,86 petaflop e scavalcare il velocista statunitense Usa Titan, della Cray, fermo a 17,59 petaflop. Anche la terza piazza è a stelle e strisce, con il Sequoia, basato su BlueGene della Ibm, seguito dal K Computer della giapponese Fujitsu. Nessuna speranza per Italia ed Europa? Per ora il vecchio continente resta fuori dal podio, ma recentemente ha incassato interessanti premi di “consolazione”.

A Bologna ha sede il Cineca, il più grande centro di calcolo italiano, dove sono in funzione il sistema Fermi (basato su Blue Gene/Q di Ibm), al nono posto nella classifica Top500 del 2012, e, dal gennaio 2013, il sistema Eurora (European Many Integrated Core and Architecture) da 350 teraflops, realizzato dall’italiana Eurotech. Eurora, però, salì in vetta a una classifica forse perfino più virtuosa di quella che misura la cruda potenza muscolare delle macchine. La lista Green500 classifica i supercomputer in base all’efficienza energetica, mettendo in relazione la quantità di calcolo con il consumo in watt. Il prodotto italiano, nel giugno 2013, scalzò il primato detenuto dal cervello elettronico del National Institute for Computational Sciences dell’Università del Tennessee, in grado di generare 2,4 Gflops per Watt.

Un valore superiore del 20% rispetto al supercomputer dell’Eurotech. Purtroppo, si è trattato di una gloria incoraggiante, ma effimera. Nella classifica attuale, il Cineca non compare nella top ten.
Anche in questo caso, il segreto del momentaneo successo risiedeva nel sistema di raffreddamento ad acqua. Le componenti più importanti e delicate del sistema Eurora (processori, memoria ram e Gpu) sono attraversati da una placca di alluminio all’interno del quale il liquido scorre in entrata e in uscita. Dopo aver raffreddato i chip, l’acqua esce dalla macchina, torna a temperatura ambiente e poi rientra nel supercalcolatore.

In un Paese mediterraneo come il nostro, il raffreddamento dei computer, oltre a quello del temperamento umano, è un problema essenziale. Ma almeno in questo caso, gli ingegneri sembrano avere trovato una doccia fredda piuttosto efficiente. Ora non resta che aspettare il prossimo verdetto: chi sarà il campione dei supercomputer del 2014?

Chi muore non perde le ferie

La Stampa

Tragica storia tedesca. Ma la Corte Ue dà ragione alla vedova sull'indennità del marito..

Può essere di qualche consolazione sapere che chi muore non perde le ferie. 

a.it
Lo dimostra la tragica storia del signor Bollacke, un tedesco che ha lavorato presso la società K + K tra il 1º agosto 1998 e il 19 novembre 2010, giorno della sua morte, avvenuta quando aveva accumulato 140,5 giorni di congedo. La vedova del sig. Bollacke ha chiesto alla K + K un’indennità finanziaria corrispondente alle vacanze non godute dal marito. L'impresa ha respinto la domanda nutrendo dubbi quanto alla trasmissibilità per via successoria dell'indennità finanziaria. 
Il Landesarbeitsgericht (i tribunale del lavoro di secondo grado, Germania), investito del procedimento, ha chiesto alla Corte di giustizia europea se il diritto dell'Unione ammetta una legislazione o prassi nazionali secondo cui il diritto alle ferie annuali retribuite si estingua senza dare diritto all'indennità finanziaria a titolo delle ferie non godute. 

La risposta è stata negativa. La Corte ha ribadito che il diritto alle ferie annuali retribuite è un principio di diritto sociale di particolare importanza. E che quando il rapporto di lavoro cessa, il lavoratore ha diritto ad un'indennità per evitare che sia escluso qualsiasi godimento del diritto alle ferie. Anche se questo avviene per cause indipendenti dalla sua volontà come la morte. 
In pratica – per dirla coi giudici di Lussemburgo – “il diritto dell’Unione non ammette legislazioni o prassi nazionali che prevedono che, nel caso in cui il rapporto di lavoro termini per decesso del lavoratore, il diritto alle ferie annuali retribuite si estingua senza dare diritto ad un'indennità finanziaria a titolo di ferie non godute”. 
Almeno questo… 

Le mie nozze? La Chiesa ha capito Dallo Stato ho avuto solo violenza”

La Stampa
franco giubilei

Parla la donna che, dopo il cambio di sesso, per i giudici resta sposata
“Ci amiamo da vent’anni, il nostro rapporto è più forte della burocrazia”



a.it
Alessandra Bernaroli, un tempo Alessandro, si è sposata nel 2005. La coppia è stata capace di superare il cambio di sesso di lui, incomprensioni e tre gradi di giudizio, fino alla sentenza della Corte Costituzionale che ha riconosciuto la validità del rapporto. Un grande amore si è rivelato più forte del moloch burocratico-legale che ha sciolto il loro matrimonio. Alessandra Bernaroli usa altre parole per raccontare la storia che la lega alla moglie, ma la sostanza è proprio questa: in quasi vent’anni di vita insieme, la coppia è stata capace di superare il cambio di sesso di lui, l’incomprensione di molti e tre gradi di giudizio, fino alla sentenza della Corte Costituzionale che ha dato loro ragione, riconoscendo una forma di validità al loro rapporto. 

«Ci siamo conosciute a Bologna nel 1995 (quando ancora la Bernaroli, che ha una laurea in Economia e lavora in un grande istituto bancario bolognese, era un uomo, ndr), una sera che siamo andate in discoteca dopo essere state presentate da amici comuni. Ci siamo frequentate, innamorate e da lì tutto è continuato fino ad oggi». Passano dieci anni e l’unione sfocia nelle nozze: «Ci siamo sposate in chiesa, anche perché veniamo da famiglie cattoliche molto praticanti. Del resto lo sono anch’io, fin da piccola andavo in processione e leggevo i salmi. Mia moglie poi ha sempre fatto scuole cattoliche. Aggiungo che il vicario del vescovo di Bologna, quando ho cambiato sesso tre anni dopo, ha riconosciuto che il matrimonio per la Chiesa restava valido, pur nella sua eccezionalità. Probabilmente perché un caso del genere non è previsto dal diritto canonico».


Alessandro Bernaroli però non si riconosce nel proprio corpo e nel proprio sesso, e poco tempo dopo intraprende il percorso durissimo che lo porterà a cambiare genere, sempre sostenuto dalla moglie: «Mi sono sottoposta a una decina d’interventi chirurgici: tre per ricostruire interamente il viso, effettuati in Spagna, un altro per correggere la voce baritonale che avevo, fino alla rettifica del sesso in Thailandia. E mia moglie è sempre stata accanto a me, soffrendo forse anche più di me per operazioni di sei ore. È stata fondamentale sul piano psicologico e anche su quello materiale, stava lì e mi seguiva come un’assistente, dormendo con me nella camera d’ospedale. Una cosa davvero eccezionale».

Nel 2008 il marito è diventato donna, ma l’anno successivo iniziano i problemi: «Sono andata in Comune a chiedere lo stato di famiglia e ho trovato la formula “stato civile non documentato”. Ci avevano separate senza neanche avvertirci, hanno anche cambiato le nostre residenze, mettendo mia moglie a un numero civico inesistente della stessa via». Per niente scoraggiata, la coppia ingaggia una battaglia legale: «Questa concezione violenta, burocratica e ottusa ci ha dato maggior forza nel cercare giustizia. All’inizio è stato difficile: né le associazioni che a parole si battono per questi diritti, né i sindacati, ci hanno aiutato, finché abbiamo trovato la rete di giuristi e avvocati Lenford.

Il legame fra me e mia moglie era già forte, ma la violenza subita ci ha convinto a fare questa battaglia di civiltà». Ora che la battaglia è parzialmente vinta - il matrimonio infatti resta nullo, mentre il giudice costituzionale ha invitato il legislatore a introdurre una forma alternativa per dare veste giuridica alle relazioni come questa -, Alessandra riflette sul suo rapporto con la moglie: «Siamo unite come prima e forse più di prima. Certo, rispetto a quando ero un uomo sono cambiate certe abitudini e ne sono venute di nuove, ma se a una persona tagliano un piede, chi è con lei fa i conti con la nuova situazione. Magari il rapporto non era fondato sulla relazione sessuale, quanto su un progetto di vita insieme e sulla condivisione di interessi e sentimenti».

Quanto alle abitudini quotidiane, Alessandra aggiunge: «Facciamo tutto insieme, dalle piccole scelte su cosa mangiare a cena ai grandi progetti per il ménage familiare, che sono poi elementi di ogni rapporto riuscito». 

Boom di profughi a Milano “Ma dov’è il governo?”

La Stampa
sara ricotta voza

Alla Stazione Centrale, tra i siriani in fuga dalla guerra civile
«Non vogliamo tornare nel nostro Paese finché al potere ci sarà Assad»


tampa.it
«Milano ha fatto un capolavoro perché non c’è città che abbia un rapporto tanto forte tra comune e volontariato laico e cattolico. Ma, da soli, non ce la facciamo più». L’assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino non sa più a che santo votarsi, istituzionale s’intende, perché di santi del quotidiano, del volontariato, della comune società civile, in questa storia surreale dell’emergenza profughi siriani in stazione Centrale, se ne incontrano ogni giorno tantissimi.

Quello che sembra mancare è proprio il deus ex machina, il coordinamento dall’alto, insomma il governo, che a sentire l’assessore ha di fatto abbandonato il Comune nella gestione di quella che è diventata un’emergenza umanitaria esplosiva. «Il silenzio di Roma ci sconcerta, il ministro Alfano non fa, ma mi chiedo anche perché Renzi non prenda in mano la situazione; ai primi di luglio scatta il semestre europeo a Milano; che far trovare la stazione invasa dai profughi siriani sia un modo raffinato di porre la questione all’Europa?».

L’assessore Majorino da mesi avanza proposte per l’attuazione di un piano nazionale e europeo, ieri chiedeva solo che il Ministero dell’Interno mettesse a disposizione il Cie - Centro di Identificazione e Espulsione - di via Corelli, appena ristrutturato ma chiuso. «Io non lo riaprirei mai, ma in questo momento potrebbe essere una struttura utile per ospitare centinaia di profughi che ogni sera ci troviamo a dover sistemare».

Il flusso, infatti, aumenta di giorno in giorno da quando è iniziato il bel tempo e gli sbarchi si sono fatti più frequenti; i treni arrivano dal Sud e il Comune registra i profughi sul mezzanino della stazione Centrale; da qui ogni sera si contattano i centri di accoglienza convenzionati e si fa la conta dei posti disponibili. L’altra notte sono state sistemate nelle strutture 1002 persone ma 70 hanno dovuto dormire in stazione, anche perché molte famiglie non si vogliono - giustamente - dividere ed è più difficile collocarle assieme. E ieri si sono aggiunti i nuovi arrivi: 259 persone registrate di cui 122 bambini, alcuni piccolissimi e tra loro due gemelli di due mesi.

Alla conta delle otto di sera non c’era posto per tutti e anche stanotte alcuni (anche qualche famiglia con bambini che ha deciso di ripartire con i treni della notte) avrà dormito sul mezzanino. Uomini, donne e bambini in fuga dalla Siria in guerra hanno cominciato a vedersi alla stazione di Milano il 18 ottobre scorso e a oggi dal mezzanino della Centrale sono passati e sono state accolte 10mila persone. A metà aprile erano 5000, il che significa che da aprile a oggi - cioè in due mesi - ne sono arrivate altre 5000. L’emergenza si è trasformata in esodo e l’estate, formalmente, non è ancora nemmeno incominciata.



“Avevamo una casa e un lavoro. La guerra ci ha tolto il futuro”

La Stampa
sara ricotta voza alberto mattioli

Una giornata negli accampamenti di fortuna, tra donne e bimbi piccoli:
“Il nostro sogno è raggiungere Svezia, Olanda o Germania: aiutateci”


tampa.it
Storie straordinarie di gente ordinaria. Prima che la guerra civile li obbligasse a lasciare la patria, i siriani che transitano dalla Centrale di Milano erano persone normalissime, con vite normali, lavori normali, famiglie normali. Poi sono diventati dei profughi in infradito, che non hanno più niente salvo la speranza e la dignità. Sono lì, accampati sullo scalone della stazione, sbarcati in Italia dopo viaggi avventurosi e spesso insieme ai loro moltissimi bambini (più educati e silenziosi dei nostri). Ma non piangono né imprecano né si disperano. Raccontano con calma le loro vicissitudini, sorridono e quelli (pochi) che masticano un po’ d’inglese spiegano che cercano solo «a new life», una nuova vita.

«O uccidevo o scappavo»
Il renitente alla leva si chiama Hassam, ha 28 anni e viene da Homs, dove faceva il barbiere. Parla un ottimo inglese: «Mi avevano richiamato nell’esercito e allora ho deciso di scappare, perché non avrei mai potuto sparare sui miei fratelli o sui miei amici». Così è iniziata l’odissea di Hassam: prima da Homs alla Turchia in automobile, passando attraverso un varco di frontiera ancora aperto, poi a Istanbul, infine in aereo a Tripoli. Qui lo scafista ha preteso e preso 4.500 dollari per portarlo in un porto e imbarcarlo sul barcone per l’Italia: «Oh, my God! Fossimo stati tutti uomini e tutti adulti, sarebbe stato anche accettabile. Ma era pieno di donne di bambini».
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Adesso tutto quello che gli resta lo porta addosso: le scarpe, i bermuda, una maglietta e un marsupio con il passaporto e qualche soldo. Va a Bruxelles, «lì ho degli amici, mi aiuteranno». Però non parla una parola né di francese né tantomeno di fiammingo. «Non sono triste, i volontari ci danno acqua e cibo. Non so quando partirò per il Belgio né con quale mezzo, se in aereo, in treno in autobus. L’importante è partire, cercare un’altra vita. E scommetto che la troverò». Pensa che rivedrà mai il suo Paese? «Sicuramente no, finché al potere ci sarà Bashar al-Assad. Domani, chissà».

«Questa guerra non finirà mai»
Alzor, 40 anni, impiegato statale in un paesino nella zona di Aleppo, ha capito che doveva andarsene quando gli elicotteri del regime gli hanno bombardato e distrutto la casa. Così ha spiegato alla moglie ai tre figli (due maschi e una femmina, 15, 11 e 7 anni) che bisognava lasciare tutto e partire. Il viaggio è stato lungo e tormentato: dalla Siria al Libano, dal Libano all’Algeria, dall’Algeria alla Libia e dalla Libia all’Italia. Stranamente, racconta, «il momento peggiore non è stato il barcone nel Mediterraneo. Molto peggio il viaggio in macchina nel deserto fra l’Algeria e la Libia. Lì ci sono delle bande di “ribelli” libici che in realtà sono dei predoni che taglieggiano quelli che passano. Noi siamo rimasti nelle loro mani per cinque giorni, ci hanno spogliati di tutto».

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Adesso l’obiettivo è raggiungere la Svezia, la meta privilegiata dei profughi siriani, «lì siamo in molti, qualcuno ci aiuterà. In Siria avevo un buon lavoro e una buona posizione, ma andarsene era diventato inevitabile. Prima di tutto bisogna pensare ai figli. Sembra che nel mio Paese sia sparita l’umanità. E non credo che ci sia una via d’uscita. La Siria diventerà un’altra Palestina, la guerra non finirà mai completamente». E di Assad cosa pensa? «Per me è come Dracula».

«Spero che i miei siano ancora vivi»
«Spero che mio padre e mia madre siano ancora vivi, di loro non ho più notizie». Il primo pensiero di Hammad, 38 anni, di mestiere decoratore, è per chi è rimasto lì, nell’inferno siriano. «In Siria c’è anche mia moglie, che prega per me. Adesso cercherò di raggiungere la Danimarca oppure la Svezia e, quando mi ci sarò stabilito, farò subito i documenti perché mi possa raggiungere insieme ai bambini». Là, ad Homs, la città martire della guerra civile, sono rimasti anche i tre fratelli e le due sorelle di Hammad. Ecco un’altra vita del tutto normale distrutta dalla guerra. «Ormai erano vent’anni che lavoravo, anche a Dubai e in Libano, e mi ero costruito una bella casa di tre piani. È stato completamente distrutta da un bombardamento, sono fortunato di essere ancora vivo. In Italia sono arrivato via terra, attraverso la Croazia e la Slovenia». Come in tutte le grandi tragedie, l’attenzione si fissa su un piccolo particolare. Al momento, il pensiero maggiore di Hammad è per il male al piede: «Non riesco a stare dritto, proprio non capisco cosa sia. Per fortuna i medici italiani e i volontari che ci assistono mi hanno visitato e mi stanno curando. Così riprenderò il viaggio».

«Via dalla casa bombardata»
Mohammed e Doahkaral sono marito e moglie, 25 anni lui, 19 lei. Lui grande e grosso, abiti puliti, tiene spesso la bambina di quattro mesi in braccio mentre la moglie si riposa. A parlare è lei perché sa l’inglese, ma non si può far fotografare. È bella, ha mani curate e pure ben vestita per essere sbarcata da poco da uno di quei «traghetti» infernali che vediamo ogni giorno in tivù. Loro sono scappati da Homs due anni fa e si sono rifugiati in Libia. Lui in Siria era un piccolo imprenditore edile e muratore esperto, benestanti, vivevano con i genitori. «Abbiamo deciso di lasciare la Siria quando ci hanno bombardato la casa, ma anche in Libia all’inizio mio marito aveva trovato lavoro e non stavamo male. Poi la vita è diventata troppo rischiosa, abbiamo una figlia di quattro mesi, il denaro c’era e quindi abbiamo deciso di partire». Come gran parte dei profughi in stazione, la loro meta è la Svezia, dove hanno amici. Sorride, e poi sospira: «L’inglese l’ho studiato bene a scuola, volevo anche iscrivermi all’università, poi è scoppiata la guerra...».

«Libia-Italia per 950 dollari»
Da Homs sono scappati in quindici, guidati dalla matriarca Sausan, 55 anni, che conduce la tribù di sette figli, un genero, una nuora e cinque nipoti piccoli, che dormono per terra stravolti dalla stanchezza. Hanno lasciato la Siria due anni fa per la Libia, dove i ragazzi hanno continuato a fare lo stesso lavoro di prima: costruire mobili, «soprattutto cucine, in Libia hanno lavorato anche per un’azienda italiana». «Ma adesso - dice Sausan - in Libia c’è la guerra, le bande rubano, violentano e ammazzano. Non potevamo restare. Il passaggio sul barcone per l’Italia è costato 950 dollari a testa, il viaggio è stato difficile ma siamo vivi. Notizie da casa? No, nessuna da un bel po’, siamo senza telefonini, televisore e Internet». A Homs è rimasto solo un nipote «very nice», ma da un po’ non si sa che fine abbia fatto.

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Lei parla attraverso il mediatore egiziano Roni, senza acredine e anzi con il sorriso (fa difficoltà solo per farsi fotografare, per le donne arabe non è così scontato). Adesso la famiglia si dividerà: «Io andrò in Olanda con la maggior parte dei miei, mi hanno spiegato che è un bel Paese, generoso con noi profughi e dove i ricongiungimenti familiari sono più facili. Mio figlio Said, 28 anni, invece si installerà in Germania, mi dicono che non è lontana dall’Olanda. In Germania ha dei conoscenti, lì sarà più facile lavorare». Ma lavorare dove? «Farà le cucine, ovvio. È quello che sa fare e lo sa fare bene. Credo che anche in Germania la gente abbia bisogno di cucine fatte bene, no?».

«E pensare che ero felice»
«E pensare che avevo realizzato tutti i miei sogni». Le storie di questi profughi siriani sono così: felicità modeste ma vere, spezzate via da una guerra che per molti rimane incomprensibile. Firas, 34 anni, lavorava come cuoco a Damasco: «Ero chef in un ristorante, avevo una vita che mi piaceva, una bella famiglia con moglie e due figli, un buon lavoro, una bella casa e due automobili». La guerra gli ha portato via tutto: distrutte la casa e le macchine (il ristorante, ironia della sorte, è rimasto in piedi), padre e fratello caduti negli scontri: «Nella guerra finora ho contato almeno venticinque amici uccisi».

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Quando la situazione è diventata insostenibile, Firas è scappato lasciando a Damasco la madre di 54 anni. «Sono fuggito in Libia con la mia famiglia. I primi tempi sono stati duri ma sopportabili. Non ho trovato lavoro come cuoco e allora mi mantenevo facendo il muratore. Ma adesso la situazione in Libia è molto peggiorata, gli scontri sono continui e davvero non si può più nemmeno camminare per la strada. Avevo paura, ho deciso di scappare di nuovo». Firas non sa ancora dove andrà. «Di certo so solo che voglio una nuova vita. E soprattutto un po’ di pace per i miei figli».

«Avevo un lavoro e una bella vita»
Muhammad ha 28 anni e si vede che gli piace vestire bene. Aveva un lavoro che lo faceva guadagnare - internal auditor, cioè funzionario interno di un’azienda - e non avrebbe mai pensato di dover lasciare il suo paese e una vita in cui aveva tutto. Prima della guerra, ovviamente. «Avevo un bel lavoro, una vita, vacanze. Non avevo la macchina solo perché non mi piace guidare e quindi era una scelta. Vivevo con i miei genitori perché non sono ancora sposato e poi con loro stavo bene». Per smuoverlo dalla sua casa, dalla sua terra, c'è voluta una sorta di segno del destino. «C’è stato un bomardamento nella mia zona e tutte le case intorno a quella dei miei genitori sono state colpite, tutti i nostri vicini... vedere la nostra casa ancora in piedi mi è sembrato un segno: ti sei salvato per miracolo e quindi ora vai. Così ho deciso di partire». 
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Dopo tanti anni di lavoro aveva anche parecchi soldi da parte ma con il collasso del Paese anche i suoi risparmi si sono dimezzati e quindi ha racimolato tutto quello che ha potuto e ha deciso di ricominciare altrove; l’inglese lo sa, la professionalità pure. «Che peccato, il nostro Paese è così bello anche turisticamente, ha tanti bei posti di vacanza...».

«Questo viaggio peggio degli spari»
Rahid è partito con un gruppo di amici professionisti come lui, ma è più schivo. Ben vestito, si vede che ci tiene alle formalità, per questo colpiscono i suoi occhiali da vista rotti. «Mi sono caduti in quella orribile barca, tre giorni terribili che mi sono sembrati più pericolosi dello stare sotto le bombe in Siria». Rahid ha 46 anni, una moglie e tre figli di 14, 12 e sei anni. Viveva a Damasco, dove lavorava come odontotecnico in un grande studio dentistico del centro. «La nostra casa non è stata bombardata ma noi non possiamo più andarci perché è in una zona “calda”; così mia moglie e i miei figli sono fuggiti in Algeria e io, da là, ho raggiunto la Libia e oggi mi trovo qui». Quando dice che il viaggio è stato peggio della guerra si capisce che non esagera affatto, a sentire il racconto suo e dei suoi compagni: «Nel viaggio tra Algeria e Libia siamo stati catturati per cinque giorni da un gruppo di ribelli e quante altre volte abbiamo rischiato di finire nelle mani di gente senza scrupoli».

«In fuga 10 mesi per 10 Paesi»
Il record dell’avventura spetta a Nehad, 30 anni, di Aleppo, ma «niente fotografia per carità», i genitori sono ancora bloccati in Siria, non si sa mai, e poi «è pericoloso, visto quello che mi è successo in questi dieci mesi», Sì, per arrivare in Italia lui ci ha messo dieci mesi, attraversando altrettanti Paesi. Racconta con l’amico che gli fa da interprete (lui parla solo l’arabo): «Da Aleppo sono passato in Turchia, dalla Turchia alla Grecia, dalla Grecia alla Macedonia, dalla Macedonia al Kosovo, dal Kosovo alla Serbia e dalla Serbia all’Ungheria. Qui mi hanno preso e ributtato indietro. Allora sono tornato in Macedonia, da lì sono andato in quel Paese che ha giocato con il Brasile ai Mondiali, come si chiama?, sì, la Croazia, poi dalla Croazia alla Slovenia e dalla Slovenia all’Italia».
Tutto via terra e con mezzi di fortuna, un’odissea balcanica da film di Kusturica di cui però lui parla come se fosse stata una scampagnata.

«Sono finito anche in cella, in Ungheria, dicevano che i miei documenti non erano in ordine. In questi mesi ho speso 20 mila dollari, praticamente tutto quello che possedevo. Ma in Siria non potevo restare, avevo dei problemi con il governo», sic, formula misteriosa sulla quale è stato impossibile sapere di più. Però è certo che «avere dei problemi» con il regime di Assad non fa bene alla salute. 
Ovviamente il viaggio di Nehad non finisce a Milano. Lui vuole andare in Svezia, come moltissimi siriani, ma per una ragione che probabilmente pochi hanno la serenità di enunciare così: «Spero di trovare un po’ di relax». Per questo Nehad si rimetterà in cammino ancora una volta: obiettivo relax. Buona fortuna.