domenica 15 giugno 2014

Le strane trame di "Rinascita" la cassaforte del tesoro Pd

Paolo Bracalini - Dom, 15/06/2014 - 19:27

Dove girano i quattrini, con gli appalti delle amministrazioni amiche, ci sono sempre le coop. E dietro le Fondazioni Pd


venezia
«Devolvi il tuo 5 per mille alla fondazione Rinascita 2007». Un contributo benefico per finanziare attività culturali, tra cui «il recupero dell'archivio delle sezioni del Pci, Pds e Ds della provincia di Venezia». Di trovare soldi per la Fondazione che ha ereditato il patrimonio dei Ds veneziani se ne occupava anche Giampietro Marchese, ex vice presidente del Consiglio regionale e segretario amministrativo del Pd Veneto, nonchè presidente proprio della fondazione Pd «Rinascita».
Marchese, il «Compagno M» del Pd ora ai domiciliari dopo 10 giorni di carcere, in una intercettazione della Gdf agli atti dell'inchiesta dice a Franco Morbiolo, un ex Pds, poi Ds poi Pd locale (massima vetta: vicesindaco di Cona, paesino in provincia di Venezia) che ha fatto la sua vera carriera nella Coveco, Consorzio veneto cooperative, cioè la coop rossa di cui è diventato numero uno: «I soldi che devono venire dentro, 100mila euro, li sto mettendo dentro in fondazione, voi sapete il patrimonio... il partito si è trasformato in fondazione, adesso abbiamo fatto una scuola di politica, un progetto d'archivio, di recupero dell'archivio del Pci di Venezia, per questo domandiamo un contributo e dopo decidiamo...», dice Marchese come presidente di Rinascita 2007. Prima prendiamo i soldi come fondazione, e poi decidiamo.

Dove girano i quattrini, con gli appalti delle amministrazioni amiche, ci sono sempre le coop. E dietro ancora ci trovi quasi sempre le Fondazioni Pd, in un gioco di incastri tra dirigenti che si scambiano di posto: prima consigliere qui, poi presidente là, poi procacciatore di finanziamenti per il partito, che poi ti nomina in quell'altra poltrona lì... Mesi fa la Finanza ha fatto visita proprio agli uffici (belli spaziosi, 19 stanze) della fondazione Rinascita, in via Cecchini a Mestre, dove hanno sede sia il Pd comunale che provinciale di Venezia, perché secondo gli inquirenti Marchese, allora presidente della fondazione, avrebbe incassato finanziamenti illeciti da imprese consorziate nella coop Coveco di Morbiolo, cioè la persona con cui Marchese parla appunto dei 100mila euro da versare nei «progetti culturali» di Rinascita. In particolare le indagini si sono concentrate sulla Coop.

San Martino di Chioggia, specializzata in lavori subacquei e marittimi, che nel biennio 2005-2006 avrebbe consegnato 600mila euro a Pio Savioli (consigliere del Consorzio Venezia Nuova), uno degli arrestati. Coop rosse, politici nelle istituzioni locali, partito e fondazione di partito come Rinascita. Di fatto una immobiliare, una delle oltre 50 sparse per l'Italia che hanno inglobato lo sterminato patrimonio immobiliare degli ex Ds, e di cui beneficia il Pd, che ha le sue sedi locali negli immobili delle fondazioni.

Alla voce «Organi direttivi» la fondazione Rinascita indica tuttora Giampietro Marchese come uno dei suoi consiglieri di amministrazione, forse perché lo Statuto è chiarissimo: «I membri del Consiglio sono nominati a vita». Marchese non è più presidente, carica ricoperta dal piddino Pierangelo Molena, mentre vicepresidente è il consigliere provinciale Guerrino Palmarini, che è anche l'ex tesoriere provinciale del Pd. L'amministratore cioè delle finanze del partito, risorse preziose per le campagne elettorali, supportate poi magari da generosi finanziatori privati, come le coop o il Consorzio Nuova Venezia. Scatole cinesi in laguna...

La fondazione Rinascita ha un patrimonio di diversi milioni di euro per una cinquantina di immobili sparsi tra Venezia e provincia. Posseduti da una controllata, l'Immobiliare Rinascita, di cui chi è stato amministratore unico? Marchese, ovviamente. Non solo sezioni del Pd, piccole e grandi, ma anche due autorimesse, un bar (a Mira), cinque negozi, due palazzine, una dozzina di uffici, e immobili di prestigio a Venezia (nei sestieri di Cannaregio, Castello, Giudecca, Dorsoduro) o come le «Botteghe oscure» a Mestre vendute per farne appartamenti di lusso. Vendite, ma anche acquisti. Uno degli ultimi è stato sempre a Mestre, circa mezzo milione di euro per un appartamento di 180 metri quadri utilizzato anche questo come circolo del Pd, inaugurato da Veltroni. Un patrimonio da ricchi. Anche senza i 100mila euro extra chiesti dal presidente Marchese alle coop.

Senza rete per tre giorni, cosa ci mancherebbe di più?

Corriere della sera

di Carlo Davide Lodolini | @carlolodolini 


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Gli italiani utilizzano internet soprattutto per trovare informazioni su motori di ricerca e testate giornalistiche, ma amano anche andare alla scoperta di nuovi contenuti o addirittura crearli. E mentre gli over 64 lo utilizzano soprattutto come fonte di informazioni, le funzioni più complesse come l’acquisto o la vendita dei prodotti sono appannaggio dei più giovani (fascia 18-44), mentre gli over 50 apprezzano particolarmente la possibilità di farsi conoscere sui social media, segno di un rapporto particolare tra gli italiani e la privacy: se il 56% teme di essere spiato o non sa che utilizzo può essere fatto dei suoi dati, un cittadino su tre non si pone il problema. Questi sono alcuni dei dati della ricerca Internet in Italy sviluppata da ixè per State of the Net e presentati  nel corso del panel Perceptions of the net.
L’utilizzo del web per la ricerca delle informazioni diventa anche la funzione di cui si sentirebbe maggiormente la mancanza se la rete non fosse accessibile per tre giorni.

Le e-mail mancherebbero al 24,3% e si piazzano così al secondo posto tra i servizi di cui si sente immediata nostalgia, mentre gli utenti risultano più affezionati alla lettura di notizie (mancherebbe al 12,7%) rispetto alla comunicazione via WhatsApp o Skype e anche rispetto a Facebook, fermi al 4° e al 5° posto con, rispettivamente il 10,8% e il 7,1% delle preferenze.



I più giovani (18-29 anni), ma anche gli over 64, sono tra gli internauti più affezionati alla ricerca delle informazioni, mentre l’interesse e-mail cresce con il passare dell’età e registra un picco soprattutto dai 55 anni in su, così come la lettura delle notizie.L’utilizzo dei sistemi di messaggistica come WhatsApp è preferito dai giovanissimi, mentre Facebook trova un picco non solo nella fascia 18-29 ma anche in quella 55-64, confermando così il dato che segnala, in questa fascia di età, uno spiccato utilizzo della rete per presentarsi e raccontare di sé.

Dalla California arriva la plastica anti-inquinamento

La Stampa

La tecnologia AirCarbon dell’azienda californiana Newlight trasforma i gas serra in ecoplastica
federico guerrini




Sembra quasi un’operazione alchemica, quella di trasformare dei gas potenzialmente dannosi per la salute, in materiali utili e amici dell’ambiente, da usare nella vita di tutti i giorni. Un po’ come nel celebre romanzo di Marguerite Yourcenar, l’Opera al nero, la sostanza opaca si trasmutava per gradi in oro. Ma le suggestioni letterarie valgono solo fino a un certo punto perché la tecnologia AirCarbon della società californiana Newlight Technologies, che promette di trasformare i gas serra i scintillanti involucri di plastica di smartphone e portatili, lungi dall’essere qualcosa di fittizio, è invece molto concreta ed è anzi già disponibile sul mercato. 

L’anidride carbonica viene estratta dall’aria e attraverso un processo brevettato , fatta passare attraverso un biocatalizzatore che isola il carbonio, per poi riassemblarne le molecole in un polimero di materiale termoplastico. Si tratta quindi di una tecnologia non soltanto a impatto zero, ma addirittura “carbon negative”; al termine della quale, in sostanza, il grado di anidride carbonica cala rispetto al livello di partenza, e che, se inserita a pieno titolo nel processo di produzione potrebbe contribuire a ridurre sensibilmente la dipendenza dal petrolio (da cui si ottiene la maggior parte delle materie plastiche) e attenuare il problema dell’inquinamento. 

Funzionerà? Molto dipende da quanto i prodotti saranno disposti a scommettere sulla novità: un segnale incoraggiante in questo senso arriva dal produttore di computer Dell, che ha annunciato di recente l’introduzione dell’ecoplastica AirCarbon quale elemento costituente della scocca dei portatili della linea Latitude. Manca ancora parecchio, comunque, alla commercializzazione su larga scala del prodotto La tecnologia è sul mercato dall’agosto 2013, mese in cui è stato inaugurato ufficialmente primo centro di produzione AirCarbon in California: un impianto di quattro piani, che utilizza i gas prodotti da un digestore per produrre plastica. 

Nel novembre dello stesso anno è stato presentato il primo oggetto prodotto con questo sistema: la sedia marchio KI lanciata nel corso della conferenza di settore Greenbuild. Nell’aprile 2014, l’amministratore delegato di Newlight, Mark Herrema, ha annunciato di aver raccolto finanziamenti per 9.2 milioni di dollari da un gruppo di investitori, una somma che porta a 18,8 milioni il capitale totale dell’azienda, fondata nel 2003 e a cui sono occorsi dieci anni per sviluppare e brevettare il procedimento di biocatalizzatore alla base di AirCarbon. 

“Questi fondi – affermò Herrema nell’occasione – ci consentiranno di passare alla seconda fase dalla nostra strategia di espansione: l’aumento della nostra capacità di produzione”. Il prossimo traguardo più prossimo è quello di raggiungere una capacità di 50 milioni di libbre (circa 22600 tonnellate) l’anno. 

La “talpa” di Wikileaks rompe il silenzio “Tante bugie su Iraq e Afghanistan”

La Stampa

Chelsea Manning attacca il governo Usa con un intervento sul New York Times:
“Il segreto militare rende impossibile per gli americani capire che cosa accade”
Sta scontando 35 anni di carcere per aver diffuso 750 mila documenti riservati





Chelsea Manning rompe il silenzio e attacca il governo americano di continuare a manipolare e controllare il lavoro della stampa. E i media di «essersi voltati dall’altra parte» in Iraq, come in Afghanistan. La celebre talpa di Wikileaks, che prima di cominciare la procedura per il cambio di sesso si chiamava Bradley, scrive un lungo editoriale sul Nyt dal titolo “The Fog Machine of War”, la macchina della nebbia davanti alla guerra. Scrive dalla sua cella di Fort Leavenworth, in Kentucky, dove sta scontando 35 anni di carcere per aver diffuso circa 750mila pagine di documenti riservati al noto sito di Julian Assange, una fuga di notizie che ha messo in crisi la diplomazia americana.

Oggi, alla luce di quanto sta accadendo in quelle terre martoriate, torna ad attaccare il governo e i media americani, accusandoli di «aver guardato da un’altra parte quando in Iraq e in Afghanistan regnava il caos». «Ora che in Iraq sta esplodendo la guerra civile e l’America torna a contemplare un intervento militare, questa vicenda senza fine dovrebbe ricordare con maggiore urgenza il problema di come l’apparato militare americano ha controllato i media nella copertura del loro lungo coinvolgimento sul campo, a Baghdad come a Kabul. Credo che gli attuali limiti alla libertà di stampa e l’eccessivo ricorso ai segreti militari imposti dal governo rendano impossibile per gli americani capire esattamente cosa accade nelle guerre che noi finanziamo».

E cita l’esempio delle elezioni del marzo 2010. «All’epoca - ricorda Manning - i giornali negli Stati Uniti erano pieni di pezzi e aneddoti sul successo del voto, con le foto delle donne orgogliose di mostrare il loro dito sporco di inchiostro. Il messaggio era che grazie alle operazioni militari americane era stato creato un Iraq democratico e stabile. Ma noi che stavamo lì sapevamo che non era vero, che la realtà era molto più complicata. Rapporti diplomatici e militari che arrivavano sul mio tavolo raccontavano di brutali repressioni ai danni dei dissidenti politici da parte del ministro dell’Interno e della polizia di Maliki, con molti detenuti torturati e uccisi in carcere.

All’inizio di ogni anno ricevevo l’ordine di indagare su 15 individui che la polizia irachena aveva arrestato con l’accusa di aver pubblicato `letteratura anti-irachena´. Io sapevo che queste persone non avevano alcun legame con il terrorismo, ma che la loro unica colpa era criticare il governo. Ho girato le mie opinioni al capo dell’ufficio di comando locale. Ma lui mi ha risposto che non aveva bisogno di quelle informazioni, e che dovevo continuare a collaborare con lui senza fare tante domande».
Manning racconta anche lo shock di aver assistito impotente «alla corruzione imperante e la complicità dei militari iracheni», un fenomeno anche questo che è stato captato dagli osservatori Usa senza che nessuno si prendesse la briga di reagire.

Quindi se la prende con il sistema di accredito dei cronisti al seguito dei militari. «Essere”`embedded”, al seguito dell’esercito prevede regole precise. Ed è considerato dal Pentagono un privilegio, non un diritto. E se un cronista perde questo status, viene messo nella lista nera, e non avrà mai accesso a nessuna informazione. Il risultato - conclude - è che chi prende le decisioni pubbliche, ma anche il popolo americano, conosce solo un pezzo di quanto accade in queste regioni, non tutta la storia»

Ucciso l’elefante più vecchio d’Africa

La Stampa

Kenya, i bracconieri hanno deturpato la testa di Satao per estrarne le zanne. Aveva circa 45 anni




È scomparso uno dei più vecchi elefanti del continente africano, avvelenato dalle frecce dei bracconieri in una riserva del Kenya. La denuncia arriva da un’organizzazione per la protezione della fauna selvatica, che si definisce addolorata per la morte di un «vecchio amico». Satao, questo il suo nome, circa 45 anni, noto per le sue enormi zanne, è stato ucciso a maggio nella più grande riserva naturale di Tsavo nel sud-est del paese. 

I bracconieri hanno deturpato la testa del pachiderma per estrarne le zanne, ma gli ambientalisti che lo hanno seguito per anni sono stati in grado di identificarlo dalle sue orecchie. La carcassa dell’animale è stata ritrovata a giugno.

Tsavo Trust, un’organizzazione che lavora per la conservazione della natura e degli animali, ha annunciato, «con profondo dolore» la morte di questo elefante, tra i più amati. «Riposa in pace, vecchio amico, ci mancherai» .«Questa scomparsa sottolinea l’organizzazione in un comunicato - avviene in un contesto in cui la caccia di questi animali è aumentata», a causa dell’avorio delle loro zanne «apprezzato dai bracconieri».

Venerdì, CITES, l’organizzazione internazionale per la protezione delle specie in via di estinzione, ha pubblicato un rapporto che evidenzia il persistente rischio di scomparsa del più grande mammifero terrestre, proprio a causa di bracconaggio.

Tutti i segreti di Maria José, la regina che odiava il Duce

Francesco Perfetti - Dom, 15/06/2014 - 12:03

Bella, intelligente e determinata. La moglie di Umberto di Savoia contattò i più importanti esponenti dell'opposizione al fascismo. Sognava un golpe


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Il piccolo laboratorio di restauro dei bronzi antichi di Sofia Jaccarino, dama di corte e amica stretta di Maria José di Savoia, due stanze, arredate sommariamente in un edificio affacciato sul Foro Romano, diventò il luogo ideale per i conciliaboli segreti e le trame intessute dalla futura ultima regina d'Italia per contribuire al rovesciamento della dittatura e per cercare di favorire l'uscita dal conflitto.

Lì, preferibilmente, ma anche in un mezzanino che si era fatta allestire al Quirinale e nell'abitazione di Sofia, la Principessa, lontana da occhi e orecchie indiscrete, incontrò esponenti dell'antifascismo e personalità invise al regime. Dapprima furono uomini del vecchio mondo liberale - da Ivanoe Bonomi a Vittorio Emanuele Orlando, da Luigi Einaudi a Alberto Bergamini - e delle gerarchie militari, da Pietro Badoglio a Vittorio Ambrosio, ma anche prelati dall'allora monsignor Montini a monsignor Pietro Barbieri.

Per non dire degli intellettuali, da Paolo Monelli a Massimo Bontempelli, da Ugo Ojetti a Pietro Paolo Trompeo fino a Trilussa, al secolo Carlo Alberto Salustri, che ribattezzò il laboratorio «Il rifugio della favola» e che, in occasione della prima visita, scrisse, sull'album dei visitatori, un sonetto su La fine del filosofo dove si legge: «Oggi, quelo che conta so' li muscoli:/ co' la raggione nun se fa un bajocco...».

Il rapporto fra Sofia, figlia della più cara confidente della regina Elena, e Maria José aveva avuto inizio dopo il matrimonio di Umberto di Savoia con la figlia dei sovrani del Belgio, nel 1930. Il principe ereditario aveva pensato alla Jaccarino come alla persona più adatta per essere vicina alla moglie giunta in Italia. Le due, accomunate dalla passione per la letteratura e l'archeologia, divennero inseparabili. Attraverso la Jaccarino, ostile al regime, la principessa ebbe la possibilità di frequentare aristocratici e uomini di cultura in odor di fronda.

Un esempio solo: grazie all'archeologo Vittorio Spinazzola, amico della Jaccarino, incontrò Benedetto Croce. Per sfuggire ai controlli cui era sottoposto il filosofo, fu organizzato un appuntamento a Pompei: Croce accompagnò l'archeologo portando sotto il braccio un rotolo di disegni come se ne fosse un aiutante e in una saletta del museo attese la principessa con l'amica. Mentre lo Spinazzola intratteneva la Jaccarino in un'altra sala, i due si parlarono e Croce le rivelò i sentimenti degli italiani sul fascismo e le accennò alla necessità di un intervento del sovrano.

Avrebbe poi ricordato Croce: «avendomi (la principessa ndr) domandato che si pensasse della monarchia, io non le tacqui l'intera verità, ma tuttavia le dissi che non credevo che lo spirito monarchico fosse spento in Italia, esso covava sotto la cenere e sarebbe divampato se il re avesse fatto qualche gesto risoluto». I diari inediti e le carte di Sofia Jaccarino, che in vita fu assai riservata, sono stati utilizzati da Luciano Regolo per la stesura di un bel libro dal titolo Così combattevamo il Duce (Kogoi, Roma, pagg. 276, euro 16) che chiarisce l'impegno antifascista dell'ultima regina d'Italia.

Il volume, gustosissimo per taglio e scrittura, è importante perché rivela particolari inediti. Da esso si ricava la conferma che, già nel 1938, Maria José, insieme al marito, a Badoglio e a Graziani, fu protagonista di un tentativo di colpo di Stato che avrebbe dovuto portare all'arresto di Mussolini, all'abdicazione di Vittorio Emanuele III, alla rinunzia al trono di Umberto e alla costituzione di un governo guidato da un antifascista milanese, Carlo Aphel, legale di fiducia degli Agnelli. Il progetto rientrò poi perché il successo di Mussolini alla Conferenza di Monaco lo aveva reso improponibile.

Da quel momento iniziarono gli anni del maggiore impegno cospirativo di Maria José aiutata e affiancata dalla Jaccarino e da altre signore della nobiltà a cominciare dalla contessa Giuliana Benzoni, nipote di Ferdinando Martini. Si sussurrò, all'epoca, in ambienti della corte, di «congiura delle dame». Non si trattava di velleitarismo da salotto, ma di vera e propria attività politico-cospirativa che coinvolgeva personalità di vario orientamento. Azionisti come Francesco Flora e Carlo Antoni, come pure lo scrittore comunista Elio Vittorini entrarono nella rete dei suoi contatti. In particolare Antoni, di idee repubblicane, divenne una specie di consigliere politico.

All'interno del libro di Regolo è riprodotto un suo memoriale inedito, che narra il suo rapporto con la principessa, che egli trovò «molto aperta e franca». Dal memoriale emerge che Antoni teneva informato dei suoi colloqui uno dei capi del Partito d'azione, Federico Comandini, il quale a sua volta ne riferiva a Ugo La Malfa. Sempre dal memoriale si ha notizia di un passo compito dai comunisti nel 1943, attraverso il latinista Concetto Marchesi, per offrire collaborazione col re «purché questi facesse il colpo di Stato». Ecco quanto scrive Antoni: «il 26 maggio, dettai alla Principessa, che era raggiante, la proposta dei comunisti che ella incaricò di trasmettere.

I comunisti si impegnavano a una leale collaborazione fino a che la crisi del Paese fosse completamente superata e chiedevano di partecipare al governo con un solo loro rappresentante». Antoni parlò anche a Maria José della «necessità che il Re, compiuto il colpo di Stato, si ritirasse» e, di fronte alle obiezioni di lei, ammise che un'abdicazione immediata sarebbe stata per il re «una troppo amara confessione delle proprie colpe» e suggerì la luogotenenza (poi fatta propria da Enrico De Nicola). In quello stesso periodo circolarono voci negli ambienti diplomatici alleati sull'ipotesi di una reggenza di Maria José secondo lo schema dell'abortito progetto di golpe del 1938.

Nelle ultime e convulse fasi della vita del regime l'attività della principessa divenne sempre più intensa e, con l'appoggio del Vaticano e di uomini del mondo cattolico come Guido Gonella, si indirizzò non solo verso il golpe ma anche verso la ricerca di una via di uscita dal conflitto, ormai perduto, che evitasse la resa incondizionata. Il piccolo laboratorio di Sofia Jaccarino e la sua abitazione furono l'epicentro dell'attività che Maria José, sempre d'accordo con Umberto (è questa una delle rivelazioni del libro di Regolo), cercò di portare avanti caparbiamente scontrandosi con le resistenze e la diffidenza di Vittorio Emanuele III e di ambienti della corte.