martedì 17 giugno 2014

Schifezze d'uomini

Vittorio Feltri - Mar, 17/06/2014 - 15:02

Confessa il mostro che ha sgozzato moglie e bimbi. Arrestato dopo tre anni l'uomo che uccise Yara. Siamo incapaci di comprendere, non ci resta che piangere


Ditemi che non è vero, che è il canovaccio di una storiaccia destinata a diventare un film dell'orrore, un incubo provocato da un farmaco con effetti allucinanti.

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Insomma, ditemi che sto delirando. Non può essere vero che un uomo perbenino, dottore commercialista, coniugato con una brava e gradevole signora, padre di una bimba di 5 anni e di un bimbo di 20 mesi possa una sera di giugno sterminare la famiglia - a coltellate nella gola - con la stessa calma lucida con la quale era abituato a evadere le pratiche di ufficio: un timbro, un visto, una verifica e via, fatta anche questa.

Il dottore, sbrigata la fastidiosa incombenza, lo sterminio dei suoi cari (cari un corno), si fa una bella e ristoratrice doccia, si veste con cura e si reca al bar per assistere con gli amici alla partita - sabato sera - tra l'Italia e l'Inghilterra. Si siede come tutti gli altri avventori davanti allo schermo, sorride eccitato dagli eventi calcistici, esulta al gol di Marchisio, si rammarica del pareggio dei britannici, sacramenta perché Candreva prende un palo, infine festeggia per il punto segnato da Balotelli che sancisce la vittoria degli azzurri. Massì, ci sta anche un brindisi con i compagnucci allorché l'arbitro fischia la fine dell'incontro.

Poi che fa, costui? Rientra a casa, dove giacciono cadaveri la sposa e i piccoli eredi, e avverte i carabinieri che qualcuno ha massacrato - chissà perché - i suoi tre amori. Quel qualcuno è lui stesso. Ma chi è lui? Una schifezza di uomo. Un essere ripugnante. Un individuo che non credevamo potesse esistere e vivere nel consorzio civile senza destare il sospetto d'incarnare il malvagio. Giuro. È impossibile capire, trovare spiegazioni. Di attenuanti non se ne parla neanche.

Siamo di fronte a un fatto che raggela, inspiegabile. Lui era il classico travet, laureato ma travet, pure bravo, si dice. La moglie una donna di una volta, chiesa, casa, figli. Un nucleo normalmente definito felice e senza problemi. Con tanto di villetta (a Motta Visconti, provincia quieta e rassicurante) e giardino dove, nella buona stagione, cenare all'aperto tra le grida gaie dei fanciulli e l'abbaiare dei cani.

Ma una sera, una notte di giugno, il dottor Carlo Lissi ha il cervello in tilt e dissimula la propria alterazione. Fa l'amore con la consorte. Poi va in cucina. Estrae un coltello dal cassetto e comincia a menare fendenti. La donna, Maria Cristina Omes, 38 anni (sette più del marito) ma ancora assai piacente, sbarra gli occhi, grida. I vicini odono le invocazioni di aiuto, ma le scambiano per manifestazioni di giubilo per le prestazioni esaltanti della squadra di Prandelli, l'Italia.

Cosicché l'assassino procede: finisce con la lama la sposa, quindi si reca al piano superiore e taglia la gola alla femminuccia e al maschietto, sangue del suo sangue. Non riesco a immaginare la scena. E non posso immaginare che lui, il padre, proceda a compiere la strage senza un attimo di esitazione. Siamo tutti brutti e cattivi, ma così no, fino a questo punto non si può arrivare. Carlo Lissi ci è arrivato con spirito glaciale.

Eseguita la mattanza, egli si riveste - non senza essersi ripulito - e si trasferisce al bar per gustarsi l'incontro calcistico mondiale da poco iniziato. Ma qui di mondiale c'è solo il suo cinismo indigeribile perfino a noi, cronisti senza illusioni, avvezzi alle peggiori malefatte. Il resto non lo vogliamo neppure raccontare nei dettagli. L'omicida tenta pateticamente di negare.

Ha simulato una rapina, aprendo una cassaforte vuota. Infine crolla e confessa. Dice sconvolto: datemi il massimo della pena. La pena è nostra. Non c'è nulla di più impressionante di ciò che non capisci e non giustifichi. Dov'è il senso di questa squallida tragedia? Ci sfugge, come a Lissi è sfuggito il senno. Dicono che fosse innamorato di un'altra donna, che peraltro lo respingeva. Può bastare un rifiuto a scatenare una follia simile, tanto devastante?

Siamo incapaci di intendere e di comprendere. Ci rassegniamo a constatare che vi sono schifezze di uomini. E Carlo Lissi non è l'unica schifezza. Mentre scriviamo con dolore queste note, apprendiamo che è stato arrestato l'assassino di Yara Gambirasio, la ragazzina di Brembate (Bergamo) uccisa in un prato alcuni anni fa. È un tizio sposato con tre figli. Un'altra schifezza di uomo. Non sappiamo dire di più. C'è poco da commentare, lasciateci piangere. E così sia

Smartphone e tablet, più protetti gli acquisti con il click

Corriere della sera

Il garante per la Privacy ha stabilito disposizioni precise per tutelare gli utenti


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Telefono e carta di credito alla mano, oggi si può fare quasi tutto. Anche rischiando: è per questo che sugli acquisti effettuati online da smartphone e tablet adesso interviene il Garante della privacy, diramando una serie di regole in grado di assicurare la protezione dei dati degli utenti, senza però penalizzare lo sviluppo del mercato digitale.
Informativa e consenso
Gli utenti dovranno essere informati sulle modalità di trattamento effettuato sui loro dati sin dalla sottoscrizione o adesione al servizio di pagamento da remoto. Le società non dovranno richiedere il consenso degli utenti per il trattamento dei dati relativi alla fornitura del servizio di remote mobile payment. Il consenso è invece obbligatorio per la comunicazione dei dati personali a terzi oppure in caso di loro utilizzo per attività di marketing e profilazione.
La conservazione dei dati
Conservazione: i dati degli utenti trattati dagli operatori, dagli aggregatori e venditori, potranno essere conservati al massimo per 6 mesi. L’indirizzo Ip dell’utente dovrà invece essere cancellato dal venditore una volta terminata la procedura di acquisto del contenuto digitale. Per quanto riguarda le misure di sicurezza, operatori, aggregatori e venditori saranno tenuti ad adottare precise misure per garantire la confidenzialità dei dati. Ad esempio: sistemi di autenticazione per l’acceso ai dati da parte del personale addetto, e procedure di tracciamento degli accessi e delle operazioni effettuate; criteri di codificazione dei prodotti e servizi; forme di mascheramento dei dati mediante sistemi crittografici.
Chi è tenuto a rispettare le nuove regole
Gli operatori di comunicazione elettronica , cioè dalle compagnie telefoniche che forniscono il servizio di pagamento tramite cellulare, gli aggregatori, ovvero le società che forniscono l’interfaccia tecnologica, i venditori, cioè le aziende che offrono contenuti digitali e servizi; nonché tutti gli altri soggetti eventualmente coinvolti nella transazione, come quelli che consentono, anche tramite apposite app, l’accesso al mercato digitale.

17 giugno 2014 | 16:48

Quell’hotel era un lager di Franco” Un turista tedesco riapre la polemica

La Stampa

gian antonio orighi

L’Hostal del San Marcos di León è un albergo a 5 stelle dal 1964, ma di recente un turista tedesco si accorge di una targa che ne ricordava la precedente destinazione d’uso: circa 3 mila antifranchisti passarono in quel campo di torture. E dà il via a una campagna per il recupero della memoria storica
a.it
Il bellissimo Hostal de San Marcos di León, il primo esempio di architettura rinascimentale spagnola innalzato nel XVI secolo per ospitare i pellegrini del Cammino di Santiago, è uno dei 94 hotel della rete statale Paradores. Peccato però che sia stato per 4 anni, dal ’36 al ’40, uno dei più duri lager del sanguinario dittatore Francisco Franco. La webcam della catena alberghiera, che enumera le meraviglie architettoniche dell’Hostal, dedica solo una riga al fatto che fu un campo di concentramento in cui furono torturati la bellezza di 7 mila democratici che appoggiavano il governo della II Repúbblica ( ’31-’39), abbattuta dal “Caudillo” con il suo golpe del ’36.

L’Hostal funziona dal ’64 e nessuno aveva mai avuto niente da ridire, benché nel 2011, premier il socialista José Luis Rodríguez Zapatero, il professor di Storia Contenporanea della Università di León avesse pubblicato il libro “Carceri e campi di concentramento della Castilla-León”, in cui si rivelava che nella zona che adesso occupa il lussuoso albergo da 5 stelle vennero imprigionati e torturati gli antifranchisti ( e pure che vi venne incarcerato il nonno di Zapatero, nativo della città di León, prima di essere fucilato).

Il vergognoso black-out però è stato infranto da un tedesco, Wilfried Stuckmann, che insieme alla moglie vi ha alloggiato per la scorsa Pasqua. Il turista ha scoperto, vicino al chiostro, una piccolo cartello in cui, in 12 righe, si ricorda la tragedia che occorse nell’edificio, cosi come che i morti ammazzati nella provincia di León allo stragismo franchista, e prima detenuti nell’Hostal, sono stati ben 3 mila.

Lo sdegno di aver dormito ed alloggiato in un lager ha spinto il signor Stuckmann a scrivere una lettera di protesta presso un noto portale turistico, sostenendo che mai avrebbe prenotato se avesse saputo la sinistra storia. La lettera non esce, l’ostinato democratico insiste con pignoleria teutonica e un giorno si vede recapitare, nel suo conto corrente, i 390 euro che gli sono costate le due notti. Ma la più che giusta protesta non è mai uscita sul web.

L’antifranchista germanico non sapeva cosa fare dei soldi, così è entrato in Internet ed ha donato il denaro alla più che meritoria Asociación para la Recuperación de la Memoria Histórica ( Armh), che da anni cerca di recuperare e dar sepoltura alle 100 mila vittime della tirannia del Caudillo che ancora giacciono, come cani, nelle fosse comuni sparse per mezza Spagna. E la rete statale Paradores ed il portale turistico? Fanno gli gnorri e continuano a riempire l’Hostal. Business is business, alla faccia delle vittime. “Credo che l’Hostal dovrebbe essere un monumento commemorativo, non un hotel”, commenta scandalizzato Stuckmanm. 

Veterani in marcia sugli Appalachi per sconfiggere i traumi della guerra

La Stampa

francesco semprini

Un gruppo di ex soldati delle ultime guerre americane hanno messo a segno un’impresa che verrà ricordata: tre mesi e un paio di migliaia di chilometri di marcia tra le montagne per liberarsi del peso che non consentiva loro un ritorno sereno alla vita civile.

a.it
Tre mesi e un paio di migliaia di chilometri di marcia tra le montagne degli Appalachi. E’ questa l’impresa messa a segno da un manipolo di veterani delle ultime guerre americane, un viaggio-avventura a scopo terapeutico, per rendere meno traumatico possibile il passaggio dalla vita militare, specie di prima linea, al mondo civile. L’iniziativa è targata «Warrior Hike: Walk off the War», un’organizzazione creata dall’ex Marine Sean Gobin, con l’obiettivo, appunto, di seguire con terapie fisiche di marcia i reduci delle guerre che si devono reinserire dopo il congedo. 

Dopo tre missioni in Iraq e Afghanistan, Gobin ha marciato per tutti gli Appalachi nel 2012, quasi per liberarsi di quel peso interiore che non gli consentiva di ritornare alla vita da civile con tranquillità. L’uomo ha sofferto di «Post traumatic stress disorder», ovvero quella patologia psico-comportamentale che colpisce non pochi soldati impiegati al fronte. «Non ti trovi davanti a un computer, no sei di fronte alla televisione, il tuo cervello non ha altre opportunità se non quella di elaborare le esperienze passate - spiega Gobin - E alla fine della marcia ti rendi conto di aver fatto un grande lavoro su tutto ciò che hai in mente. Ecco allora che Gobin ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio di altri veterani, organizzando quest’anno una marcia di gruppo, sempre sugli Appalachi. 

Sono stati 14 gli ex «guerrieri» che vi hanno partecipato, ovvero l’intero team del «2014 Appalachian Trail hikers», ma solo tre quelli che hanno completato l’intero percorso. Ma in ogni caso è stato un successo, e l’organizzazione creata da Gobin oggi vanta 40 membri, militari che hanno servito la patria in Iraq, Afghanista, Vietnam, che erano a Ground Zero, o a Guantanamo. E per l’anno prossimo, Gobin sta mettendo a punto una nuova missione a scopo terapeutico, la traversata del fiume Mississipi, per dare la possibilità ai veterani che hanno subito amputazioni in guerra di essere realmente «Walk off the War».

Troppo comprensivo con gli automobilisti: giudice di pace rischia il licenziamento

Il Mattino

a.it
All'automobilista che guidava contromano in curva, occupando totalmente la corsia opposta, non ha sospeso la patente come la legge prescrive e gli ha fatto un generoso sconto dei punti da decurtare (il 50%),fidandosi della sua dichiarazione che la macchina gli serviva per lavoro.

Nessuna sanzione, ma solo la richiesta di non farlo più, a una coppia di coniugi che circolavano su un motorino non revisionato e senza assicurazione, in nome della «difficilissima e travagliata situazione economico-sociale del nostro Paese» e dell' «impossibilità» per i due di «pagare la somma di 1034,04 euro chiaramente dovuta per le infrazioni commesse».

Piena comprensione, con l'annullamento della decurtazione dei punti della patente, anche per un guidatore che era passato con il rosso per «un moto d'impeto», dovuto alla sua particolare e difficile condizione di vita. Ora per queste e per altre sue decisioni, tutte a favore di chi viaggia su due o quattro ruote, rischia il posto di lavoro un giudice di pace, per anni in servizio a San Benedetto del Tronto e ora ad Ascoli Piceno, G.M..

A chiedere la sua testa al Csm è stata la Corte d'appello di Ancona che lo accusa di aver commesso «gravi violazioni di legge»; e l'Ottava Commissione di Palazzo dei marescialli ha già proposto al plenum - che deciderà in questa settimana - di licenziare in tronco il magistrato, anche tenuto conto che è un «recidivo», visto che quattro anni fa era già stato condannato dal Csm per decisioni «assunte sulla base di personali convinzioni» più che sulla legge. Il magistrato si è difeso, sinora inutilmente, sostenendo di aver applicato oltre alla legge il «supremo principio del buon senso», perchè il giudice di pace deve essere «sempre di aiuto alle esigenze della popolazione». E in nome di questo principio M. ha «graziato» tanti conducenti sbadati.

Come un automobilista che, per «ragioni di lavoro di urgente espletamento», non solo non si accorgeva neppure di essere stato notato dalle forze dell'ordine mentre parlava al cellulare, ma continuava tranquillamente a farlo: per lui uno sconto della sanzione pecuniaria e nessun taglio dei punti della patente, tenuto conto della sua «buona fede». O come un altro guidatore che aveva fatto un sorpasso a destra e si era visto prendere per buona la tesi che in realtà il suo era stato «un mero sopravanzamento di veicoli in lento movimento, tenuto conto che nel mese di agosto era sicuramente presente una congestione alla circolazione». Tanta tolleranza anche per chi, sorpreso alla guida in stato di ebbrezza, si è visto sospendere la patente.

D'altra parte quattro anni fa il giudice aveva subito la condanna alla sanzione disciplinare della censura proprio per la sua «crociata» contro la severità del codice della strada nei confronti di chi ha alzato il gomito. «Non potete infilare un tubo in bocca a una persona o tantomeno chiedere se ha bevuto. È una mancanza di rispetto alla dignità», aveva apostrofato durante un processo un funzionario della polizia stradale,«colpevole» di sottoporre con i suoi agenti gli automobilisti alla prova del palloncino; e lo aveva invitato ad applicare il «buon senso»: quel principio che ora potrebbe costare proprio a lui la toga.

Seduta a tavola durante il suo funerale: "Amava le feste, avrebbe voluto così"

Il Mattino

a.it
NEW ORLEANS - Un modo più che originale per celebrare un funerale, ma, si sa, il mondo è bello perchè è vario.La strana idea è venuta alla famiglia Burbank che, dopo la morte di nonna Miriam, 53 anni, ha deciso di celebrare il suo funerale in un modo più che unico: niente bara, niente cerimonia 'classica': nonna Miriam, o almeno la sua salma, è stata posizionata su una sedia, seduta al tavolino dentro la sua amata casa.

Al suo fianco la sua cassa di birra preferita e le sue sigarette al mentolo, che fumava ogni giorno. Miriam era una donna molto 'attiva' che amava fare festa e andare a ballare in discoteca.

Le 13 cose da non mettere nel microonde: con metallo, plastica e uova si rischia il 'botto'

Il Mattino

a.it
ROMA - Il forno a microonde è considerata una delle invenzioni più utili, soprattutto per i single o per i non amanti dei fornelli. Ma i rischi sono molti, soprattutto se usato con superficialità. In questa gallery c'è una selezione di oggetti e prodotti da non utilizzare assolutamente nel microonde. Le conseguenze potrebbero essere esplosive. Dal metallo ad alcuni frutti, passando per la plastica e le uova. Se non volete la casa in fiamme, leggere bene le istruzioni per l'uso.


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Bambini vittime dell’orrore di certe famigliole

La Stampa
massimo gramellini

I sopravvissuti non perdano mai la fiducia. Gli angeli spuntano dove meno te lo aspetti

Il presunto assassino di Yara, incastrato dal Dna, scopre di non essere figlio di suo padre, ma di un uomo defunto di cui porta il secondo nome.

Un padre scopre che suo figlio è accusato di omicidio e che non è suo figlio. 
Una sorella scopre che suo fratello gemello è accusato di omicidio e che neppure lei è figlia di suo padre. 

Un fratello scopre che i suoi fratelli gemelli sono fra tella stri e che uno di loro potrebbe es sere un assassino.

Una moglie scopre che suo marito è accusato di omicidio, che suo suocero non è il padre di suo marito né il nonno dei suoi figli e che la storia di Yara che per anni ha visto alla tv le è appena entrata in casa seminando distruzione. Una mamma aveva scoperto da tempo che suo figlio era ricercato come presunto assassino, ma era rimasta in silenzio per non scoprirlo e non farsi scoprire: quel figlio lo aveva avuto da un uomo che non era suo marito. 

Una vedova scopre che suo marito aveva avuto un figlio illegittimo, ora accusato di assassinio.
Non si tratta di uno scioglilingua e neppure di una fiction uscita dalla fantasia di uno sceneggiatore particolarmente lesso, ma della realtà di una tranquilla e rispettabile famiglia della provincia di Bergamo. Spostandoci di qualche decina di chilometri in direzione di Milano ne troviamo un’altra. Sabato sera, una moglie e due bambini sono stati uccisi in modo barbaro dal tranquillo e rispettabile maschio di casa. Ancora non si conosce il movente del presunto omicida di Yara, benché non occorrano troppi sforzi di immaginazione. Ma la carneficina del Milanese sembra scaturire da una psicologia persino più tortuosa. 

L’assassino corteggia una collega di lavoro, ne viene respinto e si convince che la ragione del rifiuto sia la sua condizione di uomo impegnato, con moglie e figli a carico. Potrebbe divorziare o anche solo fermarsi un attimo. Ma la vita gli sembra una prigione e le responsabilità le sbarre di una gabbia. Il divorzio costa troppo, in termini economici e sociali. Così mette a letto i bambini, fa l’amore con la moglie, per sfogarsi o per calmarsi, ma non si sfoga e non si calma. Si alza, invece, e va in cucina a prendere un coltello. I bimbi cadono nel sonno, sacrificati come agnellini, La moglie muore da sveglia e fa ancora in tempo a chiedergli «perché». Bella domanda. Ma lui non risponde. Si lava le mani e va al bar a vedere la partita.

L’avvertenza è d’obbligo: non è che tutte le famiglie siano come quelle che la cronaca nera spinge in avanti come sentinelle del nostro smarrimento. Non siamo diventati all’improvviso un popolo di assassini di ragazzine e sgozzatori di parenti prossimi. Chi varca i confini del delitto è sempre un estremista, però si muove in un contesto sociale che non ci è estraneo. La famiglia: luogo di convivenza forzata, culla e tomba di passioni, ma anche fabbrica di interessi e produttrice inesausta di misteri.

Come autore di un romanzo a sfondo familiare mi è capitato di ritrovarmi depositario delle confidenze intime di lettrici e lettori che mi hanno fornito un catalogo impressionante di tutte le meraviglie e gli orrori che la cellula della società umana riesce a produrre: complessi, rancori, scoperte tardive, agnizioni, invidie, gelosie e bugie, tantissime bugie. A fin di bene, a fin di male, a fin di niente. Si vive dentro una bolla di non detti, si accumulano tensioni e illusioni e poi si esplode, per fortuna non sempre con gesti da codice penale, ma in modi comunque feroci che fanno vacillare le certezze. Ad esempio che ci si possa fidare almeno delle persone con cui si condividono le mura di casa. 

Lascio volentieri a sociologi e psicologi il compito di scandagliare gli abissi della comunità e della psiche umana. Il mio pensiero adesso va solo ai bambini: a quelli uccisi dal padre impazzito e ai figli del presunto assassino di Yara, segnati a vita da qualcosa di troppo grande e orribile per loro. Che i sopravvissuti non perdano mai la fiducia nel prossimo, perché gli angeli spuntano dove meno te lo aspetti e una vita passata a guardarsi le spalle è una condanna immeritata per chiunque, figuriamoci per degli innocenti. 

Imperia, gabbianella morta vegliata dai piccoli e dal suo compagno

La Stampa

GIANNI MICALETTO


Gli abitanti del posto: «Ci siamo resi conto che mamma gabbiano era morta quando il compagno, l’altra sera, ha cominciato a lanciare versi strazianti»

mpa.it
Li ha aspettati, covandoli, e protetti come soltanto una madre può fare. E quando, finalmente, sono nati ha iniziato a nutrirli con quello che passa la natura, insegnando loro i primi «trucchi» per la sopravvivenza. Ma non ha fatto in tempo a vederli crescere fino al punto di rendersi autonomi, capaci di librarsi in volo. Qualche giorno fa si è accasciata vicino alla «casa» ricavata in cima alla torretta di un edificio alle porte di Ospedaletti. Sembrava solo stanca, e i suoi piccoli le si sono stretti attorno, per darle calore e forza sperando che si riprendesse in fretta.

Ma, purtroppo, non è servito a nulla: la gabbianella si è addormentata per sempre. Chissà perché. È una storia triste, molto triste, quella raccontata dai «dirimpettai» di questa famigliola alata. Gente che vive nei palazzi vicini, spettatori inermi della vicenda. «Ci siamo resi conto che mamma gabbiano era morta quando il compagno, l’altra sera, ha cominciato a lanciare versi strazianti», raccontano. Ma nessuno osa avvicinarsi al nido perché da quel momento il maschio ha iniziato a prendersi tutte le responsabilità del caso, non permettendo intrusioni di qualunque tipo. Comprese quelle dei suoi simili, incuriositi dalla sagoma immobile della gabbianella. Magari allenterà la guardia quando i suoi piccoli spiccheranno il primo volo. Nell’attesa, al calar del sole, si accoccolano intorno alla mamma, come lei faceva con loro, forse sperando che si risvegli.

Guardie Ue per pattugliare il Mediterraneo

La Stampa

marco zatterin


Bruxelles pensa alla creazione di un’agenzia che difenda i confini comuni

mpa.it
Chi ama gettare il cuore oltre l’ostacolo, già la vede come un’agenzia dal profilo simile a quello dell’Interpol, una forza integrata di gendarmi e poliziotti che difendano i confini comuni dell’Unione europea. Ci vorrà tempo, se mai si farà. Eppure l’intenzione del vertice a Ventotto in programma fra Ypres e Bruxelles la prossima settimana è proprio quella di apporre un sigillo politico sulla «possibilità di esplorare la costituzione di un Sistema di guardie di frontiera che rafforzi il controllo e la capacità di sorveglianza europee». Un punto di partenza importante per la riforma auspicata della lacunosa strategia a dodici stelle per la gestione dell’immigrazione. Soprattutto, una mossa che troverà pieno sostegno nell’Italia che fra due settimane prende le redini di presidente di turno dell’Ue.

La prima bozza di conclusioni in vista del Consiglio europeo del 26-27 giugno dedica 5 pagine ai problemi della Sicurezza e della Giustizia. È il minimo alla luce delle spesso tragiche cronache degli sbarchi di disperati sulle coste del Mediterraneo. Un morto e 2300 arrivi sono il bilancio della sola giornata di ieri. «Renzi ha avuto un altro contatto telefonico con il presidente (della Commissione Ue) Barroso», ha dichiarato il ministro degli Interni Alfano: «L’Italia ha bisogno di una risposta: o l'Europa si fa carico di presidiare le frontiere del Mediterraneo, o non continueremo a farlo da soli».

Gli «aut aut» non piacciono a Bruxelles e ai paesi del Nord che pongono la questione dell’accoglienza dei rifugiati davanti ai salvataggi in mare. Il summit Ue prova a mediare, chiede alle capitali «politiche coerenti» con la natura di un’Europa che sia «terra di libertà, sicurezza e giustizia, senza confini interni». Parla di solidarietà diffusa. Facile che il tema sia preso in ostaggio dalla partita delle nomine - le ultime danno il lussemburghese Juncker in fuga verso il vertice della Commissione. Così mancheranno magari i titoli, non il lavoro per i tecnici.

In principio, secondo la bozza vista da la Stampa, c’è «un approccio complessivo che ottimizzi i benefici dell’immigrazione legale, offra protezione a chi ne ha bisogno, combatta risolutamente gli irregolari». Per l’inserimento di chi arriva si auspica un dialogo con le imprese, mentre «l’Ue dovrebbe sostenere gli sforzi nazionali per politiche attive di integrazione». Con fondi e programmi, spiega una fonte, contraltare all’azione per «intensificare la cooperazione» coi paesi di transito e origine, laddove possibile, nella sponda Sud del Mediterraneo e nel Corno d’Africa. Finanziamenti, dunque. Prima di «colpire più duramente i trafficanti» e rendere più efficace gli accordi di riammissione.

Quanto alla gestione integrata delle frontiere comuni, le conclusioni spingono per «il rafforzamento di Frontex in termini di assistenza operativa» e «l’aumento della sua capacità reattiva alle rapide evoluzioni dei flussi migratori». Qui torna il Sistema di guardie di frontiera di cui si parla da tempo senza successo. «All’inizio si tratterebbe di mettere forze in comune con un comando unico - spiega una fonte Ue - poi potrebbe divenire qualcosa come l’Interpol». Mica semplice. «È un sistema complementare agli esistenti», si fa notare, e la presidenza italiana è pronta a prenderlo a balzo. L’operazione Mare Nostrum, che sposa polizia, guardia di finanza e di frontiera, potrebbe essere un modello su cui cominciare a discutere.

Fiat: alla Maserati sciopero incomprensibile

La Stampa


mpa.it
assolutamente incomprensibile». In mezzo lo stabilimento Maserati (ex Bertone) di Grugliasco, alle porte di Torino, dove sale improvvisamente la temperatura nelle relazioni sindacali. Una fabbrica, quella della Maserati, rinata dopo ben sette anni di inattività, grazie al miliardo di investimenti voluto dall’amministratore delegato Sergio Marchionne, e dove sinora il sindacato dei metalmeccanici Cgil e il Lingotto avevano trovato un modus vivendi in grado di far marciare a pieno ritmo gli impianti, nonostante la Fiom non aderisca al contratto Fiat.

Secondo il sindacato di Maurizio Landini, centinaia di lavoratori della Maserati, in alcuni reparti con un’adesione del 30%, hanno partecipato al primo sciopero indetto a Grugliasco. La Fiom ha chiesto alle tute blu di uscire un’ora prima per partecipare a un’assemblea davanti ai cancelli di corso Allamano sulle condizioni di lavoro e sui turni. Secca la risposta della Fiat, che ha ridimensionato, cifre alla mano, la portata dell’agitazione: «Allo sciopero ha aderito poco meno dell’11% dei lavoratori, 209 persone su 2.019, causando una perdita complessiva di 11 vetture». 

Ma non è questo il punto. Per il Lingotto, infatti, nonostante si tratti di una percentuale di adesione piuttosto bassa, è «assolutamente incomprensibile» che più di 200 persone abbiano partecipato allo sciopero in uno degli stabilimenti automobilistici più moderni del mondo, che adotta tecnologie d’avanguardia e dove vengono costruite automobili di lusso che stanno ottenendo un grande successo internazionale. C’è più delusione che rabbia nella nota di Fiat. Perché azioni come questa, si fa notare, anche se di seguito limitato, rischiano di creare gravi contraccolpi negativi per l’azienda e per l’occupazione.

«In un momento come questo dell’economia italiana, dove la disoccupazione ha raggiunto punte senza precedenti, scioperare in un impianto che sta creando posti e opportunità di costruire prodotti di alta qualità che per oltre il 90% vengono esportati, è assolutamente irrazionale - recita il comunicato - Ancora più difficile da comprendere è il fatto che lo sciopero avvenga in uno stabilimento che quando è stato rilevato dalla Fiat, più di quattro anni fa, era fermo da diversi anni senza alcuna prospettiva produttiva.

La Fiat a Grugliasco non solo ha salvato l’occupazione degli oltre mille lavoratori dell’ex Bertone, ma ha creato a oggi ulteriori 1.300 posti per i lavoratori di Mirafiori in cassa integrazione, con previsione di ulteriori 500 a partire da settembre. Come è noto il successo dei nuovi modelli deve essere colto nel momento in cui la domanda è forte». E’ evidente che non voler capire tutto ciò, nel mezzo di una così grave crisi del settore automobilistico italiano ed europeo e, più in generale, dell’intera economia nazionale, può essere estremamente pericoloso. Si mandano segnali contraddittori, ai mercati e agli investitori, proprio mentre si dice di voler ricreare le condizioni per far ripartire produzioni e occupazione.

Ma anche i cosiddetti “sindacati del sì” sono sul piede di guerra con Fiat, pur con la dichiarata volontà di trattare e non arrivare allo scontro. Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Quadri, hanno indetto il blocco degli straordinari in tutti gli stabilimenti Fiat e Cnh a partire da ieri a sostegno del rinnovo del contratto. I sindacati chiedono all’azienda di convocare già entro questa settimana un incontro. Il blocco interesserà gli stabilimenti dove sono in corso gli straordinari, tra i quali la Sevel, la Maserati, la Marelli, l’Iveco, la Fpt di Foggia e di Torino, la Cnh di Modena. 

Xiaomi è pronta a conquistare l'Europa

La Stampa

valerio mariani


Grazie a una strategia non convenzionale che farà felici solo i consumatori.

bin
Il protagonista dell’ultima edizione del Mobile Asia Expo 2014 è stato Lin Bin, presidente e uno degli otto co-fondatori di Xiaomi, brand cinese di telefonia e consumer electronics nato solo 4 anni fa ma che sta creando non pochi grattacapi al mercato mondiale della telefonia. 

La presentazione di Lin Bin aveva l’unico obiettivo di attirare ulteriormente l’attenzione di concorrenti, analisti ed esperti del settore ribadendo i pochi ma rivoluzionari postulati della originalissima strategia del colosso cinese: qualità, e-commerce, community. Con buona pace di costosi uffici, manager locali con benefit e distribuzione pronta a lucrarci sopra. Nel corso del 2014 ne avevamo già parlato ma l’impressione è che la frequenza degli articoli che riguarderanno Xiaomi aumenterà ancora, e considerevolmente, sia per i lanci di prodotto ma soprattutto per la strategia. 

Lin Bin ha confermato che l’azienda cinese è pronta per conquistare il mercato mondiale dopo aver, nell’ordine, spodestato Apple dalla top three dei produttori che hanno venduto più smartphone in Cina, per numeri il mercato più vasto del mondo, battuto Samsung nelle vendite locali di marzo e aprile, aperto una sede internazionale a Singapore, venduto in 90 secondi 100mila unità del suo smartphone di punta e pagato 3,6 milioni di dollari per il dominio mi.com dove MI è il prefisso che contraddistingue la propria linea. 

I prodotti Xiaomi sono considerati da tutti gli esperti tra i migliori Android in circolazione, se non i migliori, e possono essere acquistati solo online. In Italia si deve passare per il sito xiaomishop.it che permette l’acquisto con garanzia locale ma che ha un’offerta limitata. 
D’altronde, neanche in Cina Xiaomi soddisfa tutte le richieste, non tanto perché non riesca, grazie al suo fornitore privilegiato Foxconn, lo stesso di Apple, ma perché così si fa per costruire il mito, un po’ come proprio la casa di Cupertino, a cui i fondatori di Xiaomi si ispirano per loro stessa ammissione. 

Ma l’azienda cinese è andata oltre Apple introducendo delle innovazioni nella strategia che dovrebbero far riflettere. Molte delle persone che lavorano nel settore della telefonia in Italia sperano nell’apertura di una sede Xiaomi nel nostro paese. Ma è possibile che non ci sarà mai una sede, fisica almeno, e neanche una distribuzione, almeno non tradizionale. 
Lin Bin durante la sua presentazione sottolinea due concetti fondamentali: cita Xiaomi come il terzo sito di e-commerce in Cina, e racconta di quanto abbia fatto la community per localizzare i prodotti nei paesi fuori dalla Cina. 

I follower su Twitter, i fan su Facebook (più di 500mila) o su Google+ non rendono l’idea della potenza della community di Xiaomi, semplicemente perché in Cina i social network di riferimento sono altri, ma la community è, insieme all’e-commerce, la carta vincente dell’azienda. 
Per la prima volta in questo settore si punta tutto sul passaparola tra i fan per vendere i prodotti, si spendono soldi in eventi online e offline per far crescere l’attesa per i nuovi modelli e si struttura la propria economia come quella di un sito di e-commerce. 

Così, 10 milioni di cinesi corrono (online) per prenotare 50mila unità dell’ultimo smartphone e altrettanti partecipano agli eventi online. Ancora, Xiaomi usa i propri fedelissimi come agenti di vendita, come tester dei propri prodotti, come sviluppatori e recensori. 
La community, e parliamo di migliaia di persone coinvolte, segnala migliorie e malfunzionamenti, realizza temi per la piattaforma MIUI, che poi vengono premiati, o localizza il sistema operativo nei paesi fuori dalla Cina. 

La distribuzione, poi, non è quella classica, si vende solo via Internet, si investe sulla logistica e sul servizio post vendita, più della metà dei 3mila dipendenti appartengono a queste divisioni (e in un’ora ti fanno sapere cosa ne sarà del tuo smartphone guasto) esattamente come farebbe Amazon. 
Un modello economico che sta stupendo il mondo e che sta fornendo risultati (quasi 9 milioni di terminali venduti nel 2013, più di 5 miliardi di dollari di fatturato, percentuali di crescita incredibili) grazie al quale tutto quello che un’azienda qualsiasi spenderebbe in marketing e pubblicità tradizionale viene investito soprattutto nella qualità del prodotto, da tutti considerata molto elevata. 
Riuscirà Lin a conquistare con i suo verbo anche le terre d'Occidente? Non è detto, da noi e-commerce e passaparola non sono ancora così diffusi da garantire il futuro di un'azienda, almeno per questi prossimi mesi...

Castagne disperate, ma salve grazie alla ricerca italo-nipponica

La Stampa

barbara d'amico – agriconnection


L'Italia è tra i primi produttori al mondo di questi frutti, ma il settore è minacciato da  un insetto infestante, il cinipide, che team di ricerca torinesi e giapponesi stanno debellando senza utilizzare metodi invasivi

mpa.it
Si chiama cinipide galligeno e per chi coltiva piante di castagno è una gran brutta grana. Le origini orientali, infatti, non hanno impedito a questo insetto infestante di coprire l'enorme distanza che separa Cina e Giappone dall'Italia. Trasportato probabilmente attraverso viaggi commerciali, il cinipide ha trovato nei castagneti della Penisola il suo habitat ideale, costituendo un vero problema per coltivatori e produttori. «Le prime segnalazioni sono arrivate più di dieci anni fa dalla provincia di Cuneo, qui in Piemonte», spiega Chiara Ferracini, dottore in entomologia agraria del Dipartimento di Scienze Agrarie Forestali e Alimentari dell'Università di Torino (Di.Sa.F.A.). «I produttori si lamentavano del fatto che le piante si fossero coperte di strane bolle rosse, così vistose da far sembrare i castagni dei ciliegi». In base a un rapporto stilato dall'Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa), del cinipide si avrebbero tracce sin dal 2002 con le prime segnalazioni in Piemonte e in Abruzzo. Poi di nuovo nel 2005 anche in Campania e Lazio e così via sino a coprire tutte le aree in cui sono presenti castagneti.

Che cosa fa il cinipide ai castagni? Questo insetto non fa ammalare le piante, ma ne impedisce un corretta fioritura. «Il cinipide – continua Ferracini - non comporta la morte della pianta ma porta alla formazione di galle (simili a bolle ndr) che bloccano la fioritura: quindi la pianta non produce frutti o comunque ne produce di meno». Sulla correlazione tra presenza del cinipide e capacità di produzione gli stessi ricercatori ci vanno con i piedi di piombo. Secondo il direttore del Di.Sa.Fra, il professor Alberto Alma, tra i massimi esperti del cinipide galligeno del castagno e in contatto con team di ricerca giapponesi che per primi hanno provato a debellare l'infestazione, «non è possibile stabilire una correlazione diretta tra perdita di produzione e presenza del cinipide. Per fare questo dovremmo avere uno storico delle produzioni e delle segnalazioni di cinipide e predisporre analisi che escludano altre cause, in particolare fattori abiotici. Detto, ciò, è però indubbio che il cinipide svolga un ruolo negativo e che sia dannoso per le produzioni». La correlazione, dunque, c'è ma per provarla scientificamente  occorre raccogliere molti più dati e  su vasta scala.  

Campioni di marron glacé In Italia le castagne hanno sempre rappresentato un settore fiorente dell'economia agraria. Solo nel 2012 il Paese ha prodotto 52 mila tonnellate di castagne con una media di circa 50 mila tonnellate l'anno sin dal 2001 (dati Faostat). Quanto a esportazioni, fino al 2010 eravamo i secondi al mondo dopo la Cina. Oggi invece le cose non vanno proprio benissimo. La produzione, in effetti, ha subito dei cali con effetti negativi sulle esportazioni (segnando nel 2012 il 20% in meno rispetto al 2011 e il 30% in meno rispetto al 2010 – dati Coldiretti) e facendo la felicità di Paesi come Portogallo e Turchia da cui abbiamo importato moltissimo (triplicando le quantità di castagne comprate all'estero, proprio tra il 2010 e il 2013). Eppure l'Italia avrebbe tutte le carte in regola per soddisfare il proprio fabbisogno interno e continuare a vendere i golosi frutti anche a clienti stranieri. Nonostante il cinipide, dal 2001 al 2011  il valore dell'export è cresciuto passando dai circa 40 milioni a circa 81 milioni di euro (dati Faostat): non male se si pensa che nel 2013 l'intero settore della frutta secca è valso alle casse delle aziende italiane circa 307 milioni di euro. 

Quante castagne perdiamo ogni anno? La colpa di tutto ciò, secondo molte organizzazioni di produttori, sarebbe da addossare al cinipide. In un articolo scientifico pubblicato su l'Informatore Agrario nel 2013, Giovanni Bosio e altri esperti danno conto dello stato dell'arte della presenza dell'insetto nei castagneti italiani stilando un bilancio negativo. «A dieci anni da questa prima segnalazione (in provincia di Cuneo ndr) – si legge – si deve purtroppo constatare il grave impatto della diffusione dell’insetto esotico sulla castanicoltura italiana. In diverse regioni la produzione di castagne ha subito una drastica riduzione, ulteriormente aggravata da annate con temperature estive molto elevate e carenza di precipitazioni. Ricerche effettuate dal Dipartimento di colture arboree dell’Università di Torino stimano una perdita di produttività del 30-60% in impianti con varietà ibride euro-giapponesi e in condizioni colturali ottimali, a distanza di 3-5 anni dalla comparsa delle prime galle (Botta, comunicazione personale). I danni nei castagneti tradizionali su versanti montani, in assenza di irrigazione e fertilizzazione, possono essere ancora più gravi, soprattutto in annate siccitose, arrivando anche a perdite di produzione del 65-85%». 

La competitività non è minacciata (solo) da un insetto Il cinipide, quindi, ha aggravato una situazione già complessa, sommandosi ad elementi climatici e deficit strutturali che da soli avevano già minato la competitività italiana nel settore. In un rapporto sul comparto castanicolo della Penisola pubblicato 4 anni fa, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali ammetteva il disastro causato dal cinipide, ma analizzava anche le condizioni del mercato e delle strutture produttive nella Penisola. Trai punti deboli, secondo gli esperti del Mipaaf, la mancanza di un sistema di produzione omogeneo in tutte le Regioni, una filiera spesso frammentata, la perdita di competitività nella fase di conservazione e congelamento delle castagne e prezzi inadeguati per i produttori. «Nei castagneti delle aree interne tradizionali – spiega il Documento di Sintesi – l’offerta è molto frazionata e differenziata sia per varietà, sia per qualità (pezzatura, forma dei frutto).

L’industria invece chiede partite grosse, omogenee in modo da non dover modificare le linee di lavorazione». Per sopperire a questa carenza strutturale, la Penisola conta tutt'ora su mediatori presenti soprattutto nelle zone «arretrate per impianti e associazionismo (soprattutto le aree interne)». Mentre nelle aree più avanzate, come la Campania, questo deficit inciderebbe di meno, la conservazione del prodotto non sarebbe più una prerogativa della Penisola. «La surgelazione era prerogativa italiana, ora surgelano anche Spagna e Portogallo» denunciava il Rapporto. Infine, il colpo di grazia: nonostante le castagne rientrino tra gli alimenti di più alta qualità al mondo (con 118 prodotti tipici Dop e Igp a base di castagne) «a questo grande patrimonio, tuttavia, non corrisponde un prezzo adeguato a remunerare il castanicoltore». 

Lotta biologica, molta pazienza ma risultati positivi Se a un situazione già compromessa si aggiunge anche l'infestazione del cinipide, ecco spiegata la crisi del settore. Per questo e per il fatto di trovarsi nella regione in cui è stato rilevato per la prima volta l'insetto esotico, l'Università torinese e  l'amministrazione del Piemonte hanno avviato un programma di studio e di contrasto alla diffusione del cinipide. La ricetta per combatterlo? Utilizzare un'arma naturale: la lotta biologica.
«Il progetto di lotta al cinipide è condotto in collaborazione con la Regione Piemonte – spiega Ferracini – Noi siamo stati i primi in Italia a lavorare per combattere la diffusione di questo insetto, grazie alla scoperta di un parassitoide di origini cinesi la cui presenza può impedire al cinidpide di riprodursi». Introdurre un parassitoide esotico può essere pericoloso, per questo la squadra del professor Alma ha effettuato sperimentazioni prima in ambiente controllato e solo dopo in campo aperto: per escludere spiacevoli effetti collaterali. In questo modo, già nel 2013 il team di ricerca ha ottenuto un risultato concreto: riportare l'infestazione del cinipide sotto controllo. «Nel 2005 abbiamo effettuato il rilascio dei parassitoidi e ora registriamo ottimi risultati, gli stessi riscontrati dal team di ricerca giapponese.

Al momento siamo riusciti a diminuire la popolazione del cinipide dall'80% all'1 percento qui in Piemonte». Altre regioni italiane hanno stipulato convenzioni con l'Università di Torino per aderire a questa strategia di lotta biologica. «La lotta biologica ha certamente tempi lunghi – spiega Alma – ma poi è efficace. Il cinipide affligge tutti i castagni, anche quelli delle aree boschive in cui è impensabile intervenire con sistemi chimici». Nel laboratorio di Grugliasco, in provincia di Torino, i ragazzi e i ricercatori del team di Alma allevano i parassitoidi e preparano le provette da affidare ai tecnici fitosanitari regionali perché li rilascino nei castagneti di tutta Italia. «Tengo a precisare – specifica Alma – che il nostro team di ricerca lavora sul parassitoide per acquisire nuove informazioni. Negli ultimi due anni, grazie a un progetto del Mipaaf, fornisce il prassitoide per le regioni italiane che hanno aderito» Al momento l'Università di Torino sta chiudendo un progetto ministeriale in collaborazione con il Mipaaf e l'Associazione nazionale del Castagno – progetto BioInfoCast – per la produzione del parassitoide e il suo rilascio su scala nazionale. 

Senza sesso per anni, lui lascia la casa: niente addebito al marito

La Stampa


mpa.it
Menage familiare interrotto da tempo: l’abbandono della casa familiare è solo una conseguenza perché la convivenza era già intollerabile. È quanto emerge dalla sentenza 2539/14 della Cassazione.
Lui lascia la casa coniugale e intraprende una relazione con un’altra donna. Motivo? La situazione familiare non era più sopportabile, visto che dalla nascita del figlio non vi erano stati più rapporti sessuali fra i coniugi.

Nessun addebito della separazione all’uomo, come invece avrebbe voluto la moglie, per aver abbandonato il tetto coniugale. Questo è quanto deciso dai giudici. Infatti, i giudici di merito prima, e la Cassazione poi, hanno escluso che la relazione extra-coniugale dell’uomo fosse la causa della rottura del vincolo coniugale. L’infedeltà porta sempre all’addebito della separazione? La S.C., sul punto, ha ricordato 2 precedenti giurisprudenziali.

Il primo (Cass., n. 13592/2006), sull’obbligo di fedeltà, afferma che la sua violazione determina normalmente «l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza e costituisce, di regola, causa della separazione personale, addebitabile al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza di un nesso di causalità tra l’infedeltà e la crisi coniugale», e cioè che non risulti la preesistenza di una rottura già irrimediabilmente in atto. E l’abbandono della casa familiare? Il secondo (Cass., n. 10719/2013), invece, riguarda l’abbandono della casa familiare. Di per sé – spiegano gli Ermellini – tale abbandono «costituisce violazione di un obbligo matrimoniale» e, di conseguenza, causa di addebito della separazione, in quanto porta all’impossibilità della convivenza.

Tale violazione, tuttavia, non si concretizza se chi ha posto in essere l’abbandono prova che esso «è stato determinato dal comportamento dell’altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata». Per questi motivi, la Cassazione rigetta in toto il ricorso della donna.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

L'autoritratto di Leonardo diventa sempre più giallo: si è ossidato

Il Messaggero




Diventa sempre più giallo, perchè ossidato, l'Autoritratto di Leonardo da Vinci, conservato presso la Biblioteca Reale di Torino, celeberrimo disegno su carta databile intorno al 1516. Un'indagine sugli spettri ottici dell'opera, eseguita con una metodologia sperimentale sviluppata dall'Istituto dei sistemi complessi del Consiglio nazionale delle ricerche (Isc-Cnr), in collaborazione con le Università di Roma Tor Vergata e di Cracovia, ha rilevato in modo oggettivo l'ossidazione del disegno, dovuta all'ambiente umido e chiuso in cui è stato conservato. I risultati sono pubblicati su «Applied Physics Letters».

Per ovviare alle disomogeneità del sottile strato di foglio dell'Autoritratto, circa 220 micron, ossia 0.22 millimetri, con vuoti dovuti alla presenza di aria - spiega Mauro Missori dell'Isc-Cnr - i dati sperimentali, ottenuti mediante una tecnica spettroscopica basata su radiazioni non invasive di bassa intensità, sono stati analizzati sviluppando una specifica estensione del modello di trasferimento radiativo detto di Kubelka-Munk». La carta, un tempo fabbricata mediante estrazione della cellulosa da stracci sottoposti a idratazione e pressatura, degrada per alcune reazioni indotte in particolare dal vapor acqueo: l'idrolisi acida o alcalina indebolisce la struttura e l'interazione fra ossigeno atmosferico e cellulosa attiva l'ossidazione, che causa danni ottici.

«L'ossidazione crea alcuni gruppi detti cromofori che assorbono la luce principalmente nelle regioni del blu-violetto dello spettro visibile e nell'ultravioletto, dando alla carta il caratteristico colore giallognolo», prosegue il ricercatore. «Per dare una definizione misurabile e oggettiva dell'ingiallimento si ricorre a una tecnica spettroscopica non invasiva in cui le radiazioni riflesse dal campione su alcuni punti critici sul recto e sul verso sono raccolte da una sfera integratrice e misurate da un rivelatore multi-canale».

I dati ottenuti dalla misura, eseguita dall'Isc-Cnr presso l'Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario di Roma, «sono stati confrontati con quelli teorici ottenuti da una simulazione al calcolatore dal gruppo dell'Università di Tor Vergata, identificando e quantificando i cromofori responsabili dell'ingiallimento dell'Autoritratto», conclude Missori. «Il confronto di questi dati con quelli ottenuti analizzando campioni di carta della stessa epoca e campioni di carta moderna invecchiati artificialmente in condizioni ambientali controllate ha messo in luce una forte somiglianza del tipo di cromofori presenti nell'Autoritratto con quelli trovati in campioni conservati in ambienti chiusi e ad elevata umidità.

La metodologia, se applicata nel futuro all'Autoritratto, consentirà di valutare la velocità di degradazione visiva che è una informazione fondamentale per la programmazione degli interventi di restauro e conservazione». Inoltre lo stesso approccio diagnostico sarà applicato ad altri disegni di Leonardo da Vinci e ad altri beni culturali per garantire una corretta conservazione e come supporto diagnostico per gli eventuali restauri.