mercoledì 18 giugno 2014

Lo smartphone cinese con il malware dentro. Lo vendono anche in Italia

Corriere della sera

di Alessio Lana

Star N9500 è un clone del Galaxy S4 ma «esce dalla fabbrica con un ampio programma di spionaggio. I criminali online hanno accesso totale allo smartphone»

L’aspetto è quello del Galaxy S4 ma il telefonino cinese Star N9500 ha una caratteristica in più: un malware già installato. Così insomma non c’è più bisogno di stare attenti a dove si naviga o a cosa si scarica perché il virus è incluso nel prezzo. Il bello poi è che è impossibile evitarlo: Uupay.D trojan, questo il suo nome, è mascherato da Google Play e non appena si prova a scaricare le prime app si è già infettati.
Campo libero agli hacker
Una volta all’opera il mostriciattolo digitale copia e salva tutte le informazioni personali, usa il microfono per registrare le chiamate e tutti i rumori che riesce a captare quando è in stand-by. Per onorare quel “Pay” che troviamo nel nome manda anche messaggi a pagamento a costosissimi servizi in abbonamento e poi permette agli hacker di installare i loro programmini succhiadati e succhiasoldi. Il tutto ben celato dietro a Google Play che risulta l’unico processo attivo.
Lo hanno scoperto subito
In poco tempo Uupay.D trojan ha mandato in tilt i centri di controllo delle aziende antivirus di tutto il mondo che si sono già mobilitate denunciando il fatto e lanciando strali contro il “cinafonino”. Un ricercatore di Kaspersky ha affermato senza mezzi termini che l’N9500 “esce dalla fabbrica con un ampio programma di spionaggio”, Christian Geschkat di G Data ha detto che “Le opzioni di utilizzo di questo programma spia sono praticamente illimitate. I criminali online hanno un accesso totale allo smartphone”.
Ecco come aggirare il problema
Va detto però che tanto allarmismo per molti è di troppo. Gli utenti comuni infatti non possono fare nulla, il virus infatti è scritto nel firmware, il programma che consente l’avvio e il funzionamento del telefono, e o lo si usa così o niente. I più esperti però hanno già trovato una soluzione per aggirare il problema. Prima hanno ottenuto l’accesso completo al telefono eseguendo il cosiddetto Root, poi, usando l’app gratuita Root App Delete, hanno eliminato il finto Google Play sostituendolo con l’originale. Così ora hanno un telefono dalle caratteristiche interessanti a un terzo del prezzo dei concorrenti.
Solo 50 telefoni
La diffusione dell’N9500 poi è limitata, si calcola infatti che sono stati venduti non più di un centinaio, ma il problema è nell’ampia disponibilità del dispositivo che può essere acquistato in Rete anche su Amazon. La seconda magagna invece è nel suo aspetto. L’N9550 assomiglia così tanto a un Galaxy S4 da ingannare facilmente l’acquirente poco attento e così chi pensa di fare un affare comprando un quadcore da 5 pollici con tanto di seconda batteria, caricabatterie da auto e cover a 130 euro si trova in realtà con un occhio e un orecchio che controlla tutto. Neanche Orwell sarebbe potuto arrivare a tanto.

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18 giugno 2014 | 13:10

Google pronto a lanciare l'«antifurto» che protegge i dati sensibili e ritrova il cellulare

Corriere della sera

Anche Google ha annunciato una nuova applicazione che aiuta a ritrovare gli smartphone e i tablet smarriti o rubati

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Quando si parla di sicurezza informatica, si pensa sempre a malware, virus, hacker e tante altre minacce «intangibili» dimenticando che furto e smarrimento sono molto più diffusi degli attacchi informatici. Inoltre, se è vero che può essere seccante prendere un virus, perdere lo smartphone è una tragedia: un telefono costa parecchio e poi ci sono su le nostre foto, l’agenda, gli Sms e la cronologia di Skype o WhatsApp. Il primo accorgimento da prendere, quindi, è quello di impostare una password di blocco per il telefono. Non ci ricorderà dove abbiamo lasciato il dispositivo, ma almeno i dati saranno al sicuro. Se invece vogliamo qualcosa di più, e dovremmo, tornerà molto utile la nuova app che Google lancerà entro la fine di agosto. Si chiama Android Device Manager e funziona su qualsiasi dispositivo Android dalla versione 2.2 in poi. Grazie a un servizio legato al nostro account Google, appena perderemo di visto il nostro telefono, basterà collegarci al web (tramite lo smartphone di un amico o dal pc di casa) per fargli lanciare un allarme ad alto volume che ci dirà dove si trova.

ANTIFURTO PER SMARTPHONE - Oltre ai casi di furto, questa funzione è anche utilissima se siete particolarmente disordinati e vi manca sempre il cellulare quando siete di fretta sull’uscio di casa. Se però il problema è più serio e non sentiamo l’allarme (che risuona anche in caso di modalità silenziosa attiva) potremo ricorrere al servizio di localizzazione: un cerchietto blu ci indicherà sulla mappa della città la posizione del telefono. Infine, se proprio non fosse possibile recuperare il dispositivo, una terza funzione ci permetterà di disabilitarlo e cancellare tutti i nostri dati, in modo da proteggere la nostra privacy e quella dei nostri contatti. Apple ha un servizio identico a questo già attivo da anni, ma perché Google ha aspettato così tanto per fornirne uno uguale? Perché ovviamente si è lasciato ampio spazio alle software house per produrre delle app che riempissero il vuoto. Purtroppo, non tutti si rendono conto dei rischi e sono sempre troppo pochi quelli che le usano, e quindi la nuova app di Google verrà precaricata nelle prossime versioni di Android. Sì, ma in vacanza come faccio? Purtroppo per noi, le nostre ferie saranno già finite o agli sgoccioli quando Google metterà online il sistema e andare in vacanza senza proteggere il dispositivo non è mai una buona idea.

DATI SENSIBILI - Per fortuna, come dicevamo, già adesso le alternative non mancano e funzionano anche molto bene. La app antifurto più diffusa è quella di Symantec: Norton Antivirus e Sicurezza. Completamente in italiano, permette di bloccare tramite sms o interfaccia web il proprio smartphone o tablet, fargli suonare un allarme e addirittura sbirciare tramite la webcam incorporata in modo da capire dove si trova. Queste sono funzioni standard che compiono tutte le app antifurto gratuite, e passando alle versioni a pagamento si attivano anche funzioni premium come il controllo della propria pagina Facebook (per evitare che qualcuno si sostituisca a noi postando sulla bacheca) oppure il blocco del telefono in caso la sim venga sostituita. Una funzione gratuita molto utile la troviamo invece in Kaspersky Mobile Security Lite che incorpora, oltre alle funzioni di blocco e recupero del telefono, un filtro antistalking in grado di bloccare gli Sms e le chiamate in arrivo da utenti indesiderati. La funzione che permette di visualizzare un messaggio sullo schermo dello smartphone smarrito o rubato, però, è a pagamento così come tutta la parte di antivirus. Tutte le funzioni a costo zero.

PROVA PER 30 GIORNI - Per chi non vuole solo un sistema contro il furto e lo smarrimento, ma non ha voglia di spendere subito i soldi dei canoni di attivazione, su Google Play si trova F-Secure Mobile Security che funziona perfettamente e in maniera completa per 30 giorni. In questo modo si può verificare se e quanto sia invasivo portarci un antivirus in tasca. F-Secure Mobile Security supporta l’invio di messaggi Sms anche in versione gratuita e quando il ladro cambia la sim al nostro dispositivo, manda un messaggio di testo a un numero che avevamo reimpostato con gli estremi della nuova scheda. In questo modo, si potrebbe addirittura risalire fino al ladro e farlo arrestare. Infine, anche sul mondo mobile non manca l’offerta di Avast. Come sul pc, tutte le funzioni sono sempre gratuite per uso personale e quindi si può avere una suite di sicurezza completa a costo zero. Purtroppo, non supporta le notifiche via Sms e quindi, al contrario degli altri, bisogna per forza avere accesso a un pc o ad uno smartphone per sapere se qualcuno ha cambiato la sim al cellulare smarrito.

5 agosto 2013 (modifica il 14 agosto 2013)

Bruno Pizzul, tutti lo rivogliono: "Ma non portavo sfiga?"

Libero


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Ogni mattina alle 7.30 va in onda con Marco Franzelli su Rai News 24, alle 11 è su Rmc con Teo Teocoli: Bruno Pizzul è ancora la voce del Mondiale, ma non era andato in pensione?
«Certo, ma queste cose le faccio a tempo perso... Al mattino mi vengono in casa, per la gioia di mia moglie, poi prendo la biciclettina, faccio un giro per il centro e vado in radio, dove Teo mi fa l’imitazione e a volte ci confondiamo anche noi. Il pomeriggio vado al bar per vedere di fare qualche partita a carte, ma ultimamente ci hanno squalificato perché litighiamo troppo».

E pensare che lei è anche morto il 14 ottobre 2009...
«Un episodio particolarmente significativo, nato da un tam-tam su internet. Stavo appunto facendo una scopa e mi è arrivata telefonata dal collega Marzini di Trieste: “Allora te se’ vivo, brutto mona». Ho spento subito il telefonino e quindi tutti chiamavano a casa mia moglie - che non sapeva nulla -, con voce di circostanza: “Allora Maria, com’è?”. Lei: “Oh, ciao, come stai?”. E pensavano: “Ecco un’altra vedova allegra”».

Lo sa che in tanti la rivogliono a fare le telecronache dell’Italia?
«Fa piacere, ma sono solo nostalgie ed è sempre stato così. Anche quando c’ero io ripetevano “una volta era meglio”».

Ma non dicevano che portava sfiga?
«Inevitabile, ma non ci ho perso il sonno. La verità è che mi è davvero spiaciuto due volte che non abbiamo vinto: a Italia 90 e Euro 2000, quello del golden gol di Trezeguet. Certo, questo è uno strano Paese, accettano tutto ma non devi arrivare secondo, altrimenti s’incazzano: viaggiavo con l’aereo degli azzurri e ricordo che quando tornammo dagli Usa e perfino dopo Messico 70 ci volevano prendere a pomodori in faccia».

Lo sa che le hanno pure dedicato un blog? “Someone still loves you, Bruno Pizzul”, qualcuno ti ama ancora. «Ne sono contento ma ho scarsa familiarità con internet, purtroppo, compreso quella diavoleria di hashtag #casapizzul su Rainews».

E lo spot col Trap?
«Molto divertente. Due vecchietti un po’ fuori di testa che appena vedono il pallone uno parte con la telecronaca, l’altro si mette a spiegare la tattica. Ci avevano pure scritto il copione ma il Trap ovviamente glielo ha stravolto tutto».

Cinque Mondiali e quattro Europei. Un album di figurine sterminato… «I più grandi ricordi li ho per Messico 70, il mio debutto, quando mi ritrovai la quarta voce accanto ai mostri sacri Carosio, Martellini, Albertini. Mi ritrovai a fare un tipo di lavoro straordinario, alla quale fino a pochi mesi prima non avevo nemmeno pensato. Partì tutto per caso con il concorso Rai per telecronisti che mi suggerì Paolo Valenti e dopo poco mi ritrovai in un Paese incredibile dove non funzionava nulla ma in un attimo spuntavano in 30 persone ad aiutarti facendo un casino immondo. Un Messico colorato, col sorriso che però non ho ritrovato più nell’86, quando divenni telecronista ufficiale dell’Italia dopo il malore di Nando».

E proprio stasera gli azzurri esordiscono. In Brasile c’è la minaccia del caldo, qualcosa di simile all’edizione degli Usa.
«Durante la finale di Pasadena il collega di Radio Rai Bruno Gentili non sapeva più cosa fare e si rovesciò in testa un bicchierone di Coca Cola, anche se qualcuno sospetta ci sia stato dentro qualcosa di meno rassicurante. Però il vero dramma per l’Italia erano le partite sulla costa Est, l’umidità di Boston faceva terrore. Il clima sarà uno dei fattori chiave del Brasile, fondamentale sarà non uscire stremati dal girone: nell’82 Italia e Polonia giocarono al fresco di Vigo, dove si dormiva con la copertina, e infatti furono le grandi sorprese. Oggi intanto hanno pure introdotto i time out: è una cosa un pochino strana perché il calcio è fatto anche di capacità di distribuzione delle tue energie. Qualcuno dice che lo fanno per infilarci delle pubblicità... Bah. Comunque gli azzurri non sono stati particolarmente fortunati, giocheranno nei presidi più insidiosi».

In compenso i brasiliani sono fortunati con gli arbitri.
«È il pedaggio che si paga alla squadra organizzatrice. Con la Croazia abbiamo visto l’ “effetto Moreno”, che in Corea ne combinò una più di Bertoldo, anche se quell’errore sotto porta di Vieri… ».

L’Italia come la vede?
«Se fa il girone bene può andare lontano, anche se Prandelli ha avuto contrattempi del tutto particolari. Aveva poche sicurezze, due si chiamavano Montolivo e difesa a 4 con De Sciglio, e guarda cosa è successo...»

Buffon è l’unico reduce presente anche nel match della sua ultima telecronaca (Italia-Slovenia, 21/08/2002, 0-1). «Ha i numeri per essere eterno, inamovibile, come Zoff. Però, in realtà, la mia ultima telecronaca nel giorno della pensione, l’ho chiesto io, è stata la finale del torneo giovanile di Arco di Trento dedicato a Beppe Viola, che per me era un fratello».

Gli sarebbe piaciuta questa Nazionale?
«Per niente, sai che graffi avrebbe tirato fuori: ce lo vedi sul tram con Balotelli?».

intervista di Tommaso Lorenzini

Anvur, l'ente inutile che regala 7 stipendi d'oro

Cristina Bassi - Mer, 18/06/2014 - 08:39

Compensi da 210mila euro l'anno per il presidente e oltre 178mila per i consiglieri

Milano - Appunti per Matteo Renzi, da catalogare alla voce «tagli agli stipendi dei dirigenti pubblici»: i sette uomini (e donne) d'oro dell'Anvur hanno stipendi annuali così cospicui da togliere il sonno a Mister spending Cottarelli.

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L'Anvur è l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca e ha il compito - lo dice il nome - di dare i voti alla qualità delle Università. È un ente pubblico vigilato a sua volta dal ministero dell'Istruzione. Nel 2012 il suo presidente, Stefano Fantoni, ha guadagnato 391mila euro e gli altri sei membri del direttivo non sono stati da meno.

A fare i conti in tasca ai professoroni dell'Anvur è Roars, blog che si occupa di vicende accademiche. Partendo dai dati pubblicati nella sezione «Amministrazione trasparente» dell'Agenzia, la redazione si chiede se queste retribuzioni non siano esorbitanti in tempi di cittadini tartassati ed enti tagliuzzati.

Senza contare che i colleghi francesi dell'Aeres guadagnano molto meno: 75mila euro il presidente e 350 euro a seduta i membri del consiglio direttivo. Ecco cosa è scritto invece sui cedolini dei vertici Anvur. Ben 210mila euro annui lordi a Fantoni e 178.500 euro ciascuno ai professori Lisa Ribolzi, Sergio Benedetto, Andrea Bonaccorsi, Massimo Castagnaro, Andrea Graziosi e Fiorella Kostoris, ex moglie di Tommaso Padoa-Schioppa. Per un totale a carico delle casse pubbliche di più di 1,2 milioni.

Ma non basta. In perfetto stile italico gli uomini d'oro dell'Agenzia accumulano redditi su redditi. E così, grazie a una pensione - perché percepisce pure la pensione - da 91mila euro e allo stipendio da oltre 296mila euro che comprende alcuni arretrati relativa al 2011, il presidente Fantoni nel 2012 ha sfiorato quota 400mila euro. Cifra che tra l'altro lo rende, scrive il quotidiano Il Piccolo, il manager pubblico più pagato di Trieste. Nello stesso anno la vicepresidente Ribolzi ha incassato oltre 350mila euro, anche lei tra pensione, retribuzione e arretrati.

Il professor Benedetto ben 370mila, pensione più stipendio, la professoressa Kostoris 340mila, sempre retribuzione Anvur più vitalizio. Per Bonaccorsi e Castagnaro nessuna pensione ma «solo» lo stipendio comprensivo di arretrati da 222mila euro, mentre Graziosi nel 2012 non era ancora nell'Agenzia. L'Anvur è di certo un ente sconosciuto, ma è anche un ente utile? Pensavano di sì al governo Prodi nel 2006 quando fu istituito. Ora Renzi può fare due conti.

Dove Google non arriva: cronache dal Deep Web

La Stampa

di CAROLA FREDIANI

Un ebook esplora la parte oscura della Rete: un mondo invisibile ai motori di ricerca, in cui si incontrano attivisti, dissidenti, utopisti della libertà digitale. Ma anche curiosi personaggi che vivono con molta fantasia e scarso rispetto delle leggi

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Il Deep Web è quella parte della Rete che risulta invisibile ai motori di ricerca. E tra le sue parti meno esplorate include il mondo delle darknet, reti costruite in modo da rendere anonimo sia chi ci naviga sia l’identità di chi gestisce siti lì ospitati. Le darknet sono uno dei pochi luoghi rimasti non facilmente controllabili dalle grandi aziende della Rete e dai governi. Per questo sono un rifugio per attivisti, dissidenti di vari Paesi, whistleblower alla Snowden, libertari e chiunque senta minacciata la propria libertà di espressione.

Ovviamente, in quanto luoghi liberi e non irreggimentati, includono anche attività illecite e cybercriminali (vedi la nostra precedente inchiesta). Entrambi questi aspetti sono affrontati nell’ebook “Deep Web. La Rete oltre Google. Personaggi, storie e luoghi dell’internet più profonda ”, di Carola Frediani, appena edito da Quintadicopertina. Uno dei primi ebook in Italia a essere acquistabile anche tramite Bitcoin, la moneta elettronica decentralizzata non soggetta all’autorità di banche o Paesi. Ed è il primo ad essere anche autoaggiornabile in una edizione particolare in ePub2 che permetterà di seguire le tappe successive del viaggio caricando automaticamente nuovi contenuti.
Di seguito pubblichiamo un estratto del libro:

Hacker, cracker e biscotti
di CAROLA FREDIANI
Colt invece non è un hacker o cracker che dir si voglia. Però frequenta assiduamente il Deep perché ha messo in piedi un suo negozio di droghe. Vediamo cosa offre leggendo le inserzioni che ha messo in un forum: innanzitutto, specifica, “Non accetto perditempo”. E nemmeno escrow, cioè depositi di garanzia, perché, date le grandi quantità, i soldi devono scorrere. Di che quantità stiamo parlando? Cocaina, pura al 90 per cento, dai 5 grammi (540 euro) a salire fino a 1 chilo (65mila euro); Mdma, dai 100 grammi (1450 euro) fino a 1 chilo (13500 euro); speed, dai 200 grammi (1200 euro) ai 5 chili (12mila euro); pillole da 100-140 mg, da 1200 (2100 euro) a 5mila (6900 euro).
Gli domando allibita del chilo di coca... Lui si mette a ridere. “Sì, stupisce sempre tutti”. Normalmente le richieste che riceve sono di quantità di gran lunga inferiori, spiega, tuttavia è in grado di scalare fino ai limiti massimi indicati. Gli chiedo se ha mai venduto tutta quella roba in una botta e risponde affermativamente, un ordine arrivato da un utente di un altro Paese. L’idea che qualcuno tratti online con una controparte del tutto anonima una simile entità di droga e di soldi mi lascia perplessa, ovviamente, però Colt – anche se non intende dirmi nulla sulla provenienza di queste sostanze - le vende veramente, conosco altri utenti che acquistano da lui. Del resto lui fa parte anche di un vero e proprio mercato nero, Black Market Reloaded, di cui avevo già accennato. Si tratta del principale concorrente di Silk Road, anche se non ha mai raggiunto quei livelli di popolarità.
Lì si trovano anche armi, e Colt infatti vende qualcosa pure in quel settore: pistole e carabine, fra i mille e tremila euro. Restiamo sul tema delle droghe e gli chiedo cosa tira di più. “Coca e Mdma in rocce e pillole sono quelle che vanno maggiormente”, mi dice. “Lo speed un po’ meno ed è anche la cosa meno costosa. Poi ovviamente quella che è più richiesta in assoluto è l’erba, è un mercato senza fine, lo sanno tutti”. Quella però lui non la commercia perché non abbastanza profittevole. Mi spiega che prima aveva un lavoro normale, ma che successivamente lo ha lasciato e ora campa così. “Non è che non voglia lavorare ma, sai, farsi un sacco di ore al giorno per un millino al mese... Prima avevo un lavoro, sì, ma di merda. Ora vivo contento”. Colt dice
di avere diversi contatti ma sulla sua vita offline preferisce non riferire quasi nulla. Al Deep è arrivato perché un giorno ha letto alcune cose al riguardo, e “siccome mi piace espandere i miei orizzonti me ne sono impratichito”.
Colt non ha solo un negozio su Black Market Reloaded, fa anche parte dello staff che lo gestisce. Prima è stato moderatore, a titolo volontario: aiutava gli utenti, rispondeva sul forum, sedava liti o dispute. Successivamente è diventato uno degli admin, anche se il fondatore o quanto meno il boss di questo mercato nero è abbastanza noto, anche col suo nick, e si chiama Backopy. La caduta di Silk Road non ha portato fortuna al suo competitor. Dopo la prima ondata di utenti che vi si sono rifugiati, sovraccaricandolo, sono iniziate una serie di vicissitudini. Un giorno ad esempio uno dei fornitori di un nuovo Vps , cioè di un server privato virtuale, su cui si appoggiava il sito, ha indebitamente curiosato nel codice di BMR e dopo aver trovato alcune vulnerabilità ne ha rilasciato dei pezzi su un forum tedesco. Come conseguenza Backopy ha deciso di mandare offline il sito per un periodo e di fare una revisione di tutta la sua sicurezza.
Incrocio Colt in chat una di quelle sere ed è decisamente seccato. “Il provider di Vps si è fottuto il codice sorgente del sito” mi dice “quindi abbiamo dovuto tirare giù il market in emergenza”. Altri utenti della chat gli fanno delle domande preoccupati, alcuni avevano dei negozi sopra o delle contrattazioni in corso.
“Stiamo già lavorando alla nuova versione di BMR, in un mese dovremmo tornare”, risponde lui. Anche in questo caso, come avvenuto con Silk Road, il forum sta a un altro indirizzo, quindi le comunicazioni fra gli avventori del mercato continuano lì. “Stiamo restituendo i soldi che erano rimasti nel bilancio, negli account personali, ai vari utenti”, spiega Colt. “Come faccio ad aspettare un mese?”, gli domanda un altro. “C’è Sheep Market [un altro bazar di droghe, nda] ma è sovraccarico e lentissimo, tra un po’ esplode per il numero di utenti”, replica Colt.
A lavorare su Black Market sono una manciata di admin e moderatori. Che comunque non erano contenti della caduta di Silk Road, “troppa attenzione mediatica”. In realtà BMR tornerà online dopo pochi giorni, proseguendo la sua attività in maniera ancora più frenetica. Salvo incorrere dopo un breve periodo di tempo in nuovi guai. Infatti il mercato viene pure rapinato da un hacker. Che lo viola e riesce a rubare dagli account dei clienti 280 Bitcoin: all’epoca equivalgono a circa 300mila euro. Backopy, il leader, annuncia di mettere mano ai propri fondi personali e di essere pronto a rimborsare tutti quelli interessati, tra il plauso generale.
La gente tira un sospiro di sollievo e il sito continua ad andare avanti ancora un po’ finché prima del Natale 2013 annuncia di chiudere per un periodo. La spiegazione ufficiale è che ci sarebbero troppi problemi tecnici, e quindi si preferisce attendere che i vari admin mettano finalmente a punto una versione del tutto rinnovata. Anche in questo caso gli utenti possono andare a ritirarsi i soldi. Insomma, non si tratta di una chiusura scam, truffaldina, come spesso avviene da queste parti.
Anzi, l’atteggiamento di BMR è simile a quello di un’azienda attenta a non deludere i propri stakeholder. Colt non appare preoccupato, anche se non vuole pronunciarsi sulla data di una possibile rinascita.
Sta di fatto che questo è il momento più basso per la vita dei bazar illegali del Deep. Silk Road è crollata, e la sua reincarnazione stenta a decollare. BMR, dopo una serie di problemi, è messa in stand-by. Mentre qualche mese prima un altro mercato del genere, Atlantis, che era stato lanciato prima dell’estate manco fosse una startup, con tanto di video di marketing postato su YouTube, aveva chiuso di colpo sparendo insieme ai soldi degli utenti.
In realtà chi vive di piccoli traffici non ha bisogno di grandi siti del genere: gli basta circolare su forum o chat dell’ambiente. The Baker ad esempio se la cava con poco: la domenica sera fa una bella infornata di biscotti fatti in casa, accuratamente aromatizzati alla marijuana, li impacchetta per bene con repellenti per cani, e li spedisce in tutta Europa. Venticinque euro per dieci pezzi. “Tutti ingredienti naturali, e sono anche anticulone garantiti”, assicura, facendomi vedere anche le foto. Sono rotondi, dorati, e punteggiati. “Farina, burro, poco zucchero e ottima erba, solo cimette selezionate... come li faceva la nonna di Bob Marley”.

La notte prima della battaglia

La Stampa


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Ricordate Waterloo? Oggi 199° anniversario del grande scontro fra Napoleone e gli alleati guidati da Wellington, a due passi da Bruxelles,  luogo simbolico, evento che deve sempre far riflettere. Giochi senza frontiere, guerra senza lacrime. Un pausa di distrazione e riflessione.  Waterloo. Luogo simbolico, evento che deve sempre far riflettere. Ci sono migliaia di persone che ogni anno viaggiano nel tempo e giocano alla guerra, impersonano il peggiore degli orrori. L’anno prossimo sarà la festa più grande, il rito che cerca di sostituirsi al dramma perché non si ripeta. Giochi senza frontiere, guerra senza lacrime. Ecco la loro storia. 

LA NOTTE PRIMA DELLA BATTAGLIA
Una crosta di fango si stacca dal mento del Tenente Lepoutre mentre ringhia contro le nuvole che volano via dopo l'acquazzone. «Ha smesso, che disdetta: domani non combatteremo nel fango», protesta l'ufficiale del 4° Ussari francesi, che in realtà si chiama Robert e fa l'informatico a Lione. E' seduto su uno sgabello che sprofonda nella paglia, davanti alla sua tenda bianca, nell'accampamento delle truppe imperiali. Manchuelle, la vivandiera del 4° fanteria leggera cucina una zuppa dal profumo acre in un vecchio paiolo. E' quasi buio, non piove più, il tempo ora pare clemente. Il giovane cavaliere arriccia il naso, voleva l'acqua come nella notte del 17 giugno 1815 quando i soldati francesi si preparavano a fronteggiare la colazione nemica sulla piana di Waterloo. «Se è asciutto è diverso - sospira -, sarà una battaglia a metà». 

E' tutto come allora, salvo il cielo, almeno finché tiene. Quasi due secoli dopo lo scontro che segnò la fine di Napoleone, sono tornati a migliaia nei campi valloni con uniformi, fucili e cannoni che paiono veri. «Lo sento come un omaggio ai tanti che sono caduti su queste zolle di terra» riflette l'ucraino Alexiei, giunto da Kiev coi compagni della Legione della Vistola. Cita Victor Hugo e ricorda che la fine di Bonaparte «è stata decisa da qualcosa di più grande di lui perché la sua opera era compiuta». Come tutti al bivacco offre da bere a chi passa, adesso è una striscia di lardo e vodka in un bicchierino di peltro. Il brindisi è d'obbligo: «Che questa non sia l'ultima volta». 

Nel pomeriggio s'è combattuto a Plancenoit, in un'inversione storica suggerita dall'esigenza di lasciare mezza domenica libera per il rientro. Fu lì, fra le quattro case del sonnolento villaggio belga, che i prussiani diedero il colpo di grazia all'Aquila imperiale. Sabato i francesi hanno attaccato l'artiglieria alleata, si sono trovati davanti il nerbo della coalizione, infine è sopraggiunto l'attesissimo Blucher coi prussiani, come da copione. Un massacro. 

I soldati del fine settimana sono stanchi, lucidano le armi, contano i feriti. C'è un inglese sofferente vestito da lanciere polacco. Si chiama George, avrà cinquant'anni, è dello Yorkshire. E' caduto da cavallo, ha una vistosa benda sulla fronte. «Sono furibondo - confessa -, ho mal di testa ed è finita la birra». Lo rincuora un altro lanciere Anthony, di Manchester. «Sto coi francesi perché ho uno spirito repubblicano - spiega - e mi sento europeo». Attende la notte. Prevede che sarà fredda, bagnata e rumorosa. E' alla sua quinta Waterloo. «Gli è vicino la moglie, delizioso figurino d'epoca. Pochi avevano la tende nel giugno 1815? Lei sorride e guarda il marito: «Ci manca solo che dormiamo nel fango». 

L'accampamento è tranquillo, qualche candela, fuochi di legna, voci sospese, vino e lager a volontà. C'è un belga, Marc, che vanta un trisavolo a Waterloo, quella vera. Era inglese, si è fermato in Belgio. «Amo l'avventura e il romanticismo dell'era napoleonica». Vivere come una volta «mette le cose al loro posto, ci ricorda che non sempre c'è l'acqua corrente, è una lezione di vita, siamo fortunati». Poco più in là sghignazza un gruppi di ragazzi cechi della Giovane Guardia. Il tasso etilico è elevato: «Abbiamo venti bottiglie di porto in sette». 

Gli italiani sono vicini all'ingresso, ricostituiscono tre reggimenti di fanteria di linea francesi, il 51°, il 59°, il 111°. Per Andrea, agente immobiliare di Loano, è «storia vivente». Mostra le scarpe ambidestre («Così alla bisogna te ne davano una sola come cambio») offerte in sole tre misure, coi piedi che si adattavano alla calzatura e non viceversa. «I nostri amici vorrebbero venire con noi, poi vedono i costi (3500 euro per un equipaggiamento completo) e ci ripensano. Siamo liguri, non lo dimentichi». I fanti sono genovesi, alessandrini, pavesi torinesi, tutti «cultori del bivacco». Bravissimi. Non un dettaglio fuori posto. 

Gli uomini di Wellington stazionano nel frutteto della fattoria di Hougoumont, la spina nel fianco sinistro di Bonaparte in quel fatale 18 giugno. Non si vede nulla, non c'è nemmeno la luna. Un piffero e un tamburo ripetono una marcia militare, poi passano a Yellow Submarine. Arrivano tre marinai della Royal Navy. Che ci fate qui? «Beh, si chiama Water..loo». Umorismo da mare dolce. 
Una cornamusa accompagna due ombre che sfiorano le tende, sagome familiari. Uno è Remo, il fante di marina trevigiano che ha difeso il Vespucci nella rievocazione di Trafalgar a Portsmouth nel 2005:

«La campagna continua, non ho ancora abbastanza soldi per rinunciare alla guerra e mettere su una taverna». Davanti a un fuoco, tre scozzesi del 42° Royal Highland, il "Black Watch". L'ultimo pensiero? «Haggis, nips e tatties» - stomaco di pecora, rape e patate. Sfilano due francesi della guardia imperiale e i soldati col kilt urlano "a domani, oi-rei-voir". «Ci vediamo, al solito moriremo tutti», replicano gli altri quando manca poco all'alba e si scambia la luce del lume per un poco di riposo nella lunga notte prima della battaglia. 

(Per onestà, questo è un vecchio pezzo, ma non come l'evento che ricorda..)

Boldrini: “Diremo agli immigrati: benvenuti in un posto sicuro”

La Stampa

francesca sforza

La Presidente della Camera: “Tutte le regioni italiane si facciano carico dell’accoglienza di migranti. L’emergenza è nei loro Paesi, non da noi”

ssetti
Fogli pieni di numeri e parole piene di passione, questa è Laura Boldrini, Presidente della Camera, quando parla del tema dell’immigrazione, alla vigilia del suo viaggio in Sicilia, venerdì, per la giornata mondiale del rifugiato. «Conosco le emergenze umanitarie da una vita, ho visto di persona, nelle aree più difficili del mondo, che significa scappare da un bombardamento e vivere in una tenda, cercare solo l’ombra, soffrire l’”habub”, le tempeste di sabbia che ti costringono a ripararti dove la temperatura arriva fino a cinquanta gradi. A Kassala, in Sudan, la sera si dormiva nelle bettole, un buco per terra come bagno, e prima di coricarsi bisognava fare una cortina di polvere intorno al letto per evitare che gli scarafaggi ti camminassero addosso». E poi l’Angola, l’Afghanistan, il Kosovo, la Macedonia, il Caucaso. «Gli unici che mi riuscivano a raggiungere in qualsiasi posto del mondo erano quelli di Radio Radicale», ricorda sorridendo. 

Presidente Boldrini, cosa dirà ai rifugiati che incontrerà fra due giorni in Sicilia in veste di rappresentante dello Stato italiano?
«A loro dirò: “Welcome, benvenuti in un posto sicuro, qui non vi succederà nulla, nessuno vi torturerà, nessuno vi ammazzerà, nessuno vi perseguiterà più”. E allo stesso tempo però aggiungerei: “Ora che siete qui, organizzatevi, non riposate sugli allori, perché bisogna essere realistici, l’Italia può fare molto, ma non può fare tutto”». 

Le nostre coste sono prese d’assalto, la Sicilia è in affanno. Anche secondo lei l’Europa non sta facendo abbastanza?
«Il senso della mia visita in Sicilia è proprio questo: rendere omaggio ai Corpi dello Stato che stanno lavorando in modo strenuo per salvare le persone e difendere principi sacrosanti del diritto internazionale. Ma vado anche a dare solidarietà a una regione che si sta prendendo il carico più grande dei flussi di richiedenti asilo. Le cifre parlano chiaro: in Sicilia sono ospitati il 33% dei migranti, in Veneto il 3%, in Lombardia il 7%. Il presidente Maroni quando era agli Interni, aveva lanciato il progetto di una equa ridistribuzione tra Regioni. Oggi che è presidente della Regione però sembra non pensarla più così. Prima di lamentarci con l’Europa pensiamo a come organizzarci meglio al nostro interno».

Parliamo di emergenza: dove va gestita? Qui nei centri di accoglienza, o nei Paesi in cui le fughe cominciano?
«Ecco, intanto intendiamoci sulla parola “emergenza”. Chi sono le persone che arrivano? Il Mediterraneo è passato da rotta di migranti economici a via dell’asilo: oggi la gran parte delle persone – soprattutto siriani, eritrei, somali - scappano dalla morte, e prima di arrivare qui si fermano in ben altre zone. Prendiamo la Siria: 2milioni e 800 persone sono scappate nei Paesi confinanti. Nel Libano, che ha 4 milioni di abitanti, i rifugiati siriani sono 1 milione. E’ come se in Italia ce ne fossero 14 milioni, e invece ce ne sono 65.000, di tutte le nazionalità. Non sono solo numeri: se si ha una quantità così enorme di persone in fuga, è ovvio che una piccola percentuale arriva anche in Europa. Sa quanti ne arrivano in tutti i Paesi europei messi insieme? Meno dell’1%. L’emergenza non è qui, è lì».

Anche tra gli stati dell’Unione Europea la distribuzione dei flussi non è equa, non trova?
«Prima di lamentarci di essere stati lasciati soli chiediamoci quante domande di asilo sono state fatte negli altri Paesi, perché in quel caso scopriremmo – e mi scusi se torno sui numeri, ma mi sembrano la risposta migliore – che la Germania ha ricevuto nel 2013 109.600 domande d’asilo, la Francia 60.000, la Svezia 54,200, l’Italia 27.800. Quante persone sono arrivate via mare quest’anno? 55.000, tante, ma non tantissime, se paragonate alle 800.000 che stanno in Giordania». 

Lei conosce i nostri centri. Le sembrano all’altezza di contenere questi numeri?
«Ci sono carenze nel nostro sistema, le stesse di sempre. La realtà è che gli arrivi via mare sono un dato strutturale, non possono essere gestiti come emergenze». 

Si spende poco per l’accoglienza o si spende male?
«Ci vuole una cabina di regia capace di far colloquiare tutti gli attori e un monitoraggio che impedisca quello che avvenne nel 2011, quando si spesero tantissimi soldi per l’accoglienza, ma furono spesi male, con le persone alloggiate nei ristoranti cinesi e nei bed and breakfast, senza i servizi e senza mediatori culturali. Bisogna controllare dove finiscono i soldi, che vengano usati come previsto dalla convenzione».

E un maggiore coordinamento europeo?
«Si, innanzitutto nei valori, nell’assunzione di responsabilità rispetto al salvataggio di vite umane. E poi bisogna pensare a rilanciare processi di pace, a isolare i dittatori e non farci affari, trattare, sanzionare chi non ottempera. E dare delle alternative alla fuga nel Mediterraneo».

In che modo?
«L’operazione “Mare nostrum”, che pure ha il grande merito di salvare le vite, da sola non basterà mai. Per ridurre il numero di persone che si affidano ai trafficanti e prendono il largo, bisogna prevedere nei paesi di transito sedi diplomatiche dell’Ue attrezzate per accogliere domande d’asilo e per trasferire legalmente le persone nei paesi di destinazione. Oppure applicare il programma del “re- insediamento” dell’Unhcr, un sistema di screening dei rifugiati da cui gli stati membri possono poi pescare delle quote. Queste sono proposte concrete, che spero siano prese in considerazione nel prossimo vertice Ue e nell’imminente semestre di Presidenza italiana».

Aiuto, un ladro mi ha rubato la mail!

La Stampa

letizia tortello

Un giorno ti svegli e scopri la tua corrispondenza non esiste più, mentre i tuoi amici ricevono strane richieste di aiuto. Così inizia la storia vera di un furto di identità digitale, che per fortuna si è concluso senza troppi danni


ssetti
In un attimo perdi tutto. Tutta la tua vita, contenuta a fatica in 16 giga byte. 

Tu non sai chi sono, e nemmeno perché hanno scelto proprio il tuo profilo virtuale, per la loro truffa online. Loro, invece, ti conoscono benissimo. Sanno tutto di te. Clonano la password della tua mail. Un giorno ti svegli, apri l’indirizzo di posta elettronica e scopri che la tua corrispondenza è stata cancellata. Perduta. Non c’è più nessun messaggio nella posta in arrivo, nè in posta inviata. 
Un hacker, anzi un “cracker”, un hacker cattivo, un delinquente, ha violato la tua privacy e conosce le chiavi della tua quotidianità. Tutte le password con cui proteggi i fatti tuoi sono in suo possesso, se ricollegabili alla tua mail. A quel punto, lui agisce indisturbato, scorrazza nella tua corrispondenza. La ruba, può decidere di eliminarla. Ti ha in pugno. È quel che è capitato a chi scrive. 

L’attacco
Il ladro prova a estorcere soldi ai contatti della rubrica. Con un messaggio standard avvisa i tuoi amici che sei all’estero e sei stato derubato. Si firma a tuo nome. Questa è la mail che i miei contatti hanno ricevuto:

“Spero ciò ti arrivi in tempo utile. Ho fatto un viaggio in Granada {Spagna} e durante il mio soggiorno i miei documenti sono stati rubati insieme al mio passaporto internazionale e la mia carta di credito che si trovava nella mia borsa. La mia banca ha bisogno di tempo per elaborare tutti i dati. necessito della somma di 1,000 € per coprire le spese. Puoi aiutarmi a spedire i soldi via MoneyGram? Fatemi sapere. Ti prometto di rimborsarti appena torno domani. Per favore fammi sapere se puoi farlo per me. Sono spiacente per ogni inconvenienza tale disguido possa crearti. Posso mandarti i dettagli su come trasferire la somma. Spero di ricevere a breve la tua risposta.
Un carissimo saluto!
Letizia”

La mia casella postale si svuota e il sito di Gmail viene tradotto in arabo (il pirata della mia identità si è appoggiato a un server straniero). Gelo nelle vene. Pizzicotti sulla faccia per provare che non è un sogno. “Non è possibile - pensi -. Dove sono finiti tutti i messaggi, dove la corrispondenza del lavoro, chi sta rovistando nella mia vita personale?”. Iniziano ad arrivare telefonate e messaggi, via sms o Whatsapp. Chiedono se sono a Granada e se mi hanno scippato. Gli amici mi avvisano che mi hanno clonato l’account. “Chi può credere a una simile truffa? Va bene l’affetto, ma chi può dare soldi in giro perché glieli chiede una finta Letizia, senza contattarmi?”, ti domandi. “E poi, una mail così sgrammaticata, mica ci faccio gran bella figura”. Di quei messaggi farlocchi, nello spam, ne avevo ricevuti a decine, ignara del guaio che stava passando il legittimo possessore dell’account Gmail, all’altro capo della rete. Ma stavolta il messaggio l’ho mandato io, sia pure senza saperlo: e inizia lo choc della dura realtà. Panico totale. 

Affrontare l’emergenza
Passaggio uno: apro Google Traduttore per tentare di riportare Gmail all’italiano (era in arabo) e cercare il “cambia password”. Tempo di farlo, ed è passata un’ora. Un’ora di panico e passione. “Perché proprio a me? Capisco al sito del Pentagono, ma dei fatti miei si stuferanno in fretta”. Infatti, sono i soldi che interessano al cracker. Dopo tentativi di ogni tipo, da computer, da tablet, da telefono, di riagguantare la mia corrispondenza violata, recupero il numero di un angelo custode. Uno di quei contatti che consideri preziosi, ma che non capisci bene che lavoro mitologico facciano: l’hacker buono. Il mio “Anonymous”, il mio Assange benefattore si chiama Marco Torello, titolare di una ditta, la Italeco, che si occupa di elettronica e sistemi di sicurezza. Gli spiego l’accaduto: la mia mail è vuota, ma il sito mi segnala 16 giga pieni di posta. “Sei stata fortunata. I messaggi devono essere stipati in qualche altra cartella, non li hanno cancellati”, mi rassicura. Ho due Cestini. Uno sotto e uno sopra. Cliccando su quello in fondo, le mail iniziano a ricaricarsi. Ci vogliono quasi 20 minuti. Il mio cuore torna a battere a un ritmo normale. Il sorriso s’abbozza sul viso.

Come ci sono riusciti?
“Ho le mail, forse le ho tutte”, urlo. Scopro che l’intruso aveva fatto “phishing” usando me per esca: aveva succhiato i miei contatti, sperando che qualche pollo abboccasse e mandasse 1000 euro via MoneyGram. E mi aveva pure attivato un’opzione per controllare le mail future, copiandole su un account clone. “Mi sarò protetta poco e male? La password era facile da rubare?”, mi chiedo con senso di colpa. “Il sistema che usano si chiama “bruteforce” - spiega l’amico hacker -. Tramite un programmino, il ladro prova in sequenza tutte le combinazioni possibili, per risalire alla password. Nel caso di un pin di 4 cifre, ad esempio, sulla carta hai 10 mila possibili combinazioni, le riduci a 100 se usi la data di nascita”. 

Cosa fare per tutelarsi
Il primo consiglio è usare password complicate e alfanumeriche, possibilmente con maiuscole e minuscole. Nel caso in cui venga clonata la mail, denunciare l’accaduto alla Polizia Postale. Nell’immediato, è bene scorrere tutte le cartelle di Gmail, sperando di trovare i messaggi spariti. “I professionisti del phishing si appoggiano a server stranieri, per rendersi irrintracciabili. Quello delle truffe on line è diventato un sistema molto facile per fare guadagno - continua Torello -. Si gioca sulla buona fede e l’ignoranza delle persone. Può capitare che qualcuno ci caschi e invii soldi”. Dopo la tempesta, ho girovagato un po’ per i forum sull’argomento. Ci sono utenti che non hanno mai più recuperato il loro account, altri che si sono ritrovati violati anche altri indirizzi mail o l’accesso a Facebook. Mi ritengo fortunata. Una cosa è certa: alla prossima vacanza a Granada terrò la borsa stretta, per paura che me la rubino. Ma intanto cambio tutte le password. 

Cellulare, gli italiani spendono 607 euro all’anno

La Stampa

Soprattutto per le tariffe ricaricabili, nonostante lo sviluppo degli abbonamenti. Lo dice l’indagine di Facile.it


ssetti
In Italia, ogni famiglia, escludendo il traffico effettuato con abbonamenti aziendali, spende in media 607 euro all’anno per l’uso dei cellulari. A fare i calcoli è stato Facile.it, comparatore leader del mercato italiano da poco attivo anche nel mercato della telefonia mobile. 

Secondo l’indagine, nonostante il grande sviluppo degli abbonamenti anche per il settore privato le ricaricabili continuano a rappresentare poco meno dell’80% del mercato. Chi consulta il sito perché vuole cambiare operatore è però più attratto dalle offerte di abbonamento: nel 37% dei casi cerca un contratto che includa anche l’ultimo modello di smartphone, ammortizzando su un periodo di 24 mesi un risparmio medio di 150 euro. Chi vuole cambiare operatore solitamente cerca la migliore tariffa non solo per sé, ma anche per gli altri componenti del suo nucleo familiare, ha una spesa annua più alta rispetto alla media nazionale (705 euro) e dichiara di passare al cellulare, per le sole chiamate in uscita, oltre 5 ore al mese. 

A cercare una migliore tariffa per il proprio cellulare sono in misura maggiore gli uomini (59%) e i residenti nel Nord Italia, mentre l’età media di chi vuole cambiare operatore è di 41 anni. Facile.it ha anche messo in evidenza come, nonostante la grande diffusione delle app di messaggistica gratuita, gli sms continuino ad essere utilizzati e, mediamente, se ne continuino a mandare 4 ogni giorno. Importante anche la navigazione da cellulare: chi cerca un nuovo operatore telefonico ha un consumo pari a 0,93 GB di dati al mese. Fra le curiosità: fra chi è alla ricerca di una tariffa migliore, oltre uno su tre possiede più di un telefono cellulare, il 17% ha anche un tablet e il 6% è attualmente legato alla tariffa proposta da un operatore virtuale come Poste Mobile o Fastweb Mobile.

(Adnkronos)