mercoledì 25 giugno 2014

E’ morto l’attore Eli Wallach, interpretò il ruolo del “brutto” di Sergio Leone

La Stampa

Pur non avendo mai ottenuto neppure una nomination, nel 2010 gli era stato consegnato un Oscar alla carriera.

a.it
È morto all’eta di 98 anni Eli Wallach, il prolifico attore americano che interpretò il brutto nell’indimenticabile spaghetti-western «Il buono, il brutto e il cattivo» di Sergio Leone del 1966. La notizia del decesso è stata confermata ai media Usa dalla figlia Katherine, dopo che le voci circolate su una pagina Facebook nel fine settimana erano state smentite.
Pur non avendo mai ottenuto neppure una nomination, nel 2010 gli era stato consegnato un Oscar alla carriera.In quell’occasione aveva detto: «Da attore ho interpretato un intero campionario di banditi, ladri, signori della guerra e molestatori». 

Nato a Brooklyn, a New York, nel dicembre 1915, e laureatosi all’Università del Texas, era stato tra i primi allievi dell’Actors’ Studio di Lee Strasberg. Nel 1945 aveva debuttato a Broadway imponendosi presto come un interprete teatrale, in particolare da protagonista in The Rose Tattoo, di Tennessee Williams. Nel cinema, Wallach aveva debuttato nel 1956 con il ruolo del cattivo che seduce una giovanissima Carrol Baker in «Baby Doll - La bambola viva» di Elia Kazan. Altri ruoli da cattivo sono stati quello dell crudele capo banda messicano de I magnifici sette (1960) e del rapinatore di treni in La conquista del West (1962), anche il suo eclettismo gli ha permesso anche di essere il tenero amante di Marilyn Monroe ne Gli spostati (1961) e un raffinato falsario in «Come rubare un milione di dollari e vivere felice«(1966).

Il successo internazionale arriva proprio con «Il buono, il brutto e il cattivo» in cui interpretava un bandito senza scrupoli e burlone con due sfavillanti denti d’oro. In seguito Wallach era tornato spesso a lavorare in Italia, un Paese che amava molto e di cui riesci’ a imparare anche la lingua. Nel 1948 aveva sposato l’attrice Anne Jackson, sua partner in molti spettacoli, che gli è rimasta sempre al fianco e gli ha dato tre figli.

Show sadomaso nella sala comunale

Marta Bravi - Mer, 25/06/2014 - 08:52

Per il Pride week, nella Casa dei diritti anche una performance di domazione e sottomissione


a.it
«Ieri sera eravamo qui...erotismo lesbico, shibari, e bdsm in sede istituzionale: done». Così scrive sulla pagina facebook Rita Pierantozzi a proposito della presentazione del libro Nude. Racconti erotici di Michela Pagarini. Il mondo che si cela dietro queste sigle e che è andato in scena domenica sera alla Casa dei Diritti del Comune racconta molto. Bdsm sta per bondage e disciplina, domazione e sottomissione, sadismo e masochismo. A conclusione del dibattito sull'erotismo lesbico una perfomance di bondage.

In una sede istituzionale appunto. La presentazione del libro è inserita in una serie di iniziative che Palazzo Marino ha organizzato in occasione del Gay pride, che si terrà sabato. Se il Comune nella home parla di «Protagonisti di pomeriggi e serate saranno, associazioni, scrittori e registi di diversa estrazione che nei propri libri e video hanno trattato il tema dei diritti civili e dell'orientamento sessuale da diversi punti di vista», la casa editrice presenta il libro così: «Trentuno istantanee di erotismo lesbico dove gli elementi tradizionali dell'eros incontrano gli assi portanti del BDSM, in un mix di contatti sessuati, collisioni di corpi, giochi di forza e di potere che non molto spazio lasciano alla suggestione sentimentale».

Che c'azzecca - viene da chiedersi - una performance del genere con il dibattito sui diritti e le discriminazioni sessuali e con la sede, appunto, la Casa dei diritti? Ma l'aspetto che lascia ancora più perplessi sono i doppi binari su cui si muove l'amministrazione: da un lato stigmatizza in ogni sede - fino a ottenerne la rimozione - la pubblicità di un succo che «sfrutta per fini commerciali il corpo delle donne offendendo la dignità delle persone», dall'altro ospita performance dove una donna si fa legare e appendere.

Ma la visione di una donna legata e appesa può forse essere offensiva e urtare la sensibilità tanto quanto, se non di più, la pubblicità incriminata. Il corpo della donne, in entrambe i casi, è oggetto. È rimasta turbata la consigliera di zona 7 NCD Irene Pasquinucci, che contesta anche la scelta della sede: «Come NCD Milano ci sembra decisamente poco decente ospitare alla Casa dei Diritti un evento del genere, e farne pubblicità nell'home page del sito del Comune. Un conto è difendere e sostenere i diritti delle persone, un altro rappresentare in un luogo istituzionale un evento sadomaso».

Tra gli altri eventi in programma nella palazzina di via De Amicis 10 la presentazione ieri sera di Diritti civili e orientamento sessuale. Un confronto tra gli Stati Uniti d'America, il libro scritto da Marilisa D'Amico, Matteo Winkler e Costanza Nardocci, mentre domani sarà la volta di Sorella Outsider - Scritti politici di Audre Lorde «testimonianza del pensiero di una femminista nera, madre, guerriera, lesbica, autrice militante che coi suoi scritti ha segnato un'epoca». La kermesse si chiude domenica con la proiezione del documentario Crisalidi cinque racconti di Vita di Trans di Federico Tinelli. «L'organizzazione di questi eventi in occasione della Pride Week - conclude il Comune - rientra a pieno titolo in una programmazione sempre molto ricca che intendiamo proseguire per tutto l'anno».

Giappone, cane salva un bimbo di cinque anni dall’attacco di un orso

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

Il ragazzo stava passeggiando con il bisnonno quando dalla foresta è spuntato l’animale che li ha aggrediti. Il quattrozampe è però riuscito a metterlo in fuga


 a.itMego è «solitamente calma e timida», ma quando si è trattato di salvare la vita del bimbo di casa si è trasformato. Questo esemplare femmina di Shiba Inu ha infatti difeso un bimbo di cinque anni dall’attacco di un orso. Il tutto è capitato nel distretto di Akita, in Giappone. 

Il bimbo e suo bisnonno stavano passeggiando lungo un fiume quando dalla foresta è spuntato un orso. La cagnolina di sei anni è però intervenuta in loro difesa iniziando ad abbaiare così come non aveva mai fatto prima. Una tale forza e determinazione da riuscire a mettere in fuga l’orso. 

«Mego è solitamente calma e timida. Siamo rimasti sorpresi dal vederla cacciare via un orso - ha detto il suo proprietario al quotidiano Hotchi -. Lei è sempre stata amica del bimbo e l’abbiamo premiata con carne e prelibatezze». Un intervento decisivo quello del quattrozampe: i vestiti del ragazzo erano strappati e sulla sua schiena c’erano i segni dei graffi dell’orso. Portato in ospedale, il bimbo è stato dimesso lo stesso giorno.

twitter@fulviocerutti

Faccia a faccia con Curcio "Ho un segreto per Indro..."

Gianni Moncini - Mer, 25/06/2014 - 09:56

L’inviato del "Giornale" resta solo con il capo delle Br appena catturato: "Lei lavora per Montanelli? Devo chiederle un favore"


a.it
Barbanera, capelli un po’ scomposti, infagottato in un maglione girocollo di lana grigia, sotto il quale sfilato dalla manica tiene il braccio sinistro ferito, Renato Curcio, ideologo e «cervello» delle Brigate rosse, è seduto sul divanetto a due posti di finta pelle marrone nell’ufficio del capitano Giovanni Digati del nucleo investigativo dei carabinieri di Milano.

Sono entrato (senza sapere che all’interno ci fosse Curcio, parola d’onore) con la sicurezza e la disinvoltura di chi ignora: uno dei sottufficiali (tutta gente che non conosco e mai vista prima, proveniente sicuramente dalle sezioni operative delle compagnie o delle tenenze cittadine), dopo essersi alzato per chiudere la porta dell’ufficio, che io per lo stupore e la sorpresa ho lasciato semiaperta, mi cede rispettosamente la sua sedia posta di fronte al prigioniero che appare calmo e distaccato. Di là nell'animata confusione del corridoio, chiamano a gran voce un capitano. «Forse stanno cercando lei», mi dice uno dei sottufficiali incaricati di sorvegliare Curcio. Rispondo quietamente e sfrontatamente di lasciare che chiamino e aggiungo di non essere colui che cercano. Del resto, è la verità, sia pure in completa. Sono un giornalista - inizio subito rivolgendomi a Curcio - sono entrato senza sapere che lei fosse in questa stanza».

C’era un brigadiere che lei aveva ferito, disteso sul pavimento del pianerottolo, non si sapeva ancora se il sottufficiale fosse vivo o morto; gli altri non avevano potuto soccorrerlo perché lei continuava a sparare e avvicinarsi per trascinarlo al riparo significava essere falciati dalle raffiche. Non ha propriopensato, quando è uscito indietreggiando e con le braccia alzate che qualcuno dei colleghi del ferito potesse sparare?
«Mi creda, non ci ho pensato. Non avevo paura di morire, se è questo che vuole chiedere e sapere. Ero cosciente di una cosa sola: che mi stavo arrendendo ai carabinieri e che i carabinieri mi avevano preso. Tra le molte scelte che fa uno che decide di fare il rivoluzionario guerrigliero c’è anche quella di accettare la morte, che può arrivare in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza».

E ora che cosa pensa?
«Che tra non molto sarò in carcere e che in carcere ricomincerò a studiare:finalmente ne avrò il tempo».

E della vostra organizzazione, delle Brigate rosse, che cosa può dirmi? Quanti siete?
«Non lo so, dico la verità».

Non lo sa o non vuole rivelarlo?
«No, non è che non voglia rivelarlo. So soltanto che siamo in molti. Tanti che non potete nemmeno immaginare: di ogni categoria, di ogni ceto ed estrazione e posizione sociale. Siamo cresciuti subito e continuiamo a crescere: ora specialmente più rapidamente di prima. Ma nessuno di noi può dire numericamente quanti siamo. Prima di arrivare alla guerra di trincea nemmeno i vietcong sapevano in quanti erano.Noi altrettanto. I rivoluzionari, del resto, come ben saprà, riescono a contarsi soltanto a rivoluzione vinta e finita».

Curcio si sofferma unattimo. Poi chiede: «Lei è giornalista. Di quale giornale?». Del «Giornale nuovo».
«Cioè quello di Montanelli».

Esatto, quello diretto da Indro Montanelli. «Può farmi un favore?».

Volentieri, purché sia una cosa possibile. Alzandosi faticosamente, Renato Curcio mi si avvicina quasi a parlarmi in un orecchio e mormora velocemente una frase. «Il favore che le chiedo - soggiunge poi a voce alta - è quello di dirglielo in privato».

Sconcertato e stupito più di quanto sia rimasto 45 minuti fa, quando con la disinvolta sicurezza di chi sbaglia sono entrato nella stanza «proibita», lo guardo interrogativamente. «Ha capito benissimo -mi dice ancora Curcio - ho detto esattamente quello che ha sentito. Glielo dica in privato: se lo pubblica sul Giornale smentisco. Nessuno, oltre lei e me, ha udito, non ci sono testimoni». È l’una e quindici minuti del 19 gennaio. Nella stanza arrivano improvvisamente, come era del resto da attendersi, visitatori importanti e autorizzati; il colonnello Cetola, il tenente colonnello Arciola, il maggiore Cucchetti, i capitani Digati, Ficherae Chiarello. Curcio sta per essere trasferito a San Vittore. Mi eclisso alla chetichella. Vado via pensando alla faccia che farà Montanelli quando gli riferirò in privato ciò che Curcio mi ha detto.

20gennaio 1975

Nella reggia della Gandhi: "Io sono nata per lottare"

Mario Cervi - Mer, 25/06/2014 - 09:53

È dispotica, vendicativa, affascinante. E non si arrende mai: "Mi vogliono fare a pezzi, ma il popolo ha bisogno di me"


a.it
Indira, da persecutrice diventata a sua volta vittima, è stata espulsa dal Parlamento per oltraggio a una Corte di giustizia e in Parlamento non è potuta più ritornare: cosicché il presidente del partito del Congresso - ossia Indira stessa -non è più deputato. Essa ha anche sperimentato, sia pure per pochissimi giorni, la reclusione che aveva inflitto agli avversari. Ora sta riprendendo quota. Varie elezioni parziali, soprattutto nel sud dell’India, attestano la rimonta del suo partito. Facendo leva sulle masse più povere e sulla intelligencija, la signora Gandhi riacquista popolarità e spera di riconquistare il potere.

Questo è il personaggio controverso e a suo modo affascinante che ho intervistato a Nuova Delhi. Colei che fu definita un’imperatrice senza corona abita in una villa a un piano, nel cui giardino sono state installati una tenda e una baracca per sistemarvi impiegati, guardie, il centralino telefonico, una saletta d’attesa. L’appuntamento era per le tre del pomeriggio. Alle tre in punto la Gandhi, avvolta in un sari rosa, si è affacciata sulla porta per farmi entrare in un salottino spoglio, le cui pareti avevano, come unico ornamento, un quadro del pittore messicano, a me sconosciuto, Rafael Navarro, raffigurante un ragazzo che suona una specie di ocarina. Indira Gandhi mi è parsa più snella, curata, riposata di quando l’avevo incontrata e intervistata alcuni anni or sono. È entrata subito in argomento.

«La situazione in India è molto cattiva perché il governo non governa e ha una sola preoccupazione: quella di perseguitare me, la mia famiglia, il mio partito. Ma non governa anche perché i componenti del partito Janata non fanno altro che litigare fra di loro. Andando per la strada lei constaterà le condizioni della legge e dell’ordine che sono pessime. La produzione scende, i coltivatori sono insoddisfatti, i sindacati sono ostili a Desaj, domina un sentimento di insicurezza. Benché il governo impegni nelle elezioni parziali tutta la macchina del potere, abbiamo avuto grandi successi».

Quali sono allora le prospettive, secondo lei? - l’ho interrotta.
«Il mio partito vincerà le prossime elezioni. Non so se allora avrà una posizione ufficiale. Si tenta di impedirmi a tutti i costi di tornare in Parlamento. Ma continuerò la lotta politica perché il popolo ha bisogno del mio contributo. Non voglio dire di aver sofferto molto fisicamente per le angherie che mi sono state inflitte. Ma tanta gente del mio partito è stata perseguitata e picchiata. Si è voluto veramente farlo a pezzi»
.
Ma lei - obietto - non crede di aver sbagliato in nessuna delle sue decisioni? Non crede che l’emergenza sia stata una deviazione dalla democrazia?
«Non rinnego niente. Possono essere stati commessi errori a livello di funzionari edi esecutori, ne vengono commessi anche adesso. Ma quello che ho fatto era necessario. Lelimitazioni alla stampa? Non era una stampa libera: era dominata dai grandi interessi. Se il partito del Congresso riprenderà le redini, la sua linea di base e i suoi programmi saranno gli stessi».

Desaj - domando - aveva accennato a un riavvicinamento alla Cina o almeno a una normalizzazione con la Cina dopo che durante il suo governo i rapporti erano stati pessimi.Qual è il parere che lei ha adesso?
«Noi dobbiamo avere buone relazioni con tutti i Paesi compresa la Cina ma sempre difendendo gli interessinazionali. La Cina ha una politica espansionistica. Non possiamo non tenerne conto».

L’India- insisto - si è sempre dichiarata non allineata anche per bocca sua: ma a lei è stato rimproverato un costante atteggiamento anti-americano e filo-russo.
«Sono menzogne della propaganda soprattutto degli Stati Uniti. Io ero equidistante. Ma se chiedo agli Stati Uniti che mi impiantino una fabbrica e ricevo un rifiuto e poi l’Unione Sovietica si offre di aiutarmi, io accetto l’aiuto da chi me lo dà».

Che cosa pensa della situazione in Iran?
«Nonhoinformazioni sufficienti. Mi sembra comunque che Khomeini, che era apparso in un primo tempo estremista e fanatico, si dimostri ora più moderato».
Il colloquio con l’imperatrice detronizzata ma indomita è finito: prendono il mio posto nel salottino due notabili pingui e seri.

22 febbraio 1979

Viaggio tra i disperati in fuga da Saigon

Egisto Corradi - Mer, 25/06/2014 - 09:40

La guerra è all’epilogo: colonne silenziose di profughi cercano un rifugio che non c’è. Il calvario di vecchi e bambini: "Per noi è la fine"


a.it
Abbiamo impiegato più di due ore di automobile e camminato per oltre un’ora a piedi per giungere qui, a settanta chilometri da Saigon e a una decina dalla città di Xuan Loc, che stamane era il punto più minacciato dell’intero perimetro difensivo di Saigon. Nel corso della nostra seconda ora in automobile e dell’altra di camminata a piedi, abbiamo sempre marciato in senso contrario a una interminabile colonna di profughi proveniente dalla zona di An Loce dalla città stessa. Ora, sotto il sole a picco di mezzogiorno - un collega argentino, ed il sottoscritto- sediamo sul bordo della risaia che lambisce la diritta strada asfaltata che conduce ad An Loc, in attesa di intraprendere la via del ritorno. I profughi passano lenti, senza fretta, taluno saluta.

Qualcuno in bicicletta, qualcun altro in motorino. Altri stipati a grappoli su ciclomotori a tre ruote, altri ancora aggrappati su moto coltivatrici o su pesanti carri con le ruote di legno pieno, tiratida lenti buoi. Mai più vengono avanti a piedi, con i cesti delle bilancelle che reggono sulle spalle occupati da bambini, pentole, teiere di latta, sacchetti di riso, misere cose. Sopra un colle boscoso che si alza a due o tre chilometri dalla strada, esplodono ogni tanto colpi d’artiglieria. Impossibile dire se si tratti di colpi nordvietnamiti o sudvietnamiti: non un profugo si gira a guardare. È difficile imbattersi in qualcuno che sappia dire qualcosa in francese o in inglese. Più difficile ancora rendersi conto della situazione in atto a Xuan Loc, che ieri un’agenzia americana aveva dato per caduta in mani nord vietnamite.

Tutti dicono che vorrebbero recarsi a Saigon, ma è difficile se non taglieranno per le risaie che riescano a superare i sei sbarramenti di filo spinato e cavalli di frisia che la polizia ha posto a partire da una cinquantina di chilometri dalla capitale in poi. Un vecchio solo, cui offriamo da fumare, tira fuori un documento di venticinque anni fa: «tal dei tali» - c’è scritto in francese - caporale del 25º reggimento di fanteria coloniale». L’uomo riesce a farci capire che la città, caduta ieri mattina in mani comuniste dopo un infernale fuoco d’artiglieria seguito da un attacco di carri, è stata ripresa inserata dai governativi. La colonna che ci sfila dinanzi si assottiglia, si ingrossa, torna ad assottigliarsi, a tratti occupa tutta la larghezza della strada: è un fiume che scorre lento, guardando verso Xuan Loc sulla quale si è alzata una colonna di fumo. Non se ne vede la fine.

Ora si sentono lontano rombi di cannone e sulla destra quattro elicotteri volano alti fra le nubi. Sulla via del ritorno fino all’ultimo sbarramento oltre il quale il nostro autista si è rifiutato di proseguire, marciamo tra i profughi. C’è una ragazzina di una dozzina di anni, sola, chespinge una sgangherata bicicletta con le ruote senza gomme. C’è una madre con due bambini piccolissimi in un cesto della bilancella, un bambino un po’ più grande nell’altra e tre altri più grandicelli, che le camminano vicino, legati in vita da una fune, come in cordata. È da poco passata la mezza. Alla periferia di Saigon, ragazzi e ragazze escono dalle scuole con le cartelle sotto il braccio, ordinatissimi, tutti in uniforme. Ridono e scherzano.

Strana città, Saigon. È la città in cui, anche in questi giorni, alle 8 del mattino si incomincia la fila per il cinema. L’emozione per le bombe cadute sul palazzo del presidente Thieu è durata un giorno solo, non di più. Verso il tramonto, mentre mi accingo a portare al telex la presente cronaca, da una radiolina che trasmette il notiziario americano, sento la voce di una annunciatrice: «Formazioni di carri armati nord vietnamiti hanno rotto le difese sud vietnamite lungo la strada da Tay Ninh a Saigon a quaranta - cinque chilometri dalla capitale». Chissà se sarà vero. Stasera nelle strade del centro c’è perfino gente che hal’aria di trovarsi in giro solo per passeggiare, per una boccata d’aria un po’ meno calda. Ma ora ricordo la frase con la quale, tristemente, l’autista si era congedato: «Xuan Loc, finita, Danang anche, Vietnam finito».

13 aprile 1975