mercoledì 2 luglio 2014

Proprietà Esselunga, ha ragione Caprotti, le azioni sono sue »

Corriere della sera

di Sergio Bocconi

La Corte d’Appello rigetta il ricorso dei figli Violetta e Giuseppe


a.it
Il patron dell’Esselunga Bernardo Caprotti si aggiudica un punto importante nel lungo contenzioso con i figli Giuseppe e Violetta. La Corte d’Appello di Milano ha confermato con una sentenza di 45 pagine le conclusioni del lodo arbitrale sulla proprietà delle azioni del gruppo, favorevoli al padre e impugnate dai figli.
«Intestazione puramente fiduciaria»
La prima sezione civile della Corte d’Appello presieduta da Ersilio Secchi (con Rosella Boiti, relatore, e Francesca Fiecconi) ha ritenuto di particolare rilevanza il contenuto delle scritture private del 1966 tra Bernardo Caprotti e i figli, dalle quali è ritenuto si ricavi che le azioni erano state intestate a Giuseppe e Violetta in via meramente fiduciaria con il diritto del padre di rientrare nella piene proprietà con una semplice comunicazione alla società fiduciaria.

Per effetto di quelle scritture private dal 1996 al 2011 la proprietà della holding che controlla Esselunga, formalmente intestata a Unione fiduciaria, era attribuita in usufrutto al padre e ai figli in proprietà. Un assetto che in teoria avrebbe dovuto garantire la direzione imprenditoriale al capostipite e predeterminare le condizioni per una successione senza ostacoli. Bernardo Caprotti però nel 2011 ha chiuso il contratto fiduciario e ha ripreso il pieno controllo delle azioni di Supermarkets Italiani. Poteva farlo? Secondo i figli no. «Vedremo cosa diranno i giudici», aveva dichiarato Violetta al Corriere della Sera nel gennaio di quest’anno, in attesa appunto della sentenza della Corte d’Appello, Depositata ieri dopo che i giudici hanno deciso il 5 marzo.
«Il denaro per l’aumento di capitale era fornito dal padre»
La Corte ha ripreso quanto già osservato dal collegio arbitrale, composto da Pietro Trimarchi (presidente), Natalino Irti e Ugo Carnevali, che con il lodo deliberato nel luglio 2012 aveva dichiarato la piena ed esclusiva proprietà di Bernardo Caprotti delle azioni Supermarkets Italiani e la validità, efficacia e legittimità delle istruzioni date a Unione fiduciaria dal patron nel 2011 volte a ottenere la girata in proprio favore dei titoli. In particolare la Corte ha richiamato testualmente il verdetto arbitrale relativamente al fatto che «il principio pacta sunt servanda, invocato da Bernardo Caprotti, esprime un principio di diritto ma anche un fondamentale principio di giustizia sostanziale, né sussistono nel presente caso particolarità che facciano apparire equo derogarvi».

Viene poi sottolineato che «le azioni derivanti dagli aumenti di capitale erano state sottoscritte da Giuseppe e Violetta con denaro fornito dal padre attraverso donazioni la cui natura simulata (simulazione relativa), già espressamente concordata nelle scritture del 1996, non è mai stata messa in discussione nel corso del procedimento arbitrale, pertanto i figli sotto questo aspetto non hanno subito alcun sacrificio patrimoniale tale da giustificare una appropriazione delle azioni già oggetto dei mandati fiduciari».

Sempre riprendendo il lodo, con le scritture del 1996 «Giuseppe e Violetta hanno attribuito al padre la più ampia e discrezionale facoltà, esercitabile in qualsiasi momento e anche senza preavviso, di intestare a sé medesimo o di cedere a terzi le azioni. I figli perciò non potevano considerare i titoli come ormai definitivamente acquisiti al loro patrimonio, e non possono ora sostenere di essere stati inopinatamente spossessati delle azioni».
«A 88 anni dovrei lasciare? Vedremo»
È difficile immaginare che la partita si chiuda qui. Però dalla sentenza il capostipite esce rafforzato nella «presa» sui titoli. Ieri, a Prato, l’imprenditore di 88 anni, commentando il passo indietro del concorrente «storico» Turiddo Campanini, che ha lasciato la guida di Unicoop Firenze, ha detto: «Non ho capito perché lo ha fatto, è giovane ed energico...del resto potrebbe capitare anche qua», riferendosi al nuovo superstore Esselunga aperto ieri, «dovrei lasciare anche io, vedremo».

2 luglio 2014 | 07:01

Ora il cervello non ha più segreti con la nuova risonanza magnetica

La Stampa

daniele banfi


La tecnologia è frutto della fusione di due tecniche esistenti. MEG-MRI fornisce immagini dettagliate e informazioni sul funzionamento dell’organo


a.it
3 luglio 1977: una data che a molti non dirà nulla. Eppure, per la medicina, si tratta di uno di quei giorni da segnare sul calendario. 37 anni fa veniva eseguita, per la prima volta al mondo, una risonanza magnetica integrale. Un rivoluzionario modo di esplorare il corpo umano in tutta la sua complessità. Una tecnica che oggi si evolve e, grazie alla combinazione con la magnetoencefalografia (MEG), permetterà ai medici di ottenere immagini e informazioni sulle funzioni cerebrali ancor più dettagliate. E’ questo il caso di MEG-MRI, un progetto finanziato dall’Unione Europea che per l’Italia ha visto il coinvolgimento di Giacomo Rizzolatti, neuroscienziato di fama mondiale.

Difficoltà ad integrare le informazioni
Gli strumenti che oggi la medicina mette a disposizione per indagare il funzionamento del cervello sono essenzialmente due: risonanza magnetica per immagini (MRI) e magnetoencefalografia. La prima, in grado di fornire immagini dettagliate dell’organo, nel corso dei decenni ha assunto sempre più importanza come dimostra l’assegnazione del premio Nobel 2003 agli scienziati che per primi intuirono come sfruttare il campo magnetico a fini diagnostici. La MEG invece fornisce dati su come comunicano tra loro i neuroni. Informazioni, quelle provenienti dalle due tecniche, che per essere interpretate correttamente in chiave diagnostica devono essere necessariamente integrate. Un’integrazione che, oltre a costare tempo e soldi, non sempre può avvenire in maniera precisa.

Due esami in uno
Come spiega Risto Ilmoniemi -professore di ingegneria biomedica presso la Aalto University (Finlandia), coordinatore della ricerca- «L’obiettivo del nostro progetto 
è stato quello di sviluppare una tecnologia capace di fornirci, in un’unica soluzione, sia le informazioni della MRI sia della MEG». E’ così nata MEG-MRI, la fusione delle due tecnologie. Il progetto, iniziato nel 2008, ha portato alla realizzazione di un apparato diagnostico simile ad un casco da bicicletta capace -a differenza della classica risonanza magnetica- di rilevare, attraverso oltre 70 sensori, segnali elettromagnetici molto deboli.

I vantaggi della MEG-MRI
Ed è proprio quest’ultimo punto il grande vantaggio della MEG-MRI. Ad oggi uno dei principali limiti della risonanza magnetica è l’utilizzo di campi magnetici di elevata intensità. Un problema soprattutto per i portatori di pacemaker e le donne incinta. MEG-MRI, sfruttando campi a bassa intensità, può essere tranquillamente utilizzata anche in questi soggetti. Ma le novità non finiscono qui: «A beneficiare della tecnologia –continua l’esperto- saranno soprattutto le persone che soffrono di epilessia. Attraverso la sola MRI è difficile individuare i picchi di attività elettrica. Con la nuova tecnica invece sarà possibile conoscere esattamente dove e in che modo si originano le crisi. Non solo, l’approccio rivoluzionerà anche la chirurgia dei tumori cerebrali poiché, con MEG-MRI, sarà possibile individuare quelle parti del cervello, come l’area motoria o del linguaggio, da risparmiare durante l’operazione».

Il futuro
I dati delle prime analisi effettuate con MEG-MRI lasciano ben sperare. «Ad oggi stiamo lavorando al miglioramento dei sensori e del software di interpretazione dei risultati. Il primo prototipo sarà disponibile nel giro di 4-5 anni» conclude Ilmoniemi. Un approccio, che secondo gli addetti ai lavori, potrebbe rivoluzionare il campo delle neuroscienze.

@danielebanfi83

Vent’anni fa moriva Andres Escobar ucciso per colpa di un autogol

La Stampa

giulia zonca


Nel 1994 venne “giustiziato” per gli errori commessi ai Mondiali statunitensi



a.it
Come mescolare l’euforia al ricordo. Oggi per la Colombia non è una giornata facile. La squadra si prepara ad affrontare il Brasile nei quarti di finale, il Paese piange El Caballero del Futbol, il gentiluomo del pallone Andres Escobar morto 20 anni fa.

La Colombia dei balli in campo e quella del narcotraffico si incrociano in una data che lega il presente vivace a un passato insopportabile: il 2 luglio 1994 Escobar entra in un locale di Medellin e viene ucciso. No, viene giustiziato da 12 colpi di pistola e 12 urli: «Gol». A ogni sparo il movente, il gol deviato nella propria porta ai mondiali americani: la Colombia di Valderrama e Asprilla eliminata nella fase a gironi con due sconfitte consecutive. Un disastro. In patria reagiscono male da subito, sfasciano, rompono, protestano, si ubriacano. Incidenti e violenze senza controllo perché sono gli anni del narcotraffico, il cartello della droga comanda e le regole seguono vite da gangster.

Ma nessuno avrebbe mai pensato a un’esecuzione. L’assassino si chiama Humberto Munoz Castro è stato condannato a 43 anni di carcere ma nel 2005 è uscito per buona condotta. Ha sempre sostenuto di non essere un sicario, il suo era un “raptus di delusione”. Però tutti pensano che dietro l’omicidio ci fosse il signore della droga, l’altro Escobar, il cattivo. Pablo Escobar e Andres Escobar non hanno nessuna parentela ma il mondo li unisce in quel disperato 2 luglio che oggi torna. L’ennesimo fantasma di questo Mondiale. Uno spirito triste ed educato inciampato sulla palla sbagliata, in un periodo disgraziato.

La Colombia ricorda, la Colombia balla e non sa come vivere le due emozioni contemporaneamente. Oggi si strugge, niente musica, ma quei passi pronti per la danza sul Brasile saranno anche un omaggio. Una dedica al Caballero, protagonista della Colombia degli eccessi ma spirito della Colombia che oggi incanta e trascina.

Gatti feriti con una pistola, il giudice: “Non risarcibili, cure troppo care”

La Stampa


Nel 2008 un vicino di casa aveva usato un’arma a piombini contro le micie
 a.it
Due donne, madre e figlia, chiedevano oltre 10mila euro di risarcimento danni per cure veterinarie a carico di un loro vicino di casa che nel 2008 aveva preso una pistola a piombini e aveva sparato alle loro due gatte, Tilli, che era rimasta gravemente ferita, e Zaira che dopo una serie di interventi era morta. Il Tribunale civile di Milano, però, ha deciso di condannare l’uomo a versare solo 4mila euro di danni patrimoniali per le spese veterinarie perché, in sostanza, non si possono paragonare le lesioni agli esseri umani a quelle degli animali e possono essere risarciti solo gli «esborsi per cure veterinarie» limitati.

Per il giudice della decima sezione civile Damiano Spera, infatti, per le persone «esigenze umanitarie ed affettive ed i valori costituzionali» escludono «in radice, che l’ordinamento possa consentire uno spazio di irrisarcibilità delle cure mediche prestate a seguito di lesione del bene salute». I principi enucleati, però, si legge nella sentenza, «non possono trovare applicazione per quanto attiene alle cure veterinarie, atteso che il nostro ordinamento, tutelando la salute dell’ animale non come `bene in sé´ ma come “funzionale” a garantirne la relazione con l’uomo, certamente non consente la valutazione della lesione di questi interessi (ed infatti, non è ipotizzabile la autonoma considerazione della “lesione del bene salute del gatto”)».

Per questo, alle due donne il giudice ha riconosciuto 2 mila euro a testa di danni morali per il «rapporto interattivo tra proprietario ed animale» che è stato interrotto e che era «idoneo ad appagare esigenze relazionali-affettive certamente meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento giuridico». Il risarcimento delle spese veterinarie, invece, è stato quantificato in 4mila euro, equivalente al danno morale, e non in quei 10mila euro che le due donne hanno speso per curare le gatte.

(Fonte: Ansa)

Viaggio tra i commercianti «Perché noi sì e gli altri no?»

Corriere della sera

di FABIO SAVELLI

Il problema degli artigiani e un dispositivo per ogni dipendente: «Ho un’azienda di caldaie, i miei addetti lavorano come consulenti esterni. Come faccio?»

 

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«No Pos, no bancomat». Occhi a mandorla, sorriso automatico, italiano stentato. La commessa del negozio «Jinxing trading» di via Bramante, in piena Chinatown milanese, ammette che il dispositivo adibito ai pagamenti elettronici per ora è un emerito sconosciuto. Qualche centinaio di metri più in là, Corso Garibaldi, l’eleganza del quartiere Brera, il titolare di Rossignoli Moto, storico marchio di accessori sportivi, rileva che l’obbligo operativo da lunedì, è realtà da anni. «Qui c’è una clientela a maggioranza straniera e non avere il Pos significa privarsi di più della metà dei ricavi».

Il titolare di «L’Amour», parrucchieri uomo-donna, qualche metro più avanti, concorda ma ammette: «Ogni tanto è necessario rinegoziare il contratto con la banca e se si decide di cambiare istituto di credito diventa inevitabile modificare anche il dispositivo che si ha a noleggio. E la penale è spesso salata». A ben vedere qualche problema in più potrebbe averlo l’artigiano. Rileva Mario raggiunto al telefono, partita Iva, imprenditore nel settore delle caldaie, 14 dipendenti. Sul banco degli imputati perché possibile evasore: «I miei addetti lavorano a domicilio. Montano e smontano caldaie nelle case dei nostri clienti. Devo avere 14 Pos, 14 connessioni, 14 contratti con le banche, 14 commissioni?».
Il decreto delle Finanze
Per capire il ginepraio che si è appena creato conviene partire da due date che la logica avrebbe dovuto far coincidere: 30 giugno e 29 luglio. Ieri: l’obbligo imposto ai commercianti, professionisti, artigiani (sostanzialmente le partite Iva di tipo autonomo) di doversi dotare del Pos (Point of sale), il dispositivo elettronico che consente di accettare pagamenti con carte di credito/debito per importi superiori ai 30 euro. Tra un mese (29 luglio) diventerà invece operativo un decreto emanato dal ministero delle Finanze che prescrive una serie di condizioni utili a rendere più competitivo — applicando anche uno sconto agli esercenti per le transazioni di piccola entità — il sistema degli intermediari finanziari, cioé i circuiti di pagamento Pagobancomat, Visa, Mastercard, American Express e le banche emittenti di carte di credito e di debito. Nell’attesa questo slittamento temporale produce un vero salasso per chi non si è ancora adoperato nell’installazione delle macchinette e sarà incentivato a non mettersi in regola data l’assenza di sanzioni.
Il regolamento Ue
Dice Ernesto Ghidinelli, responsabile settore credito di Confcommercio, che è in gestazione a Strasburgo un regolamento che impone dei tetti alle commissioni interbancarie (cioé il rapporto che intercorre tra l’intermediario finanziario e la banca emittente delle carte), responsabili — dice — «del 70% circa del costo a valle della filiera». Aggiunge Cesare Fumagalli, segretario di Confartigianato, che «avere un maggior numero di terminali servirà a poco se continueranno a fare in media meno di mille operazioni all’anno contro le quasi 5 mila della Germania». Che ha la metà dei Pos installati in Italia. E meno evasione. Sorpresi?

fabiosavelli
1 luglio 2014 | 12:04

Aveva ucciso la moglie a calci Da anni ne percepisce la pensione

La Stampa

Beatrice Ballerini


Il fratello di Beatrice Ballerini, madre di due figli, massacrata a calci dal marito nel 2012, lancia un appello on line e scrive al premier Renzi. “Fermate questo paradosso. L’assassino di mia sorella prende il 60 per cento dei suoi soldi”

a.it

«Vi sembra giusto che un assassino percepisca la pensione della donna che ha ucciso, ex moglie e madre dei suoi due bambini?».
 
È questa la domanda che ha portato Lorenzo Ballerini, fratello di Beatrice, bancaria a Prato e strangolata dall’ex marito Massimo Parlanti nel 2012, a lanciare una petizione on line per chiedere che la legge sia modificata per impedire quello che Ballerini definisce un «paradosso». 

La petizione, promossa su change.org, è indirizzata al premier Matteo Renzi e nei giorni scorsi aveva già superato le 50 mila adesioni, tra cui quella del vicepresidente del Senato Valeria Fedeli. «Massimo Parlanti - racconta Ballerini - reo confesso è stato condannato con rito abbreviato a 18 anni di carcere per aver assassinato mia sorella. Probabilmente ne farà meno di 10 e ha fatto ricorso: vuole uscire ancora prima».

Per quanto riguarda la legge, Ballerini spiega: «Dall’Inps ho appreso che mentre i bambini di mia sorella, che noi stiamo accudendo, prendono il 40 per cento della pensione, a lui, l’omicida, spetta l’altro 60 per cento e ne avrà diritto a vita». Per Ballerini si tratta di una vera beffa. «Questo accade perché non c’è un meccanismo automatico che prevede la dichiarazione di `indegnità a succedere´ per l’assassino del coniuge: gli spetta l’eredità della vittima». Il giudice che ha emesso la sentenza non ha dichiarato Parlanti `indegno a succedere´ e quindi la pensione è automaticamente garantita

Hong Kong non si arrende Proteste di massa anti-Cina “Non siamo più una colonia”

La Stampa

ilaria maria sala

L’isola chiede democrazia. Pechino: decidiamo noi


a.it
Sono passati diciassette anni da quando Hong Kong è tornata alla Cina, dopo essere stata colonia britannica per un secolo e mezzo. Era un esperimento senza precedenti, ben più carico di incognite e difficoltà di quanto Margaret Thatcher e Deng Xiaoping avessero voluto ammettere nel 1984, all’epoca degli accordi che stabilivano che Hong Kong sarebbe stata «riconsegnata» alla Cina nel 1997. Né Londra né Pechino chiesero agli hongkonghesi cosa ne pensassero, e ora, i cittadini di Hong Kong gridano con manifestazioni, referendum simbolici e disobbedienza civile che quello che vogliono è democrazia e suffragio universale. E non diventare una «colonia cinese».

Ieri, l’isola di Hong Kong è stata attraversata da un’imponente manifestazione, incurante del calore tropicale e dei temporali monsonici che si sono abbattuti sulle centinaia di migliaia di persone scese in strada a chiedere che venissero rispettati i patti: dare a Hong Kong il diritto di eleggere i suoi rappresentanti, come era stato loro promesso nel 1997, anno del passaggio di sovranità. 
In strada un carnevale di maschere satiriche che prendevano in giro i leader di Hong Kong e di Pechino, slogan e bandiere, famiglie con i bambini, nonni che hanno atteso per ore che la polizia li lasciasse manifestare, e anche tutti quei gruppi che in Cina non hanno diritto di esistere, ma che qui possono ancora mostrarsi alla luce del giorno.

C’era Falun Gong, il gruppo spirituale fuorilegge a Pechino, gli indipendentisti tibetani e taiwanesi e universitari che sventolavano la vecchia bandiera coloniale, convinti che Hong Kong stesse meglio con gli inglesi. Joshua Wong, coordinatore del gruppo Scholarism, incitava tutti a «preservare Hong Kong e le nostre libertà», promettendo sit-in di protesta. Kay Leung, studentessa di 19 anni, sfilava «per il suffragio universale e contro il Libro Bianco». Già, il Libro Bianco: Pechino, presa alla sprovvista dall’attivismo politico di Hong Kong, due settimane fa ha pubblicato un documento che ha solo infiammato gli animi. Dice che «l’autonomia di Hong Kong dura solo fin quando Pechino la concede», in barba agli accordi con Londra. E che la magistratura non è indipendente, ma deve essere «patriottica».

Così 800.000 persone hanno preso parte ad un referendum simbolico, organizzato da Occupy Central, per chiedere un autentico suffragio universale. Pechino infatti vorrebbe che, se suffragio universale deve essere, almeno i candidati siano scelti solo fra fedelissimi. Hong Kong, testarda, chiede la nomina popolare dei candidati: ed ecco il referendum simbolico, contro il quale tanti pesi massimi del Partito Comunista hanno lanciato strali, bollandolo come «illegale e nullo». L’élite di Hong Kong si ritrova sempre più sotto pressione: poco popolare, non sa come obbedire a Pechino. Ecco dunque che chi manifesta per Pechino riceve in regalo pacchi di riso, e che tutti, dalle aziende estere alle Girl Guides (le Boy Scout femminili) si ritrovano sotto un’enorme pressione affinché facciano dichiarazioni pubbliche contro i «radicali» che chiedono democrazia.

Anche la Camera di Commercio italiana ha firmato una lettera contro Occupy Central: vittima di pressioni, dicono fonti che vogliono restare anonime. Intanto, cyber attacchi bloccano ogni giorno i siti pro-democrazia, e molti attivisti subiscono intimidazioni. Hong Kong e Pechino sono in rotta di collisione; due culture politiche profondamente diverse, e la piccola Hong Kong che sfida la grande Cina, chiedendo quello che dalla Primavera di Tiananmen, 25 anni fa, in pochissimi osano chiedere nella Cina continentale: democrazia. 

A nove anni raccoglie fondi per i cani abbandonati al posto dei regali di compleanno

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

Ethan ha deciso di disegnare magliette da vendere sul web: ha già raccolto oltre 5mila dollari e salvato venti quattrozampe dall’eutanasia


a.it
Quando la madre Lisa Katz ha chiesto a suo figlio che cosa avrebbe voluto per il suo compleanno, la risposta del piccolo Ethan è stata davvero straordinaria per un bambino che si stava apprestando a spegnere nove candeline: nessun regalo, ma disegnare magliette da vendere per raccogliere fondi a favore degli animali abbandonati e salvarli dalle strutture dove praticano l’eutanasia.

Desiderio esaudito a tutti gli effetti: grazie alla sua idea Ethan è riuscito, entro la data del suo compleanno (29 maggio) a raccogliere 2640,39 dollari, denaro che ha permesso di salvare dieci cani. 
“Ethan è un amante appassionato dei cani, lo è sempre stato”, ha detto la madre Lisa, soprattutto da quando la sua famiglia, che abita a Stevensville (Maryland, Usa), ha deciso di adottare due cani: un golden retriever di nome Fly e una mini golden retriever di nome Brooklyn (soprannominata Lady), che è stata presa in affido da cucciolo dal Foster City Dogs Rescue, un’organizzazione no-profit che salva i cani da rifugi sovraffollati o che praticano l’eutanasia e cerca per loro una famiglia.


La famiglia si è innamorata di “Brookie” mentre era con loro in affido e dopo pochi mesi ha deciso di adottarla. Ed è proprio l’ultimo arrivato in famiglia a dare l’idea al piccolo Ethan: «L’ho fatto per i miei due cani, per il rifugio - spiega in un video il bambino - e perché amo i cani e volevo salvarne uno o due». Grazie al sito Booster, il bambino ha creato delle magliette messe poi in vendita online a 20 dollari ciascuna. All’inizio pensava di venderne circa 75, ma poi l’iniziativa ha avuto successo e ha raggiunto quota 345: a un mese di distanza l’importo raccolto ha già raggiunto l’importo di oltre mila 6350 dollari salvando così la vita a oltre 30 cani. Ora Ethan ha alzato il suo obiettivo a 500 t-shirt e, secondo quanto riportato dal sito, ha ancora 26 giorni per riuscirci.

twitter@fulviocerutti

Ecco le nuove banconote da 10 euro in circolazione tra meno di tre mesi

Il Mattino

a.it
Cambia l'Europa, cambia l'euro. Prosegue la produzione della nuova serie di banconote che progressivamente sostituiranno quelle attualmente in circolazione. Dopo i 5 euro, è il turno della banconota da 10 della serie Europa, che presenta nuovi metodi anti-contraffazione ed una maggiore consistenza della carta. La prima novità è il numero 10 in basso a sinistra, che non sarà più ma un verde smeraldo che, muovendo la banconota, assumerà tonalità più tendenti al blu.

Nella filigrana e nell'ologramma dei nuovi 10 euro, così come già avvenuto con la banconota da 5, ci sarà l'immagine di Europa, figura mitologica rappresentata in un vaso di oltre 2000 anni fa, rinvenuto in Italia e custodito al Louvre. L'acronimo della Banca Centrale Europea, sul lato sinistro, sarà invece in nove lingue, contro le attuali cinque.

Scelta per la propaganda nazista: la bimba che beffò Hitler

Il Mattino

a.it
Una sua fotografia da neonata era stata usata, nel 1935, per la propaganda nazista. Ma quella che avrebbe dovuto essere la perfetta «bambina ariana» era in realtà un'ebrea. Ha dell'incredibile la storia dell'ottantenne Hessy Taft, il cui volto d'infante, fotografato per un concorso elogiato dallo stesso ministro della Propaganda Joseph Goebbels, era stato scelto per rappresentare la bellezza della razza su una rivista per famiglie ''Sole in casa''. «Oggi posso riderne - racconta alla Bild-online -, ma se i nazisti allora avessero scoperto chi sono davvero, non sarei qui viva a raccontarlo».

Tutto è nato proprio dall'iniziativa di un fotografo audace, che all'insaputa dei genitori di Hessy aveva mandato l'immagine della piccola a un concorso. «Volevo ridicolizzare i nazisti», avrebbe confessato il fotografo secondo quanto ha poi raccontato la madre dell'ottantenne, che oggi vive negli Usa. La verità allora non fu mai scoperta. Ancora quando il padre di Hessy veniva arrestato dalle SS, nel 1938, i tedeschi ''ariani'' si spedivano cartoline con il volto della bambina ebrea per tutta la Germania, racconta il tabloid.

martedì 1 luglio 2014 - 18:05   Ultimo agg.: 18:12

Un paziente pesa 300 chili, il Cardarelli di Napoli lancia un appello: «Cerchiamo un ospedale che lo accolga»

Il Messaggero

di Marisa La Penna


a.it
Trecento chili. Grammo più grammo meno. Una massa abnorme di carne dalla quale spunta un volto che rivela grande sofferenza. È il corpo di un giovane uomo di trentadue anni, adagiato su una barella speciale dell’osservazione breve del Cardarelli. È lì da otto giorni. Lo hanno portato i vigili del fuoco, con un mezzo altrettanto «speciale» perchè in un’ambulanza quel corpo enorme non poteva entrare.

I medici del nuovo reparto del Cardarelli, diretto dalla dottoressa Fiorella Palladino, si sono dati subito da fare per risolvere il problema che aveva richiesto il soccorso in ospedale: una forma acuta di colicistite.Tant’è che nel giro di poche ore il paziente aveva smesso di soffrire. Ma nonostante sia guarito dalla patologia che ne ha richiesto il soccorso, l’uomo non è ancora nelle condizioni di poter ritornare a casa. Ha bisogno di un ricovero in una struttura adatta alle sue condizioni di «grande obeso».

Pertanto dal Cardarelli è partito l’sos verso gli ospedali specializzati che possano prendersi cura dell’uomo. In particolare il policlinico federiciano che ha un reparto destinato proprio ai cosiddetti «grandi obesi». Ma la notizia paradossale è arrivata via mail. «Dalla struttura universitaria - spiegano dalla direzione del Cardarelli - ci è stato risposto che non possono ricoverare il paziente perchè i letti del reparto per obesi puossono sopportare un peso massimo di 190 chilogrammi. E che già da tempo è stato chiesto l’acquisto di letti speciali che possano sopportare un peso maggiore ma che al momento non sono ancora arrivati».

Ed allora il trentenne napoletano sarà costretto ancora per chissà quanto tempo ancora ad essere impropriamente ospitato in un reparto che precluderà il ricovero di altre persone in emergenza. Una beffa considerando quanta carenza di posti letto in strutture specializzate per l’emergenza ci siano in questa fase della sanità campana.


Mercoledì 02 Luglio 2014 - 19:53

Una app per scoprire la Milano «gay friendly»: comunità divisa

Corriere della sera

L’applicazione, ideata da quattro startupper, si potrà scaricare dal sito del Comune. Ma dal mondo Lgbt arrivano anche critiche: «Iniziativa ipocrita e calata dall’alto»


a.it
La Milano «gay friendly» in una app: a lanciare la nuova «mappa» telematica il Comune. «Milano gay life» — questo il nome dell’applicazione — consentirà agli utenti di navigare la città su tablet e smartphone: una mini guida digitale con informazioni su eventi, sconti in esercizi commerciali convenzionati, locali notturni, palestre e centri estetici aperti alla comunità Lgbt. L’obiettivo è quello di «far conoscere anche in vista di Expo 2015 una città accogliente e lontana da ogni discriminazione» con un’iniziativa già presente in metropoli come New York, Parigi e Berlino. È possibile scaricare la app attraverso il sito internet www.turismo.milano.it. «Si tratta di un passo piccolo ma significativo che dimostra la volontà della città di essere una realtà priva di ogni discriminazione — ha sottolineato l’assessore al Turismo Franco D’Alfonso —, grazie a questa app vogliamo dare la possibilità a tutti di scoprire al meglio l’offerta di Milano in un’ottica gay friendly».

La app «Milano Gay Life»
 
La app «Milano Gay Life»
 
La app «Milano Gay Life»
 
La app «Milano Gay Life»
 
La app «Milano Gay Life»
Per Expo
L’app è stata creata da quattro giovani startupper: Gabriele Pravettoni Farinelli, Nicolas Nemni, Diletta Andreozzi e Filippo Hasbani, dalla formazione differente, dall’Economia alla Finanza dell’Università Bocconi passando per le Scienze di Comunicazione e Pubbliche Relazioni dello IULM. L’App, per iOS e Android, è disponibile in italiano e in inglese ed è sviluppata in collaborazione con Yolo Apps Srl. «Milano Gay Life — ha aggiunto la consigliera comunale Rosaria Iardino, membro della commissione Expo — darà anche il benvenuto alle persone omosessuali che vorranno visitarci, soprattutto in occasione di Expo 2015». Il Milano Pride ha già usato l’app per promuovere gli eventi della settimana scorsa.
Le critiche
Ma la novità tecnologica non è piaciuta a tutti gli interessati. «È un’operazione ipocrita: serve solo a promuovere Milano come città per il turismo gay», ha commentato Marco Albertini della rivista «Pride», che ha lamentato anche il mancato coinvolgimento della comunità commerciale gay nella creazione dell’app. Un’app «calata dall’alto» per Cristian Trivellato del club «Depot», che «taglia fuori molte realtà già presenti sul territorio». Per 60 giorni sarà possibile segnalare eventuali aggiunte o modifiche ai contenuti dell’applicazione. «Il problema è che è una iniziativa con cui si fa pubblicità solo ad alcuni locali, che non sono state coinvolte tutte le associazioni e che non ne è stata informata nemmeno la commissione Pari opportunità, che non ha potuto partecipare», ha detto il presidente della commissione Pari Opportunità di palazzo Marino Anita Sonego.
2 luglio 2014 | 15:58