giovedì 3 luglio 2014

Russia, arriva il «Putinphone»: il cellulare da 3.200 euro in oro

Corriere della sera

di Francesco Tortora

Il telefonino è placcato d’oro 18 carati e sul retro ha il volto di Putin scolpito. Secondo i media russi ha fruttato all’azienda sei milioni di rubli (più o meno 128.000 euro)


a.it
Potrebbe diventare uno dei gadget più amati dai milionari russi perché coniuga uno sfrenato lusso a una totale devozione verso Vladimir Putin. Caviar-Perla Penna, oreficeria di origine vicentina che continua a impiegare solo gioiellieri italiani nonostante abbia trasferito il suo quartier generale in Russia, ha lanciato sul mercato dell’ex Unione Sovietica «Supremo Putin», serie limitata di iPhone 5s con il retro placcato in oro 18 carati sul quale è riprodotta l’immagine del capo di Stato russo. Il «Caviar iPhone 5S Supremo Putin», già ribattezzato dalla stampa locale «Putinphone», costa 147.000 rubli (circa 3.200 euro) ed è definito dall’azienda produttrice come «la migliore espressione del patriottismo russo».

Russia, arriva il «Putinphone»: cellulare d’oro con il volto del leader Russia, arriva il «Putinphone»: cellulare d’oro con il volto del leader
Russia, arriva il «Putinphone»: cellulare d’oro con il volto del leader
Russia, arriva il «Putinphone»: cellulare d’oro con il volto del leader 
Russia, arriva il «Putinphone»: cellulare d’oro con il volto del leader
Leader generazionale
Come si legge sul sito della società il lavoro per sviluppare il «Putinphone» è certosino: «Ogni iPhone prima viene smontato, poi dorato e messo nella camera PVD per l’applicazione di uno strato di oro dello spessore di 10 micron». Nella parte posteriore del telefonino oltre al volto di Putin è stampato lo stemma russo dell’aquila bicipite e le prime due righe dell’inno nazionale: «È giunto il momento di sentirsi orgogliosi e di prendere una posizione chiara senza inutili chiacchiere - si legge in un comunicato della società che ha lo scopo di promuovere il prodotto - La persona più potente del mondo secondo le riviste Forbes e Time è diventata il simbolo della nuova generazione, leader della volontà e del decisionismo».
Precedenti
Il «Putinphone» non è il primo telefonino in oro prodotto dalla società di origine italiana. Da quando nel 2011 Perla Penna ha lanciato la serie limitata sono già stati montati diversi iPhone in oro, tra cui quelli dedicati a Leonardo Da Vinci, Muhammad Ali e Steve Jobs: «Dopo il montaggio definitivo i telefonini passano una verifica accurata - si legge sul sito della gioielleria - Tutto viene sottoposto alla prova: qualità di collegamento, elementi minuscoli, doratura, cesellatura. Se viene individuata anche una piccola non corrispondenza allo standard, il campione viene rifatto».

2 luglio 2014 | 17:11

Elemosina, scippi, minacce: così le zingare in stazione s'intascano 6mila euro al mese

Sergio Rame - Mer, 02/07/2014 - 18:35

Bande di rom tengono sotto scacco la stazione Termini. Gli edicolanti: "Mettono in fuga i turisti". Perché nessuno interviene?


Elemosina, scippi, minacce. Il "lavoro" delle ragazzine rom alla stazione Termini di Roma è piuttosto redditizio.

a.it
A fine giornata, dopo aver infastidito e spaventato centinaia di turisti, portano a casa tra i 150 e i 200 euro. Il ché a fine mese fa uno stipendio di tutto rispetto, circa seimila euro. A fare i conti in tasca alle nomadi è il Tempo con un'inchiesta che mette a nudo una piaga romana, ma che è anche comune alla gran parte delle stazioni ferroviarie d'Italia.  

"Puntano il turista disorientato, lo scortano fino alla biglietteria o all’edicola, si fanno consegnare i soldi per il pagamento e poi pretendono la mancia, altrimenti scattano le minacce - scrive Erica Dellapasqua - l’elemosina diventa estorsione alla stazione Termini di Roma, dove il traffico di arrivi e partenze è gestito da tre bande che si dividono (e si litigano) la clientela guadagnando con la cresta su biglietti o altri acquisti".

È un vero e proprio stalking. Le rom, quasi tutte minorenni, prendono di mira le biglietterie self service. È qui che la maggior parte dei turisti si ferma per comprare i biglietti. "Arriviamo a scambiare 150, 200 euro al giorno ciascuna", spiega una edicolante. Si dividono in bande: c'è chi sta nel mezzanino della metropolitana, chi si piazza davanti alle scale mobili che portano ai binari, chi appunto ha il monopolio delle macchinette fai-da-te. È quest'ultimo gruppo, circa una trentina, che riesce a portare a casa la maggior parte dei soldi. C'è chi, per esempio, "aiuta" gli stranieri a cambiare i soldi e ne requisisce una parte. Chi, invece, si limitare a dare istruzioni nell'uso delle biglietterie. E, per questo, pretendono una elemosina. Se qualcuno osa rifiutarsi, ecco apparire immediatamente un rom di qualche anno più grande. Si passa alle minacce. E il turista - immancabilmente - sgancia i soldi.

L’assedio è martellante, gli incassi molto alti. "Cambiano soldi in continuazione, fanno tra i 150 e i 200 euro al giorno, per trenta quanto fa? (6.000 euro, ndr) - spiega l'edicolante al Tempo - ci fanno scappare via i clienti, la settimana scorsa alcuni turisti stavano guardando le guide e se ne sono andati perché infastiditi, siamo lasciati a noi stessi, è possibile che tutti, Comune, Polfer, Trenitalia, Grandi Stazioni, facciano finta di niente?".

Quell'italiana già sapeva della morte dei ragazzi rapiti"

Luca Fazzo - Gio, 03/07/2014 - 09:47

Dopo il sequestro mette on line una foto choc: lei che davanti a un forno fa  un gesto con tre dita. Poche ore prima del ritrovamento: "Ora via le dita"


«Samantha Comizzoli sapeva, sapeva dove stavano, sapeva che li avrebbero ritrovati». È questa l'accusa che circola sul web contro una giovane donna di Ravenna.

302-0
Al centro, c'è la vicenda dei tre ragazzi israeliani rapiti mentre facevano autostop, assassinati e ritrovati tre giorni fa in condizioni pietose. Ma c'è anche il mondo composito e radicale degli italiani schierati «senza se e senza ma» con la resistenza palestinese in tutte le sue forme più estreme, compresa Hamas e anche oltre Hamas. Di questa galassia, Samantha Comizzoli fa parte, per sua stessa ammissione e rivendicazione. Ha numerosi fan, e anche numerosi contestatori. Adesso le piove addosso una accusa che trascende la radicalità delle scelte politiche. Quella di avere prima irriso ai tre ragazzi rapiti, e preannunciato poi la loro morte prima ancora che i corpi venissero ritrovati. Accuse che la Comizzoli respinge. Ma intanto il caso della ragazza romagnola agita i social network, rimbalzando tra il fronte dei solidali (a distanza di sicurezza) dell'Intifada e gli amici a tutti i costi di Israele.

La fotografia che dà il via alle polemiche viene postata dalla Comizzoli nel corso del sequestro di Eyal, Gilad e Naftari. C'è lei, che fa il segno «tre» con le dita davanti a un forno acceso. É il forno di una pizzeria. Ma non è difficile immaginare quali terribili allusioni vengano colte dietro quella location. Così sull'attivista ravennate iniziano a piovere accuse. Lei, la Comizzoli, con una intervista al sito ravennaedintorni.it smentisce le interpretazioni malevole: «stavamo facendo il pane», spiega. «E quel gesto con le mani non si riferiva affatto ai tre ragazzi israeliani, ma è un simbolo di resistenza». Neanche il tempo di fare l'intervista, ed il putiferio riparte: colpa di un altro post della Comizzoli, «domani mi sa che mi faccio fare una foto senza dita». Una battuta fuori misura, o il preannuncio del ritrovamento dei corpi? Poche ore dopo, i cadaveri dei tre ragazzi riaffiorano.

E così riparte la bufera, che investe insieme alla Comizzoli un po' l'intera galassia dei militanti filopalestinesi che sui blog raccontano il dramma di Gaza dalla parte delle presunte vittime. Uno schieramento acceso e risoluto. Lei, Samantha, da tempo pendolare tra la Romagna e Nablus, già di recente si era ritrovata al centro delle critiche: quando aveva pubblicato la foto raggelante di un bambino palestinese morto, spiegando che si trattava di una vittima dei bombardamenti israeliani. Poi si era scoperto che il piccolo non era stato ucciso dai missili con la stella di David ma da un razzo palestinese, partito da Gaza e finito per errore sulle case degli arabi. Ma secondo Samantha non cambia niente: è Israele, lo Stato «nazista», a portare per intero le responsabilità del conflitto, e quindi anche le vittime accidentali vanno messe sul conto del governo di Gerusalemme. Una interpretazione che raccoglie critiche, ma anche entusiasti clic «mi piace».

Ma lei chi è? Diplomata al Dams di Bologna, candidata sindaco di Ravenna nel 2011 per la lista civica antimafia «Punto a capo» (voti totali 618, pari all'1 per cento) nell'intervista racconta di essere scesa in Palestina per girare un film come attivista dell'International Solidarity Movement, e di avere deciso di non andarsene più: e ammette che i suoi post sono «assolutamente sopra le righe, super sopra, visto quello che fanno loro (gli israeliani, ndr). Se posso vado tre volte sopra le righe, io guardo negli occhi una mamma alla quale hanno ammazzato il figlio e non riesco a dirle nulla, solo a piangere, quello che posso dire lo dico poi divulgando la notizia e cerco così di canalizzare la rabbia». Ribadisce di non avere voluto rivendicare il rapimento dei tre ragazzi, ma esclude che il delitto sia opera della resistenza palestinese. E annuncia querele, attraverso lo stesso avvocato della famiglia di Abu Omar, il terrorista egiziano rapito dalla Cia a Milano nel 2003.

Finiti i braccialetti elettronici Scatta il «numero chiuso»

Corriere della sera

di Luigi Ferrarella

Nel contratto solo 2.000. Nuova gara non prima del 2015. Il capo della Polizia: «Non sarà possibile esaudire nuove richieste»

 
Come funziona il braccialetto elettronico

Che begli annunci, che magnifiche sorti e progressive: «In prospettiva è auspicabile un uso più esteso dei “braccialetti elettronici”» per il controllo a distanza dei detenuti ammessi agli arresti domiciliari, raccomanda il 24 giugno ai magistrati una circolare del Ministero della Giustizia. Del resto il 17 dicembre 2013 il comunicato stampa del governo Renzi celebrava questa «sicura garanzia in ordine al mantenimento di adeguati standard di controllo istituzionale sui detenuti».

Peccato che braccialetti elettronici non ce ne siano più: erano solo 2.000 quelli disponibili nel contratto Telecom, sono tutti finiti, e procurarne altri non sarà possibile per almeno un anno. Sta scritto in una lettera del 19 giugno del capo della Polizia, che la medesima circolare del 24 giugno del gabinetto del Ministro della Giustizia allega e «prega di comunicare agli uffici giudiziari in attesa che il Ministero dell’Interno giunga a una nuova Convenzione che amplii la disponibilità dei “braccialetti elettronici”».

D’ora in avanti o si fa come in alcune sedi, dove le carceri stanno già cominciando a comunicare ai giudici che «l’applicazione del braccialetto elettronico è momentaneamente sospesa per raggiungimento della soglia contrattuale minima», e dove dunque le persone poste ai domiciliari dai giudici non saranno più monitorate elettronicamente, ma solo (come prima) dagli estemporanei controlli delle oberate forze dell’ordine. Oppure ci si attrezza pazientemente per il “riciclo”, invece che dei regali di Natale, dei braccialetti a “numero chiuso”: cioè si aspetta che una persona finisca gli arresti domiciliari con il “braccialetto”, e si corre a prenotarlo (uno degli sempre stessi 2.000) per dirottarlo subito su altri in attesa.

Non è un gran periodo per la logistica della giustizia: ieri al Csm il consigliere Auriemma ha segnalato «il blocco del sistema informatico che nel Tribunale civile di Roma ha impedito del tutto i depositi degli atti da parte di giudici e avvocati e l’intera attività di cancelleria». Ma questa dei braccialetti è l’ultima peculiare puntata della telenovela legislativa-economica su quella che in realtà è una cavigliera idrorepellente, impermeabile, resistente a 70 gradi di temperatura e a 40 chili di forza di strappo.

Già aveva divorato oltre 80 milioni di euro dall’infelice esordio nel 2001, tanto da produrre poi sino al dicembre 2013 (quando in utilizzo ve n’erano solo 55 in 8 uffici giudiziari) «una reiterata spesa antieconomica e inefficace», per dirla con le parole della Corte dei Conti ben meno icastiche della colorita sintesi in Commissione Giustizia nel 2011 del vicecapo della polizia Cirillo: «Se fossimo andati da Bulgari, avremmo speso meno». Ma il 17 dicembre 2013 il governo Renzi dei ministri Alfano (Interni) e Orlando (Giustizia), come una delle valvole di sfogo per l’intollerabile sovraffollamento carcerario, punta di nuovo su questo strumento regolato da un discusso e travagliato contratto con Telecom da 11 milioni l’anno.

Al 19 giugno, quando scrive il capo della Polizia, erano già «attivi 1.600 dispositivi, con una previsione di saturazione del plafond di 2.000 unità entro giugno». È successo: i braccialetti sono finiti, e «non sarà più possibile» - scrive Pansa - esaudire le ulteriori richieste, «se non attraverso il recupero degli apparati non più utilizzati». Infatti «l’ipotesi di ampliare il numero dei dispositivi previsti in Convenzione non appare percorribile» perché questo contratto, bersagliato dai ricorsi, «è stato dichiarato inefficace dal Consiglio di Stato, che ne ha prorogato la validità fino al 31 dicembre 2014». E rifare l’appalto? Il ministero dell’Interno promette di aver «già avviato le iniziative volte alla definizione di un Capitolato tecnico da porre a base di una gara per il nuovo servizio di braccialetto elettronico, ma i tempi necessari allo svolgimento della procedura non consentiranno l’attivazione del servizio prima di marzo-aprile del prossimo anno» 2015.

3 luglio 2014 | 07:36

I registi italiani? Fanno i comunisti, ma hanno case dappertutto"

Luisa De Montis - Mer, 02/07/2014 - 12:51

Gérard Depardieu risponde a Scola: "Io evasore? Sai che me ne frega dei soldi"


I registi italiani? "Tutti comunisti", ma con "case dappertutto". A dirlo è Gérard Depardieu che in un'intervista al Corriere risponde alle accuse di Ettore Scola che nei giorni scorsi lo ho definito un evasore fiscale.

a.it
Qualche tempo fa, infatti, l'attore francese, in polemica con l'Erario, ha preso la cittadinanza russa: "Non sono andato a Mosca per evadere le tasse ma perché Putin mi ha dato un passaporto e perché mi piace la letteratura russa", racconta ora, "Non è una questione di soldi, io vengo dalla terra, sono nato povero, sai che me ne frega dei soldi. Amo più di tutto l'Italia (dove si mangia bene ovunque e non c'è bisogno di andare nei grandi ristoranti, bastano le trattorie), e la Russia, dove non conosco nessuno, specialmente i giornalisti. In Francia dicono che Putin è un dittatore. Io dico che cerca solo di fare il meglio per il suo Paese. Intanto in Francia hanno ucciso i piccoli agricoltori, quanto alla cultura ad Avignone protestano... Non ci sono più festival in Francia, solo bagarre. Bisogna viverci in un Paese prima di criticarlo, hanno sbagliato indirizzo, che andassero nella Corea del Nord".

E a Ettore Scola replica: "Abbiamo un progetto per un film, una bellissima storia di cui non voglio parlare. Prima Scola non voleva farlo perché lo produceva Berlusconi e ora non so. Non credo che troveranno i soldi. Amo Ettore Scola anche se mi ha criticato. Io non sono né di sinistra né di destra, glielo dissi tanto tempo fa a Bertolucci, voi registi italiani siete tutti comunisti, però avete case dappertutto. Mi rispose che in Russia è pieno di Mercedes. Io sono un essere vivente, mi piace la vita. Sono un cittadino del mondo, in Russia sono un viaggiatore e basta".

Aldrovandi, sequestrati beni e stipendio agli agenti

La Stampa

Dopo quasi nove anni lo Stato chiede i danni per comportamento colpevole: ciascuno dei quattro dovrà risarcire 467mila euro

a.it
Processati, condannati e incarcerati per la morte di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni morto nella colluttazione avuta con loro all’alba del 25 settembre 2005. E oggi, dopo quasi nove anni, ai 4 agenti (Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri) lo Stato chiede i danni per comportamento colpevole, per gli errori commessi durante lo svolgimento del servizio di quella mattina.

È la Corte dei conti di Bologna ad aver deciso il sequestro conservativo di una parte del loro stipendio e dei loro beni, per una cifra di 1 milione e 870 euro a copertura del danno erariale che lo Stato ha avuto, risarcendo nel 2010 la famiglia Aldrovandi: ciascuno dei 4 agenti dovrà risarcire un danno di 467mila euro.Una decisione adottata dalla Corte presieduta dal giudice Luigi Di Murro su richiesta della procura regionale per l’Emilia Romagna - procuratori Salvatore Pilato e Quirino Lorelli - che dopo aver valutato atti, motivazioni e sentenze penali già passate in giudicato in questi anni hanno rilevato il «grave danno erariale allo Stato».
Il sequestro conservativo, già esecutivo, sarà discusso nell’udienza alla Corte dei Conti il prossimo 9 luglio.

«Finalmente si è arrivati al completamento della giustizia per la morte di mio figlio», commenta la madre di Federico, Patrizia Moretti: «È quello che speravo, mi aspettavo e ritengo giusto, profondamente giusto». Mentre Lino Aldrovandi, il padre, aggiunge che «è giusto che non siano i cittadini a pagare per chi quella mattina si è reso responsabile della morte di mio figlio che diceva basta e chiedeva aiuto». Dura e critica la reazione dei sindacati: «È eccessivo, mi sembra un accanimento» spiega Stefano Parziale segretario del Silp di Ferrara. «La distruzione delle vite dei colleghi è completa. Le migliaia degli Operatori che lavorano ogni giorno terranno tutto questo bene a mente», aggiunge Franco Maccari, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia.

Perplesso il collega, il presidente nazionale del sindacato Sap, Stefano Paoloni: «Che vengano ora a chiedere il risarcimento ai colleghi ci lascia alquanto sbalorditi, prima si decide un risarcimento in modo autonomo (lo fece il ministero degli Interni dopo il processo di primo grado, risarcendo la famiglia, senza consultare i legali degli agenti sotto processo, ndr) e poi si chiede conto ai propri operatori». «Ciò che ripetiamo da tempo è che in questa vicenda le vittime sono sempre state cinque: Federico Aldrovandi e i quattro colleghi. Questo provvedimento ne è la conferma. Ovviamente abbiamo fiducia nell’esito del giudizio della Corte dei Conti che valuterà il caso con attenzione».

La Corte dei conti lo farà dal 28 gennaio 2015, quando davanti ai giudici partirà il processo amministrativo, nel merito.

La direzione antimafia: «Boccassini non ci trasmette le informazioni»

Corriere della sera

A livello nazionale si lamenta una «generale carenza dei flussi informativi riferibili alla Dda di Milano». Atti trasferiti al pg di Cassazione e al ministro per un’azione disciplinare


a.it
È un «rapporto di collaborazione critico» quello tra la Dda di Milano, guidata da Ilda Boccassini, e la Direzione nazionale antimafia, «caratterizzato da una limitata disponibilità al coordinamento da parte della prima con la seconda». Lo scrive la Prima Commissione, proponendo al plenum di archiviare la pratica aperta al Csm sui rapporti tra le due Procure, ma con la contestuale trasmissione degli atti al pg di Cassazione e al ministro, titolari dell’azione disciplinare, e alla Quinta Commissione, competente sulle conferme in incarichi direttivi.
«Criticità oggettive»
La Commissione, che ha approvato la proposta del relatore Mariano Sciacca (Unicost) all’unanimità, rileva che «le oggettive criticità riscontrate rispetto all’inserimento degli atti nel procedimento e, in particolare di quelli delle indagini preliminari nel sistema informativo centrale da parte della Dda di Milano e la generale carenza dei flussi informativi riferibili alla Dda di Milano, protrattasi anche nel periodo ricompresi tra il 2010 e il 2013 impongono di disporre la trasmissione degli atti alla Quinta Commissione referente e ai titolari dell’azione disciplinare per ogni eventuale valutazione di competenza».
I rapporti con Spiezia
Al centro della vicenda, i rapporti tra Boccassini e il pm della Dna Luigi Spiezia, fino a qualche tempo fa magistrato di collegamento tra la «superprocura» e la Dda milanese. Spiezia, che in audizione al Csm parlò di una «carenza quasi assoluta di informazioni», è stato poi sostituito dalla collega Anna Canepa, che lo aveva preceduto nelle funzioni di collegamento con i pm antimafia di Milano. La Prima Commissione - il plenum si pronuncerà probabilmente già la prossima settimana sulla questione - non ravvisa «ipotesi in alcun modo significative» rispetto alle sue competenze: «l’intervenuta sostituzione del dottor Spiezia al coordinamento investigativo con il distretto di Milano si inscrive senza dubbio nell’ambito di un rapporto di collaborazione critico», anche se la sostituzione avvenne «a fronte di espressa richiesta formulata dallo stesso magistrato al procuratore nazionale antimafia, motivata anche dalla volontà del magistrato di dedicarsi appieno al settore delle relazioni internazionali».

Le «criticità» evidenziate da Spiezia nei rapporti con la Dda di Milano «trovano riscontro nelle relazioni predisposte dal magistrato che lo ha preceduto nell’incarico», si legge nel documento approvato dalla Commissione: Canepa, infatti, nel febbraio 2010 aveva «evidenziato che la dottoressa Boccassini manifestava perplessità connesse a ragioni di sicurezza e riservatezza in relazione alla implementazione della banca dati nazionale».

Furti d’oro nelle case, presa la gang dei georgiani

Corriere della sera

di Andrea Galli

In manette anche il «Riina» locale. Ricettazione su larga scala, sotto accusa la rete dei compratori di preziosi. Sequestrati beni per 3 milioni


a.it
La madrepatria prima di tutto e tutti. Lanchkuti è un paese di ottomila abitanti in Georgia. Forse da nessun’altra parte, nei dintorni se non nell’intera regione alla quale Lanchkuti appartiene, c’è una chiesetta locale così fresca di ristrutturazione, così ben tenuta e con in cassa un sacco ancora di soldi per le eventuali riparazioni dei decenni che verranno. Il denaro l’hanno inviato alcuni paesani che sono emigrati all’Ovest. E che hanno fatto carriera. Una carriera criminale: si sono specializzati nei furti nelle abitazioni di lusso del ricco Nord. A cominciare da Milano.

Non è la prima volta che le gang dei georgiani finiscono nella rete dei carabinieri di Novara. I militari, guidati dal tenente colonnello Maurilio Liore, hanno ormai ingaggiato una sfida perenne contro i predoni, i quali si appoggiano logisticamente al Piemonte. I numeri dei «colpi» sono, al solito, consistenti: i carabinieri hanno sequestrato 45 chilogrammi di monili in oro e due quintali in argento; hanno confiscato beni per oltre 3 milioni di euro; hanno arrestato 44 persone, in gran prevalenza di nazionalità georgiana.

Ci sono anche vecchie conoscenze nostrane degli investigatori, come i fratelli milanesi Luciano e Giovanni Bianchi, di 64 e 73 anni, titolari di un «compro oro» qua in città. Immancabili, i «compro oro» quando si parla di criminalità, essendo i luoghi usati per la fusione dei prodotti rubati. Da Milano, sulla mappa tracciata dai carabinieri, una freccia porta alla Svizzera, scelta per stoccare il materiale sciolto, e un’altra freccia in Georgia, che vedeva confluire prodotti e denaro.

a.it
A proposito di geografia: da Verona a Torino, da Reggio Emilia a Venezia, la gang ha depredato centinaia di altri appartamenti. Spietati e velocissimi, a chi li sta studiando da anni i ladri danno l’impressione di esser stati quasi allevati con quest’obiettivo nella vita: razziare case. Del resto effettuano perlustrazioni e appostamenti con tecniche militari, si informano con un’abilità da servizi segreti delle caratteristiche del palazzo che ospita l’appartamento «prescelto»; dopodiché agiscono in gruppo, secondo meccanismi d’azione oliati, con una coordinazione al secondo. Vero è che non cambia mai il risultato finale: sempre in galera finiscono. Ma gli investigatori invitano però a stare attenti e a non dar mai niente per scontato.

Per tanti che vengono arrestati tanti altri sono pronti alle convocazioni. In nome dell’amata Georgia, s’intende, punto di partenza e ritorno. Chi sono questi predoni? Uno dei capi l’hanno chiamato il «Riina georgiano» per il suo essere cinico e spietato. I ladri dell’Est hanno il corpo pieno di tatuaggi, e sono segni mai a casaccio ma finalizzati a raccontare ascese criminali, dolori e amori. Dei ladri molti vivono a Milano, anche nei quartieri del centro. L’organizzazione dispone di appartamenti. C’è una tendenza comune a distruggersi con la droga. Se i banditi raramente lasciano una traccia dopo i «colpi» nelle case tanta perfetta è la loro «esecuzione», ben altre sono le scie della quotidianità fuori dal «lavoro». Ovvero siringhe. In soggiorno, in ascensore, sul marciapiede. Un sacco di siringhe per bucarsi con l’eroina.

3 luglio 2014 | 09:58

Al Quirinale guadagnano il doppio della Casa Bianca

Fabrizio De Feo - Gio, 03/07/2014 - 10:58

Per i 783 dipendenti del Colle lo stipendio medio è 146mila euro, per i 456 colleghi Usa meno della metà: solo 61mila


Una finestra spalancata sulle retribuzioni dei dipendenti. Un libro contabile a stelle e strisce aperto e aggiornato ogni dodici mesi. Dal 1995 la Casa Bianca è obbligata a inviare ogni anno un rapporto al Congresso e comunicare nel dettaglio l'elenco dei suoi dipendenti, il titolo e il salario. L'amministrazione Obama poi provvede a rendere disponibile online tale documento, così da tenere fede al dovere di trasparenza verso i cittadini.

I nuovi dati sono stati resi pubblici martedì. Un'istantanea che rivela la distanza siderale con il nostro Paese sia in termini di trasparenza (che da noi si trasforma spesso e volentieri in comunicazione, con la pubblicazione di dati parziali e «selezionati»), sia in termini di controllo della spesa pubblica. Il quadro per quanto riguarda la Casa Bianca è molto chiaro. Nel quartier generale di Obama lavorano 456 persone per un costo complessivo del personale di circa 38 milioni di dollari.

La retribuzione media è di 83mila dollari, pari a 61mila euro. Lo stipendio massimo è di 172mila dollari pari a 126mila euro, anzi più nel dettaglio nessuno prende più di 172.200 dollari lordi all'anno, e molti devono accontentarsi di 41-42mila dollari. I dirigenti che si attestano sulla soglia massima sono 22. Barack Obama guadagna 400mila dollari, una cifra che nessun altro dipendente pubblico può superare perché nessun lavoro può essere considerato di maggiore responsabilità (il presidente della Corte costituzionale Usa guadagna 223mila dollari - 171mila euro -, il direttore dell'Fbi, 110mila euro, quello della Federal Reserve, 154mila euro).

Obama, peraltro, ha deciso di ridare al Tesoro americano il 5% del suo stipendio annuale: 20mila dollari. Ciononostante negli Stati Uniti c'è anche qualche piccola polemica per un aumento medio del 5% per i dipendenti, superiore rispetto agli altri comparti pubblici.Il paragone con il Quirinale, seppur scontato, è naturale e inevitabile. Negli ultimi anni il Colle ha iniziato un cammino verso una maggiore trasparenza e ha adottato alcune misure di contenimento della spesa, ad esempio con l'abrogazione del meccanismo di allineamento automatico delle retribuzioni del personale di ruolo a quello del personale del Senato.

Nel corso del primo settennato di Giorgio Napolitano sono stati compiuti anche alcuni passi per «asciugare» l'organico, diminuito dal 31 dicembre 2006 al 31 dicembre 2013, di 507 unità. La distanza resta, però abissale. Nella «Nota illustrativa del bilancio di previsione per il 2014», si parla di una «spesa per il personale in servizio che ammonta a 123,4 milioni di euro, in calo di 7,6 milioni rispetto al bilancio di previsione iniziale per il 2013». Nello stesso documento, al di là del «personale complessivamente a disposizione» pari a 1674 unità, si parla di 783 dipendenti come «personale di ruolo». In questo caso la spesa per dipendente si aggirerebbe sui 157mila euro.

Nell'allegato «Documento analitico» si parla, invece, di una spesa per retribuzioni pari a 105 milioni e 231mila euro, con 82 milioni per il personale di ruolo; 8 milioni e 900mila per quello non di ruolo; 10 milioni e 800mila per il personale distaccato; 2 milioni e 371mila per consiglieri e consulenti del Presidente; 147mila per collegi e commissioni; 370mila per oneri e trasferte del personale. A questi 105 milioni vanno aggiunti 9 milioni e 268mila euro di oneri previdenziali per complessivi 114 milioni e 499mila euro.

In questo caso la spesa media per dipendente supererebbe di poco i 146mila euro. Non è possibile calcolare - come avviene per la Camera dove è stato compiuto un importante sforzo di trasparenza - quanti dirigenti superino la retribuzione di Giorgio Napolitano, ovvero i famosi 238mila euro fissati come teorica soglia massima da Matteo Renzi per i dipendenti pubblici (un tetto che alla Banca d'Italia viene sforato da ben 665 dirigenti). Un esercizio di trasparenza da adottare al più presto. Così da trasformare il Colle se non in una Casa Bianca in termini di costi, almeno in una casa di vetro.

Spiò il Papa ma fu perdonato. Ora denuncia: mi mobbizzano

Serena Sartini - Gio, 03/07/2014 - 08:38

Roma - Processato, condannato, poi graziato da Benedetto XVI, assunto da una cooperativa di servizi presso l'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, ma ora «depresso e in uno stato psicologico di forte ansia».

a.it
È la nuova vita di Paolo Gabriele, l'ex maggiordomo di Joseph Ratzinger, responsabile di aver trafugato documenti riservatissimi del Papa tedesco e aver dato avvio allo scandalo «Vatileaks». Dopo il clamore dell'arresto, la vita di Gabriele è stata praticamente sotto traccia. «Svolge il suo incarico regolarmente - raccontano alcuni suoi colleghi - parla poco, è molto discreto e riservato». «Paoletto», come veniva chiamato in Vaticano, è stato assegnato a una cooperativa di servizi presso l'Ospedale Bambino Gesù, negli uffici amministrativi di San Paolo Fuori le Mura. «Non ha incarichi di responsabilità - riferiscono al Giornale fonti vaticane - ma lavora a tempo pieno in progetti formativi del personale».

Dopo il trambusto mediatico provocato da Vatileaks, quando l'ex maggiordomo del Papa era finito sotto i riflettori della stampa di tutto il mondo, il sipario sulla vita di Gabriele era calato. Ma non per questo oggi, è tornata alla normalità. Gabriele, dopo essere stato condanno per furto aggravato dal tribunale vaticano, è stato graziato da Benedetto XVI a Natale 2012. L'11 febbraio del 2013, per l'ex maggiordomo sembrava iniziare una nuova vita, grazie all'assunzione nella cooperativa che opera al Bambino Gesù. Da allora Gabriele ha fatto calare l'attenzione su di sè, conducendo una vita riservata e rifiutando anche numerose proposte finanziariamente allettanti e giunte da tutto il mondo per interviste, libri e film che ricostruissero la «sua» verità su una vicenda che ha scosso i Sacri Palazzi.

Con il nuovo incarico, però, le cose non sono andate come sperava. A Gabriele sono stati affidati incarichi di basso profilo e che escludevano il contatto con il pubblico. L'uomo si è trovato di fatto privo di qualunque mansione, relegato in una stanza semi vuota senza fare praticamente nulla. La situazione l'ha gettato in uno stato psicologico di forte ansia e depressione, tanto che il suo medico personale continua a prescrivergli congedi per malattia che si protraggono oramai da mesi.Come se non bastasse, l'ex maggiordomo del Papa ha dovuto rinunciare all'alloggio all'interno delle Mura vaticane; abitazione di lusso dove viveva insieme alla sua famiglia.

In compenso, però, il Vaticano gli ha concesso un'abitazione in affitto a prezzi modesti, ma molto lontano dalla scuola dei figli. Il «pacchetto» proposto dal Vaticano per l'ex maggiordomo infedele prevede 1.400 euro di stipendio con cui pagare anche la locazione. Una cifra non sufficiente probabilmente alla vita a cui era abituato Paolo Gabriele prima del «tradimento», quando di sicuro il suo stipendio era molto più alto. Ma non c'è solo la questione economica a pesare sul suo stato psicologico. Soprattutto, secondo l'ex maggiordomo non sarebbero queste le disposizioni lasciate da Ratzinger prima della rinuncia. Disposizioni che Benedetto XVI avrebbe deciso tenendo a cuore in particolare la stabilità e il futuro dei figli di Gabriele. E ora il rischio è che il contratto con la cooperativa che opera presso il Bambino Gesù potrebbe chiudersi. Fatto che determinerebbe la definitiva uscita di scena dell'ex maggiordomo.

Vaga in città da dieci giorni: "Io, cacciato dal dormitorio per far posto ai profughi"

Il Giorno

di Marianna Vazzana


L'appello di Antonio Di Salvo, 56enne che vaga per la città come un'anima in pena da dieci giorni: "E ora dove vado?"


a.it
Milano, 2 luglio 2014 - "Chiedo solo un posto per dormire". Antonio Di Salvo, 56 anni, vaga come un’anima in pena per la città da 10 giorni. Si trascina reggendosi su una stampella ("ho subìto un’operazione all’anca tre mesi fa"), uno zainetto con il necessario per la fisioterapia ("quella per fortuna è gratis") e un’altra busta con i suoi oggetti personali ("non ho un posto in cui conservarli"). Dormiva in un centro d’accoglienza di viale Isonzo. "Poi, di punto in bianco, mi hanno mandato via, insieme ad altri, per far posto ai profughi eritrei. Era il 21 giugno". Ma Antonio chiede una sistemazione, non di essere un privilegiato. Il rischio, in questi casi, è che si scateni una guerra tra poveri ugualmente disperati e ugualmente bisognosi. Negli ultimi giorni l’uomo si è arrangiato come ha potuto, dormendo – racconta – nella sala d’attesa dell’aeroporto di Linate, accomodato su un sedile di ferro.

Ieri, visto che non pioveva, ha lasciato il suo ombrello nascosto sopra una macchinetta del caffè sperando che nessuno lo vedesse."Non volevo portarmelo dietro, sono già stracarico e cammino a fatica", spiega. Su una panchina mostra vari documenti, tra cui quello di un ospedale, relativo all’operazione subita, e un altro dell’Inps con l’elenco dei lavori effettuati. "Lavoravo come magazziniere ma non ho ancora accumulato abbastanza anni di contributi per poter andare in pensione", continua. Due figli, divorziato, "c’è voluto un attimo a perdere tutto".

E ora è senza nulla, vive con un sussidio comunale di 150 euro mensili destinato agli adulti in difficoltà. Di questi soldi, ne spendeva 50 per pagare il dormitorio ogni mese. E dopo essere uscito da viale Isonzo ha continuato a sperare. "Gli assistenti sociali mi hanno chiesto di pazientare un paio di giorni perché per me ci sarebbe stata accoglienza in una struttura vicino al cimitero Monumentale. Ma lì mi hanno rifiutato. Aspetto una chiamata da circa una settimana, non posso continuare così, sto affrontando la fisioterapia e presto dovrò operarmi di nuovo".

Così ieri mattina si è giocato l’ultima carta: "Sono andato in questura a chiedere aiuto". E tra le carte sventola un altro foglio, indirizzato al dormitorio di viale Ortles dagli agenti di polizia: "Si prega di voler ospitare la persona per 3 giorni in quanto trovasi, in questo momento, priva di mezzi di sussistenza". Un’ancora di salvezza, anche se temporanea. Nel frattempo Antonio bussa quotidianamente a un convento di suore per avere un po’ di cibo e chiede aiuto ai centri d’ascolto."Ho un nuovo appuntamento, spero possano darmi una mano".

Antonio fa anche sapere di aver presentato domanda per una casa popolare già nel 2007. "Io non sono un barbone – sottolinea – sono solo molto sfortunato". Ora spera di avere un letto in viale Ortles. "Ma 3 giorni volano, mi serve qualcosa di più stabile. Vorrei poter restare”. Il Comune risponde che il posto c’è,"nessuno viene mandato via". Antonio incrocia le dita.

35 anni fa con il Walkman nasceva la musica portatile

La Stampa


a.it
Nell'estate del 1979 la Sony distribuiva il primo modello dell'antenato dell'iPod. Un marchio che per vent'anni ha dominato il mercato, è entrato nel vocabolario collettivo e oggi prova (con fatica) a sopravvivere nell'era dello streaming e delle app.

Il 1° luglio 1979, trentacinque anni fa, un nuovo oggetto apparve sul mercato giapponese: il Walkman. Distribuito dalla Sony, si trattava di un'evoluzione del Pressman usato dai giornalisti: invece che registrare una audiocassetta, però, permetteva di ascoltarla. Vuole la leggenda che il Walkman nacque su diretta richiesta del presidente della Sony, Masaru Ibuka, desideroso di uno strumento portatile che gli permettesse di ascoltare le sue opere preferite durante i frequenti viaggi di lavoro. Un aneddoto che rafforzerebbe il ruolo curiosamente determinante della musica classica nel disegnare e definire il progresso tecnologico di quegli anni: secondo un'altra voce , i 74 minuti di capienza del quasi contemporaneo compact disc furono decisi in base alla durata della Nona Sinfonia di Beethoven (nella versione diretta da Wilhelm Furtwängler). 

Ma torniamo al Walkman. Sviluppato sotto la guida di Norio Ohga, il dispositivo venne lanciato in coincidenza con l'inizio delle vacanze degli studenti giapponesi. Per un mese fu un disastro: circa tremila pezzi venduti, molti meno di quelli previsti. Già ad agosto, tuttavia, le vendite iniziarono a decollare e per molto tempo non si fermarono più: nei suoi trentacinque anni di vita, la linea Walkman ha venduto oltre 400 milioni di prodotti, di cui 200 milioni degli originali lettori di musicassette, di fatto aprendo l'era del consumo di musica individuale e portatile. Walkman è diventato uno di quei magici marchi commerciali in grado di entrare nel vocabolario collettivo, a rappresentare un'intera categoria di prodotti: come Kleenex per i fazzoletti o, più di recente e in un campo affine, iPod per i lettori MP3. 

L'iPod, ecco: citarlo in un articolo celebrativo del Walkman è un po' crudele. Il lettore musicale di Apple, distribuito nel 2001, è il prodotto che di fatto ha sancito il tramonto del regno del Walkman. Apple ha preso le redini del mercato musicale 2.0 e Sony – pur tentando di rianimare il brand con telefonini e MP3 player di nuova generazione – non è più riuscita a recuperare la rilevanza perduta in un settore dominato per decenni. Trentacinque anni dopo la sua nascita, il Walkman esiste e resiste. Non più sotto forma di mangianastri portatile (la cui produzione è stata interrotta nel 2010), ma in senso più digitale: sul sito ufficiale di Sony fanno bella mostra lettori MP3 e persino una app sotto il segno della W. Ma più che per le performance commerciali, il marchio ormai brilla soprattutto per l'indiscutibile valore storico. 

Avviso di chiamata, dal 21 luglio per Tim e Vodafone diventa a pagamento

Il Mattino

a.it
ROMA - Dal prossimo 21 luglio gli utenti Vodafon e Tim dovranno stare attenti agli avvisi di chiamata ed eventualmente modificare le impostazioni dei propri telefoni.L'avviso di chiamata, infatti, servizio fino ad oggi gratuito, diventerà a pagamento.Lo Sai/Chiama Ora (Tim) e Recall/Chiamiami (Vodafone) avranno diversi costi: costerà 6 cent al giorno per i clienti Vodafone per un totale di 21,90 euro in un anno se usato tutti i giorni, mentre con la Tim si pagherà un importo fisso di 1.90 euro una volta al mese, per un totale di 7,60 euro l’anno.

I gestori saranno comunque obbligati a segnalare il cambiamento ai propri utenti tramite un sms, dando loro la possibilità di disattivare il servizio.

La Kyenge: giusto condannare Calderoli

Libero


a.it
Una Kyenge inacidita, che ancora non ha digerito la sua estromissione da Palazzo Chigi e la "cacciata" in Europa nell'eremo dorato del Parlamento europeo, è quella che si è presentata ai microfoni de "La Zanzara" su Radio 24. Bersaglio degli strali dell'ex ministro dell'Integrazione è stato, neanche a dirlo, il leghista Roberto Calderoli, reo qualche mese fa di aver paragonato la prima ministra nera della storia d'Italia a un orango raccontando una storiella a una festa del Carroccio. Episodio per il quale Calderoli, giusto pochi giorni fa, è finito a processo con l'accusa di diffamazione aggravata dall'odio e dalla discriminazione razziale.

"E' giusto che Calderoli venga condannato e che si comincino a dare dei segnali. Se uno sta all'interno di un'istituzione non può dire certe cose, bisogna rispettare il ruolo" ha detto la Kyenge. "La denuncia non l'ho presentata io, ma devo andare a testimoniare al processo. Un segnale bisogna darlo, lui ha anche un ruolo educativo". In caso di condanna, però, l'italo congolese non giudica adeguata per Calderoli la pensa del carcere: "No, ma potrebbe fare i servizi sociali per assistere i clandestini che arrivano. Sarebbe una pena rieducativa. Dovrebbe lavorare e aiutare gli immigrati. Servire in mensa in un centro, fare servizio di lavanderia.

Oppure guidare i bus con un cappello in testa, per trasportare i migranti da un centro all'altro. Ma è un po' a rischio, bisogna mettere un cartello: vietato avvicinarsi al conducente. Lo immagino Calderoli che guida il pullman...". Poi una battuta sul segretario del Carroccio Matteo Salvini, che si è reso disponibile a primarie di coalizione nel centrodestra per individuare il candidato premier quando l'Italia tornerà al voto: "L'Italia guidata da Salvini? È una cosa cui non voglio nemmeno pensare...per me è una cosa assurda. Certo non vado via dal Paese, ma gli faccio la guerra dalla mattina alla sera".



"Ministro orango". La Kyenge trascina Calderoli in tribunale
Libero

28 giugno 2014


a.it

Forse le anime buone pensavano che quella stretta di mano in Senato avrebbe ripianato tutto. Che quella frase infelice sul ministro-Orango sarebbe passata alla storia tra le tante gaffe dei nostri politici. E invece l'ex ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge ha deciso di trascinare alla sbarra il vicepresidente di palazzo Madama, il leghista Roberto Calderoli.  con l'accusa, pesante, di diffamazione aggravata dall'odio e dalla discriminazione razziale". Il prossimo 30 settembre la Kyenge testimonierà contro Calderoli in tribunale.



Kyenge-orango su Facebook, bufera sull'ex deputato leghista

Libero

Il fotomontaggio sulla bacheca del segretario dell'Emilia Romagna Fabio Ranieri. "Subito rimossa, l'ha messa lo stagista"

31 ottobre 2013


a.it
Il ministro Cecile Kyenge, seduta al suo banco parlamentare, con il muso di un orango sovrimpresso sul volto. E' la foto pubblicata su Facebook (e poi rimossa ai primi segnali di bufera) dall'ex deputato e segretario regionale della Lega Nord in Emilia Romagna, Fabio Ranieri. "Indovina chi è?", si legge nella didascalia che accompagna l'immagine. Ed è anche l'alibi dietro il quale si trincera l'esponente del Carroccio: "Non c'è scirtto da nessuna parte che sia la Kyenge - ha detto al Fatto Quotidiano -. E' un riferimento che non c'entra niente col post". Ma la polemica sulla battuta estiva dello storico esponente leghista Roberto Calderoli, che accostava il ministro per l'Integrazione proprio a un orango, è troppo fresca perché Ranieri possa glissare a lungo. Tanto da capitolare e rimuovere la foto contestata: "L'ho fatta togliere perché non mi piacciono queste cose - si è spiegato - vanno bene le vignette, ma cose di qesto genere no". L'ex deputato ha pronta anche la giustificazione pronta: "Non l'ho pubblicata io - s'è difeso - ma chi gestisce la mia pagina Facebook".

Adesso la Boccassini rischia i guai

Luca Fazzo - Mer, 02/07/2014 - 17:26

Ilda sotto accusa: come capo del pool antimafia di Milano, sarebbe venuta meno ai suoi doveri


Colpita di rimbalzo nello scontro furibondo in corso all’interno della Procura di Milano, adesso sotto accusa rischia di finirci lei: Ilda Boccassini, il nome più noto della procura milanese, la protagonista di vent’anni di inchieste sulla mafia e su Silvio Berlusconi.
a.it
Dopo che i due contendenti principali - il procuratore Edmondo Bruti Liberati e il procuratore aggiunto Alfredo Robledo, capo del pool anticorruzione - sono usciti con un sostanziale pareggio dall’inchiesta interna del Consiglio superiore della magistratura, a sorpresa il Csm, prendendo spunto dalle tante carte accumulate durante le indagini sul «caso Milano», candida all’impeachement la Boccassini.

Che nello scontro finora si era schierata senza esitazioni al fianco di Bruti, ma aveva cercato in ogni modo di restare fuori dalla ribalta. Anche perchè, se Bruti alla fine dovesse perdere il posto, proprio lei sarebbe tra i candidati più autorevoli a prendere il posto di procuratore capo.Invece oggi da Palazzo dei Marescialli, sede del Csm, trapela la notizia che la prima commissione del consiglio superiore ha trasmesso gli atti a carico di Ilda ai titolari dell’azione disciplinare, ovvero il ministro della giustizia e il procuratore generale della Cassazione. L’accusa: come capo del pool antimafia di Milano, sarebbe venuta meno ai suoi doveri, rifiutando di mettere in comune i risultati delle indagini sul crimine organizzato sia con i pm della sua squadra che con la Direzione nazionale antimafia.

E questo della collegialità, dello scambio di notizie sia a livello locale che a livello centrale, è uno dei principi ispiratori dei dipartimenti antimafia. Il problema è, come è noto, che la Boccassini tende a non fidarsi. O, meglio, si fida solo di alcuni magistrati e di alcuni investigatori. Condividere con gli altri i risultati delle indagini vuol dire, per lei, mettere a rischio la sicurezza delle inchieste. Così i fascicoli più delicati li assegna solo ad alcuni sostituti, e le deleghe investigative sempre agli stessi poliziotti. É una realtà che a Milano conoscono tutti, e che ha portato in un passato recente più di un pm della «vecchia guardia» ad abbandonare il pool antimafia.

Il problema è che lo stesso atteggiamento la Boccassini lo ha tenuto con Filippo Spiezia, il pm della Direzione nazionale antimafia che fino a poco tempo fa era incaricato di tenere i rapporti con la procura milanese. Spiezia ha avuto la colpa di mettere nero su bianco, nel rapporto annuale della Dna, le sue accuse alla Boccassini. Apriti cielo. La reazione della Boccassini (e anche di Bruti Liberati) è stata tale che il povero Spiezia ha preferito chiedere di essere destinato ad altro incarico, richiesta prontamente accolta. E ora a tenere i rapporti con Milano è per conto della Dna Anna Canepa, leader di Magistratura democratica, e in ottimi rapporti con Ilda. Il capo della Dna, Franco Roberti, ha cercato di disinnescare il caso.

Ma Spiezia, quando è stato convocato dal Csm nell’ambito delle audizioni sul caso Milano, ha ribadito per filo e per segno la descrizione del clima nel pool Boccassini. E la prima commissione ha ritenuto di non poter fare finta di niente. Così gli atti sono partiti per la Cassazione. E rischiano di condizionare non solo le eventuali aspirazioni della Boccassini al vertice della Procura milanese, ma anche la sua riconferma alla guida del pool antimafia. Anche perchè (e anche questo è finito nelle carte del Csm) è accusata di avere selezionato i pm sulla base delle sue preferenze e non dell’anzianità e dei titoli.

Iraq, la minaccia dei jihadisti: «Prenderemo Roma e il mondo intero»

Il Messaggero

a.it
Roma, il centro della cristianità, entra nel mirino di Abu Bakr al Baghdadi, "califfo dello Stato islamico" creato nell'est della Siria e nell'ovest dell'Iraq.
In un audio-messaggio diffuso da siti jihadisti, il "principe dei credenti" si appella ai musulmani perchè si lancino in altre conquiste: «Se Iddio vorrà, prenderemo Roma e il mondo intero».


Mercoledì 02 Luglio 2014 - 20:38

Dalla targa al numero di telefono l’app per gli «incontri» stradali

Corriere della sera

di Alessio Lana

Presentata in Cina consente di risalire al proprietario della vettura
Funziona con i Google Glass ma non arriverà in Europa


a.it
Si parla tanto di stalker tecnologici, di cellulari e occhiali hi-tech che con le loro fotocamere riprendono tutto e poi lo buttano in Rete senza il nostro consenso. Ma cosa dire allora di questa nuova idea della General Motors?
La trovata
Si chiama «DiDi» Plate ed è un’app per Android che consente di mandare un sms ai guidatori vicini. Il funzionamento è facile: si scatta una foto alla targa, lo smartphone ne incrocia il numero con un database e oplà, siamo pronti ad avviare la conversazione. Il bello poi è che funziona anche con i Google Glass, gli occhiali tecnologici del gigante delle ricerche online. Si potrebbe pensare che questo concept sarà la gioia di stalker e rimorchiatori da automobile, che farà felici i galletti da finestrino che potranno conoscere la tipa dell’auto accanto durante le interminabili file in superstrada. Non a caso durante la dimostrazione l’anteprima dell’app, il direttore della divisione ricerca e sviluppo di Gm Cina, John Du, ha mostrato un video in cui un ragazzo manda un messaggino alla ragazza di fronte. Non contento ha poi aggiunto che «Anche se l’altro conducente non è registrato al servizio è comunque possibile mandargli saluti e fargli delle osservazioni». Gli si può dire infatti che non sa guidare, che è un imbecille, che tolga quell’auto dalla nostra corsia una volta per tutte.
Per la Cina
Tralasciando il fatto che l’app spinge al «texting», alla scrittura di messaggi durante la guida, una piaga delle strade che fa più vittime dell’alcool, a parte la corrispondenza di amorosi sensi in salsa stradale DiDi Plate potrebbe avere un altro senso ben preciso e molto più serio. L’app infatti è pensata per la Cina e per tutti quei Paesi in cui i numeri civici sono disposti un po’ a casaccio o mancano del tutto o per quando dobbiamo trovare un posto preciso che neanche il navigatore è in grado di captare. Basterà scattare la foto all’auto del vicino per chiedergli informazioni oppure di accompagnarci direttamente all’agognata meta. Dopotutto non c’è miglior satellitare di noi umani e a parte quelli che non chiedono mai informazioni per strada (ma esisteranno davvero?) chi non ha problemi di sorta potrà evitare di sporgersi dal finestrino per chiedere aiuto. Una bella comodità tutto sommato, purché si sia disposti a cedere un po’ della nostra amata privacy. E comunque sia da noi non arriverà mai.