venerdì 4 luglio 2014

E’ morto Giorgio Faletti, il “decatleta” dello spettacolo e della cultura

Corriere della sera

Malato, era ricoverato a Torino. Nato ad Asti 63 anni fa, divenne celebre al “Drive In’ma poi si affermò come autore e cantante (“Signor Tenente”) e come scrittore


a.it
Giorgio Faletti è morto oggi a Torino all’età di 63 anni. Era malato da tempo. Lo scrittore, attore, cabarettista, cantante ma anche pittore e compositore, era nato ad Asti il 25 novembre 1950. Era ricoverato nel reparto di Radioterapia dell’Ospedale Molinette del capoluogo torinese e da qualche tempo aveva annullato tutti gli impegni perché non stava bene.

La scomparsa di Giorgio Faletti  
La scomparsa di Giorgio Faletti  
La scomparsa di Giorgio Faletti  
La scomparsa di Giorgio Faletti  
La scomparsa di Giorgio Faletti
 
Gli inizi nel cabaret
Come molti dei cabarettisti divenuti famosi negli anni Ottanta, aveva iniziato la sua carriera al mitico Derby di Milano, al fianco di attori come Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Massimo Boldi, Paolo Rossi e Francesco Salvi. E come molti di loro ha raggiunto il successo vero e il grande pubblico grazie alla scoperta del cabaret da parte della televisione. Faletti deve la sua notorietà ai personaggi lanciati nel corso del «Drive In», il cabaret show presentato da Gianfranco D’Angelo e Ezio Greggio. Quello che gli ha dato grande notorietà è stato l’improbabile guardia giurata Vito Catozzo. Sempre dalla tv sono nati Carlino da Passarano Marmorito, Suor Daliso, il testimone di Bagnacavallo. E altri ancora nelle successive trasmissioni (come Emilio con Gaspare e Zuzzurro).
Sanremo e il cinema
Faletti ha partecipato come cantante anche ad alcune edizioni del Festival di Sanremo. Grande successo aveva ottenuto «Signor Tenente», ispirata all’attentato di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta. Come attore è stato tra i protagonisti di diverse commedie (Miracolo Italiano, le due versioni Notte prima degli esami) ma anche del thriller Cemento armato e, nel 2009, del Baarìa di Giuseppe Tornatore
Il boom nella letteratura
Negli ultimi anni la sua carriera si è incentrata soprattutto sulla letteratura. Il suo primo romanzo «Io uccido», uscito nel 2002, è tra i best seller italiani più venduti di sempre, con oltre 4 milioni di copie. E un buon successo hanno avuto anche le pubblicazioni successive. Faletti si era specializzato nei gialli e aveva ricevuto apprezzamenti anche da altri grandi della letteratura crime, come Jeffery Deaver.
Faletti, una vita da tifoso bianconero 
Faletti, una vita da tifoso bianconero 
Faletti, una vita da tifoso bianconero 
Faletti, una vita da tifoso bianconero 
Faletti, una vita da tifoso bianconero
4 luglio 2014 | 11:50



I mille volti di Giorgio Faletti

Corriere della sera


Scrittore, attore, cabarettista, cantante ma anche pittore e compositore, era nato ad Asti il 25 novembre 1950


Giorgio Faletti: «Il mio sogno di diventare uno scrittore»
Giorgio Faletti: «Il mio sogno di diventare uno scrittore»

Faletti ai tempi di Sanremo
Faletti ai tempi di Sanremo

Giorgio Faletti e lo sketch di Vito Catozzo a Drive in
Giorgio Faletti e lo sketch di Vito Catozzo a Drive in

Giorgio Faletti dà la sua voce a Chuckles il clown in «Toy Story 3»
Giorgio Faletti dà la sua voce a Chuckles il clown in «Toy Story 3»
Giorgio Faletti muore all'età di 63 anni, la biografia
Giorgio Faletti muore all'età di 63 anni, la biografia

«Quando la gente per strada mi chiamava Vito Catozzo...»
«Quando la gente per strada mi chiamava Vito Catozzo...»

4 luglio 2014
di di Giuseppe Di Piazza

Keepod, il “pc” da 5 euro con Android

Corriere della sera

di Umberto Torelli

La chiavetta con sistema operativo fa rivivere un vecchio computer. A chi l’acquista viene chiesto di comprarne una seconda per progetti nei Paesi in via di sviluppo


a.it
Basta una chiavetta Usb da 5 euro per mettere il «turbo» a un vecchio Pc. Magari un obsoleto desktop o notebook ancora equipaggiato con Windows Vista e Xp. Il miracolo lo compie Keepod, questo il nome della mini-chiavetta (pesa meno di 10 grammi) con sistema Android. Così l’utente dispone di un’interfaccia semplice da usare, del tutto simile a quella presente su smartphone e tablet. A sviluppare Keepod sono stati il milanese Francesco Imbesi (33 anni) e l’israeliano Nissan Bahar (35 anni). L’impresa ha avuto inizio 18 mesi fa.
Spiegano i due: «Cinque miliardi di persone, cioè il 70% della popolazione mondiale non possiede ancora un computer. E ogni giorno solo negli Usa ne vengono buttati 85 mila». Niente startup, sono partiti da soli, con poche migliaia di euro e due pc. Adesso gli sviluppatori di Keepod sono una trentina, lavorano in Rete, sparsi nei cinque continenti. La loro storia l’abbiamo raccontata su Corriere Innovazione. E dimostra come talento e determinazione sono gli ingredienti di successo di una buona idea.

Keepod, come funziona e cosa può fare contro il “digital divide” 
Keepod, come funziona e cosa può fare contro il “digital divide” 
Keepod, come funziona e cosa può fare contro il “digital divide” 
Keepod, come funziona e cosa può fare contro il “digital divide” 
Keepod, come funziona e cosa può fare contro il “digital divide”
 
La prova sul campo
Corriere della Sera ha provato in anteprima mondiale Keepod, documentando con le schermate la trasformazione di un vecchio netPc con processore Intel Atom e Windows Xp, in computer performante. Capace di competere, grazie al cuore Linux, con blasonati ultrabook. Ecco i risultati. A computer spento si inserisce la chiavetta in una porta Usb. Poi si accende il computer e solo la prima volta, bisogna entrare nel Bios, il sistema base di ogni Pc. Per farlo basta premere più volte «Del» oppure F2/F11. Dal menù con le frecce di spostamento si sceglie la voce «Boot» e seguendo le istruzioni va trascinata al primo posto la voce «Usb». Il sistema di avvio troverà la chiavetta come primo disco per lanciare Android, si tratta dell’ultima versione 4.4 e occupa solo 300 MB. Fine delle operazioni da smanettone. Da questo momento entrate nella nota interfaccia del robottino verde ad icone e il gioco è fatto. «Per noi il computer fisico rimane una “scatola vuota” di cui usiamo alimentazione, processore e schermo – spiega Bahar - a Keepod non interessa neppure l’hard disk, perché file e documenti sono archiviati nel cloud in cartelle protette, Windows viene del tutto ignorato».
Il pc da tasca
La chiavetta è strettamente personale. L’utente può decidere (consigliato) di inserire nome utente e password. Così documenti, foto, e informazioni sono protette con sistema crittografato, dunque inaccessibile dall’esterno. Si lavora online e offline, con spazi cloud gratuiti come Drive e DropBox. Anche se il processore è datato, come nel caso del nostro Intel Atom, il sistema usando un kernel Linux è veloce. Se avete un account Google, troverete sul desktop, rubrica, app e programmi personali. Garantito anche l’accesso al Play Store con oltre 1,1 milioni di app. Keepod parla italiano, basta selezionare la lingua dal menu impostazioni. La chiavetta da 8 GB si porta con sé. Disponibile all’uso in casa di amici e al lavoro. Loro vi prestano il Pc, voi mettete la chiavetta. Importante: «Non lascia tracce sul computer ospite». Per ordinarla si va online sul sito keepod.org. Il prezzo, come detto è 5 euro (7 dollari), escluse spese di spedizione (circa 5 euro). La consegna avviene alla porta di casa con corriere Dhl. La movimentazione è visibile con un servizio di web tracking. Per riceverla, in media occorre una settimana.
Business “sociale”
Keepod risulta dunque uno strumento ideale per riciclare vecchi computer e combattere il digital divide. Gli utenti lavorano offline, archiviando i documenti sulla chiavetta, poi quando trovano una connessione Wi-Fi scaricano i contenuti sul cloud. Inoltre il software di matrice Linux è free, dunque sono disponibili i codici di programmazione per sviluppatori. Innovativo il modello di «social business» messo in atto da Imbesi e Bahar. Gli abbiamo chiesto quanto sia il guadagno per un Keepod da 5 euro. «In media attorno a 1 euro, perché abbiamo deciso, a differenza di noti giganti hitech, di non puntare su ricavi stellari aumentando a dismisura il prezzo di produzione». La sfida è sui grandi numeri e l’abbattimento del digital divide, non solo nei Paesi del terzo mondo. Il modello su cui puntano risulta di chiara matrice sociale. Ecco perché viene chiesto di acquistare una seconda chiavetta, per donarla a uno dei progetti in corso.

Dunque la spesa complessiva risulta essere di 10 euro e l’utente viene informato sullo sviluppo del progetto a cui partecipa. Nasce così l’idea di un business pacifico P2p (People to people). Dove chi può aiuta chi non può. Il seme è già piantato. A maggio con una sottoscrizione di crowndfunding di circa 35 mila euro è partito il primo progetto con l’Ong LiveinSlums, a Mathare. Una sconfinata baraccopoli di oltre 600 mila persone nei sobborghi di Nairobi. A breve prenderanno il via iniziative in India, Sri Lanka, Israele, Sierra Leone, Sud Africa, America Latina e Medio Oriente. Obiettivo diffondere in modo virale Keepod in ambito education. «Ma senza andare lontano, pensiamo a quanto risparmierebbe la Scuola italiana – conclude Imbesi – nel riciclare Pc dismessi, tornati in perfetta forma con Keepod e app gratuite». Un’economia del riciclo che però non farà piacere ai colossi dell’hitech.

La lettera: «Chi accusò Enzo Tortora non rappresenti Pompei»

Il Mattino

di Francesca Scopelliti

a.it
Signor Sindaco di Pompei Nando Uliano, il 17 giugno segna l'anniversario dell'arresto di Enzo Tortora e l'inizio del calvario che lo portò al linciaggio mediatico, al carcere, alla malattia e alla morte. Ma anche a farsi protagonista di una sacrosanta battaglia per la giustizia giusta. Di tutti, per tutti. Per il nostro Paese. Poi è accaduto che quello stesso giorno, trentuno anni dopo (a volte la realtà è più fantasiosa dell'immaginazione), lei abbia pensato di nominare assessore alla legalità del comune di Pompei proprio quel Diego Marmo che, nei panni di pubblico ministero nel processo contro Tortora, ne fu l'accanito accusatore, con toni che non appartenevano al suo ruolo.

Quasi che, come scrisse Gian Domenico Pisapia, «il pm non fosse il rappresentante sereno e imparziale dello Stato che fa valere nel processo la sua pretesa punitiva, ma considerasse l'imputato come un nemico personale da combattere e da abbattere». Definì Tortora «cinico mercante di morte», sostenne in dibattimento che era stato eletto con i voti della camorra, magnificò l'istruttoria «divina» firmata da Di Persia e Di Pietro, come un «lavoro perfetto, inattaccabile e svolto in tempi molto brevi». La Corte di primo grado lo seguì, forse perché, come ammoniva Marmo, «se cade la posizione di Enzo Tortora si scredita tutta l'istruttoria».

Non era possibile dimostrare la colpevolezza dell'imputato più eccellente del maxiprocesso, ma era necessario sentenziarne la condanna. L'indagine e il verdetto di primo grado furono sgretolati da altri magistrati, in appello prima e in Cassazione dopo, fino all'assoluzione di Enzo con formula piena. Non fu semplicemente un errore, come se ne fanno ovunque e quindi anche nei tribunali; fu come la definì Giorgio Bocca una pagina vergognosa di «macelleria giudiziaria».

Nondimeno Marmo, insieme ai suoi colleghi, ha fatto una bella carriera alla faccia di quel referendum sulla responsabilità dei magistrati del 1987, vinto con l'85% di sì e tradito da una legge tanto inadeguata, quanto inapplicata. Abbiamo visto e subito anche questo. Ma che adesso, dopo la carriera professionale, gli si dia anche un riconoscimento politico-istituzionale e lo si renda simbolo di legalità è davvero inaccettabile. Anzi, è offensivo. Sono certa che questo sia anche il pensiero di quei tanti magistrati seri, onesti e perbene. Perché premiare un magistrato che non ha semplicemente «sbagliato», ma che ha dimostrato un superficiale disprezzo dei propri doveri e degli altrui diritti, offende la buona reputazione della giustizia e dei giudici.

Una semplice domanda, sindaco Uliano: avrebbe mai dato la delega ai lavori pubblici ad un ingegnere che ha costruito un ponte crollato il giorno dopo dell'inaugurazione? Diego Marmo è un magistrato che – perseguendo un innocente e dando mostra di colpevole negligenza e di spaventosa protervia – ha fatto crollare la credibilità della giustizia, ha offeso il diritto, ha umiliato quella toga che invece dovrebbe, secondo il dettato costituzionale, essere una garanzia per i cittadini.

Diego Marmo dovrebbe, per dignità, dimettersi, ma so che non lo farà. E allora chiedo a lei un atto di coraggio: ritiri quella delega. Dia a Pompei quella dignità che la storia le ha assegnato, quella sicurezza che il presente richiede con forza. Quel Marmo che lei vuole alla legalità non salverà i marmi pompeiani. Anzi...

giovedì 3 luglio 2014 - 12:39   Ultimo agg.: 12:44

Il portafoglio? È nello smartphone

La Stampa

nadia ferrigo

Aumentano le soluzioni per acquistare beni e servizi con il cellulare: Nfc, app, bluetooth, lettori di impronte digitali. Ma i pagamenti elettronici non decollano ancora perché fatica ad affermarsi uno standard condiviso

a.it
Addio carte fedeltà e coupon che si accumulano nel portafoglio, ma non si trovano mai quando ce n’è bisogno, niente più corse al tabaccaio per acquistare il biglietto del tram. Basta con i bollini per i punti della spesa, le tessere magnetiche e la ricerca affannosa degli spiccioli per il parcheggio. Per pagare un caffè o rinnovare l’abbonamento della metropolitana, sarà sufficiente scaricare l’applicazione che fa al caso nostro, appoggiare lo smartphone sul dispositivo giusto, e il gioco è fatto. 
Merito dei servizi di «mobile wallet», il portafoglio virtuale che alleggerisce le tasche e risolve tutto con un «tap». Solo un bel sogno o un futuro più vicino di quel che avremmo potuto immaginare? Almeno a giudicare dalle polemiche scatenate dalla nuova norma sul Pos - da inizio luglio obbligatorio per tutti i pagamenti superiori ai 30 euro - non sembra davvero che gli italiani siano virtuosi della moneta virtuale. Eppure, qualche cosa si muove.

Ad aprile Vodafone ha lanciato il servizio «Vodafone Wallet», che consente di “archiviare” carte di pagamento, coupon, biglietti dei trasporti e documenti di identità, oltre a fare le veci di un bancomat, mentre Telecom negli ultimi giorni ha stretto un accordo con Payleven, leader europeo dei pagamenti virtuali, per permettere a professionisti e commercianti di incassare direttamente via smartphone, connettendo al telefono un lettore di carte e bancomat. Wind consente ai propri clienti di acquistare contenuti dal Google Play Store senza carte di credito, direttamente dal conto telefonico, e con gli altri operatori mobili italiani promuove il consorzio “Mobile Pay”, che consente di acquistare contenuti e servizi (per ora solo digitali) scalando l’importo dal credito telefonico. 

Per i pagamenti con smartphone si parla da anni della tecnologia NFC, abbreviazione di Near Field Communication, che permette a un cellulare di comunicare in prossimità con altri oggetti, trasferendo le informazioni in modo sicuro. Già nel 2004 Nokia, Philips e Sony fondarono la «Near Field Communication Forum», un’associazione di aziende che promuove standardizzazione e implementazione del sistema. Il problema della scarsa diffusione dell’NFC non sta tanto dalla parte degli smartphone – sul sito del Forum c’è una lunghissima lista dei telefoni abilitati -, ma nei congegni capaci di “dialogare” con loro.

Per capirci, nessun problema a pagare un caffè con un telefonino, se però il nostro bar di fiducia è provvisto del dispositivo adatto, e per ora sono pochi. Così per ora la tecnologia Nfc non sembra aver mantenuto le promesse: la sua sorte potrebbe però cambiare se, come si suggeriscono le indiscrezioni online, Apple dovesse davvero introdurla nel prossimo iPhone. Una mossa improbabile, visto che a Cupertino hanno una loro tecnologia assai diversa, chiamata iBeacon, che funziona con il Bluetooth ed è già adottata negli Apple Store, ma negli ultimi tempi le voci si sono rincorse con frequenza sospetta. E Apple ha 800 milioni di iscritti a iTunes, il suo negozio virtuale, la maggior parte dei quali con carta di credito. Senza contare poi il Touch ID, il lettore di impronte digitali che per ora permette di comprare solo canzoni libri e app dallo Store, ma in futuro consentirà anche di fare acquisti con Paypal o altre app. 

In attesa di abbandonare per sempre il portafoglio in un cassetto, qualche esempio di pagamento con lo smartphone c’è già, in particolare nel campo dei trasporti. L’apripista in Italia è stata Netsize, che permette di acquistare il biglietto dell’autobus con un sms, pagando con il credito telefonico. Ora il servizio è attivo in dieci città italiane, anche se nella maggior parte dei casi il servizio comporta un rincaro. Con l’applicazione Sosta Facile invece il telefonino diventa un parcometro. A Bergamo, Biella, Cuneo, Ferrara, Modena e Reggio Emilia si può fermare l’auto, attivare la procedura di pagamento per poi chiuderla alla fine della sosta, così da non pagare un centesimo più del dovuto. E si può disattivare anche a distanza, basta un messaggio. E la multa? I controllori sono dotati di un lettore ottico.

Con l’applicazione Go Bemoov invece si possono acquistare tutti i tipi di biglietti e rinnovare gli abbonamenti per il trasporto pubblico a Genova, Vicenza, Padova, Forlì, Cesenatico e Cesena. 
Quello dei titoli di viaggio virtuali è un settore in crescita: a inizio maggio Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha firmato il decreto che fissa le regole tecniche per introdurre i biglietti elettronici, e ora si lavora a un disegno di legge che possa portare online, oltre a percorsi e orari, anche l’acquisto dei titoli di viaggio in forma integrata. E se proprio non potete resistere al fascino della rivoluzione dei pagamenti digitali, per capire che cosa offre ora la vostra città c’è l’applicazione «My Cicero», che non raccoglie solo i servizi di e-ticketing, ma spiega anche quali sono i servizi telematici che il vostro Comune può offrire, come pagare online multe, bollette e in qualche caso anche tasse scolastiche . 

Cercasi tecnici 'iCup'. La Apple assume dipendenti che sappiano preparare il caffè

Il Mattino


a.it
ROMA - Apple cerca dipendenti, ma non tutti devono avere una laurea in informatica o essere dei geni nel settore. I dirigenti, infatti, vogliono assumere un tecnico 'iCup', qualcuno che sappia fare il caffè. L'iCup, termine che prende spunto dai fortunati prodotti della 'mela morsicata', è anche colui che porta il caffè a chi lavora nel proprio reparto.

La ricerca di un tecnico iCup è di fondamentale importanza e viene equiparata a quella che riguarda il team di esperti e ricercatori della nuova generazione di software. L'annuncio, pubblicato, qualche giorno fa, spiega che la persona assunta lavorerà a Santa Clara Valley, in California. I requisiti professionali includono la capacità di usare e di riparare le macchine da caffè e di effettuare consegne, ma i candidati devono avere anche "alcune competenze informatiche".

Vergogna canone: ci provano coi ciechi

Gian Maria De Francesco - Ven, 04/07/2014 - 08:19

Dopo le imprese, Viale Mazzini prova a far pagare persino i ciechi: vuole tassare persino l'Associazione ipovedenti di Parma. "Ma se non abbiamo neanche la radio..."


La Rai ci prova anche con i ciechi. Niente di licenzioso, per carità. Ma è sicuramente molto triste che la televisione di Stato abbia inviato per l'ennesima volta la richiesta del canone speciale anche all'Associazione ciechi cristiani di Parma, una onlus che si dedica all'assistenza degli ipovedenti.
a.it
«Abbiamo scritto per ben tre volte che non abbiamo né televisione né radio», spiegò il presidente Salvatore Malta. Niente da fare. Puntuale ogni anno arriva presso la sede del centro sociale la richiesta dell'Ufficio Abbonamenti di versare il «contributo».

Dunque, artigiani e imprenditori che utilizzano computer e tablet non sono gli unici a essere vessati da Viale Mazzini. Ci sono anche le associazioni di volontariato che non hanno nessuno scopo ricreativo e, dunque, non usano la tv. A Parma il mese scorso è stata richiesto il canone speciale per la «Categoria E» (che comprende alberghi, motel e villaggi con una sola tv, circoli, sedi di partito e, per l'appunto, associazioni). La stangata è la metà di quella rivolta a chi ha un ufficio: 203,7 euro anziché 407,35. «Non ci hanno mai risposto», s'è lamentato Malta che, ormai dal 2010, ogni anno riceve sempre la medesima richiesta con importi che, però, aumentano di volta.

La Lega Nord non ci ha pensato due volte e ha immediatamente presentato un'interrogazione al governo contro lo «stalkeraggio del canone». I firmatari sono il deputato Davide Caprini e il senatore Gian Marco centinaio, componente della commissione di Vigilanza Rai. «Sia compilato una volta per tutte un registro per tenere traccia di chi non deve pagare, la Rai la smetta di provocare inutili disagi», hanno scritto i due parlamentari auspicando la creazione di «un registro aggiornato». Secondo Caparini e Centinaio si tratterebbe della «soluzione più semplice e comoda per evitare richieste insistenti a chi è esentato, come nel caso dell'associazione parmense, da anni indebitamente bersagliata di cedolini, solleciti e richieste di saldo».

Una richiesta di buon senso che risparmierebbe la solita trafila burocratica. Attualmente, infatti, le istituzioni esentate dal pagamento del canone speciale (scuole, enti assistenziali, centri diurni per anziani) devono presentare ogni anno la richiesta di esonero. Un disguido può sempre capitare, come dimostra il caso della onlus. Però è la modalità che offende un ente che organizza corsi di Braille (e tutti gli altri che incorrono): si viene trattati come evasori.

Rovesciando la prospettiva, si può comprendere (ma non giustificare) l'utilizzo di questi espedienti. Nell'ultimo bilancio Rai pubblicato (quello del 2012) l'unica voce di ricavo con una crescita consistente è stata quella dei canoni speciali (+13,6% a 72,9 milioni). Mettere il piede sull'acceleratore significherebbe recuperare, ancorché parzialmente, quei tagli che la spending review ha imposto. Anche a costo di vessare gli svantaggiati.

Da Aldo Moro a Gramsci, ecco i documenti da salvare

Il Messaggero

di Fabio Isman




Quando la Storia si ammala: Luciano Canfora, che ne è il massimo esperto, lancia un un appello per salvare le Lettere e i Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, che sono in una cassetta di sicurezza in una banca, non nelle condizioni di conservazione più idonee; ed Eugenio Lo Sardo, che dirige l’Archivio di Stato di Roma, è alle prese con il Memoriale di Aldo Moro, scoperto nel “covo” Br di via Montenevoso, a Milano: «Con le lettere del prigioniero, parte in copia e parte in originale, abbiamo 450 fogli», spiega Michele De Sivo, funzionario dell’Archivio, «ma tutti con due fori di un centimetro di diametro, che furono praticati per potervi compiere gli esami dei materiali e rilevarne le impronte digitali». Orietta Verdi, pure dell’Archivio, è invece alle prese con il testamento di Gian Lorenzo Bernini: «A causa dell’inchiostro, si sta perdendo; occorre restaurarlo».

DOCUMENTI
Sono frammenti del nostro passato in assoluto pericolo. I documenti non sono come i dipinti: non si possono, giunti ad un certo punto, restaurare più. Spiega Canfora: «I manoscritti di Gramsci sono inaccessibili perfino agli studiosi; da tempo, in una cassetta di sicurezza: in una banca nel centro di Roma. Ma manca l’aria, vi sono sbalzi di temperatura». Pure un sopralluogo lo ha accertato. Si sono addirittura riunite delle commissioni.

La direttrice dell’Icrcpal, l’Istituto centrale per il restauro e la conservazione del patrimonio archivistico e librario, Maria Cristina Misiti, «è pronta a dare ricovero, agibilità e certezza di salvataggio a queste carte; ma ogni volta, ci sono dei ritardi». Pure l’Istituto Gramsci, che è proprietario dei documenti, è d’accordo sul ricovero all’Icrcpal, anche se non sono mancate polemiche: Canfora stesso è stato accusato di «vigliaccata» per avere promosso questo appello. Tra i rinvii, uno perché non si sapeva come assicurare i documenti nel viaggio dalla banca all’Istituto di restauro: un chilometro.

«Ma ormai, si deve decidere; oppure dire abbiamo scherzato», conclude Canfora; «la situazione non è più sopportabile». Lui ha scoperto che ai Quaderni ne manca uno; li studia ormai da decenni: sono un frammento essenziale della vita politica italiana, in un frangente tra i suoi più topici, discussi, ancora oscuri. Topici sono anche il sequestro e l’uccisione di Moro, ed i documenti, su cui vi sono ancora infinite incertezze, che hanno accompagnato l’azione delle Brigate rosse. «Carte che il Tribunale di Roma ha consegnato a noi», dice Lo Sardo. E alcune, bisognose di interventi.

TESTI
«Tre lettere di Moro non sono state ancora restaurate. E il suo Memoriale presenta non pochi problemi. Chi ha indagato non si poneva, come è ovvio, la questione della sua conservazione. Già sono delle fotocopie degli anni ’90, per 12 anni rimaste nascoste a via Montenevoso, dietro a un pannello; cioè supporti non facili da trattare e che hanno comunque sofferto. Poi, su ognuno sono stati praticati da due a quattro fori, per operare i prelievi», spiega Di Sivo.
I “coriandoli” sono in una busta di plastica, «ma c’è una fotocopia della fotocopia, quindi possiamo leggerla; vedremo: forse, non vale nemmeno la pena di reintegrare, di restaurare questi fogli». Ma peggio ancora è quando si passa a documenti più remoti: lì, i danni sono ancora peggiori e perfino irreversibili.

Dice Orietta Verdi: «I testamenti dipendevano dalla miscela adottata per l’inchiostro. Quelli con più solfati diventano ruggine, e bruciano la carta: che si sgretola e cade». Nel testamento di Bernini, che lei sta studiando, la prima tra le pagine presenta già un grande buco, «e tre righe non si leggono più». In alcuni documenti di questo tipo, «nello spazio di dieci anni, si nota una perdita del 5% di materiali all’anno». La malattia colpisce tutti i documenti dal Cinque al Settecento: «Bisogna tamponare, e lavare più volte, con una soluzione basica; l’acqua si fa marrone, e lì dentro restano tutti gli acidi». Ma questo costa: «Al minimo, due euro per ogni foglio; e in un solo fascicolo dei notai ve ne sono da 500 a mille».

Per tre anni, l’Archivio di Stato, dice Lo Sardo, «non ha avuto un euro per i restauri», eppure ne ha operati parecchi: dai documenti di Caravaggio, fino al testamento di Arcangelo Corelli. «Si vede che hanno capito che sappiamo spendere anche i fondi che non possediamo», celia il direttore: «Quest’anno, ci sono arrivati 14 mila euro». Diciamo sei o sette fascicoli di notai; «ma noi ne possediamo parecchie migliaia», spiega Verdi. E oltre che di quattrini, è anche questione di spazi. Per i documenti del Novecento, l’Archivio ha una sede in via di Galla Placidia, «in affitto da un privato, un milione di euro all’anno».

«Se il Tribunale ci versasse anche tutto il processo per Ustica, non saprei dove metterlo», spiega Lo Sardo.Una nuova sede era stata individuata: in una caserma dismessa; ma è piena di amianto: servono cinque milioni. «Quanto spendiamo in cinque anni di affitto»; però pare che l’idea del trasloco, decisioni superiori, sia ormai stata abbandonata. Invece, quando la Storia si ammala, ha bisogno di medicine, e urgenti; se no, va perduta per sempre.

Aci: «Troppe auto storiche, alcune sono solo vecchie. L'erario perde 200 milioni»

Il Messaggero

Per il presidente dell'Automobile Club d'Italia su 4 milioni solo 800 mila hanno i requisiti, le altre sono un modo di muoversi con forti agevolazioni fiscali ai danni dello Stato generando inquinamento.


a.it
ROMA - Le iscrizioni al registro delle auto storiche hanno vissuto un «aumento sproporzionato» negli ultimi anni, arrivando a 130mila l'anno rispetto alle poche migliaia di qualche anno fa. Lo ha rilevatoil presidente dell'Aci, Angelo Sticchi Damiani, in un'audizione in commissione Finanze della Camera sul Ddl Capezzone di riforma delle tasse automobilistiche.

Sticchi Damiani ha sottolineato che per la maggior parte si tratta di auto che vengono utilizzate quotidianamente sulle strade, con costi di esercizio bassissimi grazie alle agevolazioni fiscali e assicurative, ma alto inquinamento e perdita di gettito per l'erario, valutabile in circa 200 milioni l'anno. Dei circa quattro milioni di auto storiche, ha stimato, 800mila lo sono veramente. I restanti 3,2 milioni di veicoli sono solo automobili vecchie. Il presidente dell'Aci ha proposto due soluzioni per superare questa situazione.

Una è un filtro all'ingresso, una "lista chiusa annuale" con i modelli ritenuti meritevoli di essere classificati come storici. Per quelli già iscritti nel registro, invece, «che rappresentano un grosso pericolo per la sicurezza e la sostenibilità ambientale della circolazione stradale», Sticchi Damiani propone l'introduzione di incentivi specifici alla rottamazione, collegati all'acquisto di automobili nuove.

Cybercrimine, attacco all’energia Spiati i segreti delle aziende italiane

La Stampa

giuseppe bottero

Spam e cimici nei computer, così il gruppo Dragonfly ha colpito in Europa

Hanno colpita.ito negli Stati Uniti, in Canada, in Asia. Adesso è la volta dell’Europa. I cyber-criminali mettono l’energia nel mirino e fanno rotta decisi sulle aziende del Vecchio Continente. L’ultimo affondo, il più violento da anni, prende di mira un settore strategico: l’elettricità. Imprese di produzione, gestori degli impianti, fornitori di attrezzature industriali: ci sono tutti nell’elenco delle vittime del gruppo Dragonfly e l’Italia, insieme con Spagna e Francia, è uno dei Paesi con il maggior numero di società coinvolte.

«Si tratta di un attacco di alto profilo», spiega Antonio Forzieri, analista del colosso della sicurezza Symantec, che individua due scenari: nel migliore dei casi un tentativo di spionaggio particolarmente sofisticato, nel secondo un maxi-piano di sabotaggio. Insomma, qualcuno, da qualche parte, potrebbe avere la possibilità di premere un bottone e spegnere la luce a un pezzo d’Europa. In Italia gli obiettivi colpiti - tutte aziende energetiche - sono stati 23: tecnicamente si tratta di host, un termine che indica ogni terminale collegato ad una rete. «Sono tanti», spiega Forzieri. Ma è difficile capire a quante differenti società appartengano questi terminali. 

«Al momento non ci risultano attacchi. Anche se ci sono casi in cui le intrusioni non lasciano tracce», spiegano da Enel, la più grande tra le aziende elettriche che operano nel nostro Paese. Stessa cautela da parte degli altri gruppi, da Iren ad A2a. «Se sono stati sottratti documenti o informazioni che permettono l’accesso a sistemi sensibili - spiega il ricercatore Andrea Draghetti - gli effetti si vedranno solo tra qualche mese».

Chi c’è dietro la campagna di spionaggio? I sospetti di Symantec puntano dritti a Mosca: dall’incrocio dei dati emerge che l’attacco «insolitamente sofisticato e aggressivo» è stato sferrato dalla Russia. Nel mirino, come detto, c’è il gruppo Dragonfly, conosciuto anche come Energetic Bear: primi blitz all’inizio del 2011 contro aziende della difesa e dell’aviazione statunitensi, poi il cambio di rotta. L’energia. Lo chiamano «l’esercito delle libellule», secondo gli esperti di cybersicurezza sono una piccola legione di mercenari, la punta dell’iceberg di un settore - quello del crimine informatico - che ogni anno, secondo le stime di Microsoft, provoca danni per 315 miliardi di dollari alle imprese mondiali. Gli analisti di CrowdStrike, sulle pagine del New York Times, si sono spinti ancora più in là, ipotizzando anche chi potrebbe aver finanziato l’operazione: il governo russo. Anche se non ci sono conferme. 

L’offensiva è stata condotta su tre diversi livelli. Nel febbraio del 2013 è scattata una massiccia offensiva di spam contro i funzionari dei gruppi energetici: da un indirizzo Gmail sono partiti messaggi con un pdf in allegato che, una volta aperto, conteneva un malware capace di sottrarre informazioni. Poi è stata la volta del «waterinhg hole», più sofisticato: i siti consultati dai dipendenti delle aziende sono stati infettati da cimici. Poi, il terzo stadio: la compromissione dei software usati per lavoro. Tutte tecniche simili a quelle con cui Stati Uniti e Israele, nel 2009, sono riusciti a usare il virus Stuxnet per controllare da lontano il sistema informatico della centrale nucleare iraniana di Bushehr ed eliminare un quinto del rifornimento di uranio del Paese.

«Se l’attacco nucleare distrugge, quello a Internet crea una paralisi. Senza elettricità, acqua, web, e-banking, è oramai impossibile vivere in una società digitale» ragiona Raoul Chiesa, «hacker etico» dopo un passato in prima linea, collaborazioni con l’Onu e con alcune delle più importanti aziende internazionali. Le strutture del nostro Paese, spiegano fonti vicine al governo, sono particolarmente vulnerabili: nonostante i tentativi e le sollecitazioni dell’Unione Europea l’Italia non si è ancora dotata di un Cert, cioè un organismo che coordini le diverse strutture di sicurezza.

Cuba, liberalizzazione flop: in 6 mesi vendute 50 auto

Il Messaggero

di Roberto Romagnoli


a.it
“Vendesi Kia Sorrento del 2006, 80mila dollari”. ”Vendesi Kia Sorrento del 2006, 6.900 euro (9.400 dollari)”. Il modello non sarà identico ma 70mila dollari sono una bella differenza. Soprattutto se si considera che il primo annuncio è targato Avana (Cuba) dove molti stipendi non superano i 30 dollari mensili e il secondo è targato Roma. E per i listini che riguardano le auto di nuova immatricolazione le cose vanno anche peggio.

Ecco spiegato allora, perché a sei mesi dall’entrata in vigore della nuova legge che permette ai cubani di acquistare anche un’auto a chilometri zero senza permesso governativo ne sono state vendute solo una cinquantina (usate) oltre a quattro motociclette. Il dato è stato pubblicato dal sito governativo Cubadebate. In precedenza ai cittadini cubani era permesso solamente comprare e vendere liberamente automobili che si trovavano sull'isola prima della rivoluzione (1959) ma non potevano invece averne una nuova o di seconda mano se non rivolgendosi - con un'autorizzazione - ai rivenditori dello Stato, che detengono il monopolio sul settore. Autorizzazione che spesso veniva approvata solo per ristretti circoli di privilegiati. E per i non raccomandati l’attesa poteva durare anni.

LIBERALIZZAZIONE
La liberalizzazione del mercato quindi fa i conti con la realtà e per la quasi totalità dei cubani il sogno finisce contro le vetrine delle undici agenzie di vendita (quattro nella capitale) controllate dalla holding statale Cimex.

L’IRONIA
«Quando compirò 321 anni forse potrò comprarmene una» ironizza sul web un cubano. Ma con quei prezzi anche nel nostro paese per moltissimi il sogno si infrangerebbe contro le vetrine degli autosaloni. Tanto per fare un esempio, per una Peugeot 508 un cubano deve (dovrebbe) sborsare 262mila dollari mentre a un europeo ne basterebbero 53mila. Colpa delle tasse altissime decise dal governo di Raul Castro nelle cui intenzioni quelle imposte dovrebbero servire per finanziare il tragico sistema di trasporti dell’isola.

Ma con i magri incassi ci sarà ben poco da fare e così nell’isola il panorama motoristico resta quello da cartolina, con i mitici modelli americani della prima metà de secolo scorso che continuano a essere protagonisti così come le Lada o le Moskovich. I nuovi modelli o quelli usati più recenti possono aspettare. Ve la comprereste una Fiat Punto del 2008 per quasi 30mila dollari? Oppure una Toyota Yaris del 2002 per 25mila? O ancora una sconosciuta cinese Geely per 30mila? Senza dimenticare che in busta paga il totale è una trentina di dollari.


Giovedì 03 Luglio 2014 - 14:44
Ultimo aggiornamento: 18:17

Diritto all’oblio, dall’Italia seimila richieste di cancellazione da Google

La Stampa

bruno ruffilli


Il motore di ricerca ubbidisce alla sentenza della Corte Europea e cancella i link ad articoli non graditi: ma la Bbc e il Guardian segnalano le rimozioni, così ora quello che non si vorrebbe far leggere è più facile che mai da trovare

a.it
L’ultimo posto dove si immagina che l’ironia possa trovare spazio è probabilmente la sentenza di una tribunale. Eppure ce n’è parecchia, di ironia involontaria, in quella della Corte europea che ha disposto la rimozione di alcuni link dai risultati delle ricerche su Google. Si chiama diritto all’oblio, e sta diventando in realtà una specie di riflettore acceso sulle notizie che qualcuno vorrebbe fossero cancellate dal web.

La sentenza prevede che chiunque trovi nei risultati delle ricerche un link a un articolo «inadeguato o irrilevante» possa chiedere a Google di rimuovere il collegamento. La questione era stata sollevata anni fa per la pubblicazione di un articolo sul quotidiano catalano La Vanguardia; il signor Mario Costeja González ha chiesto che venissero rimossi i link che facevano riferimento a una sua vecchia condanna per debiti, e dopo lunghe vicende giudiziarie ha visto accolta la sua richiesta dalla Corte Europea lo scorso 13 maggio. 

Non è il caso – più grave – in cui il testo contiene errori, menzogne o calunnie, che sono legalmente perseguibili e possono portare a eventuali rettifiche o risarcimenti: qui l’articolo incriminato rimane online, solo non è indicato nei risultati delle ricerche effettuate a partire dai siti europei di Google, che avviserà del fatto che alcuni link sono stati rimossi. Più o meno come avviene con i siti dove si trova materiale coperto da copyright.

Questa rimozione, però è più fittizia che reale. Il link infatti non sarà disponibile su google.it, google.fr, google.es o google.de ma sarà regolarmente accessibile dal motore di ricerca interno del sito dove è stato pubblicato. E la sentenza apre molte questioni, alcune di ordine generale sulla censura e sulla privacy, altre più pratiche. Ad esempio, potrà chiedere la rimozione di articoli pubblicati su siti europei anche chi vive fuori dall’Europa? Potrà farlo chi è citato nei commenti, pur non essendo nominato nell’articolo? O chi del commento è autore, magari solo perché a distanza di tempo lo considera inopportuno?

Il tema è di attualità, perché da qualche giorno Google ha cominciato a inviare ai siti le richieste di rimozione pervenute. Le prime reazioni sono arrivate dalla Bbc, in un articolo di Robert Peston, che è stato avvisato da Google della richiesta di eliminare il link relativo a un suo post risalente all’ottobre 2007 in cui criticava il banchiere di Wall Street Stanley O’Neal. La polemica che ne è scaturita ha avuto l’effetto contrario rispetto al diritto ad essere dimenticati, perché l’articolo, che ovviamente contiene un link al post originale, è stato molto commentato sul sito della Bbc ed è rimbalzato centinaia di volte sui social network.

Nel post non venivano mosse particolari accuse a O’Neal. Si parlava, infatti, all’inizio della crisi finanziaria globale nel 2007, delle sue dimissioni dal ruolo di amministratore delegato nel colosso Usa Merryl Lynch. E più che altro erano criticati i veterani della banca che avrebbero scaricato le loro responsabilità su di lui. Non è ancora chiaro chi abbia chiesto la rimozione del post, ma non è detto che sia stato davvero O’Neal, anche se è l’unica persona citata con nome e cognome. 

Anche al Guardian Google ha comunicato che alcuni link ad articoli del sito sarebbero stati rimossi: i primi hanno per oggetto un caso di frode risalente al 2002, un’iniziativa di alcuni lavoratori francesi, e un’intera settimana di post di un blogger del quotidiano inglese. E soprattutto, tre articoli riguardano Dougie McDonald, ex arbitro di calcio scozzese che ha lasciato l’incarico dopo un caso di giustizia sportiva; ma - scrive l’autore - non è mai arrivata in precedenza alcuna segnalazione di errori o protesta in relazione agli articoli in oggetto, che quindi sono da ritenersi accurati e corretti al momento della pubblicazione.

Anche in questo caso l’eco mediatica è stata notevole, e così chi davvero voleva che gli articoli non fossero più raggiungibili ha ironicamente ottenuto l’effetto opposto. Lo stesso è successo con altroi due siti di quotidiani inglesi, il Telegraph e l’Independent. Il maggior numero di richieste di rimozione di link viene alla Germania con 14 mila e passa , poi da Francia, Regno unito, Spagna.

Dall’Italia le richieste sono state circa 6mila per quasi 24 mila pagine (il modulo si trova qui). In tutto, dal 29 maggio al 30 giugno, sono quasi 70 mila, per un totale di 267.550 pagine web, tanto che Google ha dovuto assumere un corposo team di legali per valutare ogni singolo caso. E su tutte le pagine con i risultati dai siti europei del motore di ricerca, compare l’avviso “Alcuni risultati possono essere stati rimossi nell’ambito della normativa europea sulla protezione dei dati. Ulteriori informazioni”. 

La soluzione per trovare tutto senza censure, però, esiste e non è complicata: basta digitare google.com. In alternativa, ci sono motori di ricerca come Bing o DuckDuckGo, ma è anche possibile usare smartphone o tablet: la ricerca predefinita è sul sito americano, dove il diritto all’oblio non esiste. 

Pos obbligatorio, i dubbi delle Entrate “Soltanto moral suasion, serve di più”

La Stampa

La direttrice Orlandi: «Bene il reato di autoriciclaggio. Fa svoltare il paese»


a.it
«Credo ci voglia una scelta politica aggiuntiva rispetto a uno strumento che per ora è solo di moral suasion». Rossella Orlandi, la neo-direttrice dell’Agenzia delle Entrate, boccia la norma che rende obbligatorio il Pos per artigiani e professionisti, ma non prevede sanzioni. Una norma contestatissima, a causa dei costi e dell’applicazione, che secondo Miss Fisco, così com’è, non avrà effetti. 
La Orlandi, a margine di un incontro al Cnel, ha parlato anche dei blitz anti-evasione, in stile Cortina.
«E’ stata montata una polemica - dice -. Credo invece che ci voglia un lavoro sereno e di continuità. È quello che stiamo facendo, lo abbiamo sempre fatto e lo faremo ancora di più». Luce verde, invece, al rientro dei capitali. «La cosa più importante del provvedimento sul rientro dei capitali è l’introduzione del reato di autoriciclaggio» che «fa svoltare questo paese, è un mezzo di contrasto dell’evasione fortissimo e innovativo». 

Ikea mette in guardia i suoi clienti: «Attenti a questo messaggio»

Il Mattino

a.it
In un comunicato, Ikea Reatil mette in guardia i suoi clienti da un possibile tentativo di truffa. Questo il messaggio pubblicato sulla home page del sito
«Italia Retail S.r.l segnala la sua totale estraneità riguardo l’invio di SMS aventi il seguente testo

«Gentile cliente CONGRATULAZIONI: le comunichiamo che il suo scontrino è risultato vincente dell’estrazione del 15-06-2014. Per 14 giorni a partire da domani, consegnando il suo scontrino in uno dei nostri centri IKEA, avrà diritto a un buono pari al valore del suo scontrino. Grazie per avere scelto il nostro centro. IKEA al fine di tutelare la propria clientela sta intraprendendo tutte le necessarie azioni tese a far luce sull’accaduto».

Parigi ordinò di eliminare Gheddafi"

Fausto Biloslavo - Ven, 04/07/2014 - 09:05

L'ex ministro della Difesa La Russa: "Non so chi fu poi a ucciderlo, ma la Francia aveva lanciato bombardamenti mirati"


a.it
«L'Italia non ci ha guadagnato» dall'intervento armato della Nato in Libia. «Parigi accese la miccia e ci spinse all'azione» ed «eliminare Gheddafi non era un obiettivo nascosto». I francesi puntavano «a colpire il colonnello in maniera mirata, come fanno gli israeliani». Lo rivela al Giornale, Ignazio La Russa, ministro della Difesa nel 2011 ai tempi dei bombardamenti sulla Libia. A Parigi regnava Nicolas Sarkozy, oggi sotto inchiesta in Francia per varie ombre sui finanziamenti elettorali, compresi milioni di euro che sarebbero arrivati da Tripoli. Gheddafi, che avrebbe potuto raccontare in un tribunale la sua versione dei fatti, è stato ucciso.

Quale fu il ruolo della Francia del presidente Nicolas Sarkozy nell'intervento armato contro Gheddafi?
«La Francia accese la miccia e ci spinse all'azione. Parigi ruppe gli indugi e costrinse gli altri paesi a una scelta affannosa. È vero che Gheddafi bombardava i civili, ma i francesi non aspettarono il via libera degli organismi internazionali e agirono subito. Ciò impedì un'azione diplomatica alternativa».

Il governo italiano cosa pensava veramente dei bombardamenti? «Berlusconi era il più restio a intervenire contro Gheddafi sospettando che l'atteggiamento della Francia fosse una reazione al rapporto vantaggioso che si era creato fra Italia e Libia».

È vero che Parigi voleva scalzare l'Eni per mettere le mani sulle risorse energetiche libiche? «Secondo Berlusconi i francesi erano invidiosi e Parigi puntava a spodestare le nuove relazioni Italia-Libia servite a ridimensionare i flussi migratori verso l'Italia. Non c'era solo il problema dell'immigrazione da risolvere, ma siamo anche riusciti a consolidare il rapporto privilegiato nell'approvvigionamento energetico».

Berlusconi rimase molto turbato dal bombardamento mirato a Tripoli, che aveva come obiettivo il colonnello, ma uccise uno dei suoi figli. Chi l'ha voluto e qual era la bandiera dei caccia?
«Noi non partecipammo. A memoria non ho un ricordo preciso, ma credo che i francesi ci fossero, anche se nel raid erano coinvolti più assetti di diverse nazioni. In ogni caso alla Francia era attribuita la principale iniziativa di colpire Gheddafi in maniera mirata, come fanno gli israeliani. Noi non alzammo mai in volo i nostri caccia per bombardare case, famiglie, o figli del colonnello. Parigi non aveva la stessa logica».

Le risulta che nella lista di obiettivi della Nato fossero state inserite dai francesi le nostre infrastrutture petrolifere in Cirenaica? «Mi risulta che siamo riusciti a ottenere un meccanismo non previsto: nelle riunioni per la pianificazione degli obiettivi c'era un nostro ufficiale con il cartellino rosso. L'Italia aveva deciso di non partecipare a determinate missioni, che comportavano il rischio di colpire obiettivi non militari. Il cartellino rosso fu alzato diverse volte per la vicinanza di centri abitati e civili».

Ci sono sospetti su coinvolgimenti di agenti stranieri nella morte di Gheddafi. Cosa ne pensa? «Sapevamo che c'erano agenti di vari paesi che operavano in Libia. Non esistono prove certe, ma probabilmente anche nel frangente della morte di Gheddafi c'erano degli stranieri. Non in quell'occasione, ma anche noi avevamo personale sul terreno, che raccoglieva informazioni».

Nella morte del colonnello erano coinvolti i francesi?
«Non ho mai ricevuto rapporti a riguardo. I francesi, però, non erano i soli a puntare in maniera mirata sul colonnello. Anche gli americani pensavano che fosse una soluzione. Non me l'hanno mai detto direttamente a livello politico, ma i nostri militari riferivano che eliminare Gheddafi era un obiettivo non nascosto».

E noi cosa facevamo sul terreno? «Prima dei bombardamenti l'attuale capo di stato maggiore dell'esercito, generale Graziano, andò di persona a Bengasi, quartier generale dei rivoluzionari (per preparare il terreno all'invio di addestratori, ndr). Sul terreno l'Italia mantenne sempre delle fonti informative».

Oggi la Libia è infiltrata dai terroristi, in mano alle milizie e punto di imbarco di decine di migliaia di migranti diretti verso le nostre coste. Era meglio lasciare Gheddafi al suo posto?
«Se ci fosse stata una possibilità di scelta forse sarebbe stato meglio. Però la storia non si fa con i se o con i ma. È stata la primavera araba a scatenare una serie di reazioni che hanno portato alla caduta di Gheddafi. Sicuramente l'Italia non ci ha guadagnato. In termini economici e di sicurezza non ne ha tratto alcun vantaggio».

Come si risolve l'invasione dei migranti dal mare? «In Libia, di fatto, non esiste più un ordine costituito. Se vogliamo impedire tragedie come quelle di questi giorni non bisogna farli partire. L'Italia deve andare davanti alle coste libiche e se necessario usare la forza per far tornare indietro i barconi. Bisogna risolvere il problema di chi ha diritto all'asilo, i veri rifugiati, ma i clandestini vanno fermati in mare nelle acque territoriali di Tripoli. E se qualcuno cerca di impedirlo lanciamo operazioni militari contro i trafficanti di uomini».

www.gliocchidellaguerra.it

A processo il magistrato che passava le carte al "Fatto"

Mariateresa Conti - Ven, 04/07/2014 - 09:02

Gozzo, l'accusatore di Dell'Utri, a giudizio per violazione del segreto d'ufficio. La compagna di Tortora scrive al sindaco di Pompei: "L'ex pm Marmo si dimetta"


Finisce nei guai il procuratore aggiunto di Caltanissetta Domenico Gozzo, il pm - già accusatore di Marcello Dell'Utri - che coordina le nuove indagini sulle stragi del '92.

Il Gip di Catania lo ha rinviato a giudizio per un reato difficilmente contestato alle toghe, violazione del segreto d'ufficio. Secondo l'accusa, sostenuta dal collega procuratore aggiunto degli uffici etnei Carmelo Zuccaro, sarebbe stato lui a «passare» al Fatto quotidiano le notizie relative ad alcune conversazioni intercettate, in carcere, tra il superboss Totò Riina e i suoi familiari. La prima udienza del processo si svolgerà a ottobre.

Una bomba. Anche perché Nico Gozzo è uno dei magistrati di punta della Procura di Caltanissetta, il pm che sta riscrivendo la storia delle stragi, smantellando di fatto i primi processi sugli eccidi di Capaci e via D'Amelio viziati dalla falsa collaborazione di Vincenzo Scarantino. Processi istruiti quando a Caltanissetta era procuratore capo Giovanni Tinebra, che a propria volta adesso è procuratore generale a Catania, dove ora Gozzo dovrà presentarsi nell'insolita veste, per lui, di imputato.

Che sulla pubblicazione di quelle intercettazioni (in una di esse Riina diceva: «Quest'anno la Juve è una bomba», frase letta come minaccia di attentato a uno dei pm della trattativa Stato-mafia) ci fosse una linea dura si era capito immediatamente. A ottobre del 2013, quando erano stati pubblicati gli articoli sul Fatto e sul quotidiano online LiveSicilia, era scoppiato il putiferio. E nel mirino in prima battuta erano finiti i giornalisti, i cronisti del Fatto Quotidiano Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, e il cronista di LiveSicilia Riccardo Lo Verso, sottoposti a perquisizione a casa e nelle redazioni.
Proprio nell'abitazione di uno dei cronisti del Fatto sarebbero stati rinvenuti dei file che attestavano contatti col procuratore aggiunto nisseno. Immediata era stata l'apertura dell'inchiesta, trasferita a Catania per competenza, visto che è la procura etnea ad occuparsi di fatti che riguardano i magistrati nisseni. Ora l'udienza preliminare contro Gozzo. E il rinvio a giudizio del magistrato, che sarà difeso dall'avvocato palermitano Francesco Crescimanno.

Per un pm nei guai, un altro ex pm che non se la passa proprio bene, da quando è tornato alla ribalta delle cronache diventando assessore alla Legalità a Pompei: Diego Marmo, l'accusatore di Enzo Tortora. Ieri Il Mattino ha pubblicato una lettera della compagna del presentatore tv, Francesca Scopelliti. Una lettera durissima, a dispetto delle scuse per l'errore commesso affidate a 30 anni di distanza, da Marmo, al quotidiano Il Garantista. Una lettera amara, in cui la compagna di Tortora chiede al sindaco di Pompei, Nando Uliano, di ritirare la delega all'ex pm.

«Una semplice domanda, sindaco Uliano – scrive la Scopelliti dopo aver ricostruito l'odissea giudiziaria del presentatore tv – avrebbe mai dato la delega ai lavori pubblici a un ingegnere che ha costruito un ponte crollato il giorno dopo dell'inaugurazione? Diego Marmo è un magistrato che - perseguendo un innocente e dando mostra di colpevole negligenza e di spaventosa protervia – ha fatto crollare la giustizia, ha offeso il diritto, ha umiliato quella toga che invece dovrebbe, secondo il dettato costituzionale, essere una garanzia per i cittadini. Marmo dovrebbe, per dignità, dimettersi, ma so che non lo farà. E allora chiedo a lei un atto di coraggio: ritiri quella delega».

Nella lettera la compagna di Tortora ricorda con amarezza le parole usate da Marmo durante la requisitoria del processo di primo grado, la definizione di Tortora come «cinico mercante di morte», l'accusa di essere stato eletto con i voti della camorra. Un teorema poi franato in Appello e in Cassazione: «Non fu – ricorda la Scopelliti – semplicemente un errore, come se ne fatto ovunque e quindi anche nei tribunali: fu, come la definì Giorgio Bocca, una pagina vergognosa di “macelleria giudiziaria”».

Bankitalia, 54 mila euro per bruciare le banconote

Corriere della sera

di Andrea Ducci

a.it
Le vecchie banconote in lire Banca d’Italia non le cambia più da tempo. Quelle in euro invece le butta via e le fa bruciare. Pagandone il prezzo. A scoprirlo con soddisfazione è stato Giuseppe Rossiello, titolare della ditta Ambiente e Tecnologie di Bitonto (Bari). Qualche settimana fa Banca d’Italia gli ha assegnato la gara per il servizio di «ritiro, trasporto e termovalorizzazione con recupero di energia delle banconote triturate». In pratica, l’azienda di Rossiello sarà pagata nei prossimi due anni per ritirare la vecchia carta moneta e farne un bel falò. Il tutto avverrà nel rispetto delle norme ambientali, tanto che il fuoco non dovrà essere fine a se stesso, ma, possibilmente, produrre energia grazie a un processo di termovalorizzazione. Soldi in fumo, insomma, ma non del tutto.

Per fare bruciare le banconote Via Nazionale spenderà 54.259 euro, a cui va aggiunta l’iva. La prassi, del resto, prevede che i soldi di carta vengano sminuzzati e pressati in grandezze standard per farne delle cosiddette «bricchette». Si tratta di quei cilindretti, in genere di cartone pressato e scarti di legno, utilizzati per alimentare le stufe e i camini. Dalle parti di Bankitalia le bricchette sono realizzate con le banconote e pagano pure chi le brucia.

Come in un dipinto, le Marche un balcone sul Rinascimento

Corriere della sera

di Andrea Rinaldi
 

A Gradara l’amore (sfortunato) di Paolo e Francesca, a Corinaldo la truffa al figlio del ciabattino Scuretto: le mille storie di una regione che vuole restare nascosta




Nonostante gli spot con Dustin Hoffman e Neri Marcorè, le Marche sembrano voler continuare a celarsi agli occhi indiscreti della pubblicità, con somma gioia dei loro segreti estimatori che quasi temono l’arrivo del turismo di massa. Sarà anche per questo loro «vivere nascosto», per questa gelosa custodia dei suoi abitanti, che la regione conserva ancora degli scorci incontaminati dove la natura e l’uomo sono sposati da secoli senza alcun bisticcio. L’ultimo testimone di queste nozze è stato scoperto nel Montefeltro, al confine con la Romagna, da Rosetta Borchia e Olivia Nesci, rispettivamente pittrice e docente di Geografia Fisica all’Università di Urbino: una serie di vedute che si ritrovano tali e quali in alcuni dipinti rinascimentali.

Ce ne sono sette, alcune si trovano anche nella riminese Valmarecchia e grazie al progetto «Montefeltro vedute rinascimentali» è ora possibile salire fino a dei nuovi belvedere per ammirarli fuori dai quadri così come realmente sono. Ci si arriva uscendo dall’A14 a Pesaro e inoltrandosi per la SS423 fino a Urbino. Ad esempio lo sfondo al Ritratto di Federico da Montefeltro di Piero della Francesca, custodito agli Uffizi, corrisponde alla località Ca’ Mocetto sopra Urbania, che abbraccia il territorio dalla piana del fiume Metauro fino alla rupe del Peglio. Verso l’orizzonte s’intravede Sant’Angelo in Vado e dietro l’Appennino tosco-marchigiano con la Massa Trabaria, l’Alpe della Luna, i Sassi Simone e Simoncello e il Carpegna.

Larghe vedute
Un altro sfondo celebre è quello dei «Trionfi di Federico II e Battista Sforza», sempre di Piero della Francesca, che dalla località Pieve del Colle sale fino a circa 1.000 metri di altitudine per abbracciare un territorio che dalla Piana di San Silvestro sul Metauro si allarga fino a Urbino, ai monti delle Cesane e poi, sfumando delicatamente in monticelli sempre più piccoli arriva fino al Conero per chiudersi, a sinistra, sulle dorsali appenniniche (per prenotare le visite anche agli altri balconi www.montefeltroveduterinascimentali.eu, 3 euro). Altra meta per immergersi nella storia è la rocca di Gradara, che si protende sull’A14 al confine con la Romagna, a 25 chilometri da Rimini e 13 da Pesaro.

Il borgo è stretto tra due cinta murarie e d’estate non mancano mai rassegne medievali per grandi e piccoli; il castello, invece, è quello che secondo la leggenda avrebbe fatto da cornice all’amore di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, sposata al fratello di lui Gianciotto. Ma anche dove sarebbero stati avvelenati i mariti di Lucrezia Borgia dal padre Alessandro. Il mastio fu eretto dalla casata dei Grifo nel 1150 e le sale interne ricordano tuttora le potenti famiglie che qui hanno governato: gli stessi Malatesta, gli Sforza, i Della Rovere e i Medici. Nel borgo c’è l’imbarazzo della scelta tra ristoranti e bed & breakfast, ma per godere della quiete ci si può spostare al Castello di Granarola, il long stay house firmato da Marco Morosini, designer pesarese del marchio Brandina. Da Gradara si prende la SP39 e via di Cerreto e si arriva in questo antico castello dei signori di Ravenna, passato poi alla Curia, ristrutturato in nove appartamenti a tema (www.castellodigranarola.it).

Birra e mummie
Nel caso il lungo viaggio avesse stimolato l’appetito, per placarlo con i sapori marchigiani occorre ancora un po’ di auto e di pazienza. Di nuovo in autostrada, si esce a Pesaro e si percorre la SP30 e poi la SP3 fino a Mercatale di Sassorcorvaro, dove l’agriturismo LaCotta produce l’unica birra artigianale della provincia: è fermentata con acqua di sorgente, malto d’orzo di produzione locale, luppolo estero e lievito naturale secco (via Vecellio, località Ca’ Corsuccio, tel. 334/2520471). Da Mercatale attraverso la Strada Provinciale Fogliense e poi la E78 si giunge a Urbania, paese del sociologo Ilvo Diamanti e patria della famosa Chiesa dei Morti, che al suo interno conserva il «Cimitero delle Mummie», noto per il bizzarro fenomeno della mummificazione naturale di 18 cadaveri ottocenteschi dovuto a una particolare muffa che li ha essiccati suggendone gli umori (tel. 0722/313140, dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18.30). Lasciandosi alle spalle Urbania, se si prende la Strada Provinciale Metaurense, la Strada Provinciale Fangacci e la SP55 si passa Acqualagna, terra di tartufi, e poi attraverso la SP3 si viene abbracciati dal verde della riserva della Gola del Furlo.

Al Furlo fece sosta molte volte (si dice 56) il Duce nel suo tragitto tra Roma e la Romagna e per ringraziarlo delle tante migliorie che aveva realizzato in paese, la milizia nazionale forestale con alcuni scalpellini del luogo scolpì nel 1936 sul monte Pietralata un profilo di Mussolini, che fu poi fatto saltare dai partigiani. Urbino, corte rinascimentale dei duchi di Montefeltro, prima solo accennata, merita una sosta. Si esce a Calmazzo ed è la E78 a condurvi. In città oltre all’Università ha sede anche il palazzo Ducale con i suoi dipinti di Paolo Uccello, Piero della Francesca e Raffaello. A Urbino è nata anche «casciotta» tanto amata da Michelangelo, le cui origini risalgono al 1500. È prodotta con latte di pecora e di vacca, con aggiunta di lieviti e di caglio. Le forme vengono immerse nella salamoia e lasciate per circa un mese in speciali locali di conservazione (Caseificio Val d’Apsa, Via Ca’ Bergamo, 1 Località Viapiana, tel. 0722/52187).

Il borgo altissimo
Le meraviglie marchigiane però non sono finite, anzi, come sosteneva Guido Piovene, occorre un viaggio non frettoloso per goderle tutte. Quindi con molta calma si può optare per Corinaldo, un gioiellino di cinquemila abitanti separato da Urbino dalla SS73 bis che diventa poi Strada Provinciale 5 e Mondaviese. Uno dei borghi più d’Italia, nonché città natale di Santa Maria Goretti, il cui simbolo però non sono le quattrocentesche mura ancora intatte, ma la casa di Scuretto. Scuretto era un ciabattino a cui il figlio emigrato in America mandava dei soldi per farsi costruire una dimora in paese. Il padre però li spendeva tutti nelle osterie e quando il figlio gli chiese un foto della sua futura abitazione, il calzolaio tirò su in fretta e furia una facciata con il tetto davanti al quale si fece fotografare per ingannare il primogenito.

E l’inganno perpetrato ai primi del ‘900 è ancora lì. Un’altra peculiarità per cui Corinaldo va famosa è l’oca arrosto, imbottita di salvia, rosmarino e aglio e contornata di patate tagliate a pezzi grossi. Ma una tale bontà non si può non annaffiare con del buon Verdicchio e allora si può andare a rifornirsi all’enoteca regionale di Jesi (ww.imtdoc.it) o alle cantine Belisario di Matelica (via Merloni, 12 www.belisario.it) in provincia di Macerata. Per gli amanti del rosso, sempre in zona, nasce la Vernaccia di Serrapetrona. Macerata è un poliedro con tanti lati da scoprire: l’imponente Sferisterio ottocentesco, teatro dal 18 luglio dell’Opera Festival (www.sferisterio.it); i seicenteschi Musei di Palazzo Buonaccorsi; e fuori le Abbazie romaniche nella valle del Chienti, da visitare in una giornata: Abbazia di Fiastra a Tolentino; Chiesa di Santa Maria a piè di Chienti a Montecosaro; Chiesa di San Claudio al Chienti a Corridonia; Basilica di San Nicola da Tolentino.

Il giardino di Giacomo
Tipico di queste parti è poi il ciauscolo, lardo macinato e amalgamato alla carne con cui forma una pasta omogenea e spalmabile sul pane (Antica Gastronomia, via Fermi 1, Mogliano, tel. 0733/557802-03). E visto che siamo in terra leopardiana, sono la Strada Provinciale Potentina, la Strada Provinciale Madonna del Monte Sambucheto e la SP77 che accompagnano fino a Recanati. In via Leopardi 14 c’è la casa del poeta con la biblioteca e i suoi 25 mila volumi che il padre Monaldo raccolse (0715/70309, da lunedì a venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 17). Chi cerca infine i «sovrumani silenzi e la profondissima quiete» dell’Infinito non deve far altro che dirigersi al Centro Nazionale di Studi Leopardiani (lì vicino, in via Monte Tabor 2), percorrere l’atrio, poi il corridoio, fino a sbucare in quello che un tempo era il giardino privato del convento di Santo Stefano, dove il giovane Giacomo si sedeva a contemplare la bellezza del creato.