sabato 5 luglio 2014

Morto Giorgio sbagliato» gaffe su Napolitano del M5s, poi le scuse

Corriere della sera

Debora Billi, responsabile web dei Cinquestelle a Montecitorio



È polemica sul web per una «battuta» di Debora Billi, responsabile web dei Cinquestelle a Montecitorio: «Se ne è andato Giorgio. Quello sbagliato. #faletti», scrive infatti la blogger sul suo profilo twitter con un nemmeno tanto velato riferimento al capo dello Stato. Un tweet, postato venerdì in tarda serata, che ha subito raccolto pesanti denuncie da parte dei suoi followers e che è rimbalzata sul web su altri social network. Poi sono arrivate le scuse con un intervento pubblicato su Twitter e Facebook. «Le battute infelici scappano, speriamo stavolta siano scappate per sempre».
La vicenda
La «giornalista, blogger, estremista, mamma. Resp. Web M5S Montecitorio», come si definisce sul suo profilo Twitter, nonostante gli attacchi, non ha però rimosso il messaggio aggiungendone uno in cui fa una sorta di autocritica («così imparo a rubare le battute») e un altro in cui scrive: «Madre miserabile» «bestia» «schifosa»... «Ahem si, sono io la maleducata».
Le scuse
Debora Billi chiude poi «l’incidente» con un altro tweet: «Le mie scuse al Presidente e al #m5s». «Desidero scusarmi personalmente con il presidente Napolitano per l’accaduto, augurandogli naturalmente una vita lunga e serena, e con il M5S a cui ho creato imbarazzo. Non accadrà più», puntualizza la Billi.

5 luglio 2014 | 10:42

San Marino e Vaticano, la luce sul conto delle bollette italiane

Corriere della sera

di Stefano Agnoli

Gli accordi e la possibile revisione con il taglio degli aiuti


a.it
Togliere a chi ha avuto troppo e restituire a chi ha dato di più. E’ l’obiettivo del decreto «taglia-bollette», che a breve passerà all’esame del Parlamento. Non è dato ancora sapere, però, se i sacrifici toccheranno anche il Vaticano e la Repubblica di San Marino, «stati esteri» che fino ad oggi hanno beneficiato di un regime del tutto speciale, finanziato in ultima istanza dalle bollette dei consumatori italiani. Per il momento pare di no, anche se nella lista iniziale degli interventi del ministero il capitolo delle due “enclave” era ben presente.

Non che si tratti di cifre stratosferiche: il «regalo» energetico che lo Stato fa ogni anno alla Santa Sede e alla Repubblica del Titano ha un valore di 15-16 milioni di euro, ripartiti più o meno a metà. Il taglio, sempre nelle intenzioni, avrebbe quindi un valore più simbolico che altro («tutti devono fare la loro parte»), aggiungendosi però alle altre misure dello stesso tenore, quelle che colpiscono le energie rinnovabili fino alle Ferrovie e ai pensionati Enel.

Ci sono però diversi ostacoli. La Santa Sede, ad esempio, è un cliente delicato, e in generale non è con un decreto dello Stato italiano che si possono modificare accordi «internazionali». Proprio così, perché proprio per il fatto di essere due Stati sovrani, e due «enclave» circondate dal territorio italiano, Vaticano e San Marino devono poter accedere a un corridoio di fornitura esterno. Cosa alla quale lo Stato italiano provvede ogni anno, garantendo sempre per decreto una quota della capacità di importazione di energia elettrica dalla Francia (per il Vaticano) e dalla Svizzera (per San Marino).
Energia «preziosa» e aggiudicata con delle aste perché costa molto meno di quella prodotta in Italia. Per la Santa Sede si tratta di 50 Megawatt e per la Repubblica di 54 Megawatt. Ai valori di asta (circa 16 euro a Megawattora) i due lotti valgono appunto 7-8 milioni di euro l’uno.

A questo punto che cosa accade? Che i due Stati esteri si accordano con due fornitori italiani (Acea a Roma, Enel per il monte Titano), scambiando la capacità di importazione con l’elettricità che a loro serve. In più, secondo qualche maligno, sfruttando non solo l’opportunità di ricevere l’elettricità a costi bassissimi (quelli del trasporto). Ma anche quella di ricavare qualche provento extra: San Marino ad esempio, che ha circa 32mila abitanti, consuma ogni anno il 60% dell’elettricità alla quale avrebbe diritto grazie alla riserva garantita dallo Stato italiano (270 mila Megawattora su circa 470mila). E il resto?

Potrà cambiare in futuro la situazione, all’insegna di maggiore trasparenza ed equità? La disponibilità delle parti, almeno in via informale, ci sarebbe, ma i due casi sono diversi. Per il Vaticano la garanzia di energia elettrica sarebbe addirittura contemplata dai Patti Lateranensi del 1929 (l’articolo 6), che forse dovrebbero essere modificati. Pare inoltre che l’amministrazione vaticana si sia «dimenticata» di segnalare il proprio diritto per il 2014, e infatti nel decreto import del ministero dello Sviluppo di fine dicembre scorso la riserva di 50 Megawatt per la Santa Sede non è stata riconfermata.

Tra fine febbraio e fine marzo l’errore sarebbe stato segnalato al governo italiano, ma poi la staffetta Letta-Renzi (e Zanonato-Guidi) avrebbe rallentato la correzione del ministero. A quel punto, viste le intenzioni di «risparmio» del governo, il Vaticano avrebbe manifestato la sua disponibilità ad accettare un taglio in linea con il 10% medio che l’esecutivo vorrebbe portare a casa. Si vedrà. San Marino, invece, per i suoi 54 Megawatt vanta un diritto decennale, ribadito da un accordo con l’Italia del 2011. In teoria le cose potrebbero andare avanti così fino al 2020. Ma anche in questo caso è possibile che, bontà sua, la Repubblica accetti di avviare una trattativa. Il margine ci sarebbe.

5 luglio 2014 | 07:39

Come governi e grandi aziende minacciano la libertà del web

La Stampa

carlo lavalle

Il Pew Research Center pubblica un’indagine sui pericoli per l’Internet del futuro: da tenere d’occhio soprattutto censura e neutralità della Rete

a.it
Sempre più persone si collegano a Internet che, però, nei prossimi anni, dovrà affrontare minacce crescenti alla sua libertà. Le principali, secondo il Pew Research Center, sono quelle rappresentate dall’attività di Stati e grandi aziende.
Gli oltre mille esperti, studiosi e personalità, interpellati sul tema, in occasione del 25° anniversario della creazione del World Wide Web, hanno espresso preoccupazioni simili sugli sviluppi futuri di Internet.

Il 65 per cento degli intervistati pensa che non ci saranno significativi cambiamenti rispetto agli ostacoli che le persone già incontrano per collegarsi in rete o condividere contenuti. Alcuni sottolineano che questa convinzione è più un auspicio che una previsione. La speranza è che grazie alla rivoluzione di Internet mobile sempre più persone possano avere accesso alla rete e che i benefici dell’espansione digitale siano maggiori dei rischi. Fra i pareri raccolti c’è quello di Vinton Cerf, uno dei padri della rete perché co-inventore del protocollo Internet e oggi “evangelista” di Google. «Internet - sottolinea Cerf - diventerà molto più accessibile di quanto non lo sia oggi». Inoltre «l’intelligenza artificiale e l’elaborazione del linguaggio naturale potrebbero renderlo ancora più utile».

Per molti l’attitudine al controllo e alla sicurezza da parte degli Stati può portare ad un inasprimento dei sistemi di blocco, filtraggio e frammentazione consolidando un processo di vera e propria balcanizzazione della Rete, tendenza questa messa a fuoco molto bene anche nel libro di Eric Schmidt e Jared Cohen La nuova era digitale. I regimi autoritari, in particolare, cercano di limitare l’accesso a Internet e alla libera informazione per fronteggiare la protesta sociale come nel caso di Egitto, Pakistan e Turchia. In Cina, del resto, è attivo il “Great Firewall”, uno strumentario usato dal governo per oscurare i siti e applicare la censura su scala nazionale.

“Oltre un terzo degli utenti Internet – sostiene Jillian C. York di Electronic Frontier Foundation – accede ad una sua versione censurata e questo numero continua ad aumentare”. Anche nei paesi occidentali, comunque, l’insistenza sulla sicurezza può provocare seri contraccolpi alla libertà sul web come dimostra la vicenda clamorosa delle rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza di massa messa in atto dalla National Security Agency statunitense.Che dire poi delle pressioni esercitate dalle big corporation? Possono mettere in discussione la neutralità della Rete, costituendo corsie preferenziali per i contenuti a pagamento, ostacolare l’innovazione, la condivisione e gli scambi grazie a restrizioni eccessive sul copyright.

Le aziende private come Google e Facebook, d’altra parte, possono esercitare un grande potere avendo consegnato nelle loro mani la gestione dell’enorme flusso di informazioni che sempre più frequentemente modificano e selezionano secondo algoritmi orientati a interessi di business.
Questa azione concomitante di Stati e società private, che peraltro monitorano e collezionano dati in quantità massive con conseguenze sulla privacy di cittadini e utenti, potrebbe determinare una crisi di fiducia generale facendo temere un ulteriore intensificazione della tendenza alla sorveglianza. 

Oltre alle organizzazioni statali ed economiche, tuttavia, un’altra seria minaccia, cui si dedicano pochi accenni nell’indagine di Pew, è quella di soggetti cybercriminali e cyberterroristi. Si tratta di una realtà in via di continuo rafforzamento e sviluppo che rappresenta non soltanto un danno economico a livello globale ma anche un fattore in grado di ingenerare sfiducia e attaccare libertà, democrazia e diritti umani nel cyberspazio come denuncia la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla criminalità informatica.

Il sindaco che sa solo chiedere

Corriere del Mezzogiorno

di Marco Demarco

La metamorfosi di De Magistris


Sarebbe bello un altro New Deal per l'Europa, una svolta alla Roosevelt. E farebbe comodo, per Napoli e per il Sud, una Conferenza come quella che nel '53 condonò gran parte dei debiti di guerra della Germania favorendone la rinascita. Ma Obama ha altri grilli per la testa, il nostro Grillo addirittura invita Bruxelles a non dirottare fondi europei sull'Italia e Renzi, a Strasburgo, fatica a far breccia nello scetticismo tedesco circa le nostre reali capacità di cambiare verso al Paese. In più, Napoli ha de Magistris e anche questo è un problema. Insomma, altri tempi, altri contesti, altri leader. Alla luce di ciò, Napoli farebbe bene ad adeguarsi, a non immaginarsi estranea ai processi internazionali, a rivedere aspirazioni e prospettive.

Invece no. Da quando ha smesso di credere alla rivoluzione palingenetica e allo «scassamento» dell'ordine preesistente, la città è tornata a battere il sentiero, apparentemente comodo, ma in realtà senza fine, della rivendicazione localistica. E poiché l'Europa è lontana, intanto alza la voce in direzione di Roma. È in questo senso che de Magistris, massima espressione del rivendicazionismo cittadino, costituisce un problema in più. Per la verità, avvicinandosi la scadenza elettorale, anche Caldoro ha ripreso a batter cassa. Ma almeno il governatore regionale chiede soldi per la sanità dopo averne sanato il bilancio, e per contribuire al contenimento della spesa pubblica propone nuove riforme istituzionali come l'introduzione delle maxi- regioni.

De Magistris, viceversa, chiede e basta. La sua stessa idea di Stato, come si è visto, è fortemente rivendicazionista, quando c'è da proteggere i tifosi azzurri in trasferta, servizio a cui deve provvedere lo Stato nazionale; e palesemente fatalista quando ci sono da manutenere gli alberi pericolanti, questione di competenza, invece, dell'amministrazione cittadina. Smessa la bandana, ora il sindaco chiede fondi e provvedimenti per bonificare i suoli dell'ex Italsider, per abbattere le Vele di Scampìa, per il porto, per il San Carlo, per tutto, insomma. Ma per ognuno di questi capitoli ha perso tempo prezioso, e mai ha contribuito a scriverne la conclusione.

Senza contare, poi, che le cose migliori le ha fatte senza un euro in tasca, come quando è andato ai funerali di Ciro Esposito o in ospedale a confortare il ragazzo ferito per aver difeso il suo scooter. Infine, un particolare curioso: quando era parlamentare europeo, anche l'attuale sindaco, come Grillo, esortò a congelare i fondi destinati a Bagnoli. Forse è bene che qualcuno glielo ricordi almeno una volta al mese.

04 luglio 2014

Il Ramadan nel Nordest rallenta l'economia

Luca Romano - Ven, 04/07/2014 - 12:27

La Cgil di Treviso stila un prontuario per tutelare i lavoratori musulmani durante il mese di digiuno religioso 


A Treviso ce ne sono 30mila, in tutto il Veneto 180mila. Parliamo dei lavoratori musulmani.
a.it
Quando arriva il Ramadan, il mese di digiuno religioso, per queste persone aumentano le difficoltà. E così, la Cgil di Treviso ha pensato bene di stilare una sorta di vademecum per tutelare la salute dei lavoratori. Dalle pause più lunghe ai turni meno pesanti. L'assessore veneto al Lavoro, Elena Donazzan, a Libero spiega: "Siamo in Italia e la produttività non può essere condizionata per 30 giorni di fila da precetti religiosi".



Orario anticipato perché gli operai a digiuno nel pomeriggio crollano

Chiara Campo - Sab, 05/07/2014 - 07:12

Arridatece i bergamaschi. Puntuali, di sana e robusta costituzione e con una fama da carpentieri e operai instancabili.

a.it
Sarà anche merito, forse, di schiscette e bevande abbondanti, per resistere al caldo e alla fatica. È più o meno questo il senso degli esposti annunciati dai cittadini di via Eritrea, zona Certosa, dove sono in corso i lavori della strada di collegamento Zara-Expo che collegherà la città con il sito dell'Esposizione Universale. Un cantiere di forte impatto, sia acustico che sul traffico. Code, modifiche alla viabilità, i martelli pneumatici accesi per ore. I cittadini già sopportavano poco i lavori, da qualche giorno la convivenza col maxi- cantieri è diventata intollerabile. Motivo? Le ruspe hanno iniziato a scavare addirittura dalle 5 del mattino. Ci sono ritardi sulla tabella di marcia? A quanto pare, non è questo il motivo. Riferisce Enrico Salerani, capogruppo della Lega Nord nel Consiglio di Zona 8, che qualche sera fa un collega consigliere che risiede nelle vicinanze del grande cantiere della Eritrea-Expo, «che da mesi provoca disagi e polemiche» ha denunciato l'apertura anticipata dei rumorosi lavori.

«Abbiamo subito pensato ad un ritardo per la consegna delle opere - spiega - ma questa ipotesi cozza col fatto che i lavori si interrompono nel pomeriggio quando invece, approfittando proprio della luce, potrebbero protrarsi fino alle 20 senza nemmeno usare i fari come avveniva nei mesi bui». La spiegazione reale l'ha ricevuta in cantiere una residente, che è scesa di casa esasperata all'alba a chiedere spiegazioni. «Il capocantiere - riferisce Salerani - ha spiegato che questo ritmo continuerà fino a che non terminerà il ramadan, perché gli operai altrimenti non stanno in piedi».

I lavoratori musulmani devono rispettare il mese del digiuno, non possono consumare cibo dall'alba al tramonto. E col caldo già al pomeriggio, perdono le forze. Devono essere parecchi, se si arriva ad anticipare e fermare i lavori secondo le loro esigenze. «Viva l'integrazione - tuona il leghista -. I residenti non accettano tale sopruso, presenteranno esposti». Non è questione di razzismo né di mancare rispetto alle fedi altrui. Ma gli operai che seguono il ramadan contano più dei lavoratori milanesi? Anche loro hanno diritto al riposto, e a non rischiare un colpo di sonno in ufficio perché passano le notti in bianco.

Gli ufo avvistati negli anni ’50? La Cia ammette: “Eravamo noi”

La Stampa

Rivelazione dell’agenzia statunitense su Twitter: erano aerei spia U-2. A 40.000 piedi riflettevano la luce del sole e sembravano dischi volanti


a.it
Gli ufo avvistati nei cieli negli anni ’50? Non provenivano da altre galassie, bensì erano aerei spia U-2 della Cia. A rivelarlo è la stessa agenzia di intelligence americana, che in un tweet ammette di essere responsabile «dell’insolita attività nei cieli negli anni ’50». Gli aerei commerciali allora volavano a un’altitudine compresa tra i 10.000 e i 20.000 piedi. Gli aerei militari come i B-47 e i B-57 operavano invece a un’altitudine sotto i 40.000 piedi. 

Gli aerei spia U-2 venivano quindi provati a un’altezza superiore ai 60.000 piedi, e un effetto collaterale di questi test - spiega la Cia - fu appunto l’impennata di avvistamenti di Ufo da parte di piloti dei voli di linea ignari di cio’ che avveniva sopra le loro teste. A un’altitudine cosi’ elevata gli U-2 riflettevano la luce del sole e venivano scambiati per oggetti volanti non identificati.