sabato 12 luglio 2014

L’App Store compie sei anni e 75 miliardi di download

La Stampa

bruno ruffilli

Nato nel luglio 2008, il negozio virtuale di Apple per il software su iPhone e iPad è diventato col tempo un modello imitato da tutti i produttori

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Settantacinque miliardi di app: più di dieci a persona per ogni abitante del pianeta, compresi centenari e neonati, da Roma a New York, dall’Africa al Polo Nord.

Nato giusto sei anni fa, l’App Store ha aperto un modello di mercato nuovo, quello del software per iPhone e iPod Touch, che solo per brevissimo tempo è esistito fuori dal controllo di Apple: dal jailbreak del primo iPhone (autunno 2007) al lancio del modello 3G (luglio 2008). Al debutto, infatti, Jobs aveva scommesso sul web: le app non si scaricavano e installavano, ma eranp semplici segnalibri che rimandavano a pagine internet con programmi in linguaggio  Ajax. E perché funzionassero era indispensabile essere sempre connessi. 

Jobs aprì lo store agli sviluppatori dopo aver visto il successo dei negozi di software per iPhone con il jailbreak, che liberava l'apparecchio dai lucchetti imposti da Apple e lo faceva diventare quello che a tutti gli effetti era davvero; un piccolo ma potente computer. 

Imparata la lezione  - e memore di quanto succedeva con la musica online, per troppo tempo ostaggio del peer to peer - Steve Jobs l'ha applicò subito al software. Ha vinto in termini di fatturato, di numero, ma anche di immagine: alcune app hanno portato funzioni che sul telefonino con la Mela originariamente non erano disponibili, altre lo hanno trasformato in mille gadget sempre nuovi. E soprattutto, iPhone, iPod Touch e iPad, sono diventate ottime piattaforme di gioco, scardinando il dominio di Sony e Nintendo nel settore delle console portatili.

C’è una differenza fondamentale tra lo store musicale e quello del software: Steve Jobs si battè in prima persona perché le canzoni non avessero lucchetti digitali e fossero compatibili con apparecchi diversi (anche non Apple), ma inventò un sistema chiuso per l’App Store, che è l’unico modo per installare un programma su iPhone, iPod Touch e iPad. Già da qualche anno era possibile acquistare app per smartphone (aveva cominciato Nokia con Symbian Store, poi diventato Ovi).

Dal lancio dell’App Store, l’11 luglio 2008, ci sono voluti nove mesi per raggiungere la soglia del miliardo di app scaricate, mentre i 10 miliardi sono stati toccati il 22 gennaio 2011; la media attuale è di oltre 100 milioni di app al giorno. Per avere un metro di paragone, lo store musicale, lanciato il 28 aprile 2003, ha finora totalizzato più di 25 miliardi di brani venduti. Così, anche se iTunes è diventato il più grande negozio di musica del pianeta, sui dispositivi iOS ci sono più app che canzoni (legali, almeno). Cupertino ne ha fatto un business redditizio anche per gli sviluppatori, cui finora ha pagato quasi oltre dieci milioni di dollari. Oggi le app disponibili nel negozio Apple sono circa 1,2 milioni e sul modello dell’ecosistema per iOS sono nati store per apparecchi Android e Windows Phone, per le tv, come pure per orologi intelligenti, fotocamere ed elettrodomestici.

Si calcola che in media un’app sia scaricata 62.500 volte: ma il 30 per cento degli incassi va ad Apple, quindi la maggior parte degli sviluppatori in realtà non riesce a vivere del proprio lavoro; per questo nascono e si sviluppano produttori impegnati su più progetti contemporaneamente, mentre sono sempre più rari gli esempi di successi nati quasi per caso (l’ultimo, forse, è Flappy Birds). Molte app addirittura non sono mai state scaricate: eppure degli sviluppatori Apple ha bisogno, perché senza le app anche il più intelligente degli smartphone o dei tablet non è così smart. 

Google Glass: per comandarli basta il pensiero

La Stampa

antonino caffo

Un’app permette di usare gli occhialini tramite un sensore, che traduce in azione le onde cerebrali. Ecco come funziona

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Non serviranno più le mani e il controllo vocale per usare i Google Glass. Grazie ad un’azienda londinese, la “This Place”, le persone potranno comandare gli occhialini di Google semplicemente con il pensiero. Non si tratta dell’arrivo delle arti occulte su uno dei gadget più desiderati del millennio ma di un sensore, da abbinare ai Glass, che permetterà di gestire molte funzioni semplicemente “pensandole”. Tutto è reso possibile dall’integrazione del sensore elettroencefalografico (Mindwave Mobile NeuroSky), un archetto da posizionare sulle tempie, con l’app MindRDR, sviluppata appunto da This Place.

Come sappiamo i Google Glass, che sono stati lanciati nella versione “Explorer” in alcuni paesi europei ma non ancora in Italia, possono essere controllati sia con la voce che con un touchpad, posizionato sul lato destro del dispositivo. L’arrivo di This Place e dell’app MindRDR potrebbe quindi sembrare una bufala, inventata da una startup solo per farsi pubblicità. Invece è tutto vero e l’obiettivo, seppur il sensore faccia gola un po’ a tutti, è quello di permettere a chi soffre di problemi motori di interagire con le lenti per scattare foto e condividerle con gli amici.

Ma come funziona il sensore e come riesce a tradurre in azioni le onde del cervello?
Una volta indossato il Mindwave Mobile NeuroSky si lascia partire l’app MindRDR così che i due sistemi interagiscano, attraverso una connessione wireless. Il feedback visuale di MindRDR è rappresentato da una linea orizzontale che è posizionata al centro dello schermo: più la persona si concentra (secondo certi livelli di Attenzione e Meditazione) più la linea si muove in alto sul display. Quando la barra raggiunge il limite superiore, l’app scatta una foto; se ci si concentra fino a far salire nuovamente la linea all’apice, MindRDR condivide la foto appena scattata sugli account social settati. Per adesso le uniche due azioni che è possibile compiere sono queste: cattura della foto e condivisione.

È chiaro come il sensore sia ancora in una fase di testing anche se non così lontano da una realizzazione finale. Più che altro si sta cercando di capire come tarare l’app su un livello di concentrazione ottimale per soggetti diversi. Basta infatti distrarsi, o non apporre la giusta attenzione allo schermo, per far “scendere” la linea di MindRDR e non riuscire ad attivare una funzione; più semplicemente si potrebbe essere stanchi per risultare impossibilitati a scattare anche una sola foto.

La stessa Google non ha ancora accettato MindRDR all’interno dello store di app per i Google Glass. Nonostante ciò l’interesse attorno al progetto è alto, come ha spiegato un portavoce di Big G alla BBC: “Siamo sempre attenti a come si muove il mondo attorno ai Glass, soprattutto quando vengono mostrate nuove app e funzioni in grado di allargare il loro campo di azione. Non a caso osserviamo con interesse certe innovazioni, come l’introduzione degli occhialini in campo medico e scientifico”.
Per migliorare MindRDR e l’integrazione con il sensore, The Place ha reso disponibile il codice sorgente dell’app su GitHub, lasciando che siano gli sviluppatori di tutto il mondo a creare nuove forme di interazione “cerebrale”. 

Il bus senza autista debutta a Oristano Parte l’esperimento in vista dell’Expo

La Stampa

nicola pinna

CityMobil si sposta grazie a un Gps hi tech: rispetta esattamente la traiettoria
studiata dai tecnici. Ed è in grado di frenare davanti a ostacoli improvvisi

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I sindacati degli autoferrotranvieri lo guardano con sospetto. Lo studiano come se fosse un nemico. I turisti che passeggiano sul lungomare, invece, sono molto incuriositi e per un giro gratuito sul primo bus senza conducente c’è chi è corso subito a prenotarsi. A bordo c’è posto per dodici persone, ma i mezzi che entrano in servizio nella borgata marina di Torregrande sono due: vanno e vengono tutto il giorno, senza saltare una sola fermata. Il sistema, dicono gli ingegneri, è privo di rischi: gli apparati di sicurezza sono sofisticati e in grado di bloccare le ruote all’istante, anche quando l’ostacolo si presenta all’improvviso. I bambini che scorrazzano in bicicletta tra le bancarelle vicino alla spiaggia non rischiano di essere travolti. Ma i genitori è meglio che non si distraggano troppo. 

Gli autobus automatici debuttano in Sardegna. Dalla spiaggia di Torregrande, frazione marinara di Oristano, parte la sperimentazione europea che ha come obiettivo l’Expo 2015. Prima di arrivare a Milano, per accompagnare i visitatori alle varie esposizioni, CityMobil attraverserà le strade di Léon in Spagna, di La Rochelle in Francia e anche di Losanna. «Questi che entrano in servizio oggi sono i primi autobus completamente automatici che operano in un ambiente reale, dove ci sono i pedoni o le auto – spiega l’ingegner Luca Guala, coordinatore della sperimentazione sarda del progetto CityLab2 – In altre parti del mondo vengono utilizzati da tempo mezzi senza conducente, ma sempre all’interno di circuiti dedicati e protetti».

Il progetto che raggiunge ora la sua prima tappa si chiama CityMobil2: ha cinquanta partner in tutta Europa ed è cofinanziato dall’Ue con i fondi del Programma quadro per la ricerca e l’innovazione. Il coordinamento della sperimentazione è affidato al Centro trasporti e logistica della Sapienza di Roma, in questo caso si avvale della collaborazione della società MLab di Cagliari e del Comune di Oristano. «Questo è un progetto che rientra nella nostra idea di città sostenibile – sottolinea l’assessore ai Trasporti, Filippo Uras – e che si affianca al grande master plan ciclo-pedonale che interessa tutta l’area vasta intorno al capoluogo». 

Il volante dei due bus automatici è affidato a un apparato Gps integrato che è in grado di rispettare al centimetro la traiettoria studiata dai tecnici. E tutto il sistema di sicurezza, quello che permetterà ai bus di fermarsi per evitare pericolosi incidenti, è legato a un scanner laser bidimensionale capace di rilevare qualunque anomalia sul percorso. «Se c’è un ostacolo il mezzo rallenta all’istante – sottolinea l’ingegnere – Sul lungomare di Torregrande, dove c’è tanta gente che va e viene, i bus viaggiano ad appena dodici chilometri orari, ma in un normale percorso cittadino sono in grado spostarsi alla velocità di quaranta all’ora». 

L’alimentazione è assicurata da alcune batterie ricaricabili collegate anche a un software che tiene sempre sotto controllo i consumi. Quando la carica sta per esaurirsi la velocità si riduce e così il bus è in grado di tornare alla base senza il rischio di fermarsi a metà strada. Tutt’al più non riparte e alla fermata qualcuno attenderà invano. 

Porsche, esposta al museo la mitica P1: ha 116 anni la “madre” della 918 Spyder

Il Messaggero

di Sergio Troise

Progettata nel 1898 ed esposta l’anno dopo al salone di Berlino. Ha motore elettrico con autonomia di 80 km. Con Ferdinand Porsche al volante vinse una corsa con 18 minuti di vantaggio sul 2° classificato.


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STOCCARDA - Guardare al futuro senza dimenticare le origini. E’ la filosofia di alcune case automobilistiche, soprattutto le più blasonate, quelle che investono sulla forza del legame tra innovazionee tradizione. In prima linea, in questo ambito, c’è la Porsche, glorioso marchio tedesco che da sempre tende a valorizzare la propria storia, non foss’altro per la straordinaria capacità di resistenza al tempo dimostrata dalle sue auto. E non è un caso, dunque, che a Stoccarda ci sia un magnifico museo, dove la storia del costruttore tedesco di auto sportive viene sapientemente custodita. Una vetrina prestigiosa, che testimonia il fil rouge che lega lo stile e la tecnologia del passato alle più avanzate soluzioni della modernità.

L’evento dedicato alla P1. In occasione del quinto anno di attività del museo, è stato deciso di mostrare in anteprima mondiale la mitica P1, ovvero la prima Porsche della storia. Recuperata (non restaurata) dopo 116 anni, l’auto delle origini è ora la regina dell’esposizione, il pezzo più importante della collezione. Certo, le sue forme sono più vicine a quelle di una carrozza che non di un’automobile. Ma il progetto ingegneristico, per quei tempi, era decisamente avanzato, se non avveniristico.

Elettrica ante litteram. Progettata nel 1898 da Ferdinand Porsche, la P1 (Porsche numero 1) si chiamava in realtà “Egger-Lohner Modello C2 Phaeton”. Non aveva motore a scoppio ma elettrico, con una stupefacente autonomia di 80 km. Ed è proprio questa caratteristica insospettabile che la collega idealmente alla Porsche più avanzata dei giorni nostri, quella 918 Spyder con tre motori, due dei quali elettrici, che ha proiettato la casa di Stoccarda ai vertici attuali della categoria supercar ibride.

Una storia affascinante. La P1 venne omologata in Austria il 26 giungo 1898 e cominciò subito a circolare per le strade di Vienna. Le numerose idee realizzate e rappresentate in questa vettura sono ancora oggi degne di nota: la potenza del propulsore elettrico molto compatto e dal peso di soli 130 kg raggiungeva i 3 cavalli, ma in breve tempo, grazie ad un potenziamento della carica, si raggiunsero i 5 cavalli. Potenza che consentiva di toccare i 35 km/h. La velocità poteva essere impostata su 12 livelli tramite un regolatore chiamato “controller”, mentre l’autonomia, come detto, poteva raggiungere già allora gli 80 km. La P1 anticipò anche il concetto di vettura trasformabile, in quanto la carrozzeria, firmata Lohner, era modulare, e consentiva di utilizzare l’auto sia in estate sia in inverno.

Vocazione sportiva. Il primo test per la P1 era previsto nel settembre 1899 al Salone Internazionale dei veicoli a motore, a Berlino. Già a quei tempi, la concorrenza era impegnata a fondo nello sviluppo dei sistemi di propulsione. Il 28 settembre era in programma una corsa per veicoli elettrici, che si svolgeva lungo 40 km per testare le prestazioni di queste auto. Il percorso metteva a dura prova i partecipanti, che dovevano affrontare anche tratti in salita. Ferdinand Porsche e la sua P1 vinsero la gara con tre passeggeri a bordo, tagliando il traguardo con 18 minuti di vantaggio sulla seconda classificata. Oltre la metà dei concorrenti non portò a termine la gara a causa di problemi tecnici. Ferdinand Porsche vinse anche nella valutazione dell’efficienza: la sua P1 ottenne, infatti, il minor consumo energetico nel traffico cittadino.

Cina, la tv di Stato contro l'iPhone: «Minaccia la sicurezza nazionale»

Il Messaggero

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L'iPhone? Una minaccia per la sicurezza nazionale della Cina. Parola della tv di Stato cinese CCTV (China Central Television), secondo cui - riporta il Wall Street Journal - il gioiello della Apple desta «profonde preoccupazioni» a causa dei suoi sofisticati sistemi di localizzazione. Nel mirino molte delle funzioni del nuovo sistema operativo della casa di Cupertino, l'iOS 7, che registra tutti gli orari e i movimenti dei possessori degli smartphone di ultima generazione.

Nel servizio messo in onda dalla tv cinese, alcuni ricercatori spiegano quindi come tutti coloro che sono in grado di accedere a questi dati possono anche venire in possesso di informazioni molto riservate, come quelle relative alla situazione economica della Cina. O anche veri e propri segreti di Stato. Del resto sono dotati di iPhone molti funzionari del governo di Pechino e molti top manager delle più grandi aziende cinesi. Persino la first lady Peng Liyuan, moglie del presidente Xi Jinping, è stata immortalata mesi fa mentre usava un iPhone.

Per il Wall Street Journal quello della tv di Stato CCTV rappresenta un vero e proprio attacco alla Apple, che al momento possiede una quota di mercato del 6% in Cina, inferiore a quella degli smartphone Samsung o di Android di Google. Apple però domina il segmento di consumatori cinesi più ricchi, circa l'80%. Nel servizio televisivo - che cade in un momento di rinnovate tensioni tra Washington e Pechino sul fronte della pirateria informatica - non poteva mancare il riferimento al Datagate e alle rivelazioni di Edward Snowden, secondo cui la Nsa americana spia anche la leadership cinese.

Con le banche dati di tutte le principali aziende tecnologiche Usa (si cita anche Microsoft e il suo sistema operativo Windows 8) che vengono definite «una miniera d'oro di informazioni».
Il timore ora negli Usa è che al report di una delle più influenti tv statali in Cina possa seguire il varo di nuove regole e di limitazioni nei confronti dei prodotti Apple da parte di Pechino. E che l'appello della CCTV per ritenere Apple responsabile per ogni fuga di informazioni che possono danneggiare la Cina, sia una vera e propria minaccia.


Venerdì 11 Luglio 2014 - 22:39