domenica 13 luglio 2014

E un hacker cinese il ladro dei segreti degli aerei militari Usa

La Stampa

francesco semprini

Preso il cyberpirata dopo 4 anni di furti
Il pirata lavorava con due complici in Cina
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Ha un volto e un nome il pirata informatico che per oltre quattro anni ha rubato informazioni sensibili dalle banche dati di aziende al servizio del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Dossier violati che riguardano tecnologie altamente specializzate e per questo funzionali alla sicurezza nazionale. 

A tracciare l’identikit del bucaniere della rete, è il dipartimento di Giustizia Usa che lo ha identificato in Su Bin, cittadino cinese residente in Canada. L’uomo, assieme a due complici di base nel Paese del Dragone, tra il 2009 e il 2013, ha fatto irruzione nei sistemi informatici di Boeing e di altri «contractor» del Pentagono, per rubare informazioni e venderle a entità, ancora non meglio identificate, che operano in Cina. Come indicato nelle 50 pagine di incriminazione, il trio di hacker ha sottratto illegalmente segreti riguardanti il C-17, aereo militare da trasporto realizzato dal colosso di Seattle, e altri relativi agli F-22 e gli F-35, due caccia di ultima generazione.

Su richiesta del governo Usa, Su Bin è stato arrestato il 28 giugno in Canada, ed è in attesa di estradizione, ma a differenza dei 5 militari cinesi incriminati a maggio, per aver «hackerato» aziende americane, l’uomo sembra aver lavorato per conto proprio, con l’aiuto di una società cinese, la Beijing Lode Technology. Tuttavia rimane da capire l’identità dei due complici che operavano in patria, che secondo il «Wall Street Journal» non è escluso possano essere anche elementi vicini alle forze armate di Pechino. 

Spesso esperti informatici lavorano come «freelance», liberi professionisti che si dilettano a rubare informazioni di valore dalle banche dati della Corporate America per rivenderle al miglior offerente, non di rado un governo straniero. Informazioni sull’F-35, in particolare, sono molto gettonate visto che il controverso progetto di sviluppo del jet, in cui è coinvolta anche l’Italia, è importante per gli equilibri geostrategici e militari globali.

La cattura di Su, conferma come Washington sia determinata a stroncare la «piaga della pirateria informatica», i cui effetti penalizzanti sono «assai pericolosi per le imprese e l’economia americana», come ha sottolineato John Kerry durante la sua recente visita a Pechino. Un monito, quello del segretario di Stato, giunto proprio mentre venivano a galla nuove azioni degli hacker del Dragone compiute all’inizio dell’anno nella banca dati dell’ufficio del personale federale americano, dove sono custodite informazioni confidenziali su tutti i dipendenti statali del Paese. 

Violino del 1879 rubato in Italia scatena la guerra tra procura e Berlino, i tedeschi: non lo ridiamo

Il Mattino


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Un prezioso violino rubato al Conservatorio di Torino nel 1988 è al centro di una battaglia giudiziaria con la Germania. La procura di Torino ha rintracciato lo strumento e ne ha chiesto la restituzione, ma le autorità tedesche si sono rifiutate. Ora è stata interessata l'Avvocatura dello Stato perchè inizi un contenzioso civile, mentre continua l'indagine del pm di Torino, Andrea Padalino, che vede alcune persone indagate di ricettazione ed esportazione illecita. Il violino è un «Gand Bernardel» del 1879 donato al Conservatorio subalpino dalla musicista Maddalena Maria Teresa Tua.

Sicilia, Salvini e il reportage da Mineo: "I Pod e cuffie, la bella vita degli immigrati"

Libero


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"Aria condizionata, tv satellitare, palme in giardino, negozi di foto, mercatini, servizi wi-fi, ristoranti etnici e menù internazionali. E ancora: giardini, sigarette di contrabbando. Il tutto a disposizione dei clandestini sbarcati sulle coste italiane". Così vivrebbero gli immigrati del centro d'accoglienza di Mineo in Sicilia. A raccontarlo è Matteo Salvini in un reportage fotografico "sul campo" e pubblicato su twitter.  "Pazzesco - commenta dalla sua pagina Facebook - 400 villette, con giardino davanti e dietro e parabole sui tetti. Così gli italiani mantengono, anche oggi, 4.000 Immigrati" nel solo centro di Mineo. Salvini la chiama la "megalopoli degli immigrati".


La "bella vita" - Un comunicato della Lega spiega che "tra le immagini postate sui social anche quella di due ospiti della struttura con "cuffie, ipod e telefonini ultimo modello. Ai 'poveri immigrati', che sono liberi di uscire dal centro dalle 8 alle 20, non manca niente". "In un'altra foto Salvini immortala altalene, scivoli e altri giochi per bambini presenti nelle aree verdi interne al centro", spiega un comunicato della lega. "Se penso a come sono ridotti alcuni giardini pubblici a Milano, mi incazzo", scrive Salvini sul suo profilo twitter.

"Vendono di tutto" - Alcuni scatti di Salvini ritraggono anche improvvisate boutique fotografiche. "Chissà se valgono anche per loro gli studi di settore", rileva il segretario leghista. Quanto ai bazar in mezzo alla strada: "vendono di tutto - segnala - chissà se vale anche per loro l'obbligo del bancomat". "Due casse per la frutta diventano invece un improvvisato banco per la vendita di sigarette di contrabbando. Immigrati subito ambientati in italia", conclude Salvini.

Siamo il Paese dei profughi: frontiere spalancate per tutti

Tiziana Paolocci - Sab, 12/07/2014 - 08:24

Afghani e pakistani ottengono lo status di rifugiato senza alcun controllo o verifica e gli altri governi ci mandano gli immigrati. La polizia denuncia: bomba a orologeria


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L' Italia apre le frontiere ai profughi, scarti inclusi. Da noi entrano tutti, ma proprio tutti, anche quelli che gli altri paesi non vogliono. Norvegia, Inghilterra e Svezia li dirottano qui senza mezzi termini, spiegando che nel Belpaese le maglie della sicurezza sono larghe.

Il massiccio afflusso di migranti, legato ai continui sbarchi, infatti, ha avuto l'effetto di convincere il ministero dell'Interno ad alzare le braccia. In un summit al Viminale datato 8 aprile, al quale hanno preso parte i vertici delle forze dell'ordine, della Marina e il corpo delle Capitanerie di Porto, è stato comunicato che il numero di rifugiati e richiedenti asilo per effetto dell'ultimo bando passa da 9.400 posti a 19mila. Un'onda d'urto che gli addetti ai lavori non riescono a reggere.

«È assurdo quello che sta accadendo - racconta un poliziotto dell'ufficio stranieri di una questura siciliana - c'è un input ministeriale che ci spinge ad accogliere tutti i profughi che fanno richiesta d'asilo perché dobbiamo raggiungere le quote stabilite. Insomma ci invitano a chiudere un occhio e non potrebbe essere altrimenti, dal momento che con pochi fondi e personale è improbabile fare controlli adeguati». Ma il problema è un altro e più serio: alcuni paesi del Nord Europa spediscono da noi indesiderati e indesiderabili. «Siamo costretti a riconoscere lo status di profugo a persone che Norvegia e Svezia non vogliono - racconta un agente di Gorizia -. Loro hanno commissioni severe, che valutano prima di decidere. Ascoltano ogni singola storia, vagliano i racconti e se li giudicano non veritieri o i riscontri fatti non sono sufficienti, non accolgono nessuno.

Anzi. Consigliano al richiedente di far domanda in Italia, spiegando che noi non facciamo troppi problemi». Insomma le prefetture italiane sono di manica larga. «Pochi giorni fa sono arrivati qui a Gorizia un gruppo di afghani, scartati dalla Norvegia, ai quali era stato detto di varcare i nostri confini - prosegue il poliziotto - una cosa vergognosa, ma tutti sanno che noi si entra in base alla nazionalità». «Sei afghano o pakistano? Bene, accettato. E poco importa il passato che hai alle spalle - tuona Gianni Tonelli, segretario generale del Sap -. I colleghi possono controllare solo se questi stranieri hanno precedenti penali in Italia. Qualora non fosse, questa condizione è sufficiente per concedere lo status di rifugiato».

Ma centinaia di richiedenti asilo hanno anche un passato alle spalle ed è questo che nel resto d'Europa fa pendere l'ago della bilancia e decidere se accettarli o meno. «Invece noi abbiamo un pregiudizio al contrario - prosegue Tonelli - accogliamo sempre se si tratta di afghani o pakistani, ad esempio, senza valutare se siamo o meno di fronte a un potenziale pericolo. Così facendo nei nostri confini abbiamo fatto entrare una bomba ad orologeria. Come se non bastasse continuiamo a finanziare il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati quando abbiamo ridotte all'osso le risorse a disposizione delle forze dell'ordine, chiamate a vigilare sulla sicurezza».

Criticabile anche l'eccessivo opportunismo europeo. «Dall'inizio dell'anno noi abbiamo fatto entrare 60mila immigrati - conclude Tonelli -. Gli altri paesi Ue invece? Rimandano da noi anche un solo profugo qualora con questo si superati la quota stabilita per ciascuna nazione e di contro non vogliono quelli appena sbarcati, che si apprestano a far domanda d'asilo. Così pesano tutti sull'Italia».



Oslo caccia i clandestini, Roma caccia i soldi

Matteo Basile - Sab, 12/07/2014 - 08:26

Inutile l'appello Ue: gli Stati membri devono contribuire. Ma noi cacciamo i soldi e Oslo caccia i clandestini

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Da una parte l'obbligo per l'Italia, sancito dalla convenzione di Ginevra, di garantire l'accoglienza a profughi e rifugiati. Dall'altra la manifesta impossibilità di accogliere tutti indiscriminatamente. Per motivi economici, certo, ma anche per ragioni meramente tecniche. Il tutto aggravato dalla posizione del nostro Paese, ideale punto di approdo per tutti i disperati che fuggono dalle coste del nord Africa. Risultato: assistere quasi impotenti a sbarchi quotidiani e al dramma di chi trova la morte nel tentativo di fuggire a guerre e persecuzioni.

Ma se l'Italia, nonostante limiti e pasticci, in fondo ce la mette tutta per tentare di fronteggiare l'emergenza, c'è chi non si fa scrupoli e affronta il problema con un piglio ben diverso. È il caso della Norvegia, Paese dove quelle che vengono definite «deportazioni forzate», ovvero espulsioni di stranieri che non abbiano permessi di residenza ufficiale o che siano accusati di reati, stanno aumentando in maniera esponenziale. 3.167 «deportati» solo negli ultimi 6 mesi, una media di 18 al giorno. Dati enormi per uno stato che per posizione e conformazione non ha certo gli stessi problemi dell'Italia. «La deportazione forzata è quello che vuole il governo», ha ammesso il capo del servizio immigrazione della polizia norvegese Kristin Otesen Kvigne. Senza se e senza ma.

E proprio mentre l'Italia è costretta all'ennesimo piano di emergenza, con lo stanziamento di 370 milioni di euro per il 2014 dopo l'accordo raggiunto tra governo, Regioni, Comuni e Province per la gestione dell'emergenza profughi, per l'ennesima volta l'Unione Europea ci sbatte le porte in faccia. «La sostituzione di Mare Nostrum con Frontex è difficile perché non abbiamo i mezzi per farla», ha detto il commissario Ue agli Affari interni Cecilia Malmstrom, ribadendo che il cerino rimane in mano al nostro Paese, benché il problema sbarchi riguardi tutta Europa.

Basti pensare alle migliaia di migranti che sbarcano sulle coste siciliane per poi intraprendere un nuovo viaggio verso altri Paesi come Germania, Francia e Regno Unito. «Siamo in contatto quotidiano con l'Italia, sappiamo quanto spendono - ha aggiunto il commissario Ue - Stiamo analizzando tutti gli aspetti ma se vogliamo che Mare Nostrum sia sostituito da un'operazione europea serve che gli Stati membri contribuiscano in maniera largamente superiore rispetto ad oggi». Ma questo lo sapevamo già. E intanto continuiamo a pagare. Da soli.

Tutelano più loro di noi due

Alessandro Sallusti - Mar, 08/07/2014 - 07:50

Una donna scrive al Giornale per denunciare l'aggressione ai turisti da parte di un gruppo di zingari. Ma siamo un Paese civile, non si può più dire che gli zingari non mandano i figli a scuola ma sui marciapiedi a fare accattonaggio


Egregio direttore, sono indignata e spaventata. Stamane (ieri, ndr), stazione di Roma. Treno delle 12.50 Freccia Argento per Venezia. Sul marciapiede del binario una cinquantina di zingari strappavano letteralmente i bagagli di mano ai turisti che, intimoriti, accettavano di farsi aiutare. A un turista che non ha accettato hanno sputato sulla gamba. Nella carrozza di prima classe ho trovato 30, dico 30, di questi signori ai quali ho urlato di scendere immediatamente. Mi hanno minacciata, stessa sorte a un'addetta delle ferrovie che li cacciava dai binari. È intervenuta la polizia che ci ha detto di averne altri 50 in ufficio da identificare. Che sta succedendo? 

Lettera firmata




Cara signora, dopo aver accertato la sua identità e la verità dei fatti da lei raccontati, ho deciso di omettere il suo nome (non lo renderò pubblico per alcun motivo) per proteggerla non dai rom, ma dallo Stato e dagli intellettuali di questo Paese. Lo dico a ragion veduta, perché caso vuole che io stamane sia sotto processo all'Ordine dei giornalisti per rispondere di un reato grave. Si tratta di un articolo dal seguente titolo, pubblicato circa due anni fa: «Prova a rapire un bimbo: un nomade ricercato e campi rom al setaccio». A denunciarmi è stato il presidente del Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio. Il quale non contesta la verità del fatto (c'è stata pure una sparatoria con ferito), ma l'uso delle parole «rom», «nomadi» e «zingari». Secondo loro sarei razzista, in quanto non ho rispettato i trattati che, cito testualmente «proteggono i migranti quali sono in parte le persone di comunità rom».

Lei quindi, cara signora, ha commesso il reato di definire per «etnia» la banda di ladri che in queste settimane si sta impossessando delle nostre stazioni ferroviarie. E non solo a Roma. Anche a Firenze e a Venezia la situazione è diventata insopportabile, come da noi già documentato. E le aggiungo che per questo siamo già stati indagati dallo Stato solerte e dai vertici burocratici della nostra categoria. Ma dove pensa di vivere, signora mia? Siamo un Paese civile, non si può più dire che gli zingari non mandano i figli a scuola ma sui marciapiedi a fare accattonaggio. Bisogna parlare di ragazzi migranti vittime di problematiche complesse. Guai a mettere all'erta le vecchiette da volontarie vestite in modo simile alle gitane che si offrono di portare la spesa a casa. Non parliamo di sconsigliare di mandare il proprio bambino a giocare nel campo rom del quartiere.

Equilibrio, signora, serve equilibrio. Non mi sorprenderei se nei prossimi giorni ricevesse una denuncia per procurato allarme con l'aggravante del razzismo. E le va bene che non è giornalista, altrimenti si ritroverebbe anche disoccupata e quindi squattrinata. A differenza di quei simpatici, al massimo problematici, signori che lei ha incontrato sul treno e che a sera, protetti dalla presidenza del Consiglio e dall'Ordine dei giornalisti, si spartiscono il bottino della giornata. Esentasse.

Deve 0,01 euro al Comune Moto sequestrata

Redazione - Sab, 12/07/2014 - 11:26

L'uomo aveva pagato un centesimo in meno sulla tassa per i rifiuti


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Gli hanno sequestrato la motocicletta perché aveva un debito non saldato. Di quanto? Solo un centesimo. Ebbene sì, un centesimo di euro. Ma il creditore era il Comune di Catanzaro, evidentemente molto solerte quando si tratta di riscuotere: così Equitalia ha sequestrato la moto al «debitore».

Lui si chiama Orlando Parentela, impiegato, residente nel capoluogo calabrese. Doveva al Comune un centesimo di euro a titolo di integrazione di quanto già pagato per la tassa di riscossione dei rifiuti: a fronte degli 83,67 euro pagati tramite bollettino postale ne avrebbe dovuti pagare invece 83,68. Ma - elemento importante - il contribuente non si è sbagliato: ha versato quanto il Comune stesso gli aveva richiesto. Risultato: per un errore del Comune Parentela si è visto sottoporre a fermo amministrativo la sua moto, per colpa di un centesimo dovuto al Comune stesso.

Il danno e la beffa. Anche perché al «gravissimo» centesimo non versato si aggiunge una mora di ulteriori 1,40 euro. Dettagli, inezie, rispetto al sequestro di una motocicletta, sempre dovuta all'«errore» di essersi fidato del Comune, pagando, semplicemente, quanto gli veniva richiesto. Una vicenda grottesca, o comica, come l'ha definita lo stesso protagonista. Che ha spiegato: «Naturalmente provvederò a pagare quanto mi è stato richiesto, ma, con tutto il rispetto verso le istituzioni, dico che tutto questo rigore nei miei confronti in un paese in dissesto a causa dell'evasione fiscale mi è sembrato paradossale».

Professione bagarino: «In Brasile guadagno 4.000 dollari al mese»

Corriere della sera

di Ilaria Morani

Viene dall’Ucraina e ha 25 anni. Dal 2012 lavora nelle grandi manifestazioni sportive vendendo illegalmente i biglietti delle competizioni. Ora è a Copacabana per la finale


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Si esce di casa al mattino presto. In macchina, con il berretto calato sugli occhi. Il giro di perlustrazione si fa sempre in coppia, mai soli. È la prima regola e la più importante. Poi si torna a casa, in quel superattico a Copacabana, in Brasile, che il boss, uno sconosciuto che dà istruzioni solo al telefono, paga 35.000 dollari al mese. Una cosa mai vista. Alex (un nome di fantasia, per mantenere la sua sicurezza), 25 anni, ucraino, beve un doppio caffè verso le 10, sulla terrazza con piscina a pochi metri dalla spiaggia. E inizia a lavorare. Bisogna trovare i biglietti per la partita che si giocherà nel pomeriggio, e scovare una buona e nuova postazione per vendere i ticket senza dare troppo nell’occhio alla polizia brasiliana. Il rincaro sui tagliandi è alto: si parte da un prezzo di base di 600 dollari per arrivare a più di 6.000 per le partite di semifinale e finale. Sui 3.000 per le altre.
In Brasile: il modus operandi del bagarino
Dall’Ucraina al Brasile. Volo per Rio, Copacabana. Ci sono tre modi per lavorare come bagarino, ci spiega Alex. Il primo è il più difficile e pericoloso. Ed è il sistema che Alex ha sfruttato nella pima parte del Mondiale. Il «venditore» arriva nel paese della manifestazione slegato da ogni tipo di organizzazione. C’è una prima fase di studio del mercato per capire il prezzo del biglietto e a quanto è possibile rivenderlo.

Quando la partita è importante è semplice, basta puntare in alto e chiunque comprerà. Ma se è una è partita secondaria bisogna essere bravi a fare i conti per riuscire a vender tutto quello che si ha in mano. «Di solito la polizia non ti dà noia se vendi da solo, ma si ricordano la tua faccia e alla terza volta che ti aggiri intorno allo stadio ti fermano. In Brasile si va in prigione per un reato come questo», racconta l’ucraino. E’ sempre meglio avere un socio, una spalla se la situazione diventa complicata.

La seconda strada:il modo più semplice per vendere è lavorare in conto vendita. Ecco come funziona. Uno dei bagarini ha troppi biglietti tra le mani, non riesce a venderli tutti, così ne passa una parte a una seconda persona. Se, per esempio, il costo di partenza del biglietto è di 100 dollari, il secondo venditore dovrà dare 80 euro al primo, che perderà il 20%. Ma è comunque vantaggioso di fronte al rischio di non riuscire a vendere tutti i biglietti. Per potere vendere la «merce» di altri devi essere conosciuto dall’«organizzazione»: serve una gavetta, fatta di rapporti, cene, rassicurazioni.
«Qui in Brasile come in ogni altra parte del mondo, spiega Alex, ci sono grosse organizzazioni, per esempio le agenzie di viaggio o quelle pubblicitarie che lavorano anche per “piazzare” sul mercato i biglietti delle partite, illegalmente».

Hanno siti internet e vendono per 4 volte il reale prezzo del biglietto. Grazie a loro è possibile comprare a prezzi stellari grandi quantità di biglietti (cosa che non sempre la Uefa, per esempio, permette) tutti nello steso settore e numericamente vicini. I biglietti che avanzano, gli invenduti a poche ore dalla competizione vengono girati sulle strade, ai bagarini, ai quali viene chiesto il 40% del guadagno. «Questa soluzione è semplice per noi che lavoriamo in strada: i biglietti praticamente cercano noi, non dobbiamo girare per ore per trovare un “fornitore”».

Il terzo caso è quando il boss è un qualcuno che lavora nel «traffico» illegale di biglietti da molto tempo, la sua rete è così fitta che spesso sono in pochi a conoscerlo realmente. I biglietti arrivano molto spesso da sponsor, agenti di calciatori, personaggi famosi che hanno la possibilità di avere i ticket gratis. Il boss a questo punto li distribuisce nelle strade. «A San Paolo la polizia mi ha visto più di una volta. Mi hanno fermato, ma per ora mi è andata bene: il Mondiale sta finendo e posso farcela fino alla fine. Non è andata allo stesso modo ai ragazzi inglesi arrestati la scorsa settimana: ma erano troppo arroganti, e si facevano notare troppo. Serve un basso profilo per sfondare in questo settore».
I primi contatti con il business illegale
Nel 2012 in un bar di Kiev Alex è stato fermato da un uomo. Una, due, tre birre insieme. Poi una festa in un grande appartamento. E un appuntamento per il giorno dopo. L’uomo era russo, era sveglio e socievole e aveva promesso di aiutare Alex a fare un sacco di soldi. «Ho iniziato come traduttore per i bagarini stranieri che venivano a lavorare in Ucraina. Conosco l’inglese e per me era molto semplice». Ma si guadagna di più a vendere i biglietti fuori dagli stadi, «è più pericoloso, ma è una cosa che potevo fare, così ho accettato di entrare nel giro e seguirli anche a Sochi nel 2013 per le Olimpiadi invernali. Una vita da matti». In tre in un appartamento, ogni giorno era obbligatorio cambiare cappotto, cappello e sciarpa: documenti falsi e false identità. «Vivevamo nel villaggio olimpico e a quel tempo eravamo slegati dall’organizzazione principale: ogni mattina sveglia all’alba per cercare chi poteva venderci i biglietti e poi rivenderli ai tifosi».

I suoi due compagni sono stati arrestati, Alex è stato solo fermato 3 volte perché è riuscito a gettare i biglietti appena in tempo, ma è stato riconosciuto, e le sue Olimpiadi sono finite prima del previsto. Dagli Europei di calcio del 2012 Alex ha imparato a vendere illegalmente i biglietti per le partite. Gli Europei si svolgevano in Ucraina e molte compagnie private avevano comprato i biglietti che sarebbero stati poi venduti dai bagarini nelle strade. Ma nessuno voleva rischiare di lavorare in un paese dell’ex Unione Sovietica, pericoloso, almeno a sentire la pubblicità che i media facevano in quel periodo.

Così, gli unici che sono riusciti veramente a guadagnare son stati i «ragazzi delle strade» del posto che hanno imparato a infilarsi nelle grandi organizzazioni illegali per la vendita dei biglietti delle partite: un giro di soldi importante, tra i 3 e i 4 mila dollari a evento. Tanto, tantissimo per un paese come l’Ucraina. «Normalmente guadagno il corrispettivo di 100 dollari al mese facendo l’interprete, ma con questi soldi tutto cambia», spiega Alex che ora aspetta indicazioni per il prossimo evento da “coprire”.
Gli arresti
Proprio martedì 8 luglio, nel giorno della disastrosa semifinale tra Germania e Brasile, è stato arrestato il presunto capo dei bagarini del Mondiale, ma subito scarcerato. Si tratta di Ray Whelan, cittadino britannico di 64 anni, capo della Match Services impresa partner della Fifa che offre servizi di biglietti e alloggi. E’ stato incastrato grazie alle intercettazioni telefoniche e il materiale trovato nel suo albergo, nel quale alloggiano diversi dirigenti della Fifa, hanno portato a galla un mercato di illecito di 300mila dollari al giorno. Al momento gli arresti sono 11, 131 i tagliandi sequestrati.

9 luglio 2014 | 15:32

Un uomo affetto da autismo è debitore, le suore gli pignorano la pensione di invalidità

Il Messaggero

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Per rientrare in un credito di circa settemila euro determinato dal mancato pagamento di servizi, una congregazione di suore che gestisce un centro di attività socio-sanitarie ha ottenuto il pignoramento presso l'Inps dell'indennità di invalidità di un 32enne affetto da autismo.

Ne dà notizia il legale dell'uomo, Giovanni Zaccaria, il quale lamenta che «non sia stato pignorato un quinto della pensione, come prevede la legge, ma tutte le somme di cui è beneficiario e anche la pensione della madre, che ne è la tutrice».Le monache che hanno scelto la via giudiziaria per recuperare gli importi delle prestazioni non pagate sono quelle appartenenti alla Congregazione delle suore oblate benedettine di Santa Scolastica dopo che il decreto ingiuntivo e l'atto di precetto non hanno avuto esito. L'uomo, che vive a Ostuni con la madre, è invalido al 100 per cento.

Putin condona a Cuba il 90% del debito che si trascina dai tempi dell'Urss

Libero

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Con una legge fortemente voluta dal Cremlino e approvata dal Parlamento la Russia di Putin ha cancellato il 90% del debito estero di Cuba all'URSS: qualcosa come 31,7 miliardi di dollari su un totale di 35,2 la cui metà sono gli interessi maturati sulla somma iniziale. La firma del presidente è arrivata poco prima della partenza di Putin per una visita ufficiale a l'Havana, dove ha incontrato l'ex presidente Fidel Castro e il suo fratello e successore, Raul, ma l’intesa era stata siglata già lo scorso ottobre dal premier russo Dmitri Medvedev durante una visita a Cuba, e l’ok della Duma - il ramo basso del Parlamento russo - era arrivato venerdì scorso.

Progetti congiunti - Per saldare il debito rimanente - circa 3,5 miliardi di dollari - Cuba avrà a disposizione 10 anni nel frattempo si impegnerà in progetti di investimento congiunti. In particolare, Mosca e l'Havana stanno sviluppando un progetto per creare la cooperazione industriale all'interno della zona economica speciale "Mariel", inoltre Cuba prevede di acquistare dalla Russia gli aerei

Il-96-300, An-148 e gli elicotteri Mi-