lunedì 21 luglio 2014

Ecco perché in Gran Bretagna Travaglio andrebbe in galera

Nicholas Farrell - Lun, 21/07/2014 - 08:02

Per tutto ciò che in questi anni hanno combinato a Berlusconi (e non solo) Travaglio&Co, se fossero giornalisti inglesi, sarebbero già in galera da un bel po' e i loro giornali e talk-show chiusi per vergognaùù


Per tutto ciò che hanno combinato in tutti questi anni nei confronti di Silvio Berlusconi (e non solo) Travaglio&Co, se fossero giornalisti inglesi, sarebbero già in galera da un bel po' e i loro giornali e talk-show chiusi per vergogna.

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Marco Travaglio, Michele Santoro, Gad Lerner, Ezio Mauro si vantano di essere moralmente superiori e disprezzano la squallida stampa tabloid inglese. In realtà questi Robespierre del secondo Millennio sono molto più tabloid e più squallidi dei giornalisti di Sua Maestà. Qual è la differenza tra Andy Coulson (l'ex direttore del News of the World ora in galera) e Marco Travaglio? Secondo me, solo una: Travaglio è peggio. Ciò che da anni ha fatto nei confronti di Berlusconi (e non solo) e con orgoglio - addirittura - è mille volte più disgustoso di quello che hanno fatto i giornalisti come Coulson.

I tabloid inglesi si trovano nei grossi guai perché alcuni anni fa è saltato fuori che abitualmente intercettavano gli sms di vip e gente comune. Non ne hanno mai pubblicato i contenuti ma li hanno usati per costruire i loro articoli. Non importa, perché lo scandalo è stato enorme. Travaglio&Co. invece, che cosa combinano? Beh, da anni – con la complicità della magistratura italiana – fanno di peggio: pubblicano sms e intere conversazioni telefoniche a tappeto. Nel 2001 in Inghilterra Scotland Yard ha cominciato ad indagare sulle intercettazioni telefoniche illecite da parte della stampa inglese, in particolare di News of the World (vendite medie 2,8 milioni) di Rupert Murdoch, che per vergogna chiuse il tabloid fondato nel 1843.

Finora una trentina di giornalisti sono stati arrestati ed alcuni sono stati processati e messi in galera. Tra questi spicca proprio Andy Coulson, l'ex direttore del News of the World condannato nei giorni scorsi a 18 mesi di galera. Dove attualmente si trova in attesa di essere ancora processato per altri reati collegati. Il governo di David Cameron fu costretto a lanciare nel 2012 una commissione pubblica diretta dal Lord Chief Justice Leveson sulla cultura e sull'etica della stampa inglese e come gestirla meglio. Certo, Travaglio&Co non hanno intercettato personalmente i telefoni, sono state le Procure a volte loro complice. Ma cosa cambia? Niente, anzi peggio per loro.

La loro difesa è la libertà di parola! Ma cheppalle. Coulson e i cronisti inglesi beccati non hanno mai osato usare il principio della libertà di parola come difesa perché sapevano che la libertà di parola non è mai assoluta. Il diritto di un indagato/imputato a un processo equo è più sacro del diritto della libertà di parola del giustiziere Travaglio e dei suoi complici di sputtanare chiunque. Pubblicare intercettazioni telefoniche mentre un'indagine è ancora in corso e prima di un processo vuol dire per forza fare il processo in piazza prima del processo vero. Di conseguenza - necessariamente - ogni prova viene inevitabilmente inquinata.

Ecco perché in Italia non è mai possibile capire se un imputato sia colpevole o no, vedi il caso Amanda Knox? In Inghilterra, uno che fa come fa Travaglio e colui che gli fornisce le intercettazioni (la magistratura italiana) vanno in galera subito. Il reato si chiama contempt of court (oltraggio alla corte) ed è gravissimo. Esiste qualcosa del genere in Italia? La cosa incredibile, per uno come me nato a Londra e giornalista dal 1983, è che nessun giornalista né alcun giudice viene mai punito. Figuriamoci Travaglio.

Poi bisogna dire una cosa: i giornalisti stranieri non capiscono nulla della realtà italiana. Molti di loro fanno copia e incolla di Corriere della Sera e La Repubblica e buona notte. Il giornalista straniero, specialmente quello anglosassone, si fida implicitamente dell'imparzialità della magistratura: pensa che dove ci sia fumo ci sia anche l'arrosto. Quando ci sono di mezzo i pm italiani, i tabloid o la stampa di sinistra c'è sempre fumo. Ma non c'è arrosto.

Pagate o morite” I cristiani di Mosul in fuga dal califfo

La Stampa

giordano stabile

“Tassa sugli infedeli”, scade l’ultimatum di Al Baghdadi


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Pagare, convertirsi o morire. L’ultimatum del califfo Abu Bakr Al Baghdadi lascia tre possibilità ai pochi cristiani rimasti ancora a Mosul. Una paginetta per spiegare che, in base alle leggi coraniche, possono vivere nel risorto Califfato solo a patto di pagare la jizya, la pesante tassa che grava sugli infedeli. Il comunicato, emesso giovedì, si rivolge a «tutti i cristiani» e dava tempo fino a mezzogiorno di ieri per la scelta fra le opzioni, riassunte brutalmente: uno, islam; due, jizya; tre, spada. Tutti coloro che non sceglievano nessuna delle tre avevano tempo «fino a mezzogiorno di sabato per andare via».

L’imposizione della jizya era stata annunciata subito dopo la caduta di Mosul, lo scorso 5 giugno, e ricalca la politica di Al Baghdadi in tutte le città finite sotto il dominio dello Stato islamico (Is, già Isis), la formazione estremista sunnita nata da una costola di Al Qaeda che è riuscita a fondare il primo Stato islamista fuorilegge della storia. Dopo un mese l’autoproclamato califfo ha dato l’ultimatum, ma la scadenza era stata preparata nei dettagli. Le case ancora abitate da cristiani sono state segnate da una «n» rossa (da «nazaraniy», cristiano). Quelle abbandonate, in genere requisite della nuove autorità, da una «n» nera. I miliziani adesso bussano porta per porta. Chi resiste rischia l’esecuzione immediata e di vedere l’abitazione bruciata, mentre l’arcivescovado, coi suoi preziosi manoscritti, è già finito in cenere nei giorni scorsi.

I cristiani di Mosul erano ancora oltre 50 mila, su una popolazione di 1,8 milioni, prima della caduta della città. Ridotti già a un terzo di quelli che vivevano lì ai tempi di Saddam Hussein, dittatore che aveva un occhio di riguardo per la minoranza fedele alla croce. Il 90% è fuggito nei primi giorni di giugno. Gran parte degli altri seguiranno. La jizya richiesta, secondo alcuni cristiani rimasti in città e raggiunti al telefono, parte da una base di 250 dollari annui a testa, ma può arrivare facilmente a 1000 se il capofamiglia è un medico o un ingegnere. Cifre pesantissime in una città devastata dalla guerra e impoverita. Solo pochi potranno pagarla. Ed è prevedibile che la «pulizia etnica» proseguirà. Una tragedia che anche Papa Francesco segue «con preoccupazione».

La durezza della legge medievale rivela anche un duplice aspetto del Califfato che sta sorgendo su metà Siria e metà Iraq, un’area con 15 milioni di abitanti, in gran parte desertica ma solcata da due importanti fiumi, il Tigri e l’Eufrate. L’applicazione letterale dei precetti coranici è accompagnata a una martellante propaganda sui social media, anche in urdu e inglese per rivolgersi a musulmani che non parlano arabo. Sia l’account dell’Islamic State Media che ha numerosi followers sottolinea per esempio che in cambio della jizya il califfo offre «protezione» ai cristiani rimasti, o che anche i musulmani debbono pagare la loro tassa, zakat, l’elemosina obbligatoria in favore dei più poveri: «Se un musulmano rifiuta di pagare la zakat, ha solo l’opzione di morire, mentre se un kaffir, infedele, non paga la jizya, può sempre scegliere di andare via».

E tweet corredati di foto mostrano soldi e farina distribuiti ai poveri in base alla zakat. Pugno di ferro, esecuzioni sommarie, pulizia etnica ma anche misure populiste (il prezzo della benzina è stato tagliato del 70%) servono anche a vincere la battaglia ideologica di Al Baghdadi che deve farsi accettare ed espandere il califfato. Le sue colonne motorizzate sono all’offensiva in Siria, dove hanno conquistato le campagne attorno ad Aleppo e il giacimento di gas di Al Shaer, a est di Palmira. Almeno 270 soldati e tecnici, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti dell’uomo, sono stati uccisi. In Iraq, lo Stato islamico ha respinto l’offensiva governativa a Tikrit, gestita in modo sciagurato dal governo di Nouri al Maliki. Migliaia di volontari sciiti inesperti sono stati mandati al massacro. Baghdad resta sempre nel mirino.



Cristiani in Iraq, tramonta il “sogno” della Piana di Ninive
La Stampa

Gianni Valente

Con l’espulsione dei battezzati da Mosul sembrano eclissarsi tutte le prospettive proposte per assicurare la permanenza di comunità cristiane autoctone nello spazio dell’antica Mesopotamia. Da quella “identitaria” a quella “mimetica”


A Mosul i militanti dell’auto-proclamato Califfato Islamico hanno occupato chiese e conventi, distrutto statue mariane, divelto croci, bruciato l’arcivescovato siro-cattolico e imposto ai cristiani l’ultimatum: o andate via, lasciando le vostre case e i vostri beni, o pagate la “tassa di protezione”, o vi convertite all’Islam, o morite. Gli ultimi battezzati ancora presenti in città dopo la fuga di massa di giugno sono scappati verso Dohuk, Qaraqosh, Kramles,  Tilkif e altri centri della Piana di Ninive saldamente presidiati dai Peshmerga e dalle forze armate regolari che rispondono al governo autonomo del Kurdistan iracheno.

La fuga verso la salvezza assicurata dai “protettori” curdi – che hanno preso anche il controllo di Kirkuk – fa affondare almeno temporaneamente il “progetto della Piana Di Ninive” coltivato da tempo immemore in seno alle comunità cristiane irachene, che puntava a creare in quell’area una regione autonoma da assegnare ai cristiani, per realizzare almeno in parte il sogno ancestrale di un “focolare nazionale” indipendente riservato alle comunità caldee, assire e sire.

Sorprende sapere che ancora lo scorso 5 giugno, soltanto 4 giorni prima della offensiva lanciata su Mosul dai jihadisti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL), un gruppo di politici e amministratori locali di sigle politiche di matrice cristiana – a cominciare dall’Assyrian Democratic Movement - si erano incontrati a Dohuk per rilanciare il progetto di una Provincia autonoma nella Piana di Ninive, e avevano anche deciso di inviare una delegazione di politici cristiani iracheni negli USA per ravvivare intorno alla causa il sostegno degli ambienti politici internazionali e delle comunità cristiane irachene in diaspora.

Nei discorsi dei promotori, la creazione di una Provincia indipendente “dedicata” ai battezzati rappresentava l’unico strumento in grado di tutelare la sopravvivenza di una componente cristiana autoctona in seno alla nazione irachena. Intorno alla Piana di Ninive si  concentrano da secoli le opzioni contrastanti e i nodi da sciogliere per garantire la permanenza di comunità cristiane autoctone nello spazio dell’antica Mesopotamia. Dopo i fasti della Chiesa nestoriana dei primi secoli cristiani e le persecuzioni subite sotto i turchi selgucidi e poi sotto i mongoli al tempo del Tamerlano, in epoca ottomana quel che sopravviveva dell’antica Chiesa assira d’Oriente era sopravvissuto per secoli arroccandosi proprio tra le tribù assire concentrate tra i contrafforti montuosi del Kurdistan, nel territorio tra Mosul, l’Hakkari e il lago Urmia.

In quel lungo tempo d’isolamento la fisionomia stessa della Chiesa assira d’Oriente aveva portato a compimento la sua immedesimazione con l’etnia assira. L’isolamento tribale si era rotto parzialmente solo con l’arrivo dei missionari cattolici latini. Nel 1553, alcuni vescovi assiri avevano scelto di riaffermare la piena comunione col vescovo di Roma. Così è nata la Chiesa caldea, con a capo un Patriarca, divenuta col tempo maggioritaria in seno al cristianesimo iracheno, e che rispetto ai cristiani “assiri” di solito ha trovato anche nel suo legame con la Sede romana un prezioso antidoto alle derive del particolarismo etnico.

Lo si è potuto sperimentare più volte anche nel diverso approccio davanti ai rivolgimenti geo-politici dell’area, e alle manovre politico-militari attuate in Asia centrale dalle potenze straniere. Durante la prima guerra mondiale, agenti britannici infiltrati in Kurdistan avevano arruolato gli assiri con la promessa di appoggiare la creazione di uno Stato assiro indipendente alla fine del conflitto. Anche nell’Iraq sotto mandato britannico i combattenti assiri avevano affiancano le truppe del Regno Unito nella repressione delle insurrezioni sciite e curde, continuando a rivendicare lo statuto di “Stato nello Stato” sotto l’autorità temporale del Catholicos.

Un’ostinazione “indipendentista” punita con ferocia dal nuovo Stato indipendente, imbevuto di nazionalismo arabo e intenzionato a colpire tutti i particolarismi etnico-religiosi che mettevano a rischio l’unità nazionale. Nell’agosto 1933, in tutta la provincia di Mosul le truppe regolari avevano infierito con massacri non solo contro gli assiri ma anche contro siri, armeni, caldei. Nelle sole regioni di Dohuk e di Cheikhan erano stati messi a ferro e fuoco 65 villaggi cristiani mentre il Catholicos assiro, espulso, trovava rifugio negli Stati Uniti e le comunità assire in diaspora divenivano custodi fuori frontiera del nazionalismo assiro, coltivando per tutto il Novecento il miraggio di “Assiria”, la Patria assira indipendente.

Da canto suo, da quel momento la Chiesa caldea ha puntato sulla carta dell’integrazione “panaraba” e accantonando la rivendicazione di ogni particolarismo etnico-nazionale. Mentre Sembrava affievolirsi il miraggio di un focolare nazionale assiro-caldeo, i cristiani rimasti in Iraq si arabizzavano culturalmente, con un’attitudine mimetica e minimalista grazie alla quale i caldei iracheni hanno attraversato i decenni del militar-socialismo baathista subendo limitazioni e soprusi ma riuscendo comunque a sopravvivere e a crescere, anche nelle grandi città dell’Iraq centro-meridonale, fino agli interventi militari a guida nord-atlantica.

La condanna espressa dalla Chiesa caldea guidata dal Patriarca Raphael I Bisawid alle operazioni a guida Usa Desert storm (’91) e Iraqi freedom (2003), ha trovato una formidabile sponda a Roma, in Giovanni Paolo II e nella diplomazia vaticana. In quegli anni i cristiani d’Iraq si sono sottratti al sospetto di complicità coi “nuovi crociati” d’Occidente che serpeggiava tra i loro connazionali musulmani. Ma negli anni successivi, anche loro non sono rimasti immuni al contagio delle pulsioni settarie e nazionaliste scatenate dopo la fine del regime di Saddam. La linea “mimetica” che configurava l’assimilazione culturale e politica dei cristiani nel milieu arabo è sembrata venire sconfessata, soprattutto sotto la spinta dei circoli “assiri” e “caldei” operanti nella comunità della diaspora sparse in Nord America.

Negli anni del Patriarca Emmanuel III Delly, il revanscismo identitario ha segnato anche alcune dichiarazioni dei vertici della Chiesa caldea che si esprimevano sulla scena pubblica come leadership di una minoranza etnico-nazionale in lotta per la salvaguardia dei propri diritti sociali, politici e culturali nel settembre 2003  - per fare un esempio - i vescovi caldei scrivevano al funzionario Usa Paul Bremer – a quel tempo amministratore civile dell’Iraq - per protestare contro la totale assenza di caldei nel governo transitorio, parlando come custodi di un’identità etnica, più che religiosa («i caldei rappresentano la terza comunità etnica dell’Iraq, subito dopo gli arabi e i curdi »).

Negli ultimi tempi, con l’elezione del Patriarca Louis Raphael I Sako, le pulsioni identitario-nazionaliste in seno alla leadership caldea avevano  registrato una forte battuta d’arresto. L’attuale Patriarca non ha mai sostenuto i progetti di una Piana di Ninive organizzata come provincia “cristiana” autonoma e protetta, surrogato del mito dell’Assiria “indipendente”, e ha sempre denunciato l’esplosione dei settarismi come un pericolo esiziale per la sopravvivenza stessa di quel che rimane delle comunità cristiane in territorio iracheno dopo l’esodo seguito agli interventi armati occidentali.

Adesso, la ferocia jihadista dei fiancheggiatori del Califfato islamico fa piazza pulita dell’idea stessa di convivenza tra diversi. Ne fanno le spese non solo i cristiani, ma anche gli sciiti, i curdi, gli Yezidi, gli stessi sunniti non contagiati dal furore islamista. Per i cristiani di Mosul e dei villaggi della Piana di Ninive, rimane aperta la prospettiva di continuare a vivere sotto la protezione delle milizie curde, in un Kurdistan di fatto indipendente. Così sembrano sul punto di realizzarsi i piani di chi a Erbil puntava da tempo - anche con generose elargizioni - a guadagnare il sostegno delle minoranze cristiane alla causa indipendentista curda, inglobando  nel futuro Stato indipendente anche la pianura di Ninive come “riserva assiro-caldea” tollerata all’interno di uno stato etnico curdo.

A Mosul inizia la fine della nostra civiltà

Magdi Cristiano Allam - Lun, 21/07/2014 - 08:21

Per la prima volta da 1700 anni nella seconda città irachena non c'è più un solo cristiano: tutti cacciati dai terroristi islamici


Per la prima volta da 1700 anni a Mosul, la seconda città irachena, non c'è più un solo cristiano, tutti cacciati dai terroristi islamici, e ieri all'Angelus Papa Francesco ha reagito sostenendo che «la violenza si vince con la pace», esortando a «pregare in silenzio» il «Dio della pace» per conseguire «il dialogo e la riconciliazione».

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La pace, il dialogo e la riconciliazione con i terroristi dell'autoproclamato «Stato islamico» che stanno perpetrando il genocidio dei cristiani, marchiando con la «N», da «Nazzareno», le case dei cristiani, confiscandole e intimando la conversione all'islam, o il pagamento di una tassa proibitiva per aver salva la vita o la morte? Di fatto è il colpo di grazia ad una strategia di discriminazione e persecuzione dei cristiani testimoniata dal crollo della presenza dei cristiani in Medio Oriente dal 30% all'indomani della Seconda guerra mondiale al 3% all'inizio del nuovo Millennio. Ed ora che cristiani stanno letteralmente sparendo, il Papa fa letteralmente finta di niente. Per molto meno, la liberazione del Santo Sepolcro di Gerusalemme, i Papi e i sovrani cristiani d'Europa fecero le Crociate fra l'XI e il XIII secolo.

Già nel IX secolo Papa Giovanni VIII aveva legittimato la «guerra santa» contro i saraceni. A Papa Francesco è bene ricordare che oggi non potrebbe predicare la pace da San Pietro se i musulmani non fossero stati sconfitti con le forza delle armi dal Maestro di palazzo dei Franchi Carlo Martello a Poiters il 10 o il 17 ottobre 732, dalla flotta della Lega Santa organizzata dal Papa San Pio V a Lepanto il 7 ottobre 1571, dall'esercito polacco-austro-tedesco comandato dal re polacco Jan III Sobieski a Vienna l'11-12 settembre 1683, accogliendo l'iniziativa di Papa Innocenzo XI di ricreare la Lega Santa, affidata al frate cappuccino Marco d'Aviano.

Così come è bene ricordare a Papa Francesco che proprio la Basilica di San Pietro e quella di San Paolo furono occupate e saccheggiate dai saraceni nell'846 e che, secondo un hadiht, un detto attribuito a Maometto, gli islamici sono certi che conquisteranno e sottometteranno Ma soprattutto è bene ricordarci che fino al Settimo secolo e per sette secoli tutto il Mediterraneo era cristiano. E che la rapida islamizzazione della sponda orientale e meridionale fu dovuta più alla fragilità valoriale e alle divisioni politiche dei cristiani d'Oriente che non alla forza degli eserciti musulmani.

Ebbene questa è la stessa realtà di quest'Europa che ha perso la certezza di chi siamo, delle nostre radici, fede, identità, valori, regole e che è proiettata ad azzerare e riconcepire la civiltà come la sommatoria delle rivendicazioni di tutti coloro che piantano la loro tenda a casa nostra, all'insegna del relativismo, del buonismo, del multiculturalismo che ha la sua più preoccupante espressione proprio nel filo-islamismo. Arriviamo al dunque: dovremmo indire nuove Crociate per salvare i pochi cristiani superstiti? Chiamiamola come vogliamo ma se non combatteremo e sconfiggeremo sia il radicalismo ideologico sia il terrorismo violento dell'islam, faremo la stessa fine dei cristiani d'Oriente.

Questa guerra va condotta innanzitutto qui in Europa e, in parallelo, ovunque operano gli estremisti islamici. La battaglia principale concerne la legittimazione dell'islam come religione di pari dignità rispetto all'ebraismo e al cristianesimo all'insegna della tesi delle «tre grandi religioni monoteiste, rivelate, abramitiche». Fin quando non avremo la lucidità e il coraggio di prendere atto che la radice del male è insita nel Corano e in Maometto, saremo condannati a soccombere. La Chiesa deve saper distinguere tra la persona e la religione, promuovendo il dialogo e la convivenza con i musulmani nel nome dell'amore che ci ha insegnato Gesù, ma senza legittimare un'ideologia che predica odio, violenza e morte nei confronti di tutti coloro che non si sottomettono all'islam.

Lo Stato deve bloccare la presenza delle moschee prendendo atto che non sono luoghi di culto ma roccaforti del radicalismo e del terrorismo islamico, così come vanno banditi tutti i siti Internet che promuovono il Jihad, la guerra santa islamica. L'Occidente si allei con la Russia, la Cina e Israele per sradicare il radicalismo e sconfiggere il terrorismo islamico. Ma questo Papa darà mai la sua benedizione come fecero i Papi delle Crociate, di Poitiers, Lepanto e Vienna?

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La preghiera dell'imam all'incontro col Papa: "Allah, facci battere gli infedeli"

Sergio Rame - Dom, 20/07/2014 - 13:09

Alla preghiera per la pace con Abu Mazen e Peres, un imam invoca la guerra santa leggendo davanti a Bergoglio la Sura II del Corano


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"Tu  sei il nostro patrono, dacci la vittoria sui miscredenti".

L'imam sunnita palestinese scandisce la Sura II del Corano. Non si trova in mosche, ma nei Giardini vaticani e, a qualche metro da lui, c'è anche papa Francesco. È l'8 giugno, domenica di Pentecoste. In Vaticano, a pregare col Pontefice per la pace in Medioriente, ci sono Abu Mazen e Shimon Peres. Ma la Sura II pronunciata dall'imam non è stata concordata. Si tratta di uno strappo al protocollo che in molti hanno avvertito come un affronto.

L'incidente, riportato da Andrea Morigi su Libero, è stato a lungo tenuto sotto traccia. Il testo letto dall'imam sunnita palestinese non era quello concordato e i toni duri contro i miscredenti non sono certo in linea con lo spirito della giornata promossa da Bergoglio durante il viaggio in Terrasanta.

"Lì per lì - racconta Morigi - i dignitari delle tre religioni monoteiste non si scompongono. Quelli che conoscono l'arabo fanno finta di nulla, anche se le riprese filmate dell'evento li mostrano decisamente imbarazzati".

Papa Francesco, invece, non è in grado di cogliere l'entità dell'accaduto. A livello ufficiale lo strappo viene subito minimizzato: padre Bernd Hagenkord, gesuita responsabile delle trasmissioni in tedesco di Radio Vaticana, cerca di dare un'altra lettura alla Sura II del Corano. Peccato che il passaggio letto dall'imam venga immediatamente censurato proprio da Radio Vaticana.

A far scoppiare lo scandalo ci pensa Hamed Abdel-Samad, uno scrittore arabo-tedesco che traduce il versetto e lo pubblica in rete.

Wikipedia e il revisionismo in tempo reale: le modifiche di politici e governi svelate su Twitter

La Stampa

stefano rizzato

La popolare enciclopedia collaborativa è sempre più esposta all’attacco di chi vuole usarla per scopi politici o per propaganda. A rivelarlo sono alcuni attivisti che mostrano quante e quali correzioni arrivano dai palazzi del potere

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Per cambiare la verità basta una riga. Una veloce modifica su Wikipedia e la versione ufficiale e oggettiva di una storia cambia. Almeno per qualche minuto, a volte in modo permanente. È questo, da sempre, il grande rischio di un’enciclopedia collaborativa che – di solito – si corregge da sé grazie alle regole e alla disciplina della comunità. Eppure mai come oggi il mondo Wiki è esposto all’attacco di chi vuole farne uno strumento di potere, per attacchi politici e persino revisionismo in tempo reale.

Parlamento aperto, anche su Wikipedia
A mostrarlo sono una serie di profili Twitter, che – creati da alcuni attivisti di diversi Paesi – stanno ricostruendo e svelando tutti i ritocchi alle pagine Wikipedia fatti (o voluti) dai potenti. Il primo a pensarci è stato l’inglese Tom Scott, con Parliament WikiEdits, ma si è scontrato con problemi tecnici. Così a realizzare l’idea è stato l’americano Ed Summers, che il 9 luglio ha creato congress-edits: un profilo Twitter dove sono segnalate tutte le modifiche fatte su Wikipedia da utenti anonimi, ma riconducibili ai palazzi del parlamento statunitense.

inspired by @parliamentedits I'm going to see if it's not too hard to watch Wikipedia for anonymous edits from the US Congress.
— congress-edits (@congressedits) July 9, 2014

La chiave è nell’indirizzo IP
L’ingrediente decisivo nel progetto è la trasparenza di Wikipedia stessa. Che di ogni pagina conserva la cronologia completa delle revisioni e dei rispettivi autori. Come si vede nell’elenco che riguarda La Stampa, molte modifiche vengono da utenti registrati, citati con il nickname e il link al profilo completo. Altre sono fatte da utenti anonimi e questi vengono indicati con il loro indirizzo IP: grossolanamente, l’etichetta numerica che ci viene assegnata ogni volta che ci colleghiamo a Internet. Ebbene, gli indirizzi IP assegnati ai computer del Congresso americano sono noti. E così – grazie a poche righe di codice – ogni volta che da quei computer parte una modifica anonima a Wikipedia, congress-edits la può svelare in tempo reale su Twitter.

Tra vanità e vandalismo
A scorrere l’elenco delle revisioni partite dai palazzi del potere Usa, le sorprese non mancano. Si correggono pagine su film di Hollywood e su università americane, ma soprattutto le voci degli stessi deputati e senatori, a volte per cose di poco conto. In altri casi Wikipedia viene usata per veri attacchi politici. Uno dei più attivi è l’utente nascosto dietro all’IP 143.231.249.138. Che nella sua recente carriera di wikipediano ha affibbiato la dicitura “trotzkista” alla democratica Kesha Rogers e quella di “rettiliano” a Donald Rumsfeld. Ha poi pensato di precisare che l’assassinio di John F. Kennedy era stato commissionato da Fidel Castro. E si è prodigato in molto altro che su Wikipedia viene catalogato come “vandalismo”: boicottare delle voci per scherzo, aggiungendo note superflue oppure offensive. Qualcosa di simile è toccato al direttore di BuzzFeed Ben Smith., cui, alla prima riga, un altro burlone del Congresso ha aggiunto “amante della Smirnoff Ice” (una vodka ndr).

Il volo NH17 e il revisionismo in tempo reale
L’esempio di congress-edits è stato seguito da molti altri. Il codice elaborato da Summers è infatti open source, aperto a chiunque voglia usarlo. Basta cambiare il riferimento agli indirizzi IP e il gioco è fatto. Così è nato RuGovEdits, che segue le modifiche a Wikipedia fatte dai computer del governo di Mosca. Una delle ultime riguarda la versione russa della pagina sui grandi incidenti aerei. Un tentativo di revisionismo in tempo reale: con una riga di testo, cambiano i responsabili dell’attentato e dei 298 morti del volo MH17. Da “terroristi separatisti della Repubblica Popolare di Donetsk”, come la pagina recitava fino a ieri mattina, a “militari ucraini”. Al momento in cui scriviamo, la versione è diventata neutra e cauta: “Da chiarire le circostanze del disastro”.

Altri esempi: dall’Australia alla Norvegia
I profili Twitter di questo tipo si sono moltiplicati in poco tempo e riguardano ormai le istituzioni di molti Paesi: il governo svizzero e quello di Israele, il parlamento finlandese e quello australiano, il governo canadese e il parlamento tedesco. E c’è chi prova a fare qualcosa di analogo anche con le grandi aziende farmaceutiche. In tutti questi casi, va precisato che gli IP possono cambiare nel tempo e che quanto si legge nei vari profili – affidati a singoli attivisti o piccoli gruppi – non va preso come verità assoluta. Per ora, tuttavia, non ci sono notizie di abusi e anzi queste iniziative si stanno rivelando un grande strumento di trasparenza. Molto interessante, per esempio è il grafico che vedete qui sotto, ricostruito dai responsabili di Stortinget redigerer. Mostra il numero di Wiki-rettifiche delle istituzioni norvegesi. E dà un’idea di quanto nell’ultimo anno, negli uffici del governo di Oslo, si sia intensificato il lavoro di revisione su Wikipedia.

10 years of anonymous Wikipedia edits from the Norwegian parliament and government offices https://t.co/93yJk7RUUx pic.twitter.com/OnUJdPhvyd
— Stortinget redigerer (@wikistorting) July 11, 2014

Raspberry Pi e gli altri, l’invasione dei microcomputer

La Stampa

dario marchetti

Con il mercato di desktop e laptop in calo costante,sta nascendo la moda dei piccoli pc fai da te. Economici e versatili, permettono di sperimentare come agli albori dell’era informatica


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Grande, anzi piccolo, come una carta di credito. Ma capace di trasformare in realtà progetti di ogni tipo. È il Raspberry Pi, microcomputer di invenzione britannica che pochi giorni fa è arrivato in una nuova versione, denominata “Model B+”: tra le novità quattro porte USB anziché due, una porta per schede microSD al posto della classica SD, circuiti audio migliorati e un consumo ai minimi storici, tra 0.5W e 1W.

E, nonostante gli aumenti in termini di hardware, il prezzo è rimasto fermo ai classici 35 dollari, circa 29 euro. Ma a cosa serve un computer così piccolo? Nato nel 2006 con l’obiettivo di entrare nelle scuole sia per avvicinare i giovani alla programmazione che per fornire hardware a basso costo agli studenti di paesi in via di sviluppo, oggi il Raspberry Pi è alla portata di (quasi) tutti: grazie alle sue molteplici connessioni come Usb, Hdmi, Ethernet e GPIO (General Purpose Input Output, per collegare oggetti elettrici di ogni tipo), e a un sistema operativo basato su Linux, questa piccola scheda può fare di tutto.

Come ad esempio trasformarsi in un emulatore delle console di una volta, per la gioia dei giocatori più nostalgici, oppure rendere “intelligente” un televisore di vecchia generazione, per poter visualizzare file multimediali di ogni genere e tipo. E grazie all’ingegno di una folta comunità di maker, designer e appassionati, il Pi può arrivare a controllare un drone, creare una stazione meteo sul tetto di casa, un tablet fai-da-te o un sistema di demotica personalizzato.

Il concorrente più agguerrito del Raspberry Pi è senza dubbio il nuovissimo Hummingboard, che a un prezzo leggermente più alto, 45 dollari, offre più potenza, con un processore da 1GHz rispetto ai 700MHz del Pi. Certo, la comunità non è numerosa come quella del micropc britannico, ma l’architettura è sostanzialmente la stessa e la maggior parte del software e dell’hardware sono perfettamente compatibili.

Senza dimenticare poi l’italianissima scheda Arduino, ormai arrivata alla quattordicesima edizione e diventata uno dei fondamenti del movimento internazionale dei makers. Anche se più che un micro pc si tratta di un micro controllore, un hardware non indipendente che serve a gestire lo scambio di segnali tra più dispositivi per dare vita a gadget e macchinari di ogni tipo. In poche parole, un gioco per veri smanettoni.

Un pezzetto d’Italia c’è anche nel progetto Keepod, il micro pc contenuto in una chiavetta USB sviluppato dal milanese Francesco Imbesi e l’israeliano Nissan Bahar: per appena 5 euro, basta collegare Keepod anche ai pc più vetusti per farli rinascere grazie a un sistema operativo Android capace di gestire al meglio le risorse e ottimizzare le prestazioni. L’idea nasce per combattere non solo la grande quantità di rifiuti informatici che ogni anno si accumulano nelle discariche dei paesi in via di sviluppo, ma anche il digital divide che colpisce molte zone del pianeta.

Per ogni chiavetta comprata infatti, una seconda viene destinata all’uso in un progetto benefico sul quale l’utente verrà poi costantemente informato. Niente a che vedere con le centinaia di micro pc basati su Android che affollano gli store di Amazon ed eBay, disponibili in ogni forma e prezzo e dalla qualità piuttosto dubbia.

Oltre alla curiosità e alla possibilità di sperimentare e creare, il successo di queste piccole schede è dovuto al declino inarrestabile dei pc desktop e laptop, talmente soppiantati da smartphone e tablet da convincere molti colossi della tecnologia, come Sony, a sbarazzarsi di intere linee di prodotti (i Vaio). Ma se a livello tecnologico e creativo, Raspberry Pi e simili portano con sé una forte carica di innovazione, la filosofia che c’è dietro non è poi tanto diversa da quella degli “homebrew computers”, i pc fatti in casa, che a metà degli anni ’70 spinse due ragazzi di nome Steve Jobs e Steve Wozniak a dare vita a una macchina chiamata Apple I. Il resto è storia.

Milena, la pasionaria che sfidò il Terzo Reich

La Stampa

bruno ventavoli

I reportage in diretta sull’invasione della Cecoslovacchia nel ’39. “Siamo un pesciolino nell’oceano ma possiamo fermare la barbarie”


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Dici Milena Jesenská e pensi subito a Kafka. Perché tradusse uno dei suoi primi racconti dal tedesco al ceco (capendo subito l’immensità dello scrittore). E quando lui la incrociò in uno di quei caffè dell’ex Mitteleuropa, che brulicavano di destini incrociati, s’invaghì dei suoi occhi azzurri, e la amò per lettera, per decine di lettere. Ma lei era sposata, non aveva intenzione né di divorziare né di avventure clandestine, e s’incontrarono quattro o cinque volte per semplici passeggiate, prima che Franz troncasse la relazione.

Ricordarla solo per questo, dunque, è riduttivo. Non solo perchè fu un amore paranoicamente virtuale, ma perché Milena Jesenská fu molto più che una semplice icona sentimentale. Fu giornalista, traduttrice, scrittrice, attivista politica, e soprattutto rivoluzionaria dello spirito. E questi articoli usciti tra il ’38 e il ’39 sulla rivista Pritomnost, alcuni dei quali inediti per l’Italia ne rendono appieno la grandezza (come quello che pubblichiamo qui accanto, proposto da Castelvecchi nell’intensa postfazione di Marcella Filippa e la traduzione di Chiara Rea). 

Milena racconta in diretta la fine della giovane Cecoslovacchia, dall’annessione dei Sudeti all’invasione di Praga con uno stile drammatico ma lucido, sensibile sia ai piccoli drammi individuali sia ai principi di una moralità inflessibile, assoluta, umanissima. Comunista, lasciò il partito dopo i sanguinosi processi staliniani. Non ebrea, aiutò gli ebrei a fuggire all’estero quando il suo Paese diventò un’appendice del Reich nazista, scrisse sui fogli clandestini, organizzò la resistenza, fu instancabile fiancheggiatrice dei perdenti - «Finché ci saranno dei più forti, staremo dalla parte dei più deboli» - sebbene soffrisse terribili dolori a una gamba e s’imbottisse di morfina.

Negli articoli di In cerca della terra di nessuno, Milena si fa cronista, gira coraggiosa per le strade, nei negozi, nei caffè, nei villaggi, ascolta tedeschi e cechi, ufficiali e civili, spiega la guerra che sta per deflagrare attraverso il dramma di una famiglia, lo sguardo spaventato di una donna per strada, le delazioni (persino dei figli contro le madri) o la violenza, le umiliazioni, le ruberie subite dagli ebrei viennesi dopo l’Anschluss. Testimonia l’orrore perché le coscienze non s’addormentino. Chiara, chiarissima, è la battaglia che invita a combattere contro il nazismo dilagante.

Ma nonostante le ore tragiche che Praga sta vivendo riesce, come sempre, a scorgere l’umano dietro le divise, a essere quasi compassionevole verso il soldato tedesco nemico con le lentiggini, strappato ai suoi campi, invasore riluttante, che consola una ragazza praghese in lacrime: «non ti vogliamo fare del male, sono qui perché costretto». O ancora, più potente, la descrizione di una scena in tram: un ufficiale tedesco si avvicina a un ragazzo ceco che urla frasi d’odio assurde con una svastica al braccio e gli chiede: «Sei ceco?»; «Sì», risponde l’altro; «Allora non hai diritto di portare questo simbolo», dice perentorio strappandogli la fascia. Milena commenta:

«Ci sono dei momenti in cui ci si potrebbe avvicinare a un ufficiale tedesco e dirgli: Grazie signore». Più dei carnefici, Milena aveva orrore dei servi ottusi. Perché è proprio nel servilismo che germoglia e prospera la barbarie.Poco dopo l’ultimo articolo Milena fu arrestata dalla Gestapo. Processata, asso lta in un primo momento, fu mandata nel Lager di Ravensbrück come detenuta politica dove morì nel ’44.Per saperne di più su Milena, ci sono anche i libri di Margarete Buber-Neumann (M ilena, l’amica di Kafka) e Vita di Milena, scritta dalla figlia, Jana Cerná, anche lei irregolare e dolente sotto un altro regime, quello successivo, sovietico.

Scoperti i cimeli nazisti dell’ispettore Derrick

La Stampa

20/08/2013


A mostrare il contenuto della cassa alla Bild è stato un collezionista
di Bad Arolsen. «L’ho ricevuta dal figlio di un commilitone delle SS di Horst Tappert»


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Una baionetta delle Ss, una piastrina identificativa del soldato 3409, una spilla con la croce uncinata disegnata su un elmetto, ottenuta per le ferite riportate in guerra. Celati per una vita, tornano oggi a emergere i frammenti del passato oscuro di Horst Tappert, l’amatissimo e celeberrimo attore tedesco morto nel 2008, che per decenni ha interpretato l’ispettore Derrick nell’omonima fortunata serie tv tedesca, molto popolare anche in Italia.

Dopo le rivelazioni dello scorso aprile sul suo passato nelle Ss, stavolta è una «cassetta dei ricordi» piena di cimeli nazisti a far ricadere l’attenzione dei media sulla giovinezza perduta del noto attore. Quella cassetta «l’ho avuta dal figlio di un camerata delle Ss di Horst Tappert», ha confessato al tabloid Bild Friedhelm Wagner, un collezionista di Bad Arolsen, nel Land dell’Assia. Oltre agli oggetti citati, la scatola conteneva anche un busto ottenuto in premio per un esercitazione di tiro e un romanzo dell’epoca con tanto di dedica del suo comandante nelle Ss, ricevuto nell’ospedale militare dove era stato ricoverato dopo un ferimento al fronte.

Secondo Wagner, la vicinanza dell’ispettore più amato della tv agli ex compagni è andata inoltre molto oltre la fine della guerra. «Tappert veniva spesso agli incontri dei camerati. Persino quando già aveva iniziato a lavorare per la televisione, fino al 1971. Solo allora ha affidato a un suo amico tutte queste cose», ha spiegato ancora Wagner. Tre anni prima di iniziare a recitare nel suo ruolo più importante, fa notare Bild.

Tappert era riuscito a tenere segretissimo quel passato di soldato delle Ss, per tutta la vita. Solo lo scorso aprile, a cinque anni dalla sua scomparsa, era venuta alla luce, quasi per caso, l’ingombrante appartenenza. L’attore tedesco, scomparso a 85 anni, nelle sue memorie non aveva mai fatto cenno a quella macchia oscura. In alcune interviste aveva detto di essere stato impiegato come sanitario e di essere stato imprigionato alla fine della guerra.

Tappert era invece entrato a far parte delle Ss nel 1942, a 19 anni, diventando membro del reggimento granatieri 1 `Totenkopf´ (testa di morto). Dopo alcuni mesi di formazioni, proprio a Bad Arolsen, il futuro attore era stato spedito sul fronte. Ferito in Ucraina era stato medicato in un ospedale militare, per poi concludere la sua `carriera´ nel comando militare di Vienna.

Nel ruolo dell’ispettore Stephan Derrick l’attore è diventato famoso a livello internazionale. In Germania il telefilm omonimo è stato trasmesso dalla Zdf dal 1974 al 1998. In tutto 281 puntate, che negli anni sono state acquistate da ben 102 Paesi in tutto il mondo. Dopo le rivelazioni sul passato nazista di Tappert la televisione pubblica tedesca Zdf e altre emittenti in altri Paesi hanno cancellato la serie dai palinsesti. 



Ancora in fuga dalla Storia. Ecco i cinque criminali nazisti più ricercati del mondo

La Stampa
13/10/2013

maurizio molinari

Di alcuni non si hanno notizie, altri sono protetti



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Nel suo piccolo ufficio viennese al numero 9 di Saltzorgasse, poco lontano dal Danubio, Simon Wiesenthal riceveva ricercatori e studenti spiegando che l’obiettivo della caccia ai criminali nazisti era «fare giustizia, non vendetta» e la priorità non era «solo la cattura ma anche l’esposizione delle loro atrocità» affinché «vengano ricordate dalle nuove generazioni». Scomparso nel 2005, Wiesenthal ha lasciato tale missione a cacciatori di nazisti con cui ebbe occasione di lavorare assieme e - data la sua nota tempra - anche di avere vivaci alterchi.

L’erede più diretto è Efraim Zuroff, uno storico israeliano di origine americana che vive a Efrat e coordina la ricerca dei criminali nazisti «Most Wanted» - più ricercati - per il «Simon Wiesenthal Center», il cui quartier generale oggi è a Los Angeles. Zuroff iniziò a collaborare con Wiesenthal nel 1978 e dall’indomani della caduta del Muro di Berlino si è dedicato in particolare a identificare i responsabili di atrocità commesse da ex collaboratori dei nazisti residenti nei Paesi dell’Est. 

I maggiori successi sono arrivati nei Paesi Baltici e in Croazia. Ad esempio fu lui che trovò e fece arrestare in Argentina Dinko Sakic, ex comandante ustascia del campo di Jasenovac, poi condannato a venti anni di reclusione dalla giustizia di Zagabria. Zuroff cura la pubblicazione annuale del «Report» - creato da Simon Wiesenthal - con l’elenco dei criminali nazisti più ricercati. In cima alla lista, da molti anni, c’è Alois Brunner, l’ex collaboratore di Adolf Eichmann nella deportazione degli ebrei europei che dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale trovò rifugio in Siria, diventando uno stretto consigliere di Hafez Assad, padre dell’attuale presidente.

Il suo ultimo avvistamento in Siria risale al 2001 e anche le tracce del secondo «Most Wanted» portano nei Paesi arabi perché Aribert Heim, il dottore degli esperimenti sui prigionieri nel lager di Mauthausen, sarebbe morto al Cairo nel 1992. Ma se Zuroff lo include nella lista - ed è andato a cercarlo a casa della figlia in Brasile - è perché in Egitto non si è mai trovata nè la salma nè alcun campione del suo Dna. 

Il terzo «Most Wanted» riguarda invece l’Italia perché Gerhard Sommer è l’ex comandante delle SS condannato nel 2005 a La Spezia per la strage di Sant’Anna di Stazema - 560 vittime - che vive tranquillamente in Germania dove «nessuna accusa gli è stata ancora formalizzata» afferma Zuroff, che dedica gran parte del suo tempo a esercitare pressioni proprio su quei Paesi - come Germania, Canada, Lituania e Lettonia - dove la riconosciuta presenza di criminali nazisti e loro collaboratori non porta ancora a processarli in tribunale.

In Francia sono Serge e Beate Klarsfeld, fondatori dell’Associazione dei figli e delle figlie della Shoà, ad aver contribuito alla cattura di tedeschi e francesi responsabili di atrocità commesse durante l’occupazione, dal «Boia di Lione» Klaus Barbie a Renè Bousquet, ex capo della polizia di Vichy. L’esposizione delle responsabilità francesi è per i Klarsfeld parte fondamentale del loro lavoro. Ma il cacciatore di nazisti che può vantare maggiori risultati è Eli Rosenbaum che dal 1995 guida l’apposita task force del Dipartimento di Giustizia di Washington. In precedenza era stato lui, come capo dell’unità investigativa del Congresso mondiale ebraico, a svelare i trascorsi nazisti di Kurt Waldheim, e lavorando per il governo americano è riuscito a identificare almeno 30 ex nazisti, responsabili di reati di diversa natura e gravità, rifugiatisi negli Stati Uniti.

Molti sono stati estradati o deportati, come l’ex guardia del lager di Sobibor Ivan Demjanjuk trasferito in Germania nel 2009 e deceduto nel 2012 o l’ex agente della Gestapo estone Mikhail Gorshow consegnato a Tallinn nel 2011. I risultati di Rosenbaum sono stati tali da spingere il Dipartimento di Giustizia ad affidargli le indagini anche sui responsabili di altri crimini - commessi in Bosnia, Ruanda o altri conflitti - rifugiatisi in America negli ultimi anni: ne ha trovati 80.

Basta coda agli sportelli Ora si passa col telefonino

Francesco Paolo Giordano - Lun, 21/07/2014 - 08:22

Dalle Poste alle strutture sanitarie: così app e "semafori" ci cambiano la vita. Un cittadino brucia infatti 400 ore all'anno negli uffici pubblici 


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Classifica delle situazioni più seccanti per gli italiani: litigio con il/la compagno/a; la Nazionale fuori dai Mondiali; la fila negli uffici pubblici. Se le discussioni con il partner sono problemi personali e per gli azzurri dovremo aspettare almeno altri quattro anni per toglierci qualche soddisfazione, per il terzo problema qualcosa sta iniziando a muoversi. Negli ultimi tempi, sono stati introdotti servizi online, nuovi sistemi e persino app in grado di eliminare le code, vero flagello per milioni di italiani.

Ogni anno nel nostro Paese si trascorrono circa 400 ore in coda. Un numero abnorme: perciò, sempre più uffici pubblici, strutture ospedaliere, università, si sono attrezzate per evitare resse davanti ai propri sportelli, grazie ai servizi online. Prenotare una visita o stampare lo statino sono richieste che al giorno d'oggi possono sbrigarsi anche di fronte al computer di casa propria, senza muoversi un metro di casa. C'è chi ha fatto anche un passo in più, come l'Ospedale Bambino Gesù di Roma, che addirittura ha creato un'app: dallo smartphone, è possibile prenotare visite, consultare referti, risultati di esami e cartelle cliniche. L'app permette di accedere ai servizi già presenti online, una gran comodità che fa risparmiare non poco tempo agli utenti.

Parlavamo di app, e qui la novità più interessante si chiama Qurami. Collegata ad un ufficio, informa sull'entità della coda presente nella sala d'interesse: quante persone sono in coda e qual è il tempo di attesa stimato. In questo modo, ognuno di noi può decidere se recarsi al momento oppure no. Non solo: è anche possibile prenotare uno specifico servizio dallo smartphone. Ancora una volta, ecco come lo spazio si dilata: prestazioni che una volta potevano essere sbrigate solamente in ufficio, adesso si completano con un clic o con un semplice tocco sul cellulare.

Una simile operazione l'hanno intrapresa le Poste, dotandosi del «semaforo»: a seconda dei colori, informa, giorno per giorno e ora per ora, l'afflusso previsto in sala. Così, con semaforo verde, è consigliato recarsi in agenzia, perché si prevede poca gente, mentre il rosso indica la possibilità di code: meglio rinunciarvi. C'è poi il giallo: rischio medio, sta a ognuno giocarsela come ritiene più opportuno.

TuPassi è un sistema che, dalle strutture sanitarie, si sta diffondendo anche in numerosi uffici della Pubblica Amministrazione: è il caso, ad esempio, dei comuni di Pavia e Roma (XI Municipio). Sviluppato tra il 2012 e il 2013, funziona in questo modo: collegandosi al sito TuPassi e dopo la rapida registrazione, si ottiene il biglietto per la prenotazione. Lo stesso procedimento è possibile farlo o ritirando il numerino da un totem, o chiamando un call center. Lo scopo di questo sistema, dicono i suoi ideatori, è svuotare le sale d'attesa: non riguarda direttamente la gestione delle persone in coda, ma aiuta a organizzare i vari appuntamenti.

C'è poi Uqido, il più sofisticato dei sistemi ed è stato ideato da due giovani veronesi, che lo hanno testato sulle segreterie dell'Università scaligera. Si basa su un algoritmo: l'utente, una volta registratosi, invia un sms al programma scrivendo la sua esigenza, per esempio un controllo medico in una determinata struttura ospedaliera. Il sistema riceve l'sms, lo interpreta e, valutando lo stato della coda previsto, risponde all'utente comunicandogli giorno e orario ideale per presentarsi. L'sms funge da prenotazione: il turno assegnato sarà quello che Uqido avrà stabilito.

Il sabato sera dei centri sociali? È un droga party nell'ex scuola

Paola Fucilieri - Lun, 21/07/2014 - 08:26

Gli autonomi dello Zam organizzano una "Thc fest": spinelli e un bancone per comprare dolci alla marijuana


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Si fa presto a dire festa. Fosse per i centri sociali, poi, ci sarebbe da celebrare qualcosa ogni giorno dell'anno. E fare baldoria non è reato, ma intitolare l'evento al delta9-tetraidrocannabinolo (detto comunemente Thc, ovvero uno dei maggiori e più noti principi attivi della cannabis) e poi farsi le canne tutta la sera con tanto di cartelli che inneggiano all'iniziativa distribuendo docetti «in tema» un reato dovrebbe esserlo eccome.

Non lo è per i giovani amici del sindaco Pisapia, i ragazzi dello Zam, il centro sociale che ha occupato la ex scuola media «Giulio Cesare» in un antico ma assai appetibile palazzo in piena zona Ticinese, in via Santa Croce 19, un immobile dal valore a parecchi zeri. Ne sa qualcosa Marco Bestetti, 26enne coordinatore Forza Italia giovani Milano e consigliere di zona 7. Deciso a intrufolarsi sabato sera come uno qualunque alla «Thc Fest» non era ancora arrivato, che già sentiva da lontano, tutto intorno al Parco delle Basiliche, l'odore intenso della marijuana.

«Alla cassa all'ingresso era appeso un cartello che prometteva un “biscotto“ alla ganja (termine hindi con cui è definita la marijuana, ndr) da ritirare al primo piano - spiega Bestetti -. E mentre alcuni ragazzi distribuivano un volantino contro lo sgombero del Lambretta, nel cortile almeno un centinaio di ragazze e ragazzi erano intenti a fumarsi ognuno il proprio spinello, mentre dall'interno arrivava musica assordante».

Dopo aver preso una birra, rigorosamente senza scontrino, Bestetti ha raggiunto il primo piano per ritirare il suo biscotto alla marijuana. «E lì, dietro il vetro di quella che era la segreteria della scuola, integralmente coperto da un grosso telo nero per un far vedere chi ci fosse celato, da una piccola fessura si consegnava un ticket preso all'ingresso e si riceveva in cambio, da una mano anonima, un biscotto di marijuana» racconta ancora il coordinatore Forza Italia Giovani.

Insomma: per lo Zam la ganja va bene, ma chi te la dà deve restare rigorosamente anonimo e poco ci manca che serva pure la parola d'ordine. Viene da chiedersi se i ragazzi tanto aperti a questo genere di iniziative in fondo, quando si passa dal dire al fare, non se ne vergognino. Altrimenti perché tutto questo mistero da parte di chi sostiene di essere aperto a tutto al punto da organizzare corsi sadomaso? Ma gli stupefacenti no, quelli sono un'altra cosa. E lo sanno bene anche i giovani dello Zam, al punto da nascondersi dietro un telo, affidando a una mano rigorosamente senza nome l'atto finale della consegna della droga.

«Dopo aver rifiutato il bis di biscotto alla ganja, me ne sono andato. In strada un ragazzo con i rasta barcollava sorretto da un fido kompagno» conclude Bestetti che, pur non essendo un perbenista, è rimasto perplesso dalla «seratina» e da quello che non esita definire «un monumento all'illegalità, una zona franca dove tutto è concesso con le leggi dello Stato che si fermano all'ingresso».

Avete banconote da 20 e 50 euro in tasca? Meglio che le controlliate

Il Mattino


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ROMA - Sempre più banconote false in circolazione nel nostro Paese. Nel primo semestre dell'anno la Banca d'Italia ha ritirato oltre 74 mila biglietti falsi, con un incremento del 6,5% rispetto al secondo semestre del 2013 e del 17,2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Con i tagli da 20 e da 50 euro che restano quelli più a rischio, mentre cresce in modo esponenziale il numero di falsi tra i pezzi da 5 euro. Nei primi sei mesi dell'anno, secondo le tabelle diffuse dalla Banca d'Italia sulle banconote contraffatte, in base ai dati della Bce, in Italia sono state ritirate dalla circolazione 74.423 banconote false. Il taglio da 20 euro risulta ancora il più contraffatto, rappresentando il 50% totale dei falsi individuati: nei primi sei mesi ne sono stati ritirati 37.150 biglietti, in aumento del 32,9% rispetto al primo semestre 2013.

Resta alto anche il rischio di imbattersi in un biglietto da 50 falso: di questo taglio sono stati ritirati 18.447 pezzi (il 25% delle banconote contraffatte), in aumento del 3,38% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. In terza posizione c'è poi il biglietto da 100 euro: nel semestre ne sono stati ritirati 12.371 pezzi (il 17% del totale), in crescita dello 0,29% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I tagli da 20, 50 e 100 euro costituiscono da soli complessivamente il 92% del totale dei biglietti falsi ritirati dalla circolazione.

La vera sorpresa di questi dati è l'impennata dei biglietti falsi da 5 euro: nei primi sei mesi ne sono stati ritirati 653 pezzi, appena lo 0,88% del totale, ma comunque in forte aumento rispetto ai 75 pezzi del primo semestre 2013 e degli appena 35 pezzi dei primi sei mesi del 2011. Aumentano anche i falsi tra i biglietti da 10 euro: ne sono stati ritirati poco più di 5 mila pezzi (+44%), pari a circa il 7% del totale. In calo invece i biglietti falsi di grande taglio: i 200 euro falsi ritirati sono stati 604 (0,81% del totale), in calo del 62,6% rispetto ai primi sei mesi del 2013; ancora meno i 500 euro ritirati dalla circolazione, pari a 61 pezzi (lo 0,08% del totale), il 49% in meno dello stesso periodo del 2013.

Complessivamente, nel mondo, secondo la Bce, nel primo semestre sono state ritirate dalla circolazione 331.000 banconote in euro false, il 98% delle quali nei Paesi dell'area dell'euro. Rispetto al quantitativo del semestre precedente (353.000 esemplari) si è avuto un calo del 6,2%, mentre si registra un aumento del 4,4% rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno. Anche a livello generale, le banconote più falsificate sono quelle da 20 euro (46,5%) e da 50 euro (34,7%), che insieme hanno rappresentato l'81% del totale, seguite dalla banconota da 100 euro (10,9%).

Europa, la nuova serie di banconote a prova di falsari (Ansa)

Un gruppo di «congiurati» nascose i segreti del Duce

Roberto Festorazzi - Dom, 20/07/2014 - 10:23

Tra l'aprile e il maggio del '45 molti documenti che Benito aveva con sé si volatilizzarono. Alcuni erano merce preziosa: da cercarsi a Firenze 


All'alba del 10 maggio 1945, una Fiat 2800 partì da Domaso, sull'alto lago di Como, per un misterioso viaggio legato alla sorte delle due famose borse di documenti che Mussolini aveva portato con sé fino a Dongo e che gli furono sequestrate dai partigiani dopo l'arresto: cartelle zeppe di incartamenti «top secret», come il dossier scandalistico su Umberto di Savoia e l'epistolario tra il Duce e Winston Churchill.

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Una corrispondenza, quest'ultima, oggetto di accanite dispute tra storici, ma sulla cui esistenza si può spendere una parola definitiva e in senso affermativo. Viaggiavano sull'ammiraglia Fiat, personaggi che si son ben guardati dal raccontare lo scopo della loro missione: alla guida, per cominciare, vi era Urbano Lazzaro, il partigiano «Bill», che ha scritto parecchi libri sulle sue vicissitudini di combattente e sugli enigmi di Dongo, tacendo però sugli aspetti più compromettenti, come la sparizione dei carteggi. Accanto a lui, sedevano il comandante della brigata garibaldina che aveva catturato Mussolini, il conte fiorentino Pier Bellini delle Stelle «Pedro», il partigiano-finanziere Antonio Scappin «Carlo» e un'eminenza grigia di cui dovremo abituarci a sentir parlare, in futuro, perché il suo ruolo occulto, sulla scena di Dongo, fu quello di terminale dei servizi segreti, nazionali e americani.

Si tratta dell'avvocato fiorentino Piero Bruno Puccioni, un ex deputato fascista che, durante la guerra civile, riuscì a interporsi tra la Rsi e il movimento partigiano, allo scopo di orientare verso obiettivi desiderati la parte più moderata del movimento. Puccioni, agendo come «consigliori», riuscì a calamitare verso di sé, anzitutto, il suo conterraneo Bellini delle Stelle, ma poi anche il resto del gruppo anticomunista dei partigiani di Dongo. Ecco perché, nelle giornate di fine aprile del 1945, l'avvocato fiorentino, legato al servizio segreto militare predispose un piano per la custodia di Mussolini, allo scopo di consegnarlo vivo agli americani. Un progetto che dovette essere presto accantonato.

Nella villa occupata da Puccioni, a Domaso, poco distante da Dongo, avvenne lo spoglio dei materiali contenuti nelle borse del Duce: il carteggio con Churchill fu sottoposto ad attento esame nel corso di almeno un paio di riunioni notturne, così come venne valutato il potenziale destabilizzante del fascicolo su Umberto di Savoia, che forniva le prove delle tresche omosessuali del futuro sovrano. I due voluminosi pacchi contenenti i dossier scottanti dell'archivio segreto mussoliniano, dapprima depositati nella filiale della Cariplo di Domaso, vennero successivamente occultati dietro l'altare della chiesa di Gera Lario. Si giunge così agli eventi che sono stati oggetto di una tenace rimozione da parte dei diretti interessati.

Il merito di aver aperto una breccia nel silenzio dei protagonisti spetta allo storico Alberto Maria Fortuna, che è riuscito a cattivarsi la fiducia di Puccioni, convincendolo a parlare e a consegnargli importanti documenti che abbiamo consultato in anteprima. Nel 1981, Lazzaro rivelò a Fortuna di essere stato convocato, dagli Alleati, verso la fine della prima decade di maggio del '45, all'Albergo Manzoni di Milano. «Bill» non specificò il motivo di quell'incontro, ma pare certo che avesse a che vedere con i documenti sottratti. Sta di fatto che Lazzaro lasciò quella riunione con in tasca il primo lasciapassare rilasciato per una missione civile dopo la Liberazione.

Grazie a quel documento, la 2800 guidata da «Bill» poté mettersi in viaggio, il 10 maggio, con destinazione Firenze. Non si può non sorridere alla circostanza che tre fra i maggiori responsabili della fine di Mussolini, i partigiani «Bill», «Pedro» e «Carlo», scortassero un agente segreto che aveva militato nel fascismo fin dagli esordi squadristici. E il lasciapassare concesso dagli Alleati costituiva la prova del fatto che Puccioni fosse un intoccabile. La 2800 giunse a Firenze e il gruppetto si sciolse. Puccioni venne accompagnato nella sua abitazione e, appena fu solo, mandò a chiamare un suo collega, l'avvocato Casoni, comunicandogli che c'erano in giro carte importantissime di Mussolini di cui bisognava ad ogni costo impedire la dispersione.

Si trattava di un autentico tesoro che, se bene utilizzato, avrebbe potuto accrescere il potere contrattuale dell'Italia, sulla scena internazionale. Puccioni sostenne che «Pedro», sceso a Firenze per salutare la famiglia dopo un lungo periodo di lontananza, avesse portato con sé la parte più considerevole delle carte mussoliniane. A Fortuna, l'avvocato fiorentino ribadì la sua convinzione che quelle carte fossero misteriosamente sparite nel capoluogo toscano, in circostanze che per ora è impossibile ricostruire. Per parte sua, in una lettera allo storico Renzo De Felice, con cui intrattenne un carteggio negli anni '80, Puccioni dichiarò: «Ho lottato per conservare all'Italia le carte che potevano giustificarla di fronte a tutti i suoi avversari».

Secondo alcune delle ricostruzioni più accreditate, i carteggi mussoliniani sarebbero rimasti nell'alto Lario almeno fino alla metà di maggio, circostanza che parrebbe mettere in discussione l'attendibilità del racconto sulla missione a Firenze. Ma la contraddizione, in realtà, è solo apparente, in quanto sono ormai parecchi gli elementi di fatto che inducono a ritenere che i voluminosi involti contenenti i dossier del Duce fossero stati più volte, e con disinvoltura, manipolati, alleggeriti, tra la fine di aprile e la metà di maggio del 1945. Tanto è vero che, dei due pacchi occultati nella chiesa di Gera Lario, alla fine ne venne ritirato soltanto uno: l'altro si era «volatilizzato». Senza considerare che, a Dongo, giunsero altre due borse di documenti di cui si persero le tracce: si tratta dei carteggi custoditi da Marcello Petacci, fratello di Claretta, all'interno dei quali vi erano certamente lettere di Churchill.



Nelle borse del Duce c'erano lettere di Hitler e dossier sui traditori

Roberto Festorazzi - Sab, 19/07/2014 - 09:31

Nuove testimonianze sulle carte che il dittatore teneva con sé negli ultimi giorni. Le valigette erano due. Con segreti esplosivi


Il pomeriggio del 27 aprile 1945, poco dopo il suo arresto a Dongo, al partigiano Urbano Lazzaro «Bill» che accennava a sbirciare dentro la borsa piena di carte che Benito Mussolini aveva portato con sé, il dittatore disse con tono grave: «Guarda che questi documenti sono molto importanti per il futuro dell'Italia».
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Quante erano le borse di carteggi, dalle quali il Duce non volle mai separarsi, fino alle ore dell'epilogo? E che cosa contenevano? In questa nostra inchiesta produrremo documenti e testimonianze inediti e di eccezionale rilevanza storica sugli enigmi riguardanti le «carte parlanti» mussoliniane che avrebbero dovuto formare l'arsenale della sua autodifesa di fronte alla Storia. Secondo le fonti più accreditate, il dittatore recava con sé due borse: una, di colore giallo-marrone, che teneva personalmente, e una seconda, affidata al suo aiutante di campo, Vito Casalinuovo. Le ricostruzioni più note parlano anche di altre due borse colme di incartamenti, rimaste nella disponibilità di Marcello Petacci, fratello di Claretta, e anch'esse intercettate dai partigiani. Di queste ultime, non si è saputo più nulla.

Una prima considerazione da farsi, è che, al contrario dell'oro di Dongo, che divenne immediatamente oggetto delle bramosie dei partigiani comunisti, i documenti duceschi, in prima battuta, vennero snobbati dai «rossi». Furono invece i partigiani di orientamento moderato a dedicare fin da subito le loro attenzioni ai carteggi. Tra questi vi erano il comandante della 52ª Brigata Garibaldi, il nobile fiorentino Pier Bellini delle Stelle, il suo braccio destro, «Bill», e i loro sodali: Aldo Castelli «Pinon», Stefano Tunesi, il finanziere Antonio Scappin «Carlo», il simpatizzante partigiano Gianfranco Venini, il colonnello Galdino Pini, Aimone Canape, il cittadino svizzero Alois Hoffman, e pochi altri.

Le testimonianze più articolate sono quelle riguardanti il contenuto della famosa borsa giallo-marrone del Duce. Essa custodiva una selezione altamente rappresentativa dei dossier esteri. In un suo memoriale, rimasto ancora quasi del tutto inedito e sconosciuto ai più, Castelli, che ebbe modo di scorrere quantomeno le intestazioni dei fascicoli, testimonia che la cartella raggruppava materiali sul Principe di Piemonte, carte sul processo di Verona, la corrispondenza Mussolini-Churchill, documenti sull'ingresso dell'Italia nel secondo conflitto mondiale e sull'intervento nella guerra civile spagnola.

Il comandante «Pedro», che volle escludere la presenza dell'epistolario del Duce con il premier britannico, riferì invece dell'esistenza del carteggio Mussolini-Hitler. Aggiunse anche che, tra i materiali sequestrati al capo del fascismo, fossero compresi dossier sulle trattative per il passaggio di poteri dalla Rsi al Partito socialista. Altri ancora hanno invece citato la presenza, negli scomparti della borsa, di poesie a Claretta, vergate su foglietti da taccuino, di documenti riguardanti Pietro Nenni, di incartamenti sulla situazione di Trieste e sull'eventuale passaggio di Mussolini e del suo governo in Svizzera, oltre ad altri dossier ancora, sulle attività partigiane nelle varie zone. Quasi tutti questi fascicoli vennero fatti sparire.

Di enorme interesse, a tale proposito, risulta essere il memoriale redatto da Angelo Zanessi, un agente segreto alleato, ma in divisa germanica, che con abile mimetismo riuscì a infiltrarsi nella colonna italo-tedesca, giungendo fino a Dongo. La sua testimonianza non è raccolta né citata in alcuno dei molti studi esistenti sulle ultime ore del dittatore. Zanessi, alias capitano Zehnder, o Ennio Belli, o ancora W. Z., è una delle più affascinanti primule rosse delle vicende terminali del fascismo: un personaggio che agì con grande scaltrezza nei punti «di cerniera» sensibili, tra i fascisti più autonomi, come i nazionalisti della X Mas, gli Alleati e la Resistenza.

Ufficiale del Sicherheitsdienst di Verona, fu mandato a rafforzare il servizio di protezione germanico del Duce, sul lago di Garda. In realtà, a quel tempo era già attivo come «punta» del controspionaggio americano. Messo alle costole di Mussolini, a Como, alle prime ore del 26 aprile, riuscì a impadronirsi del contenuto di una borsa del Duce che Claretta Petacci teneva con sé: lettere di Churchill e una relazione di Chamberlain.

Ciò che Zanessi-Zehnder fece, una volta giunto sul Lario, è ancora in buona parte avvolto da mistero. La superspia alleata racconta numerosi dettagli, rimasti finora in ombra, relativi al contenuto della borsa giallo-marrone, che raccoglieva un piccolo, ma ultraselezionato archivio sugli affari internazionali, nel quale spiccavano, tra gli altri: lettere di Churchill e di Chamberlain; il dossier Savoia, comprendente epistole del sovrano Vittorio Emanuele III, e anche una lettera del principe Umberto al Duce, di poco anteriore al 10 giugno 1940, nella quale domandava «l'onore di aprire le ostilità sul fronte occidentale prima che la travolgente avanzata in Francia divenga una vittoria prettamente tedesca»; due missive dell'ex re Boris di Bulgaria; la corrispondenza con Hitler; dossier sui «traditori», sul «caso Canaris» e sulla vicenda dei diari di Ciano.

Di straordinaria rilevanza, i materiali concernenti le responsabilità nello scoppio della seconda guerra mondiale, con le prove degli sforzi tenaci condotti fino all'ultima ora da Mussolini per evitare lo scatenamento del conflitto. La borsa cui si riferisce Zanessi è la stessa di cui parlano le fonti partigiane: buona parte del contenuto di essa venne trafugato dalla missione alleata, probabilmente già a breve distanza dalla morte del Duce, lasciando agli italiani soltanto una porzione modesta di fascicoli. Pochi dei quali sono giunti fino a noi: dedicheremo un successivo articolo, ad esempio, alla sottrazione dei materiali sui Savoia.

Non meno esplosive le rivelazioni della spia circa una seconda borsa del Duce, di colore nero: forse - dico forse, perché in questo campo minato non si può esser sicuri di niente - è la cartella affidata da Mussolini a Casalinuovo. Fatta pervenire dai partigiani di Dongo al comando del Cln di Como, divenne oggetto di un singolare scambio tra servizi statunitensi e forze di Liberazione. L'ambita preda poté essere recuperata dopo la cessione, al Comitato di Liberazione, dei dossier Ovra e del fascicolo Nenni che gli 007 americani riuscirono a scovare a Villa Mantero di Como ove aveva soggiornato la moglie del Duce, Rachele, con i figli minori Romano e Annamaria.

Zanessi-Zehnder, infine, fornisce una notizia-bomba: nomina, tra gli agenti che collaborarono con gli Alleati, anche due personaggi come il capitano «Neri» (Luigi Canali) e la sua compagna-staffetta «Gianna» (Giuseppina Tuissi). Entrambi comunisti, erano però entrati in conflitto con il loro partito per vecchie questioni e, a quanto pare, vennero così reclutati dai servizi segreti statunitensi per il recupero della documentazione di Mussolini.

Ostia, scoperto mausoleo del III secolo con iscrizioni terribili e maledizioni

Il Messaggero

di Giulio Mancini

Il sepolcro di un fanciullo inserito in una struttura a tamburo era protetto da iscrizioni terribili contro profanatori e sacrileghi


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Un mausoleo a tamburo esagonale, che ricorda quello di Cecilia Metella sull'Appia ma dalle dimensioni molto più ridotte, è venuto alla luce a Ostia Antica nel corso di una campagna di scavo condotta dalla Soprintendenza archeologica insieme con i ragazzi del “The american institute for roman culture”. Il cantiere si trova nel Parco dei Ravennati, a metà strada tra la Cattedrale di Sant'Aurea e Porta Romana di Ostia. Al suo interno sono state recuperate una decina di sepolture appartenute a una famiglia di nobili benestanti dell'epoca tra il III ed il IV secolo dopo Cristo.

Nel mausoleo è stata scoperta una tomba di un bambino coperta da una lastra di piombo con una maledizione: un messaggio terribile per i profanatori e magico per i nemici del defunto. «All'interno del muro perimetrale che conteneva il sepolcro – segnala Paola Germoni della Soprintendenza di Ostia – abbiamo trovato su una tomba di un bimbo una lastra in piombo con il foro di un chiodo le cui caratteristiche ci fanno chiaramente comprendere che si trattava di un supporto scrittorio a protezione del corpo del bambino. Su questo supporto scrittorio venivano lanciate terribili maledizioni contro i profanatori della tomba, auspici di gravi malattie e di morte con dolore nei confronti dei sacrileghi».

Le tombe ritrovate in prossimità del mausoleo sono disposte in maniera compatta e ricoprono sepolture precedenti in ambienti decorati con affreschi. Molte risultano essere state violate, altre sono intatte. Il riuso del monumento funebre è attestato per un lungo periodo, fino al medioevo, forse in associazione con il culto di Santa Monica o di Sant'Aurea. La straordinarietà della scoperta consiste anche nel metodo di lavoro: agli scavi, infatti, hanno contribuito una trentina di studenti provenienti da tutto il mondo: Usa, Australia, Svezia, Danimarca, Canada. A dirigerli il team composto da Paola Germoni, Darius Arya, Michele Taddi, Flora Panariti e Angelo Pellegrino.

A pochi metri di distanza dal mausoleo di tarda età Repubblicana, sono stati individuati ambienti domestici della fine del IV secolo. La prosecuzione degli scavi iniziata nel 2013 ha ampliato l'area visibile del pavimento in opus sectile, caratterizzato da coloratissimi marmi che definiscono un disegno geometrico. «Questo pavimento - ha sottolineato Germoni - è straordinario per la sua raffinatezza, anche rispetto all'opus sectile ostiense di Porta Marina. I marmi utilizzati sono d'importazione e altamente pregiati. Lo scavo di quest'anno ha messo in luce il motivo centrale del pavimento con elementi lineari, ma estremamente complessi che vedono alla base una conoscenza di disegni importati probabilmente dall'oriente».
Accanto alla domus è stata portata alla luce una vasca di epoca medievale. L'ipotesi degli scienziati è che possa essere stata utilizzata per la lavorazione del pesce. Una strada basolata del III sec. divide l'abitazione dal mausoleo.


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Giovedì 17 Luglio 2014 - 15:38
Ultimo aggiornamento: Venerdì 18 Luglio - 09:55